Vent’anni fa la scomparsa di Mario Luzi- Il Poeta che visse nel giusto della vita. Articolo di Luigi Oliveto-Biblioteca DEA SABINA
Biblioteca DEA SABINA
Vent’anni fa la scomparsa di Mario Luzi- Il Poeta che visse nel giusto della vita.Articolo di Luigi Oliveto-
Mario Luzi il Poeta che visse il giusto della vita-Vent’anni fa, il 28 febbraio 2005, nella sua casa fiorentina in via di Bellariva, moriva Mario Luzi, voce tra le più significative della poesia del Novecento. Una poesia connotata dall’incessante limìo attorno al mistero dell’esistenza umana: tanto luminosa nei suoi aspetti di compartecipazione al creato, quanto esperienza dolorosa di ombre e tenebre. Un universo lirico, quello luziano, ove stupore, inquietudine, meditazione, pronunciamento, si innervano nella parola («vola alta parola») a dire comunque la «maestà del mondo». Tale, infatti, è stato l’insistito scandaglio della riflessione poetica di Luzi: cogliere il continuo divenire del mondo nella sua osmosi drammatica e stupefacente di vita e morte, luce e ombre, creato e incompiuto. Ecco, allora, uomo, cosmo, natura, come sospesi tra il presente e il non-ancora, tra l’espresso e l’inesprimibile, tra la precarietà del presente e la definitiva pienezza.
Giusto qualche giorno prima della sua scomparsa, egli aveva licenziato alcuni versi che parlavano di un termine, di una vetta che si approssimava e di cui «ne davano un chiaro avvertimento / i magri rimasugli / di una tappa pellegrina». «Lì – scriveva il poeta – avrebbe la sua impresa / avuto il luminoso assolvimento / da se stessa nella trasparente spera / o nasceva una nuova impossibile scalata… / Questo temeva, questo desiderava».
Quei versi sembrarono, allora, andare a sigillare non solo la fine di una vita, ma, ancora di più, la conclusione di un percorso poetico instancabilmente contrassegnato dal dubbio, dalla domanda, dall’invocazione, dalla ricerca dell’essenza eterna delle cose. Lo stesso sublime tormento che il poeta aveva trasferito nel Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), laddove in una sorta di cammino penitenziale ed iniziatico, si cercava di ricomporre, in parole nuove, tutti i contrari dell’esperienza umana: vita-morte, eternità-finitezza, sogno-realtà, la concretezza e l’insondabile, l’esistenza e l’arte. La poesia di Mario Luzi ha di continuo indagato questi opposti, intendendo così – lo confidava nella premessa al Libro di Ipazia (1978) – «attivare dei punti di assillo e di sofferenza presenti anche se latenti nel tempo e nell’umano. Come fontane che riprendessero a versare acqua, o piaghe a sanguinare».
E quando al poeta occorse dare un luogo per contemplare un siffatto tormento, non allestì scene fittizie, ma trasfigurò a metafora geografie reali: quelle delle terre toscane, delle Crete senesi, della Val d’Orcia, dell’Amiata. Sono i luoghi che il poeta – ebbe a scrivere Lorenzo Mondo – intese ridisegnare in «un universo purgatoriale di ombre ansiose in paesaggi aspri e desolati […] dove agisce la lezione dell’onnipresente Dante e di Eliot». Del resto Luzi – e qui fu Andrea Zanzotto ad affermarlo – è da ritenersi «grandissimo poeta del paesaggio e del dramma che la natura porta con sé e dell’uomo che vive in questa dimensione». Mentre Alberto Asor Rosa non mancò di cogliere una specie di «universale panpsichismo» che si manifesta proprio attraverso «l’energia affettuosa e in ultima analisi tutta mondana con cui Luzi ha cantato fino all’ultimo terre e paesaggi della sua Toscana».
In quelle plaghe – sosteneva il poeta – sembra racchiuso il ‘divenire’ della vita e della morte. È dunque terra che richiama gli scomparsi o i venturi? Forse entrambi – si rispondeva – perché è terra che assorbe morte, ma per restituirla in vita. Dunque, essere dentro quel paesaggio non è solo trovarsi nel tormentoso scorrere del tempo, ma anche compartecipare a una pietas comune, ad una memoria ad infinitum che è misura – appunto infinita – del tempo e del dolore. E a proposito di condivisa pietas verso l’esperienza umana, avrebbe scritto ancora: «Sia grazia essere qui, / nel giusto della vita, / nell’opera del mondo. Sia così».
Del resto Luzi restò sempre fedele alla dichiarazione di poetica enunciata, poco più che ventenne, nella sua opera d’esordio (La barca, 1935), con l’immagine di quello scafo che, nel flusso dell’esistenza, conduce, in ascesa, dal delta alla sorgiva: «Amici dalla barca si vede il mondo / e in lui una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti».
Evidenziò lo stesso Asor Rosa come il dettato poetico di Luzi, sempre così alto e nobile, mai, però, risultò disgiunto da una profonda umanità: «era sembrata stupenda e ammirevole quella sua sintesi fra una purissima, persino aristocratica voce di poesia e il coraggio etico-politico delle opinioni. E alla fine era non solo stimato e apprezzato ma amato: con quel consenso concorde, che riconosce la grandezza umana quando c’è».
È vero. Si ricorderanno, ad esempio, certi suoi versi di poesia civile come quelli, sferzanti e indignati, scritti durante gli anni di piombo, poi confluiti nella raccolta Al fuoco della controversia (1978): «Muore ignominiosamente la repubblica. / […] Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima – cerco di farmi intendere / dinanzi a non so che tribunale / di che sognata equità. E l’udienza è tolta.» Oppure le accorate parole formulate il 7 gennaio 1997 a Reggio Emilia per il bicentenario del Tricolore (cento anni prima la prolusione era toccata a Giosuè Carducci): «Per la nostra nazione sono oggi necessari due sentimenti, come l’amore e la speranza, che l’hanno sorretta nelle grandi prove a cui è stata chiamata, dalle guerre del Risorgimento alla lotta della Resistenza alle difficili vicissitudini attuali. Bisogna fondare la nostra scommessa sulla mai soddisfatta aspettativa di un paese giusto, attraverso un invito toccante a riesaminare il nostro stato reale nel nome della solidarietà, della volontà comune e della speranza».
Anche nel discorso preparato per la nomina a senatore a vita (discorso che non fece in tempo a pronunciare) Luzi aveva ripreso questi concetti parlando di un’Italia «in fieri come le sue cattedrali». La nazione – avrebbe detto il neo nominato senatore a vita – «si unisce e ascende a se stessa, la sanzione di quella ascesa è lo Stato, per il quale penso si debbano avere, data la nostra storia, speciali riguardi». Per poi concludere che «revolution e amelioration» possono equamente curare lo Stato, «ma tradirlo e spregiarlo non dovrebbe essere consentito a nessuno».
È desolatamente ovvio dire che nel frangente storico in cui ci troviamo, nell’emergenza di una crisi di civiltà che pare non avere idee, volontà, intelligenze e sensibilità in grado di fronteggiarla, vorremmo tanto poter sentire la voce di Mario Luzi – voce flebile, elegantemente misurata, parsimoniosa ma efficace nell’andare all’osso delle cose – per ricordarci che «le nazioni non meno dei singoli / disimparano l’amore della sostanza, dimenticano / quel giro stretto di vita e volontà / che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza». Insomma, una voce che abbia, tantomeno, autorevolezza e pietas per consolarci.
Luigi Oliveto
Luigi Oliveto-Giornalista, scrittore, saggista. Inizia giovanissimo l’attività pubblicistica su giornali e riviste scrivendo di letteratura, musica, tradizioni popolari. Filoni di interesse su cui, nel corso degli anni, pubblica numerosi libri tra cui: La grazia del dubbio (1990), La festa difficile (2001), Siena d’autore. Guida letteraria della città e delle sue terre (2004), Giosuè Carducci. Una vita da poeta (2011), Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose (2012), Il giornale della domenica. Scritti brevi su libri, vita, passioni e altre inezie (2013), Il racconto del vivere. Luoghi, cose e persone nella Toscana di Carlo Cassola (2017). Cura la ristampa del libro di Luigi Sbaragli Claudio Tolomei. Umanista senese del Cinquecento (2016) ed è co-curatore dei volumi dedicati a Mario Luzi: Mi guarda Siena (2002) Toscana Mater (2004), Mario Luzi. Un segno indelebile (2016). Esce nel 2020 la raccolta di racconti Le rose di Kathryn. Nell’album Indy e Lib (cinque ristampe) adatta, per i bambini della scuola primaria, il testo della «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo», edizione patrocinata dalla Federazione Italiana dei Club Unesco. È autore di trasmissioni culturali per la televisione e di docufilm pubblicati in Dvd. È direttore del portale toscanalibri.it.
Mario Luzi. Un segno indelebile
AA VV
Edizioni Polistampa
a cura di Roberto Nencini e Luigi Oliveto
Un segno indelebile è quello lasciato da Siena nella poesia di Mario Luzi, che fu legato alla città del Palio e al suo territorio fin dall’adolescenza. I contributi, accompagnati da immagini e documenti rari – tra cui anche corrispondenze epistolari inedite – definiscono un quadro il più possibile completo del rapporto del poeta fiorentino con una città e un terra che hanno profondamente inciso nella formazione del suo immaginario, della sua estetica, della sua morale. “La testimonianza letteraria di tale legame”, scrive Luigi Oliveto, “può far dire che Luzi sia stato l’ultimo scrittore del novecento a sostenere un racconto di Siena in chiave mitica. Egli, infatti, asseriva che la città è, allo stesso tempo, una realtà urbana (umana) e un mito. In forza del fatto che essa riesce a operare miticamente non solo nella memoria, ma anche nella immaginazione di chi la viva nel presente”.
Testi di Roberto Barzanti, Luigi Oliveto, A. Nino Petreni, Carlo Fini, Stefano Carrai, Roberto Nencini, Luca Lenzini, Elisabetta Nencini, Stefano Verdino, Paola Lambardi, Cesare Viviani.