Antonia POZZI- Nelle immagini l’anima- Antologia fotografica-
a cura di Onorina Dino e Ludovica Pellegatta. Edizione Ancora-
Descrizione-“Caro Dino, l’altro giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele”. Con queste parole, il 5 maggio 1938 Antonia Pozzi offre a Dino Formaggio una raccolta di circa 300 fotografie, quale suo lascito spirituale all’amico fraterno, pochi mesi prima del suicidio. A ottant’anni dalla sua scomparsa, “Nelle immagini l’anima” racconta come, attraverso la fotografia, la poetessa esprimesse un intenso amore per la vita e un profondo desiderio di radicamento esistenziale. Dei suoi “exploits” fotografici, come lei stessa amava definirli, oggi rimangono oltre quattromila immagini e dodici album, un’autobiografia visiva che rivela come la fotografia diventerà per la Pozzi uno specchio dell’anima. Le immagini qui pubblicate riportano commenti scritti di sua mano o brani scelti dalle sue poesie.
Antonia POZZI
Biografia di ANTONIA POZZI (Milano 1912-1938)- tratta da Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima: antologia fotografica, a cura di Ludovica Pellegatta e Onorina Dino, Ancora, Milano 2007
Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e … cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini. Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il -ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.
Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzied Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita. Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann. Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.
Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.
Onorina Dino
ANTONIA POZZI-PoetessaANTONIA POZZI-PoetessaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaAntonia Pozzi: la Poetessa dell’AnimaANTONIA POZZI-Poetessa
Isaac Rosenberg-Poesie dalla raccolta “IN TRINCEA”-
Prefazione: Franco Lonati-Edizioni Interno Poesia
Descrizione-In trincea di Isaac Rosenberg presenta una vasta scelta delle poesie di uno dei più originali ed isolati poeti inglesi così detti “di guerra”. Già autore di due libri prima dell’arruolamento, nel 1914, Rosenberg scrive, infatti, alcune delle più belle e crudeli poesie sulla guerra, nelle quali parla delle cose concrete che poteva osservare in caserma, in trincea, nelle infermerie. Nei versi dei poeti coevi, come il più noto Wilfred Owen, leggiamo amarezza e indignazione per l’orrore della guerra. Non così nella poesia di Rosenberg. Per qualche straordinario motivo egli riesce a mantenersi emotivamente distaccato dalle terribili cose che accadono intorno a lui, e alle quali è esposto, registrandole minuziosamente ma obiettivamente, e, sostenuto da una viva intelligenza del linguaggio, a trasformarle in una poesia di grande qualità immaginativa. Quella “sorprendente carica di originalità” e “sbalorditiva abilità tecnica” – delle quali parla un critico di primo piano come F. R. Leavis – sono felicemente rese in lingua italiana dal poeta e traduttore Francesco Dalessandro che, con le sue raffinate versioni, sempre rispettose del testo originale, coadiuvato dal prezioso contributo prefatorio di Franco Lonati, ci aiutano a riscoprire e ad apprezzare la poesia di Isaac Rosenberg.
Isaac Rosenberg
Fleet Street
From north and south, from east and west,
Here in one shrieking vortex meet
These streams of life, made manifest
Along the shaking quivering street.
Its pulse and heart that throbs and glows
As if strife were its repose.
I shut my ear to such rude sounds
As reach a harsh discordant note,
Till, melting into what surrounds,
My soul doth with the current float,
And from the turmoil and the strife
Wakes all the melody of life.
The stony buildings blindly stare
Unconscious of the crime within,
While man returns his fellow’s glare
The secrets of his soul to win.
And each man passes from his place,
None heed. A shadow leaves such trace.
Isaac Rosenberg
*
Fleet Street
Da nord e da sud, da ovest e da est,
qui in un solo vortice ululante s’incontrano
quelle correnti di vita, evidenti
nell’agitazione della strada palpitante.
Polso e cuore battono e brillano
come fosse la lotta il loro riposo.
Chiudo l’orecchio a suoni tanto rozzi
che toccano un’aspra nota dissonante,
finché, fusa in ciò che la circonda,
la mia anima fluttua con la corrente
e dal tumulto e dalla lotta
desta l’intera melodia della vita.
Gli edifici di pietra sono fissi e ciechi
inconsapevoli dei crimini al loro interno,
mentre gli uomini si scambiano occhiate
per carpirsi i segreti dell’anima.
Ognuno va per la sua strada, ignaro
degli altri. Un’ombra lascia qualche traccia.
*
On receiving News of the War
Snow is a strange white word;
No ice or frost
Have asked of bud or bird
For Winter’s cost.
Yet ice and frost and snow
From earth to sky
This Summer land doth know,
No man knows why.
In all men’s hearts it is.
Some spirit old
Hath turned with malign kiss
Our lives to mould.
Red fangs have torn His face.
God’s blood is shed.
He mourns from His lone place
His children dead.
O! ancient crimson curse!
Corrode, consume.
Give back this universe
Its pristine bloom.
*
Ricevendo notizie della guerra
Neve è una strana parola bianca.
Ghiaccio o gelo non ha
chiesto a germoglio o uccello
il costo dell’inverno.
Ma ghiaccio gelo e neve
dalla terra su al cielo conosce
questo paese d’Estate.
Nessuno sa perché.
È in ogni cuore d’uomo.
Qualche spirito antico
con un bacio malvagio ha trasformato
le nostre vite in muffa.
Rosse zanne hanno straziato il volto
di Dio, sparso il suo sangue.
Dalla sua solitaria dimora
lui piange i figli morti.
Rossa condanna antica,
corrodi, consuma!
Rendi a quest’universo
il nativo fiorire.
Isaac Rosenberg
*
Break of Day in the Trenches
The darkness crumbles away.
It is the same old druid Time as ever,
Only a live thing leaps my hand,
A queer sardonic rat,
As I pull the parapet’s poppy
To stick behind my ear.
Droll rat, they would shoot you if they knew
Your cosmopolitan sympathies.
Now you have touched this English hand
You will do the same to a German
Soon, no doubt, if it be your pleasure
To cross the sleeping green between.
It seems you inwardly grin as you pass
Strong eyes, fine limbs, haughty athletes,
Less chanced than you for life,
Bonds to the whims of murder,
Sprawled in the bowels of the earth,
The torn fields of France.
What do you see in our eyes
At the shrieking iron and flame
Hurled through still heavens?
What quaver—what heart aghast?
Poppies whose roots are in man’s veins
Drop, and are ever dropping;
But mine in my ear is safe—
Just a little white with the dust.
*
Spunta il giorno in trincea
L’oscurità si sgretola.
Il Tempo è il solito vecchio druido,
soltanto qualcosa di vivo scavalca la mia mano
uno strano sardonico topo,
mentre colgo il papavero del parapetto
e me lo metto all’orecchio.
Buffo topo, ti sparerebbero se sapessero
le tue simpatie cosmopolite.
Dopo avere sfiorato questa mano inglese
farai lo stesso con una tedesca,
e presto, certamente, se ti piace
attraversare il verde che fra noi sonnecchia.
Sembri ridere nell’intimo mentre superi
occhi forti, belle membra, atleti superbi,
meno fortunati di te nella vita,
legati ai capricci dell’assassinio,
allungati nel ventre della terra,
i campi squarciati di Francia.
Cosa vedi nei nostri occhi
al ferro e al fuoco scagliati
urlanti attraverso cieli attoniti?
Quale tremito – quale cuore atterrito?
Mentre cadono, continuano a cadere
papaveri radicati nelle vene dell’uomo,
ma il mio dietro l’orecchio è al sicuro –
appena un po’ imbiancato dalla polvere.
Isaac Rosenberg
Isaac Rosenberg: The Making Of A Great War Poet
Siegfried Sassoon praised Isaac Rosenberg’s ‘genius’ and T.S. Eliot called him the ‘most extraordinary’ of the Great War poets. Yet it is over thirty years since there has been a full-length biography of Isaac Rosenberg. This major reappraisal of his life and work by one of the First World War literature’s leading authorities, Jean Moorcroft Wilson, is long overdue.
Rosenberg dies on the Western Front in 1918 aged only twenty-seven, his tragic early death resembling that of many other well-known poets of that conflict. But he differed from the majority of Great War poets in almost every other respect – race, class, education, upbringing, experience and technique. He was a skilled painter as well as a brilliant poet. The son of impoverished immigrant Russian Jews, he served as a private in the army and his perspective on the trenches is quite different from the other mainly officer-poets, allowing the voice of the “poor bloody Tommy” to be eloquently heard.
Jean Moorcroft Wilson focuses on the relationship between Rosenberg’s life and work – his childhood in Bristol and the Jewish East End of London; his time at the Slade School of Art and friendship with David Bomberg, Mark Gertler and Stanley Spencer; his visit to Cape Town, where he was staying when war broke out in August 1914 and where he fell in love with the divorced wife of South Africa’s future Prime Minister; and his harrowing life as a private in the British Army.
Isaac Rosenberg
This monumental new life is published to mark the 90th anniversary of his death. Based on all known Rosenberg material and a mass of important new discoveries, Dr Wilson’s biography has been authorised by Rosenberg’s family and written with their blessing and help. It is also beautifully illustrated, including some hitherto unseen self-portraits, bringing together for the first time all that is known of this outstanding poet-painter.
Cesare Pavese è senza ombra di dubbio uno degli autori più importanti della letteratura italiana In questa pagina vi proponiamo una selezione delle sue poesie più belle, con accanto a ogni poesia l’indicazione della raccolta a cui appartiene.A detta di molti lettori la poesia più bella di Cesare Pavese è “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. A ispirare la poesia fu l’infelice storia d’amore con l’attrice americana Constance Dowling, l’ultimo amore di Cesare Pavese, prima della morte.
Cesare Pavese nasce il 9 SETTEMBRE 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, e muore suicida il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo a Torino.scrittore, poeta, traduttore e critico letterario è considerato uno dei maggiori intellettuali italiani del XX secolo. Esordisce con la traduzione di Moby Dick di Herman Melville, nel 1932; due anni più tardi prende avvio la collaborazione, durata tutta una vita, con la casa editrice Einaudi, che stampa, nel 1943, l’edizione aumentata della sua prima raccolta poetica, Lavorare stanca, uscita per Solaria nel ’36. Oltre la sua attività di redattore, traduttore e americanista, pubblica romanzi e racconti: Paesi tuoi (1941), Feria d’agosto (1946), Dialoghi con Leucò (1947), La bella estate (1949) per cui riceverà il premio Strega. L’ultimo romanzo, La luna e i falò, uscirà nella primavera del ’50. Nell’agosto dello stesso anno si toglierà la vita all’albergo Roma di Torino. Usciti postumi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, apice della sua poesia, e il diario che lo ha accompagnato dal 1935 fino alla morte, Il mestiere di vivere.
La sua opera si colloca tra realismo e simbolismo lirico: la realtà delle natìe langhe e della Torino della vita adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città vedono come protagonista più la coscienza dell’autore che non la realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato l’equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nell’opera di Pavese.
L’aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. E’ l’epoca della noluntas l’artista si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della storia, dell’individuo. C’è uno scompenso fondamentale tra il sentire, il capire e l’agire, per cui il primo elemento determina una specie di paralisi degli altri due. L’artista decadente, smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si trova nell’incapacità di affrontare l’esistenza, gravemente handicappato nei rapporti umani, sempre a disagio in ogni situazione esistenziale, con grosse tare nevrotiche originate proprio da questa situazione di inadeguatezza nei confronti della vita. Ecco allora che vivere diventa mestiere da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. In tale situazione di sradicamento l’arte appare come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici “Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno”, dice Pavese. Per la letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte diventano sinonimi, vivere è essere per la morte.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Cesare Pavese con l’attrice americana Constance Dowling
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
Cesare Pavese
Cesare Pavese, (da) “La Luna e i Falò”, 1950.
L’altro anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a rivedere i noccioli. La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendìo così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima – e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri – era come scorticata dall’inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi. La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce. Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta una stoppa di meliga. Dalla stalla muggì un bue, e nel freddo della sera sentii l’odore del letame. Chi adesso stava nel casotto non era dunque più così pezzente come noi.M’ero sempre aspettato qualcosa di simile, o magari che il casotto fosse crollato; tante volte m’ero immaginato sulla spalletta del ponte a chiedermi com’era stato possibile passare tanti anni in quel buco, su quei pochi sentieri, pascolando la capra e cercando le mele rotolate in fondo alla riva, convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo. Ma non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire ch’era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull’aia. Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi. Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato padrone, l’avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti. Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l’uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C’è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni,e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?
La luna e i falò: Ediz. integrale di CESARE PAVESE “La luna e i falò” (1950) è l’ultimo romanzo di Cesare Pavese ed è considerato il lavoro più significativo della sua poetica: è l’eredità che ci ha lasciato dei temi che gli furono più cari. Narra la storia di Anguilla, un uomo che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo aver vissuto per molti anni in America e aver fatto fortuna, torna al suo paese d’origine sulle colline piemontesi spinto dalla nostalgia di quel mondo di campagna. Presto, però, si rende conto che ciò che ricordava non esiste più, solo i luoghi sono rimasti gli stessi, non le persone e nemmeno la vita. Rievoca il passato insieme al vecchio amico Nuto, ex partigiano sempre rimasto nel paese, e con lui prende atto dei cambiamenti determinati dalla guerra. Il romanzo vive del contrasto tra la visione felice dell’infanzia e il dolore del presente, sulle care amicizie svanite e su un dramma che incombe sopra un mondo che ormai gli è sconosciuto. La narrazione “concreta” e lirica allo stesso tempo è strutturata con un continuo accavallarsi tra passato e presente, sorretta dai pensieri e ricordi del protagonista.
Cesare Pavese, (da) “La Luna e i Falò”, 1950.
Maternità
Questo è un uomo che ha fatto tre figli: un gran corpo
poderoso, che basta a se stesso; a vederlo passare
uno pensa che i figli han la stessa statura.
Dalle membra del padre (la donna non conta)
debbon esser usciti, già fatti, tre giovani
come lui. Ma comunque sia il corpo dei tre,
alle membra del padre non manca una briciola
né uno scatto: si sono staccati da lui
camminandogli accanto.
La donna c’è stata,
una donna di solido corpo, che ha sparso
su ogni figlio del sangue e sul terzo c’è morta.
Pare strano ai tre giovani vivere senza la donna
che nessuno conosce e li ha fatti, ciascuno, a fatica
annientandosi in loro. La donna era giovane
e rideva e parlava, ma è un gioco rischioso
prender parte alla vita. È così che la donna
c’è restata in silenzio, fissando stravolta il suo uomo.
I tre figli hanno un modo di alzare le spalle
che quell’uomo conosce. Nessuno di loro
sa di avere negli occhi e nel corpo una vita
che a suo tempo era piena e saziava quell’uomo.
Ma, a vedere piegarsi un suo giovane all’orlo del fiume
e tuffarsi, quell’uomo non ritrova più il guizzo
delle membra di lei dentro l’acqua, e la gioia
dei due corpi sommersi. Non ritrova più i figli
se li guarda per strada e confronta con sé.
Quanto tempo è che ha fatto dei figli? I tre giovani
vanno invece spavaldi e qualcuno per sbaglio
s’è già fatto un figliolo, senza farsi la donna.
Il paradiso sui tetti
Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Lavorare stanca
Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
Cesare Pavese L’OPERA POETICA-Testi editi, inediti e traduzioni
Poesia Mondadori
«L’archivio conservato presso il Centro Studi «Gozzano-Pavese» dell’Università di Torino custodisce migliaia di carte che testimoniano un’attività febbrile impensabile [sul Pavese poeta]. Grazie alla lungimiranza di Mariarosa Masoero (e del suo maestro, il compianto Marziano Guglielminetti) queste carte sono state digitalizzate e sono da anni a disposizione di tutti. Masoero, con pochi altri studiosi (da Dughera a Pietralunga, da Bàrberi Squarotti a Cavallini), aveva meritoriamente cominciato a farle emergere. Ora, l’edizione mondadoriana dell’Opera poetica consente l’esplorazione integrale di questo continente immenso».
Cesare PAVESE
Antonio Sichera su
Testi editi, inediti, traduzioni
A cura di Antonio Sichera e Antonio Di Silvestro
Con la collaborazione di
Liborio Pietro Barbarino, Christian D’Agata, Miryam Grasso, Maria Concetta Trovato, Eliana Vitale
te e avrà i tuoi occhi” sarà pubblicata nella raccolta omonima ed edita postuma nel 1951 dopo il suicidio dell’autore.
Estate
C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti.
Le parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.
Mania di solitudine
Mangio un poco di cena alla chiara finestra.
Nella stanza è già buio e si vede nel cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo – chi sa quante donne
stan mangiando a quest’ora – il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.
Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliegie, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che tra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi, e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, così com’è fermo il mio corpo.
Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusìo di silenzio.
Ogni cosa nel buio la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acque tra l’erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.
Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi sussurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontana dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.
Cesare PAVESE
***
Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.
Lavorare stanca
Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale di inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
***
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
Cesare PAVESE
Gente spaesata
Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.
Alla sera, che l’acqua si stende slavata
e sfumata nel nulla, l’amico la fissa
e io fisso l’amico e non parla nessuno.
Nottetempo finiamo a rinchiuderci in fondo a una tampa,
isolati nel fumo, e beviamo. L’amico ha i suoi sogni
(sono un poco monotoni i sogni allo scroscio del mare)
dove l’acqua non è che lo specchio, tra un’isola e l’altra,
di colline, screziate di fiori selvaggi e cascate.
Il suo vino è così. Si contempla, guardando il bicchiere,
a innalzare colline di verde sul piano del mare.
Le colline mi vanno, e lo lascio parlare del mare
perché è un’acqua ben chiara, che mostra persino le pietre.
Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra
con le linee sicure dei fianchi, lontane o vicine.
Solamente, le mie sono scabre, e striate di vigne
faticose sul suolo bruciato. L’amico le accetta
e le vuole vestire di fiori e di frutti selvaggi
per scoprirvi ridendo ragazze più nude dei frutti.
Non occorre: ai miei sogni più scabri non manca un sorriso.
Se domani sul presto saremo in cammino
verso quelle colline, potremo incontrar per le vigne
qualche scura ragazza, annerita di sole,
e, attaccando discorso, mangiarle un po’ d’uva.
***
Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi –
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che è ricordo e stagione –
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d’agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.
Pensieri di Dina
Dentro l’acqua che scorre ormai limpida e fresca di sole,
è un piacere gettarsi: a quest’ora non viene nessuno.
Fanno rabbrividire, le scorze dei pioppi, a toccarle col corpo,
più che l’acqua scrosciante di un tuffo. Sott’acqua è ancor buio
e fa un gelo che accoppa, ma basta saltare nel sole
e si torna a guardare le cose con occhi lavati.
È un piacere distendersi nuda sull’erba già calda
e cercare con gli occhi socchiusi le grandi colline
che sormontano i pioppi e mi vedono nuda
e nessuno di là se ne accorge. Quel vecchio in mutande
e cappello, che andava a pescare, mi ha vista tuffarmi,
ma ha creduto che fossi un ragazzo e nemmeno ha parlato.
Questa sera ritorno una donna nell’abito rosso
– non lo sanno che sono ora stesa qui nuda quegli uomini
che mi fanno i sorrisi per strada – ritorno vestita
a pigliare i sorrisi. Non sanno quegli uomini
che stasera avrò fianchi più forti, nell’abito rosso,
e sarò un’altra donna. Nessuno mi vede quaggiù:
e di là dalle piante ci son sabbiatori più forti
di quegli altri che fanno i sorrisi: nessuno mi vede.
Sono sciocchi gli uomini – stasera ballando con tutti
io sarò come nuda, come ora, e nessuno saprà
che poteva trovarmi qui sola. Sarò come loro.
Solamente, gli sciocchi, vorranno abbracciarmi ben stretta,
bisbigliarmi proposte da furbi. Ma cosa m’importa
delle loro carezze? So farmi carezze da me.
Questa sera dovremmo poter stare nudi e vederci
senza fare sorrisi da furbi. lo sola sorrido
a distendermi qui dentro l’erba e nessuno lo sa.
Cesare Pavese
***
E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto –
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu più dolcezza,
non fu più abbandonarsi
al sentiero sul fiume –
– non più servi, sapemmo
di essere soli e vivi.
Mito
Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,
senza pena, col morto sorriso dell’uomo
che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto
arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio
non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.
Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,
e negli occhi tumultuano ancora splendori
come ieri, e all’orecchio il fragore del sole
fatto sangue. Ѐ mutato il colore del mondo.
La montagna non tocca più il cielo; le nubi
non s’ammassano più come frutti; nell’acqua
non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo
pensieroso si piega, dove un dio respirava.
Il gran sole è finito, e l’odore di terra,
e la libera strada, colorata di gente
che ignorava la morte. Non si muore d’estate.
Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio
che viveva per tutti e ignorava la morte.
Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.
Il suo passo stupiva la terra.
Ora pesa
la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,
senza pena: la calma stanchezza dell’alba
che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate
non conoscono il giovane, che un tempo bastava
le guardasse. Né il mare dell’aria rivive
al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo
rassegnate, a sorridere davanti alla terra.
Testi selezionati da Le poesie (Einaudi, 1998)
Cesare PAVESE tra parole e note
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Cesare Pavese (1908-1950) è senza ombra di dubbio uno degli autori più importanti della letteratura italiana In questa pagina vi proponiamo una selezione delle sue poesie più belle, con accanto a ogni poesia l’indicazione della raccolta a cui appartiene.
A detta di molti lettori la poesia più bella di Cesare Pavese è “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. A ispirare la poesia fu l’infelice storia d’amore con l’attrice americana Constance Dowling, l’ultimo amore di Cesare Pavese, prima della morte.
“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” sarà pubblicata nella raccolta omonima ed edita postuma nel 1951 dopo il suicidio dell’autore.
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Le 25 poesie più belle di Cesare Pavese
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
22 marzo 1950
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In the morning you always come back (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Lo spiraglio dell’alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell’alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell’alba
sommergono le case.
La città abbrividisce,
odorano le pietre
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell’alba,
cigolio della brezza,
tepore, respiro
è finita la notte.
Sei la luce e il mattino.
20 marzo 1950
**
Passerò per Piazza di Spagna (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu – ferma e chiara.
28 Marzo 1950
**
Anche tu sei collina (La terra e la morte 1945-1946)
Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C’è una terra che tace
e non è terra tua.
C’è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
E’ una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
E’ una terra cattiva
la tua fronte lo sa.
Anche questo è la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un’ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.
30-31 ottobre 1945
**
Sei la terra e la morte (La terra e la morte 1945-1946)
Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.
Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.
3 dicembre 1945
**
Tu non sai le colline (La terra e la morte 1945-1946)
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
tutti quanti gettammo
l’arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
Novembre 1945
**
Hai un sangue, un respiro (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano;
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano;
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte;
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.
Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.
21 marzo 1950
**
Tuttolibri Cesare Pavese L’OPERA POETICA
Ascolteremo nella calma stanca (Il mestiere di vivere: Diário 1935-1950)
Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.
**
The cats will know (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole;
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffieremo nell’alba,
viso di primavera.
10 aprile 1950
**
The night you slept (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia;
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.
La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l’alba.
4 aprile 1950
**
I mattini passano chiari (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
I mattini passano chiari
e deserti. Così i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce.
Taceva. Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.
30 marzo 1950
**
Sempre vieni dal mare (La terra e la morte 1945-1946)
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d’acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
già sapeva e si serra.
Ogni volta è uno strappo,
ogni volta è la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all’urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s’odiano più
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose –
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perché cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all’urto,
segue una notte lunga
che non è pace o tregua
e non è morte vera.
Tu non sei più. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.
19-20 novembre 1945
**
You, wind of March (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda;
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
anemone o nube,
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.
Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi più non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.
Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d’aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.
Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si è ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose,
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell’attesa di te.
È il mattino, è l’aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.
La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo è leggero.
25 marzo 1950
**
Cesare Pavese
Tu sei come una terra (La terra e la morte 1945-1946)
Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.
29 ottobre 1945
**
Hai viso di pietra scolpita (La terra e la morte 1945-1946)
Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.
E sei come le voci
della terra – l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo – le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s’apriva l’alba.
5 Novembre 1945
**
Paternità (Lavorare stanca, 1943)
Fantasia della donna che balla, e del vecchio
che è suo padre e una volta l’aveva nel sangue
e l’ha fatta una notte, godendo in un letto, bel nudo.
Lei s’affretta per giungere in tempo a svestirsi,
e ci sono altri vecchi che attendono. Tutti
le divorano, quando lei salta a ballare, la forza
delle gambe con gli occhi, ma i vecchi ci tremano.
Quasi nuda è la giovane. E i giovani guardano
con sorrisi, e qualcuno vorrebbe esser nudo.
Sembran tutti suo padre i vecchiotti entusiasti
e son tutti, malfermi, un avanzo di corpo
che ha goduto altri corpi. Anche i giovani un giorno
saran padri, e la donna è per tutti una sola.
È accaduto in silenzio. Una gioia profonda
prende il buio davanti alla giovane viva.
Tutti i corpi non sono che un corpo, uno solo
che si muove inchiodando gli sguardi di tutti.
Questo sangue, che scorre le membra diritte
della giovane, è il sangue che gela nei vecchi;
e suo padre che fuma in silenzio, a scaldarsi,
lui non salta, ma ha fatto la figlia che balla.
C’è un sentore e uno scatto nel corpo di lei
che è lo stesso nel vecchio, e nei vecchi. In silenzio
fuma il padre e l’attende che ritorni, vestita.
Tutti attendono, giovani e vecchi, e la fissano;
e ciascuno, bevendo da solo, ripenserà a lei.
**
Ti ho sempre soltanto veduta (1927)
Ti ho sempre soltanto veduta,
senza parlarti mai,
nei tuoi istanti più belli.
Ma ho l’anima ormai tanto tesa,
schiantata dalla tua figura,
che non trovo più pace
al suo brivido atroce.
E non posso parlarti,
nemmeno avvicinarmi,
ché cadrebbero tutti i miei sogni.
Oh se tale è il tremore orribile
che ho nell’anima questa notte,
e non ti conoscerò mai,
che cosa diverrebbe il mio povero cuore
sotto l’urto del sangue,
alla sublimità di te?
Se ora mi par di morire,
che vertigine folle,
che palpiti moribondi,
che urli di voluttà e di languore
mi darebbe la tua realtà?
Ma io non posso parlarti,
e nemmeno avvicinarmi:
nei tuoi istanti più belli
ti ho sempre soltanto veduta,
sempre soltanto sognata.
**
Mattino (Lavorare stanca, 1943)
La finestra socchiusa contiene un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo viso.
Solo un’ombra fuggevole, come di nube.
L’ombra è umida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepuscolo.
Non ci sono ricordi. Solo un sussurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepuscolo l’acqua molle dell’alba
che s’imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l’impregna
e un sapore di frutto marino vivo.
Non esiste ricordo su questo viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.
**
Estate (Lavorare stanca, 1943)
È riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell’immobile strada. Ogni cosa è riemersa.
Nell’ímmobile luce dei giorno lontano
s’è spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d’allora
è riapparso. La mano si è tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d’allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.
È tornata l’angoscia dei giorni lontani
quando tutta un’immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi. È tornata l’angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
può lenire. Un immobile cielo s’accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Fra calmo il ricordo
alla luce sommessa dei tempo, era un docile
moribondo cui già la finestra s’annebbia e scompare.
Si è spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l’estate e i tepori sotto il vivido cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.
**
La casa (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, 1951)
L’uomo solo ascolta la voce calma
con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro
gli alitasse sul volto, un respiro amico
che risale, incredibile, dal tempo andato.
L’uomo ascolta la voce antica
che i suoi padri, nei tempi, hanno udito, chiara
e raccolta, una voce che come il verde
degli stagni e dei colli incupisce a sera.
l’uomo solo conosce una voce d’ombra,
carezzante, che sgorga nei toni calmi
di una polla segreta: la beve intento,
occhi chiusi, e non pare l’abbia accanto.
È la voce che un giorno ha fermato il padre
di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
Una voce di donna che suona segreta
sulla soglia di casa, al cadere del buio.
**
Paesaggio VIII (Lavorare stanca, 1943)
I ricordi cominciano nella sera
sotto il fiato del vento a levare il volto
e ascoltare la voce del fiume. L’acqua
è la stessa, nel buio, degli anni morti.
Nel silenzio del buio sale uno sciacquo
dove passano voci e risa remote;
s’accompagna al brusio un colore vano
che è di sole, di rive e di sguardi chiari.
Un’estate di voci. Ogni viso contiene
come un frutto maturo un sapore andato.
Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
di erba e cose impregnate di sole a sera
sulla spiaggia. Conserva un fiato di mare.
Come un mattino notturno è quest’ombra vaga
di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
e ogni sera ritorna. Le voci morte
assomigliano al frangersi di quel mare.
**
L’amico che dorme (Lavorare stanca, 1943)
Che diremo stanotte all’amico che dorme?
La parola più tenue ci sale alle labbra
dalla pena più atroce. Guarderemo l’amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avrà il volto
dell’antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo. Il remoto silenzio
soffrirà come un’anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di là delle cose, nell’ansia dell’alba,
che verrà d’improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio. L’inutile luce
svelerà il volto assorto del giorno. Gli istanti
taceranno. E le cose parleranno sommesso.
**
Terre bruciate (Lavorare stanca, 1943)
Parla il giovane smilzo che è stato a Torino.
Il gran mare si stende, nascosto da rocce,
e dà in cielo un azzurro slavato. Rilucono gli occhi
di ciascuno che ascolta.
A Torino si arriva di sera
e si vedono subito per la strada le donne
maliziose, vestite per gli occhi, che camminano sole.
Là, ciascuna lavora per la veste che indossa,
ma l’adatta a ogni luce. Ci sono colori
da mattino, colori per uscire nei viali,
per piacere di notte. Le donne, che aspettano
e si sentono sole, conoscono a fondo la vita.
Sono libere. A loro non rifiutano nulla.
Sento il mare che batte e ribatte spossato alla riva.
Vedo gli occhi profondi di questi ragazzi
lampeggiare. A due passi il filare di fichi
disperato s’annoia sulla roccia rossastra.
Ce ne sono di libere che fumano sole.
Ci si trova la sera e abbandona il mattino
al caffè, come amici. Sono giovani sempre.
Voglion occhi e prontezza nell’uomo e che scherzi
e che sia sempre fine. Basta uscire in collina
e che piova: si piegano come bambine,
ma si sanno godere l’amore. Più esperte di un uomo.
Sono vive e slanciate e, anche nude, discorrono
con quel brio che hanno sempre.
Lo ascolto.
Ho fissato le occhiaie del giovane smilzo
tutte intente. Han veduto anche loro una volta quel verde.
Fumerò a notte buia, ignorando anche il mare.
**
Donne appassionate (Lavorare stanca, 1943)
Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.
Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai copi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
più che i greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso
come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Cl son occhi nel mare, che traspaiono a volte.
Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai più.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.
**
Cesare Pavese
Mania di solitudine (Lavorare stanca, 1943)
Mangio un poco di cena seduto alla chiara finestra.
Nella stanza è già buio e si vede nel cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo – chi sa quante donne
stan mangiando a quest’ora – il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.
Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliegie, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che fra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, così com’è fermo il mio corpo.
Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusìo di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acque tra l’erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.
Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi sussurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontano dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.
Fiona Sampson -The Nature of Gothic / La Natura del Gotico
Traduzione di Baret Magarian. Intermediazione letteraria di Emilia Mirazchiyska
Fiona Sampson è una poetessa inglese, le cui poesie sono state tradotte in trentotto lingue. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in USA, India ed Europa. Ha pubblicato ventisette libri di poesia e ricevuto un MBE per la Letteratura. È inoltre una critica giornalistica, librettista e traduttrice, ed è stata editor della rivista Poetry Review dal 2005 al 2012. La sua biografia su Mary Shelley La ragazza che scrisse Frankenstein: Vita di Mary Shelley è stato selezionato per il Biographers’ Club Slightly Foxed Prize.
Fiona Sampson
La natura del gotico
Che cosa vuole
questa fredda pietra
reggere questo ponte
nell’aria che
cosa chiede
a noi che veniamo
interrogando
che muoviamo intorno
ai suoi piedi le nostre voci
leccando lo spazio
i nostri desideri fanno
agitare le correnti
in tutta l’aria
che ci chiede di vedere
qualcosa
di stupendo il tetto
del mondo
forse aspetta che
un po’ di gravità
apra in noi
la riflessione
o la risposta ma
la pietra si sposta
senza fine
in se stessa
svanisce
e riappare
come ore che scivolano
via dalla mente
poi riappaiono
avendole noi perse mentre
eravamo persi tra i pilastri del bosco
(Traduzione di Baret Magarian. Intermediazione letteraria di Emilia Mirazchiyska)
The Nature of Gothic
What does it want
this cool stone
span this bridge
on air what
does it ask
of us who come
questioning
who move round
its feet our voices
licking at space
our desires make
currents stir
all up the air
that asks us to see
something
wonderful the roof
of the world
perhaps expects
some gravity
to open in us
reflection
or answer but
stone shifts
endlessly
into itself
it disappears
and reappears
like hours that slip
out of mind
then reappear
having been lost
to us while we
were lost among
the forest’s pillars
FONTE-Residenze Poetiche
Baret Magarianha iniziato la sua carriera come giornalista freelance, scrivendo recensioni e articoli per The Times, The Guardian, The Independent, The Observer e The New Statesman. Ha pubblicato il romanzo Le macchinazioni (Ensemble, 2020) e la raccolta di racconti Melting Point (Quarup, 2017). Ha anche pubblicato una raccolta bilingue di poesie, Scherzando con le tutte mie bestie preferite (Ensembe, 2018).
Commento di Yogesh Patel
Sul lato opposto del fiume nel luogo in cui vivo, alcune pietre antiche sono delimitate da una targa in cui è dichiarato che quelle pietre sono i resti di una proprietà vecchia di centinaia di anni. Le pietre sono grigie e se le trovassimo in qualsiasi sentiero non significherebbero nulla. Tale è il tempo perduto nascosto al loro interno. Fiona Sampson vive a Coleshill, un piccolo villaggio nella valle di White Horse nello Oxfordshire. Lì le case sono tutte risalenti al periodo tra il 1850 e il 1860, in stile Gotico. Così che ogni pietra lì intorno deve custodire in sé storie non dette, come quelle ore sognanti e senza tempo in cui ci porta questa poesia. La poeta suggerisce che le pietre gotiche hanno delle storie da offrirci: “la pietra si sposta / senza fine / in se stessa / svanisce / e riappare”. Come molte altre poesie della Sampson, anche questa si muove rapidamente sul piano dell’effimero, dove le ore “riappaiono / avendole noi perse”. La mancanza di interpunzione è intenzionale. La poeta si muove a proprio agio tra piani di realtà differenti, sentendo tutto come reale, e forse con confini labili proprio come l’interpunzione! La pietra non è solo una pietra. C’è qui un accenno di dibattito sociale. Naturalmente, il titolo riprende il capitolo La natura del Gotico del libro Pietre di Venezia di Ruskin, in cui l’autore discute di come dovrebbe essere ordinata la società. Ma la poesia non si basa sulla filosofia ruskiniana, e prova a emergere dalle tracce degli insediamenti neolitici perduti o dalle costruzioni di epoca romana che si trovano nel luogo in cui vive Fiona Sampson. La storia ci parla da questi versi: “Che cosa vuole / questa fredda pietra”. Il ponte simboleggia l’unione tra i due lati delle ore sognanti di cui si parla nel testo. Questo è lo stupore del Gotico! Noi siamo l’universo e siamo l’ossatura della storia: siamo atomi appartenenti ad entrambe le dimensioni. Tuttavia, abbiamo perso il riflesso o l’immagine di questo. Quando affrontiamo le cose semplici della natura, come le pietre, dobbiamo imparare ad aprirci a questo tipo di realtà così da comprendere meglio la nostra natura. Questa è la sfida lanciata da questa poesia.
Breve biografia di Alexander Shurbanov, nato a Sofia (Bulgaria) nel 1941, è un poeta, traduttore, saggista, critico letterario e professore universitario, dottore honoris causa delle Università britanniche nel Kent e nel Surrey. È il traduttore bulgaro dei Racconti di Canterbury di Chaucer; delle tragedie di Shakespeare; del Paradiso perduto di Milton; delle poesie di Dylan Thomas e di numerosi altri poeti inglesì.Per oltre quarant’anni, Shurbanov ha insegnato letteratura Inglese all’Università di Sofia e ha pubblicato numerosi libri di critica sia in patria che all’estero . Come scrittore, studioso e traduttore è stato insignito di numerosi prestigiosi premi.
Alexander Shubanov
La vita si aggrappa
La vita si aggrappa sul ciglio del mondo. Come edera. O meglio come una cornacchia – con artigli affilati, come se fosse risoluta a restare qui per sempre. Ma ha anche le ali.
NinnaNanna
Certe sere il mare si fa pallido e calmo come se temesse qualcosa di estraneo che incombe. Ma subito l’universo buio china su di lui il proprio volto sorridente, i suoi capelli lo avvolgono dolcemente, e acquietandosi il mare si placa, scurisce e inizia a mormorare qualcosa di incomprensibile, eppure sereno e sterminato come un’eternità, che nel mondo non ha nulla da temere.
Su entrambi i lati dello specchio
due uccelli si avventano furiosamente l’uno contro l’altro, colpendo il vetro con lo sterno, battendolo con il becco e le ali, cercando l’uno di raggiungere l’altro. Uno di loro non esiste.
Allungandosi
Dentro al guscio cranico della chiocciola freme la lingua umida della vita – sta già cercando di frantumare lunghi secoli di mutismo e di allungarsi verso la prima vocale da pronunciare al limite estremo dell’universo.
Fronda
Una fronda davanti alla mia finestra trema disperatamente. Prima che io sollevassi lo sguardo lì c’era un uccello.
La lattaia di Vermeer
Le braccia – forti, pulite – sono scoperte sino ai gomiti. Una mano sostiene da sotto il bricco in terracotta, l’altra lo tiene saldamente da sopra, piegandolo appena sopra una ciotola posta sul tavolo fra una pagnotta sferica in un canestro e un’anfora rigonfia. Un sottile rivolo di latte si allunga dal bricco alla ciotola, legando insieme l’intero dipinto. A sinistra sta la finestra. Il capo della giovane è appena inclinato sulla sua spalla, i capelli sono raccolti sotto la cuffia olandese inamidata con una falda stretta e l’altra un poco distesa. Gli occhi, abbassati, guardano il latte che continua a fluire. Non è questo potere dell’arte davvero meraviglioso? I secoli scorrono oltre il bricco in terracotta mentre si inclina sopra la ciotola con un angolo immutato, le guerre imperversano, le città vengono distrutte dagli incendi, le navi affondano e gli aerei si schiantano al suolo, i governi, gli stati, le nazioni e le filosofie vanno e vengono, il mondo si rinnova, divenendo irriconoscibile. Eppure questo sottile rivolo bianco di latte continua a fluire dal bricco alla ciotola, e il bricco è ancora pieno, e il volto della giovane che non invecchia trabocca di quiete.
LUIS CERNUDA-La poesia di C. si caratterizza agli inizî per l’aspirazione a una forma nitida, “pura”, sull’esempio di J. R. Jiménez, col concorso di un’esperienza metrica che guarda a modelli classici (“décimas, cuartetas”), ma si inquadra presto in una dimensione più precisa, “neoromantica”, per un’ansia di interrogare la propria coscienza, alimentata dal mito di una solitudine insormontabile, tutta percorsa da accenti nostalgici e cupi riflessi sentimentali. Vicino piuttosto all’opera di D. Alonso e V. Aleixandre in questo tentativo di sfuggire, in ultima analisi, alle soluzioni metafisiche di molta poesia pura (J. Guillén, G. Diego), C. si è andato lentamente disimpegnando dalle premesse estetizzanti della sua poesia (Las nubes, Buenos Aires 1943; Como quien espera el Alba, Buenos Aires 1947), dimostrando la propria inquietudine anche in tentativi di prosa poetica (Ocnos, Londra 1942, 2ª ed. accresciuta, Madrid 1949; Tres narraciones, Buenos Aires 1948; Variaciones sobre tema mexicano, Messico 1952) e continuando a esercitare il proprio influsso anche sulla più giovane poesia spagnola, tutta indirizzata verso esperienze realistiche e politico-sociali. C. ha scritto anche interessanti volumi di saggi (Estudios sobre poesía española contemporánea, Madrid 1957; Pensamiento poético en la lírica inglesa, Messico 1958; Poesia y literatura, Barcellona-Messico, 1960) e ha tradotto Hölderlin (Messico 1942) e il Troilo e Cressida di Shakespeare (Madrid 1953). In Spagna si è stampata recentemente un’opera di poesia di C., Poemas para un cuerpo, Malaga 1957, e nel Messico è apparsa nel 1958 una nuova ed. accresciuta di La realidad y el deseo. Poesie di C. tradotte in ital. da O. Macrì in Poesia spagnola del Novecento, Parma 1952.
Luis Cernuda
Poesie di LUIS CERNUDA
SE L’UOMO POTESSE DIRE
Se l’uomo potesse dire ciò che ama,
se l’uomo potesse levare al cielo il suo amore
come nube nella luce;
se come mura che crollano,
accogliendo la verità eretta in mezzo,
potesse abbattere il corpo, lasciando solo la verità del suo amore,
la verità di se stesso,
che non è gloria, fortuna o ambizione,
ma amore o desiderio,
io sarei quel che immaginavo;
quel che con la lingua, gli occhi, le mani
proclama agli uomini la verità che ignorano,
la verità del suo amore vero.
Libertà non conosco se non quella d’esser prigioniero in qualcuno
di cui non posso udire il nome senza brivido;
qualcuno per cui dimentico questa esistenza meschina,
con cui il giorno e la notte sono per me quel che vuole,
e il mio corpo e spirito navigano nel suo corpo e spirito
come legni perduti che il mare solleva o annega
liberamente, con la libertà dell’amore,
l’unica libertà che m’esalta,
l’unica libertà per cui muoio.
Tu giustifichi la mia esistenza:
se non ti conosco, non ho vissuto;
se muoio senza conoscerti, non muoio, perché non ho vissuto.
(da I piaceri proibiti, 1931)
—-
«Elegía anticipada»
Por la costa del sur, sobre una roca
alta junto a la mar, el cementerio
aquel descansa en codiciable olvido,
y el agua arrulla el sueño del pasado.
Desde el dintel, cerrado entre los muros,
huerto parecería, si no fuese
por las losas, posadas en la hierba
como un poco de nieve que no oprime.
Hay troncos a que asisten fuerza y gracia,
y entre el aire y las hojas buscan nido
pájaros a la sombra de la muerte;
hay paz contemplativa, calma entera.
Si el deseo de alguien que en el tiempo
dócil no halló la vida a sus deseos,
puede cumplirse luego, tras la muerte,
quieres estar allá solo y tranquilo.
Ardido el cuerpo, luego lo que es aire
al aire vaya, y a la tierra el polvo,
por obra del afecto de un amigo,
si un amigo tuviste entre los hombres.
Y no es el silencio solamente,
la quietud del lugar, quien así lleva
tu memoria hacia allá, mas la conciencia
de que tu vida allí tuvo su cima.
Fue en la estación cuando la mar y el cielo
dan una misma luz, la flor es fruto,
y el destino tan pleno que parece
cosa dulce adentrarse por la muerte.
Entonces el amor único quiso
en cuerpo amanecido sonreírte,
esbelto y rubio como espiga al viento.
Tú mirabas tu dicha sin creerla.
Cuando su cetro el día pasa luego
a su amada la noche, aún más hermosa
parece aquella tierra; un dios acaso
vela en eternidad sobre su sueño.
Entre las hojas fuisteis, descuidados
de una presencia intrusa, y ciegamente
un labio hallaba en otro ese embeleso
hijo de la sonrisa y del suspiro.
Al alba el mar pulía vuestros cuerpos,
puros aún, como de piedra oscura;
la música a la noche acariciaba
vuestras almas debajo de aquel chopo.
No fue breve esa dicha. ¿Quién pretende
que la dicha se mida por el tiempo?
Libres vosotros del espacio humano,
del tiempo quebrantasteis las prisiones.
El recuerdo por eso vuelve hoy
al cementerio aquel, al mar, la roca
en la costa del sur : el hombre quiere
caer donde el amor fue suyo un día.
Luis Cernuda
De: «La realidad y el deseo» – 1924- 1962
Recogido en su “poesía completa” Volumen I
Ed.Siruela 1993.
ISBN: 84-7844-185-5 (Del volumen I)
«…El destierro y la muerte para mi están adonde no estés tú.»
LC
«Cómo llenarte, soledad…»
Cómo llenarte, soledad,
sino contigo misma…
De niño, entre las pobres guaridas de la tierra,
quieto en ángulo oscuro,
buscaba en ti, encendida guirnalda,
mis auroras futuras y furtivos nocturnos,
y en ti los vislumbraba,
naturales y exactos, también libres y fieles,
a semejanza mía,
a semejanza tuya, eterna soledad.
Me perdí luego por la tierra injusta
como quien busca amigos o ignorados amantes;
diverso con el mundo,
fui luz serena y anhelo desbocado,
y en la lluvia sombría o en el sol evidente
quería una verdad que a ti te traicionase,
olvidando en mi afán
cómo las alas fugitivas su propia nube crean.
Y al velarse a mis ojos
con nubes sobre nubes de otoño desbordado
la luz de aquellos días en ti misma entrevistos,
te negué por bien poco;
por menudos amores ni ciertos ni fingidos,
por quietas amistades de sillón y de gesto,
por un nombre de reducida cola en un mundo fantasma,
por los viejos placeres prohibidos
como los permitidos nauseabundos,
útiles solamente para el elegante salón susurrado,
en bocas de mentira y palabras de hielo.
Por ti me encuentro ahora el eco de la antigua persona
que yo fui,
que yo mismo manché con aquellas juveniles traiciones;
por ti me encuentro ahora, constelados hallazgos,
limpios de otro deseo,
el sol, mi dios, la noche rumorosa,
la lluvia, intimidad de siempre,
el bosque y su alentar pagano,
el mar, el mar como su nombre hermoso;
y sobre todo ellos,
cuerpo oscuro y esbelto,
te encuentro a ti, tú, soledad tan mía,
y tú me das fuerza y debilidad
como el ave cansada los brazos de la piedra.
Acodado al balcón miro insaciable el oleaje,
oigo sus oscuras imprecaciones,
contemplo sus blancas caricias;
y erguido desde cuna vigilante
soy en la noche un diamante que gira advirtiendo a los hombres,
por quienes vivo, aún cuando no los vea;
y así, lejos de ellos,
ya olvidados sus nombres, los amo en muchedumbres,
roncas y violentas como el mar, mi morada,
puras ante la espera de una revolución ardiente
o rendidas y dóciles, como el mar sabe serlo
cuando toca la hora de reposo que su fuerza conquista.
Tú, verdad solitaria,
transparente pasión, mi soledad de siempre,
eres inmenso abrazo;
el sol, el mar,
la oscuridad, la estepa,
el hombre y su deseo,
la airada muchedumbre,
¿qué son sino tú misma?
Por ti, mi soledad, los busqué un día;
en ti, mi soledad, los amo ahora.
«…Perdidamente te alejas, dejando erguido al deseo con sus vagas ansias tercas.»
LC
«Deseo»
Por el campo tranquilo de septiembre,
del álamo amarillo alguna hoja,
como una estrella rota,
girando al suelo viene.
Si así el alma inconsciente,
Señor de las estrellas y las hojas,
fuese, encendida sombra,
de la vida a la muerte.
Luis Cernuda: Lamento y esperanza
«Contempla ahora a través de las lágrimas: Mira cuántos traidores, Mira cuántos cobardes…»
«Lamento y esperanza»
Soñábamos algunos cuando niños, caídos
En una vasta hora de ocio solitario
Bajo la lámpara, ante las estampas de un libro,
Con la revolución. Y vimos su ala fúlgida
Plegar como una mies los cuerpos poderosos.
Jóvenes luego, el sueño quedó lejos
De un mundo donde desorden e injusticia,
Hinchando oscuramente la ávidas ciudades,
Se alzaban hasta el aire absorto de los campos.
Y en la revolución pensábamos: un mar
Cuya ira azul tragase tanta fría miseria.
El hombre es una nube de la que el sueño es viento.
¿Quién podrá al pensamiento separarlo del sueño?
Sabedlo bien vosotros, los que envidiéis mañana
En la calma este soplo de muerte que nos lleva
Pisando entre ruinas un fango con rocío de sangre.
Un continente de mercaderes y de histriones,
Al acecho de este loco país, está esperando
Que vencido se hunda, solo ante su destino,
Para arrancar jirones de su esplendor antiguo.
Le alienta únicamente su propia gran historia dolorida.
Si con el dolor el alma se ha templado, es invencible;
Pero, como el amor, debe el dolor ser mudo:
No lo digáis, sufridlo en esperanza. Así este pueblo iluso
Agonizará antes, presa ya de la muerte,
Y vedle luego abierto, rosa eterna en los mares.»
«…Sabes bien, recuerdos de siglos, Como el amor el lucha Donde se muerden dos cuerpos iguales…»
LC
«Déjame esta voz»
Déjame esta voz que tengo,
Lo mismo que a la pampa le dejan
Sus matorrales de deseo,
Sus ríos secos colgando de las piedras.
Déjame vivir como acero mohoso
Sin puño, tirado en las nubes;
No quiero saber de la gloria envidiosa
Con rabo y cuernos de ceniza.
Un anillo tuve de luna
Tendida en la noche a comienzos de otoño;
Lo di a un mendigo tan joven
Que sus ojos parecían dos lagos.
Me ahogué en fin, amigos;
Ahora duermo donde nunca despierto.
No saber más de mí mismo es algo triste;
Dame la guitarra para guardar las lágrimas.
Luis Cernuda
CERNUDA, Luis Carmelo SAMONA’ (Siviglia 1902 – Città di Messico 1963)-Poeta spagnolo. Impostosi giovanissimo fra i poeti della “generazione del 1925” (Perfil del airex, Malaga 1927, Donde habite el olvido, Madrid 1934), C. visse a contatto dei maggiori maestri della “poesia pura” a Madrid, dove nel 1936 pubblicò un’intera raccolta dei suoi versi, col titolo La realidad y el deseo. Dopo la guerra civile è emigrato prima in Inghilterra (1938-1947) poi negli Stati Uniti (1947-1952), infine nel Messico, e ha continuato la sua attività di poeta e di saggista, insegnando anche in università inglesi ed americane.
Biografia di Amarú Vanegas (Merida, Venezuela, 1977). Cittadina del ponte. Poeta, ingegnere, attrice e produttrice teatrale colombiano-venezuelana. Responsabile editoriale della rivista New York Poetry Review e curatrice della rivista messicana Ablucionistas. Master, ricercatrice e docente di Letteratura latinoamericana e caraibica. Fondatrice del Teatro Catharsis e Purpurá Poesia. Da 10 anni partecipa a raduni artistici in Argentina, Uruguay, Cile, Ecuador, Colombia, Venezuela, Messico ed Europa. Ha pubblicato: Mortis (monologo) e Criptofasia (racconto). Le sillogi: El canto del pez, Dioses proscritos, Añil, Cándido cuerpo mío, Fisuras, Fiebre y Ábaco. Ha vinto i premi: V Concorso di Racconti SttoryBox, Spagna (2016), Premio Internazionale di Poesia Candelario Obeso, Colombia (2016), Premio Internazionale di Poesia Alfonsina Storni, Spagna (2019), Premio Ediciones Embalaje Museo Rayo (2020) e finalista del Premio Internazionale di Poesia Pilar Fernández Labrador, Spagna, per due anni consecutivi (2021, 2022).
Amarú Vanegas
Traduzione di Antonio Nazzaro
OFFERTA
Oggi non ci sono agnelli in cammino verso l’altare.
Pallide, le bambine,
sfilano la loro sorda nudità
sul tappeto steso.
Nell’avanzare si sciolgono i capelli macchiati
da tinte multicolore Excellence Crème de L’Oréal.
Il verso proscritto
gli freme negli stomaci vuoti.
Si scuce la voce del clerico che,
adesso, alza il calice eucaristico.
Solo sulla luna alta della mezzanotte,
con la predica data a metà,
alzano le bambine gli occhi estasiati.
Davanti alla delizia di quei volti di cera
le concede dio il suo primo sguardo.
Inizia l’offerta di sangue fresco
dio battezza le sue recenti figlie.
Alla fine della cerimonia,
sfoggeranno le loro ali
i nuovi angeli di Victoria’s Secret.
*
OFRENDA
Hoy no hay corderos camino del altar.
Pálidas, las niñas,
desfilan su sorda desnudez
sobre la alfombra tendida.
En el avance se descuelgan sus cabellos manchados
de tintes multicolor Excellence Crème de L’Oréal.
El verso proscrito
les tiembla en los estómagos vacíos.
Se descose la voz del clérigo quién,
recién, alza la copa eucarística.
Sólo en la luna alta de la medianoche,
con la prédica servida a medias,
levantan las niñas sus ojos extasiados.
Ante la delicia de esos rostros de cera
les concede el dios su primera mirada.
Comienza la ofrenda de sangre fresca
el dios bautiza a sus nacientes hijas.
Al finalizar la ceremonia,
estrenarán sus alas
los nuevos ángeles de Victoria’s Secret.
*
IBRIDA
Non c’è fede.
Strofina la maschera e inginocchiati, apri bene le mia gambe.
Pulisci le tue maligne mani
prima di metterle nelle mie viscere
e non far caso ai lamenti.
Togli da lì i figli morti
che sono scoppiati alla frontiera.
Non li guardare, sono volti sacri che ti faranno polvere.
Adesso vattene
allontanati senza fermarti
che sei l’unico boia-testimone della mia agonia.
Ricorda che d’ora in poi ti vigilo.
Mi sono rimasti dei buchi sui seni dove c’erano i capezzoli
Ormai non c’è latte da offrire
solo sangue depravato, tossicomane.
Pongo ai piccoli mostri
che mi strapparono pancia sotto,
le teste purulenti.
Mi hanno smembrato sul monte.
Credo che qualcuno s’avvicina
sono sicura che qualcuno mi segue.
Tutto inizia a tremare, Sarò io che tremo?
La notte e una lingua di lucertola rasposa
che mi graffia le ferite,
lecca la mia caverna vuota,
lecca i figli morti.
Farfalle notturne appaiono
e tagliano con le ali come lamette.
Gusto il flagello,
sono Medea, assaporo il castigo.
Vedo un anello di morte,
mi seduce con il sesso aperto,
i pezzi del mio corpo sono liquefatti
e sparsi sul monte,
i corpi dei miei figli strappati a morsi.
Adesso siamo concime della montagna.
*
HÍBRIDA
No hay fe.
Frota la máscara y arrodíllate, separa bien mis piernas.
Limpia tus malignas manos
antes de meterlas en mi entraña
y no hagas caso de los quejidos.
Saca de ahí a los hijos muertos
que se estallaron en la frontera.
No los mires, son rostros sagrados que te harán polvo.
Ahora vete,
aléjate sin parar
que eres el único verdugo-testigo de mi agonía.
Recuerda que en adelante te vigilo.
Me quedaron agujeros en el pecho donde estaban los pezones.
Ya no hay leche que ofrecer
solo sangre depravada, toxicómana.
Tiendo a los pequeños monstruos
que me arrancaron boca abajo,
las cabezas purulentas.
Me han desmembrado en el cerro.
Creo que alguien se acerca,
estoy segura de que alguien me sigue.
Todo empieza a temblar, ¿seré yo la que tiembla?
La noche es una lengua de lagarto carrasposa
que me araña más la herida,
lame mi cueva vacía,
lame a los hijos muertos.
Mariposas nocturnas aparecen
y cortan con sus alas como hojillas.
Disfruto el azote,
soy Medea, saboreo el castigo.
Veo una argolla de muerte,
me seduce con su sexo abierto,
los trozos de mi cuerpo van siendo licuados
y esparcidos en el cerro,
los cuerpos de mis hijos arrancados a dentelladas.
Ahora somos abono de la montaña.
Da Dioses proscritos, premio internazionale di poesia Candelario Obeso, Colombia 2016
*
L’ORA
Aspettavo l’ora
e quest’incubo per immolarmi.
L’ora in cui gli uccelli
chiudevano gli occhi
e altri mondi si mischiavano con la mia ferita.
In quest’ora un bambino dalla bocca savia
– mio figlio morto –
non conosceva tutto il corpo
ogni plagio dei dolori
Allora i miei capezzoli
affondavano in una bocca più perversa
e indolente.
Ho conosciuto il piacere
e liberà ho abitato la chioma dell’albero.
Mi hanno chiamata strega
lanciarono il sale
e, al promettere il rogo,
temettero la mia risata.
Ma la risata era il freddo di una storia
che ormai non mi apparteneva.
*
LA HORA
Esperaba la hora
y esa pesadilla para inmolarme.
La hora en que los pájaros
cerraban sus ojos
y otros mundos se mezclaban con mi herida.
En esa hora un niño de boca sabia
─mi hijo muerto─
desconocía todo cuerpo,
todo plagio de dolores.
Entonces mis pezones
se hundían en una boca más perversa
e indolente.
Conocí el placer
y libre habité la copa del árbol.
Me llamaron bruja,
arrojaron la sal
y, prometiendo la hoguera,
temieron mi risa.
Pero la risa era el frío de una historia
que ya no me pertenecía.
Da Añil, Premio Internazionale di poesia Alfonsina Storni, Spagna, 2019
Biografia di Amarú Vanegas(Merida, Venezuela, 1977). Cittadina del ponte. Poeta, ingegnere, attrice e produttrice teatrale colombiano-venezuelana. Responsabile editoriale della rivista New York Poetry Review e curatrice della rivista messicana Ablucionistas. Master, ricercatrice e docente di Letteratura latinoamericana e caraibica. Fondatrice del Teatro Catharsis e Purpurá Poesia. Da 10 anni partecipa a raduni artistici in Argentina, Uruguay, Cile, Ecuador, Colombia, Venezuela, Messico ed Europa. Ha pubblicato: Mortis (monologo) e Criptofasia (racconto). Le sillogi: El canto del pez, Dioses proscritos, Añil, Cándido cuerpo mío, Fisuras, Fiebre y Ábaco. Ha vinto i premi: V Concorso di Racconti SttoryBox, Spagna (2016), Premio Internazionale di Poesia Candelario Obeso, Colombia (2016), Premio Internazionale di Poesia Alfonsina Storni, Spagna (2019), Premio Ediciones Embalaje Museo Rayo (2020) e finalista del Premio Internazionale di Poesia Pilar Fernández Labrador, Spagna, per due anni consecutivi (2021, 2022).
Traduzione di Antonio Nazzaro
Biblioteca DEA SABINA -La rivista «Atelier»
http://www.atelierpoesia.it
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
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Breve biografia di MAARJA KANGRO nata a Tallin, il 20-12-1973, è una scrittrice estone. Figlia del compositore Raimo Kangro e della scrittrice Leelo Tungal, si è laureata in lettere all’Università di Tartu nel 1999. Ha pubblicato tre volumi di poesia, una raccolta di racconti e un libro per bambini. Ha scritto libretti per opere liriche di Raimo Kangro, Tõnu Kõrvits, Tõnis Kaumann e Timo Steiner. Ha tradotto dall’italiano, inglese, tedesco e altre lingue (tra l’altro Andrea Zanzotto[, Valerio Magrelli[, Giacomo Leopardi, Umberto Eco, Giorgio Agamben, Hans Magnus Enzensberger). E’ stata ospite con Milo de Angelis del convegno Pordenonelegge 2011.
MAARJA KANGRO-vive a Tallin
La notte di San Giovanni
Ma ci muovevamo in modi diversi
intorno al fuoco chiaro.
Facevamo dei versi, ballavamo,
barcollavamo appoggiandoci sugli altri.
Fu la nostra magia,
fu il sole stesso, una generosità
senza fine, una fine serena.
Fu, cazzo, la mimesi del nirvana.
Di quanto eravamo capaci.
Non di tanto, sembra, allora,
la sorte non ci credette:
la luce sparì
come dalle mani dei nostri antenati.
Bene, chiamiamo quel che successe: arte.
(Gattomerlino ed., 2011, trad. it: Maarja Kangro)
Maarja Kangro (Tallinn, 1973) da La farfalla dell’irreversibilità
LA FARFALLA DELL’IRREVERSIBILITÀ
“ancora” è una grande parola
lentamente e velocemente
ancora
ancora una volta gli uomini alla radio
si complimentano di essere sulla strada giusta
e discutono della ciclicità del tempo
la strada giusta gira intorno, anch’io
riconosco le pelli giovani sulla spiaggia
e l’altoparlante canta et si tu n’existais pas
gli uomini alla radio parlano di come tutto è
legato con tutto, uno dice con voce sonora: “l’effetto farfalla”
io dispiego le ali
il tempo ciclico favorisce il buon sonno
un sonno da cui crediamo di risvegliarci
e ancora
sbatto le ali
i brav’uomini alla radio iniziano a tossire
le sbatto più forte e si alza il vento
gli uomini tossiscono ansimando, l’etere si ribella
le navi e i bagnanti annegano, l’ultimo sogno
sarà grigio e tempestoso
pensiamo alla parola che non c’era prima
c’è stata ora
e adesso non c’è più
IL DONATORE
In una piccola libreria
di un centro commerciale
cercando un regalo
è tornato il vecchio vizio
di strappare con i denti le cuticole intorno alle unghie.
Ho preso l’antologia della poesia ungherese,
mentre il sangue cominciava ad uscirmi dal pollice destro.
Non aspettavo una tal pioggia,
ma sulla foto di Sandor Weöres
ho lasciato una grossa macchia rossa.
Spaventato/a, ho rimesso a posto il libro,
Ho preso l’antologia della poesia ungherese,
mentre il sangue cominciava ad uscirmi dal pollice destro.
Non aspettavo una tal pioggia,
ma sulla foto di Sandor Weöres
ho lasciato una grossa macchia rossa.
Spaventato/a, ho rimesso a posto il libro,
ne ho preso un altro Il grido invernale del falco
di Mikhail Lotman. Sul testo di Brodsky
ho lasciato una pozzanghera di gratitudine.
Avevo già a casa alcuni libri:
Bourdieu e Geertz,
Huizinga e Sartre.
Ma volevo lasciare a tutti un souvenir.
Nero, bianco e rosso. Rosso, bianco e nero.
Come una bandiera di qualche stato dell’Asia.
Poi ho pensato: perché non marcare anche i romanzi rosa?
Avevo tanto sangue e non sono avara.
Facce ispirate e sanguigne.
Ad un certo punto la commessa ha iniziato a tossire.
Mi sono ricordata/o del regalo
e sono uscita/o,
non chiedendo compenso per il sangue.
Poco sangue versato per la cultura.
Magari però ne avrei versato di più,
se me l’avessero chiesto.
IL VECCHIO AMANTE
Quando sotto i pantaloni neri
si vede una gamba bianca e pelosa,
la guardo, naturalmente.
Guardo la pancia sotto la giacca
che non è cresciuta molto.
Guardo le mani: tra le persone sul palcoscenico,
le sue sono le più sottili.
Gli occhi.
Non li dovrei guardare, ormai è tardi.
Inizia a parlare,
divento tesa,
e quando si frantuma una frase,
faccio scricchiolare la sedia.
Sono un genitore al concerto di scuola.
Poi ci offrono torte e uva.
Entro nell’altra sala, si sa,
solo per prendere da bere.
Guarda caso. Salve.
Esamino i suoi occhi, il collo
e l’inguine: caldi, un metro da me.
Mi chiedo se i colonizzatori
di una volta pensano cosi.
Una volta questa terra era nostra.
Come toccarla adesso?
Voi, come ce la fate adesso –
non troppo bene, vero?
Avete fame ed epidemie,
guerre e dittatori
che noi dobbiamo trattenere.
Sappiamo: baracche e auto al fuoco,
bambini con pance gonfie dalla fame.
I suoi denti non sono putrefatti,
le guance non appassite,
gli occhi non rossi.
Giudicando dall’alito,
non si è messo a bere.
La colonizzatrice lo esamina disturbata.
Dove sono allora le mie tracce,
il trauma dell’Altro, la mia giustificazione storica?
Mangiamo l’uva
e beviamo cognac,
adesso si che mangiamo l’uva
e beviamo cognac.
AMIANTO
Già da bambina?
Saltavi e
facevi scricchiolare la catasta di Eternit?
Le scarpe da ginnastica blu, il crisolito bianco.
Ho visto in un ingrandimento
la fibra di 10 micrometri
penetrare nell’apparato respiratorio.
Giocavate al pesce affumicato
con un pezzo di Eternit?
L’avete addentato
come il peccato originale?
Come l’albero della conoscenza del bene e del male:
in realtà non si sente niente,
non si capisce molto,
10μm, un operaio al cantiere coi pantaloni sporchi,
l’agonia di un uomo privo di conoscenza,
venti o quarant’anni, un’escrescenza alla pleura, il mesotelioma,
il tessuto connettivo che prolifera nei polmoni.
Sì, ogni anno fiorisce il lillà,
e ogni tanto una grande passione.
Le fibre calano lentissime
ed invisibili come il futuro.
Ehi, ma perché ti arrabbi?
Vedi, ecco il mio nuovo vino preferito.
Te lo compro, beviamo un sorso stasera.
MAARJA KANGRO
Breve biografia di MAARJA KANGRO nata a Tallin, il 20-12-1973, è una scrittrice estone.Figlia del compositore Raimo Kangro e della scrittrice Leelo Tungal, si è laureata in lettere all’Università di Tartu nel 1999. Ha pubblicato tre volumi di poesia, una raccolta di racconti e un libro per bambini. Ha scritto libretti per opere liriche di Raimo Kangro, Tõnu Kõrvits, Tõnis Kaumann e Timo Steiner. Ha tradotto dall’italiano, inglese, tedesco e altre lingue (tra l’altro Andrea Zanzotto[, Valerio Magrelli[, Giacomo Leopardi, Umberto Eco, Giorgio Agamben, Hans Magnus Enzensberger). E’ ospite con Milo de Angelis del convegno Pordenonelegge 2011.
Grace Paley, quando la poesia è donna , poetessa americana
un tributo a una poetessa americana, morta il 22.8.2007.
Paolo Cognetti ne fa uno splendido ritratto:”L’ultimo libro di Grace Paley fu composto tra il 2000 e il 2007, mentre l’America eleggeva il suo presidente più fanatico e bellicoso – non c’era ancora Trump (nota della scrivente) , reagiva furente al trauma dell’11 settembre, invadeva l’Afghanistan e l’Iraq precipitando in un’epoca buia. Triste finale per una poetessa di ottant’anni, tutti spesi in una lotta appassionata contro le guerre, l’uso del petrolio e dell’energia nucleare, la violenza sulle donne e sul mondo. Ma non è che da vecchia si fosse ammorbidita, e le sue poesie lo testimoniano. Una volta, durante una festa del Ringraziamento, viene invitata a tenere un discorso ed esordisce in questo modo: Chiunque abbia raggiunto / gli ottant’anni rende grazie / all’Unico di turno e poi immediatamente comincia a protestare. Un’altra volta si celebra l’anniversario di una certa istituzione del Vermont, e lei ne approfitta per ricordare ai poeti (anche i più gentili) che vivono in un paese impegnato in una guerra ingiusta, e il loro ruolo è quello di salire sui carri e gridarlo forte. Quando un editore le propone di pubblicare i suoi diari, taccuini pieni di me, la risposta suona più o meno così: e come la mettiamo con le mine antiuomo?
Grace Paley
Personale e politico si intrecciano nei suoi discorsi, nella sua poesia e nella sua vita. (…)«Scrivere di donne è un atto politico», disse. Ma il suo femminismo è impastato d’amore e di rabbia, è un viscerale stare dalla parte delle amiche. Come Catherine, morta di cancro ai polmoni perché il marito aveva fumato a letto per anni. O la donna incontrata sull’aereo per Chicago, allontanata dalla sua famiglia perché non riusciva a dimenticare una bambina appena nata e subito morta. O le amiche ormai scomparse e citate per nome, artiste, lavoratrici, attiviste politiche. We have one another: abbiamo solo noi stesse, ci prendiamo cura una dell’altra. Scrivere di donne è un atto politico perché significa prendersi cura di loro.
Personalmente, mi sono ritrovata a pensare da scrittrice perché avevo cominciato a vivere in mezzo alle donne. E la cosa sensazionale è che non le conoscevo, non sapevo chi fossero. Mentre avrei dovuto, con tutte le zie che avevo, giusto? Eppure non le conoscevo, e questa, secondo me, è l’origine di tanta letteratura. La letteratura non nasce da ciò che sappiamo, ma da ciò che non sappiamo. Ciò che ci incuriosisce. Che ci ossessiona. Che vogliamo conoscere.
Nella guerra non c’è nessuna ironia. Nemmeno nella morte, se è per questo. Lei le conosceva bene entrambe: aveva passato anni a fare avanti e indietro dalle basi militari, mentre il suo primo marito era soldato. Incontrò giovani mogli che presto sarebbero diventate vedove. Era convinta che la guerra fosse un gioco tra maschi, che ne soffrivano terribilmente ma non riuscivano a smettere di farla.
Nonostante fosse entrata nella storia della letteratura americana come scrittrice di racconti (studiati nelle università, inseriti in mille antologie, impossibili da copiare), la poesia era il suo primo amore, e alla fine decise di tornarci. Era un’urgenza di verità. Dopo tanto tempo dedicato alla narrativa, forse sentiva il bisogno di gettare le armi della finzione, spogliarsi dei personaggi-maschera e mostrarsi a viso scoperto. Qui non c’è più Faith, c’è Grace. La lingua si concentra, la frase si riduce a parola. Ma anche il lavoro di togliere, distillare, mettere a fuoco, può essere molto faticoso. Richiede pazienza e concentrazione. Ecco perché per tradurre una poesia / dal pensiero / all’inglese / serve tutta la notte. Di giorno è meglio andarsene nel bosco, portandosi una penna e un taccuino, e un pettine di emergenza nel caso che si alzi il vento.
Responsabilità
È responsabilità del mondo lasciare che il poeta sia poeta
È responsabilità del poeta essere donna
È responsabilità del poeta stare agli angoli delle strade
a distribuire poesie e volantini scritti
meravigliosamente
e anche volantini che non si possono guardare
per la loro retorica altisonante
È responsabilità del poeta essere pigro perdere tempo
e fare profezie
È responsabilità del poeta non pagare le tasse di guerra
È responsabilità del poeta entrare e uscire da torri d’avorio
bilocali su Avenue C
campi di grano saraceno e basi militari
È responsabilità del poeta uomo essere donna
È responsabilità del poeta donna essere donna
È responsabilità del poeta dire la verità al potente come
affermano i Quaccheri
È responsabilità del poeta imparare la verità da chi non
ha potere
È responsabilità del poeta ripetere sempre: non esiste
libertà senza giustizia cioè giustizia economica e
giustizia in amore
È responsabilità del poeta cantarlo su melodie originali e
su quelle tradizionali degli inni e dei poemi
È responsabilità del poeta ascoltare ogni diceria e
riportarla come i narratori diffondono la storia della vita
Non esiste libertà senza paura e senza coraggio non
esiste libertà a meno che terra e aria e acqua sopravvivano
e con loro sopravvivano i bambini
È responsabilità del poeta essere donna tenere d’occhio
il mondo e gridare come Cassandra, ma per essere
ascoltato questa volta.
Grazie a Dio non c’è nessun Dio
da “Fedeltà”
Grazie a Dio non c’è nessun Dio
o saremmo tutti perduti
se fosse Lui che ci fa gridare
di angoscia feroce di fronte alla tortura
all’odio tre o quattro volte per generazione
non ci sarebbe speranza e seppure Lui permettesse
alla pace di apparire allora un giorno grandi lastre
di pietra sotto i frutteti e il mare potrebbero
muoversi piano una contro l’altra terremoto
se fosse stato Lui a costruire così stretto il ponte
su cui siamo esortati a passare
senza paura mentre intorno a noi
i vecchi gli zoppi i maldestri i
bambini scalpitanti ruzzolano giù
e a volte vengono spinti nell’orrido
precipizio se fosse Lui certo saremmo perduti
se fosse Lui a offrire il libero arbitrio ma
solo ogni tanto strano dono
per un popolo che abbia appena distinto
la mano destra dalla sinistra
ma se siamo noi i responsabili con-
sideriamo il nostro assiduo amore uno per l’altro
perchè questo è il giorno d’oggi ora possiamo
guardarci negli occhi
a grande distanza questo è il tele-
fonico elettronico digitale giorno d’oggi
celebre per il denaro e la solitudine ma noi
abbiamo sconfitto Babele accettando parole
straniere in gloriose traduzioni se
sappiamo essere responsabili se siamo
diventati responsabili
l’Aternativa episodica del poeta
Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati
la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina
questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perchè diavolo
ne hai fatta una sola
questo non succede con le poesie
a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto
Grace Paley
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
da “Fedeltà”
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore
Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c’è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un’altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.
Certe volte adesso quando dormo sola
da “Fedeltà”
Certe volte adesso quando dormo sola
mi do un’annusata
e mi chiedo in tuti questi anni è questo
l’odore che ti è stato familiare
e se è così ti piaceva davvero non
semnra gradevole tu stranamente
sudi poco per un uomo tanto attivo ma sai
di dolce quando ti abbraccio di questi tempi
(o tu abbracci me) o appoggio la testa sul tuo
cuscino nel letto so che sei tu
un delicato odore di camino e ti
respiro un po’ non sono sorpresa
ti ricordo sempre delizioso
PROVERBI
La rabbia di una persona andrebbe rispettata
anche quando non è condivisa
la gioia di una persona andrebbe condivisa
anche se non è compresa
una persona dovrebbe essere compresa anche se
ha aggrottato le sopracciglia
per la rabbia è poi di colpo è scoppiata a ridere
una persona dovrebbe essere innamorata quasi
sempre questo è l’ultimo proverbio
e può essere imparato da ogni organo
capace di reazione corporea
POESIA CONTRO L’AMORE
A volte non vorresti amare la persona che ami
e distogli la faccia da quella faccia
i cui occhi labbra potrebbero placare ogni rancore
cancellare l’insulto rubarti la tristezza di non voler
amare voltati allora voltati a colazione
di sera non alzare gli occhi dal giornale
per vedere quella faccia in tutta la sua serietà una
concentrata dolcezza lui tiene il suo libro
tra le mani le dita nodose intagliate
dall’inverno voltati è tutto quello che puoi
fare alla tua età per salvarti dall’amore
ALLORA
quando lei venne a prenderlo al traghetto
lui disse sei così pallida sciupata così
gracile issandosi sulle punte dei piedi
per arrivare al suo orecchio lei sussurrò
sono una donna anziana oh da allora
lui fu sempre gentile.
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
Avevo bisogno di parlare con mia sorella
parlarle al telefono intendo
come facevo ogni mattina
e anche la sera quando i
nipotini dicevano qualcosa che
ci stringeva il cuore
Ho chiamato il suo telefono ha squillato quattro volte
potete immaginarmi trattenere il respiro poi
c’è stato un terribile rumore telefonico
una voce ha detto questo numero non è
più attivo che meraviglia ho
pensato posso
ancora chiamare non hanno assegnato
il suo numero a un’altra persona malgrado
due anni di assenza per morte.
Grace Paley
Alternativa episodica del poeta
Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po’ di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati
la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un’autopompa sul
pavimento della cucina
questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perchè diavolo
ne hai fatta una sola
questo non succede con le poesie
a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto
Grace Paley
Nel giorno della sua nascita – 11 dicembre 1922 –un tributo a una poetessa americana, morta il 22.8.2007.
Nata da una famiglia ebrea di origine ucraina, Grace Paley è considerata una maestra delle short stories, dimostrando grande talento con la sua scarna carriera di scrittrice, 45 racconti in 40 anni per un totale di 370 pagine. Con tre raccolte di racconti, The Collected Stories, è stata finalista al Premio Pulitzer e al National Book Award nel 1994.[1][2] Autori come Philip Roth e Saul Bellow lodarono la singolarità della sua voce nella narrativa americana.
Al di là del suo lavoro come scrittrice e professoressa universitaria, Paley era un’attivista femminista e contro la guerra, descrivendosi come una “pacifista piuttosto combattiva e anarchica cooperativa”
Headshot of American author Grace Paley, 1959. (Photo by Authenticated News/Getty Images)
Biografia
Grace Paley nacque a New York da Isaac e Manya Ridnyik Goodside, che avevano anglicizzato il cognome da “Gutseit” quando erano emigrati dall’Ucraina. Il padre era un dottore.[3] La famiglia parlava russo e yiddish, oltre all’inglese. La più giovane di tre bambini, Grace Paley da piccola era un maschiaccio. Nel 1938 e 1939 Paley frequentò l’Hunter College, e poi brevemente la The New School, ma non ricevette mai la laurea. Nei primi anni 40, Paley studiò con W. H. Auden alla New School for Social Research. L’interesse sociale di Auden e il suo uso pesante dell’ironia è spesso citato come un’influenza importante sui suoi primi lavori, in particolare le poesie.
Il 20 giugno 1942, Grace sposò il direttore della fotografia Jess Paley, dal quale ebbe due figli, Nora e Danny. In seguito divorziarono[4][5] e, nel 1972, Paley si risposò col poeta Robert Nichols. Insegnò al Sarah Lawrence College. Nel 1980 fu eletta alla National Academy of Arts and Letters; nel 1989, il governatore Mario Cuomo la nominò prima scrittrice ufficiale dello stato di New York. È stata il poeta laureato dal 5 marzo 2003 al 25 luglio 2007. È morta nella sua casa di Thetford a 84 anni a causa di un cancro al seno.[2] In una delle sue ultime interviste – nel maggio 2007 al giornale Vermont Woman – Paley espresse i suoi sogni per il futuro dei suoi nipoti: «sarebbe un mondo senza militarismo e razzismo e avidità, e dove le donne non hanno bisogno di combattere per il loro posto nel mondo».
Carriera accademica
Grace ha insegnato scrittura al Sarah Lawrence College dal 1966 al 1989, e ha aiutato a fondare la “Teachers & Writers Collaborative” a New York nel 1967. Ha anche insegnato alla Columbia University, alla Syracuse University e al City College of New York. Paley ha espresso la sua visione dell’insegnamento durante un simposio su “Educare l’immaginazione” nel 1996:
«La nostra idea era che i bambini, scrivendo, buttando giù parole, leggendo, iniziando ad amare la letteratura, con l’inventiva di ascoltarsi a vicenda, potessero iniziare a capire meglio il mondo e a crearne uno migliore per sé. Mi è sempre sembrata un’idea così naturale che non ho mai capito perché sono state necessarie così tanta aggressività e tempo per avviarla![6]»
Attivismo politico
Paley era nota per il suo pacifismo e attivismo politico.[2] La sua collega, attivista e femminista, Robin Morgan, ha descritto l’attivismo di Paley come ampiamente focalizzato sulla giustizia sociale: “Diritti civili, contro la guerra, contro il nucleare, femminista, qualunque cosa avesse bisogno di una rivoluzione”.[7] L’FBI la dichiarò comunista e conservò un fascicolo su di lei per trent’anni.[4]
A partire dagli anni ’50, Paley si unì agli amici nella protesta contro la proliferazione nucleare e la militarizzazione americana.[8][9][10] Lavorò anche con l'”American Friends Service Committee” per fondare gruppi pacifisti di quartiere,[11] aiutando a fondare il “Greenwich Village Peace Center” nel 1961.[12][13] Incontrò il suo secondo marito, Robert Nichols, attraverso il movimento pacifista contro la guerra del Vietnam.[14]
Con l’escalation della guerra del Vietnam, Paley si unì alla “War Resisters League”.[15] Venne arrestata in diverse occasioni, inclusa la permanenza di una settimana nella casa di detenzione femminile nel Greenwich Village.[16]) Nel 1968, firmò la promessa “Writers and Editors War Tax Protest”, promettendo di rifiutare il pagamento delle tasse in segno di protesta contro la guerra del Vietnam,[17][18] e nel 1969 divenne famosa a livello nazionale come attivista quando accompagnò una missione di pace ad Hanoi per negoziare il rilascio dei prigionieri di guerra.[19] Fu delegata alla Conferenza mondiale sulla pace del 1973 a Mosca[20][21] e venne arrestata nel 1978 come una degli “Undici della Casa Bianca” per aver srotolato uno striscione antinucleare con la scritta “Niente armi nucleari… Niente energia nucleare: USA e URSS” sul prato della Casa Bianca.[13] Negli anni ’80 Paley sostenne gli sforzi per migliorare i diritti umani e resistere all’intervento militare statunitense in America Centrale[22][23][24] e continuò a parlare apertamente nei suoi ultimi anni contro la guerra in Iraq.[12]
Tra le molte altre cause di Paley c’era il diritto all’aborto, parte del suo più ampio lavoro femminista. Organizzò una delle prime “dichiarazioni sull’aborto” negli anni ’60, dopo aver abortito lei stessa negli anni ’50 e aver lottato per averne un altro pochi anni dopo.[16]
Opere tradotte in italiano
Enormi cambiamenti all’ultimo momento. racconti (Enormous Changes at the Last Minute, 1974), traduzione di Marisa Caramella, Milano, La Tartaruga, 1982, p. 161.
Più tardi nel pomeriggio, traduzione di Laura Noulian, Prefazione di Fernanda Pivano, Milano, La Tartaruga, 1987, p. 181.
In autobus e altre poesie, a cura di C. Daniele, Edizioni Empiria Ass. Cult, 1993.
Piccoli contrattempi del vivere. Tutti i racconti, Torino, Einaudi, 2002, p. 368.
L’importanza di non capire tutto (Just as I Thought, 1998), Collana Einaudi Stile Libero, Torino, Einaudi, 2007, p. 276, ISBN978-88-0617-077-6. [miscellanea di articoli, ricordi autobiografici, conversazioni, saggi]
Fedeltà (Fidelity, 2008), traduzione di L. Brambilla e P. Cognetti, Prefazione di Paolo Cognetti. Con un ricordo di A.M. Homes, Minimum Fax, 2011, ISBN978-88-7521-305-3. [postumo]
Tutti i racconti (The Collected Stories, 1994), traduzione di I. Zani, Sur, 2018, ISBN978-88-6998-139-5.
Volevo scrivere una poesia, invece ho fatto una torta, (House: Some Instructions, 19?), prefazione di Paolo Cognetti.Trad.Isabella Zani e Paolo Cognetti, Sur, 2022 ISBN 978-88-699-8286-6
Ricezione italiana
Nel 2012 fu pubblicato un libro a lei dedicato L’arte di ascoltare. Parole e scrittura in Grace Paley, scritto da Annalucia Accardo, professoressa di Letteratura americana alla Sapienza Università di Roma (i suoi percorsi di ricerca e le sue pubblicazioni attraversano identità marginali e ribelli della cultura americana).
La Bucovina della nascita, l’America dell’emigrazione, la Romania del ritorno, la Germania dell’epilogo: in nessuna di queste terre Rose Ausländer (Czernowitz 1901 – Düsseldorf, 1988) riconosce la sua terra madre. Nel 1939 il suo primo volume di poesie, Der Regenbogen (L’arcobaleno), pubblicato per l’interessamento di Alfred Margul-Sperber.
Nel 1941, per sfuggire alla deportazione, si rifugia con la madre nel ghetto di Czernowitz. Lì incontra Paul Celan, la cui amicizia avrà grande influsso sullo stile della Ausländer, che riuscirà finalmente a liberarsi del suo tono classicheggiante ed espressionista.
Rose Ausländer
Nella primavera del 1944 l’armata rossa marcia su Czernowitz e Rose Ausländer lascia di nuovo il paese alla volta dell’America, si stabilisce a New York. Le vessazioni e la dura vita di quegli anni di conflitto e persecuzione antisemita hanno sortiscono un influsso molto negativo sulla vita pubblica e privata della poetessa che, delusa dalla storia e turbata nella psiche, prende a scrivere in lingua inglese per tornare al tedesco solo nel 1956, un anno prima di incontrare nuovamente Paul Celan, a Parigi.
Il suo secondo volume di poesie Blinder Sommer viene pubblicato nel 1965, questa volta con grande successo. Nel 1966 Rose Ausländer ritorna in Germania e, pur non conoscendo la lingua italiana, si reca più volte in Italia, in particolar modo a Venezia, che la affascina per la sua atmosfera.
È la lingua tedesca, quella che non ha mai abbandonato – anche se nel periodo vissuto a New York scrive in inglese – la sua vera casa nonostante la miseria, nonostante la persecuzione (è di famiglia ebrea), nonostante la malattia fisica e psichica che la colpisce presto e che negli ultimi anni della sua vita la costringe a letto.
Nonostante tutto, Rose Ausländer è la poeta della speranza che canta, a voce bassa, la vita in tutta la sua bellezza e terribilità. Disse di sé: Mi scrivo nel nulla. «Esso mi conserverà per sempre.»
Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)
Paul Delvaux, Landscape with Lanterns, 1958
Bekenntnis
Ich bekenne mich
zur Erde und ihren
gefährlichen Geheimnissen
zu Regen Schnee
Baum und Berg
Zur mütterlichen mörderischen
Sonne zum Wasser und
seiner Flucht
zu Milch und Brot
zur Poesie
die das Märchen vom Menschen
spinnt
zum Menschen
bekenne ich mich
mit allen Worten
die mich erschaffen
Confessione
Confesso
la terra e i suoi
segreti pericolosi
pioggia neve
montagna albero
il sole materno assassino
l’acqua e
la sua fuga
latte e pane
la poesia
che ordisce la fiaba
dell’uomo
confesso
l’uomo
con tutte le parole
che mi creano
Versöhnung
Wieder ein Morgen
ohne Gespenster
im Tau funkelt der Regenbogen
als Zeichen der Versöhnung
Du darfst dich freuen
über den vollkommenen Bau der Rose
darfst dich im grünen Labyrinth
verlieren und wiederfinden
in klarerer Gestalt
Du darfst ein Mensch sein
arglos
Der Morgentraum erzählt dir
Märchen du darfst
die Dinge neu ordnen
Farben verteilen
und wieder
schön sagen
an diesem Morgen
du Schöpfer und Geschöpf
Riconciliazione
Ancora una mattina
senza spettri
nella rugiada scintilla l’arcobaleno
come segno di riconciliazione
Puoi gioire
della fattura perfetta della rosa,
puoi perderti nel verde labirinto
e ritrovarti
in una veste più chiara
Puoi essere umano
senza sospetto
Il sogno mattutino ti racconta
favole tu puoi
riordinare le cose
spargere colori
e dire ancora
bello
stamani
tu creatore e creato
Mutterland
Mein Vaterland ist tot
sie haben es begraben
im Feuer
Ich lebe
in meinem Mutterland
Wort
Rose Ausländer
Patria madre
La mia patria è morta
l’hanno seppellita
nel fuoco
Io vivo
nella mia patria madre
parola
rose-auslander
Nicht fertig werden
Die Herzschläge nicht zählen
Delphine tanzen lassen
Länder aufstöbern
aus Worten Welten rufen
horchen was Bach
zu sagen hat
Tolstoi bewundern
sich freuen
trauernd
höher leben
tiefer leben
noch und noch
nicht fertig werden
. Non finire
Non contare i battiti del cuore
fare danzare i delfini
scoprire paesi
dalle parole chiamare mondi
ascoltare quello
che Bach ha da dire
ammirare Tolstoj
gioire
tristemente
vivere più in alto
vivere più in basso
ancora e ancora
non finire
. Nachtzauber
Der Mond errötet
Kühle durchweht die Nacht
am Himmel
Zauberstrahlen aus Kristall
. Ein Poem besucht den Dichter
Ein stiller Gott
schenkt Schlaf
eine verirrte Lerche
singt im Traum
auch Fische singen mit
denn es ist Brauch
in solcher Nacht
Unmögliches zu tun
Magia notturna
La luna arrossisce
l’aria fresca attraversa la notte
nel cielo
raggi magici di cristallo
Rose Ausländer
Una poesia fa visita a un poeta
Un dio silenzioso
dona il sonno
una allodola smarrita
canta nel sogno
anche i pesci cantano insieme
perché si usa
fare cose impossibili
in una notte come questa
. Noch bist du da
Wirf deine Angst
in die Luft
Bald
ist deine Zeit um
bald
wächst der Himmel
unter dem Gras
fallen deine Träume
ins Nirgends
Noch
duftet die Nelke
singt die Drossel
noch darfst du lieben
Worte verschenken
noch bist du da
Sei was du bist
Gib was du hast
. Ancora ci sei
Butta la tua paura
nell’aria
Presto
il tuo tempo finirà
presto
il cielo crescerà
sotto l’erba
i tuoi sogni
cadranno nel nulla
Ancora
profuma il garofano
canta il tordo
ancora puoi amare
regalare parole
ancora ci sei
sii ciò che sei
dai ciò che hai
*
Neue Zeichen
brennen
am Firmament
doch
sie zu deuten
kommt kein Seher
und
meine Toten
schweigen tief
*
Nuovi segni
bruciano
al firmamento
ma
non c’è veggente
per interpretarli
e
i miei morti
tacciono profondamente
Rose Ausländer
Das Weißeste
Nicht Schnee
Weißer die Zeichen
die der Einsiedler
auf die Tafel der Einsamkeit
schreibt
Das Weißeste
Zeit
. Il più bianco
Non la neve
Più bianchi i segni
che l’eremita
scrive sulla tavola
della solitudine
Il più bianco
il tempo
Wer
Wer wird sich meiner erinnern
wenn ich gehe
Nicht die Spatzen
die ich füttere
nicht die Pappeln
vor meinem Fenster
der Nordpark nicht
mein grüner Nachbar
Meine Freunde werden
ein Stündchen traurig sein
und mich vergessen
Ich werde ruhen
im Leib der Erde
sie wird mich verwandeln
und vergessen
Chi
Chi si ricorderà di me
quando me ne andrò
Non i passeri
che cibo
non i pioppi
davanti alla mia finestra
non il parco nord
mio verde vicino
I miei amici saranno
tristi per un’oretta
e mi dimenticheranno
Riposerò
nel grembo della terra
mi trasformerà
mi dimenticherà
Hoffnung II
Wer hofft
ist jung
Wer könnte atmen
ohne Hoffnung
daß auch in Zukunft
Rosen sich öffnen
ein Liebeswort
die Angst überlebt
. Speranza II
Chi spera
è giovane
Chi potrebbe respirare
senza la speranza
che anche in futuro
le rose si apriranno
una parola d’amore
sopravvivrà la paura
rose-auslander
Gib mir
Gib mir
den Blick
auf das Bild
unsrer Zeit
Gib mir
Worte
es nachzubilden
Worte
stark
wie der Atem
der Erde
. Dammi
Dammi
lo sguardo
sull’immagine
del nostro tempo
Dammi
le parole
per riprodurlo
Parole
forti
come il respiro
della terra
.
Wo sich verbergen
Wo
wenn der Regen abspringt
von schmutzigen Ziegeln
wo
wenn der Damm reißt im
Gedächtnis und die
gestauten Wasser hervorbrechen
wo
sich verbergen
wenn sie dich anfallen
ungestüm
und sich verbünden mit
stürzenden Himmeln
Rose Ausländer
.
Dove nascondersi
Dove
quando la pioggia
si stacca dalle tegole sporche
dove
quando la diga si rompe nella
memoria e le acque stivate
irrompono
dove
nascondersi
quando ti assaltano
impetuosi
e s’uniscono con
i cieli cadenti
rose-auslander
Denn
Denn ich hab dir
nichts versprochen
nur den Docht für die Lampe
und das Kännchen Öl
für gedämpftes Licht
auf dem Tisch
mit den Blutflecken
Den Teppich
kann ich nicht weben
mit diesen Fäden aus Draht
Sag nicht Gute Nacht
die Nacht ist nicht gut
die fremde vergessliche Nacht
Poiché
Poiché non ti ho
promesso nulla
solo lo stoppino per la lampada
e il bricco d’olio
per una luce bassa
sul tavolo
macchiato di sangue
Non posso tessere
il tappeto
con questi fili di ferro
Non dire Buona notte
la notte non è buona
notte estranea senza memoria
Raum II
Noch ist Raum
für ein Gedicht
Noch ist das Gedicht
ein Raum
wo man atmen kann
Stanza II
Ancora c´è spazio
per una poesia
Ancora la poesia
è uno spazio
dove si può respirare
Weil
du ein Mensch bist
weil
ein Mensch eine Muschel ist
die manchmal tönt
weil
du in mir tönst
als wär ich eine Muschel
weil
wir uns kennen
ohne Namen und Samen
weil
das Wort Welle ist
weil
du Wort und Welle bist
weil
wir strömen
weil
wir manchmal
zusammenströmen
Wort Welle Muschel Mensch
. Perché
tu sei un uomo
perché
un uomo è una conchiglia
che a volte suona
perché
tu suoni in me
come se fossi una conchiglia
perché
ci conosciamo
senza nome né seme
perché
la parola è onda
perché
tu sei parola e onda
perché
noi scorriamo
perché
a volte scorriamo
insieme
parola onda conchiglia uomo
Hoffnung IV
Mein
aus der Verzweiflung
geborenes Wort
aus der verzweifelten Hoffnung
daß Dichten
noch möglich sei
. Speranza IV
La mia parola
nata dalla
disperazione
dalla disperata speranza
che è ancora possibile
fare poesia
. Bukowina II
Landschaft die mich
erfand
wasserarmig
waldhaarig
die Heidelbeerhügel
honigschwarz
Viersprachig verbrüderte
Lieder
in entzweiter Zeit
Aufgelöst
strömen die Jahre
ans verflossene Ufer
. Bukovina II
Paesaggio che mi
inventò
braccia di acqua
capelli di bosco
le colline di mirtilli
nere di miele
Canzoni fratelli
in quattro lingue
in tempi disuniti
Dissolti
scorrono gli anni
alla riva di una volta
. Dichten
Sieben Höllen
durchwandern
Der Himmel sieht
es gern
geh sagt er
du hast nichts
zu verlieren
Fare poesia
Attraversare
sette inferni
Il cielo
è d’accordo
vai dice
non hai nulla
da perdere
Stefanie Golisch
Stefanie Golisch, scrittrice e traduttrice è nata nel 1961 in Germania e vive dal 1988 in Italia. Ultime pubblicazioni in Italia: Luoghi incerti, 2010. Terrence Des Pres: Il sopravvivente. Anatomia della vita nei campi di morte. A cura di Adelmina Albini e Stefanie Golisch, 2013. Ferite. Storie di Berlino, 2014. Nove sue poesie sono presenti nella Antologia cura di Giorgio Linguaglossa Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura, 2016)
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