Traduzione di S. Quasimodo. Illustrazioni di Guttuso –
Torino, Einaudi editore, 1952 (20 Febbraio).
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso
PABLO NERUDA – Poesie. Importante traduzione italiana delle poesie di Pablo Neruda curata da Salvatore Quasimodo. Prima edizione seguita da molte ristampe identiche per forma e contenuto. Cfr. Iccu; Galati (1980): cita erroneamente il 1965 come data per la prima edizione italiana.
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPablo Neruda – PoesiePABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso
PABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato GuttusoPABLO NERUDA – Poesie. Traduzione di Salvatore Quasimodo. Illustrazioni di Renato Guttuso
Biografia di Pablo Neruda-Pseudonimo del poeta cileno Ricardo Neftalí Reyes Basoalto (Parral 1904 – Santiago 1973). Premio Nobel per la letteratura nel 1971, N. è considerato una delle voci più autorevoli della letteratura contemporanea latino americana, per la sua sensibilità acuta ma non preziosa, ricchissima d’immagini ma non complicata. È stato testimone di molti degli eventi cruciali che hanno segnato il XX secolo: dalla guerra civile spagnola alla guerra fredda, dai movimenti di liberazione in America Latina alla morte di S. Allende. La sua opera poetica comprende un’impressionante antologia di testi fra i più alti della poesia moderna di lingua spagnola, sostenuti da un prodigioso dono di «canto» che si articola nelle strutture musicali più disparate, con una costante sperimentazione linguistica e metrica, sui temi congeniali dell’amore, del paesaggio natale e delle speranze collettive.
Vita
Di origini modeste, frequentò il liceo di Temuco e l’univ. di Santiago, dove nel 1921 si mise in mostra vincendo una gara poetica con La canción de la fiesta. Nominato console in India nel 1926, iniziò una brillante carriera diplomatica che gli dette modo di maturare le sue esperienze con continui viaggi e incontri. Stabilitosi in Spagna nel 1934, sempre al seguito dell’ambasciata cilena, si legò subito con il gruppo repubblicano di R. Alberti, F. García Lorca, M. Hernández e dette vita, sulle colonne della rivista da lui stesso fondata, El caballo verde para la poesía, a una vivace polemica con J. R. Jiménez. La guerra civile, il suo temperamento drammatico e, non ultima, la morte di Lorca e di Hernández, lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore; ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico, da dove compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1949 presiedette a Città di Messico il congresso mondiale dei Partigiani della pace. Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e N. poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi. Nel 1973, quando ormai la minaccia del colpo di stato militare era incombente, N. seguì Allende sul cammino della morte, mentre la dittatura di Pinochet s’instaurò in tutto il paese.
Opere
Trovatosi a scrivere negli anni in cui l’opera di R. Darío dettava legge in tutta l’Ispano-America, N. non aveva potuto fare a meno di allinearsi con le tendenze moderniste, benché la sua ispirazione fosse già orientata verso altre strade. Uscito finalmente dal pericoloso equivoco tra il 1924 e il 1935, e avendo raggiunto una notevole maturità espressiva, poté dare sfogo alla sua originalità, divenendo, in breve tempo, il maggior rappresentante degli anti-modernisti. Il sentimento riacquista allora l’importanza che l’esasperato formalismo gli aveva negato e la personalità intensa e drammatica del poeta si fa luce con versi che sembrano scritti, come disse Lorca, «più che con l’inchiostro, con il sangue». La società borghese, giudicata corrotta e ipocrita, è presa continuamente di mira con attacchi violenti alle convenzioni, ai sentimenti codificati, all’ordine costituito, mentre, con immagini grottesche, se ne sviliscono i suoi sacerdoti. Dal 1940 N., ormai marxista convinto, si dedica quasi esclusivamente alla poesia sociale e alla lotta politica: il dolore, l’umiliazione, la speranza sono i temi ricorrenti di questa nuova produzione, accompagnati da una vena di profondo calore umano che riesce a smorzare i toni marcatamente propagandistici e a dare spesso pagine d’intensa poesia. Tra le sue opere principali si ricordano: Crepusculario (1923), Veinte poemas de amor y una canción desesperada (1924), Tentativa del hombre infinito (1926), Residencia en la tierra (1933; 2a ed., con l’aggiunta di un 2º vol. contenente le liriche composte dopo il 1931, 1935), España en el corazón (1937), Tercera residencia (raccolta delle poesie composte dopo il 1935, 1945), Canto general (1950), la sua opera maggiore, amplissimo poema sulla storia del Cile e della stessa America latina come insieme di tradizioni e incrocio di civiltà; Odas elementales (1954), Nuevas odas elementales (1956), Tercer libro de las odas (1957), Estravagario (1958), Navigaciones y regresos (1959), Memorial de Isla Negra (1964), Arte de pájaros (1966), Fulgor y muerte de Joaquín Murieta (1967, dramma scritto in Italia), La barcarola (1968), Las manos del dia (1968), Aun (1969), l’apocalittico Fin del mundo (1969), Las piedras del cielo (1970), La spada encendida (1970), Geografía infructuosa (1972). Da segnalare infine le prose autobiografiche di Confieso que he vivido (1973; trad. it. 1975) e la traduzione italiana integrale della sua opera poetica (1960-73).
PABLO NERUDA- Poesie-Illustrazioni di Renato Guttuso
Marina Cvetaeva-Mosca 1892 – Elabuga (Tataria) 1941«Nei miei sentimenti, come in quelli dei bambini, non esistono gradi».In Crimea, sulle rive del Mar Nero, a Koktebel’ Marina s’innamora di Sergej Efron. Lei ha 19 anni, lui 18. Sergej trova sulla spiaggia una corniola che Marina tanto desiderava. Marina vede il segno del destino. Si sposano.
Marina Cvetaeva
Come spostando pietre:
geme ogni giuntura! Riconosco
l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo.
Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.
Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l’amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo.
Vandalo in un’aureola
di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde
vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.
Riconosco l’amore dal boato
– dal trillo beato –
lungo tutto il corpo!
La mia strada non passa accanto alla casa – la tua.
La mia strada non passa accanto alla casa – di nessuno.
E tuttavia smarrisco il cammino,
(soprattutto – in primavera!)
e tuttavia mi struggo in mezzo alla gente
come un cane sotto la luna.
.
Ospite ovunque gradita!
Non faccio dormire nessuno!
Gioco col nonno ai dadi
e col nipote – canto.
.
Le mogli non sono gelose di me:
io – voce e sguardo.
E per me nessun innamorato
ha costruito un palazzo.
.
Mi fanno ridere le vostre
grazie non richieste, mercanti!
Innalzo da sola in una notte
ponti e regge.
Marina Cvetaeva poetessa russa
.
(Ma quello che dico – non lo ascoltare!
Tutte chiacchiere – di donne!)
Io stessa al mattino distruggerò
la mia creazione.
Insinuarsi
E, forse, la vittoria vera
su tempo e gravità: passare
senza lasciare tracce, senza
proiettare ombra
sui muri…
Forse – con la rinuncia
prendere? Cancellarsi da ogni specchio?
Come Lermontov al Caucaso, insinuarsi
senza turbare le montagne.
E, forse, unico diletto: con le dita
di Bach sfiorare l’organo
senza turbare l’eco.
Disfarsi senza lasciare cenere
per l’urna.
Forse – con il raggiro
prendere? Da tutti gli orizzonti
uscire? Nel tempo come nell’oceano
insinuarsi – senza allarmare le onde…
(da Dopo la Russia, 1928, traduz. di Serena Vitale)
E guardò come le prime volte
Non si guarda.
Neri occhi sorseggiarono lo sguardo.
Ho alzato le ciglia e sto ferma.
— Che c’è, — fa giorno? —
E’ che sono bevuta fino in fondo.
Tutto, fino all’ultima goccia, trangugiò la pupilla.
Io sto ferma.
E scorre in me la tua anima.
7 agosto 1916
Da dove tutta questa tenerezza?
Non è la prima volta che accarezzo
Riccioli come questi, e ho conosciuto
Labbra più tenebrose delle tue.
Le stelle sono sorte e tramontate,
— Da dove, tutta questa tenerezza?
Due occhi sono sorti e tramontati
Proprio vicino ai miei.
Io non avevo mai udito ancora
Inni del genere, nella notte oscura,
Incoronata — o tenerezza! —
Sul petto stesso del cantore.
Da dove, tutta questa tenerezza,
E cosa devo farne, adolescente
Malizioso, cantore forestiero,
Dalle ciglia — c’è nulla di più lungo?
Marina Cvetaeva – a O.E. Mandel’shtam
Indizi terrestri
Così, nella vita, tra fatiche quotidiane
e amori di una notte, scorderai l’amica
coraggiosa, il suono
dei suoi fraterni versi.
L’amaro dono della sua durezza,
la timidezza, maschera del fuoco,
e quello spasmo, scossa senza fili,
che ha il nome di: lontano!
Tutto l’antico tranne – «dammi!», «mio!»,
tutte le gelosie – non la terrena,
tutte le fedeltà – ma anche all’estremo
scontro – sempre incredula Tommaso…
Sii prudente, mio tenero, ti imploro:
non dare asilo alla fuggiasca –
l’anima! Viva la virile intesa
delle amazzoni, limpida congiura!
Ma forse, tra cinguettii e conteggi,
sfinito dal fatale eterno
femminino, ti tornerà alla mente
la mano mia senza diritti.
Le labbra – senza preventivi.
Le braccia – senza pretese.
Gli occhi – senza palpebre,
protesi – nel vivo!
15 giugno 1922 – traduzione di Serena Vitale
Marina Cvetaeva
Tentativo di gelosia
Come state con quell’altra –
più semplice, vero? – Un colpo di remo!
Lungo la linea della costa
se n’è andato presto il ricordo
di me, isola flottante?
(nel cielo – non sulle acque!)
Anime, anime! – sorelle dovete essere,
non amanti – voi!
Come state con una donna
‘semplice’! ‘Senza’ divinità?
Deposta dal trono la sovrana
(e da esso disceso),
come state – vi date da fare –
vi raggrinzite? Vi alzate – come?
Con il dazio dell’immortale mediocrità
come ve la cavate, poveretto?
Spasimi e intermittenze,
basta! Mi prenderò una casa. »
Come state con una qualsiasi-
voi, eletto mio?
V’è più connaturato e commestibile
il cibo? – Non nascondere il successo!
Come state con un simulacro –
Voi che avete calpestato il Sinai?
Come state con un estranea,
una «terrestre»? Per la costola (1) – v’é cara?
La vergogna con le briglie di Zeus
non vi frusta la fronte?
Come state – come vi sentite –
cosa potete? Cantate – come?
Con la piaga dell’immortale coscienza
come ve la cavate, poveretto?
Come state con un articolo
da mercato? La servitù è dura?
Dopo i marmi di Carrara
come state con la polvere
di gesso?. (Dio scolpito,
in una gleba – e frantumato!)
Come state con una centomillesima –
voi, che avete conosciuto Lilith?!
Dell’ultima novità di mercato
siete sazio? Stanco delle maghe,
come state con una donna
terrestre, ‘senza’ i sesti sensi?
Via, per la testa : siete felice?
No? Nella frana senza profondità –
come state, mio caro? È più pesante?
È forse così – come per me con un altro?
19 novembre 1924 – Traduzione di Pietro A. Zveteremich
Marina Cvetaeva
Preghiera
……..
Io voglio tutto, con anima di zingaro
tra i canti andarmene brigante
per tutti soffrire al suono di un organo,
amazzone, lanciarmi alle battaglie;
in nere torri divinare le stelle,
nell’ombra spingere un bambino…
Perchè il giorno di ieri sia leggenda,
perchè ogni giorno sia – follia!
Il poeta
Il poeta – da lontano conduce il discorso.
Il poeta – lontano conduce il discorso.
Per pianeti, per segni…per borri
di indirette parabole…Fra il sì e il no
lui – persino volando giù dal campanile –
rimedia un appiglio…Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti. I dispersi anelli
della casualità, ecco il suo legame! Con la fronte in alto
disperatevi! Le eclissi dei poeti
non sono previste dal calendario.
Lui è quello che imbroglia le carte,
che inganna sul peso e sul conto;
lui è quello che domanda dal banco
chi demolisce Kant,
chi c’è nella bara di pietra della Pastiglia –
com’è l’albero nella sua bellezza…
quello le cui tracce si dileguano sempre,
quel treno a cui tutti
arrivano tardi…
Poiché il cammino delle comete
è il cammino dei poeti: bruciando e non scaldando,
strappando e non coltivando – esplosione e scasso –
il tuo sentiero crinieruto, storto,
non è previsto dal calendario!
Trad. di P. A. Zveteremich
Marina Cvetaeva
Da … a te fra cento anni
Alla mia povera fragilità
guardi senza sprecar parole.
Tu sei di pietra, ma io canto.
Tu sei un monumento, ma io volo.
Io so che il più tenero maggio
all’occhio dell’Eternità è nulla.
Ma io sono un uccello e non incolparmi
se una facile legge m’è imposta.
Ciao! Né freccia né pietra:
io! – La più viva delle donne:
vita. Tutte le mie carezze –
al sonno incompiuto.
Vieni qui! (vale a dire:
Tienimi! – è questione di senso)
Afferrami tutta così felice
e semplice come mi vedi!
Stringimi! – che oggi lontano navighiamo,
stringimi! – che sciamo! – con un filo di seta!
Oggi porto una pelle nuova:
quella dorata, la settima!
– Mio! – altro che ricompense
in cielo, se tra le braccia, sulla bocca
c’è la Vita: la felicità sfacciata
di dirti ciao ogni mattina!
Da Scusate l’Amore. Poesie, 1915-1925
a cura di Marilena Rea (Passigli, 2013)
Ho sempre voluto
e addirittura preteso
che mi si ami come sono
– per ciò che sono –
perché sono.
Non per ciò che,
secondo voi,
potrei, dovrei,
avrei dovuto essere.
Marina Cvetaeva
fot. da Max Voloshin nel 1911
Versi a Blok
Il tuo nome è una rondine nella mano,
il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua.
Un solo unico movimento delle labbra.
Il tuo nome sono cinque lettere.
Una pallina afferrata al volo,
un sonaglio d’argento nella bocca.
Un sasso gettato in un quieto stagno
singhiozza come il tuo nome suona.
Nel leggero schiocco degli zoccoli notturni
il tuo nome rumoroso rimbomba.
E ce lo nomina lo scatto sonoro
del grilletto contro la tempia.
Il tuo nome – ah, non si può! –
il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo.
La mia strada non passa vicino alla tua casa.
La mia strada non passa vicino alla casa di nessuno.
E tuttavia io smarrisco il cammino
(specialmente di primavera!)
e tuttavia mi struggo per la gente
come il cane fa sotto la luna.
Ospite dappertutto gradita,
non lascio dormire nessuno!
E con il nonno gioco agli ossi,
e con il nipote – canto.
Di me non s’ingelosiscono le mogli:
io sono una voce e uno sguardo.
E a me nessun innamorato
ha mai costruito un palazzo.
Le vostre generosità non richieste
mi fanno ridere, mercanti!
Da me stessa mi erigo per la notte
e ponti e palazzi.
(Ma ciò che dico – non ascoltarlo!
È tutto un inganno di donna!)
Da sola al mattino demolisco
la mia creazione.
Le magioni – come covoni di paglia – niente!
La mia strada non passa vicino alla tua casa.
27 aprile 1920
da “Poesie” – Ed. Feltrinelli 2009 (traduzione a cura di Pietro Zveteremich)
Marina Cvetaeva
Breve biografia di Era già stato pubblicato il primo libro di poesie di Marina, Album serale. Marina Ivanovna Cvetaeva nasce a Mosca il 26 settembre 1892. Il padre, Ivan Vladimirovič Cvetaev, figlio di un povero pope di campagna, non ebbe un paio di scarpe proprie fino ai tredici anni; ma sarebbe diventato filologo e professore di storia dell’arte all’università di Mosca, e fondatore del Museo Puškin. La madre, Marija Alexandrovna Mejn, fu obbligata dalla propria famiglia a rinunciare all’amore per un uomo già sposato e alla carriera di pianista, pur essendo stata allieva di Rubinstein. Fu la seconda moglie del professor Cvetaev.
La prima moglie Varvara Dmitrievna Ilovaiskij, aveva dato alla luce Valerija e Andrej; morì prematuramente ed era un’amica di Marija.
Marija avrebbe voluto figli maschi: ne aveva già scelto i nomi. Dopo Marina, nacque Anastasija. Sperò almeno che diventassero musiciste. L’ambiente familiare è ricco di sollecitazioni coltissime. Marina studia musica; scrive le prime poesie in russo a sei anni; si fa incantare dalle passioni letterarie della madre, Puškin e i grandi classici tedeschi e francesi. Cresce a Mosca, al n. 8 del Trёchprudnyj Pereulok, il vicolo dei Tre Stagni. La casa moscovita, assieme alla residenza estiva in campagna a Tarusa, resteranno decisivi, per la Marina adulta e in esilio, in ricordo dell’infanzia e di tutto ciò che viene perduto in modo irrimediabile. La madre si ammala di tubercolosi. in cerca di un clima più mite, la famiglia viaggia – soggiornando anche in Italia, a Nervi. Marina e Anastasija frequenteranno collegi in Svizzera e in Germania, perfezionando il francese e il tedesco.
Marija muore nel 1906 rimpiangendo la musica, il sole, e di non poter vedere adulte le figlie, che saranno viste crescere da «cretini qualsiasi». La sua fame di vita e la sua rivolta diventeranno, in Marina, vocazione: «Dopo una madre così non mi restava che divenire poeta». A 16 anni, da sola, segue i corsi di letteratura francese antica alla Sorbona di Parigi. Iscritta al ginnasio a Mosca non riuscirà a concludere studi regolari a causa del suo carattere indocile. L’anticonformismo si unisce al devoto amore per il marito, che seguirà sempre «come un cagnolino», e che non le impedirà di avere altre relazioni, fra cui Osip Mandel’stam, la poetessa Sofija Parnok e l’attrice Sonja Halliday. Sergej comprende e soffre il dinamismo della passione creatrice della moglie: Marina “inventa” le persone, le investe con l’uragano della propria passione, per poi scoprirne l’umana mediocrità; ne consegue la disillusione, derisa in modo crudele, incarnata in una formula razionale che genera, ogni volta, un libro, un progetto di scrittura. Questo meccanismo ha un bisogno di alimentarsi per vivere e per creare, «come una grandissima stufa che per funzionare ha bisogno di legna, legna, legna»; ma mai pensa di lasciare Sergej. Il destino di Marina è nella fedeltà ai propri sentimenti e soprattutto alla poesia.
Per l’Armata Bianca, alla quale si era unito Sergej dopo la Rivoluzione, Marina osa leggere in pubblico, alcune poesie scritte da lei, senza la parola amore né il pronome tu. Non viene denunciata per il tema scelto: doveva ancora arrivare il grande terrore staliniano. Resta bloccata a Mosca in condizioni disumane, descritte nella prosa Indizi Terrestri, senza notizie di Sergej, sola con le due figlie: Ariadna (Alja) e Irina,ma non riesce a mantenere entrambe e Irina viene affidata ad un orfanotrofio dove muore per fame.
Marina Cvetaeva
Marina Cvetaeva
Marina Cvetaeva
Il sentimento per Marina richiede forza. La sua poesia arriva al grido, raggiunge l’oratoria poetica. Nelle prime raccolte di poesia prevalevano il quotidiano, la famiglia e la maternità, o l’odore della nursery – come scrissero i più critici; nel tempo la poesia si fortifica in una potente energia espressiva in cui tutte le possibilità del linguaggio sono utilizzate: ritmo, assonanze, rime, il particolare utilizzo della negazione, giochi fonetici in poesie che andrebbero lette ad alta voce.
Ogni genere e argomento entra nella sua produzione: poesia e nel dramma storico (Sten’ka Razin), favola (Il Pifferaio di Hamelin ovvero l’Accalappiatopi), e leggende popolari (Lo Zar-fanciulla), storie bibliche, classiche (Ariadna e Fedra). E prosa critica, L’Arte alla luce della coscienza e Il Poeta e il Tempo.
Scrisse che si potevano ricavare da lei sette poeti, senza tralasciare i prosatori…La poesia di Marina non è romantica – nonostante circolino di lei oggi sillogi più facili e canzoni – , è analogica, razionale e intellettuale. È impegnativa: la sua lettura è un atto di con-creazione, un’esperienza conoscitiva. Bisogna arrivare all’essenza della cosa o della persona, non descrivere visivamente, piuttosto dare dall’interno: se si trattasse di un albero, restituirne il midollo.
«Io mi sono sempre fatta in pezzi, e tutti i miei versi sono, letteralmente, frammenti argentei di cuore.» In questa smisuratezza, tanti critici hanno prediletto un approccio istintivo e passionale piuttosto che analitico e conoscitivo.
Alja e Marina raggiungono Sergej, che sanno finalmente vivo, all’estero, nel 1922.
Nasce a Praga Georgj, detto Mur: capriccioso, maleducato, insopportabile, viziato dalla madre. Alja si legherà sempre di più al padre. A Berlino, Praga e Parigi vi sono case editrici russe. L’ambiente dell’emigrazione è vivace. Marina pubblica interi cicli di poesia, anche se per motivi economici prevale la prosa. Scrive molto di più di quanto riesca a pubblicare e legge anche in serate letterarie. A Parigi frequenta il famoso salotto di Natalie Clifford Barney. Conosce la pittrice Natal’ja Gončarova, nasce una collaborazione, ma l’amicizia non regge nel tempo: «non ho lasciato in lei un segno abbastanza profondo, non le sono diventata necessaria. Sentiero subito invaso dall’erba».
Marina non frequenta solo i salotti. Spazza, cucina, si procura soldi, cibo, legna e carbone: «e poi un uomo non può fare lavori femminili, è bruttissimo da vedere (per le donne)». Marina vive pesantemente il byt, il quotidiano, fino in fondo, senza delegare alcuno, ma nella sua poesia emerge possente il Byt’e, l’Esistenza, la forza che non sottostà ad alcuna legge. Sergej, quasi sempre a carico della moglie, ne è consapevole: Marina è poeta che pur passando la maggior parte del tempo in cucina, non ha perso né il talento né la capacità di lavorare. Ostinata, fedele alla poesia, scrive appena può. Si reca al mare per un breve soggiorno: non il mare, ma nel poter scrivere è la sua vacanza. Nel 1928 esce l’ultimo libro di poesie che vedrà pubblicato, Dopo la Russia. Molte case editrici dell’emigrazione russa chiudono per mancanza di fondi. Le condizioni economiche peggiorano. Marina viene poco a poco emarginata, per la sua intransigenza e anche perchè non si dichiara antisovietica; senza soldi non può muoversi da casa; vive una grande solitudine. Da questo isolamento nasce la corrispondenza straordinaria con Boris Pasternak e con Rainer Maria Rilke: i loro rapporti si muovono in un ambito parallelo, spostato. I tre poeti non s’incontreranno mai, per un eterno mancarsi. L’assenza diventa un vantaggio perché l’altro, amato, interiorizzato, diventa più intero nell’anima.
Marina è un’eterna straniera, non solo perché vive fuori dalla Russia per molti anni, senza riconoscere alcun paese come patria: è un’estranea al proprio tempo, condannata a guardarlo dall’esterno. Quando rientra in Russia è conosciuta solo per le sue prime raccolte poetiche e sarà riscoperta a partire dal 1956; all’estero non verrà più letta da una emigrazione russa sempre più ostile.
Nel 1937 Alja decide di rimpatriare, così poco dopo anche Sergej, ora filosovietico e implicato in un assassinio politico. Marina è convinta della sua innocenza. L’ostracismo della colonia russa raggiunge l’apice. Rimpatriare? In una lettera chiede ironicamente a un’amica di procurarle un consulto da un’indovina, tanto soffre l’indecisione.
Nessuno la informa di quello che stava accadendo in Russia, nessuno la ferma. Come se presentisse la sciagura: la partenza le appare sotto una nube nera. Nel giugno 1939 parte per l’Unione Sovietica con Mur. Trova tutte le porte chiuse, ed è stupita e furiosa. Come si permette la città di Mosca a darsi così tante arie? La sua famiglia l’aveva colmata di doni, su tutti il Museo Puškin. La famiglia resta riunita per pochi mesi. Nell’agosto del 1939 Alja è arrestata e condannata, prima alla prigione, poi al confino. In ottobre tocca anche a Sergej: sarà fucilato due anni dopo. Nel 1941 Marina incontra Anna Achmatova. Le due donne, pur stimandosi, sono troppo diverse, solo unite dal dolore per la sorte dei propri cari.
In agosto Marina e suo figlio sono evacuati a Elabuga, in Tataria. Nella più profonda indigenza. Marina chiede di lavorare come lavapiatti nella mensa dell’Associazione degli Scrittori. Non ottiene il posto. La scrittrice Lidija Čukovskaja: «Se si mette la Cvetaeva a lavare i piatti, perché non far lavare i pavimenti ad Anna Achmatova e assumere come fuochista Blok, se fosse ancora vivo? Allora sì che sarebbe una vera mensa per scrittori».
Marina si impicca il 31 agosto 1941. Avrebbe desiderato giacere a Tarusa, sotto un cespuglio di sambuco, «dove crescono le fragole più rosse e più grosse», ma viene sepolta in una fossa comune.
Fonti, risorse bibliografiche, siti
Marina Cvetaeva, Poesie (a cura di Pietro Zveteremich), Feltrinelli 1979
Marina Cvetaeva, Indizi terrestri (a cura di Serena Vitale), trad. Luciana Montagnani, Milano, Guanda 1980
Marina Cvetaeva, Dopo la Russia e altri versi (a cura di Serena Vitale), Milano Mondadori, 1988
Marina Cvetaeva, Il paese dell’anima: lettere 1909-1925 (a cura di Serena Vitale), Milano Mondadori,1988
Marina Cvetaeva, Deserti luoghi: lettere 1925-1941 (a cura di Serena Vitale), Adelphi 1989
Piero Ciampi nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Il padre, Umberto, è un piccolo commerciante di pellami. Delle prime fasi della sua vita, complice il conflitto bellico, non si sa granchè [1]; le prime notizie si hanno dal momento in cui si iscrive alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa. Quando si trova a circa metà degli esami decide di lasciare l’Università per ritornare a Livorno e provare l’avventura musicale[2]. Nel frattempo, per guadagnare qualche soldo, fa, qua e là, qualche lavoretto.
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
Piero Ciampi – Canzoni e poesie
IL TUO RICORDO
Il tuo ricordo è una strada piena di luce, una cometa luminosa, mi segue sempre, ovunque vada, sempre. Ora che non ci sei più credo ancora di averti vicina e torno ogni sera dove tu stringevi la mia mano. Ed il tuo viso è una sera piena di ombre ed il ricordo dei tuoi passi mi segue sempre, ovunque vada, sempre. Ora che tu non ci sei più io desidero silenzi, infiniti silenzi, infiniti deserti, usignoli tutti bianchi e pensieri sereni su una strada piena di luce che non ha mai fine.
…..
L’ULTIMA VOLTA CHE LA VIDI
I miei occhi erano pieni del suo sguardo, poi vidi i suoi passi allontanarsi sulla spiaggia… e fu l’ultima volta che la vidi L’ultima volta che la vidi mi chiese di fermare il tempo e mi dette uno scrigno pieno di comete. Io non posso ormai più andare tra i sorrisi della gente né chiedere alle cose un posto in mezzo a loro. L’ultima volta che la vidi mi chiese di fermare il tempo e mi dette una mano piena di carezze. Fu una lacrima candida e lunga che cadendo sopra un fiore mi fece ricordare che se bianco è bianco e nero è nero in questa vita io sono uno straniero. Senza di lei il giorno non ha né alba né tramonto e l’arcobaleno e il canto degli usignoli sono cose perdute…. Ed ogni sera ritornano su quella spiaggia processioni di stelle e di comete come l’ultima volta che la vidi.
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
….. ADIUS
Il tuo viso esiste fresco mentre una sera scende dolce sul porto. Tu mi manchi molto, ogni ora di più. La tua assenza è un assedio ma ti chiedo una tregua perchè un cuore giace inerte rossastro sulla strada e un gatto se lo mangia tra gente indifferente ma non sono io, sono gli altri. E così… Vuoi stare vicina? nooo? Ma vaffanculo. Sono quarant’anni che ti voglio dire… ma vaffanculo. Ma vaffanculo te e tutti i tuoi cari. Ma come? Ma sono secoli che ti amo, cinquemila anni, e tu mi dici di no? Sai che cosa ti dico? va-ffan-culo. Te, gli intellettuali e i pirati. Non ho altro da dirti. Sai che bel vaffanculo che ti porti nella tomba? Perché io sono bello, sono bellissimo, e dove vai? Ma vaffanculo. E non ridere, non conosci l’educazione, eh? Portami una sedia, e vattene.
….. MISERERE
A mille anni ho dimenticato in treno la mia borsa, dentro: le poesie, una camicia e qualche fazzoletto. Ho messo a soqquadro mezza polizia, la stazione, e mi guardavano co- me un pazzo. A Ponte Sisto ho bevuto sei litri al cubo, in Piazza del Biscione… sono morto. Questo è un miserere per te, per me, che non abbiamo saputo amarci. Noi, per colpa di quattro scemi, abbiamo dovuto subire l’equivoco e siamo soli. Questo è un miserere per te e per me, che non abbiamo mai capito che dovevamo difenderci. Gli uomini quando sono scemi sono nemici, tu non l’hai capito ed ora sei sola. Questo è un miserere per te e per me
….. TU CON LA TESTA IO CON IL CUORE
Tu, tu mi hai amato con la testa. Io, io ti ho amato con il cuore. Forse il tuo amore è più giusto forse il mio è più forte. Io ho paura della tua memoria perché fai troppi conti col passato e castighi i miei errori ignorando i tuoi e poi tu hai sposato il tuo orgoglio con la vanità. La nostra è una battaglia molto dura perché noi non ci concediamo mai un perdono, io col sentimento ti spavento tu con la logica mi sgomenti. Se dici che siamo soli su questa terra cerchiamo di evitare un addio: andiamo avanti con questo amore andiamo avanti tu con la testa, io con il cuore. Questo nostro amore è una cosa… una delle tante della vita. Noi stiamo rovinando tutto con le parole queste maledette parole…
….. L’AMORE E’ TUTTO QUI
Se sono solo come mai, non ho una lira e tu lo sai, perdonami; sono uno strano uomo che può frequentare solo te, abbracciami. Non sono morto e tu lo sai, se ti procuro tanti guai perdonami. Il dolce non lo mangi mai ma qualche volta ti rifai, abbracciami. tutte le cose che non hai accanto a me le troverai nel mondo dell’illusione. Tu vai sicura, vai così, perché io sono sempre qui qui!
….. VA
Va il suo corpo in ogni cuore, sembra un coltello. Lei apre senza pietà altre ferite oltre la mia e va con il suo corpo lungo la strada ed il cemento, è un teatro per le sue gambe sempre pronte ad una danza. Se ritardi, così viene l’attesa, la mia unica arma è un lungo silenzio. Io tra milioni di sguardi che si inseguono in terra ho scelto proprio il tuo ed ora tra miliardi di vite mi divido con te. Se perdi la pazienza grazie a un sorriso ritorni mia, poi apri la tua mano in un disegno sovrumano. La tua anima sta giocando in giardino, mi nascondo e la scruto ma il tuo corpo dov’è? Noi per nutrire l’amore ci sfidiamo a duello, sarà sempre così. Ma amore, non esiste un nemico più bello di te.
….. L’INCONTRO
Domani la mia camicia sarà pulita, le mie pupille bianche, il mio passo fermo, i calzoni stirati, le scarpe lucide, e la mano non deve tremare, costi quel che costi. Non ti potrò baciare perché anche tra noi due l’attesa è sacra e la diffidenza necessaria. Forse comincerò a prenderti la mano, poi non saprò come continuare, farò di tutto perché tu non capisca l’indifferenza che in questo mondo ci perseguita. Stanotte allenerò le mie labbra a sorridere e dovrò quindi pensare a lavarmi fino alla morte i denti. Vorrei piacerti come un tempo ma la mia pelle è stanca e non posso nascondere il mio volto. Dovresti essere forte e dirmi, lasciandomi alla mia vita di sempre, che ormai per te sono un estraneo e che ha ragione la gente quando dice che merito la solitudine. Ma guarda tu che cosa ti dico; sarebbe molto meglio per te che te ne andassi prima di incontrarmi.
….. CHIEDER PERDONO NON E’ PECCATO
Buongiorno, amore: sei ritornata, niente è cambiato, siamo gli stessi innamorati come una volta, tu sei la stessa, quella che amavo, le stesse mani, lo stesso viso, la stessa ansia nei nostri cuori. Quando mi hai visto tu hai sorriso: chieder perdono non è peccato. Sei ritornata, niente è cambiato, siamo gli stessi innamorati.
tratte da “Canzoni e poesie”
Lato side, Roma, 1980
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
La vita agra, 53 poesie di Piero Ciampi
L’unico Ciampi a cui dovremmo dedicare piazze e strade in ogni angolo d’Italia è Piero, perché era tutto quello che non vogliamo più che gli artisti siano: l’amarezza della vita agra, il dolore di essere meschini e non saper essere altro, il sarcasmo, il cinismo, talvolta pure la violenza, in versi, narrata, che è la violenza più dannata, contro quel problema volgare che ci attanaglia tutti: andare, camminare, lavorare. Campare. E farlo per quegli spiccioli con cui comprarsi un’ora di sollievo sopra il collo di una bottiglia, tra le cosce di una sconosciuta, dentro un taxi per nessuna parte o una frittata di cipolle, «cose che non ho mai avuto tutte insieme», raccontò in un’intervista: la felicità è una sigaretta consumata; se arriva, arriva a mozziconi.
Piero Ciampi era un Modigliani anacronistico, uno nato nella città giusta – a Livorno, in via Roma, praticamente di fronte alla casa natale di Modì – ma pareva avesse sbagliato epoca pur azzeccandola in pieno. Non c’è niente di romantico o decadente nella sua vita raminga e balorda, da bohémienne ottocentesco fuori tempo massimo. Non era uno scapigliato o un dandy; tendeva piuttosto a un epicureismo istintivo e dannato, da eterno insoddisfatto che se ne fotteva della ricerca estetica: era lui stesso l’estetica, la sua vita, la disperazione che gli tallonava il culo, sulla strada, come i poeti beat. Ciampi era il Majorana di Sciascia in fuga dal proprio talento, uno della genia dei Morselli o dei Campana, quelli che faticano a starsi dietro. La sua esistenza accadde tutta dentro al proprio tempo, fu tragicamente novecentesca e tragicamente italiana. Lo intuiva probabilmente pure lui, che non a caso nei primi dischi degli anni sessanta si firmava con lo pseudonimo di Piero Litaliano, tutto attaccato perché la sua era grammatica da osteria, una zuppa preparata con gli scarti di senso. Gliel’avevano dato i francesi, quel soprannome, accentando la O finale, in virtù del pathos tipicamente italico che infondeva alle sue interpretazioni canore. In realtà dentro quella voce, prima ancora che l’Italia, c’era Livorno; e nemmeno tutta: c’era soprattutto il quartiere Pontino dove Ciampi era nato tra il profumo del cacciucco e quello delle puttane, le urla dei portuali e le proteste dei disoccupati, quei vicoli che portavano nomi di canzoni come «via della Disperazione», strada senza autore in attesa del suo Bob Dylan. Processione di un’umanità dolente, assetata di tutto, affamata dalla miseria ma pure da qualcosa che si trova fuori dallo stomaco, fuori dalla pelle, fuori persino dal creato.
È l’umanità protagonista di canzoni che sovvertono Dickens intorno a un fuoco natalizio dove l’apologo si fa cenere per rinascere controfavola (Il Natale è il 24), che evocano Edgar Allan Poe in una nuova ornitologia dell’orrore, l’orrore squallido dello stentare quotidiano (Il merlo), che erigono monumenti all’artista solo se l’uomo è un irredimibile, un irrecuperabile, un irregolare (Ha tutte le carte in regola). Per certi versi Piero Ciampi è stato il nostro Céline – che conobbe durante il periodo di vagabondaggio in Francia nei locali in cui si esibiva Georges Brassens – il primo punk italiano, però con la chitarra classica: mentre Celentano e Buscaglione accoglievano l’America nel rock’n’roll e nello swing, Ciampi se l’andò a prendere in Francia. Nella sua carriera è venuto alle mani con Califano al bancone di un bar, ha insultato i giurati del premio Tenco, ha mandato a fare in culo il mago Silvan e più volte il proprio pubblico, soprattutto quello dei circoli d’élite, i borghesi, gli intellettuali, di cui gli interessavano solo i soldi. Una volta a Firenze abbandonò il palco dopo aver eseguito a malapena il primo brano, e non sazio sbeffeggiò il pubblico proclamandosi «il cantante più pagato d’Italia, trecentomila lire per mezza canzone»; un’altra volta dilapidò l’anticipo in contanti dalla RCA, ottenuto grazie all’intercessione dell’amico Gino Paoli, spendendolo tutto all’osteria di via dell’Oca, metà in vino e un’altra metà regalata a una prostituta «così stasera puoi fare a meno di lavorare». Era insofferente al successo, più che cercarlo sembrava fuggirlo. Spariva per mesi interi, diceva agli amici di essere in partenza per Tokyo o per l’America, ma poi lo ritrovavano ubriaco al porto di Livorno, isola-mondo di cui si sentiva il Robinson Crusoe; altre volte invece partiva davvero, improvvisamente, senza dire niente a nessuno, per Barcellona, per Stoccolma, per Dublino. A causa di queste fughe mandò in vacca numerose occasioni di svoltare la carriera, come quella volta nel 1974 quando a cercarlo fu Ornella Vanoni e lui risultava irrintracciabile anche al fido collaboratore Gianni Marchetti.
Era un emarginato, Ciampi, sapeva di esserlo e forse voleva esserlo; si definiva un arrabbiato, descrivendosi con tre aggettivi che sono un preciso identikit caratteriale – livornese, anarchico e comunista – però sul passaporto, alla voce professione, ci fece scrivere «poeta».
Come poeta Ciampi realizzò una sola raccolta, 53 poesie; gliela pubblicò nel 1973 Ennio Melis per la RCA in un’edizione elegante e spartana, dalla copertina totalmente bianca come il White Album dei Beatles. Resta forse il primo e unico caso in Italia in cui un’etichetta discografica abbia pubblicato un libro di poesie di un cantautore, riaffermando con una sola operazione editoriale quella continuità tra poesia e canzone ben presente alla tradizione romanza, dai trovatori provenzali agli stilnovisti, e poi sdoppiatasi in diramazioni distinte seppur tangenti. Quel volumetto torna adesso in libreria grazie a Lamantica Edizioni, arricchito da una premessa di Enrico De Angelis, curatore dell’ultima pubblicazione in cui vennero ristampate le 53 poesie (Piero Ciampi. Tutta l’opera. Arcana, 1992), un’introduzione critica di Diego Bertelli – che analizza l’esclusività della poetica ciampiana e la sua distanza tanto dalla tradizione lirica italiana quanto dalla sperimentazione novecentesca, mettendo altresì in risalto le affinità tematiche col concittadino Caproni e con la versificazione frammentata di Ungaretti – e una postfazione dell’editore Giovanni Peli.
Molti dei versi qui raccolti nacquero originariamente come estensioni delle canzoni, alcuni vennero pubblicati nei libretti allegati ai dischi, altri recitati da Ciampi nei concerti tra un brano e l’altro, altri ancora furono direttamente integrati alle canzoni, quasi che quei versi fossero protesi, rinforzi, aggiunte senza le quali la forma-canzone iniziale sarebbe rimasta monca, in qualche modo incompleta. Nell’universo lirico di Ciampi non c’è soluzione di continuità tra i due codici espressivi, poesia e canzone sono forme bastarde, promiscue come un fiammifero / ed una latta di benzina / fanno l’amore / sotto il tetto / di una mano. Si rincorrono a vicenda, l’una strattona l’altra a sé: se nelle canzoni ciampiane la melodia doveva farsi marcia irregolare per stare al passo di una metrica dispari, etilica, frantumata – un mucchio d’ossa raccolte dentro un fosso – in queste poesie i versi cantano da soli, senza musica, echeggiando la voce barcollante e insolente del loro autore.
Anche nella forma lirica pura la poetica di Ciampi rimane quello che è sempre stata: fragilità in rivolta, vita come strage continua, stupore amaro di animali chini «a sverginare stelle». E quando certi versi d’amore appaiono un po’ troppo aggressivi, è perché l’amore si dà in relazione, e la relazione è sangue e merda: un insetto che disfa «la nostra sottile e dolorosa ragnatela», dolori che si aggiungono addosso, mani che sfuggiranno sempre. E se per Ciampi non c’è redenzione nell’amore, tanto meno ce n’è in Cristo, figura poetica che ritorna spesso nelle sue poesie, ma è il Cristo di un ateo, il figlio di un cane non certo di Dio: ora muore investito da un’automobile, ora crepa di emorragia, ora si impicca in mezzo a scimmie che lo emulano. È lo stesso Cristo tra i chitarristi di una sua canzone, un acrobata in bilico su un tubo da cui cade di continuo, un viaggiatore incerimonioso che dimentica la valigia su quel treno schifoso da cui non voleva scendere:
«A mille anni
ho dimenticato
in treno
la mia borsa.
Dentro
le poesie
una camicia
e qualche fazzoletto.
Ho messo a soqquadro
mezza polizia
la stazione
e mi guardavano
come un pazzo.
A Ponte Sisto
ho bevuto
sei litri
al cubo.
In Piazza del Biscione
sono morto»
Piero Ciampi nasce a Livorno il 28 settembre del 1934. Il padre, Umberto, è un piccolo commerciante di pellami. Delle prime fasi della sua vita, complice il conflitto bellico, non si sa granchè [1]; le prime notizie si hanno dal momento in cui si iscrive alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa. Quando si trova a circa metà degli esami decide di lasciare l’Università per ritornare a Livorno e provare l’avventura musicale[2]. Nel frattempo, per guadagnare qualche soldo, fa, qua e là, qualche lavoretto.
Chiamato al servizio militare, Piero parte per il CAR (Centro Addestramento Reclute nella terminologia del servizio di leva obbligatorio) a Pesaro. Durante le libere uscite va a suonare nei piccoli locali pesaresi, dove suscita l’interesse di Gianfranco Reverberi, che ne coglie la vena artistica e successivamente proverà ad inserirlo nel difficile mondo musicale. Inizialmente Piero suona il contrabbasso (suo primo strumento musicale che aveva imparato a suonare da autodidatta) in alcune orchestre del posto, ma in realtà si sente un cantautore e un poeta.
Nel 1957 senza soldi, con solo una chitarra e un biglietto di sola andata in mano, passa prima a Genova, dove va a trovare Reverberi, poi prosegue per Parigi, dove stringe amicizia con Louis-Ferdinand Céline, e va ad ascoltare il grande Georges Brassens. È proprio in Francia che nasce il “Ciampi chansonnier”.
Nel 1959 ritorna nell’amata Livorno, sempre senza alcun soldo in tasca. Per un mese se ne sta in giro per la città, ubriacandosi e pensando di fare il pescatore, ma l’amico Reverberi se lo porta a Milano convincendolo a lavorare per lui. Quando Crepax, amico di Reverberi, passa alla CGD, si porta dietro Piero Ciampi come cantautore “di scuderia”; gli fa incidere alcuni dischi e prova pure a venderli, con il nome artistico di Piero Litaliano. Nel 1963, comunque, “Piero Litaliano”, pubblica il suo primo LP che contiene, tra le altri, Autunno a Milano, Fino all’ultimo minuto e, soprattutto, Lungo treno del sud. Da questo momento però inizia il suo isolamento, un po’voluto dai suoi colleghi, che mal sopportano il suo carattere poco incline alla conciliazione, e molto cercato e voluto da Piero Ciampi stesso. La critica, a parte qualche eccezione, è severissima e stronca l’album, che infatti non ha successo (sarà poi inaspettatamente ristampato dalla CGD nel 1990). Piero allora lascia Milano e ritorna a Livorno, da dove, abbandonato il nome “Piero Litaliano”, inizia a scrivere e cantare con il proprio nome e cognome.
È questo però un periodo di non alta produzione artistica: produce un 45 giri di Georgia Moll e una canzone per Gigliola Cinquetti (“Ho bisogno di vederti“). Quello che Ciampi sembra non riesca a smettere è vagabondare (Svezia, Spagna, Inghilterra e probabilmente anche Giappone, tra le sue mete) e bere.
La sua vita amorosa è ugualmente difficile: dopo il fallito matrimonio con Moira – donna irlandese che, dopo meno di un anno di matrimonio, andrà via portandosi dietro il loro figlio Stefano (nato nel 1966) – anche con Gabriella, che gli darà una figlia, Mira, la convivenza finisce ben presto [3].
Nel 1967 produce un disco intero per Lucia Rango; Gino Paoli, uno dei suoi pochi “amici-colleghi” prova a portarlo con sé alla RCA, ma Piero, dopo aver preso un anticipo del contratto, non scriverà nemmeno una canzone. Nel frattempo coltiva anche la passione per la poesia, e in effetti egli si sente più un poeta che un cantante; scrive poesie scarne e brevi, quasi che fossero una metafora della sua vita.
Gli anni fra il 1973 e il 1974 avrebbero veramente potuto essere quelli della svolta artistica, ma i problemi con l’alcool e quelli con l’ambiente musicale in cui si deve confrontare, hanno oramai raggiunto un punto di non ritorno: sono di questo periodo diversi litigi con artisti di svariati campi. Tra i cantautori apprezza solo Fabrizio De André. Trova comunque il tempo per scrivere Io e te, Maria (rifiutata in un primo momento da Nicola Di Bari, che poi però la inciderà…), Bambino mio (cantata da Carmen Villani e scritta con Pino Pavone, un cantautore calabrese). Nel 1974 Ornella Vanoni vorrebbe produrre un album intero con canzoni di Ciampi, ma alla fine non se ne farà niente. Piero si ritrova a cantare in piccoli locali, dove non manca di insultare il ricco pubblico pagante.
Nel 1976 registra una serata al Club Tenco, che anni dopo viene pubblicata anche su CD. Tra la fine del 1976 e gli inizi del 1977 Ciampi si esibisce in concerto, senza tuttavia molto successo, con una serie di artisti conosciuti alla RCA: Paolo Conte, Nada e Renzo Zenobi; viene anche registrata una trasmissione televisiva, che però la Rai non trasmetterà mai. In compenso, in questi stessi anni diviene molto popolare agli ascoltatori di Radio Capodistria (emittente jugoslava all’epoca molto seguita in Italia centro-settentrionale), visto che non passa giorno che non venga mandato in onda un suo brano.
Negli ultimi anni Piero Ciampi torna sempre più frequentemente a Livorno. Il 19 gennaio1980, ricoverato a Roma, muore per un cancro alla gola, assistito da un medico-cantautore: Mimmo Locasciulli (che per ricordare l’amico Piero inciderà anni dopo una delle sue più belle canzoni: Tu no).
Piero Ciampi: il nostro Grande Poeta maledetto-
Articolo di Cristina Valentini -Livornese, classe 1934, Piero Ciampi è stato uno dei cantautori più importanti del ‘900 italiano.
Oggi, 19 gennaio, in occasione dell’anniversario della morte del poeta, abbiamo voluto ricordarlo così.
Anticoformista, controcorrente e senza ombra di dubbio riconoscibile come poeta maledetto a tutti gli effetti. Ci teneva così tanto da essersi fatto scrivere “poeta” alla voce “professione” sul passaporto.
Come cantante non raccoglie mai i favori della critica, nonostante le stupende pubblicazioni insieme all’amico di sempre Reverberi e al maestro Marchetti. L’attività di paroliere sembra invece regalargli più soddisfazioni: nel 1965 la sua Ho bisogno di vederti, cantata da Gigliola Cinquetti, arriva seconda al festival di Sanremo; negli anni ’70 invece scrive testi per Nada, che avrà poi un grande successo nel mercato discografico.
Ciampi passa la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60 a vagabondare per i paesi più disparati. Nel ’57, a 23 anni, parte per la Francia senza una lira in tasca, ma riesce in qualche modo a mantenersi cantando le sue poesie per strada. Qui diventa un conoscitore ed estimatore della chanson francese e gli viene affibbiato il nome d’arte che lo accompagnerà durante i primi passi della sua carriera: “L’italianó“, poi trasformato in “Piero Litaliano“.
“Ha tutte le carte in regola per essere un artista: ha un carattere melanconico beve come un irlandese se incontra un disperato non chiede spiegazioni divide la sua cena con pittori ciechi, musicisti sordi, giocatori sfortunati, scrittori monchi”
Ha tutte le carte in regola (per essere un artista)è il manifesto artistico e culturale di Piero, dove l’autore parla del suo stile di vita assolutamente e incofutabilmente lontano dai canoni della società occidentale.
Le sue canzoni sono delle vere e proprie poesie. Malinconiche ma capaci di affondarti e affascinarti sin dal primo ascolto.
Ciampi è il perfetto esempio di tutta quella schiera di artisti incompresi in vita e celebrarti e osannati dopo la loro morte.
Dal 1995 proprio a Livorno è nato il Premio Ciampi, concorso riservato a canzoni inedite. Sono assegnati inoltre un premio per la miglior cover di una canzone di Piero, il premio al miglior esordio discografico dell’anno e un premio alla carriera.
Un bohémienne livornese, patrimonio artistico e culturale del nostro paese da consevervare e tramandare alle future generazioni, con cura.
I dipinti etruschi di Cerveteri in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Firenze-
Cerveteri-“Dal 20 dicembre 2024 al 7 aprile 2025 il Museo Archeologico Nazionale di Firenze propone la mostra Visioni di miti e riti etruschi a Firenze, a cura di Daniele Federico Maras etruscologo e direttore del museo. Per l’occasione saranno esposte quattro lastre dipinte intere, risalenti alla fine del VI secolo a.C., recuperate a Cerveteri nel 2019 dalla Guardia di Finanza.
La rassegna è frutto della collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, la Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, il Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Roma della Guardia di Finanza – Sezione Tutela Beni demaniali e di interesse pubblico, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale, in accordo con la Direzione regionale Musei nazionali della Toscana.
Le lastre dipinte
Le quattro lastre di terracotta dipinte, ricostruite da una serie di frammenti, furono recuperate nell’estate del 2019 dalla Guardia di Finanza, nel corso di un’operazione di contrasto al commercio clandestino di reperti archeologici. Sono state prodotte negli ultimi decenni del VI secolo a.C. in un’officina della città etrusca di Caere (l’odierna Cerveteri), probabilmente per decorare le pareti di un tempio. Il fregio della parte superiore, comune a tutte e quattro, raffigura un meandro spezzato che incornicia riquadri con uccelli acquatici e motivi floreali a stella. La superficie è stata danneggiata dai maldestri tentativi di pulizia dei ladri d’arte che le hanno strappate al loro contesto.
Una lastra raffigura il duello tra Achille e Pentesilea: l’eroe greco a sinistra, racchiuso in una pesante armatura, si ripara dietro lo scudo e si prepara a colpire la regina delle Amazzoni, che si scaglia verso di lui brandendo una spada insanguinata. Un’altra raffigura un uomo che brandisce un ramo dalle foglie dorate mentre insegue una donna dalla chioma riccia armata di arco: potrebbe trattarsi di Apollo e Artemide con i rispettivi attributi divini, oppure della vergine cacciatrice Atalanta sfidata alla corsa dal suo futuro sposo Melanione, che vinse la gara lasciando cadere tre mele d’oro per distrarla. Un’altra ancora raffigura il Giudizio di Paride: il messaggero degli dèi Hermes, dalle ali variopinte e con in mano uno scettro, precede Hera, prima delle tre dee in lizza per scegliere la più bella tra loro. In origine le altre due dee (Atena e Afrodite) e il giovane Paride chiamato a giudicare erano raffigurati su due lastre adiacenti, purtroppo andate perdute. E infine, sull’ultima lastra è raffigurato un giovane sacerdote dai capelli lunghi che ha appena completato un rito di divinazione osservando gli uccelli con il lituo (il bastone ricurvo che ora tiene sulla spalla) e sta comunicando la volontà degli dèi al suo compagno, il quale si affretta tenendo in mano un ramoscello con dei frutti rossi.
“Grazie a iniziative espositive come questa, che fa seguito a una breve anteprima nella primavera del 2024 a Vetulonia, si porta a compimento il ciclo della tutela per le quattro lastre, dalla protezione (assicurata dalla Guardia di Finanza), alla conservazione (resa possibile dalla Soprintendenza) fino alla valorizzazione (garantita nel contesto del Museo). Solo così lo sguardo etereo di Pentesilea, l’esuberante vitalità della coppia in corsa, l’esplosione di colori delle ali di Hermes, i gesti enigmatici degli aruspici torneranno a svolgere la funzione per cui sono stati creati: comunicare con il pubblico e trasmettere la voce degli artisti del passato”, ha dichiarato Maras, sin dall’inizio all’interno del gruppo di lavoro della Soprintendenza che ha studiato le lastre per renderle visibili al pubblico.
CGIL Teramo- Che genere di arte: Le artiste cancellate dai manuali di storia-
CGIL Teramo- Articolo di Antonia Fama-“Non sono una critica, sono una sindacalista. Ma sono un’appassionata d’arte e mi sono ritrovata a studiare”. Fa una premessa che definisce doverosa, Eliana Como, prima di cominciare a raccontare cosa l’ha portata a diventare curatrice della mostra Che genere di arte: le artiste cancellate dalla storia dell’arte, inaugurata nei giorni scorsi alla Cgil di Teramo, dove resterà aperta fino al 26 gennaio 2025.
UNA PAGINA FACEBOOK
CGIL Teramo-Le artiste cancellate dai manuali di storia
Ma tutta quella passione è il motore di un percorso cominciato nel 2019, con l’apertura della pagina facebook omonima, e la nascita di un progetto artistico significativo e ambizioso: riportare alla luce, come in un dipinto restaurato, quei soggetti che il tempo e le insidie hanno cancellato. In questo caso, le artiste.
LE MINIATURISTE DEL MEDIOEVO
“Incredibile come la maggior parte delle donne siano state dimenticate sistematicamente, non compaiono neanche nei manuali di storia dell’arte” spiega Eliana Como, che negli ultimi anni è andata a recuperare con lavoro certosino opere e nomi delle artiste che le hanno realizzate nei secoli. E proprio a proposito di monaci: “Siamo sempre stati convinti che gli amanuensi fossero uomini istruiti che hanno permesso al patrimonio dell’arte medievale di arrivare fino a noi e non sapevamo che, invece, in molti casi si trattava di artiste, donne”.
UNA CANCEL CULTURE ANTE LITTERAM
Miniaturiste, pittrici, scultrici, che sono state persino note al pubblico, nelle epoche in cui hanno vissuto. Eppure vittime di una feroce cancel culture ante litteram, che non ha permesso loro di arrivare fino a noi. A differenza delle opere realizzate, che pure sono esposte nei musei in giro per il mondo, ma non campeggiano nell’indice analitico di saggi e manuali. “Basti pensare che “nel manuale La storia dell’arte di Gombrich, il libro d’arte più venduto al mondo, tra le oltre 400 immagini e centinaia di pagine, solo una è dedicata a un’opera di una donna. Si tratta di Not (Il bisogno), realizzata nel 1897 da Käthe Kollwitz”.
LA DAMNATIO MEMORIAE
“Un’assenza che racconta quanto il sistema dell’arte abbia escluso le donne dalla narrazione ufficiale”. Artiste, come anche letterate, scienziate, filantrope, scrittrici, che nei secoli hanno dovuto faticare per affermarsi e affermare la propria libertà. Spesso anche a costo della felicità. E che però hanno subito una seconda discriminazione, come la definisce Como: “Essere state cancellate dai libri”. Una damnatio memoriae che tutt’ora si fatica a contrastare.
LA FATICA DI CHIAMARSI PITTRICE
“Noi ci domandiamo spesso come mai siano state così poche le artiste nella storia – osserva la sindacalista e curatrice della mostra – ma al contrario dovremmo domandarci come abbiano fatto a essere così tante”. Questo perché, come spiega Eliana Como, per secoli lo status di pittrice o scultrice era riservato a chi già nasceva figlia d’arte. In più bisognava essere dotate del dono e pronte a esercitarlo. Le grandi accademie, fino agli inizi del Novecento, hanno interdetto l’accesso alle donne, e poi perpetrato a lungo il divieto di seguire i corsi di nudo.
SOLO DA NUDE ENTRANO NEI MUSEI
“Do women have to be naked to get into the Metropolitan Museum” recita il manifesto geniale, adottato dalla mostra, e realizzato dalle Guerrilla Girls, un collettivo anonimo di artiste che si celavano dietro la maschera di un gorilla. “Le donne possono entrare soltanto se nude in un museo”, un’intuizione acuta e divertente al tempo stesso, che mette in evidenza una dolorosa e atavica idiosincrasia: le donne come oggetto – corpo nudo – dell’arte. Ma non riconosciute come soggetto della creazione artistica.
SE PICASSO FOSSE STATO DONNA
“Cosa sarebbe accaduto se Rembrandt, Picasso, Van Gogh fossero nati donne?”, si chiede Eliana Como: “Ma pensiamo anche a un’artista ricordata e riconosciuta al livello mondiale: Frida Kahlo è stata per moltissimo tempo solo la moglie di Diego Rivera”. I primi passi di questa rivoluzione culturale verso una narrazione di genere della storia dell’arte risalgono agli anni ottanta. “Soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni ha cominciato ad affermarsi una letteratura specifica per raccontare le artiste. La prima grande storica dell’arte che se ne occupò fu l’americana Linda Nochlin, autrice di un manuale che andava dal 1400 al 1900. Nel 1980 a Milano Lea Vergine realizzò la mostra L’altra metà dell’avanguardia”.
UNA NARRAZIONE DI GENERE
Non un caso, certo, che questo percorso sia iniziato negli stessi luoghi di nascita dei gender studies, per poi arrivare al resto del mondo. Eppure, quarant’anni dopo, si fa ancora fatica a consultare dei manuali di storia che siano davvero emblematici di un cambio di paradigma. E se, come qualcuno pubblicamente sostiene, il patriarcato non esiste, anche le donne più illustri, nella narrazione mainstream, non esistono ancora. O non ancora completamente.
RISCRIVERE UNA STORIA NUOVA
“Auspico un momento – dice Como – in cui si possano riscrivere i manuali da zero. Ovvero non solo affiancare la narrazione di genere a quella “principale”. Ma proprio raccontare la storia da capo, da una prospettiva più giusta, autentica, equilibrata”.
LA VICENDA DI CHARLOTTE SALOMON
Ci troveremo finalmente il nome di Charlotte Salomon, nata a Berlino nel 1917 e morta ad Auschwitz nel 1943. “Una pittrice espressionista di origine ebraica, potentissima, che realizzò un suo personale Diario di Anna Frank, ma per immagini. E con i soli quattro colori primari di cui disponeva, nel suo esilio a Vichy”. Fu proprio Otto Frank, dopo la morte della ragazza, a suggerire a suo padre che tutto quel prezioso patrimonio artistico non poteva e non doveva rimanere un’eredità privata. “Immagini meravigliose – conclude Eliana Como – che commuovono, e tramandano una storia che tutti dovremmo conoscere”.
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Eugenio MONTALE
La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende… ).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.
Arsenio
I turbini sollevano la polvere
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi
deserti, ove i cavalli incappucciati
annusano la terra, fermi innanzi
ai vetri luccicanti degli alberghi.
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi
in questo giorno
or piovorno ora acceso, in cui par scatti
a sconvolgerne l’ore
uguali, strette in trama, un ritornello
di castagnette.
È il segno d’un’altra orbita: tu seguilo.
Discendi all’orizzonte che sovrasta
una tromba di piombo, alta sui gorghi,
più d’essi vagabonda: salso nembo
vorticante, soffiato dal ribelle
elemento alle nubi; fa che il passo
su la ghiaia ti scricchioli e t’inciampi
il viluppo dell’alghe: quell’istante
è forse, molto atteso, che ti scampi
dal finire il tuo viaggio, anello d’una
catena, immoto andare, oh troppo noto
delirio, Arsenio, d’immobilità…
Ascolta tra i palmizi il getto tremulo
dei violini, spento quando rotola
il tuono con un fremer di lamiera
percossa; la tempesta è dolce quando
sgorga bianca la stella di Canicola
nel cielo azzurro e lunge par la sera
ch’è prossima: se il fulmine la incide
dirama come un albero prezioso
entro la luce che s’arrossa: e il timpano
degli tzigani è il rombo silenzioso
Discendi in mezzo al buio che precipita
e muta il mezzogiorno in una notte
di globi accesi, dondolanti a riva, –
e fuori, dove un’ombra sola tiene
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita
l’acetilene –
finché goccia trepido
il cielo, fuma il suolo che t’abbevera,
tutto d’accanto ti sciaborda, sbattono
le tende molli, un fruscio immenso rade
la terra, giù s’afflosciano stridendo
le lanterne di carta sulle strade.
Così sperso tra i vimini e le stuoie
grondanti, giunco tu che le radici
con sé trascina, viscide, non mai
svelte, tremi di vita e ti protendi
a un vuoto risonante di lamenti
soffocati, la tesa ti ringhiotte
dell’onda antica che ti volge; e ancora
tutto che ti riprende, strada portico
mura specchi ti figge in una sola
ghiacciata moltitudine di morti,
e se un gesto ti sfiora, una parola
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio,
nell’ora che si scioglie, il cenno d’una
vita strozzata per te sorta, e il vento
la porta con la cenere degli astri.
Eugenio MONTALE
L’anguilla
L’anguilla, la sirena
dei mari freddi che lascia il Baltico
per giungere ai nostri mari,
ai nostri estuari, ai fiumi
che risale in profondo, sotto la piena avversa,
di ramo in ramo e poi
di capello in capello, assottigliati,
sempre piú addentro, sempre piú nel cuore
del macigno, filtrando
tra gorielli di melma finché un giorno
una luce scoccata dai castagni
ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,
nei fossi che declinano
dai balzi d’Appennino alla Romagna;
l’anguilla, torcia, frusta,
freccia d’amore in terra
che solo i nostri botri o i disseccati
ruscelli pirenaici riconducono
a paradisi di fecondazione;
l’anima verde che cerca
vita là dove solo
morde l’arsura e la desolazione,
la scintilla che dice
tutto comincia quando tutto pare
incarbonirsi, bronco seppellito:
l’iride breve, gemella
di quella che incastonano i tuoi cigli
e fai brillare intatta in mezzo ai figli
dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu
non crederla sorella?
In limine
Godi se il vento ch’entra nel pomario
vi rimena l’ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.
Il frullo che tu senti non è un volo,
ma il commuoversi dell’eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.
Un rovello è di qua dall’erto muro.
Se procedi t’imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.
Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l’ho pregato, – ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine…
Eugenio MONTALE
La Bufera
La bufera che sgronda sulle foglie
dure della magnolia i lunghi tuoni
marzolini e la grandine,
(i suoni di cristallo nel tuo nido
notturno ti sorprendono, dell’oro
che s’è spento sui mogani, sul taglio
dei libri rilegati, brucia ancora
una grana di zucchero nel guscio
delle tue palpebre)
il lampo che candisce
alberi e muro e li sorprende in quella
eternità d’istante – marmo manna
e distruzione – ch’entro te scolpita
porti per tua condanna e che ti lega
più che l’amore a me, strana sorella, –
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere
dei tamburelli sulla fossa fuia,
lo scalpicciare del fandango, e sopra
qualche gesto che annaspa…
Come quando
ti rivolgesti e con la mano, sgombra
la fronte dalla nube dei capelli,
mi salutasti – per entrar nel buio.
Il balcone
Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m’era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.
Ora a quel vuoto ho congiunto
ogni mio tardo motivo,
sull’arduo nulla si spunta
l’ansia di attenderti vivo.
La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi.
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s’illumina.
Eugenio MONTALE
Xenia I
Avevamo studiato per l’aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
Non ho mai capito se io fossi
il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell’alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.
Xenia
Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due
noi siamo una sola cosa.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno milioni di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Eugenio MONTALE
La Storia
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.
Di un Natale metropolitano
Un vischio, fin dall’infanzia sospeso grappolo
di fede e di pruina sul tuo lavandino
e sullo specchio ovale ch’ora adombrano
i tuoi ricci bergére fra santini e ritratti
di ragazzi infilati un po’ alla svelta
nella cornice, una caraffa vuota,
bicchierini di cenere e di bucce,
le luci di Mayfair, poi a un crocicchio
le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi,
non più guerra né pace, il tardo frullo
di un piccione incapace di seguirti
sui gradini automatici che ti slittano in giù….
Forse un mattino
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.
Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
Eugenio MONTALE
Breve biografia di Eugenio Montale – nato a Genova nel 1896. Dopo aver seguito studi tecnici, si è dedicato per alcuni anni allo studio del canto. Chiamato alle armi, ha preso parte alla prima guerra mondiale come sottotenente di fanteria. Legato ai circoli intellettuali genovesi, dal 1920 ha avuto rapporti anche con l’ambiente torinese, collaborando al Baretti di Gobetti. Trasferitosi a Firenze (1927), dove ha frequentato il caffè delle Giubbe Rosse vicino agli intellettuali di Solaria, dal 1929 è stato direttore del Gabinetto scientifico-letterario Vieusseux, rimosso nel 1938 perché non iscritto al partito fascista (nel 1925 aveva aderito al Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce). Ha svolto un’attività di traduttore, soprattutto dall’inglese (da ricordare il suo contributo all’antologia Americana di E. Vittorini, 1942; le traduzioni sono in Quaderno di traduzioni, 1948, ed. accr. 1975, con versioni poetiche da Shakespeare, Hopkins, Joyce, Eliot, ecc.). Iscritto per breve tempo al Partito d’azione, ha collaborato con Bonsanti alla fondazione del quindicinale Il Mondo di Firenze (1945-46). Nel 1948 si è trasferito a Milano come redattore del Corriere della sera, occupandosi specialmente di critica letteraria e di quella musicale sul Corriere d’informazione. Importanti riconoscimenti gli giunsero con la nomina a senatore a vita (1967) e il premio Nobel per la letteratura (1975). Ha pubblicato: Ossi di seppia (1925; ed. defin. 1931), Occasioni (1939, il cui primo nucleo è costituito da La casa dei doganieri e altri versi, 1932); La bufera e altro (1956, che include anche i versi di Finisterre, 1943), Satura (1971, in cui confluiscono anche, con altre successive, le liriche del volumetto Xenia del 1966, scritte per la morte della moglie Drusilla Tanzi); Diario del ’71 e del ’72 (1973), Quaderno di quattro anni (1977); Altri versi (1981); le due parti di Diario postumo (1991 e 1996). Alla sua lunga attività pubblicistica e giornalistica si devono i libri: i bozzetti, elzevirini, culs-de-lampe riuniti sotto il titolo Farfalla di Dinard (1956; edd. accr. 1960 e 1969), le prose di viaggio Fuori di casa (1969), le prose saggistiche di Auto da fé (1966) e di Nel nostro tempo (1972), quelle riunite in Sulla poesia (1976), il volume Sulla prosa (1982), le note del Quaderno genovese (1983). Come critico musicale ha pubblicato Prime alla Scala (1981). È morto a Milano nel 1981.
Chiara Colombini-Storia passionale della guerra partigiana-
Editori Laterza-Bari
DESCRIZIONE del libro di Chiara Colombini -Storia passionale della guerra partigiana-A partire dall’8 settembre 1943 fino all’aprile del 1945 migliaia di giovani e meno giovani abbandonarono la loro vita abituale, presero le armi e si gettarono in un’avventura che stravolte la loro esistenza.
Perché lo fecero? Quali furono i sentimenti e le passioni che li spinsero ad un passo del genere e li sostennero in quei venti mesi?
Amore e odio, speranza e vendetta, dolore e felicità: osservare le passioni della resistenza ‘in diretta’ significa avvicinarsi a quella esperienza in modo quasi viscerale ed eliminare le distorsioni prospettiche che inducono a giudicare le scelte di allora con il metro del nostro presente.
Amore e odio, speranza e vendetta, dolore e felicità: osservare le passioni della Resistenza ‘in diretta’ significa avvicinarsi a quella esperienza in modo quasi viscerale ed eliminare le distorsioni prodotte dal passare del tempo.
Le passioni e i sentimenti, lo sappiamo, hanno un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Ci fanno compiere scelte improvvise, ci fanno gioire e soffrire. Alimentano un fuoco che non può essere spento. Passioni e sentimenti certamente mossero le donne e gli uomini che scelsero la strada della ribellione e della Resistenza durante la guerra. Possiamo comprenderle davvero noi che viviamo un altro tempo e un’altra storia? È quanto prova a fare Chiara Colombini, cogliendo, attraverso diari, lettere e carteggi, queste passioni ‘in diretta’, nel loro erompere durante quei venti mesi, tenendo sullo sfondo ciò che solo lo svolgersi della storia ha permesso di razionalizzare. In un tempo condizionato dall’eccezionalità che deriva dall’intreccio tra guerra totale, occupazione e guerra civile, i partigiani si innamorano, coltivano ambizioni, si accendono di entusiasmo o si arrovellano nell’insoddisfazione. Una condizione in cui, oltre alla vita, è in gioco ciò che si è scelto di essere. E, a quasi ottant’anni di distanza, emerge intatto il fascino di quell’esperienza così centrale per la storia di questo paese, la sua dimensione di profonda umanità, il prezzo pagato da uomini e donne direttamente nelle loro esistenze, il loro lascito.
L’Autrice
Chiara Colombini-
Chiara Colombini, storica, è ricercatrice presso l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”.Ha curato, tra l’altro, Resistenza e autobiografia della nazione. Uso pubblico, rappresentazione, memoria (con Aldo Agosti, Edizioni SEB27 2012) e gli Scritti politici. Tra giellismo e azionismo (1932-1947) di Vittorio Foa (con Andrea Ricciardi, Bollati Boringhieri 2010) ed è autrice di Giustizia e Libertà in Langa. La Resistenza della III e della X Divisione GL (Eataly Editore 2015).
Tersilio Leggio-Abbazia di Farfa- L’anello sigillare dell’abate Benedetto (802-815)
Prof. 𝗧𝗲𝗿𝘀𝗶𝗹𝗶𝗼 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼
Marca/Marche-rivista di storia regionale n°8/2017-
AndreaLivi Editore
Tersilio Leggio-Non avviene tutti i giorni che si possa scrivere una nuova pagina della storia dell’abbazia di Farfa nel periodo carolingio grazie al riapparire improvviso e del tutto inatteso di un nuovo documento, che, come si vedrà, cambierà dalle fondamenta le vicende delle strutture materiali del monastero sabino all’epoca di Carlomagno, colmando molti vuoti ed aprendo nuovi e stimolanti itinerari di ricerca.
L’8 dicembre scorso l’abbazia di Farfa ed il suo priore Dom Eugenio Gargiulo ricevevano una mail che li informava che il giorno successivo presso la casa d’a- ste parigina Piasa era in vendita tra i vari lotti uno che riguardava l’anello-sigillo dell’abate Benedetto (802-815). Molto cortesemente Dom Eugenio mi ha girato la mail chiedendo una mia opinione in merito. Debbo dire di essere andato immediatamente a controllare sul sito della Piasa con molta circospezione e con numerosissimi dubbi, convinto che non si trattasse di nulla di importante. Quando però ho visto l’oggetto in questione confesso di essere rimasto stupefatto ed attonito per la sua bellezza e per la sua importanza.
Battuto all’asta con un prezzo di stima che era molto elevato e compreso tra 35.000 e 45.000 euro data la rarità dell’oggetto, non è stato aggiudicato o almeno così sembra. Le sue dimensioni sono h 2,6 x l 2,5 cm; il peso 31,4 g, con leggere mancanze nella niellatura. L’anello è in oro con incastonato al centro un cristallo di rocca di forma quadrata intorno al quale si sviluppa la legenda:
+ S[IGILLUM] ·BENEDICTI ·AB[BATIS]· FARFENSI[S]
Abbazia di Farfa-Anello sigillo dell’abate Benedetto (Foto dal catalogo casa d’aste parigina Piasa)
Le spalle dell’anello sono ornate da motivi niellati costituiti da una croce greca con estremità svasate racchiusa in un doppio cerchio e da fogliame stilizzato. Quel che è maggiormente interessante è costituito dall’intaglio nel cristallo di rocca che rappresenta una facciata di una chiesa abbaziale fiancheggiata da due torri tonde, scandite da due cordonature, che culminano con un tetto conico con spiovente sormontato da due globi, mentre sul culmine del prospetto, che ha un frontone decorato , è rappresentata l’immagine della Madonna. Secondo gli esperti della casa d’aste, che escludono categoricamente la possibilità di un falso, il probabile luogo dove l’anello fu realizzato è da individuare in un atelier di Costantinopoli.
Il sigillo era appartenuto in passato al principe Ludovico Spada Veralli Potenziani di Rieti, con palazzo di abitazione anche a Roma, in via in Lucina. Il principe Potenziani era un personaggio di spicco dei suoi tempi. Governatore di Roma dal 1926 al 1928, senatore del Regno dal 1929, tanto per citare. Intimamente legato al periodo fascista, nel 1946 fu dichiarato decaduto dalla carica di senatore. Dopo la sua morte avvenuta nel 1971, l’archivio familiare è stato donato, quasi completa- mente a causa di alcune dispersioni, all’Archivio di Stato di Rieti1, nel quale sarà necessario indagare per chiarire come e quando l’anello-sigillo dell’abate Benedet- to sia finito nel possesso suo o della sua famiglia. Dalla collezione di Ludovico il sigillo passò nel 1919 al parigino Louis-Henri-Emile Moutier e da lui a Gustave Léon Schlumberger (1844-1929) ben noto storico e numismatico dell’impero bi- zantino, per finire poi in una collezione privata.
L’abate Benedetto
L’abate Benedetto, secondo il racconto della cosiddetta Constructio monasterii Farfensis2, era l’undicesimo abate eletto dopo la seconda fondazione avvenuta in età longobarda. Le brevi note con il quale l’anonimo monaco cronista della metà del IX secolo lo descrisse ne fanno un abate molto attento alla devozione verso Dio ed alla salvezza sua e dei confratelli. Molto premuroso nel curare l’aspetto esteriore degli ornamenti ritenuti più utili per i culti da celebrare nella chiesa monastica. Fu inoltre sagacissimo nel provvedere Farfa di libri, di paramenti sacri per l’altare e di altri strumenti, dei quali parte era sopravvissuta fino al momento nel quale il monaco cronista registrò la scheda a lui dedicata. Benedetto fu a capo della comunità monastica per dieci anni, cinque mesi e tre giorni e morì il 26 marzo. Da osservare comunque che è molto difficile far conciliare le note biografiche degli abbaziati con l’effettivo esercizio della funzione che si ricava invece dalla documentazione scritta conservata. Più concisa la nota biografica che lo riguarda premessa da Gregorio da Catino3 alle carte riguardanti il suo abbaziato, con la discrepanza di una diversa data di morte che sarebbe avvenuta l’11 agosto, anche se la durata la funzione riportata è identica. L’attività dell’abate Benedetto, del quale è omessa l’origine, fu molto intensa. Il suo pieno inserimento nel mondo carolingio è dimostrato dai diplomi che gli furono concessi a partire da quello emanato da Carlomagno il 13 giugno dell’803, che riconfermava tutti i possessi dell’abbazia su esplicita richiesta dello stesso Benedetto, ai due da Ludovico II il 3 agosto dell’815. Lo Schuster4, partendo da questa data, ha avanzato l’ipotesi che Benedetto in persona si sarebbe recato presso la corte imperiale a
2 Balzani, a cura di, Il Chronicon farfense di Gregorio da Catino, I, Forzani e C., Roma 1903,
21.
3 Balzani, a cura di, Il Chronicon farfense cit., pp. 170-178; I. Giorgi, U. Balzani, a cura di, Il Regesto di Farfa, II, Presso la Società, Roma 1878, pp. 143-177.
4 I. Schuster, L’imperiale abbazia di Farfa. Contributo alla storia del Ducato romano nel Medio Evo, Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma 1921, pp. 62-63.
Francoforte per impetrare la concessione dei due diplomi, dove sarebbe morto l’11 agosto subito dopo averli ottenuti. L’anello-sigillo rappresentava un’immagine adeguata al rango sociale al quale apparteneva il suo possessore, sia per lo stato, sia per la funzione ricoperta. Diversamente dagli anelli-sigillo civili coevi non riproduceva la figura del possesso- re, basti ricordare la lunga e consolidata tradizione di età longobarda5, né è stato riutilizzato qualche oggetto che si richiamava al passato – cammei, monete od altro –, ma intenzionalmente si è voluto realizzare una tipologia nuova, volendo per certi aspetti guardare al futuro piuttosto che rifarsi all’antico, mostrando uno spiccato senso di affermazione di una precisa identità monastica e di una salda appartenenza ad una comunità di cui l’abate era il rappresentante pro tempore, mentre la chiesa abbaziale ne costituiva il carattere peculiare, fondante e nel contempo duraturo.
L’anello-sigillo di Benedetto costituisce, inoltre, un caso del tutto particolare, perché modifica nella sostanza la cronologia della loro presenza nello scenario europeo dove sarebbero apparsi soltanto in XI secolo, mentre in precedenza rappresentavano una prerogativa pressoche esclusiva delle cancellerie sovrane, regie o imperiali che fossero, nel campo dell’ordine temporale e di quella pontificia nello spirituale6. Credo che su questo punto si debba avviare una riflessione critica sull’uso degli anello-sigillo, seguendo le linee tracciate dalla Bedos-Rezak, la quale ha dimostrato, comparando i cartari medievali con i sigilli regi e vescovili, quanto fosse importante nelle società medievali comunicare, utilizzando gli strumenti simbolici a disposizione, un’immagine coordinata e forte della persona rivestita di un’autorità pubblica7 ed in questo caso specifico della auctoritas che derivava all’abate dall’essere a capo di una potente abbazia intimamente legata all’impero carolingio e che esercitava un potere quasi egemonico in una vasta zona dell’Italia centrale appenninica.
Un altro aspetto che merita di essere sottolineato è comprendere se, quando e su quali atti il sigillo venisse apposto dall’abate come strumento di validazione e con quale formula di corroborazione. Il fatto stesso che l’anello-sigillo si sia conserva- to quasi intatto induce ad inferire che ci si trovi di fronte ad un riferimento agli usi ed alle tradizioni di area germanica e in conseguenza abbia seguito il proprio possessore nella tomba, piuttosto che a quelle di area romana dove invece veniva spezzato o comunque reso inutilizzabile.
5 S. Lusuardi Siena, a cura di, Anulus sui effigii. Identità e rappresentazione negli anelli-sigillo longobardi, Atti della giornata di studi, Milano, Università Cattolica, 29 aprile 2004, V&P, Milano 2006.
6 Fabre, Sceau médiéval. Analyse d’une pratique culturelle, L’Harmattan, Paris 2013, pp. 31-32.
7 M. Bedos-Rezak, When Ego Was Imago. Signs of Identity in the Middle Ages, Brill, Leiden
2010, in particolare pp. 55-74.
Farfa in età carolingia: la chiesa abbaziale
Nel caso di Farfa, non ostante la ricchezza dei cartulari e delle fonti narrative per quanto riguarda in particolar modo il periodo altomedievale, non sono molte le in- formazione ed i dati che permettano di leggere meglio l’evoluzione delle strutture monastiche e le loro specifiche funzioni, importanti per identificare i vari aspetti della celebrazione delle funzioni liturgiche benedettine8, anzi le poche notizie con- tenute hanno alimentato interpretazioni fortemente divergenti. In parallelo si sono sviluppati molti studi e molte ricerche sull’argomento ad incominciare da Ildefon- so Schuster9. Intorno agli ’80 del secolo scorso le ricerche ebbero un notevole im- pulso grazie a Charles McClendon10 ed a David Whitehouse, sotto la cui direzione si sono avute alcune campagne di scavo, con pubblicazione di dati preliminari i cui risultati finali non sono mai stati editi compiutamente, con grave danno per la storia degli studi sul monastero e con la perdita di un’importante opportunità di conoscenza. Una ulteriore breve stagione fu effettuata nel 1993 ad opera sempre della British School at Rome11.
Uno dei temi maggiormente dibattuti sulle strutture monastiche altomedievali farfensi è senza dubbio quello dell’orientamento della chiesa altomedievale e della sua cronologia. Due in particolare gli elementi di forte dubbio: la datazione della cripta semianulare12, che era compiutamente emersa soltanto a cavaliere degli anni ’60 del secolo scorso, e la collocazione spaziale dell’oratorio del Salvatore che l’abate Sicardo (830-842) aveva aggiunto alla chiesa di S. Maria.
Le ipotesi più accreditate sembravano orientate verso una datazione al secolo IX della cripta ed al secolo XI della così detta abside quadrata, che si trova nel cortile seicentesco di ingresso al complesso monastico, fiancheggiata da due torri campa- narie, delle quali soltanto una è superstite.
8 W. Jacobsen, Il problema dell’utilizzazione: l’architettura altomedievale e la liturgia nei conventi monastici, in F. De Rubeis, F. Marazzi, a cura di, Monasteri in Europa occidentale (secoli VIII-XI): topografia e strutture, Atti del Convegno Internazionale, Museo Archeologico di Castel San Vincenzo, 23-26 settembre 2004, Viella, Roma 2008, pp. 309-319.
9 Se ne veda una rassegna in T. Leggio, L’abbazia di Farfa: fonti scritte, cultura materiale e strutture edilizie. Un profilo storico, in Farfa, storia di una fabbrica abbaziale, Vivi l’Arte, Farfa 20062, pp. 135-141. 10 Le sue ipotesi sono state edite separatamente: Ch.B. McClendon, The Imperial Abbey of Farfa. Architectural Currents of the Early Middle Ages, Yale University Press, New Haven and London 1987. 11 O. Gilkes, J. Mitchell, The early medieval church at Farfa: its orientation and date, in «Archeologia
medievale», XXII (1995), pp. 343-364.
12 Sulla diffusione delle cripte semianulari e sulla loro cronologia in Italia cfr. C.M.C. Mancuso,
Genesi e sviluppo della cripta semianulare in Italia, in «Quaderni del Centro di Studi Lunensi», ns 2 (1996), pp. 143-166, che data, p. 159, la cripta di Farfa alla metà del secolo IX. Cfr. anche F. Betti, Fondi e il Lazio meridionale. La formazione del Patrimonium Sancti Petri e la diffusione dell’arte carolingia nella regione, in M. Gianandrea, M. D’Onofrio, a cura di, Fondi nel Medioevo, Gangemi ed., Roma 2016, pp. 63-78.
Più recentemente, però, John Mitchell ha avanzato l’ipotesi che la cripta semia- nulare possa risalire alla seconda metà dell’VIII secolo, attribuendone la costruzio- ne all’abate Probato (770-779)13, e che la così detta abside quadrata possa essere attribuita invece all’abate Sicardo, riprendendo un’ipotesi che avevo formulato più di un trentennio fa14.
Del resto, anche da un punto di vista delle strutture edilizie del complesso monastico, le fonti scritte sembrano suggerire che Farfa già alla metà dell’VIII secolo avesse raggiunto aspetti monumentali caratterizzati da grandi effetti sia formali sia simbolici, adeguati al ruolo centrale che aveva assunto nel regnum Italiae. Come si può constatare, pur sommariamente riassunte, le posizioni sul- la dinamica temporale e sull’articolazione spaziale dei primi secoli di vita far- fense sono molte e variegate a testimoniare la complessità degli interventi che si sono succeduti, stimolati anche dalla ricchezza sempre crescente dell’abbazia sabina e, quindi, dalla possibilità per i suoi abati di poter investire molto sulla continua trasformazione delle sue strutture materiali e sul loro abbellimento, con chiari ed evidenti fini simbolici15. Un altro momento nel quale si sviluppa- rono interventi di grande importanza fu la prima metà del secolo IX, quando Farfa ormai costituiva un polo centrale del governo dell’impero carolingio nel regnum Italiae. È soprattutto nel periodo dell’abate Sicardo (830-842) che si concentrarono i lavori per la costruzione dell’oratorio dedicato al Salvatore, come sopra ricordato.
L’ultima rilettura delle architetture del monastero farfense e della loro storia, in particolare per il periodo altomedievale, è stata compiuta da Fabio Betti16, che ha sintetizzato le ipotesi precedentemente avanzate, mettendo nuovamente in evidenza la notevole produzione di capitelli a stampella, ben trentanove, inquadrabile cronologicamente tra il VI e l’VIII decennio dell’VIII secolo, realizzata da numerosi artisti con influssi e apporti, anche diretti, derivati dalle principali correnti artistiche altomedievali europee, dalla longobarda, all’aqui- tanica, alla visigotica, che avevano forse costituito ex-novo un’unica bottega
13 J. Mitchell, The display of cript and the use of painting in Longobard Italy, in Testo e immagine nell’alto Medioevo, Atti della XLI settimana di studio, Presso la sede del Centro, Spoleto 1994, p. 949 nota 149; Gilkes, Mitchell, The early medieval church cit., pp. 360-362.
14 Leggio, Farfa: problemi e prospettive di ricerca, in «Il territorio», 1 (1984), pp. 78-81.
15 Per una interessante e approfondita analisi della dinamica di accrescimento dei patrimoni
fondiari dei grandi monasteri benedettini italiani, F. Marazzi, San Vincenzo al Volturno tra VIII e IX secolo: il percorso della grande crescita. Una indagine comparativa con le altre grandi fondazioni benedettine italiane, in Id., a cura di, San Vincenzo al Volturno. Cultura, istituzioni, economia, Abbazia di Montecassino, Cassino 1996, pp. 58-66, in particolare per Farfa, pp. 46-51.
16 F. Betti, Farfa nell’Alto Medioevo fra storia, arte e archeologia, in I. Del Frate, a cura di, Spazi della Preghiera, Spazi della Bellezza. Il Complesso Abbaziale di Santa Maria di Farfa, Palombi ed., Roma 2015, pp. 29-45.
Fonte-Marca/Marche-rivista di storia regionale n°8/2017-AndreaLivi Editore
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione-
Roma, 22 dicembre 2024 – A conclusione dei lavori di manutenzione della Fontana di Trevi, curati dalla Sovrintendenza Capitolina nell’ambito del programma di interventi PNRR Caput Mundi, è stata oggi restituita alla cittadinanza una delle aree più simboliche della città, tra le più amate e visitate al mondo.
Gli interventi si sono resi necessari a causa dei fenomeni di degrado che hanno interessato il monumento, situato in una zona ad alta frequentazione pedonale e sottoposto a particolari condizioni microclimatiche che hanno favorito la formazione di patine biologiche, vegetazione infestante e depositi calcarei sulle parti più esposte al contatto con l’acqua.
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
L’intervento, della durata di circa tre mesi e del costo di 327mila euro, ha previsto un’attività di pulitura approfondita delle superfici lapidee della parte inferiore del monumento, in particolare della scogliera e della zona tra il bordo della vasca e le gradinate di accesso. Sono state riparate le stuccature dei giunti in varie zone della fontana per preservarne l’integrità strutturale ed estetica ed è stata impermeabilizzata la vasca.
Inoltre ACEA per ottimizzare la circolazione dell’acqua ha effettuato una manutenzione straordinaria su tutto l’impianto di ricircolo, pompe, apparecchiature elettromeccaniche, sostituendo anche gli organi di manovra presenti.
Il monumento recuperato sarà visitabile secondo una nuova modalità che consentirà di ammirarlo senza il sovraffollamento che ne ha sempre caratterizzato la fruizione.
L’esperienza fatta con la passerella installata durante l’intervento di manutenzione ha evidenziato il gradimento dei cittadini e dei turisti per una visita di qualità e più diretta. Grazie alla nuova gestione dei flussi sarà possibile anche garantire l’appropriata fruizione della fontana, da sempre sottoposta a un’intensa presenza antropica non regolamentata ed eccessivamente invasiva per i delicati materiali che la compongono.
L’accesso, garantito a un numero massimo di 400 persone circa in contemporanea, è previsto dalla scalinata centrale mentre l’uscita si trova presso il varco dal lato di via dei Crociferi.
La visita sarà regolamentata con le seguenti modalità: tutti i giorni dalle 9 alle 21 (ultimo accesso ore 20.30); il lunedì e il venerdì dalle 11 per consentire le operazioni di raccolta delle monete; ogni due lunedì dalle 14 alle 21 per lo svuotamento e la pulizia della vasca. Accesso libero dalle ore 21.
All’entrata, all’uscita e all’interno del monumento sarà presente personale dedicato all’accoglienza e alla sicurezza. Il servizio è affidato a Zètema Progetto Cultura.
I visitatori potranno liberamente circolare negli spazi dell’invaso della fontana, ma non sarà consentito sedersi sul bordo della vasca, mangiare, bere, fumare.
Nella pannellistica informativa all’ingresso e nei totem sui lati della piazza è presente un qr code che consente di ottenere informazioni storiche sulla fontana.
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
CENNI STORICI
La realizzazione dell’attuale fontana di Trevi si deve a papa Clemente XII (1730-1740), che nel 1732 indice un concorso da cui emerge vincitore l’architetto Nicola Salvi (1697-1751). Il monumento, concepito come mostra dell’acquedotto Vergine e addossato alla facciata del retrostante Palazzo Poli, è articolato come un arco di trionfo e digrada verso l’ampio bacino con una larga scogliera, vivificata dalla rappresentazione scultorea di numerose piante. Al centro domina la statua di Oceano alla guida del cocchio a forma di conchiglia, trainato dal cavallo iroso e dal cavallo placido, frenati da due tritoni. Rilievi che alludono alla storia dell’acquedotto e figure allegoriche collegate agli effetti benefici dell’acqua decorano, a vari livelli, il prospetto. La costruzione viene conclusa da Giuseppe Pannini (c.1720-c.1810) che modifica parzialmente la scogliera regolarizzando i bacini centrali.
Dopo un intervento di restauro negli anni 1989-1991 (cui è seguita una manutenzione della parte centrale nel 1999), l’ultimo importante restauro è avvenuto nel 2014-2015 grazie a un contributo di FENDI.
Fontana di Trevi, mostra dell’acqua vergine
Mostra terminale dell’acquedotto Vergine – unico degli acquedotti antichi (19 a.C.) ininterrottamente in uso fino ai nostri giorni – è la più nota delle fontane romane e la più famosa nel mondo per la sua scenografica monumentalità.
Documentata nel medioevo, la sua denominazione deriva da un toponimo in uso nella zona già dalla metà del XII secolo (regio Trivii), oppure dal triplice sbocco dell’acqua dell’originaria fontana.
Nel 1640 per volontà di papa Urbano VIII (1622-1644), in concomitanza con l’ampliamento della piazza, Gian Lorenzo Bernini progetta una nuova fontana orientata come l’attuale, la cui costruzione si limita alla messa in opera di un basamento ad esedra con una vasca antistante, addossato agli edifici poi inglobati nel palazzo Poli.
La realizzazione dell’attuale fontana di Trevi si deve a papa Clemente XII (1730-1740), che nel 1732 indice un concorso al quale partecipano i maggiori artisti dell’epoca. Il pontefice sceglie tra i progetti dell’architetto Nicola Salvi (1697-1751) quello più monumentale e “di minor pregiudizio per il retrostante palazzo” sulla cui facciata si inserisce l’intera mostra con uno studio meditato delle proporzioni e delle decorazioni.
La fontana, articolata come un arco di trionfo, con una profonda nicchia, digrada verso l’ampio bacino con una larga scogliera, vivificata dalla rappresentazione scultorea di numerose piante e dallo scorrere spettacolare dell’acqua. Al centro domina la statua di Oceano alla guida del cocchio a forma di conchiglia, trainato dal cavallo iroso e dal cavallo placido, frenati da due tritoni. Rilievi che alludono alla storia dell’acquedotto e figure allegoriche collegate agli effetti benefici dell’acqua decorano, a vari livelli, il prospetto. Si fondono così magistralmente nell’opera del Salvi storia e natura intese in un rapporto dialettico, quale veniva affermato dal nascente illuminismo.
La costruzione viene conclusa da Giuseppe Pannini (c.1720-c.1810) che modifica parzialmente la scogliera regolarizzando i bacini centrali.
Dopo un intervento di restauro negli anni 1989-1991 (ad esso è seguita una manutenzione della parte centrale nel 1999), l’ultimo importante restauro è avvenuto nel 2014 grazie a FENDI, concludendosi dopo diciassette mesi nel 2015, con inaugurazione il 3 novembre. Maggiori informazioni
L’intervento di manutenzione straordinaria del 2024
Tra i mesi di ottobre e dicembre 2024 è stato effettuato un intervento di manutenzione della Fontana di Trevi nell’ambito del programma PNRR – Caput Mundi (Manutenzione straordinaria di alcune fontane monumentali del Centro Storico di Roma, n. 323). Tale attività si pone in una posizione intermedia tra le operazioni di pulitura e manutenzione ordinaria che periodicamente vengono effettuate con lo svuotamento delle vasche, e gli interventi strutturali di restauro (come quelli del 1989-90, 1999 e 2014) mirati a eliminare il calcare e le patine biologiche che si depositano sui materiali. L’intervento è stato finalizzato a rimuovere localmente gli elementi che determinano un rischio di conservazione dell’opera stessa, agendo sulle superfici lapidee della parte inferiore del monumento, in particolare la zona tra il bordo della vasca e le gradinate di accesso, sottoposta a una pulitura approfondita.
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
L’operazione, condotta a cura della Sovrintendenza Capitolina, è parte di un programma che ha interessato anche la Fontana del Quirinale, della Barcaccia, delle Tartarughe e delle Tiare, per un importo complessivo di 1,187 milioni di euro.
L’indagine preliminare sui materiali
Propedeutica a ogni intervento di manutenzione o restauro è la fase conoscitiva del monumento, con analisi diagnostiche non invasive atte a indagare lo stato di conservazione del bene.
La Fontana di Trevi è costituita da un insieme eterogeneo di materiali, quali ad esempio marmo di Carrara, travertino, stucco e metalli. La loro analisi e il confronto con campioni di riferimento permette di quantificare gli effetti del degrado e stabilire gli interventi più opportuni, atti a rimuovere ad esempio patine e incrostazioni.
Il travertino della Fontana di Trevi in particolare è caratterizzato da una predominante composizione calcarea, con elevata concentrazione di calcio e, in quantità minori, ferro e stronzio. La patina rossa visibile sulla superficie della scogliera dimostra un notevole aumento della concentrazione di ferro, evidenziando un’alterazione significativa rispetto al travertino di riferimento.
I fattori di degrado
Esposta all’aperto, la Fontana di Trevi è soggetta a un insieme di fattori di degrado quali la presenza di inquinanti e agenti atmosferici, acqua e umidità che esplicano la propria azione attraverso processi di natura chimica, fisica e biologica.
L’utilizzo del ferro per le staffe di sostegno ai gruppi scultorei, ad esempio, se da un lato garantisce vantaggi in termini di stabilità e resistenza meccanica, dall’altro pone dei problemi legati ai processi di ossidazione cui il metallo va incontro, con formazione di ruggine e, di riflesso, alterazioni estetiche del travertino.
Un altro fattore di degrado è la presenza costante di acqua e umidità, che comportano rischi di erosione e la formazione di un habitat favorevole allo sviluppo di flora e fauna microbiche, dannose per la pietra e gli altri materiali costitutivi.
Un ruolo, infine, è giocato dagli inquinanti atmosferici, solo in parte mitigati dalla semi-pedonalizzazione della piazza. Piccole particelle si depositano continuamente sulle superfici, richiedendo costante monitoraggio e pulizia.
Roma-Fontana di Trevi, concluso l’intervento di manutenzione
Gli interventi
Gli interventi sulle superfici lapidee si sono sviluppati attraverso tre fasi:
Pulitura. Disinfezione da microrganismi e rimozione dei depositi superficiali incoerenti e parzialmente aderenti, croste nere, strati carbonatati e ossidi di ferro.
Consolidamento. Ripristino della coesione, riadesione di scaglie e frammenti ed esecuzione e riparazione delle stuccature.
Applicazione di protettivo. Applicazione di uno strato protettivo sulle superfici per contrastare l’azione degli agenti atmosferici e inquinanti.
Sugli elementi metallici è stato eseguito un trattamento per l’arresto dell’ossidazione al fine di prevenire la corrosione di perni, grappe, staffe e cerchiature.
Nell’area di rispetto si è svolta un’attività di diserbo, disinfezione e lavaggio, la revisione delle stuccature alterate e il riposizionamento degli elementi pavimentali divelti a causa della frequentazione pedonale della piazza.
Nella vasca principale e in quelle secondarie, infine, sono stati applicati rivestimenti impermeabilizzanti al fine di proteggere il materiale lapideo dalle infiltrazioni.
La passerella: un modo nuovo di ammirare la Fontana
Nell’ottica di garantire la fruibilità del monumento e offrire al visitatore una prospettiva nuova da cui poter ammirare la Fontana di Trevi, nel primo mese di cantiere è stata allestita una passerella temporanea che ha consentito di osservare a pochi metri di distanza i celeberrimi apparati scultorei, nonché le operazioni di manutenzione in corso. La passerella ha offerto inoltre l’occasione per acquisire nuovi dati sulla frequentazione, utili a risolvere i problemi di sovraffollamento dell’area.
Fara in Sabina-Il Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina si illumina grazie al Teatro Potlach-
Fara in Sabina, 22 dicembre 2024-Un fine settimana pieno di luce a Fara in Sabina. A poche ore dal giorno più magico ed emozionante dell’anno, il Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina – situato nel cuore del borgo medievale di Fara in Sabina – si illumina e splende grazie alle luci installate dal Teatro Potlach. Ieri infatti a Palazzo Brancaleoni, sede del museo, è avvenuta l’accensione delle luci che durerà fino a oggi: grandi e piccoli hanno quindi la possibilità di ammirare il museo vestito a festa in occasione dell’arrivo del Natale. Un gioco di luci che immerge il centro storico della città in un’atmosfera ancora più fiabesca e suggestiva. Si tratta infatti di una delle numerose iniziative che, organizzate dalla Pro Loco di Fara in Sabina APS in collaborazione con il Comune, sono dedicate alla promozione turistica del borgo: una delle tante attività volte renderlo ancora più attrattivo e accogliente.
Fara in Sabina-Il Museo Civico Archeologico si illumina grazie al Teatro Potlach-
Il Museo Civico Archeologico della Sabina Tiberina di Fara in Sabina
Il Museo Civico Archeologico di Fara in Sabina è uno dei punti di riferimento per la conoscenza della civiltà dei Sabini, in quanto conserva i materiali provenienti dai due centri più importanti della Sabina Tiberina: Cures ed Eretum. Allestito a partire dal 2001 all’interno del rinascimentale Palazzo Brancaleoni (sito in piazza del Duomo) ha visto – nel corso degli anni – le sue collezioni ampliarsi, grazie agli scavi effettuati con regolarità proprio a Cures ed Eretum. Il cospicuo aumento del numero dei materiali ha reso necessario nel corso del tempo l’allestimento di nuove sale: la sala della Scrittura, interamente dedicata al cippo inscritto ritrovato nel greto del Fiume Farfa, e la sala dedicata alla Tomba XXXVI di Colle del Forno. Della fase rinascimentale, l’edificio conserva intatta la facciata della prima metà del ‘400, mentre gli interni sono stati pesantemente ristrutturati dai successivi proprietari: al tardo barocco possono essere ascritti gli affreschi di una delle sale, dipinti con motivi a grottesche come si usava nei piani nobili delle case di fine ‘700. Inoltre, a inizio anno si sono conclusi i lavori per l’allestimento in via definitiva di un’altra sala, dedicata ad una tomba i cui corredi sono stati protagonisti di vicende tra le più travagliate e a tratti rocambolesche della storia dell’archeologia: la Tomba XI di Colle del Forno, meglio conosciuta come Tomba del Carro.
Per informazioni e prenotazioni: visitfarainsabina@gmail.com 0765277321 – 3802838920.
Fara in Sabina: tra passato e presente
Popolata fin dall’epoca preistorica, Fara in Sabina, ridente comune in provincia di Rieti, fa risalire le origini del suo attuale abitato ad epoca longobarda. Placidamente adagiato a circa cinquecento metri, il borgo di Fara in Sabina è contornato da un incantevole panorama.
Un dolce paesaggio, ove spiccano uliveti e verdi colline. Nel suo territorio, inoltre, vi è una ampia presenza di monumenti e testimonianze storiche di grande rilevanza. Visitando Fara in Sabina, si rimarrà ammaliati dall’incantevole visione di secolari ulivi, abbazie, rocche e torri.
Fara in Sabina tra passato e presente, offre la possibilità di godere di un momento unico, in cui vivere le emozionanti storie e leggende legate a mostri spaventosi, briganti, ma anche a condottieri e santi.
Gioiello di Fara Sabina è il suo centro storico, un delizioso ricco scrigno, che ha conservato, nonostante l’inesorabile trascorrere dei secoli, angoli pittoreschi e alquanto caratteristici.
Girovagando per i vicoli di Fara in Sabina vi imbatterete nel Palazzo Baronale, oggi sede di un interessante Museo Archeologico. Merita una nota particolare la Seicentesca Chiesa intitolata a San Giacomo, e la Collegiata di Sant’Antonio risalente al XVI. Eretto nel XVII secolo sulle rovine del suo castello, vi è il Monastero delle Clarisse Eremite.
Se brillano gli esempi di architettura religiosa, non sono da meno quelli relativi ai suoi palazzi. Una magnifica rassegna è data dal Palazzo Foschi del XV secolo, dal Palazzo Farnese risalente al 1585 e dal Palazzo Orsini, un eccellente esempio di architettura civile del XV secolo.
Tra i siti archeologici presenti a Fara in Sabina, si segnalano i Ruderi di San Martino e i resti di Cures Sabini, di origine preromana. Una gita a Farfa in Sabina, quindi, è una occasione magnifica per riscoprire un territorio stupendo e degustare ottimi piatti della fantastica cucina sabina.
Se siete a Fara in Sabina, non potete di certo perdere l’occasione per visitare anche la celeberrima Abbazia di Farfa, indiscutibile punta di diamante del territorio sabino e che dista solo pochi chilometri dal borgo di Fara.
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