Descrizione-Le loro esperienze di vita e di scrittura erano molto diverse: Charlotte Brontë riservata, solitaria e anticonformista; Elizabeth Gaskell estroversa, ambiziosa e politicamente impegnata. Eppure, le due scrittrici vittoriane furono grandi amiche. Dopo la morte di Charlotte Brontë, avvenuta nel 1855, suo padre, il pastore Patrick Brontë, affidò proprio alla Gaskell il compito di scrivere una biografia veritiera sulla figlia, troppo spesso vittima di maldicenze e pregiudizi. Elizabeth Gaskell partì così sulle tracce della popolare scrittrice, componendo un’opera notevole per quantità e qualità, attingendo a lettere, intervistando quanti l’ave – vano conosciuta e arrivando fino a Bruxelles, dove nel 1842 Charlotte si era recata insieme alla sorella Emily per studiare la lingua francese. Ne emerge il ritratto di una donna che, andando controcorrente rispetto all’epoca vittoriana, seppe trovare le parole per dare voce alla propria esperienza, anche a costo di apparire «poco femminile» agli occhi dei contemporanei. Orfana di madre e con un padre «eccentrico», Charlotte crebbe in un villaggio sperduto tra le brughiere dello Yorkshire, in una casa di pietra grigia circondata dalle lapidi di un cimitero. Fin da piccola, grazie a un padre colto e all’avanguardia, assieme alle sorelle e al fratello fu avviata agli studi e incoraggiata a pensare con la propria testa. Un’educazione che un giorno l’avrebbe spronata a mettere mano alla penna per dare vita ad alcuni dei grandi capolavori della letteratura inglese, tra cui Jane Eyre, immediato successo all’epoca della sua pubblicazione e ormai classico intramontabile, che firmò con lo pseudonimo Currer Bell. Storia di una donna volitiva, ribelle e passionale, che fece della letteratura una ragione di vita, l’opera di Elizabeth Gaskell ha il pregio raro di una biografia di Charlotte Brontë composta da una scrittrice che occupa un posto di rilievo nel pantheon delle lettere inglesi.More
Aaron Edward Hotchner -Papà Hemingway. Racconti personali
– Pgreco editore-
Sinossi-“Aaron Edward Hotchner non è solo autore di Papà Hemingway, la più accreditata biografia dell’autore americano, ma è stato anche tra i suoi più cari amici.” Susanna Nirenstein, “la Repubblica”
Aaron Edward Hotchner -Papà Hemingway
Nel 1948 Aaron Edward Hotchner va all’Avana per chiedere a Ernest Hemingway di scrivere un articolo per la rivista “Cosmopolitan”. L’articolo non si materializza, ma da quel primo incontro fino alla morte di Hemingway, nel 1961, Hotchner e l’autore vincitore del premio Nobel sviluppano una profonda e duratura amicizia. Fanno baldoria a New York e a Roma, corrono con i tori a Pamplona, cacciano in Idaho e pescano nelle acque di Cuba. Ogni volta che si incontrano, Hemingway parla di una sorprendente varietà di argomenti, dall’arte del daiquiri perfetto alla Parigi degli anni ’20 fino alla sua infanzia a Oak Park, Illinois. E, fortunatamente, Hotchner prende nota di tutto. In questo libro, dunque, egli ci racconta dettagli affascinanti sulla vita quotidiana di Hemingway e documenta i suoi ricordi di Gertrude Stein, Francis Scott Fitzgerald, Martha Gellhorn, Marlene Dietrich e molti dei più importanti artisti e delle celebrità del Ventesimo secolo. Negli ultimi anni, quando la cattiva salute dello scrittore comincia a influenzare il suo lavoro, Hotchner ritrae teneramente e onestamente i valorosi tentativi di Hemingway di sconfiggere la depressione che lo porterà a togliersi la vita. Profondamente compassionevole e molto divertente, questa biografia “fa vivere Hemingway come nessun’altra”.
Aaron Edward Hotchner (1917-2020) è stato un editore, romanziere, drammaturgo e biografo statunitense. Ha scritto molte sceneggiature televisive, oltre alle note biografie di Doris Day ed Ernest Hemingway.
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Ernest Hemingway
Breve biografia di Ernest Hemingway ,Scrittore statunitense (n. Oak Park, Illinois, 1899 – m. Sun Valley, Idaho, 1961). Romanziere tra i più celebri del Novecento, tema ricorrente di tutta la sua opera è la sfida alla morte, carattere distintivo anche di un percorso di vita singolare, conclusosi con il suicidio. In posizione polemica contro ogni abbandono emotivo, con i suoi laconici dialoghi e il tono verbale sempre un po’ al disotto della situazione, volontariamente implicante più di quanto dice (understatement), H. inaugurò quella narrativa sconcertante (hard–boiled) che ha avuto tanti seguaci e imitatori. Autore del più importante romanzo sulla prima guerra mondiale, A farewell to arms (1929), tra le sue opere principali occorre citare anche For whom the bell tolls (1940) e The old man and the sea (1952), vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1954.
Vita e opere
Figlio di un medico, iniziò, non ancora ventenne, a collaborare con un giornale di Kansas City. Durante la prima guerra mondiale combatté sul fronte italiano e rimase ferito, guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Fu a Parigi (1921-26) col gruppo degli espatriati americani e subì l’influenza dello stile di G. Stein (Three stories and ten poems, 1923; In our time, 1925); i ricordi del soggiorno francese sono stati pubblicati postumi in A moveable feast (1964). I primi libri che inaugurarono quel dialogo laconico e quel tono verbale sempre un poco al di sotto della situazione, implicante più di quanto dice (understatement), e quel conseguente carattere sconcertante della narrativa (cosiddetta hard- boiled), che in lui nascevano da una polemica contro ogni abbandono emotivo, furono The sun also rises (1926) e A farewell to arms (1929). Con Death in the afternoon (1932), e Green hills of Africa (1935) diede incremento a tutta la contemporanea narrativa anglosassone di reportage. Al centro del suo mondo interiore sta l’esigenza di una norma individuale, di un personale codice d’azione come unico valore riconosciuto. Così anche nelle sue novelle, raccolte insieme con una commedia (The fifth column and the first forty-nine stories, 1938). Al principio di monotonia che tale situazione interiore sembra determinare non si sottraggono neanche, nonostante maggiori contatti umani, i personaggi delle opere successive: To have and have not (1937), For whom the bell tolls (1940). Sono anche da ricordare: The torrents of spring (1926), Across the river and into the trees (1950), e uno dei suoi più felici racconti: The old man and the sea (1952).
Descrizione -Prefazione-Quando incontrai per la prima volta Zygmunt Bauman a casa sua, la cosa che mi colpì soprattutto fu lo stridente contrasto fra la persona che mi trovai davanti e la sua opera. Il più autorevole sociologo d’Europa, che in ogni riga dei suoi scritti lascia trasparire l’irritazione per le situazioni di vita e le società esistenti, incantava col suo spirito arguto, col suo charme disarmante e con la sua contagiosa gioia di vivere.
Dopo aver lasciato per raggiunti limiti di età la cattedra all’Università di Leeds nel 1990, Zygmunt Bauman pubblicò in successione un libro dopo l’altro, a una velocità davvero prodigiosa, su un ampio ventaglio di argomenti che andavano dalla vita intima alla globalizzazione, dalla tv dei reality all’Olocausto, dal consumismo al cyberspazio. Letto in tutti i continenti, lo studioso indicato come «capo dei nemici della globalizzazione», «guida del movimento Occupy» e «profeta del postmoderno», ha rappresentato un fenomeno straordinario nel mondo delle scienze dello spirito. Animato dalla curiosità insaziabile di un uomo del Rinascimento, egli ignorò la frammentazione del sapere in specializzazioni nettamente definite e accanitamente difese. Nelle sue riflessioni, il politico e il personale non sono separati; i motivi per cui stiamo disimparando ad amare o per cui non ce la caviamo agevolmente con i giudizi morali, sono questioni che Zygmunt Bauman scandaglia con pari profondità tanto nei loro aspetti sociali quanto in quelli individuali. I suoi risultati non sono affatto tranquillizzanti come non lo è l’ammonimento che lo sterminio di massa attuato con metodo industriale non è una barbarie relegata in un passato che non può tornare.
Fu la visione epica del mondo che mi affascinò, quando cominciai a leggere i suoi libri. Quello che Zygmunt Bauman scrive non lascia mai indifferenti, anche se il lettore non concorda con lui su questo o quel punto o addirittura dissente del tutto con la sua visione. Chi si confronta con la sua opera, è indotto a vedere il mondo e sé stesso in maniera diversa da prima. Per lui, questo appunto era il suo compito: di rendere non familiare ciò che è familiare, e familiare ciò che è non familiare; che è poi, secondo Bauman, il compito della sociologia in generale.
E questo lo può fare solo chi si preoccupa di avere davanti agli occhi tutto l’uomo, di guardare al di là della propria specializzazione, ha conoscenza di filosofia e psicologia, di antropologia e storia, di arte e letteratura. Zygmunt Bauman non è uomo dei dettagli minuti, delle analisi e inchieste statistiche, delle cifre, dei nudi dati e dei sondaggi. Egli dipinge con pennellate larghe su ampia tela, propone asserzioni, lancia tesi nel dibattito e provoca discussioni. Nella famosa distinzione stabilita da Isaiah Berlin ispirata a un antico detto del poeta greco Archiloco tra due categorie di pensatori e scrittori – «La volpe sa molte cose, ma il riccio sa una grande cosa» –, Zygmunt Bauman è insieme riccio e volpe. Egli ha coniato l’espressione «modernità liquida», che con una rapidità finora sconosciuta muta tutti i rapporti di vita – amore, amicizia, lavoro, libertà, famiglia, comunità, società, religione, politica e potere. «La mia vita», dichiarò una volta, «consiste nel riciclare l’informazione». È una dichiarazione che suona modesta, non appena ci si rende conto di quale portata siano le trasformazioni in gioco.
In un tempo di paura e incertezza, in cui tanti si lasciano abbagliare dalla panacea del populismo, l’analisi critica dei problemi e delle contraddizioni della nostra società e del mondo è più che mai necessaria. È il presupposto perché si possa pensare ad alternative, anche se magari al momento sono fuori della nostra portata. Nonostante tutte le speranze deluse, Zygmunt Bauman, da buon comunista, non ha mai rinunciato a credere nella possibilità di una società migliore. Il suo interesse era concentrato non sui vincitori ma sui perdenti, sugli sradicati e su quelli spogliati di diritti, sul numero crescente di sottoprivilegiati, di cui fanno parte ormai non più solo povere persone di colore di terre lontane, ma anche molti lavoratori occidentali. La paura di vedersi sfuggire da sotto i piedi il terreno, che nei prosperi anni del dopoguerra appariva di solida roccia, è oggi un fenomeno di massa a raggio mondiale: nemmeno il ceto medio ne è risparmiato. In un clima che richiede di fare i conti con la realtà e di accettare questo mondo come il migliore dei mondi possibili nel senso di Leibniz, Bauman difende l’utopia. Non come manuale per la costruzione di un castello in aria del futuro, ma come stimolo al miglioramento delle condizioni in cui viviamo qui e ora.
Zygmunt Bauman mi ricevette per quattro lunghe conversazioni sull’opera complessiva della sua vita nella casa di Leeds, in Inghilterra. Un piccolo giardino incantato davanti all’edificio, con sedili sovrastati dal muschio e il tavolo ingoiato dagli arbusti, separa l’abitazione da una strada molto trafficata, quasi a indicare plasticamente che solo il contrasto mette nel giusto risalto le cose. Fisico asciutto, alto, coi suoi novant’anni Bauman era vivacissimo e lucidissimo; con ampi movimenti delle mani disegnava nell’aria le sue considerazioni, come se dirigesse un’orchestra, o picchiava col pugno sul bracciolo della poltrona, per dare forza a una affermazione. Quando ogni tanto parlava della morte vicina, lo faceva con la serenità di uno che, soldato nella Seconda guerra mondiale, ebreo polacco profugo in Unione Sovietica e vittima della «pulizia etnica» antisemitica della Polonia nel 1968, ha sperimentato sulla propria carne il lato oscuro della «modernità liquida», di cui è diventato il teorico.
Il tavolino era sempre ingombro di vassoi con croissant e fette biscottate, pasticcini e dolcetti alla frutta, tartine e crema di scampi, accompagnati da bevande calde e fredde e succhi di frutta come il «kompot» polacco, e il padrone di casa conduceva il suo ospite lungo il percorso dei suoi pensieri, senza dimenticare di sollecitarlo ripetutamente a servirsi e assaggiare un po’ di tutte quelle prelibatezze che aveva preparato.
Bauman parlò della vita, dei tentativi di costruirla continuamente frustrati dal destino, e dello sforzo di rimanere ciononostante un uomo che può guardarsi negli occhi. Alla fine delle nostre conversazioni, a mo’ di congedo, tenendo strette le mie mani nelle sue, mi disse che mi augurava di vivere a lungo come lui, ma che comunque ogni età, pur con tutte le difficoltà, ha i suoi lati belli.
Zygmunt Bauman è morto il 9 gennaio di quest’anno nella sua casa di Leeds.
Questi ultimi colloqui che io ho avuto con lui vogliono essere un invito alle lettrici e ai lettori, a proseguirli dove e con chi meglio credono.
gennaio 2017
Peter Haffner
Zygmunt Bauman
Amore e sesso
Scelta del partner: perché stiamo disimparando ad amare
Peter Haffner Cominciamo con la cosa più importante: l’amore. Lei afferma che stiamo disimparando ad amare. Come è arrivato a questa conclusione?
Zygmunt Bauman Dopo la tendenza a fare shopping su internet, è venuta subito la tendenza a cercarvi un partner. Anche io personalmente non amo girare per negozi, e compro la maggior parte delle cose online – libri, film, vestiti. Se vuoi una giacca nuova, ecco il sito del commercio online che ti propone un catalogo. Se cerchi un partner, ecco ugualmente il sito di incontri online che ti offre un catalogo. Il modello dei rapporti fra clienti e merci diventa il modello delle relazioni fra gli uomini.
P.H. Che differenza c’è rispetto a prima, quando uno conosceva la propria futura compagna di vita a una festa del villaggio o a un ballo in città? Non si facevano anche in quel caso delle scelte secondo le proprie preferenze?
Z.B. Per le persone timide, internet può essere di certo un aiuto. Qui infatti non sono costrette a doversi fare forza per trovare il coraggio di rivolgere la parola a una ragazza, non hanno timore di arrossire. Sono agevolate nell’allacciare un legame, non si sentono troppo bloccate. Certo, nei siti di incontri c’è da fare lo sforzo di indicare le qualità del partner che corrispondono ai propri desideri e alle proprie aspettative. Lo si sceglie per colore dei capelli e della pelle, per statura, aspetto, dimensioni del seno, età, interessi e hobby, propensioni e avversioni. Dietro tutto questo c’è l’idea che si possa comporre l’oggetto d’amore come un puzzle con un certo numero di qualità fisiche e sociali misurabili. Così si perde di vista l’elemento essenziale: la persona umana.
P.H. Ma anche quando uno si costruisce a questa maniera il tipo corrispondente alle proprie fantasie, le cose cambiano non appena incontra la persona in carne e ossa. Che è sempre molto più della somma di quei tratti esteriori.
Z.B. Il pericolo è che in questo modo il modello dei rapporti assuma i connotati della relazione con un oggetto d’uso. A una sedia non si giura fedeltà. Perché mai dovrei giurare che siederò su questa sedia fino alla morte? Quando non mi piace più, ne compro un’altra nuova. Non si tratta di un processo cosciente, ma diventa la modalità in cui impariamo a vedere il mondo e gli uomini. Che succede quando incontriamo qualcuno che ci colpisce e attrae? È come con la bambola Barbie. Arriva sul mercato una nuova versione, e cambiamo la vecchia con la nuova.
P.H. Intende dire che ci si separa in maniera precipitosa?
Z.B. Intraprendiamo una relazione perché ci ripromettiamo una soddisfazione. Se ho l’impressione che un altro partner può darmi di più, tronco la relazione in corso e ne avvio una nuova. Per far nascere una relazione, serve l’accordo di due persone. Per spezzarla, basta una sola. Il che significa che i due partner vivono nella paura costante di essere lasciati. Di essere buttati via come una giacca passata di moda.
P.H. Ma questo è nella natura di ogni accordo.
Z.B. Certo, ma in passato era difficile spezzare un legame, anche quando non dava più soddisfazione. La separazione era complicata, era l’alternativa a un matrimonio – diciamo così – inesistente. Si soffriva, ma si rimaneva insieme.
P.H. E allora la libertà di potersi lasciare è peggio della costrizione a vivere insieme in uno stato di infelicità?
Z.B. Si guadagna qualcosa, ma si perde anche qualcosa. Uno è più libero, ma purtroppo deve subire il fatto che anche il partner è più libero. E questo porta a una vita in cui le relazioni e le unioni vengono formate secondo il modello del leasing. Chi può sciogliersi dai legami, lo farà subito senza fare alcuno sforzo per mantenerli. Le persone contano solo fin tanto che producono soddisfazione. Dietro di questo c’è la convinzione che i legami duraturi siano in contrasto con la ricerca della felicità.
P.H. E sarebbe un errore, come Lei scrive in Amore liquido, il Suo libro sull’amicizia e i legami affettivi.
Z.B. È il problema dell’amore liquido. In tempi turbolenti ognuno ha bisogno di amici e partner che non lo abbandonino. Che siano presenti nel momento del bisogno. I 16 miliardi di dollari nelle casse di Facebook non fanno che capitalizzare questa esigenza di non essere soli. D’altronde, tutti sentiamo l’urgenza di affidarci a qualcuno e di legarci. Temiamo di perdere qualcosa. Cerchiamo un porto sicuro, ma allo stesso tempo vogliamo avere le mani libere.
P.H. Lei è stato sposato con Janina Lewinson, deceduta nel 2009, per 61 anni. Dal momento del vostro primo incontro – scrive Sua moglie nelle sue memorie Un sogno di appartenenza – Lei non si staccò mai dal suo fianco. Ogni volta che la chiamava al telefono, «guarda caso!», Lei aveva un impegno che La portava proprio là dove Sua moglie voleva andare. E quando Janina Le comunicò che era incinta, Lei si mise a ballare per strada e la baciò, nonostante fosse in uniforme da capitano dell’esercito polacco, cosa che fece scalpore. Ancora decenni dopo il matrimonio, scrive Janina, Lei continuava a mandarle lettere d’amore. In che consiste il vero amore?
Z.B. Quando incontrai Janina, capii subito che non avevo bisogno di cercare ancora. Fu amore a prima vista. Nel giro di nove giorni le feci la proposta di matrimonio. Il vero amore è quel piacere – difficile da capire, ma travolgente – dell’«io e tu», dell’esserci l’uno-per-l’altro, del diventare uno. Il godimento che trovo in qualcosa che non è importante solo per me. Essere usato o diventare addirittura insostituibile è un sentimento che dà felicità! Arrivarci non è facile. Diventa irraggiungibile se uno continua a rimanere nella solitudine dell’egoista, interessato solo a sé stesso.
P.H. L’amore, dunque, impone un sacrificio.
Z.B. Se l’essenza dell’amore sta nell’attitudine a prendersi cura dell’oggetto d’amore in tutto e per tutto, vuol dire che colui che ama deve essere pronto a mettere in secondo piano la preoccupazione per sé stesso rispetto a quella per la persona amata. Dev’essere disposto a trattare la propria felicità come secondaria, come un effetto collaterale della felicità della persona amata. Per essa, colui che ama – per dirla col poeta greco Luciano – «ipoteca il suo destino». In una relazione d’amore, altruismo ed egoismo non sono, come si pensa di solito, in antinomia inconciliabile. Si legano, invece, si mescolano tanto che alla fine non si possono più distinguere fra loro o essere separati.
P.H. L’americana Colette Dowling ha chiamato la paura delle donne davanti all’indipendenza «complesso di Cenerentola». La voglia di sicurezza, di calore e di sentirsi accudita è un’«emozione pericolosa», afferma Dowling e ammonisce le donne a non rubarsi da sole la loro libertà. Che cosa non la convince in questo ammonimento?
Z.B. Dowling metteva in guardia dalla spinta a preoccuparsi degli altri col rischio di perdere la possibilità di balzare a piacimento su un nuovo carro. È tipico delle utopie private di ragazzi e ragazze dell’età consumistica rivendicare per sé enormi spazi di libertà. Si ritengono l’ombelico del mondo e pensano di poter giocare sempre da solisti. E non ne hanno mai abbastanza.
P.H. La Svizzera, in cui sono cresciuto, non era una democrazia. Fino al 1971 le donne, cioè la metà della popolazione, non avevano il diritto di voto. A tutt’oggi continua a non esserci uguaglianza retributiva a parità di lavoro, e ai livelli dirigenziali delle imprese le donne sono sottorappresentate. Non hanno dunque le donne tutti i motivi per affrancarsi dalle dipendenze?
Z.B. La parità negli ambiti citati è importante. Ma nel femminismo vanno distinte due correnti. Una, è quella che vuole rendere le donne indistinguibili dagli uomini. E così le donne vogliono essere arruolate nell’esercito e partecipare alle guerre, e si domandano: perché non ci è permesso di uccidere persone, come è consentito fare agli uomini? L’altra corrente mira a rendere il mondo più femminile. La vita militare, la politica, tutti gli organismi istituzionali che sono stati creati, sono stati fatti da uomini per uomini. Se molte cose oggi vanno male, è conseguenza di questo fatto. Uguali diritti, certo. Ma è proprio necessario che le donne seguano anche valori che sono stati creati da uomini?
P.H. In una democrazia, non si dovrebbe forse lasciare questa decisione alle stesse donne?
Z.B. In ogni caso, non credo proprio di potermi aspettare che il mondo migliori di molto, se le donne ricalcano pari pari quello che hanno fatto e fanno tuttora gli uomini.
P.H. Nei primi anni del Suo matrimonio Lei fu un casalingo ante litteram. Cucinava, accudiva i due figli piccoli, mentre Sua moglie lavorava in ufficio. Era piuttosto insolito per la Polonia di allora, non è vero?
Z.B. Non era tanto insolito, anche se la Polonia era di stampo conservatore. Sotto questo aspetto i comunisti erano rivoluzionari, nel senso che consideravano uomini e donne come lavoratori senza distinzione. La novità nella Polonia comunista fu che erano moltissime le donne che andavano in fabbrica o in ufficio. Per portare avanti una famiglia c’era bisogno all’epoca di due salari.
P.H. Ciò ebbe come conseguenza un cambiamento della posizione della donna e quindi un cambiamento nel rapporto fra i sessi.
Z.B. Fu un fenomeno interessante. Le donne cominciarono a guardare a sé stesse come fattore economico. Nella vecchia Polonia il marito era l’unico ad assicurare il sostentamento, responsabile dell’intera famiglia. Ma in realtà il contributo delle donne all’economia era enorme. Le donne svolgevano tutta una serie di lavori, che però non venivano considerati e non erano valutati in termini economici di mercato. Un esempio: quando in Polonia fu aperta la prima lavanderia pubblica, divenne possibile portarvi la propria biancheria sporca per farla lavare, cosa che ovviamente significava un enorme risparmio di tempo. Mi ricordo che mia madre passava due giorni a settimana per lavare, asciugare e stirare la biancheria per la famiglia. Ma le donne erano restie a fare uso della nuova possibilità. I giornalisti si chiedevano perché, e dicevano alle donne che far lavare la biancheria costava loro molto meno che lavarla personalmente. «Non è possibile!?», gridavano le donne, e facevano i conti davanti ai giornalisti: i costi dei detersivi, del sapone e del combustibile per la stufa per far bollire l’acqua sommati insieme erano inferiori a quanto pagavano per far lavare la biancheria dalla lavatrice della lavanderia. Non mettevano minimamente in conto il loro lavoro. Non veniva loro in mente che esso pure ha un prezzo.
Zygmunt Bauman
P.H. In Occidente le cose non andavano diversamente.
Z.B. Ci vollero parecchi anni perché la società si abituasse al dato di realtà che anche le prestazioni delle donne nelle attività casalinghe hanno l’etichetta con un prezzo. Ma dal momento in cui questo fatto entrò nella coscienza, ben presto in Polonia diventarono pochissime le famiglie con donne casalinghe tradizionali.
P.H. Nelle sue memorie Janina scrive che Lei si occupò di tutto quando, dopo la nascita delle due gemelline, lei fu colpita da febbre puerperale. Si alzava di notte, quando le due bambine Lydia e Irena strillavano, dava loro le poppate, cambiava le fasce, che poi lavava al mattino nella vasca da bagno e appendeva ad asciugare dietro la stufa. Portava Anna, la primogenita, all’asilo, andava a riprenderla e faceva la fila pazientemente davanti ai negozi per fare le compere. Tutto ciò, mentre al contempo svolgeva tutti i Suoi compiti di docente, seguiva i Suoi studenti, scriveva la Sua tesi di dottorato, e partecipava agli incontri politici. Come è riuscito a star dietro a tutti questi impegni?
Z.B. Com’era consuetudine nella vita accademica dell’epoca, avevo ampia possibilità di organizzarmi da solo il mio tempo. Andavo all’università, quando dovevo tenere un seminario o una lezione. A parte questo, ero totalmente libero. Potevo rimanere nella mia stanza, andarmene a casa, a passeggiare, a ballare o a fare quel che volevo. Janina invece lavorava in un ufficio. Doveva valutare copioni, fare traduzioni e redazioni presso la società cinematografica statale polacca. Era tenuta a timbrare il cartellino, ed era quindi necessario che io rimanessi a badare ai bambini e a fare le faccende domestiche, quando lei era in ufficio o ammalata. Era una cosa ovvia… Non ci furono conflitti di sorta.
P.H. Janina e Lei siete cresciuti in contesti differenti. Janina proveniva dalla famiglia benestante di un medico, mentre in quella che era la Sua famiglia, quella in cui è nato, il denaro era sempre scarso. Probabilmente Janina non era preparata a fare la donna di casa, a cucinare, fare le pulizie, sbrigare tutte le faccende alle quali nella casa dei genitori provvedevano dei collaboratori familiari.
Z.B. Io sono cresciuto in cucina: cucinare per me era una attività normale. Janina pure cucinava, ma solo quando era necessario. Lei cucinava secondo le ricette, tenendo un libro di cucina davanti agli occhi, una cosa terribilmente noiosa. Per questo non le piaceva nemmeno, farlo. Io invece avevo osservato giorno dopo giorno mia madre, in che modo faceva miracoli ai fornelli, creava manicaretti con niente. Non avevamo molto denaro, ma lei, partendo da prodotti alimentari molto scadenti, riusciva a preparare piatti gustosi. Così ho assorbito l’abilità in cucina in modo naturale. Non è un talento, e non mi è stato nemmeno insegnato. Semplicemente avevo osservato come si facevano le cose.
P.H. Janina diceva di Lei che era una perfetta «madre ebrea». Ancor oggi Lei ama cucinare, anche se non dovrebbe più mettersi ai fornelli.
Z.B. Mi piace farlo, perché la cucina è creatività. Mi sono reso conto che quello che si fa in cucina assomiglia molto a quello che si fa davanti al computer, quando si scrive: si crea qualcosa. È un lavoro creativo, interessante, nient’affatto noioso. D’altronde: una buona coppia non è la combinazione di due persone identiche. Una buona coppia è quella in cui i due partner si completano a vicenda. Quello che manca a uno, ce l’ha l’altro. Janina e io eravamo così. Lei non amava cucinare, io sì, e così ci completavamo reciprocamente.
Esperienza e memoria
Destino: come facciamo la storia, da cui siamo fatti
Peter Haffner Lei aderì al Partito del Lavoro polacco PPK, il partito comunista della Polonia, nel 1946, un anno prima di Leszek Koakowski, il filosofo deceduto nel 2009, che una volta espatriato si era dedicato alla ricerca presso l’All Souls College di Oxford. Lei uscì dal partito nel 1968, lui ne era stato espulso due anni prima. A differenza di Lei, Koakowski fu in seguito un dichiarato antimarxista.
Zygmunt Bauman Koakowski e io non abbiamo concordato fra noi la nostra adesione al partito comunista. All’epoca, non sapevamo nulla l’uno dell’altro, non ci conoscevamo. Quando, in seguito, cercammo di richiamare alla memoria retrospettivamente i nostri sentimenti di allora, prima in Polonia poi in esilio e infine dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ci trovammo d’accordo su un punto: entrambi avevamo creduto che il programma dei comunisti polacchi del 1944-45 fosse l’unico in grado di tenere viva la speranza di far uscire il nostro paese dall’arretratezza d’anteguerra e dalla devastazione della guerra. L’unico programma che potesse portare la nazione fuori dalla distruzione morale, dall’analfabetismo, dalla povertà e dall’ingiustizia sociale. I comunisti volevano distribuire la terra ai contadini impoveriti, volevano migliorare le condizioni di vita dei lavoratori nelle fabbriche, nazionalizzare le industrie. Volevano occuparsi di assicurare l’istruzione per il più ampio numero di persone possibile, e questa promessa in effetti l’hanno mantenuta. Ci fu una rivoluzione nel campo della formazione, la cultura fiorì, nonostante i favoritismi; il cinema polacco, il teatro, la letteratura raggiunsero vette altissime. Tutto questo oggi non c’è più in Polonia. Nel mio volumetto L’arte della vita…
P.H. …un libro stupendo, il mio preferito fra quelli da Lei scritti…
Z.B. …in questo libro, dunque, discutevo l’idea che il cammino della vita umana poggia su due fattori che interagiscono fra loro. Uno è il destino. Il destino è l’etichetta sintetica con la quale indichiamo tutto ciò che è al di là del nostro controllo. L’altro fattore è costituito dalle opzioni realistiche, che il destino consente. Una ragazza di New York nata a Harlem ha un destino diverso da quello di una ragazza nata a Central Park. Perché il set di opzioni disponibili per ciascuna di esse è diverso.
P.H. Entrambe, comunque, hanno un set di opzioni, hanno da scegliere. Che cosa decide, dunque, quale delle loro possibilità ciascuna di esse cercherà di realizzare?
Z.B. Il carattere. Il fascio delle opzioni realistiche, offerte a ognuno dal destino, non può essere superato. Ma persone diverse opereranno una scelta diversa, e questa è questione di carattere. C’è quindi motivo allo stesso tempo per il pessimismo e per l’ottimismo. Per il pessimismo, perché ci sono limiti insuperabili alle possibilità che ci vengono offerte, e questo è ciò che chiamiamo destino. Per l’ottimismo, perché ciascuno può lavorare sul proprio carattere, cosa che non può fare sul destino. Per il mio destino io non porto alcuna responsabilità, è decisione di Dio, se vogliamo. Porto invece la responsabilità per il mio carattere, perché questo è qualcosa che può essere formato, purificato e migliorato.
P.H. Come questi due elementi hanno giocato nella Sua vita personale?
Z.B. Anche il mio cammino, come quello di chiunque altro, è stato una combinazione di destino e carattere. Contro il destino non potevo fare nulla. Quanto a quello che chiamiamo carattere: non pretendo che sia perfetto, ma io mi assumo la responsabilità di ogni decisione che ho preso. Tutto questo è irreversibile. Ho fatto quello che ho fatto, e il destino da solo non può spiegarlo.
P.H. Guardando indietro alla Sua vita, che cosa avrebbe fatto diversamente?
Z.B. Che cosa avrei fatto di diverso? Oh no, a questo tipo di domande non rispondo.
P.H. D’accordo.
Z.B. Che cosa avrei fatto di diverso? Da giovanissimo, anzi ancora ragazzo, scrissi un romanzo, una biografia dell’imperatore romano Adriano. Nel corso della ricerca preparatoria mi imbattei in una frase che non ho più dimenticato. Parlava di quanto fosse insensato riflettere su interrogativi come questo, che cosa avresti fatto in maniera diversa. La frase è questa: «Se il cavallo di Troia avesse figliato, il sostentamento dei cavalli sarebbe costato pochissimo».
P.H. Potenza e impotenza della parolina «se».
Z.B. Il punto, naturalmente, è che il cavallo di Troia non poteva avere figli, perché era fatto di legno. Questa è la risposta alla domanda, che cosa avrei fatto di diverso. Come si sarebbe sviluppata la storia successiva, se avessi fatto scelte differenti? Non attribuisco alle mie decisioni una particolare importanza. Seguirono la logica del momento. Svolte molto importanti nella mia vita si verificarono senza che io avessi fatto nulla, non furono frutto della mia iniziativa. Che io fuggissi da Pozna, che fossi costretto ad abbandonare la Polonia quando arrivarono i nazisti, non fu mio desiderio né mia volontà. Da solo ho deciso, dopo la guerra, di aderire al partito comunista. Nelle circostanze date e dopo l’esperienza che avevo fatto questa era la cosa migliore che potessi immaginare e fare. In questa convinzione non ero solo: molti di quelli che più tardi sarebbero diventati accesi anticomunisti, fecero la mia stessa scelta, ad esempio Leszek Koakowski.
P.H. Janina, che sotto la Sua influenza aderì al partito comunista, descrive l’orrore da cui Lei fu colto quando si rese conto che le informazioni su una collega che aveva dato a un compagno, avevano portato alla destituzione di quella collega. A Janina Lei spiegò in quella occasione che il partito era purtroppo «ancora pieno di individui che non meritavano fiducia, di carrieristi senza scrupoli e gente immatura», ma che esso era tuttavia «la più potente forza motrice della giustizia sociale». In seguito, Koakowski e Lei non avete voluto mai più trincerarvi dietro giustificazioni del genere.
Z.B. I nostri processi individuali di disinganno, di presa di coscienza – lenta, e tuttavia inarrestabile – dell’abisso che separa la teoria dalla prassi, di conoscenza dei deleteri effetti morali dell’ipocrisia che vi era connessa, andarono avanti più o meno in parallelo. Fino a un punto: l’illusione che il partito potesse pur sempre essere riportato sulla retta via, da cui si era allontanato, che i suoi grandi errori potessero essere corretti dall’interno, durò in me uno o due anni più a lungo che in Leszek, e di ciò continuo a vergognarmi. In seguito, in esilio, i nostri percorsi si divaricarono ampiamente. A differenza di Leszek, io non feci mai nessun passo verso la controparte politica, e ancor meno mostrai mai alcun entusiasmo per essa. Io rimango ancor oggi un socialista.
P.H. Lei militò come soldato nella divisione polacca dell’Armata Rossa e, dopo la guerra, come ufficiale nel Korpus Bezpieczestwa Wewntrznego (KBW), il corpo della Sicurezza interna. Vi erano previsti, accanto all’addestramento militare, anche corsi di formazione politica o, come sarebbe meglio dire, di indottrinamento?
Z.B. Finché la nostra guerra fu contro gli occupanti tedeschi, non ci fu molto di tutto ciò. L’unico obiettivo era mettere fine all’occupazione, mentre il pensiero di come la Polonia dovesse essere organizzata dopo la guerra, rimaneva in secondo piano. Le cose cambiarono quando le operazioni militari finirono. I soldati del KBW rappresentavano una sezione trasversale della popolazione. I modi di vedere e le preferenze erano quindi diversi, uno specchio delle tensioni esistenti all’interno della società polacca. L’argomento principale dell’istruzione politica affiancata alle consuete virtù militari era la questione sempre aperta: «di quale Polonia i polacchi hanno bisogno con la massima urgenza?». Il «marxismo-leninismo» contro la «filosofia borghese» era forse il tema principale nel mondo accademico. Ma coi soldati io discutevo di interrogativi come: «A chi appartengono le fabbriche?», «A chi appartiene la terra coltivabile?».
P.H. Nel 2007 lo storico tedesco-polacco Bogdan Musia La attaccò per il fatto che Lei aveva lavorato per il KBW. Ma Musia non trovò alcuna prova che Lei avesse avuto a che fare con gli assassinii, le torture e lo spionaggio di partigiani anticomunisti, che vengono rimproverati al KBW.
Z.B. Quel che è vero nell’articolo di Musia pubblicato dalla «Frankfurter Allgemeine Zeitung» non era nuovo. Tutti sapevano che ero stato comunista, e precisamente dal 1946 al 1967, e anche che avevo prestato servizio per diversi anni nella cosiddetta «Armata Interna». Quel che c’era di nuovo in quell’articolo era semplicemente che avevo lavorato anche per il servizio di spionaggio militare. All’epoca avevo 19 anni, e vi rimasi solo tre anni. Non ho mai reso pubblico questo fatto perché avevo sottoscritto un impegno a tenere il segreto.
P.H. E qual era il compito che vi svolgeva?
Z.B. Niente di particolare, banale lavoro d’ufficio. Facevo parte della sezione per la propaganda e l’agitazione. Dovevo preparare il materiale per la formazione teorica e politica degli arruolati al servizio militare di leva, compilare pamphlet ideologici. Per mia fortuna, finì presto.
P.H. In un documento, citato da Musia, si parla dell’«informatore Semjon», che era il Suo nome di copertura: «Le sue informazioni sono preziose. Data la sua origine semitica, non può essere impiegato in ruoli operativi». Il Suo compito era di raccogliere informazioni sui nemici del regime?
Z.B. Era, con ogni probabilità, quello che si aspettavano da me, ma non ricordo assolutamente di aver mai fornito materiale del genere. Io stavo nell’ufficio e scrivevo, non proprio il luogo più adatto per raccogliere simili informazioni. Quello che Musia non dice è che ho lavorato è vero per tre anni nei servizi segreti militari, ma io stesso sono stato perseguitato per quindici anni dai servizi segreti. Fui spiato, furono compilati rapporti su di me, fu intercettato il mio telefono, furono installate cimici nella mia abitazione ecc. Poiché ero un critico del regime, fui prima espulso dall’esercito e poi dall’università e quindi dalla Polonia.
P.H. Dal tempo della rivoluzione ungherese del 1956 Lei fu inserito nella categoria dei ribelli del partito. Janina racconta al riguardo come Lei e la Sua famiglia foste incalzati con varie molestie. Per sposarsi, doveva avere l’autorizzazione del Suo superiore militare, il colonnello Zdzisaw Bibrowski. Che era come Lei comunista, ma anche lui chiaramente non troppo fedele alla linea del partito.
Z.B. Da Bibrowski imparai a distinguere le parti sane della società dalle formazioni cancerose. Mi aprì gli occhi davanti all’abisso che si apriva fra l’idea socialista, cui aderivo con tutto il cuore, e il «socialismo reale», che facevo non poca fatica ad accettare, già molto prima che il dissidente tedesco-orientale Rudolf Bahro nel 1977 coniasse l’espressione. E molto prima che fossi costretto ad abbandonare la Polonia. Bibrowski mi mostrò che la fedeltà all’idea del socialismo richiede che si lotti con le mani e con i piedi contro il suo annacquamento e la sua corruzione. Una volta imparata questa lezione, non l’ho più dimenticata.
Zygmunt Bauman
P.H. Janina scrive che Bibrowski nel 1952 fu allontanato dal suo incarico perché ebreo.
Z.B. Credo che, considerate le sue opinioni, prima o poi se ne sarebbe andato via comunque. Era un intellettuale di altissimo livello, un uomo di spirito aperto e critico, che aveva raccolto intorno a sé ufficiali con analoghe qualità e li aveva protetti dalle «epurazioni». Fu giudicato inadattto a realizzare la rapida professionalizzazione della Sicurezza dello Stato. Bibrowski non era anticomunista, al contrario. In nome della propria fede, in nome del comunismo, si ribellava al cattivo uso che di esso si faceva, al suo screditamento e alla sua perversione. Era un uomo che voleva servire il regime ma insieme conservare la sua umanità, per proteggere l’umanità degli altri. Ma per l’appunto: Amicus Plato, sed magis amica veritas, come recita il detto attribuito ad Aristotele. Amo Platone, ma ancora di più amo la verità. Bibrowski ritornò alla sua professione di ingegnere. Di lì a poco il piccolo gruppo, che aveva sotto le sue ali, ne seguì l’esempio, e con esso anch’io che ne facevo parte.
P.H. Lei pure non lo fece spontaneamente. Nel gennaio 1953 fu congedato dall’esercito come politicamente inaffidabile. Due mesi dopo morì Josif Stalin, allora ammirato anche in Occidente come «grand’uomo», il quale, come Janina ricorda, «con pugno di ferro [aveva] sfracellato la mostruosità del fascismo». Come visse Lei la morte di Stalin?
Z.B. Lo choc fu forte. In fondo, per 13 anni avevo vissuto, e con me molti altri ben più intelligenti di me avevano vissuto, all’ombra gigantesca di quest’uomo, totalmente fiduciosi nella sua saggezza e abbandonati al suo giudizio. Ancor oggi faccio fatica a comprendere appieno come sia stato possibile accettare quel vero e proprio soffocamento spirituale, nonostante tutte le conoscenze che nel frattempo ho acquisito sulla psicologia del totalitarismo. Sono stati scritti volumi sul culto di Stalin e di Hitler. Il fenomeno è stato descritto con acume, ma continua ad essere riconosciuto come disperatamente inafferrabile. Chi voglia farsi una chiara idea dell’esperienza di questo culto della personalità, non può far di meglio che leggere il libro Tempo di seconda mano, di Svetlana Aleksievi, premio Nobel per la letteratura. Anche se non è in grado di spiegarlo, l’autrice si avvicina il più possibile al fenomeno. Illumina il mistero e consente a chi non ha vissuto personalmente quell’esperienza di percepirne la complessità. Al momento presente, peraltro, mi perseguita l’incubo che un simile culto possa tornare in auge in un futuro forse non troppo lontano.
P.H. Quanto La attirava il marxismo come teoria, come edificio concettuale intellettualmente impegnativo?
Z.B. Non credo che una qualsiasi riflessione sui rapporti di produzione e le forze produttive, sulla legge del valore o sulla emancipazione della classe operaia e cose simili abbia avuto un’importanza decisiva nell’orientarmi verso il comunismo. Non vi entrai attraverso le porte della filosofia o dell’economia politica. Fu piuttosto il frutto di un esame della situazione esistente, unito a una concezione romantica, ribellistica, della storia, e del ruolo che noi giovani dovevamo giocare nella realizzazione di quella concezione. Come scrisse splendidamente nel 1956 Leszek nel suo saggio La morte degli dei, ci affascinava il «mito di un mondo migliore», il sogno di un «regno di uguaglianza e libertà», il sentimento di essere «fratelli dei comunardi parigini, dei lavoratori della Rivoluzione russa, dei soldati della guerra civile spagnola».
P.H. Dopo che fu congedato dall’esercito, ci risulta dalle memorie di Janina che la contraddizione fra le parole e i fatti del «socialismo reale» La portò a concepire l’idea che anche la teoria marxista avesse bisogno di essere reinterpretata, a cent’anni di distanza della sua formulazione. Come la pensa oggi, che cosa rimane valido di Marx?
Z.B. La sua analisi dei meccanismi economici, naturalmente, è superata. Marx scriveva nella metà del XIX secolo, in una situazione del tutto diversa. E tuttavia ci sono osservazioni molto importanti da lui enunciate, che mi guidano ancora oggi nel mio lavoro. Una di esse, quella che è la mia preferita, è la giustificazione che egli dava della sociologia, l’individuazione di quel che era la sua vera ragion d’essere. Marx afferma: «Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione». In questa considerazione trova il suo fondamento l’esistenza della sociologia come scienza. Uno può passare tutta una vita ad approfondire questo fondamento. Le situazioni sono date, non le abbiamo scelte noi. La domanda è: come sono nate e a che cosa ci costringono, come ci confrontiamo con esse e come possiamo cambiarle. Come possiamo noi, sotto la pressione delle condizioni esistenti e con la conoscenza che ne abbiamo, fare storia in maniera consapevole? Qui è il segreto della nostra esistenza.
P.H. Che cosa significa questo per la Sua sociologia in particolare?
Z.B. Mi ha ispirato soprattutto il modo in cui Antonio Gramsci, filosofo, marxista e fondatore del Partito comunista italiano, ha utilizzato questo pensiero di Marx. Lo seguo nella forma che io chiamo «ermeneutica sociologica», da non confondere con la sociologia ermeneutica, che è una scuola della sociologia. Si tratta di ragionare sulle idee di fondo che le persone adottano, le linee guida che seguono. L’ermeneutica sociologica riflette su quelle che sono le condizioni, le circostanze e la concezione della società. Noi siamo una specie all’interno della Natura, quella di Homo sapiens, condannata a pensare, noi facciamo esperienza di qualcosa (erfahren) e la viviamo (erleben) non soltanto a livello fisico. Le esperienze (Erfahrungen) sono pezzettini di informazione e disinformazione, da cui noi cerchiamo di ricavare un senso, di concepire idee, di elaborare piani. L’ermeneutica classica invece fa derivare le idee attuali da idee precedenti, le interpreta sulla base del loro passato, mette in luce come si moltiplicano, producono nuovi germogli, si prostituiscono. Ma secondo me le cose non funzionano così. Dalle idee che dominano lo spirito umano, che vanno a impattare sul corpo della società, dobbiamo cercare di capire come si legano il primo con la seconda. È qui il problema: perché ci dividiamo in campi politici, partiti, appartenenze e lealtà differenti? Per la semplice ragione che interpretiamo in maniera diversa la medesima esperienza. La concezione di Gramsci era quella della filosofia egemonica, comunemente chiamata buon senso. La filosofia egemonica non è filosofia nel senso della critica filosofica: nessuna discussione su Kant, Leibniz ……
Autore-Zygmunt Bauman è stato uno dei più noti e influenti intellettuali del secondo Novecento, maestro di pensiero riconosciuto in tutto il mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida». Ha insegnato Sociologia presso l’Università di Leeds. Laterza ha pubblicato quasi tutti i suoi libri, tra cui: Voglia di comunità; Modernità liquida; Amore liquido; Vita liquida; Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido; Paura liquida; Capitalismo parassitario; “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti”. Falso!; Danni collaterali; Babel (con E. Mauro); Per tutti i gusti. La cultura nell’età dei consumi; Stranieri alle porte; Retrotopia; L’ultima lezione (con W. Goldkorn); Il disagio della postmodernità; Cecità morale (con L. Donskis); A tutto campo. L’amore, il destino, la memoria e altre umanità (con P. Haffner); Male liquido (con L. Donskis); Un mondo fuori asse.
L’ultima intervista a uno dei più grandi intellettuali del Novecento.
Un estratto da “A tutto campo”, l’ultima intervista a Zygmunt Bauman
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Modernità: della costrizione a non essere nessuno, o a diventare un altro
Peter Haffner Fra gli autori che L’hanno influenzata in maniera significativa, ce ne sono due che non provengono dal recinto della Sua specializzazione, cioè dalla sociologia: lo scrittore Franz Kafka e lo psicologo Sigmund Freud. Che cosa hanno da dirci sulla conditio humana del presente, sulla nostra vita?
Zygmunt Bauman È difficile rispondere a questa domanda. Come si può indicare a dito quello che ci insegnano oggi? Il pensiero del presente è un prodotto collettivo di autori come loro. Una volta che un’idea diventa di dominio comune, è morta, perché nessuno si ricorda più da dove viene. Appartiene ormai alla classe delle cose autoevidenti. Kafka fu assolutamente rivoluzionario, e Freud fu assolutamente rivoluzionario. Ma quando noi oggi riflettiamo su di loro, ci appaiono semplicemente ortodossi. Le idee cominciano la loro vita come eresie, la proseguono fino a diventare ortodossia, e la finiscono come superstizioni. Questo è il destino di ogni idea nella storia. Kafka e Freud sono già uniti nella «doxa», nel senso della filosofia greca, cioè come opinione universalmente riconosciuta.
P.H. Che cosa c’era, dunque, di rivoluzionario in Kafka?
Z.B. La sua analisi del potere e della colpa. Il processo e Il castello sono due documenti fondamentali della modernità. A mio avviso, nessuno dopo Kafka è riuscito a migliorare l’analisi del potere. Prendiamo Il processo. Un tale viene accusato. Egli vorrebbe sapere di che cosa è accusato, ma non ha modo di scoprirlo. Vorrebbe giustificarsi, ma non sa per che cosa. È pieno di buona volontà e deciso a pellegrinare presso tutte le istituzioni che possano dargli informazioni al riguardo. Cerca inutilmente di arrivare al processo. Alla fine, viene giustiziato senza sapere in che cosa consista la sua colpa. La sua colpa consiste nel fatto di essere stato accusato.
P.H. Il principio base della procedura penale di uno Stato di diritto è la presunzione di innocenza: fin tanto che la colpa non è provata, chiunque va considerato innocente.
Z.B. Kafka mostra che le cose vanno in maniera diversa. Poiché gli innocenti non sono accusati, chi è accusato dev’essere colpevole. Il fatto di essere ritenuto colpevole rende Josef K., il protagonista del romanzo, criminale. È lui che deve dimostrare la sua innocenza. Ma per poterlo fare, deve sapere di che cosa viene incolpato. Ma non lo sa, e nessuno glielo dice. È una situazione tragica.
P.H. E nel Castello?
Z.B. L’eroe del romanzo, un certo K., presume che delle persone molto in alto nel castello siano esseri razionali. Certo, non ha confidenza con loro né loro ne hanno con lui; tutto è misterioso, non trasparente e inavvicinabile. Egli lotta inutilmente per ottenere il riconoscimento della propria esistenza professionale e privata. Ma K. crede comunque che i funzionari del castello si comporteranno in maniera razionale, e che lui potrà parlare con loro del motivo, della causa della sua sconfitta. Kafka ci dice poco su questo K., ma dal testo si capisce che è presumibilmente una persona colta. È un uomo razionale, uno che, come dice Max Weber, sceglie i mezzi giusti per i suoi obiettivi dando per presupposto che gli altri pure operino in maniera razionale. Ma le cose non stanno così, e questo è il suo errore peggiore. Poiché il potere degli abitanti del castello consiste proprio nel fatto che si comportano in modo irrazionale. Se si comportassero in maniera razionale, si potrebbe trattare con loro, li si potrebbe probabilmente convincere o si potrebbe combattere contro di loro e forse vincere. Ma se sono irrazionali, se il loro potere consiste nella irrazionalità, è impossibile farlo.
[…]
P.H. Che cosa significa Sigmund Freud per Lei?
Z.B. Freud, come Kafka, è diventato parte del nostro pensiero. Un bene comune, per così dire. Per noi, oggi, concetti come inconscio, «Es» e «Io» e «Super-io», sono familiari. Il filosofo, sociologo e psicologo americano George Herbert Mead, che ha fornito un contributo essenziale alla questione della identità, non usa questi termini, ma intende sostanzialmente la stessa cosa quando parla di I e Me, di «Io» e «Me». «Io» sono quello che viene dal mio pensiero, quello che sono veramente, quello che è autentico. Ma io sono diviso in due, perché a questo «Io» che viene dall’interno si aggiunge dall’esterno il «Me», quello che le persone intorno a me pensano di me, come mi vedono, come credono che io sia in realtà. La nostra vita è una lotta per la coesistenza amichevole fra l’«Io» e il «Me». Questo è un altro modo di raccontare la storia raccontata da Sigmund Freud.
P.H. Mead diceva che l’individuo riceve la sua identità tramite l’interazione con altri individui. Ci sono più «Me» diversi, e compito dell’«Io» è di sintetizzarli in una immagine unitaria di sé. L’identità nella modernità «liquida» o «fuggevole» di oggi ha qualcosa a che fare con questa interazione, ma è molto più complessa. Ognuno ha ora non più solo tanti «Me» ma anche tanti «Io». Di questo Lei si è occupato soprattutto.
Z.B.L’identità è oggi una questione di negoziazione. È, in effetti, liquida: noi non siamo nati con una identità data una volta per tutte, che non cambia mai. Di più: possiamo avere diverse identità contemporaneamente. In una conversazione su Facebook Lei può scegliere una identità, nella successiva conversazione un’altra. Può cambiare di volta in volta la Sua identità, ci sono identità che vanno di moda. Questo gioco combinato di «Io» e «Super-io» o di «I» e «Me» è parte del nostro compito quotidiano. Freud preparò il terreno per questo gioco.
[…]
P.H. L’identità, oggi – dice il sociologo francese François de Singly –, non ha più radici. Alla metafora delle radici, egli preferisce quella dell’àncora. Diversamente dall’abbandono delle proprie radici, che è rinuncia alle tutele sociali, il levar l’àncora non ha niente di irrevocabile o definitivo. Che cosa non La convince in questa impostazione?
Z.B. Può diventare un altro solo chi cessa di essere chi era. Egli deve rigettare continuamente quello che è stato il suo Io fino ad allora. Di fronte alle continue nuove possibilità quel suo Io gli appare ben presto come non moderno, inappropriato e insoddisfacente.
P.H. Non ha qualcosa di liberatorio, il fatto che uno possa cambiare? In America, nel Nuovo Mondo, il mantra era ed è: scopriti di nuovo!
Z.B. Per la verità, non è una strategia nuova quella di darsela a gambe quando la situazione diventa scabrosa. È quello che sempre hanno cercato di fare gli uomini. Ma è nuovo il desiderio di sottrarsi assegnandosi un nuovo Sé scelto dal catalogo. E quello che all’inizio poteva essere stato l’approdo consapevole su nuove sponde, si trasforma rapidamente in una ossessiva routine. Il liberatorio «puoi diventare un altro» diventa il costrittivo «devi diventare un altro». Questo «devi» ha poco a che fare con l’agognata libertà, e molti vi si ribellano proprio per questo motivo.
P.H. Che significa, allora, essere libero?
Z.B. Essere liberi vuol dire poter perseguire i propri desideri e obiettivi. L’arte di vivere orientata al consumo, che è tipica della modernità liquida, promette certo questa libertà, ma non realizza quel che promette.
[…]
P.H. Quali altri autori oltre a Kafka, Freud e Simmel citerebbe, fra quelli che L’hanno influenzata in maniera particolare?
Z.B. Molti hanno avuto un ruolo nel mio pensiero, ognuno col suo stile, la sua peculiarità. Antonio Gramsci l’ho già ricordato: non potrò mai sottolineare abbastanza quanto io gli sia debitore. Egli mi ha permesso una onorevole presa di distanza dal marxismo. Solo grazie a lui riuscii a cessare di essere un marxista ortodosso senza diventare un antimarxista. Il mio amico Leszek Kołakowski non poté farlo. Egli riuscì a prendere congedo dal marxismo solo diventando antimarxista. Probabilmente non aveva letto Gramsci, non so. Antonio Gramsci è uno dei filosofi più brillanti, umani, che io conosca.
P.H. E fra i pensatori più recenti?
Z.B. Fra questi ultimi, mi è particolarmente vicino Claude Lévi-Strauss, che va considerato come il fondatore dello strutturalismo etnologico. C’è stato un tempo della mia vita, alla fine degli anni Sessanta, in cui ero completamente preso, incantato da Lévi-Strauss. Che cosa ho preso da lui? Devo precisare che io sono molto eclettico, attingo dovunque trovi qualcosa di eccitante, che si innesta bene nel mio pensiero, ma non mi sento obbligato ad accettare il pensatore in sé. Da Lévi-Strauss ho preso l’abolizione dell’idea di cultura come corpo unitario. Anziché riflettere sulle culture, sulla loro diversità, egli parlava di modalità di approccio universali. Non usava la parola «cultura», ma la parola «struttura». È entrato nella storia come strutturalista. Ma in realtà egli ha rinunciato all’idea di una struttura, di un’organizzazione data, di un assetto fisso delle cose. Insisteva sulla universalità dello strutturarsi. La struttura è per lui un’attività. Non un corpo, ma un’attività in un certo senso incerta, che non finisce mai. Nulla è costituito una volta per tutte, le strutture non sono fossilizzate, pietrificate, immutabili. E proprio così io cerco di descrivere la realtà, le realtà sociali, la loro dinamica. La cultura sta al centro delle mie ricerche come un processo dinamico, che non è mai compiuto.
Descrizione-poesie di Idea Vilariño «Non so cosa sia per me la poesia. È un modo di essere, del mio essere. Tutto il resto della mia vita è fatto di casualità. La poesia non è stata casuale. La mia poesia sono io.»
«Una celebrazione simultanea dell’ebrezza e della disgrazia, senza compiacimenti, senza vie di mezzo, con una capacità di illuminazione e brivido che probabilmente non si può raggiungere senza rinunciare alla vergogna, e che forse si trova allo stato puro soltanto in alcune forme di canzone popolare, nel bolero e nel tango. È questo il mondo in cui si resta intrappolati come in una tagliola leggendo le poesie di Idea Vilariño» – Antonio Muñoz Molina
Una poesia di vibrante sensualità commista a toni di dolente pessimismo, intima e notturna: sono questi i termini entro i quali si dispiega l’opera poetica di Idea Vilariño. Uruguaiana, fu parte integrante di quel gruppo di intellettuali denominato Generación del 45, assieme a Mario Benedetti, Ida Vitale e Juan Carlos Onetti, una delle principali esperienze letterarie novecentesche dell’America Latina. Molta della sua poesia ha come temi l’amore – in particolare quello tormentato con lo stesso Onetti, probabilmente la più famosa relazione della letteratura sudamericana –, la solitudine e soprattutto la morte, lucidamente contemplati a partire da una disincantata consapevolezza dell’insensatezza del vivere.
Idea Vilariño
Vederti ridere toccarti con le mani
vivere con te un giorno un anno tre settimane
dividere vita seria vita quieta con te
trovarti nel letto
nella stanza che ti vesti
che sai di vino che fumi
d’estate che sudi
o nell’amore quando chiudi
gli occhi assenti.
I
A Manuel Claps
Ciò che provo per te è così difficile.
Non è di rose che si aprono nell’aria,
è di rose che si aprono nell’acqua.
Ciò che provo per te. Che prende slancio
o si spezza con tanti tuoi gesti
o con le tue parole fatte a pezzi
e che poi riprendi in un gesto
e mi invade nelle ore gialle
e mi lascia una sete dolce e domata.
Ciò che provo per te, così doloroso
come la povera luce delle stelle
che ci arriva dolorante, affaticata.
Ciò che provo per te, che a volte tuttavia
fa tanta strada senza poi sfiorarti.
1942
—
L’OBLIO
Quando una dolce bocca bacia una bocca addormentata
come se ne morisse,
a volte, quando giunge oltre le labbra
e le palpebre si chiudono colme di desiderio
silenziosamente quanto lo permette l’aria,
la pelle col suo tepore setoso chiede notti
e anche la bocca baciata
nel suo indicibile piacere chiede notti.
Ah, notti silenziose, di lune dolci e oscure,
notti lunghe, sontuose, attraversate da colombe,
in un’aria che si fa mani, amore, tenerezza data,
notti come navi…
È allora, nella passione profonda, quando colui che bacia
sa ah, troppo, senza tregua, e vede che ormai
il mondo diventa per un lui un lontano miracolo,
che le labbra gli aprono ancora più fonde estati,
che la sua coscienza abdica,
e infine anche di se stesso si dimentica nel bacio
e un vento appassionato gli denuda le tempie,
è allora, nel bacio, che le palpebre si chiudono,
e trema l’aria con un sapore di vita
e insieme trema
tutto ciò che non è aria, il fascio ardente dei capelli,
il velluto ora della voce, e, a volte,
l’illusione già piena di morti in sospeso.
1944
—
Idea Vilariño-Foto de familia de la Generación del 45, a la que Idea Vilariño perteneció, con motivo de la visita de Juan Ramón Jiménez a Montevideo. Idea Vilariño aparece a la izquierda del poeta español- AB
TORNARE
Vorrei essere a casa
con i miei libri
la mia aria le mie pareti le mie finestre
i miei vecchi tappeti
le mie tende mezze rotte
mangiare sul tavolinetto di bronzo
ascoltare la radio
dormire tra le mie lenzuola.
Vorrei stare addormentata nella terra
no non addormentata
morta e senza parole
no non morta
non essere
ecco cosa vorrei
ancor più che arrivare a casa.
Ancor più che arrivare a casa
e vedere la mia lampada
e il mio letto e la mia sedia e il mio armadio
con l’odore dei miei vestiti
e dormire sotto il peso familiare
delle mie vecchie coperte.
Più che arrivare a casa uno di questi giorni
e dormire nel mio letto.
1954
—
Idea Vilariño
DI NUOVO
Di nuovo la morte
mi gira intorno e come prima
scrupolosamente
mi toglie ogni sostegno
mi vuole fedele e libera
mi separa dagli altri
mi segna
mi definisce
per cancellarmi meglio.
1950
—
Idea Vilariño
POVERO MONDO
Lo distruggeranno
salterà in aria
alla fine scoppierà come una bolla
o esploderà glorioso
come una santabarbara
o più semplicemente
verrà cancellato come
se una spugna bagnata
cancellasse il suo posto nello spazio.
Forse non ci riusciranno
forse lo ripuliranno.
Gli cadrà la vita di dosso come i capelli
e continuerà a girare
come una sfera pura
sterile e mortale
o meno bellamente
vagherà per i cieli
marcendo lentamente
tutto una ferita
come un morto.
Las Toscas, 1962
Idea Vilariño
EPPURE
*
Prendo il tuo amore
eppure
ti do il mio amore
eppure
avremo sere notti
ebbrezze
estati
tutto il piacere
la felicità
la tenerezza.
Eppure.
Ci mancherà sempre
l’infinita bugia
il sempre.
1961
[Traduzione di Laura Pugno]
Idea Vilariño
Breve Biografia di Idea Vilariñonacque a Montevideo nel 1920, dove morì nel 2009. Proveniente da una colta famiglia borghese, cominciò a scrivere poesie prima dei vent’anni, esordendo nel 1945. Professoressa di letteratura fino al colpo di stato del 1973 e poi di nuovo a partire dal 1985, fu anche apprezzata traduttrice. Figura centrale del panorama letterario sudamericano, ricevette nel 1987 il Premio Municipal de Literatura, il più prestigioso riconoscimento del suo paese, e nel 2004 il Premio Konex mercosur a las Letras dell’argentina Konex Foundation.
Idea VilariñoIdea VilariñoIdea VilariñoIdea VilariñoIdea Vilariño
Romana Bogliaccino-Scuola negata-Le leggi razziali 1938-Come e perché nel 1938 anche nel migliore liceo della Capitale 58 studenti e un’insegnante furono espulsi solo perché ebreiIl caso del liceo “Ennio Quirino Visconti” di Roma assume caratteristiche paradigmatiche nel quadro generale dell’impatto delle “leggi razziali” sulla scuola italiana. Frequentato fin dalla sua fondazione nel 1870 da molti ebrei della comunità romana, finalmente emancipati, il liceo registrò nel 1938 un numero molto elevato di studenti espulsi, ben 58, oltre a una docente. Il libro ricostruisce tutto ciò, attraverso uno studio approfondito di numerosi archivi, per primo quello del liceo “Visconti”, intrecciato con le testimonianze delle famiglie, con le storie degli espulsi, e permette di capire, nel vero senso della parola, cosa sia stato il fascismo e cosa sia stata la persecuzione degli ebrei a Roma dal 1938 al 1944. Perché al di là dei numeri, delle statistiche, dei meri dati, sono le vite delle persone che raccontano la storia, la vera storia del fascismo e delle sue vittime.
Romana Bogliaccino ha insegnato Storia e Filosofia presso il Liceo Classico Statale “Ennio Quirino Visconti” di Roma per più di vent’anni. Impegnata in studi e iniziative didattiche sulla memoria della Shoah, ha ideato e diretto dal 2013 il progetto L’Archivio del Visconti e la Storia, nell’ambito del quale ha promosso la Rete Scuola e Memoria – Gli Archivi scolastici italiani. Ha conseguito il Master Internazionale in Didattica della Shoah presso l’Università Roma Tre ed è tra i soci fondatori dell’associazione ETNHOS (European Teachers Network on Holocaust Studies).
GHIANNIS RITSOS: POETA DELLA RESISTENZA E DELL’IMPEGNO SOCIALE
Poesie da:”Molto tardi nella notte”-
traduzione italiana di Nicola Crocetti, Crocetti, 2020. Selezione a cura di Dario Bertini.
Ghiannis Ritsos
Ghiannis Ritsos, Poeta greco (Monemvasìa 1909 – Atene 1990). La sua vita, segnata da lutti e da miserie, fu animata da un’incrollabile fede negli ideali marxisti, oltre che nelle virtù catartiche della poesia. La sofferta visione decadente caratterizza costantemente la sua poetica, articolandosi di volta in volta su temi quali la memoria, il fascino delle opere e delle cose, la rivoluzione etica e sociale.
Ghiannis Ritsos-dieci poesie
Da Molto tardi nella notte, traduzione italiana di Nicola Crocetti, Crocetti, 2020. Selezione a cura di Dario Bertini.
Insuccesso
Vecchi giornali gettati in cortile. Sempre le stesse cose.
Malversazioni, delitti, guerre. Che cosa leggere?
Cade la sera rugginosa. Luci gialle.
E quelli che un tempo avevano creduto nell’eterno sono invecchiati.
Dalla stanza vicina giunge il vapore del silenzio. Le lumache
salgono sul muro. Scarafaggi zampettano
nelle scatole quadrate di latta dei biscotti.
Si ode il rombo del vuoto. E una grossa mano deforme
tappa la bocca triste e gentile di quell’Uomo
che ancora una volta provava a dire: fiore.
Karlòvasi, 4.VII.87
Senza riscontro
Grandi camion stracarichi, coperti di tele cerate,
attraversano le strade tutta la notte. Il rumore delle acque
luride
si ode nelle fogne oscure, misteriose
sotto il sonno dei prigionieri. Non è venuto nessuno.
Invano aspettammo tanti anni. La strada punteggiata
di stazioni di servizio e alberelli stenti. Nel cortile della prigione
ciotole vuote di yogurt e certe piume di uccelli. La prima
stella
gridò: “Coraggio, Ghiorghis”, poi tacque. E Petros,
irriducibile sempre, disse: “In materia di musica
prendi esempio dalla diligenza delle piccole rondini”.
Karlòvasi, 5.VII.87
All’ospedale
Pomeriggio tranquillo. Una ciminiera, i tetti, la linea del
colle,
una nube minuscola. Con quanto amore
guardi dalla finestra aperta il cielo
come se gli dicessi addio. E anch’esso ti guarda. Davvero,
che cos’hai preso? che cos’hai donato? Non hai tempo di
calcolare.
La tua prima parola e l’ultima
l’hanno detta l’amore e la rivoluzione.
Tutto il tuo silenzio l’ha detto la poesia. Come si spetalano
in fretta
le rose. Perciò partirai anche tu
in compagnia della piccola orsa ritta
che tiene una grande rosa di plastica tra le zampe anteriori.
Karlòvasi, 5.VII.87
Ghiannis Ritsos
Elusione
Parlava. Parlava molto. Non tralasciava niente
senza che la sua voce lo soppesasse. Quante e quante notti
in bianco
ad ascoltare i treni, le navi o le stelle,
a calcolare la materia e il colore di un suono,
a dare nomi a ombre e nubi. Ora,
quest’uomo cordiale e loquace sta in silenzio,
forse perché sul fondo ha intravisto i fanali spenti, e si rifiuta
di articolare la parola unica ed estrema: “nero”.
Karlòvasi, 7.VII.87
Questo solo
È un uomo ostinato. A dispetto del tempo afferma:
“amore, poesia, luce”. Costruisce su un fiammifero
una città con case, alberi, statue, piazze,
con belle vetrine, con balconi, sedie, chitarre,
con abitanti veri e vigili gentili. I treni
arrivano in orario. L’ultimo scarica
tavolini di marmo per un locale in riva al mare
dove rematori sudati con belle ragazze
bevono limonate diacce guardando le navi.
Questo solo ho voluto dire, se non mi credono fa niente.
Karlòvasi, 7.VII.87
Ricerca vana
La bella donna dai capelli malinconici e i braccialetti nascosti
ora dorme nella stanza di sopra. Non conosce
i nostri vecchi sospetti (benché una volta confessati)
né il nostro attuale oblio. Io scenderò nel seminterrato,
accenderò una candela per cercare qualcosa
che mi avevano tenuto nascosto a lungo. Poi
salirò di sopra e cercherò di svegliare la donna,
quella dai capelli malinconici. Non spegnerò la candela.
Karlòvasi, 18.VII.87
Imbarazzo
Uno salì la scala ansimando. L’altro
uscì in corridoio indifferente. Il terzo
non sa come reggere questo fiore. Ha paura
che lo vedano, che gli chiedano spiegazioni. Perciò
se ne sta alla finestra col pretesto di ascoltare le cicale,
butta via il fiore di nascosto e si accende una sigaretta.
Così, nessuno può essermi d’impiccio.
Karlòvasi, 21.VII.87
Ghiannis Ritsos
Lentezza
Mezzanotte passata. Dove vuoi andare a quest’ora?
I bar del porto sono chiusi. I marinai
si sono tolti le divise bianche. Forse dormiranno. Alcune
chiatte,
pesanti come fossero gravide, cariche di legname,
navigano lente sull’acqua scura con i vetri rotti
della povera luna. L’una e mezzo, le due, le tre e un quarto.
Le ore si trascinano,
e l’odore del legno appena tagliato, umido,
non cancella l’enorme ombra che sta in agguato davanti
alla dogana,
là dove, appena ieri, bei giovani pescatori subacquei
sbattevano sugli scogli i robusti polpi
tra un liquido bianco denso come sperma.
Karlòvasi, 16.VIII.87
Si è fatta notte
La festa di stasera rimandata.
E non sapevamo affatto
cosa avrebbero pianto o festeggiato.
A un tratto le luci si accesero e si spensero.
Dalla finestra vedemmo i musicanti;
attraversarono il viale in silenzio
con in spalla
enormi strumenti di rame.
Rimani qui, dunque,
fuma la sigaretta
in questa grande quiete,
in questo miracolo-niente.
Le statue sordomute.
Anche le poesie sordomute. Si è fatta notte.
Atene, 1.I.88
Qualcosa resta
Dopo tanti bombardamenti a tappeto
rimase intatto soltanto un muro della grande chiesa
con l’alta finestra; intatta anche
la bella vetrata della finestra
con colori viola, arancioni, azzurri, rossi
e raffigurazioni di fiori, uccelli e santi.
Perciò confido ancora nella poesia.
Atene, 2.II.88
Ghiannis Ritsos
GHIANNIS RITSOS: POETA DELLA RESISTENZA E DELL’IMPEGNO SOCIALE
Oggi parliamo di uno dei più grandi poeti greci del ’900, impegnato anche politicamente e socialmente.
La sua vita – ricordiamo la sua nascita a Monemvasia nel Peloponneso il 1º maggio 1909 e la sua morte ad Atene nel 1990- ha attraversato tutte le guerre e i drammi del secolo scorso.
Ma non l’ha fatto certamente da “neutrale”: come ricorda la biografia della Treccani “entrato nelle file della sinistra dopo un’infanzia e una prima giovinezza segnate da gravi lutti familiari e dalla malattia, partecipò alla lotta di resistenza contro i nazisti e poi alla guerra civile, e subì le persecuzioni dei governi dittatoriali o reazionari succedutisi in Grecia tra il 1936 e il 1970”.
La Grecia dei colonnelli
In particolare vogliamo ricordare ai più giovani lettori il fatto che, nella Grecia “culla della democrazia”, il 21 aprile del 1967 un gruppo di ufficiali dell’esercito greco guidò un colpo di stato contro il governo greco democraticamente eletto. Nella notte, carri armati e soldati occuparono tutti i luoghi più importanti della capitale Atene, arrestarono il comandante in capo delle forze armate e tutti i più importanti politici del paese; poi costrinsero il re ad appoggiare il golpe e diedero iniziò a un regime brutale che sarebbe durato per gli otto anni successivi.
Il golpe fu organizzato da una serie di ufficiali di grado intermedio, anche contro le esitazioni dei comandanti in capo, che anzi furono arrestati nelle prime ore del golpe. Per questa ragione il colpo di stato fu soprannominato “dei colonnelli”, e la giunta militare venne ribattezzata “regime dei colonnelli” (“kathestós ton Syntagmatarchón”).
La resistenza “intellettuale”
Appena insediata, la giunta dichiarò decaduti gli articoli della Costituzione che proteggevano la libertà di espressione e quella personale. Tutti i partiti politici furono sciolti e migliaia di politici, attivisti e intellettuali di sinistra furono arrestati e centinaia furono torturati nelle carceri speciali della polizia militare. L’ideologia del regime era basata sul nazionalismo, su un duro anticomunismo e sull’idea che tutte le forze di sinistra, comprese le più moderate, fossero in realtà sostenitrici di una cospirazione comunista. Tra gli intellettuali arrestati, oltre a Ghiannis Ritsos, ricordiamo anche il compositore Mikis Theodorakis, autore di famose colonne sonore come quella del film Zorba il Greco e Z – L’orgia del potere, di Costa-Gavras, in cui viene raccontata la nascita del regime greco (Theodorakis, anche per pressioni internazionali, fu scarcerato e fuggì dalla Grecia, non ritornando fino al termine della dittatura).
La poesia di Ritsos
Ghiannis Ritsos
Per introdurre i lettori alla poesia di Ghiannis Ritsos utilizzeremo un suo libro – Pietre, Ripetizioni, Sbarre, Feltrinelli, 1978 -Edizione italiana tradotta e curata da Nicola Crocetti-.
Le poesie furono scritte negli anni ‘68/’69, durante il periodo del suo internamento. Faremo precedere la nostra proposta di lettura da una introduzione preparata, per una successiva ediziona italiana, da Nicola Crocetti, che non fu solo un suo traduttore ed editore, ma anche amico fraterno, tra i pochi cui riuscì di superare le “sbarre” per andarlo a trovare in prigionia.
L’introduzione di Crocetti
Le poesie di Pietre Ripetizioni Sbarre sono state composte tra il 1968 e il 1969, negli anni in cui Ghiannis Ritsos era confinato nei campi di concentramento sulle isole di Ghiaros e Leros, e poi soggetto a domicilio coatto a Karlòvasi, sull’isola di Samo. Nel suo consueto dialogo con il mito e con la storia, Ritsos racconta la memoria che resiste e che parla attraverso le pietre delle statue e delle colonne spezzate, anche quando gli eroi sono ormai “passati di moda”.
Nei gesti che si ripetono da sempre, incessantemente, gli echi del tempo che è stato diventano immagini di un presente fatto di sbarre, di ricerca della libertà vissuta come un’“immensa, estatica orfanezza”. Nella sua solitudine, destino di tutti gli eroi, il poeta conserva integra la sua dignità e la speranza nell’uomo, e afferma la sua fede nella rinascita e nel potere di redenzione della poesia.
Nel 1969 Ritsos riesce a eludere la censura e a inviare il manoscritto di Pietre Ripetizioni Sbarre a Parigi, dove la raccolta viene pubblicata due anni dopo da Gallimard. Nella prefazione, Louis Aragon definisce Ritsos “il più grande poeta vivente di questo tempo che è il nostro”.
Nicola Crocetti
Da “Pietre ripetizioni sbarre”
Ghiannis Ritsos
Dissoluzione
Forme mobili, dissolute; – l’inquietudine molteplice
e la fluidità insidiosa – udire il rumore dell’acqua tutt’intorno
imponderabile, profondo, incontrollabile; e tu stesso incontrollabile,
quasi libero.
Donne stupite giunsero poco dopo
assieme a certi vecchi, con brocche, pentole, bidoni,
attinsero acqua per le necessità domestiche. L’acqua prese forma.
Il fiume tacque come se si fosse svuotato. Faceva notte. Si chiusero le porte.
Solo una donna, senza brocca, rimase fuori, nel giardino,
diafana, liquida al chiar di luna, con un fiore nei capelli.
15 maggio 1968
A posteriori
Da come sono andate le cose, nessuno, secondo noi, ha colpa. Uno è partito
l’altro è stato ucciso; gli altri – ma è inutile rivangare adesso.
Le stagioni si alternano regolarmente. Fioriscono gli oleandri.
L’ombra fa il giro intorno all’albero. La brocca immobile,
rimasta sotto il sole, è asciutta; l’acqua è finita. Eppure
potevamo, dice, spostare più in qua o più in là la brocca
a seconda dell’ora e dell’ombra, intorno all’albero,
girando fino a trovare il ritmo, ballando, dimenticando
la brocca, l’acqua, la sete – senza avere più sete, ballando.
20 maggio 1968
Mezzanotte
Leggera, vestita di nero, – non s’udì affatto il suo passo.
Attraversò la galleria. Il semaforo spento. Mentre saliva
la scala di pietra le gridarono “Alt”. Il suo volto
vaporava bianchissimo nel buio. Sotto il grembiule
teneva nascosto il violino. “Chi va là?”- Non rispose.
Rimase immobile; le mani in alto; tenendo stretto
Il violino tra le ginocchia. Sorrideva.
15 giugno 1968
Notte
Alto eucalipto e ampia luna.
Una stella trasale nell’acqua.
Cielo bianco, argentato.
Pietre, pietre scorticate fino in cima.
Accanto, nel basso fondale, s’udì
il secondo, il terzo salto d’un pesce.
Immensa, estatica orfanezza – libertà.
21 ottobre 1968 Campo dei deportati politici di Partheni, isola di Leros
Rinascita
Da anni più nessuno si è occupato del giardino.
Eppure
quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo,
è divampato tutto fino all’inferriata – mille rose,
mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi –
viola, arancione, verde, rosso e giallo,
colori… tanto che la donna uscì
di nuovo
a dare l’acqua col suo vecchio annaffiatoio
di nuovo bella,
serena, con una convinzione indefinibile.
E il giardino
la nascose fino alle spalle, l’abbracciò,
la conquistò tutta;
la sollevò tra le sue braccia. E allora, a mezzogiorno
in punto, vedemmo
il giardino e la donna con l’annaffiatoio
ascendere al cielo
e mentre guardavamo in alto, alcune gocce
dell’annaffiatoio
ci caddero dolcemente sulle guance, sul mento,
sulle labbra.
Fonte –Blog di Antonio Vargiu
Ghiannis Ritsos
Di che colore è l’amore?
Il tuo corpo tagliato da una lama di luce – per metà carne, per metà ricordo.
Illuminazione obliqua, il grande letto intero, il tepore lontano, e la coperta rossa.
Chiudo la porta, chiudo le finestre. Vento con vento. Unione inespugnabile.
Con la bocca piena di un boccone di notte. Ahi, l’amore.
Ghiannis Ritsos, da AA.VV. Nuove poesie d’amore, Crocetti Editore, traduzione di Nicola Crocetti
La poesia qui sotto mi trasmette, ogni volta che la leggo, una dolcezza infinita
(forse più di tre bignè al cioccolato… che dici, sto esagerando?)
Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo mi chiederanno la loro voce un giorno, quando te ne andrai. Ma io non avrò più voce per ridirle, allora. Perché tu eri solita camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto, gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani sulle ginocchia, mettendo in mostra provocante i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così – dicevi; ricordarmi così, coi piedi sporchi; coi capelli che mi coprono gli occhi – perché così ti vedo più profondamente. Dunque, come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così sotto i bianchissimi meli in fiore di nessun Paradiso.
Ghiannis Ritsos, da Erotica, Crocetti, 2008, traduzione di Nicola Crocetti
Ghiannis Ritsos
Biografia di Ghiannis Ritsos
(in greco: Γιάννης Ρίτσος; Monemvasia, 1º maggio 1909 – Atene, 11 novembre 1990)
Ghiannis Ritsos, Poeta greco (Monemvasìa 1909 – Atene 1990). La sua vita, segnata da lutti e da miserie, fu animata da un’incrollabile fede negli ideali marxisti, oltre che nelle virtù catartiche della poesia. La sofferta visione decadente caratterizza costantemente la sua poetica, articolandosi di volta in volta su temi quali la memoria, il fascino delle opere e delle cose, la rivoluzione etica e sociale.
Ghiannis Ritsos
Vita
Entrato nelle file della sinistra dopo un’infanzia e una prima giovinezza segnate da gravi lutti familiari e dalla malattia, partecipò alla lotta di resistenza contro i nazisti e poi alla guerra civile, e subì le persecuzioni dei governi dittatoriali o reazionari succedutisi in Grecia tra il 1936 e il 1970.
Opere
Dopo le prime raccolte (Τρακτέρ “Trattore”, 1934; Πυραμίδες “Piramidi”, 1935), influenzate dal crepuscolarismo di K. Karyotakis, s’ispirò alla tradizione demotica nei decapentasillabi rimati di ῾Επιτάϕιος (“Epitaffio”, 1936), compianto di una madre per il figlio ucciso dalla polizia durante uno sciopero, cui seguì Τὸ τραγούδι τῆς ἀδελϕῆς μου (“La canzone di mia sorella”, 1937), di schietta intonazione elegiaca. Ma già nelle tre poesie pubblicate con lo pseudonimo di K. Eleftheríu sulla rivista Τὰ νέα γράμματα (“Lettere nuove”) nel 1936, si avverte il tentativo di aderire alla lirica pura, mentre un esito delle ricerche precedenti è rappresentato dalla raccolta Δοκιμασία (“Prova”, 1943), che incorse nella censura tedesca. Nel caso di ῾Αγρύπνια (“Veglia, 1954), pubblicata dopo l’esperienza della deportazione nelle isole dell’Egeo, è invece la fiducia nella vita che rinasce ad essere cantata. Le prove poetiche successive, numerosissime, inclinano talvolta all’enfasi e fanno posto a simbolismi non privi di fumosità: fra queste, anche la celebre Σονάτα τοῦ σεληνόϕωτος (“Sonata al chiaro di luna”, 1956), che inaugurò la serie dei monologhi drammatici nella quale figurano alcuni poemetti ispirati a personaggi mitici assunti a prototipo dell’umanità sofferente (Φιλοκτήτης “Filottete”, ῾Ορέστης “Oreste”, ῾Ελένη “Elena”, Χρυσόϑεμις “Crisotemi”, compresi, insieme con altri, nel vol. Τέταρτη διάσταση “Quarta dimensione”, 1985). Più persuasive, sul piano concettuale e stilistico, opere come ᾿Ανυπόταχτη πολιτεία (“Indomabile città”, 1958), Μαρτυρίες (“Testimonianze”, 1963 e 1966), Δεκαοχτὼ λιανοτράγουδα τῆς πικρῆς πατρίδας (“Diciotto canzonette della patria amara”, 1973), Χάρτινα (“Carta”, 1974), ῾Ιταλικὸ τρίπτυχο (“Trittico italiano”, 1982). Traduttore di poeti stranieri, studioso di Majakovskij, R. ha scritto anche opere drammatiche (Μιὰ γυναίκα πλάϊ στὴ ϑάλασσα “Una donna accanto al mare”, 1959), e si è cimentato con la prosa e con il romanzo (il ciclo Εἰκονοστάσιο ᾿Ανωνύμων ῾Αγίων “Iconostasi di Santi Anonimi”, 1982-86; ῎Οχι μονάχα γιὰ σένα “Non soltanto per te”, 1985). La sua opera poetica, riunita in Ποιήματα (“Poesie”, 10 voll., 1961-89), è stata tradotta in italiano e in altre lingue.
Un classico da rileggere : “Se questo è un uomo” di PRIMO LEVI
Non solo memoria, letteratura. Sembra paradossale, eppure la scrittura di Se questo è un uomo ci dice di Primo Levi quanto e più del suo contenuto. Accade perché è una scrittura a togliere, resa scarna dallo sforzo di tenere a bada il dolore, la tentazione dell’astio, per lasciar emergere un racconto nudo, tanto più potente quanto più depurato del giudizio. Uno sforzo, riuscito, il cui prezzo doveva essere inversamente proporzionale alla distanza. Si pensi che i primi appunti erano nati già dentro il lager, che la prima edizione era già pronta nel 1947, neanche due anni dopo la Liberazione. Primo Levi, mentre scriveva il capolavoro, che esce in edicola e in parrocchia con Famiglia Cristiana, in vista della Giornata della memoria, aveva tra i 26 e i 28 anni. Oggi lo diremmo ragazzo.
Abbiamo chiesto a Giovanni Tesio, fino a pochi mesi fa docente di Letteratura italiana all’Università del Piemonte orientale, che ha avuto modo di conoscere a fondo Primo Levi di persona oltreché da studioso dei suoi scritti, di aiutarci a tracciare un bilancio, a trent’anni dalla morte di Levi e a settanta dalla prima edizione, di Se questo è un uomo.
«Un autore imprescindibile, un classico del Novecento, che ha preso quota sia a livello europeo sia nazionale per la consistenza dei contenuti e per la ricchezza, la forza, la precisione del linguaggio. L’esperienza del lager ha fatto di Primo Levi inizialmente un testimone della Shoah, ma la sua testimonianza sulla ferita del nostro Novecento era tanto più forte per la parola che la comunicava. Primo Levi credeva nella chiarezza della scrittura,nella letteratura come comunicazione, capace di rendere accessibile a tutti anche il più tragico dei contenuti».
“Se questo è un uomo” di PRIMO LEVI
Il Levi che ha conosciuto corrispondeva all’idea che ne esce in Se questo è un uomo?
«Nel caso di Primo Levi la maschera è il volto, ma questo non deve sminuirne lo spessore, anzi. Da un lato c’è quasi l’identità tra lo scrittore e l’uomo, dall’altro c’è la complessità: se non ci fosse non ci sarebbero neppure la resistenza di Levi e la sua importanza. D’altro canto, non escluderei che la pretesa che la ragione potesse guidare ogni aspetto interpretativo abbia agito su di lui, un po’ come se la compressione dell’inconscio avesse poi generato una ribellione dell’istinto che lui pure diceva di avere (Primo Levi è morto l’11 aprile 1987 cadendo nella tromba delle scale della sua casa torinese, ancora si discute se sia stato suicidio, ndr)».
Giornata della Memoria Shoah
Trent’anni fa Primo Levi, nel 2016 Elie Wiesel: che cosa perdiamo quando muore un testimone?
«Un pezzo della nostra stessa vita, la parte che ci costringe a fare i conti con il saper fare, con le impurità che la vita comporta. La conoscenza vera non è mai solo intellettuale, implica un mischiarsi con le cose, un sapere delle mani. Al tempo di Internet diventiamo da un lato più ricchi di possibilità, dall’altro rischiamo di essere sempre più dei conoscenti in difetto, privi del dato dell’esperienza».
Nel 1947 Se questo è un uomo uscì per De Silva: come si spiega il rifiuto di Einaudi, che poi ci ripensò nel 1958?
“Se questo è un uomo” di PRIMO LEVI
«Einaudi stava andando in una direzione diversa, per scelte editoriali. Da un lato si era in un momento storico in cui determinate esperienze chiedevano di essere non testimoniate ma in qualche modo tenute a bada, dall’altro non dobbiamo dimenticare che Primo Levi era un esordiente. Oggi potremmo dire che ci sarebbe voluta maggiore tempestività, ma sarebbe ingrato, con il senno di poi, gettare la croce addosso a chi non la merita. Da studioso posso dire che l’edizione Einaudi del 1958, in tempi più maturi, ha consentito a Levi di lavorare ancora a un testo che sentiva urgente ma imperfetto: ha potuto aggiungere il capitolo Iniziazione, fondamentale, e alcuni dei ritratti più commoventi di Se questo è un uomo: la bambina Emilia, l’amico Alberto. Ha anche ripulito il testo dalle tracce dell’offesa recente, dimostrando un desiderio di precisione che è segno di un senso forte della scrittura che si salda con un contenuto che urge, che rugge direi. Credo che anche con questo ruggito controllato dalla scrittura si spieghi la fortuna mondiale di Levi, certo favorita da un editore come Einaudi e dalla traduzione in tedesco di Heinz Riedt, ma aiutata dalla capacità di raccontare senza astio una ferita ancora fresca».
Giornata della Memoria Shoah
Ogni volta che parliamo di “zona grigia” citiamo Levi: oltre a citarlo lo abbiamo letto abbastanza?
«Non lo abbiamo letto abbastanza, citiamo spesso per pigrizia. La citazione vera è lettura e rilettura. Primo Levi va riletto come si rileggono i classici. In lui la “zona grigia” era la zona di quel collaborazionismo che mette in guardia dai giudizi inappellabili. È chiaro che il sistema che porta al lager nazista vale la condanna inappellabile, ma dentro questo giudizio ci sono variabili che coinvolgono l’idea stessa di uomo. È l’idea manzoniana che se Renzo commette una violenza è perché qualcuno lo ha indotto a farlo, che non sempre chi commette un gesto nefando è colpevole quanto colui che lo induce a farlo».
Possiamo chiederle di suggerire negli scritti di Levi un percorso utile alla comprensione del nostro mondo scosso dai conflitti, tentato dalle intolleranze, disorientato nel lavoro?
Giornata della Memoria Shoah
«Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati sul tema del lager visto in chiave originale. La chiave a stella, sul tema del lavoro ben fatto, che è tema potenzialmente ambiguo perché anche Stangl, il carnefice di Treblinka, pensava di fare un lavoro ben fatto. Per questo diventa lettura necessaria la storia del montatore Faussone che incarna un’idea morale del lavoro che non è mai disgiunta dalla responsabilità: la chiave dei mestieri che deve agire sulla formazione stessa dell’uomo. Poi non dimenticherei Storie naturali, l’aspetto dell’umorismo di Primo Levi, la dimensione di gioco della sua fantascienza domestica. Escludendolo, dimenticheremmo la personalità multipla di Levi facendone un autore in una sola direzione. Vorrei concludere con La ricerca delle radici, con le righe che premette all’ultimo capitolo, Siamo soli, in cui a me sembra di vedere un invito a sperare».
Auschwitz
Un anno fa lei ha finalmente pubblicato Io che vi parlo, l’esito degli incontri che avrebbero dovuto diventare, se ce ne fosse stato il tempo, una biografia autorizzata di Primo Levi: che cosa le ha lasciato di personale l’incontro con Primo, a parte il libro?
«Un incontro fondamentale, ma non dirò mai che sono stato amico di Primo Levi, semmai ne sono stato un indegno allievo. Era una persona
Auschwitz
controllatissima ma capace di affettività e avevamo messo insieme una consuetudine che andava oltre le mie ricerche. Mi ha lasciato la lezione della parola che non deve mai essere “avventurata” ma sempre pensata. Mi colpiva nel suo parlare l’arrivare direttamente all’esattezza, senza bisogno dei “per così dire” cui ci appoggiamo tutti noi. Poteva farlo anche grazie al bagaglio di odori e di colori in più che gli dava la sua esperienza di chimico».
(comprese le Poesie incompiute mai edite in italiano)
Editore Bompiani è un marchio Giunti Editore
Konstantinos Kavafis
-Poesie e prose-Per la prima volta vengono pubblicate tutte le poesie di Konstantinos Kavafis (comprese le Poesie incompiute, mai edite in italiano) assieme alle sue prose più significative. Un volume – con il testo greco a fronte, corredato di ampi commenti, indici e una sezione iconografica – che permetterà di cogliere i molteplici aspetti di una straordinaria esperienza letteraria. Kavafis non volle mai raccogliere le sue poesie tutte assieme – ora annotate e tradotte da Renata Lavagnini, internazionalmente riconosciuta come una delle più importanti studiose del poeta greco – preferendo diffonderle di volta in volta in fogli volanti, su cui poteva intervenire con correzioni e varianti. Solo dopo la sua morte (quando ormai aveva acquisito, non senza contrasti, fama e riconoscimenti nell’ambiente letterario alessandrino e ad Atene) le 154 poesie edite furono riunite in volume nel 1935. Ma la sua opera è assai più vasta. Se le poesie giovanili, apparse su riviste e almanacchi tra il 1886 e 1898, vennero messe da parte e implicitamente rinnegate (Poesie rifiutate), altre furono portate avanti nel tempo ma abbandonate nel cassetto (Poesie nascoste, 1884-1923). Su altre ancora continuò a lavorare fino alla fine, lasciandole in stato di abbozzo (Poesie incompiute, 1918-1932). Kavafis parla direttamente al lettore di oggi. E anche in quelle poesie in cui sono più presenti i riferimenti colti (specialmente quelli storici, attinti al mondo greco, ellenistico e bizantino al quale consapevolmente apparteneva come epigono) è possibile cogliere messaggi di grande attualità. Nelle sue Prose – finalmente raccolte, per i lettori italiani, con accurata competenza dallo specialista Cristiano Luciani – si delinea una figura di intellettuale ed erudito, sempre in dialogo con gli autori e i temi più presenti del suo tempo: riflessioni che costituiscono la premessa e lo sfondo necessari per comprendere ciò che l’opera poetica lascia spesso solo intuire
Konstantinos Kavafis
Biografia di Konstantinos Kavafis
Konstantinos Kavafis è nato il 29 aprile 1863 ad Alessandria d’Egitto da una famiglia originaria di Costantinopoli. Nel 1872 ultimo di nove figli, dopo la morte del padre, autorevole membro della ricca colonia greca di Alessandria attivo nel commercio del cotone, si trasferisce con la madre in Inghilterra dove riceve la prima formazione in lingua inglese frequentando le scuole a Liverpool e a Londra. Rientrato in Egitto, è allievo, negli anni 1881-1882, del Liceo Ermìs, un liceo commerciale della comunità greca di Alessandria. Tra il luglio 1882 e l’ottobre 1885 il giovane Kavafis con la madre e i fratelli si rifugia a Costantinopoli, presso i nonni materni, per sottrarsi ai bombardamenti inglesi rivolti a sedare la ribellione di ‘Ora¯bı¯ Pascià. A Costantinopoli, allora capitale dell’Impero ottomano, dove ancora erano presenti le memorie del passato bizantino, Kavafis intreccia amicizie ed esordisce in poesia. Tornato nel 1885 ad Alessandria, dopo aver fatto il giornalista e il mediatore in Borsa, dal 1896 è impiegato all’Ufficio delle Irrigazioni presso il Ministero dei Lavori Pubblici. Vi resta fino al 1922, quando va volontariamente in pensione. Pochi i viaggi: nel 1897 a Parigi e Londra con il fratello John; ad Atene nel 1901, 1903, 1905 dove ha contatti con il mondo letterario della capitale greca; un ultimo viaggio, sempre ad Atene, nel 1932, qualche mese prima della morte, avvenuta ad Alessandria il 29 aprile 1933.
Konstantinos Kavafis Poesie e prose – BompianiKonstantinos KavafisKonstantinos Kavafis Poesie e prose – BompianiKonstantinos KavafisKonstantinos Kavafis
Descrizione del libro di Sandor Marai–Dopo quarantun anni, due uomini, che da giovani sono stati inseparabili, tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi. Uno ha passato quei decenni in Estremo Oriente, l’altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di quel momento. Null’altro contava per loro. Perché? Perché condividono un segreto che possiede una forza singolare: “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. Tutto converge verso un “duello senza spade” ma ben più crudele. Tra loro, nell’ombra il fantasma di una donna.
Sandor Marai
Breve biografia di Sándor Márai, il patriota malinconico .
Articolo di Gian Paolo GRATTAROLA
Nel tracciare il profilo biografico di quello è stato indubbiamente uno dei più grandi scrittori del Novecento, ci si trova purtroppo a chiedersi chi era mai Sándor Márai. Perché è vero che, meritoriamente, l’editore Adelphi ha pubblicato in Italia tutte le sue principali opere; ma è altrettanto vero che egli rappresenta l’incarnazione di una concezione della letteratura troppo faticosa e impegnativa per essere digerita senza difficoltà dal lettore di oggi.
Nato nel 1900 a Kassa (oggi Košice), un estremo lembo dell’Impero Austroungarico ormai avviato al tramonto, da una famiglia ricca di passato e priva di avvenire, aveva nel sangue le radici di un’Europa che stava morendo per troppa nobiltà e troppo sapere, come racconterà tra il 1934 e il 1935 nel suo primo romanzo memoriale Le confessioni di un borghese. E ungherese lo resterà per sempre, sia quando si recherà in Germania allo scopo di frequentare la scuola universitaria di giornalismo, sia quando insieme con la moglie Lola sposata nel 1928 si trasferirà a Parigi e Londra in Italia e in Medio oriente come inviato del “Frankfurter Zeitung”. La percezione dolorosa che i cardini morali, che avevano sostenuto la civiltà aristocratica durante la stagione mitteleuropea, stanno per essere spazzati via dall’ansia di affermazione di una società borghese cinica e materialista innervano già le prime opere scritte in patria quali L’isola (1934), Divorzio a Buda (1936), La recita di Bolzano e Sindbad torna a casa (entrambi 1940), La donna giusta (1941) e La sorella (1946).
Quando, dopo essere sopravvissuto agli orrori della guerra e dell’occupazione nazista di cui fu fiero oppositore, assiste alle prime avvisaglie della non meno feroce dittatura sovietica, decide nel 1948 di lasciare l’Ungheria e inizia a girovagare tra Svizzera, Stati Uniti e Italia. Esule di un mondo in cui non riesce tuttavia a riconoscersi, la nuova forma di inquietudine di cui è prigioniero diviene il tratto essenziale e inconfondibile della psicologia dei protagonisti dei suoi più romanzi più importanti. Prima a San Diego, dove prende residenza, e più tardi a Salerno, dove si trasferisce quando il figlio János entra in rotta di collisione con i genitori assumendo la decisione di americanizzare il proprio nome rifiutando la sua discendenza ungherese, Màrai continua a scrivere nella lingua madre. In questo lungo periodo di esilio vedono la luce, tra le molte altre opere i capolavori che usciranno postume e faranno di lui uno dei maggiori romanzieri del secolo scorso: da Liberazione a Le braci, dal secondo romanzo memoriale Terra, Terra!… a L’eredità di Eszter, da Il sangue di San Gennaro a L’ultimo dono.
Romanzi che egli scrive non per comprendere la realtà, ma per fuggire da un presente che detesta e che non ci chiedono di comprendere l’autore, ma di seguirlo attraverso i suoi verbosi e interminabili monologhi, lungo le sue sfavillanti digressioni in cui si sofferma ad analizzare con grande finezza psicologica i personaggi in tutte le loro sfumature, a scrutare ogni increspatura dell’animo umano, a registrare ogni loro parola e ogni loro sospiro. Leggerlo e addirittura non cercar neanche di capirlo. Perché il chiedere risposte è la motivazione meno opportuna per andare a bussare alla porta della sua arte: si correrebbe inutilmente il rischio di non farsi aprire. E allora meglio ricorrere alle cinque dita dei sensi, affidandosi all’odore che si respira nelle abitazioni e per le strade delle sue storie, degustando i sapori delle sue trame, lasciandosi inebriare dalla musica e dall’eleganza di una scrittura sontuosa. Quando al duro fardello sopportato a causa delle sorti avverse della propria patria lontana si aggiunge il dolore della perdita della moglie e del figlio, Sándor Márai decide nel febbraio del 1989 di togliersi la vita. Mancano solo pochi mesi all’agognato crollo dell’impero sovietico e al definitivo affrancamento del popolo ungherese. Ma egli purtroppo non vi potrà assistere.
“La battaglia di Montaperti”, Duccio Balestracci –
Duccio Balestracci- “La battaglia di Montaperti” –
Editori Laterza Bari
Descrizione del libro di Duccio Balestracci-Due città rivali, Siena e Firenze. Due fazioni in lotta, guelfi e ghibellini. Due poteri che si scontrano, Impero e Chiesa. Tutti questi conflitti convergono il 4 settembre 1260 a Montaperti per dare vita a una battaglia che sembrò segnare una svolta nella storia d’Italia. Lo scontro fu durissimo. La sera sul campo rimasero così tanti cadaveri di uomini e cavalli che il sangue, come scrive Dante, «fece l’Arbia colorata in rosso». Verso Siena si incamminavano le migliaia di prigionieri che erano tutto ciò che restava dell’imponente esercito messo insieme da Firenze e dalle sue alleate, sconfitto dai ghibellini e dai cavalieri di Manfredi.
Prof. Duccio Balestracci- ordinario di Storia Medievale a Siena
Duccio Balestracci, professore ordinario di Storia Medievale presso il Dipartimento di Scienze storiche e dei beni culturali di Siena, è autore di numerosi saggi divulgativi di successo. Nel 2016 è stato uno dei protagonisti degli INCONTRI CON GLI AUTORI del Festival del Medioevo.
La battaglia di Montaperti fu combattuta a Montaperti, pochi chilometri a sud-est di Siena, il 4 settembre 1260, tra le truppe ghibelline capeggiate da Siena e quelle guelfe capeggiate da Firenze.
La vittoria dei Senesi e dei loro alleati segnò il dominio della fazione ghibellina sulla Toscana, con ripercussioni anche sui precari equilibri del resto d’Italia e d’Europa, segnando di fatto il ruolo predominante della Repubblica di Siena sullo scenario politico ed economico dell’epoca.
Antefatti
Dopo l’anno 1000, le città di Firenze e di Siena erano cresciute grazie alle attività mercantili e commerciali; i banchieri e i mercanti delle due città attraversavano l’Europa arricchendosi. Firenze era facilitata dalla via d’acqua dell’Arno, Siena dalla sua posizione lungo la via Francigena, percorsa dai numerosi pellegrini diretti a Roma o dai traffici che da questa si dirigevano verso il cuore del Sacro Romano Impero. Era lo sviluppo dell’era mercantile. Ovviamente, gli interessi delle due città erano da tempo in conflitto, sia per questioni economiche che di pura egemonia sul territorio. Nella prima metà del XIII secolo, i confini fiorentini si spingevano a sud fino a pochi chilometri da Siena. La rivalità economica si traduceva in una rivalità politica. A Firenze avevano la supremazia i guelfi, che sostenevano il primato papale, mentre a Siena il partito predominante era quello ghibellino, alleato dell’Imperatore, che in quel periodo era capeggiato dal re di SiciliaManfredi di Svevia, figlio naturale di Federico II.
Nel 1251 i senesi si erano legati ai ghibellini di Firenze in un patto di reciproca assistenza. Nella guerra del 1255, Siena aveva avuto la peggio ed era stata spinta a sottoscrivere un impegno a non ospitare alcun esiliato dalle città di Firenze, Montepulciano e Montalcino. Il casus belli fu l’accoglienza data nel 1258 da Siena ai ghibellini di Firenze, esiliati dopo una tentata rivolta contro i guelfi al potere. A questo esilio era seguito l’assassinio di Tesauro Beccaria, abate di Vallombrosa, accusato di complottare con i ghibellini allo scopo di farli rientrare a Firenze.
All’inizio della nuova guerra, il teatro delle operazioni fu soprattutto la Maremma, dove i guelfi riuscirono a fomentare rivolte dei comuni di Grosseto, Montiano, Montemassi[1]. Nel 1259 Siena ottenne l’appoggio di re Manfredi, che fornì alcuni squadroni di cavalieri tedeschi comandati dal vicario regio, il conte Giordano d’Agliano, suo stesso cugino; l’offerta di cento cavalieri, inizialmente ritenuta non adeguata dagli ambasciatori senesi, fu poi accettata su consiglio di Farinata degli Uberti. L’idea era che, una volta che le bandiere di re Manfredi fossero state coinvolte nello scontro, questi sarebbe stato costretto a inviare ulteriori rinforzi.
Nei primi mesi del 1260 le truppe tedesche piegarono la resistenza dei comuni maremmani. Questo suscitò la reazione della lega guelfa, guidata da Firenze, che, nonostante i richiami alla prudenza di alcuni membri importanti come Cece Gherardini (successivamente uno dei dodici capitani dell’esercito a Montaperti), fece muovere un esercito di circa trentacinquemila uomini a difesa dei comuni riconquistati dai ghibellini senesi. L’esercito guelfo si accampò alle porte di Siena, nei pressi di Santa Petronilla, nella zona nord vicina a Porta Camollia, attuando un assedio il 18 maggio. I cavalieri tedeschi e quelli senesi attaccarono l’accampamento nello stesso giorno e le operazioni si protrassero per i successivi due giorni. I cronisti delle due parti descrissero in modo diametralmente opposto l’esito dei combattimenti, a seconda dello schieramento per cui parteggiavano. Il 20 maggio i guelfi interruppero l’assedio e, mentre una piccola parte proseguì il cammino verso la Maremma, il restante dell’esercito fece ritorno a Firenze. Durante le operazioni del 18 maggio, alcuni cavalieri tedeschi furono feriti, ma l’attacco ebbe l’effetto di far togliere il campo ai Fiorentini. Questo spinse re Manfredi ad inviare in luglio ulteriori e più consistenti aiuti a Siena, nel numero di ottocento cavalieri. Altri aiuti arrivarono da Pisa e dagli altri ghibellini toscani. Questo diede ulteriore respiro ai senesi, che riconquistarono Montepulciano e Montalcino, stazione strategica a sud, sulla via Francigena.
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