La Basilica di San Pietro, il “cupolone” risplenderà di nuova luce-
Città del Vaticano , venerdì, 14. marzo, 2025 -La Basilica di San Pietro, il “cupolone” risplenderà di nuova luce-La luce si sa migliora la fruibilità di ogni opera d’arte. Anche per questo la Basilica di San Pietro è oggetto di continua revisione della illuminazione sia interne che esterna. Siamo arrivati alla Cupola di Michelangelo dove nuovi corpi illuminanti, di ultima generazione, garantiranno una luce ancora più intensa e ben distribuita, che contribuirà a valorizzare ulteriormente l’opera progettata da Michelangelo e a creare una suggestiva atmosfera di maggior impatto visivo. La Fabbrica di San Pietro, in questi giorni, sta provvedendo alla revisione dell’illuminazione della cupola michelangiolesca.
Basilica di San Pietro- il “cupolone”
Le opere si concentrano principalmente sulla revisione dell’illuminazione del tamburo della grande cupola, che sta subendo prove di funzionalità e test sull’intensità luminosa.
Le operazioni tecniche, che si svolgono anche durante le ore notturne, sono fondamentali al fine di evidenziare la maestosità dell’architettura rinascimentale. Infatti i nuovi corpi illuminanti, di ultima generazione, garantiranno una luce ancora più intensa, calibrata e ben distribuita, che contribuirà a valorizzare ulteriormente la cupola e a creare una suggestiva atmosfera di maggior impatto visivo.
Il progetto rientra in una serie di interventi di manutenzione periodica che la Fabbrica di San Pietro svolge per preservare e valorizzare la Basilica e le sue strutture artistiche. I lavori proseguiranno nelle prossime settimane.
Gli ultimi lavori erano stati fatti per l’interno nel 2019. Ad illuminare la Pietà di Michelangelo, il ciborio barocco e la cattedra del Bernini e il monumento di Clemente XIII di Antonio Canova ci sono 780 apparecchi appositamente progettati che ospitano 100mila Led installati dal colosso tedesco Osram, orchestrati da un sistema di controllo digitale della luce che offre una versatilità alla cosiddetta illuminazione di gala, quella dei grandi appuntamenti liturgici.
Già erano stati rivisti la piazza San Pietro, la Cappella Sistina e le stanze di Raffaello inaugurate a ottobre 2016, ottobre 2014 e giugno 2017.
Un modo anche per risparmiare energia perché si era passati da una potenza di 580 Kw a 60 Kw.
Allora furono messi in evidenza aspetti pressoché sconosciuti delle opere d’arte delle cappelle. Un lavoro che aveva anche migliorato la qualità delle immagini televisive e laddove possibile consentirà riprese ad alta e altissima risoluzione rispettivamente 4K e 8K”.
Sapienza Università di Roma di Roma- UniStem Day: l’infinito viaggio della ricerca scientifica-
Roma-Venerdì 14 marzo 2025, Sapienza Università di Roma in collaborazione con la Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS) e l’Istituto Pasteur-Italia e l’Università Statale di Milano, insieme ad altri atenei ed istituti di ricerca hanno dato vita ancora una volta al più grande evento europeo di divulgazione scientifica dedicato agli studenti delle scuole superiori.
Roma Università LA SAPIENZA
Nato nel 2009 a Milano da un’idea di Elena Cattaneo docente della Statale di Milano e senatrice a vita, l’evento si rinnova e conferma la sua dimensione internazionale con il coinvolgimento di atenei e centri di ricerca di 12 paesi: Australia, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria. Sono stati circa 30.000 gli studenti coinvolti nella manifestazione.
Quest’anno UniStem Day è dedicato al tema della libertà nell’attività dello studioso. Per questo la giornata è dedicata alla figura di Giulio Regeni.
L’evento di Roma è organizzato dalla Scuola Superiore di Studi Avanzati Sapienza (SSAS) e dall’Istituto Pasteur-Italia. In particolare, la manifestazione è parte integrante delle attività di terza missione della SSAS e delle attività di divulgazione scientifica dell’Istituto Pasteur-Italia, per favorire la valorizzazione, la divulgazione e il trasferimento delle conoscenze e dei saperi.
“L’UniStem Day– ha dichiarato la rettrice Antonella Polimeni – è un’occasione importante che offre agli Atenei e alla comunità scientifica l’opportunità di condividere con le ragazze e i ragazzi delle scuole superiori il valore della ricerca scientifica, della libertà di scelta e di pensiero. Fare ricerca significa cercare la verità, attraverso il confronto basato su solide fondamenta scientifiche e su fatti concreti. È importante trasmettere ai più giovani il messaggio che il percorso nella carriera scientifica in genere, e soprattutto nelle discipline STEM, non è semplice, ma se condotto con passione, perseveranza e impegno può dare soddisfazioni importanti. Noi come università dobbiamo continuare a creare le condizioni affinché vengano sempre più promosse pari opportunità per pari capacità”.
La manifestazione, coordinata da Antonio Musarò (Sapienza Università di Roma, Istituto Pasteur-Italia e Senior Fellow della SSAS), è stata introdotta dalla rettrice Antonella Polimeni, con la partecipazione di Angela Santoni (Direttrice scientifica dell’Istituto Pasteur-Italia) e di Mattia Crespi (Direttore SSAS).
Sono intervenuti all’evento Concetta Quintarelli (OPBG-Roma) con “Storie di successo: Cellule riprogrammate per combattere il tumore”; Silvia Bencivelli (giornalista scientifica, scrittrice) con “Storie di Scienza: capire per comunicare; capire per scegliere” e Silvia Piconese (Sapienza Università di Roma, Istituto Pasteur-Italia e Young Fellow della SSAS) con un laboratorio didattico e giochi scientifici sul tema: “Storie di cellule staminali”, un viaggio per scoprire i segreti delle cellule staminali per avere cellule staminali senza segreti.
Sabato 8 marzo 2025, presso il Forte Malatesta di Ascoli Piceno si inaugura la mostra personale di Antonio Marras – Vedere per credere. L’ombra di Cecco, che si configura come una riflessione sia sulla figura di Cecco d’Ascoli, filosofo, astronomo, astrologo e alchimista medievale, sia sulla storia del Forte Malatesta nelle sue diverse funzioni di fortezza militare, edificio religioso, carcere e museo multidisciplinare.
Antonio Marras – Vedere per credere-
Antonio Marras
Antonio Marras – Vedere per credere-
Antonio Marras si è lasciato suggestionare dall’intera struttura dell’edificio, che ha reinterpretato nella sua totalità come luogo di ombre, intese come memorie simboliche e fisiche, presenze che legano la figura di Cecco d’Ascoli con la vita reclusa dei prigionieri del carcere, che proiettavano desideri, speranze, ricordi e memorie nei diversi ambienti, dalle celle al cortile fino allo spazio monumentale della chiesa della Madonna del Lago, ideale punto di arrivo del percorso immaginato da Marras.
Disegni, sculture, ceramiche, installazioni, arredi e manufatti ridisegnano gli spazi del Forte, inseriti in un percorso espositivo che trasforma gli spazi dell’edificio in tappe di un itinerario onirico e surreale, una sorta di “macchina del tempo” sospesa tra passato e presente.
Marras trasforma il Forte in uno spazio altro, un luogo del quale viene reinterpretata in maniera esperienziale ed immersiva la storia di ieri e di oggi, anche grazie all’inserto di alcuni manufatti provenienti da una chiesa di Arquata rasa al suolo dal terremoto del 2016, che Marras ha integrato all’interno della mostra.
Antonio Marras – Vedere per credere-
L’invito rivolto a Marras di interpretare il Genius loci del Forte Malatesta e la figura di un personaggio controverso come Cecco d’Ascoli rientra nella metodologia di Spazio Taverna, volta a riattivare le energie di luoghi e personaggi storici attraverso l’intervento e la reinterpretazione di artisti contemporanei.
“Il Forte Malatesta è un luogo di incontro di ombre, e questo è l’elemento che mi ha colpito e mi ha guidato nell’immaginare questa mostra” spiega Antonio Marras. “Luci, ombre, emozioni, desideri, sentimenti e passioni sono le vere protagoniste di questa mostra, concepita come un percorso che collega spazi fisici e mentali, apparizioni oniriche e reali” aggiunge Ludovico Pratesi. “Il Forte si trasforma grazie a Marras in un corpo vivo e pulsante, abitato da presenze naturali e soprannaturali, rianimate da opere che sembrano emergere dalle pieghe della storia per parlare al presente”. “Marras ha saputo trasformare storie e memorie dolorose in una folla di immagini, attraverso intense trame simboliche riattivate da una visione potente e vitale” aggiunge Marco Bassan.
La mostra, promossa dal Comune di Ascoli Piceno e curata da Spazio Taverna, sarà accompagnata da un catalogo, concepito da Antonio Marras, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Marco Bassan, Donatella Ferretti, Antonio Marras, Stefano Papetti e Ludovico Pratesi.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo, concepito da Antonio Marras, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Marco Bassan, Donatella Ferretti, Antonio Marras, Stefano Papetti e Ludovico Pratesi. Orari apertura: dal 9 marzo al 1° aprile 2025: martedì e giovedì 10.00-13.00; mercoledì e venerdì 15.00-18.00; sabato e domenica, festivi e prefestivi, 10.00-13.00 e 15.00-18.00; dal 1° aprile al 1° ottobre: dal martedì al venerdì 10.00-13.00 e 15.00-19.00; sabato e domenica, festivi e prefestivi dalle 11.00 alle 19.00. Biglietti: Ingresso museo: Intero €6; Ridotto €4; Scuole €2
Mostra promossa dal Comune di Ascoli Piceno, a cura di Spazio Taverna
Antonio Marras
Breve biografia di Antonio Marras Stilista italiano (n. Alghero 1961). Dopo aver lavorato come free-lance per varie aziende, nel 1996 ha realizzato la prima collezione con il suo nome che ha presentato nell’ambito dell’alta moda romana. Risale al 1999 il suo debutto nel prêt-à-porter. Tra i fili conduttori del suo stile, contraddistinto da una grande passione per l’artigianato, si ricordano gli omaggi al costume sardo e i numerosi riferimenti all’arte e alla letteratura. A partire dal 2003 ha affiancato alla linea donna una linea maschile. Sempre nel 2003 il Museo d’arte contemporanea Masedu di Sassari ha dedicato allo stilista la mostra Antonio Marras. Il racconto della forma. Nello stesso anno il gruppo francese LVMH (Louis Vuitton Moët Hennessy) lo ha nominato direttore artistico di Kenzo, carica ricoperta fino al 2011. Nel 2016 la Triennale di Milano gli ha dedicato la mostra antologica Antonio Marras: Nulla dies sine linea. Vita, diari e appunti di un uomo irrequieto, installazioni edite e inedite, disegni, schizzi e dipinti che raccontano il percorso visivo dell’artista. Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
Franco Grattarola-La Tuscia nel Cinema-Edizioni Archeoares-
Descrizione del libro di Franco Grattarola ,La Tuscia nel Cinema è un viaggio lungo un secolo in compagnia dei film girati nella provincia di Viterbo, rivissuti, decennio per decennio, attraverso storie, protagonisti, aneddoti, testimonianze.
Da La bella Galiana a Freaks Out. Dall’Otello di Oson Welles a I Vitelloni. Da Il Vigile a L’armata Brancaleone. Da La strada ad Habemus papam, fino al Maresciallo Rocca e alle serie televisive The Young Pope e Catch-22.
LaTuscia nel cinema è una pubblicazione al centro di un progetto di promozione culturale e turistica della Tuscia, della Maremma e della Valle del Tevere. Pochi territori, come la provincia di Viterbo e le sue zone limitrofe, possono vantare tanti argomenti quando si parla di location e spazi offerti alle produzioni cinematografiche italiane e internazionali dalla prima metà del Novecento ai giorni nostri.
Un volume che esalta il rapporto tra il grande schermo e la Tuscia, favorendo la crescita di una consapevolezza culturale nei suoi cittadini e lo sviluppo di un filone cine turistico e creando, al contempo, opportunità di internazionalizzazione. LaTuscia nel cinema di Franco Grattarola è il cuore di questa iniziativa che parte nel 2023 per svilupparsi nell’immediato futuro.
Franco Grattarola-Critico cinematografico
Franco Grattarola è uno studioso di storia del cinema della televisione e del costume. Ha pubblicato diversi volumi dedicati al cinema italiano fra cui Pasolini, una vita violentata (Coniglio Editore 2005).
Ha contribuito con saggi a numerosi studi di storia e critica come Pasolini e la televisione (a cura di Angela Felice, Marsilio, 2011), Il portaborse vent’anni dopo (a cura di Italo Moscati, Rubbettino Editore, 2011), Mario Camerini: la nascita della modernità (a cura di Arnaldo Colaanti ed Ernesto Nicosia, Gli archivi del ‘900, 2011), Il cinema di Claudio Gora (a cura di Emiliano Morreale, Rubettino Editore, 2013), Cinema e Storia 2014. Italia 1977: crocevia di un cambiamento (a cura di Ermanno Taviani, Rubbettino Editore, 2014), Quaderni del CSCI n°12. Le guerre nel cinema italiano dal 1911 a oggi (a cura di Silvio Alovisio, Alessandro Faccioli e Luca Mazzei, Istituto Italiano di Cultura, Barcellona, 2016), Il cinema di Fernando di Leo (a cura di Davide Magnisi e Michele Falcone, Edizioni dal Sud, 2017), Ennio De Concini. Storie di un italiano (a cura di Christian Uva, Edizioni di Bianco e Nero, 2017), Romana Film. Fortunato Misiano e la sua avventura nel cinema (a cura di Steve Della Casa, Edizioni di Bianco e Nero, 2017), Luigi Zampa. Dalla parte del pubblico (a cura di Orio Caldiron e Paolo Speranza, Cinemasud, 2018), Il cinema di Francesco De Robertis (a cura di Massimo Causo, Edizioni dal Sud, 2018), Ieri, oggi e domani. Il cinema di genere in Italia (a cura di Pedro Armocida e Boris Solazzo, Marsilio, 2019).
Ha collaborato inoltre alla nuova edizione del Dizionario del cinema italiano. I film vol. IV-IV (di Roberto Poppi e Mario Pecorari, Gremese Editore, 2009 e 2013), alla “mostra virtuale” sulla censura, promossa dalla Direzione Generale per il cinema del Mibac in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia e la Cineteca Nazionale, con il saggio Il cinema “vietato ai minori” tra petizioni popolari e commissioni censura, e alla monografia Titanus. Cronaca familiare del cinema italiano (a cura di Sergio M. Germani, Simone Starace, Roberto Turigliatto, Edizioni Sabinae, 2014).
Roma a Palazzo Bonaparte la mostra CENTO CAPOLAVORI di Edvard Munch fino al 2 giugno 2025
Sono passati decenni dall’ultima mostra dedicata a Edvard Munch a Roma; sebbene sia uno degli artisti più amati nel mondo – l’unico ad avere “generato” un emoticon con la sua opera più nota, /L’Urlo/ –, è anche uno degli artisti più difficili da vedere rappresentato nelle mostre perché la quasi totalità delle sue opere sono custodite al Munch Museum di Oslo che, eccezionalmente, ha acconsentito ad un prestito senza precedenti.
Luogo: Palazzo Bonaparte
Indirizzo: Piazza Venezia 5
Orari: dal lunedì al giovedì 9.00 – 19.30 venerdì, sabato e domenica 9.00 – 21.00 (la biglietteria chiude un’ora prima)
Curatori: Patricia G. Berman in collaborazione con Costantino D’Orazi
Costo del biglietto: Open € 22,00 Intero € 18,00 Ridotto € 17,00
“Con la mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo significato,ma anche di aiutare gli altri a comprendere la propria vita”
Edvard Munch
E così a PALAZZO BONAPARTE di ROMA sarà possibile ammirare CENTO CAPOLAVORI di Edvard Munch, tra cui le iconiche /La morte di Marat/ (1907), /Notte stellata/ (1922–1924), /Le ragazze sul ponte/ (1927), /Malinconia/ (1900–1901), /Danza sulla spiaggia (1904),/ nonché una delle versioni litografiche de /L’Urlo/ (1895).
La mostra, che ha avuto una precedente tappa a Palazzo Reale di Milano dove ha registrato un record assoluto di visitatori, racconta l’intero percorso artistico di Munch, dai suoi esordi fino alle ultime opere, attraversando i temi a lui più cari, collegati gli uni agli altri dall’interpretazione della tormentata essenza della condizione umana.
La mostra /MUNCH. IL GRIDO INTERIORE/ è prodotta e organizzata da ARTHEMISIA.
/“Siamo onorati ed orgogliosi di aver potuto realizzare questo grandioso progetto/ – commenta IOLE SIENA, Presidente di Arthemisia – /in collaborazione col Munch Museum di Oslo. Munch mancava da molti decenni in Italia e il grande successo riscosso nella prima tappa a Milano ci ha confermato quanto grande sia l’amore del pubblico verso questo artista immenso, capace di darci emozioni fortissime.”/
La mostra, curata da PATRICIA G. BERMAN, una delle più grandi studiose al
mondo dell’artista, con la collaborazione scientifica di COSTANTINO
D’ORAZIO, è realizzata in collaborazione col MUSEO MUNCH DI OSLO.
/Main partner/ della mostra è FONDAZIONE TERZO PILASTRO –
INTERNAZIONALE, con Poema.
La mostra gode del patrocinio del MINISTERO DELLA CULTURA, della REGIONE
LAZIO, del COMUNE DI ROMA – ASSESSORATO ALLA CULTURA, della REALE
AMBASCIATA DI NORVEGIA A ROMA e DEL GIUBILEO 2025 – DICASTERO PER
L’EVANGELIZZAZIONE.
La mostra vede come /sponsor/ GENERALI VALORE CULTURA e STATKRAFT, /special
partner/ RICOLA, /mobility partner/ ATAC e FRECCIAROSSA TRENO UFFICIALE,
/media partner/ LA REPUBBLICA, /hospitality partner/ HOTEL DE RUSSIE e
HOTEL DE LA VILLE, /sponsor tecnico/ FERRARI TRENTO e /radio partner/
DIMENSIONE SUONO SOFT.
Ad arricchire la mostra, è previsto un ricco palinsesto di eventi che coinvolgerà diverse realtà culturali della città e che andrà ad approfondire la figura dell’artista e ad espandere i temi delle sue opere.
EDVARD MUNCH (NORVEGIA, 1863 – 1944) Tra i principali artisti simbolisti del XIX secolo e anticipatore dell’Espressionismo, artista dalla vita segnata da grandi e precoci dolori, Munch fin da subito è stato in grado di instaurare col suo spettatore un’immediata empatia, facendo percepire, oltre che vedere, la sofferenza e l’angoscia raffigurate. La perdita prematura della madre a soli 5 anni e della sorella, la morte del padre e la tormentata relazione con la fidanzata Tulla Larsen sono stati il materiale emotivo primigenio sul quale l’artista ha cominciato a tessere la sua poetica, la quale si è poi combinata in maniera originalissima, grazie al suo straordinario talento artistico, con la sua passione per le energie sprigionate dalla natura. I suoi volti senza sguardo, i paesaggi stralunati, l’uso potente del colore, la necessità di comunicare dolori indicibili e umanissime angosce sono riusciti a trasformare le sue opere in messaggi universali e Munch uno degli artisti più iconici dell’Ottocento. Sgomento, visioni, violenza emotiva si tradussero in immagini potenti, dall’emotività a volte diretta, altre soffocata, reiterate con l’intento ossessivo di riprodurre il più fedelmente possibile l’impressione delle scene incise nella memoria. Munch è uno degli artisti che ha saputo meglio interpretare sentimenti, passioni e inquietudini della sua anima, comunicandoli in maniera potente e diretta. Plasmato inizialmente dal naturalista norvegese Christian Krohg, che ne incoraggiò la carriera pittorica, negli anni Ottanta del Novecento si recò a Parigi dove assorbì le influenze impressioniste e postimpressioniste che gli suggerirono un uso del colore più intimo, drammatico ma soprattutto un approccio psicologico. A Berlino contribuì alla formazione della Secessione Berlinese e nel 1892 si tenne la sua prima personale in Germania, che fu reputata scandalosa: da quel momento in poi Munch viene percepito come l’artista eversivo e maledetto, alienato dalla società, un’identità in parte promossa dai suoi amici letterati. A metà degli anni Novanta del XIX secolo si dedicò alla produzione di stampe e, grazie alla sua sperimentazione, divenne uno degli artisti più influenti in questo campo. La sua produttività e il ritmo serrato delle esposizioni lo porteranno a ricoverarsi volontariamente nei sanatori a partire dalla fine degli anni Novanta del XIX secolo. Relazioni amorose dolorose, un traumatico incidente e l’alcolismo – vivendo la vita “sull’orlo di un precipizio” – lo portarono a un crollo psicologico per il quale cercò di recuperare in una clinica privata tra il 1908 e il 1909. Dopo aver vissuto gran parte della sua vita all’estero, l’artista quarantacinquenne tornò in Norvegia, stabilendosi al mare, dipingendo paesaggi e dove iniziò a lavorare ai giganteschi dipinti murali che oggi decorano la Sala dei Festival dell’Università di Oslo. Queste tele, le più grandi dell’Espressionismo in Europa, riflettono il suo sempre vivo interesse per le forze invisibili e la natura dell’universo. Nel 1914 acquistò una proprietà a Ekely, Oslo, dove, da celebre artista internazionale, continuò il suo lavoro sperimentale fino alla morte, avvenuta nel 1944, appena un mese dopo il suo ottantesimo compleanno.
LA MOSTRA Nel corso della sua lunga vita Edvard Munch realizzò migliaia di stampe e dipinti. Essendo tanto un uomo d’immagini quanto di parole, riempì fogli su fogli di annotazioni, aneddoti, lettere e persino una sceneggiatura per il teatro. L’esigenza di comunicare le proprie percezioni, il proprio ‘grido interiore, lo accompagnò per tutta la vita, e proprio questa attitudine è stato il motore della sua pratica come artista, che ha toccato tanto temi universali – come la nascita, la morte, l’amore e il mistero della vita – quanto i disagi psichici necessariamente connessi all’esistenza umana – le instabilità dell’amore erotico, il disagio prodotto dalle malattie fisiche e mentali e il vuoto lasciato dalla morte.
Questa mostra ruota attorno al ‘grido interiore’ di Munch, al suo saper costruire, attraverso blocchi di colore uniformi e prospettive discordanti, lo scenario per condividere le sue esperienze emotive e sensoriali: un processo creativo che sintetizza ciò che l’artista ha osservato, quello che ricorda e quanto ha caricato di emozioni.
Altre opere, invece, cercano di immortalare le forze invisibili che animano e tengono insieme l’universo. L’inizio della sua carriera coincide infatti con cambiamenti radicali nello studio della percezione: alla fine dell’Ottocento è in corso un dibattito tra scienziati, psicologi, filosofi e artisti sulla relazione tra quello che l’occhio vede direttamente e come i contenuti della mente influiscono sulla nostra vista. Il suo interesse per le forze invisibili che danno forma all’esperienza, condizionerà le opere che lo rendono uno degli artisti più significativi della sua epoca. Precursore dell’Espressionismo e persino del Futurismo del XX secolo nella sua esplorazione delle forze impercettibili, oggi continua a “parlare” alle visioni interiori e alle preoccupazioni anche di noi, uomini e donne dell’età moderna. Nelle sue creazioni Munch punta a rendere visibile l’invisibile.
Alessandro Moriconi – MATEMATICA E POESIA – Dalle addizioni all’identità di Eulero
Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Descrizione del libro-Matematica e poesia sono due discipline apparentemente molto distanti ma che, a ben guardare, si nutrono delle stesse passioni: la sintesi a cui l’una è costretta e a cui sempre l’altra si appella, le regole alle quali la prima è per definizione sottoposta e a cui la seconda piace costringersi, ma anche le emozioni che generano in chi le frequenta da attore o da spettatore, e l’ambizione di rappresentare la realtà nella consapevolezza che non viene loro richiesto di essere vere. È l’idea di contaminazione tra due discipline dal volto così diverso che ha guidato Alessandro Moriconi nella composizione di questa raccolta di sonetti in romanesco che, celebrando il matrimonio tra matematica e poesia, rivisitano molti concetti della scienza dei numeri con l’efficacia del dialetto della Città Eterna. Un progetto audace quanto naturale, nato dal desiderio di un matematico-poeta di sottolineare quanto sia fantastica la razionalità della matematica e razionale la fantasia della poesia. Un libro da gustare con il cuore e con la mente.
Editore Gruppo Albatros Il Filo
Collana Nuove voci I saggi
Recensione
Alessandro Moriconi – MATEMATICA E POESIA
-Fonte –OnlineNew
Premessa. Odio la matematica, mi annoia la poesia. L’accostamento tra i due elementi? Curioso, un gioco intellettuale. Per carattere e mestiere non rifiuto a priori alcuna esperienza. E apro una parentesi personale. Stavo curiosando tra i libri della libreria che ho scelto di frequentare da anni, quando con la coda dell’occhio colgo l’avvicinarsi di una persona con un libro in mano. Ho la mente allenata, fotografa la copertina e contemporaneamente la rivedo assieme ad altre, tutte uguali, esposte in un corner. E’ tutto chiaro, il signore in questione è l’autore in persona. Mi vuole presentare il suo lavoro. Lo ascolto con educazione, poi lo anticipo e mi presento. L’argomento del libro in questa fase è prematuro, mi interessa l’approccio. E’ un gesto di coraggio, va recepito in modo positivo. Mi è già capitato. Sono già pronto a prescindere a prendere in carico l’opera e a sfidarne l’autore: se mi convince lo recensisco sul mio giornale. Nessuna valutazione preconcetta.E l’ opera “Matematica e Poesia” di Alessandro Moriconi, sicuramente originale, non è di mio interesse. Come ho già detto non mi fanno fremere i due elementi separati, l’accostamento voluto o fortuito mi lascia indifferente. Ma Moriconi non è un aspirante scrittore, è un matematico dell’Istituto di ingegneria del mare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Inm) e divulgatore scientifico. E questo accende il mio interesse. Scopriamo anche di avere conoscenze comuni. Ma non mi chiedete di leggere i sessanta “Sonetti matematici” contenute nel libro. Mi spiega che il libro è una raccolta di 60 sonetti in dialetto romanesco che trattano altrettanti argomenti matematici, ognuno dei quali è anticipato da un disegno e da un’introduzione tecnico-storica, che facilita la comprensione dei versi. Le regole usate sono quelle dettate dalla grammatica stilata dall’Accademia Romanesca, aggiunge (arabo per me), che sostanzialmente si ispira alla poesia del Trilussa. Onore al merito, all’impegno, alla fantasia. Lo scrittore è più interessante del libro. E probabilmente proprio per questo il libro va letto e tenuto su uno scaffale della libreria nello studio. Qualcuno lo noterà e lo sfoglierà incuriosito. Un bel successo. Moriconi è un matematico, dicevo, e da 35 anni svolge l’attività di divulgazione scientifica. Ma la passione per le discipline umanistiche lo porta a contaminazioni con altri mondi, a teatro e poesia. Il passo per approdare ai sonetti in romanesco è breve, ma il tentativo di avvicinare i due elementi di cui si parla resta forzato. Più interessante è quello che si può definire un “retrogusto” culturale. Lo scoprire che matematica e poesia hanno cose in comune, la sintesi, le regole, in qualche modo le emozioni (dal rabbioso rifiuto al piacere intellettuale), una concreta astrazione. Si può raccontare la matematica in versi ( in dialetto per di più)? Secondo l’autore è lecito e possibile Gli argomenti matematici trattati spaziano dalle semplici addizioni a concetti più complessi di geometria, di analisi matematica, di insiemistica o di statistica, senza dimenticare temi imprescindibili come ad esempio la filosofia che ha accompagnato per secoli i cosiddetti solidi Platonici. E non mancano alcuni elementi di logica matematica che avvicinano il lettore al concetto di paradosso, uno dei princìpi cardine del lavoro svolto dal più grande logico del Novecento Kurt Gödel. Scoprire la razionalità della matematica attraverso la comunicatività della poesia, è possibile. Provare per credere
Lina Schwarz nacque a Verona il 20 marzo 1876. Fu maestra e poetessa, autrice di molti libri di rime e filastrocche per bambini.Fu una poliedrica donna, colta ed inserita nell’humus culturale dell’Europa del Novecento.Nel 1938, a causa delle leggi razziali, si trasferì da Milano (dove abitava con la famiglia) prima ad Arcisate e poi a Brissago in Svizzera.Fu traduttrice dell’opera dei Rudolf Steiner, portando così il suo pensiero in Italia.In moltissimi libri scolastici del ‘900 apparvero in forma anonima sue poesie e filastrocche di Lina Schwarz. Queste divennero un vero e proprio patrimonio comune tanto che spesso, ancora oggi, sono considerati testi della tradizione popolare.
LINA SCHWARZ
Quanti di voi conoscono la tradizionale “Stella Stellina”?
Stella stellina
La notte s’avvicina
La fiamma traballa
La mucca è nella stalla
La mucca e il vitello
La pecora e l’agnello
La chioccia e il pulcino
Ognuno ha il suo bambino
Ognuno ha la sua mamma
E tutti fan la nanna
In cima a un albero
c’è un uccellino
di nuovo genere…
che sia un bambino?
Felice e libero
saluta il sole
canta, s’arrampica,
fa quel che vuole.
Ma inesorabile
il tempo vola:
le foglie cadono…
si torna a scuola!
La bambola dimenticata
La bimba dorme nel suo lettino,
dorme tranquilla, sogna beata…
E la sua bambola, fuori in giardino,
sta sola sola dimenticata.
Piove a dirotto tutta la notte…
Povera bambola, che infreddatura!
Star lì inzuppata, con l’ossa rotte,
liquefacendosi per la paura.
Ma quella bimba, poi, domattina,
quanti rimproveri farsi dovrà,
quando la cara sua bambolina,
in quello stato ritroverà!
C’è una bimba che spazza davanti alla sua porta:
La bimba è piccola, e la granata è corta:
la neve è tanta tanta che copre la città,
a spazzarla via tutta chi mai ci arriverà?
Ci arriveremo tutti, se ognuno spazza un po’…
la bimba è piccolina, ma fa quello che può.
Quanti giocattoli
Quanti giocattoli
nelle vetrine!
Tutti si fermano
bimbi e bambine.
Ma si divertono
solo a vedere,
san già che tutto
non si può avere!
Povero babbo! Stanco, scalmanato,
tutte le sere torna dal lavoro,
ma per cantar la nanna al suo tesoro
ha sempre un po’ di forza e un po’ di fiato.
Lina Schwarz nacque a Verona il 20 marzo 1876.Si trasferì a Milano nel 1886 con la famiglia (ebrei di origine ungherese) che esercitava attività commerciale e fin dall’adolescenza si interessò a temi filosofici, pedagogici e a tematiche sociali.
Le notizie sulla vita di Lina Schwarz non sono molte e sono spesso abbastanza vaghe.
Al termine della prima guerra mondiale si fece promotrice in Italia dell’antroposofia di Rudolf Steiner che incontrò più volte e delle cui opere fu traduttrice, soprattutto per quanto riguarda conferenze e saggi. Tradusse anche Cronache dell’Akasha e I Punti essenziali della questione sociale.
Insieme a Lavinia Mondolfo fondò la scuola antroposofica di Milano “Leonardo Da Vinci” e nel 1923 rappresentò l’Italia, insieme a Emmelina Sonnino De Renzis, al figlio di lei Giovanni Antonio Colonna duca di Cesarò, ad Alcibiade Mazzarelli e Lamberto Caffarelli al “Convegno di Natale” a Dornach che fu l’evento di fondazione della società antroposofica universale.
Nel 1904 pubblicò il suo primo libro di poesie per bimbi che ebbe grande successo. Già nel 1910 tante sue poesie erano diventate canzoncine per bambini musicate da Oddone e pubblicate da Ricordi. Nel 1935 fu Nino Rota a musicare alcune poesie per bambini della Schwarz. Bemporad ne fece numerose edizioni e la collaborazione con la scrittrice si estese al «Giornalino della domenica» famoso periodico di Vamba.
La sua attività di filantropa si estrinsecò attraverso varie associazioni come l’Unione Femminile, La Fraterna, che seguiva le bambine nella lettura e nei momenti ricreativi, e l’Associazione Scuola famiglia che sosteneva economicamente le famiglie di alunne disagiate.
Guerra, bombardamenti e persecuzioni razziali la indussero a trasferirsi ad Arcisate in provincia di Varese e, da qui, per evitare la recrudescenza della ricerca degli ebrei da deportare in Germania, riuscì a riparare in Svizzera, a Brissago. Rientrata in Italia nel 1945 rimase ad Arcisate dove morì il 24 novembre 1947.
Nel 1963 fu intitolata al suo nome la locale scuola elementare.
Fonti:
I. Drago: La poesia per ragazzi in Italia, Firenze, 1971.
G. De Turris: Esoterismo e fascismo, Roma 2006.
S. Fava: Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, Milano 2004.
Il 2025 al MAXXI: i progetti e le nuove mostre in programma a Roma e L’Aquila-
L’arte al MAXXI di Roma e L’Aquila la relazionale di Nicolas Bourriaud, le monografiche di Rosa Barba e Douglas Gordon, un omaggio al mitico Andrea Pazienza: le mostre e i progetti del 2025 al MAXXI di Roma e L’Aquila –
Una programmazione ambiziosa e interdisciplinare, tra arte, architettura, design e fotografia, per celebrare il quindicesimo anniversario: per il 2025, il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo rilancia il suo ruolo di laboratorio della contemporaneità, con un ricco palinsesto di mostre e iniziative che spaziano dalle ricerche sui linguaggi visivi del presente alle riletture della storia dell’arte recente, dalle teorie relazionali di Nicolas Bourriaud, alle sperimentazioni di artisti come Rosa Barba e Douglas Gordon.
MAXXI Roma
MAXXI Roma
«Il MAXXI si presenta come uno spazio pluralista per affrontare temi attuali e internazionali. In occasione del suo quindicesimo anniversario, il museo ospiterà importanti mostre personali e progetti collettivi, invitando a riflettere sulle istanze della contemporaneità al di là dei confini delle singole discipline», ha raccontato Francesco Stocchi direttore del MAXXI. «Un ricco programma che prende avvio dalle mostre per offrire approfondimenti e il dialogo, nell’era odierna della tecnologia innovativa, delle conversazioni civiche e delle emergenze ambientali. La realtà va più in fretta dell’arte ma è proprio l’arte che costruisce il domani».
Il 2025 vedrà passa avanti anche per il progetto di ampliamento del Museo: in autunno partiranno i lavori per la realizzazione del nuovo edificio multifunzionale e sostenibile e del nuovo parco fronte via Masaccio. Entro la fine dell’anno, sarà pronta un’ampia area verde, con alberi e la cavea green che farà da quinta scenica alla piazza Alighiero Boetti. Tra le altre novità, un progetto per lo sviluppo di un “assistente virtuale” basato su AI.
«Il 2025 apre nuove prospettive per un MAXXI in continua evoluzione. Arte, architettura, design, fotografia e pensiero critico si intrecciano per ridefinire i confini del possibile, mentre ogni progetto diventa un’occasione per esplorare nuovi orizzonti e tracciare traiettorie inedite, favorendo il dialogo tra discipline, culture e idee contemporanee. In questo spazio dinamico e in divenire, il futuro si immagina, si costruisce e si espande», ha dichiarato Emanuela Bruni, Consigliera reggente Fondazione MAXXI.
Arte, architettura, design
Si inizia il 18 aprile, con Something in the Water, un’esposizione curata dall’artista Oscar Tuazon che esplora l’acqua come metafora di resistenza, metamorfosi e connessione. Le opere esposte, firmate da artisti come Christo, Matthew Barney e Nancy Holt, propongono una riflessione sull’acqua come territorio condiviso e elemento di costante mutamento. La mostra si inserisce nel più ampio progetto Water School di Tuazon, in cui l’arte si espande oltre il museo, diventando strumento di collaborazione e attivazione sociale.
Sempre dal 18 aprile, il MAXXI affronta l’evoluzione dell’architettura con STOP DRAWING: Architettura oltre il disegno, a cura di Pippo Ciorra. Il disegno, strumento essenziale della progettazione architettonica, è qui messo in discussione alla luce dell’avvento di tecnologie digitali, pratiche artistiche e attivismo politico. La mostra, con opere di Carlo Scarpa, Aldo Rossi e Frida Escobedo, racconta la trasformazione della disciplina nel XX e XXI secolo, interrogandosi sul suo futuro.
Dal 23 maggio, il design trova spazio al MAXXI con Nacho Carbonell. Memory, in practice, prima edizione del programma ENTRATE, dedicato alla progettualità contemporanea. L’installazione dell’artista spagnolo Nacho Carbonell trasforma la hall del museo in uno spazio immersivo, dove un grande albero luminoso invita alla partecipazione e alla condivisione, sottolineando il ruolo del design nella costruzione di ambienti relazionali.
Dal 30 maggio, il MAXXI presenta STADI. Architettura e mito. La mostra, curata da Manuel Orazi, Fabio Salomoni e Moira Valeri, analizza l’evoluzione degli impianti sportivi come fenomeni architettonici e sociali, simboli di identità collettiva e cambiamento urbano, proponendo un confronto tra progetti italiani e internazionali e includendo opere d’arte e riferimenti alla cultura popolare.
MAXXI Roma
Douglas Gordon: il cinema come installazione
Sempre dal 30 maggio, per le attività organizzate dal Dipartimento Arte, diretto ad interim da Monia Trombetta, la galleria 5 ospita Douglas Gordon. Pretty much every film and video work from about 1992 until now, una retrospettiva monumentale che riunisce 30 anni di produzione dell’artista scozzese. L’esposizione, concepita come un’installazione immersiva, permette una fruizione non lineare delle opere, tra cui il celebre 24 Hour Psycho (1993) e The End of Civilisation (2012), confermando Gordon come uno dei massimi esponenti della videoarte.
30 anni di Arte Relazionale
Dal 31 ottobre, il MAXXI dedica una grande mostra all’Arte Relazionale con 1+1. The relational years, curata da Nicolas Bourriaud, teorico del movimento. A 30 anni dalla sua formulazione, l’Estetica Relazionale viene riletta attraverso le opere di artisti come Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan, Dominique Gonzalez-Foerster, Carsten Höller, Pierre Huyghe, Philippe Parreno, Rirkrit Tiravanija, tra gli altri, offrendo una panoramica sulla sua influenza nella scena artistica contemporanea.
Rosa Barba: una partitura da attivare
Concepita come una lunga passeggiata immersiva grazie a un display ideato dalla stessa Rosa Barba, la mostra, in apertura dal 28 novembre, presenterà una vasta selezione di lavori dell’artista siciliana, tra cui alcuni inediti, in una prospettiva cinematografica e scultorea. Le opere, attivate seguendo una specifica partitura durante gli orari di apertura del museo, instaureranno con il pubblico relazioni inusuali. L’industria cinematografica e la sua messa in scena plastica – la luce, le pellicole e le macchine in movimento – sono temi cruciali per Rosa Barba, che crea installazioni e “opere filmiche” a metà tra documentario sperimentale e narrativa di finzione, tra memoria e incertezza.
Focus: esperienze storiche da ricordare
Dal 30 maggio 2025, inoltre, il MAXXI presenterà In viaggio per l’arte. La Galleria Pieroni 1975-1992, a cura di Stefano Chiodi, che ripercorre la storia della galleria attraverso il suo archivio, acquisito dal museo nel 2022. Da Pescara a Roma, la galleria ha esposto artisti come Fabro, Kounellis, Merz, Boetti, Richter e Pistoletto. Nello stesso giorno inaugura Classicismo e modernità nel Foro Italico di Enrico Del Debbio, che esplora l’uso simbolico del marmo nelle opere dell’architetto, con un focus sul suo lavoro per il Foro Italico e una rilettura visiva di Begoña Zubero.
Dal 19 settembre, omaggio a Elisabetta Catalano con l’acquisizione di 16 nuove stampe nella Collezione MAXXI, accompagnata da incontri con l’Archivio Catalano. Nella stessa data, Nicola Di Giorgio. Calcestruzzo, curata da Simona Antonacci, approfondisce il progetto vincitore del Premio Graziadei 2022, che riflette sull’impatto del calcestruzzo nel paesaggio italiano.
Dal 28 novembre, il centenario di Luigi Pellegrin viene celebrato con Prefigurazioni per Roma, una selezione di disegni che esplorano la sua visione urbanistica tra utopia e infrastruttura. Contestualmente, Segno. Dentro l’archivio di una rivista, curata da Paolo Balmas, analizza i 50 anni della storica testata d’arte contemporanea, il cui archivio è ora parte del museo.
MAXXI L’Aquila: omaggio a PAZ
Appuntamenti in calendario anche per la sede del MAXXI L’Aquila. Dal 6 giugno, True Colors. Tessuti, movimento, colori e identità, la grande mostra che animerà fino al 16 novembre Palazzo Ardinghelli, con opere realizzate dal 2000 che utilizzano il tessuto. Curata da Monia Trombetta con Chiara Bertini, Fanny Borel, Donatella Saroli e Anne Palopoli per le performance, la mostra presenta opere processuali, installazioni immersive e site-specific provenienti dalla collezione del MAXXI in dialogo con opere in prestito e nuove produzioni realizzate da artisti internazionali. L’ispirazione è rafforzata dal contesto culturale abruzzese nel quale l’arte tessile ha radici antiche nell’ambito dell’economia agropastorale e del virtuoso artigianato.
MAXXI L’Aquila: omaggio a PAZ
La mostra sarà anticipata, nel mese di maggio, da Towards Tomorrow di Kaarina Kaikkonen, potente e poetica installazione allestita nella corte a esedra di Palazzo Ardinghelli, e attivata grazie alla partecipazione dei cittadini che vogliano condividere parte del proprio vissuto attraverso la donazione di abiti usati.
Il 5 dicembre aprirà invece Andrea Pazienza. La matematica del segno, che anticipa la monografica con cui il MAXXI di Roma, nel 2026, celebrerà il settantesimo del mitico fumettista. Il progetto espositivo vuole essere un omaggio al talento di Andrea Pazienza e alla sua influenza nell’arte e nella cultura italiana, celebrando il legame speciale dell’artista con l’Abruzzo, dove trascorse gli anni della giovinezza e della formazione. Curata da Giulia Ferracci e Oscar Glioti, la mostra sarà scandita da circa 40 opere grafiche e pittoriche realizzate ad acquarello, china e pennarello, proponendo alcune tavole centrali per descrivere la struttura compositiva adottata dall’autore nei suoi fumetti.Inizio modulo
CITTADUCALE- chiesa sommersa Santa Maria di San Vittorino
CITTADUCALE- chiesa sommersa Santa Maria di San Vittorino
La chiesa di Santa Maria di San Vittorinola si vuole sorta sui resti di un tempio pagano, sul luogo dove fu martirizzato San Vittorino, e nasce dalla radicale ristrutturazione di una chiesa più antica operata dai vescovi de Padilla e Quintavalle, tra il 1606 e il 1613, per mano del mastro lombardo Antonio Trionfa di Domodossola “de villa Roscie de Val de Premia”, definito nei documenti scarpellinus. L’imponente chiesa, a croce greca, un tempo coperta da volte e piccola cupola centrale, è scandita in altezza da un alto cornicione che corre per tutto il perimetro interno. È ora uno scenografico rudere invaso dall’acqua: la chiesa venne infatti costruita tra due sorgenti ma, agli inizi dell’800, il loro spostamento andò a coincidere con l’area interna dell’edificio. I crolli più importanti si verificarono negli anni ottanta del ’900. La Salaria gli corre alle spalle, e la bella facciata barocca in travertino, rivolta a est, guarda la piana: è articolata in uno pseudo pronao lievemente aggettante, e aperta da tre portali, mentre il timpano di coronamento è crollato. Si legge la data del 1608 sul portale centrale, e quella del 1613 sul fregio del cornicione che divide la fronte in due ordini. L’edificio è ormai fuori asse e semisommerso per circa due metri e mezzo.
CITTADUCALE- chiesa sommersa Santa Maria di San Vittorino
La chiesa di Santa Maria in Vittorino, meglio nota come chiesa di San Vittorino, è un edificio religioso diroccato situato nei pressi delle Terme di Cotilia, nel comune di Cittaducale in provincia di Rieti. È nota anche come “la chiesa sommersa”, “la chiesa nell’acqua” o “la chiesa che sprofon da”.Descrizione
La chiesa si trova al km 88,1 della Via Salaria, nella piccola frazione San Vittorino del comune di Cittaducale, a breve distanza dalle Terme di Cotilia.
È posta all’interno della Piana di San Vittorino (da cui prende il nome di Santa Maria “in Vittorino”): un territorio dove si trovano molte sorgenti mineralizzate e sono frequenti fenomeni carsici come i sinkhole (sprofondamenti improvvisi del terreno).
L’edificio è diroccato, non ha più il tetto ed è parzialmente sprofondato nel terreno. Sono ancora in piedi le mura perimetrali e in particolare la monumentale facciata in calcare giallo.[1] Il suo interno è allagato da una sorgente sotterranea che sgorga nel pavimento, con l’acqua che defluisce per mezzo del portale d’ingresso nella campagna circostante.
L’interno, a tre navate, ospitava diverse opere d’arte. Tra queste sopravvivono un bassorilievo dell’Annunciazione e una fonte battesimale (entrambi risalenti al XIV secolo e conservati nella cattedrale di Cittaducale),[2] un affresco (conservato al museo diocesano di Rieti) e l’altare in pietra (collocato nel cortile del centro anziani di Cittaducale).[1]
Storia
Il tempio pagano
La piana di San Vittorino, per via degli evidentissimi fenomeni carsici che vi avvengono, nell’antichità era considerata punto di accesso agli inferi e pertanto era sin da allora un luogo di pellegrinaggio e di devozione. Infatti già in epoca preromana i Pelasgi e i Sabini, forse testimoni dell’impressionante sprofondamento che diede origine al Lago di Paterno, ritenevano quel territorio sacro e vi compivano sacrifici. La zona mantenne la sua sacralità anche presso i romani (tanto che Varrone la definì Umbilicus Italiae), e in tale epoca acquisì ulteriore importanza grazie allo sfruttamento delle sorgenti nell’impianto termale di Cutilia.
In epoca romana, al posto dell’attuale chiesa, si trovava un tempio dedicato alle ninfe dell’acqua,[2] sorto nei pressi di una sorgente considerata sacra.
La tradizione pagana della sacralità di tale sorgente non finì con l’avvento del cristianesimo ed è sopravvissuta fino ai giorni nostri: ancora oggi gli abitanti del luogo venerano una madonna ospitata in un’edicola sulla parete esterna della chiesa diruta, e attribuiscono miracolosi poteri curativi all’acqua che sgorga dal pavimento.[3]
La costruzione della chiesa
L’edificazione della chiesa sui resti dell’antico tempio pagano si deve al fatto che, proprio in quel luogo, nel 96 d.C. subì il martirio san Vittorino di Amiterno.[1] Il santo fu appeso a testa in giù su una sorgente sulfurea e morì dopo tre giorni, avvelenato dalle emissioni gassose di acido solfidrico provenienti dalla fonte.[4]
Sembra che, già nel IV secolo, nel luogo del martirio del santo sorgesse una piccola cripta, che per un certo periodo ospitò il sepolcro del santo;[4] nel secolo successivo il suo corpo fu trafugato e trasportato nella chiesa di San Michele Arcangelo, ad Amiterno.[4] La piccola cripta lasciò il posto ad una chiesa vera e propria solo diversi secoli più tardi, tra il Trecento e il Quattrocento; è in quel periodo che fu eretta la chiesa di San Vittorino.[2]
L’aspetto attuale della chiesa risale a dei lavori di ampliamento che, come riporta un’iscrizione ancora leggibile sulla facciata, iniziarono nel 1608 e furono completati nel 1613.[2] L’intervento di rifacimento fu voluto dal vescovo di Cittaducale, Pietro Paolo Quintavalle,[1] ed è attribuito da alcuni all’architetto romano Giovanni Battista Soria[5] mentre da altri al domese Antonio Trionfo.[4] Divenne in breve tempo una delle più importanti chiese di Cittaducale.[2]
Tuttavia nell’Ottocento il terreno su cui era stata costruita iniziò a sprofondare e una sorgente sotterranea emersa dal pavimento allagò la chiesa, che pertanto dovette essere abbandonata.[2] L’improvviso sinkhole fu dovuto alla superficialità della falda nel terreno dove la chiesa fu fondata (posta a soli 90 cm dal piano di campagna),[6] e probabilmente innescato dal terremoto del 1703.[7]
Dopo oltre un secolo di abbandono, il terremoto del 1979 causò il crollo del tetto della chiesa. Nel gennaio del 1988 la provincia di Rieti avviò l’esecuzione di lavori urgenti per rallentare l’inabissamento ed evitare ulteriori crolli.[8] All’intervento doveva seguire il recupero completo dell’edificio, che tuttavia non venne mai eseguito. La chiesa è tuttora abbandonata e continua lentamente a sprofondare.
Nel cinema
Per il carattere suggestivo e surreale del luogo, nel 1983 il regista sovietico Andrej Tarkovskij lo scelse per girare una scena del film d’essaiNostalghia. Nella scena il protagonista, dopo un lungo vagabondare solitario, entra nella chiesa dove incontra una bambina e riflette sul valore della felicità, tra la lettura di un libro e bicchieri di liquore; infine il protagonista incendia il libro e si addormenta nella chiesa.[9]
· Andrea Del Vescovo, San Vittorino di Amiterno, su enrosadira.it. URL consultato il 19 agosto 2017.
^Storia di Cittaducale, su webalice.it. URL consultato il 10 giugno 2017 (archiviato dall’url originale il 20 maggio 2017).
^Prone area: Piana di Cotilia – Peschiera, su Italiav Web Sinkhole Database, 31 agosto 2011. URL consultato il 6 luglio 2016 (archiviato dall’url originale il 15 ottobre 2012).
^ Giuseppina Giangrande, Una liberata, un’altra ingabbiata (PDF), in Frontiera, n. 2, Diocesi di Rieti, 16 gennaio 1988, p. 24. URL consultato il 31 maggio 2020.
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La sarda NINETTA BARTOLI fu la prima sindaca d’Italia
Il costume è quello del giorno della festa. Il corpetto bianco con le maniche a sbuffo, la lunga gonna a pieghe ricamata di fiori e il velo, a incorniciare un viso fiero.La sarda Ninetta Bartoli, prima sindaca d’Italia, si fa ritrarre così, nell’abito della tradizione, da solenne investitura.Una mano appoggiata sul fianco e occhi che guardano lontano, a quella scelta che nessuna prima di lei aveva fatto: governare il suo piccolo paese. Alle elezioni dell’Aprile 1946, si presenta come candidata sindaco. Con l’89% delle preferenze, conquistando 332 voti su 371, sbaraglia gli uomini avversari e viene eletta. È votata a furor di popolo, un vero e proprio plebiscito: diventa la prima sindaca della storia dell’Italia repubblicana.
NINETTA BARTOLI- La prima sindaca d’Italia
È mater familias che sulla sua carrozza gira tra Borutta e Sassari per conoscere sempre meglio il territorio che amministra e capire come intervenire per migliorare le cose. Fa costruire l’acquedotto, il sistema fognario e porta l’energia elettrica in paese: una rivoluzione che cambia per sempre Borutta, trasformandola da un povero paese fossilizzato nel passato a un moderno centro civilizzato. Grazie a lei si edificarono case popolari e la scuola. Anche i ruderi della chiesa e del Monastero di San Pietro di Sorres ritornarono all’antico splendore. E se le casse comunali non consentivano di coprire le spese, lei stessa non esitava ad attingere al suo patrimonio pur di realizzare le opere che aveva in mente.Governò Borutta per 12 anni fino al 1958.
NINETTA BARTOLI-La prima sindaca d’Italia
Biografia–Antonia Bartoli detta Ninetta (Borutta, 24 settembre1896 – Borutta, 1978) è stata una politicaitaliana, prima donna ad essere stata eletta sindaca in Italia– Nata da una famiglia nobile, Ninetta Bartoli (alcune fonti sostengono che avesse come secondo nome “Bartola”)[3] ebbe la possibilità di studiare presso l’istituto “Figlie di Maria” di Sassari, la scuola più esclusiva della città.
Avendo deciso di non volersi sposare e di rimanere nel suo paese, si avvicina all’ambiente culturale ecclesiastico locale dopo aver conosciuto il missionario Giovanni Battista Manzella.
Nel 1945, dopo la fine della guerra, divenne segretaria della sezione locale della Democrazia Cristiana. L’anno successivo, quando decise di candidarsi alla carica di sindaco, venne sostenuta dai membri più importanti della DC provinciale, principalmente dalla famiglia Segni.
Vinse le elezioni del 1946 con l’89% dei consensi, 332 voti su 371.[3] A partire da quel momento, restò in carica per 12 anni, fino al 1958, quando il suo partito smise di sostenerla.[7]
Il giorno del suo insediamento scelse di farsi fotografare con indosso il costume tradizionale di Borutta, quello utilizzato nelle occasioni importanti.[8]
Nel corso del suo mandato fece costruire le prime case popolari, le scuole elementari, l’asilo, il cimitero, il Municipio, l’acquedotto e l’impianto fognario. Istituì una cooperativa per la raccolta del latte e per la produzione del formaggio, una casa di riposo, una cooperativa agraria e avviò tutta una serie di iniziative per offrire posti di lavoro qualificati alle donne. Si occupò anche del patrimonio artistico; il restauro del complesso monastico di San Pietro di Sorres avvenne per opera sua, con l’investimento di soldi appartenenti a lei e alla sua famiglia. A partire dal 1955, venne fatta arrivare in quello stesso monastero una comunità di monaci benedettini, l’unica in Sardegna dopo molti secoli.[1][3]
Morì nel 1978 nel suo paese, a Borutta, dopo aver continuato a lavorare per la comunità anche in seguito alla fine del proprio mandato e ruolo istituzionale. Il comune di Borutta le ha intitolato un premio, dedicato a tutte le donne che si sono contraddistinte in ambito sociale, politico, economico o che hanno partecipato al lavoro in generale.[5]
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