Fotoreportage Piazza del Popolo di Roma Capitale è l’ente territoriale speciale[2], dotato di particolare autonomia, che amministra il territorio comunale della città di Roma in quanto capitale della Repubblica Italiana.
Istituito nel 2010 in attuazione dell’articolo 114 comma 3 della Costituzione, l’ente ha soppiantato il preesistente Comune di Roma, lasciando comunque invariati i confini amministrativi e il livello di governo.[3
Il territorio di Roma Capitale si estende su un’area di 1285,31 km² e presenta tre tipologie di suddivisioni: amministrativa, urbanistica e storica.
Le suddivisioni amministrative, definite anche strutture territoriali, consistono nella divisione dell’ampio territorio negli attuali 15 municipi. Questi sono l’evoluzione delle 20 circoscrizioni istituite nel 1972[4] secondo il riordino e gli accorpamenti effettuati nel 2013.
Le zone urbanistiche rappresentano una ripartizione dei municipi in 155 suddivisioni. Sono state istituite nel 1977 a fini statistici e di pianificazione e gestione del territorio, secondo criteri di omogeneità dal punto di vista urbanistico. I confini sono individuati lungo le soluzioni di continuità più o meno marcate del tessuto urbano.
La suddivisione storica è composta di 116 comprensori toponomastici organizzati in quattro gruppi:
35 quartieri che circondano il centro storico fuori dalle Mura aureliane, a cui si aggiungono i tre quartieri del litorale;
6 suburbi, ossia i territori adiacenti ai quartieri;
53 zone scarsamente popolate a cavallo del GRA e fino ai confini comunali, che compongono l’Agro romano.
Il territorio di Roma Capitale si estende su un’area di 1285,31 km² e presenta tre tipologie di suddivisioni: amministrativa, urbanistica e storica.
Le suddivisioni amministrative, definite anche strutture territoriali, consistono nella divisione dell’ampio territorio negli attuali 15 municipi. Questi sono l’evoluzione delle 20 circoscrizioni istituite nel 1972[4] secondo il riordino e gli accorpamenti effettuati nel 2013.
Piazza del Popolo di Roma Capitale
Le zone urbanistiche rappresentano una ripartizione dei municipi in 155 suddivisioni. Sono state istituite nel 1977 a fini statistici e di pianificazione e gestione del territorio, secondo criteri di omogeneità dal punto di vista urbanistico. I confini sono individuati lungo le soluzioni di continuità più o meno marcate del tessuto urbano.
La suddivisione storica è composta di 116 comprensori toponomastici organizzati in quattro gruppi:
35 quartieri che circondano il centro storico fuori dalle Mura aureliane, a cui si aggiungono i tre quartieri del litorale;
6 suburbi, ossia i territori adiacenti ai quartieri;
53 zone scarsamente popolate a cavallo del GRA e fino ai confini comunali, che compongono l’Agro romano.
Piazza del Popolo di Roma Capitale
Monumentale ed elegante Piazza del Popolo di Roma Capitale è al vertice in cui si incontrano via del Babuino, via di Ripetta e via del Corso, le tre arterie principali del centro storico di Roma.
L’urbanizzazione dell’area inizia nella seconda metà del Cinquecento, con la realizzazione di una prima fontana, la fontana del Trullo, su progetto di Giacomo Della Porta, oggi in piazza Nicosia, e con la successiva collocazione dell’obelisco Flaminio, alto circa 24 metri, e spostato dal Circo Massimo per ordine di Sisto V nel 1589; fu il primo obelisco a essere trasferito a Roma, al tempo di Augusto, per celebrare la conquista dell’Egitto.
La facciata esterna dell’odierna Porta del Popolo (l’antica Porta Flaminia) fu commissionata da papa Pio IV a Michelangelo, che però trasferì l’incarico a Nanni di Baccio Bigio, il quale realizzò l’opera tra il 1562 e il 1565. “Felici faustoque ingressui MDCLV” (“Per un ingresso felice e fausto”): è questo il messaggio inciso sulla facciata interna, realizzata da Bernini per Alessandro VII, in occasione dell’arrivo a Roma di Cristina di Svezia nel 1655.
Nel corso del ‘600, furono realizzate le due chiese gemelle, Santa Maria in Montesanto, nota anche come “Chiesa degli Artisti”, e Santa Maria dei Miracoli, progettate originariamente da Carlo Rainaldi, ed entrambe successivamente completate da Gian Lorenzo Bernini, con la collaborazione di Carlo Fontana. Ideate dal Rainaldi come costruzioni simmetriche, per problemi di spazio presentano planimetrie differenti e diverse cupole: ottagonale per Santa Maria dei Miracoli e dodecagonale per Santa Maria in Montesanto. Ciò nonostante, dalla piazza, grazie a un puro effetto ottico, appaiono identiche.
Sul lato opposto della piazza sorge la splendida Basilica di Santa Maria del Popolo, risalente al Quattrocento, arricchita e modificata nel corso dei secoli dall’intervento di numerosi architetti e artisti. Al suo interno conserva straordinari capolavori: la Cappella Chigi, realizzata su progetto di Raffaello dal 1513, terminata tra il 1652 e il 1656 con l’intervento di Gian Lorenzo Bernini; la Cappella Cerasi, che ospita la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo, opere di Caravaggio; la pala d’altare raffigurante l’Assunzione della Vergine di Annibale Carracci e la Cappella del Presepio o della Rovere, realizzata dall’architetto Andrea Bregno, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, decorata con magnifici affreschi attribuiti a Pinturicchio e alla sua bottega. La leggenda narra che sul Colle degli Ortuli, dove sorge la Basilica, vi sia la tomba maledetta di Nerone, l’imperatore morto suicida, le cui ceneri vennero sepolte in un’urna di porfido sotto un noce. Vicino all’altare maggiore della chiesa sono presenti dei bassorilievi che ricordano la vicenda.
In seguito a una nuova sistemazione urbanistica, progettata dall’architetto Giuseppe Valadier agli inizi dell’Ottocento, la nuova Piazza del Popolo si presenta come una grande ellisse attorno all’obelisco egizio, impreziosita e incorniciata da sculture, giardini e fontane. Al centro della piazza, si trova la fontana dei Leoni dello stesso Valadier, che sostituisce la fontana cinquecentesca di Della Porta e si sviluppa intorno all’obelisco Flaminio. Ha vasche rotonde di travertino, dominate da leoni di marmo bianco in stile egizio, dalle cui bocche sgorgano i getti d’acqua.
Al centro dell’emiciclo orientale è collocata la fontana della Dea Roma, ornata da un grande gruppo scultoreo costituito da una statua della dea armata, affiancata da due statue raffiguranti il Tevere e l’Aniene – i due fiumi di Roma – e ai cui piedi si trova la lupa che allatta i gemelli. Alle spalle, si trova il parco del Pincio, splendida passeggiata urbana, dalla cui terrazza si ammira un tramonto spettacolare.
Esattamente al centro dell’emiciclo opposto, si erge l’imponente gruppo scultoreo che adorna la fontana del Nettuno: una statua di Nettuno con il tridente nella mano destra, ai cui piedi sono posti due tritoni con delfini, domina un’ampia vasca di travertino di forma semicircolare, sopra la quale una grande valva di conchiglia raccoglie l’acqua riversata da un piccolo catino in alto. Entrambe le fontane dei due emicicli furono ideate da Valadier e scolpite da Giovanni Ceccarini.
Completano l’assetto della piazza, le due fontane sarcofago, poste in sostituzione di un abbeveratoio e un lavatoio, che fino al Settecento conferivano all’area un aspetto rurale. Una è addossata alla chiesa di Santa Maria del Popolo, reca il ritratto di due coniugi e risale alla metà del III secolo d.C.; l’altra si trova a ridosso dell’opposta caserma “Giacomo Acqua”, già delle guardie pontificie, presenta una decorazione con solo un personaggio maschile togato ed è databile all’ultimo quarto dello stesso secolo.
Fino al XIX secolo, la piazza era uno dei luoghi dove si svolgevano le esecuzioni capitali per mano del famoso boia Mastro Titta. Come ricordato da una lapide apposta nel 1909 sulla caserma, qui furono ghigliottinati i due carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, “rei di lesa maestà e ferite con pericolo”.
Rappresentazione del mecenatismo papale rinascimentale, antica sede di giochi, fiere e spettacoli popolari, Piazza del Popolo è sicuramente una delle piazze più famose al mondo. Le sue bellezze artistiche, i suoi caffè, le sue botteghe e i locali commerciali adiacenti, anticamente frequentati da personaggi come Trilussa, Guttuso e Pasolini, ne fanno l’emblema culturale della “romanità” e scenografico ingresso al cuore della capitale.
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Franco Leggeri Fotoreportage-
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Luisa Giaconi, o la poesia che stregò Dino Campana-
Luisa Giaconi, o la poesia che stregò Dino Campana-Gli anni tra la fine del XIX secolo e il primo decennio del XX sono indubbiamente caratterizzati da una produzione letteraria irrequieta, sperimentale e variegata; questo vale tanto per l’Europa, quanto per l’Italia, che, per quanto in certi aspetti ancora ancillare alla cultura d’oltralpe, seppe trovare una sua voce molto originale e contribuire in modo decisivo all’elaborazione di nuove concezioni artistiche. Ora, per quanto questo periodo possa dirsi, per molti aspetti, come uno dei più vivaci e interessanti della storia letteraria recente, molti sono ancora i punti interrogativi, le zone d’ombra, i nomi posti in un cassetto e mai più riesumati. Tra questi, sarebbe da porre una certa attenzione a Luisa Giaconi, poetessa colpevolmente dimenticata nonostante potesse pregiarsi di un ammiratore del calibro di Dino Campana, che molto amò la sua poesia, e molto, probabilmente, se ne fece influenzare.
Luisa Giacon
Ma procediamo con ordine, cercando anzitutto di inquadrare la vita e il carattere della poetessa. La maggiore fonte biografica a nostra disposizione è la prefazione di Giuseppe Saverio Gargano all’edizione del 1912 della Tebaide, unica opera edita della poetessa. Gargano, oltre ad essere giornalista e studioso di letteratura inglese, fu a lungo legato da una relazione amorosa con Luisa, dal 1899 fino all’anno della morte.
Luisa Giaconi nasce a Firenze nel 1870, da una famiglia nobile di discendenza germanica, per quanto oramai decaduta. Su questo punto è bene soffermarsi, poiché Gargano, nella sua prefazione, afferma che Luisa sentiva una certa «affinità elettiva» con l’animo contemplativo germanico, attribuendo, appunto, questo suo spirito a motivi dinastici. Qui avvertiamo pure la prima affinità con Campana, il «letzten Germanen in Italien», come recita il sottotitolo dei Canti orfici. Il poeta di Marradi, affine alla natura contemplativa e tragica norrena – tanto da dedicare i suoi Orfici a Guglielmo II – non poteva che rimanere colpito da una personalità così affine.
Nonostante il retaggio, però, Luisa trascorre una vita modesta: il padre insegna matematica negli istituti tecnici, e per un certo periodo deve seguirne gli spostamenti in tutto il centro Italia, a seconda delle scuole che vengono lui assegnate. Alla morte del padre, però, Luisa torna a Firenze, dove si iscrive all’Accademia delle Belle Arti. In questi anni comincia pure ad appassionarsi alla letteratura, ma le sue letture sono disordinate, prive di una vera e propria struttura. Questo, almeno, fin quando, a detta di Gargano, non fa amicizia con una signora inglese – di cui non è chiara l’identità – che le insegna la lingua e la istruisce sui principali capolavori anglosassoni. In questo caso, vediamo un punto in comune, invece, con molti dei poeti della generazione successiva a quella della Giaconi, ovvero una formazione letteraria anticanonica, autodidatta, basata su letture non sistematiche e su una forte influenza estera (si ricordino Enrico Pea, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, per citare i più noti).
Nel ritratto di Gargano, Luisa Giaconi appare come molto introversa, tratto che caratterizza il suo stile poetico e spiega in parte la sua travagliata vicenda editoriale. Comincia a scrivere le sue prime liriche ed ottiene dall’editore Paggi – a seguito di una lettura del materiale – la promessa di una pubblicazione. La promessa, però, non viene mantenuta, complice pure il fallimento della casa editrice del 1896. Luisa rimane molto delusa da questa promessa tradita, e si chiude in sé stessa, isolandosi dal mondo. Si immerge nella lettura di classici, tra i quali Gargano cita le opere di Dante, di Leopardi e l’ Ecclesiaste – anche in questo caso, sia le opere citate che l’approccio autodidatta al loro studio sono tipici di molti autori del primo Novecento.
Successivamente, comincia a collaborare con «Il Marzocco», dove a partire dal 1896 pubblica alcune sue liriche. Queste attirano l’attenzione di molti letterati e poeti – tra i quali, per l’appunto, lo stesso Gargano.
Dato il successo che sembra riscuotere, Luisa Giaconi torna a progettare la sua prima pubblicazione in volume. Il suo, è un lavoro di “architettura” lento e molto selettivo, che la porta a scegliere ed ordinare solo diciotto, tra le liriche da lei scritte. Nel 1908, riesce a ottenere da Zanichelli la pubblicazione della sua prima e unica silloge, Tebaide. Purtroppo, però, non riuscirà a vederne la concreta pubblicazione: il 18 luglio del 1908, infatti, Luisa Giaconi muore, a soli 38 anni, consumata dalla tisi; il volume esce dalle stampe solo a dicembre dello stesso anno, seguendo le indicazioni date dalla poetessa.
Ora, quel piccolo volume di versi che è la Tebaide ebbe un grosso successo di pubblico, tanto da convincere la Zanichelli a proporre una seconda edizione, nel 1912, curata sempre da Gargano e più ampia, rispetto alla prima. In questa seconda edizione furono incluse, oltre alle diciotto liriche selezionate dalla poetessa stessa, anche tutti gli altri versi che avevano visto la pubblicazione sul «Marzocco», fino a un totale di quarantaquattro.
L’opera fu divisa in quattro sezioni: la prima rispettava la Tebaide come concepita da Luisa Giaconi, le altre tre erano invece ordinate secondo un criterio puramente cronologico.
Luisa Giaconi
Ora, la parte curata direttamente dalla Giaconi è senza ombra di dubbio la più interessante, e riproduciamo qui, per far fronte alla scarsa reperibilità del testo, la poesia che dà il nome all’intera raccolta:
Sei dunque tu, silenziösa terra, l’oasi immensa
che a lungo implorarono i sogni più meravigliosi?
Sei dunque tu il Tempio supremo dei taciti riti
cui nell’ora dei tedii amari il mio spirito venne?
Ti scende la pace dei cieli sacra; e fremono i ritmi
perenni dei boschi come una sinfonia profonda
di arpe e di sistri; e ti piange tremula e roca l’onda
dei fiumi fuggenti, e t’arride vasta l’onda dei soli.
Non altro io ti chiesi, o Silente; poi che venni lasciando
ben lunge le cure e i clamori vani; e tu fosti l’alta,
la provvida liberatrice; e tu mi fosti a gli occhi
visione d’imperiosi fastigi ardui nei cieli.
Oh lento ondeggiar de’ sommersi spiriti ne l’aure
come alito di pure linfe che il suolo emani! oh muto
ascender dei sensi col muto svolgersi de le arboree
vite possenti, protese pensosamente ai cieli!
Venimmo mai, stanchi e senz’ ombra d’ amore, pei tuoi
sentieri, o Lontana, senza che il tuo cuore non si aprisse
col giglio dei campi e splendesse con le tacite aurore?
Che fiori vedemmo più dolci dei tuoi sogni fiorire?
Li autunni non furon che eterne primavere velate
di pianto; e la vita fu sogno e l’amore fu sogno,
e parvero sogni le luci delli astri, e la dolcezza
dei fiori, ed il tempo, e la morte. Poi che noi siamo sogni.
La lirica fece la sua prima apparizione sul «Marzocco» nel 1899. Oltre agli influssi linguistici e stilistici pascoliani e dannunziani, è da segnalare una forte originalità ritmica e melodica, che certo si muove dalla metrica barbara, ma che crea sviluppi molto originali – e forse lo stesso Campana ne fu influenzato. Le varianti “a sentimento” del ritmo dattilico di questi pentametri sono indicativi di una concezione “intima” della prosodia, in linea con il contenuto della lirica. Tebaide, infatti, tiene propriamente fede al suo titolo erudito, dipingendo con tinte lussuose ed eteree un eremo di silenzio e di pace, dalle tinte oniriche e misticheggianti, in cui sentir solo il fremere dei «ritmi perenni / dei boschi», che evocano il suono armonico «di arpe e di sistri». In questo, l’inizio descrittivo è molto placido, riflessivo e vagamente leopardiano (si evoca quasi il Canto notturno). Con l’avanzare delle strofe, però, qualcosa di inquieto affiora, fino a rivelarsi nell’ultima strofa, che si fa incalzante nel ritmo grazie a un uso sapiente delle ripetizioni. L’ansia che la visione svanisca, che si riduca a sogno, la consapevolezza finale che tutto è sogno, e che tutto dunque svanisce, crea uno strano senso d’amarezza che turba in maniera decisiva la mistica armonia della tebaide. Come si sentono, in questi ultimi versi, riecheggiare le “chimere” di Campana, come si possono avvertire anche somiglianze con passi noti, come il «tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno» della Notte, che pare quasi offrirsi come sintesi di quest’ultima strofa. L’interesse di Giaconi sta nell’invisibile, nel tentativo di rappresentare ciò che l’occhio, o l’orecchio, può arrivare ad intuire, ma non a vedere o sentire concretamente. Da qui, il legame con la dimensione onirica, chimerica, nel desiderio di un’altra dimensione priva dei dolori e del rumore tipici della modernità.
Nicolò Bindi (1991) si è laureato in Filologia Moderna all’Università degli studi di Pisa, discutendo una tesi su “Teoria e pratica del futurismo. Palazzeschi, Marinetti, Soffici”. Interessato principalmente agli aspetti stilistici, metrici e linguistici, sta concentrando le sue ricerche letterarie soprattutto sugli autori delle avanguardie storiche e del modernismo italiano ed europeo. Collabora con diverse associazioni culturali. È docente presso l’Istituto “Francesco Datini” di Prato.
Luisa Giaconi
Luisa Giaconi, otto poesie, una prosa
di Caterina Del Vivo
ARCHIVIO CONTEMPORANEO
Estratto dalla rivista: « Antologia Vieusseux » fascicolo LXX
Aprile – Giugno 1983
Gabinetto Scientifico Letterario
P. VIEUSSEUX FIRENZE
ARCHIVIO CONTEMPORANEO:
Ricerche
Ringrazio l’amica Caterina del Vivo per avermi permesso di pubblicare questo articolo. (p. p.)
Fra i versi che Luisa Giaconi1 inviava al «Marzocco», confidando in un giudizio benevolo e in una eventuale pubblicazione che da un lato la familiarità e il probabile incoraggiamento di Enrico Nencioni2 e Giuseppe Saverio Gargàno suggerivano, e d’altra parte il timore di un certo dilettantismo e dell’approssimatività della propria formazione poetica sembravano quanto meno limitare nell’ambito di un’amichevole condiscendenza, fra questi componimenti poetici sono rimaste finora sconosciute agli studiosi otto liriche e una breve prosa, conservate nell’Archivio della rivista fiorentina3.
Sono pagine non pubblicate sul periodico né della postuma raccolta Tebaide4 , curata dal Gargàno nel 1909 – e ripresentata con numerose aggiunte nel 1912 – oltre che per una effettiva stima della poetessa, quasi per mantenere un antico impegno ed una irrealizzata aspirazione di lei.
Crediamo di non essere troppo lontani dal vero indicando i motivi principe di queste esclusioni nei mutamenti di impostazione e nelle reali difficoltà del periodico a partire dall’estate 1897; nella maggiore severità della direzione Corradini, e quindi Adolfo Orvieto, nei confronti di un certo tipo di liriche che non fossero quelle di poeti ormai gratificati da una completa approvazione del pubblico5; ed infine, ma non ultimo, in una certa mancanza di finitezza delle composizioni che potrebbe aver determinato a riguardo un riserbo della stessa Giaconi (e quindi l’esclusione nelle raccolte ad opera del Gargàno), essendo quello di un incompiuto “labor limae” pensiero assillante della poetessa:
Io mi sono messa all’opera della lima e trovo che non è poi tanto noioso come credevo. Speriamo che la sua pedanteria ne sarà soddisfatta6.
Vorrei che Ella mi rendesse tutti quelli abominevoli versi perché io ne faccia giustizia con la lima o col rogo secondo il loro merito
Ecco le rimando i versi a cui ho fatto quelle mende che mi ha consigliato Gargàno, ma la fretta mi ha impedito di limare come avrei voluto8.
[….] sono pronta a rilimare qualora fosse necessario e spero anzi voglio che me lo dica senza paura di essere pedante9.
L’insoddisfazione e la continua ricerca della compiutezza del verso è resa spesso più ardua dalla predilezione, testimoniata ampiamente nella Tebaide, di ritmi classici e carducciani10, cui certamente non era estraneo il legame artistico e il sentirsi discepola di Enrico Nencioni, e si accompagna ad intime incertezze linguistiche e lessicali: nella scelta aggettivale ad esempio, dove sussistono il timore di un abuso ed una resistenza mentale nei confronti dell’attributo:
Mi dica pure – scrive ancora ad Angiolo Orvieto – se vi sono troppi aggettivi; gli aggettivi sono il mio incubo da un pezzo in qua; non sogno che quelli; e mi verrebbe voglia di bruciare ogni cosa pur di distruggere questi bacilli del verso! Ne ho fatto un abuso straziante11.
Brevi frasi, sempre da lettere all’Orvieto, definiscono il porsi giaconiano di fronte alla poesia: afferma infatti di essere come gli uccellini, che cantano senza preoccuparsi di come cantano, ma anche di temere “una imitazione troppo azzardata del linguaggio puerile”12.
Dove, nel timore di un uso improprio, e sia pure in una circostanza contingente, dimostra di aver accolto, quanto meno a livello di coscienza poetica, se non di coerente e continuata applicazione artistica, uno dei principi propri della nuova poesia, quello del poeta – puer, che prima ancora delle definitive enunciazioni pascoliane13, e risalendo alle teorie di Walter Pater, si faceva strada negli ambienti, fiorentini e non, di quella schiera autodefinitasi di nuova nobiltà spirituale; principio che spesso conviveva mentalmente accanto al preziosismo lessicale, alla pennellata dorata, non immuni – e sembra avvertirlo la stessa Giaconi – dallo sfocamento semantico imputabile all’uso ricorrente dei medesimi.
Il mondo della Tebaide, e dei nostri versi, è mondo di decadente sensibilità esasperata dall’avvertire la presenza quotidiana del mistero, dal parallelo e continuo intreccio sogno-vita, realtà-morte, che già è stato avvicinato ad un certo Pascoli conviviale14 (semmai, crediamo, valido soprattutto per le liriche della IV°sezione della Tebaide).
In queste otto composizioni, per il continuo fluire di significante e significato di cui spesso si fondono i termini, ci sembra piuttosto di verificare quanto è stato detto per Enrico Nencioni: l’identificazione del simbolo con la cosa rappresentata, o meglio «la cosa quale simbolo di se stessa» come sarà poi nel D’Annunzio del Poema Paradisiaco15.
Svariati i ‘topoi’ decadenti di cui si è appropriata la Giaconi: si pensi (e rimandiamo unicamente ai versi qui presentati) all’insistente richiamo di temi sepolcrali (A te che nella chiusa ombra romita), al ricorrente motivo del giardino abbandonato (Una voce nel tempo; A te che nella chiusa ombra romita), all’ispirazione claustrale (Le rose della morte).
Dove, acquisita la lezione del Nencioni – si vedano di quest’ultimo soprattutto il Giardino della morte o il Giardino abbandonato – e forse con memoria anche al dannunziano Hortus conclusus, i claustri sono assunti già per loro natura a remoto “giardino di morte”, posto in indefinita dimensione; la figura virginale è morta e morte a un tempo; le rose appassite d’aspetto carnicino, come già in tanta letteratura, si fondono e confondono con le mani a cui si intrecciano: ma le stesse mani sono disegnate già con sensibilità, e vorrei dire con fraseggio, dannunziani. Soprattutto la lettura del Poema Paradisiaco e delle Elegie Romane non doveva essere estranea alla Giaconi.
Interessanti risultati darebbe un esame di tutta l’opera della poetessa – ma qui non è luogo – sia in tale prospettiva sia alla luce dell’assimilazione di esperienze pascoliane, perché molto del cursus del poeta delle Mirycae e dei Poemetti passa nella struttura metrica e sintattica della Giaconi, intrecciandosi al dovuto tributo pagato al carduccianesimo: e sarebbe indispensabile, ai fini di una curata analisi delle singole composizioni, una esatta collocazione cronologica di tutti i versi confluiti nella Tebaide del 1912.
Nella visione simbolica della natura giaconiana il paesaggio sembra farsi tramite di idee e sentimenti che dal piano individuale del poeta vogliano approdare all’universo misterico; in particolare può essere tracciata una sommaria distinzione fra versi colloquiali con un potenziale interlocutore, dotato della stessa sensibilità dell’autrice, interlocutore vivente o, spesso, sentito più vicino proprio perché già parte della realtà di un mondo inconoscibile, e liriche in cui non si intravede possibilità alcuna di comunione di sensi con l’elemento umano.
Se nel primo caso la ricerca è quella di un conforto o di un appoggio alla lettura della “foresta di simboli”, una conferma della medesima, nel secondo ci si rivolge agli elementi della natura come possibili interlocutori diretti e intermediari dell’oggetto dell’ispirazione poetica: ma la nota paesistica – e ciò distingue la Giaconi da molta poesia minore coeva – è sempre suggerita e mai insistita, fugace, presa ad uso proprio e quindi subito riassorbita, in una immediata trasposizione interiore, dal tema dominante, la bipolarità vita – sogno ed il desiderio epifanico che ne consegue.
Non sappiamo se nella formazione della Giaconi trovasse posto lo studio in lingua dei grandi della stagione simbolista e parnassiana d’oltralpe: certamente ne recepì la lezione almeno per via indiretta: scelte di musicalità e di vocabolario non lasciano adito a dubbi16.
Diretta invece fu probabilmente la lettura di Shelley e dei preraffaelliti inglesi17: lo stesso Gargàno conferma tale lettura essere avvenuta dopo che la Giaconi aveva imparato quella lingua da una signora anglosassone18.
Si tratta comunque di poesia calata ormai pienamente nell’esperienza decadente italiana, area spesso sfuggente e di difficile analisi tanto più perché sovrastata ben presto dalle dimensioni pascoliana e dannunziana, destinate a compendiare con le loro presenze, ed a definire spesso anche nominalmente una realtà poetica e culturale diffusa, pre e co-esistente.
Una realtà che per alcuni esponenti trova espressione più plateale nel cenacolo poetico ed estetico, inteso, pur nei suoi intenti antiaccademici, a sua volta quale “accademia” spirituale, in cui lo scrivere versi costituiva momento di affinità elettiva e una sorte di necessario tributo iniziatico19; per altri invece – è il caso della Giaconi – si risolve in una ricerca più schiva, interiorizzata, di intima comunione di sensibilità, di studio tematico e di cesello metrico e stilistico che fa sì che venga superato il valore di period-pièce.
Nel cenacolo di vita e di arte, meglio di arti, ed in particolare in quello della cerchia marzocchina, era diffuso un misticismo estetizzante di derivazione shopenhaueriana, polarizzato intorno al principio dello stretto legame, e della contaminazione, fra pittura, poesia e musica, principio riproposto già dal Nencioni20, e ripreso da tutta la “nuova” critica coeva: e si pensa qui principalmente a Angelo Conti ed al suo legame definito “misterioso” fra le forme artistiche, già presente nel Giorgione21 in attesa della codificazione della Beata Riva, resa attuabile in quella forma solo a fianco e per mezzo della lezione poetica dannunziana22.
Nemmeno la Giaconi, e non solo nella sua vita di pittrice-poeta, rimarrà estranea a tali principi, pur nelle sue per lo più scabre e sfumate attenzioni paesistiche; i suoi contatti saranno a livello di atmosfera lirica, più evidenti nelle pièces lunari della raccolta.
Ma soprattutto la contaminazione poesia – pittura paesistica si evidenzia nell’unico esempio di prosa di lei che possediamo, quella traccia di “poème en prose”, per altro inferiore al livello dei versi giaconiani, che è Il Biancospino23:
Prendi dunque la mia mano. Ed ancora per quei sentieri che non sai trovare, fra i susurri (non tu anche del mare ami le voci eterne?) e il sol che inora i boschi melanconici, verrai meco o fratello. Io ti farò sentire come è dolce di quei boschi l’aulire vago; e la pace che non cangia mai come è dolce… Verrai meco a l’eterno oblio dei cimiteri ermi, sì greve, io ti dirò come quel sonno è lieve se l’irrora di pianto un cuor fraterno…
Verrai, ne l’ineffabile mistero de’ vesperi, (e tu pure ami quell’ora pallida?) e ti dirò come s’irrora di tremule rugiade ogni sentiero…
Verrai sul mare ove un pallor si effonde arcanamente, come una tristezza umana… Io ti dirò quanta dolcezza che pianto arcano nel mio cuor s’asconde.
E tu allora potrai dirmi in quel sogno qualche cosa di sacro, una parola ineffabile e mesta, per me sola che poi perdasi lieve al par di un sogno24.
Luisa G.
Febbraio 1895
Le rose della Morte
(nei claustri)
Io vidi, nei profondi claustri, sola,
Una giovine morta; scesi i densi
Veli su lei del Silenzio; scesi immensi
Fiumi, intorno, d’oblìo senza parola.
E un Sogno immenso, un brivido, un
Pensiero Sovrumano su lei, l’ombra distesa
Nell’ombra, (morta?) come nell’attesa
D’altre cose, albeggianti nel Mistero.
Io vidi, oh! vidi come cuori umani
Gli esili ceri struggersi in ardenti
Lagrime, e su le pallide moventi
Fiamme passar dei soffi oltrechéumani.
Io vidi – oh arcane e sconsolate cose! –
Sul petto inerte, e in quelle mani come
Tenui fiori marmorei senza nome
Vidi mucchi di moribonde rose25
Io chiesi: è morta? Squàrciati o Mistero Ineffabile! È il Sogno ora la Vita?.
Non ode ella nel sonno l’infinita
Parola? … Io piansi: Squàrciati o Mistero!
Oh grandi e sconsolate cose! Io
Vedeva quelle stanche rose, lente
Morire; come cuori, umanamente
Morire… E piansi in quel supremo Oblìo.
Maggio 1896
Ad un Salcio
O tu salcio che ne le fresche aurore
Stilli il notturno pianto
De le rugiade, pendulo sul cuore
De la terra materna, e a l’acque a canto;
Ô tu salcio a cui nei vesperi soli
Quando inargenta i cieli
Il plenilunio, vengon li usignoli
Cantando sovra i tuoi penduli steli,
Perché mai piangi? Perché mai l’arcana
Anima de le frondi
Non sogna mai l’immensità lontana,
Non s’erge ai cieli taciti e profondi?
Qual rimpianto ti piega o quale sogno
Sovra il materno cuore,
O salcio, tu che non hai mai bisogno
Di primavere, che non getti il fiore?
Oh! lascia che il mio cuore triste, pianga!
Lascia i tedii supremi
Al cuore triste; e ch’ei solo rimpianga
L’ombre fuggenti de le umane spemi.
Tu, non piangere. Un giorno, (oh mio sospiro
Di pace!) un giorno, al fine
Anch’io, lasciando l’aure di zaffiro,
Verrò, ne l’ombre de l’Oblio divine.
Io vorrò allora riposarmi; e allora
Potrai forse i poemi
Lievi del Sonno susurrarmi, e l’ora
Stanca cullar di aneliti supremi.
Gennaio 1897
Rosei fiori…
Rosei fiori già smorti adesso già tenui, come ale
A cui vibrato strale la morte con sibilo apporti,
Rosei fiori cui brevi aurore ingemmaron di pianto,
E che nel vago incanto auliste come anime, lievi,
Quali rugiade o quali gentili tepori di sole
Che ancor bagnan le aiuole in cui vi schiudeste, come ali,
Vi renderanno il dolce sorriso fiorente al bel cielo
E avviveran lo stelo cadente che più non soffolce?
Rosee labbra già smorte, come alvi di estinte corolle
Cui non ravvivi il molle effluvio d’aurore risorte.
Rosee labbra ridenti negli anni lontani al celeste
Lume de’ sogni, e meste (oh tedii de l’anima lenti!)
E mute scoloriste, serbando parole supreme
In una vana speme di baci, in un fremito triste
Di pianto, ah, qual ritorno di cose lontane, smarrite
Potrà rendervi il mite divino sorriso di un giorno?26
13 febbraio 1897
Vento d’Autunno
Quale, il tuo soffio suscita ai montani27
Silenzi, immenso fremito sonoro!
Per cui levano i boschi antichi un coro
Lungo di voci e d’organi lontani.
E scendi tu più lieve ai mesti piani
Ove apre i solchi l’ultimo lavoro,
E la vite dei suoi pampini d’oro
Dispogli lento, con sospiri arcani.
Né ora il fido verdeggiar de li orti
T’accoglie; sol del lauro severo
La eterna chioma a te piegando, freme.
Lenti e pensosi curvano il leggero
Stelo gli ultimi fiori a cui tu porti
L’onda di voci pallide e supreme.
sf.; s.d.
Sorrisi
Nel sogno Egli tornava a me; nel sogno
Vedevo ancor quelli umidi occhi come
Fiamme di desideri senza nome
Splendere; Ei sol d’amore avea bisogno,
D’amore… Oh! Lungo fu l’oblio e triste;
Lunghi gli anni ch’Ei tacque a me lontano,
Come sogno a cui tese erano in vano
La palme; oh lungo fu l’oblìo e triste.
Nel sogno (poi ché la Vita è sì priva
Di luce), Egli veniva ancora. In torno
Come un risveglio, per quel suo ritorno
Lieto, una primavera nuova auliva.
Io sentiva fluire musicali
Parole da le mie labbra – fiorirmi
Desiderii ne l’anima; fiorirmi In torno dei sorrisi spiritali.
Ma fu dunque nel sogno? Una suprema
Gioia venìa da le sue labbra vive
A le mie labbra, così a lungo prive
Di baci… Il cuore triste ancora ne trema28.
sf.; s d.
Canto di Giovinezza
“O dell’arida vita unico fiore!’
Tu doni meste e fuggitive l’ore
Al Tempo eterno o Giovinezza, quali
Lacrime lente eguali
Pioventi da una fonte erma che muore;
Mute (ed il cuore ne susulta a pena)
Volgon pei campi de l’oblio silenti
A li oceàni lenti
De l’Infinito, come tenue vena.
Già la caligin vela li orizzonti
Degli anni morti; già ne l’aure spente
Piangono fiocamente
Canti di sogni e mormorii di fonti,
Aridi sogni aride fonti! Miti
Odori di defunte primavere
Palpiti di leggere
Ali, pallòr di anemoni sfioriti…
Passi, tu ô lieve giovinezza; e in torno al cuor profondo l’anima dei fiori
Palpita nei tepori
Lievi d’un’alba che si muta in giorno;
Luci di stelle tremolan di vaghi
Cieli ne l’ombra dolcemente, quali
Fluide perle immortali
Nate da l’onda d’infiniti laghi.
Passi tu ô lieve giovinezza. E lunge
Nei deserti del Sogno e della Vita
Tremulo splende, e invita
Un mistero l’incerta anima, e punge,
Tremano echi d’armonie lontane
Che la terra sospira; e il cuore ascolta
Trepido d’insepolta
Speme, il susurro de le cose vane.
sf.; sd
Una voce nel tempo
“Ancora ti sogna la mia anima dolente ancora? … non volli obliare e non obliai?
Non vidi in altri occhi più dolci e profondi de’ tuoi la muta e divina promessa dell’amore? e in vano… Tu fuggi; ma per quali mari ma per quali terre remote, non so. Mai le tue labbra toccarono le mie; io non udii mai parole d’amore da te; il mio sogno fu dei più taciti e soli.
Ma oh no, per Iddio, non negare che mi amasti un giorno e che una dolcezza di sogni vegliò nel tuo cuore nel tuo muto cuore o fratello per me. Non negare.
Ancora ti sogna la mia anima dolente ancora? … non volli obliare e non obliai?
L’ Autunno ritorna. Le bianche rose dei giardini si sfogliano, e i crisantemi fioriscono, in vece, il vento fa piangere i salci e piega i cipressi de gli ermi viali; le foglie d’oro galleggiano ne le vasche morte. E tu parti! … Chi ti dirà mai la triste dolcezza la triste forza del mio amore? Le lacrime del cielo e dei fiori ti parranno mai quelle ch’io piansi o fratello?
Ancora ti chiama ancora ti cerca la mia anima dolente, ancora? … non volli obliare e non obliai?”
Così Ella. E venne Una un giorno che alfine le impose silenzio. Ella ebbe dei gigli tra i fragili arti Ella ebbe sul capo un diadema» di pallide rose, e a tutti sembrò ch’Ella alfine tacesse per sempre.
sf.;
Note
1) Luisa Giaconi nacque a Firenze nel 1872; figlia di un insegnante di matematica, per seguire il padre visse in giovinezza in varie città italiane; alla morte di lui si ristabilì a Firenze. Qui conseguì il Diploma dell’Accademia di Belle Arti, che le servì anche per guadagnarsi da vivere dipingendo copie su commissione; lavorò fra l’altro agli Uffizi, alle scuole fiamminga e veneta: è testimoniato che dipingesse una copia della Flora di Tiziano (Cfr. lett. a Angiolo Orvieto, s.d., «Caro amico debbo avvertirla…», A.C.G.V., Fondo Orvieto, Carteggi, G. 7).
Un piccolo auto-ritratto ad acquerello, inviato ad Angiolo Orvieto, è conservato nello stesso Fondo Orvieto. Dal carteggio si ha inoltre notizia che un altro suo dipinto fu vinto da Amalia Orvieto, madre di Angiolo, in una fiera di beneficenza, nel 1897.
Morì a Fiesole il 18 luglio 1908. Ben poco si sa degli ultimi anni di vita: la corrispondenza con Angiolo Orvieto porta infatti le date estreme 4 gennaio 1895 – 31 gennaio 1900 (anche se poesie della Giaconi furono pubblicate sul «Marzocco» in anni più tardi).
La prefazione di G. S. GARGÀNO lascia intendere che la malattia che la portò alla morte già la minasse da diversi anni (G. S. Gargàno, Prefazione a Tebaide, 2°, Bologna, Zanichelli, 1912, p. VI).
2) L’amicizia con Enrico Nencioni è testimoniata anche in due lettere a Angiolo Orvieto, Firenze 8 maggio 1895 e s.d. (ma probabilmente primavera – estate 1895) A. C. G. V., ibid. Non si conoscono le vie attraverso le quali nacque l’amicizia: forse tramite lo zio di lei Tommaso Guarducci; va comunque notato che i due poeti abitavano in quegli anni entrambi in via delle Caldaie.
3) Tutti i testi qui proposti si trovano conservati presso l’A. C. G. V. Fondo Orvieto, G. 7. I manoscritti risultano autografi.
4) Oltre le composizioni qui presentate sono conservati nel Fondo Orvieto i manoscritti di Armonia, Senz’ombra d’AmoreChopin e Silenzio autografi della Giaconi, pubblicate le prime due già nel «Marzocco», Armonia riproposta in Tebaide, 1° ed, Bologna, Zanichelli, 1909, ed infine tutte e quattro in Tebaide, 2°ed, cit.
Va osservato che nel testo edito di Silenzio mancano completamente i vv. 9-12 del ms.: “Taci pure. Talvolta (vuoi?) qualcosa / Come un arcano anelito di sensi / Supremi, come il sospirar d’immensi / Canti, ti terrà l’anima pensosa…”
E inoltre citiamo le varianti: v. 13 del ms.: Così. Talora tendersi da lunge; vv. 15-16 del ms.: Invocazione; (e sembri a noi che frema / Qualche misteriosa arpa, da lunge.): v. 17: Oh! Taci pure; v. 18: Sogni, la Vita; vv. 19-20: e l’anima mia culla/ Lento, in folgorio tremulo d’ali. Inoltre vi si trova la trascrizione di altra mano (Gargàno?) di Dianora (datata 1904) e Dalla mia notte lontana, la seconda presente in Tebaide, I° ed., cit., ed entrambe in Tebaide, 2°ed., cit.
5 ) Cfr. lett. a Angiolo Orvieto, s.d. (ma: agosto 1897) in cui si fa cenno a nuove disposizioni del giornale che le lasciano intendere «di non osare di mandar più qualcosa» (A. C. G. V., Fondo Orvieto, cit.).
Il discorso è ripreso nella lettera a Enrico Corradini del 20 gennaio 1898 (ibid.) a Angiolo Orvieto, 5 aprile 1895 [d.t.p.file:////Users/admin2019/Library/Group%20Containers/UBF8T346G9.Office/TemporaryItems/msohtmlclip/clip_image026.jpg” alt=”” width=”3″ height=”6″ />
22 ) A. CONTI, La Beata Riva, Milano, Treves, 1900.
23) La prosa, di complessive cc. 6 manoscritte autografe, è datata maggio 1896. Il Biancospino è l’unica prosa della Giaconi attualmente nota. La Giaconi fu forse spinta a scrivere non in versi da un motivo contingente, perché talvolta, come nota Gargàno, si lamentava che qualcuno scambiasse i suoi versi per prosa armoniosa (Prefazione di G. S. Gargàno a Tebaide, 2°, ed. cit., p. IX). La descrizione lunare rientra pienamente nella tradizione dell’epoca, e non solo letteraria: si pensi ai dipinti di ispirazione lunare di De Maria (“Marius Pictor”) anch’egli fra i corrispondenti del Marzocco.
24) Cfr. G. D’ANNUNZIO, Poema Paradisiaco, Consolazione, ed in particolare i vv. 5-8 e 29-32 per i vv. 16-20 e 5-8 della Giaconi.
25) Oltre alle immagini topiche che rimandano immediatamente al Nencioni, sulla visione delle mani in particolare cfr. L. GIACONI, Le morte mani, Tebaide, 2 ° , cit., p. 69, e il celeberrimo Le mani in G. D’Annunzio, Poema paradisiaco.
26 ) Per la fortuna dello schema metrico con rima interna qui seguito dalla Giaconi si rimanda in primo luogo ad alcune fra le Elegie Romane dannunziane (Villa d’Este ecc.).
27 ) In interlinea è indicata la variante, fra parentesi: sveglia pei montani.
28) Cfr. G. D’ANNUNZIO, Poema Paradisiaco, Aprile, in particolare per i v.v. 38-40.
29) Nel ms.: diadeda, si tratta evidentemente di un refuso.
Luisa Giaconi
Nota bibliografica
Oltre alle già citate edizioni della 16:57:04, Bologna, Zanichelli, 1909 e, con numerose aggiunte, Bologna, Zanichelli, 1912, rispettivamente con un Epilogo e una Prefazione di G. S. Gargàno, ricordiamo che furono complessivamente pubblicate sul «Marzocco» 21 liriche (per le quali rimandiamo agli Indici del Marzocco, a cura di Clementina Rotondi, Firenze, Olschki, 1980) dal 19 aprile 1896 al 21 febbraio 1909.
Di tutte le composizioni proposte dalla rivista degli Orvieto non furono ristampate nelle due edizioni della Tebaide soltanto: I fantasmi («Il Marzocco», 19.9.1897), Il giardino chiuso (ibid., 18.7.1897), Oltre la vita (ibid. 29.9.1901) Orto antico (ibid. 5.9.1897) Le visioni del mare; La prora (ibid. 24.1.1897).
Due liriche della Giaconi, Philomela e Nel bosco furono inserite nell’antologia Dai nostri poeti viventi, a cura di Eugenia Levi, Firenze, Le Monnier 1896, composizioni assenti entrambe dalla Tebaide.
La Giaconi fu molto lieta che dette poesie fossero state scelte dalla Sig.ra Levi per la sua raccolta (cfr. lettera di L. GIACONI a Angiolo Orvieto, 15 novembre 1895, A. C. G. V., Fondo Orvieto, cit.).
È interessante ricordare che Luisa Giaconi sperò inoltre a lungo nella pubblicazione di una sua raccolta di versi ad opera del Paggi, con il quale sembra fosse già in parola; ma in seguito alle vicende fallimentari dell’editore dell’estate 1897 tutto fu annullato in modo alquanto brusco, cosa di cui la poetessa si rammaricò molto (cfr. lettere a Angiolo Orvieto del 14 luglio 1897; 31 luglio 1897; 5 agosto 1897; A. C. G. V., Fondo Orvieto, cit.).
Tale raccolta in effetti non vide mai la luce; si può supporre che la prima edizione della Tebaide comprenda alcune delle liriche scelte dalla poetessa per il Paggi.
La collaborazione a «Cordelia» sembra essersi limitata a Fides, già citata, uscita nel n° 19, I marzo 1896, p. 226.
Sporadici gli interventi nel corso del secolo sulla poesia giaconiana: si ricordano unitamente alle antologie che hanno accolto composizioni della medesima:
ANGIOLO ORVIETO, Un poeta del silenzio: Luisa Giaconi, in «Il Marzocco», Firenze, 26 luglio 1908.
GARGÀNO Le poesie di Luisa Giaconi, in «Il Marzocco», Firenze, 22 novembre 1908. A. SORANI, La poesia di Luisa Giaconi, ibid.
[GARGÀNO], Marginalia, in «Il Marzocco» 20 agosto 1916 (parlando di Guido Gozzano si fa riferimento alla poetessa, ricordando che lo stesso Gozzano ne scriveva a Gargàno ponendola a modello di onestà artistica).
CECCHI, in «La Tribuna», 19 marzo 1912.
MAZZONI, L’Ottocento, in Storia Letteraria d’Italia, Milano, Vallardi, 1913. Antologia della lirica italiana, a cura di A. Ottolini, Milano, Taddeo, 1923.
GALLETTI -A. ALTEROCCA La Letteratura italiana, Bologna, Cappelli, 1924.
CUCHEITI, La Poetessa Luisa Giaconi, Venezia, Libreria Emiliana editrice, 1928.
SPAGNOLEITI, in «La ruota», febbraio 1943.
SPAGNOLETTI, Antologia di poesia italiana contemporanea, 1° vol., Firenze, Vallecchi, 1946.
ANNESI PALIERI, Una Poetessa dimenticata, in «Paese Sera», 9 maggio 1953.
Poeti minori dell’Ottocento, a cura di E. Janni; Milano, B.U.R., 1958.
Inoltre, per la nota vicenda legata alla poesia Dianora e a Dino Campana, rimandiamo principalmente a E. FALQUI, Inediti di Dino Campana, Firenze, Vallecchi, 1942, pp. 321-24, e E. FALQUI, Cronistoria dei Canti Orfici, Firenze, Vallecchi, 1960.
Riassumendo brevemente, la lirica, che pure faceva parte della Tebaide, 2° ed., fu trascritta con alcune varianti dal Campana e inviata a Mario Novaro, perché la pubblicasse sulla «Riviera Ligure» rendendo omaggio alla sfortunata poetessa.
Questi la stampò nel numero della rivista del maggio 1916 (E. FALQUI, Cronistoria…., cit. pp. 104-109). Si cfr. in particolare la lettera s.d. (ma anteriore al maggio 1916) di Dino Campana a Mario Novaro (ora anche in E FALQUI, Novecento letterario italiano, vol. V, p. 132, Firenze Vallecchi 1973).
La copia manoscritta della lirica, rimasta fra le carte di Dino Campana, fu successivamente ritenuta da Bino Binazzi opera dello stesso poeta.
Poche pennellate per un ritratto. Il ritratto di un’anima, di una donna, di una poeta, la cui breve esistenza è stata segnata da una ricerca di senso al proprio vivere e da un ineludibile ardore artistico.
Luisa Giaconi.
Un’autrice purtroppo a lungo dimenticata, comparsa qua e là in sporadiche antologie, tra queste, in: E. Levi, Dai nostri poeti viventi (1896, 1903) G. Viazzi, Poeti simbolisti e liberty in Italia (1971), Dal simbolismo al deco: antologia poetica cronologicamente disposta (1981); S. Raffo, Donna, mistero senza fine bello: la poesia femminile d’occidente dalla Grecia classica alle soglie del XIX secolo, (1994).
Si deve all’attenzione di Maria Luisa Spaziani il merito di averne maggiormente riconosciuto il valore nel suo Donne in poesia (Marsilio, 1992), introducendo il nome di Luisa Giaconi tra le sue interviste immaginarie, accanto a molte poete del panorama mondiale a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento (Dickinson, Achmatova, Cvetaeva, Lasker-Schüler, Bachmann) e alle italiane Amalia Guglielminetti, Ada Negri, Vittoria Aganoor Pompilij, Antonia Pozzi.
“Chi fu e che fece, in mezzo alle altre, questa creatura così alta?”
(G.S. Gargano, epilogo a Tebaide)
Di lei, oltre al ritratto dipinto dall’amica Romea Ravazzi, non molte sono le notizie pervenute, in parte grazie al rinvenimento di un epistolario e in parte alla sua raccolta Tebaide, pubblicata postuma, da cui si può desumere l’immagine di una figura delicata, fors’anche timida e schiva, amante del silenzio e della solitudine; un animo dedito alla riflessione e al vagheggiamento, con una spiccata vocazione poetica. Un’esistenza sommessa e riservata, la sua, fuori dai clamori e dalla mondanità.
[…]
Ma veniva essa da un mondo ignoto, un mondo lontano,
sola, come mai fu solo chi andò fra i sogni errabondo
[…]
(L’immagine, vv 13-14)
Nasce a Firenze, il 18 giugno 1870 in una famiglia di nobili origini.
Con la sorella Alba e la madre Emma Guarducci, si sposta in varie città italiane per seguire i trasferimenti del padre, Carlo, insegnante di matematica. Dopo la morte di questi, torna a Firenze, dove si diploma alla Regia Accademia di Belle Arti, che le permetterà di avvicinarsi ai grandi capolavori di artisti del passato e di vivere dignitosamente svolgendo l’attività di copista di dipinti presso musei e gallerie d’arte.
Una sensibilità artistica che, pertanto, esplicita sia nella pittura che nella poesia.
È un’attenta lettrice, in particolar modo dei classici, Dante, Petrarca, Foscolo, dei filosofi Emerson e Schopenhauer. Non meno, fra i suoi interessi, c’è l’ascolto della musica, di Beethoven e Chopin.
Per quanto difficile per una donna di quell’epoca, partecipa alla vita culturale della Firenze di fine ‘800. Contesto che le permette di stringere amicizia con alcuni intellettuali, tra cui Angiolo Orvieto (fondatore della rivista Marzocco) e col poeta Enrico Nencioni, suo vicino di casa, nel quartiere di Santo Spirito, grazie al quale intensifica lo studio della lingua e della letteratura inglese.
Del carteggio di circa 200 lettere, ritrovato, assieme ad alcuni inediti, dalla studiosa Manuela Brotto, in un archivio privato, otto lettere sono indirizzate a Giuseppe Saverio Gargano, critico e collaboratore del «Marzocco»; missive riconducibili ai mesi di agosto e settembre del 1899, durante una vacanza, in una località montana, non ben precisata, di nome Badia, con l’amica Romea.
Il carteggio testimonia la breve relazione avuta col Gargano, lui ha 40 anni, lei 29 anni, terminata alla fine del 1899, quando, con l’acuirsi dei suoi problemi di salute, Luisa è costretta a una vita ritirata, in cui però, sebbene lontana dalla cerchia letteraria fiorentina, continua a comporre ancora liriche di intensa bellezza.
Rivolgendosi a Giuseppe Saverio con l’affettuoso vezzeggiativo Cherilo (alludendo forse al poeta tragico della antica Grecia Cherilo di Samo, VI-V sec. a.C.), ella manifesta un impeto sincero, appassionato e sensuale:
… penso a come sono stata avvinta a te, al tuo petto all’anima tua, e a come le mie labbra hanno aspirata dalle tue labbra l’essenza della vita, la vera, la pura, la buona essenza. (lettera I)
… fra pochi giorni tu mi stringerai a te e tu vorrai ancora bere la dolcezza profonda dei nostri baci, senza ombre senza timori. (lettera V)
variando nei toni a tratti scherzosi:
non fumare troppo, ricordati che avevi deciso di smettere, ti permetto di fare della ginnastica, anche acquista forze per sostenere la mia pinguedine! (lettera III)
a tratti malinconici:
Non ti affliggere per la tristezza che qualche volta mi prende; è l’ombra dell’amare. (lettera III)
come quando, ad esempio, esprime la delusione, il rammarico per le poche missive che lui le invia:
Nemmeno stasera tu mi hai scritto, ciò mi ha reso un po’ triste, ma spero domani mattina. (lettera I)
… faccio delle piccole passeggiate nel bosco, e vado alla posta sempre alla sera, qualche volta anche la mattina, ma ahimè spesso me ne ritorno delusa; ma di questo bisogna incolpare la mia avidità di notizie. (lettera II)
Dalle parole affiora una donna capace di un amore spontaneo e di grande dedizione:
… io metterò tutta la mia vita nelle tue mani. (lettera IV)
Cherilo è la tua gioia, è la tua pace che io voglio, ed io non esiterei a sacrificarti la mia parte di felicità, purché tu non dovessi piangere mai. (lettera III)
E se c’è una nube nel mio cielo d’amore è il tuo sconforto; perché io ti vorrei felice come nessuno uomo al mondo; e vorrei che a me fosse data la grazia suprema di sollevarti in alto, nella gioia ultima. (lettera V)
ma al tempo stesso calata praticamente nella vita di ogni giorno; una donna dalla personalità vivace, riflessiva, lontana dalle mode e dalle convenzioni sociali, animata da ideali e passioni nonché da incertezze e preoccupazioni, consapevole del male che sta consumando lentamente il suo corpo.
La mia anima vede con la più grande lucidità questo suo corpo lottare contro una corrente più forte di lui, e, cosa strana, mi pare anche che questo corpo non sia mio, ma un altro che io contemplo nelle sue sofferenze, e che io abbia in me tutte le forze della giovinezza e della salute.
(G.S. Gargano, prefazione a Tebaide 1912)
Questa l’immagine di Luisa Giaconi che le sue lettere ci restituiscono.
“Luisa Giaconi cercò ella stessa l’oscurità e il silenzio. Con l’istinto che rivelava nello stesso tempo l’elevazione del suo spirito e la più squisita delicatezza femminile, le parve cosa piccola ed inutile cercare i mezzi coi quali ordinariamente si giunge a salire qualche gradino di quella pubblica tribuna intorno alla quale s’agita sempre ondeggiante la folla senza nome”.
(G.S. Gargano, epilogo a Tebaide)
Nel silenzio e nella solitudine sono scandite le sue giornate.
Silenzio e solitudine ricercati dunque per meglio abbandonarsi alla contemplazione, alle sue rêveries:
Errai nei campi del Sogno
in una bianca, divina
luce d’aurora. Oh visioni
di verde mari lontani!
Oh visioni di stelle
Sovra il pallore dei cieli!
Errai per dolci sentieri;
discesi a le valli profonde.
[…]
Io sola, mite e serena
In quei silenzi d’aurora
Scesi alle valli profonde
Ed ai mari de l’infinito
(Nei muti campi del sogno vv 1- 8, vv 21-24)
per rispondere alle urgenze della sua anima, per sciogliere i nodi del cuore, per catturarne le vibrazioni, dando loro forma ed essenza, mediante il ricorso alla scrittura poetica.
[…]
Vano rifugio che rimane aperto
ai vènti; canto di richiusa vena;
nido non fatto, che lasciam deserto,
prima del giorno, e ove posammo a pena.
(Il rifugio vv 63 – 66)
Le sue composizioni appaiono in varie riviste, come in «L’idea liberale», «Cordelia» e, soprattutto, in «Marzocco», ma mai in una silloge, se non con la pubblicazione postuma di Tebaide. Poesie, con la casa editrice Zanichelli, nel 1909.
Già qualche mese prima della morte, confidando nell’attenzione di qualche editore, l’autrice cura, fin nei più minimi dettagli, l’eventuale stampa di una sua opera, pianificando con precisione la struttura e la successione delle 18 liriche selezionate dalla sua produzione, come anche la scelta del titolo: Tebaide, appunto. Titolo di significativa evocazione, che rimanda, non a caso, alla nota esperienza di romitaggio, di quiete, d’ascesi e preghiera dei primi anacoreti nella desertica regione dell’antico Egitto.
“Poeta del silenzio” è definita da Angiolo Orvieto.
Tebaide, quindi, è il riflesso della sua intima ansia per una pace silenziosa, per una solitudine da vivere nella quotidianità e nella creazione poetica. Tebaide come rifugio, come soglia verso una terra agognata, silenziosa terra, oasi immensa, silente, lontana, tempio supremo, alta la provvida liberatrice. Questi gli attributi, gli appellativi espressi nella poesia d’apertura, che riporta lo stesso titolo della raccolta, facendone quasi una personale attestazione poetica.
L’edizione si apre con la dedica:
“ad Anna Montagnon /dolce anima sorella/ L. G.”
Tebaide è un originale florilegio, che racchiude una realizzazione lirica tra le più singolari e moderne nel panorama delle composizioni femminili a cavallo tra Ottocento e Novecento. Ricca di suggestioni, presenta tracce di ispirazione simbolista, del Romanticismo inglese e dei Preraffaelliti. Non mancano tuttavia riprese riconducibili al Decadentismo, a D’Annunzio e, soprattutto, al Pascoli, dei Poemi Conviviali e dei Canti di Castelvecchio, (i sistri d’argento della poesia Il vento; nido non fatto, che lasciam deserto/prima del giorno della poesia Il rifugio;cuore di un cipresso, in La casa sul monte) con un’impronta tutta peculiarmente sua.
Riecheggiano anche versi da Leopardi e da Petrarca (l’ora muta in cui tu lento cammini/ lungo le solitudini pensose/de’ sogni, in L’ora divina).
Il suo poetare evidenzia una ricerca metrica, stilistica e linguistica accurata e suggestiva, tesa alla perfezione, che non manca tra l’altro di una meticolosa esplorazione di carattere esistenziale e filosofico.
“Tutta la sua poesia (ancora si può dire ignota) è un continuo anelito a quelle altezze e a quelle profondità, uno sforzo sempre più vittorioso di costringere la parola ad esprimerle, di trovare nelle ondeggianti e grandiose melopee dell’Infinito la linea melodica che ne riveli la musica anche nelle anime meno attente.”
(Angiolo Orvieto, in Gargano, Epilogo)
È un verseggiare fine, arioso, aggraziato da sonorità armoniche, a volte elegiaco e visionario a volte inquieto e drammatico, che, assecondando gli stati d’animo e la sensibilità di uno spirito femminile, ne segue il ritmo, ora cadenzato ora ansante.
Eretta Ella nel lampo del sol morente, cantava
un antico e lento poema suo; fremeva di ritmi
profondi il silenzio de’ lauri solenne come eco;
cantavano i cieli con echi vasti di luce d’oro.
[…]
Diceva Ella il poema suo vasto ed antico dinanzi
a un’ara invisibile; e faci magiche eran le vite
arboree accese ne l’ora fiammea, ed incenso
la errante pei cieli odorosa anima dei fiori.
(Armonia vv1-4; vv 9-12)
La Giaconi alle tonalità accese, chiassose del giorno, crude e assolate dei mezzogiorni, predilige nelle sue strofe le atmosfere crepuscolari, velate, serotine e principalmente notturne, che inducono all’intimismo, sintonici col suo sentire, col suo io interiore, aderente alle corde della sua anima, pensosa e sognatrice.
E a notte, nel silenzio di Dio, a fiore dell’ombra,
come il riflesso d’una stella sul mare infinito,
vedevi una tua luce, un tuo fioco astro romito
l’Anima, che mai non s’adombra,
vedevi che splendeva sola nel tuo gran deserto,
che sola t’accendea la vita oltre i suoi confini,
che ti scaldava sola i germi del cuore divini,
come in un solco grande aperto.
(L’ultima pagina, vv 37-44)
Un modulare semantico che riflette dunque uno scavo profondo, tutto introspettivo e meditativo.
Ma altri nuclei ispiratori, altri temi nodali ritroviamo nelle sue liriche, come il senso del mistero e dell’imponderabile che circonda la vita tutta:
[…]
il giorno, ch’è fra due notti,
come la vita nel nulla,
che nel mistero ci culla;
un sogno anch’esso e non più.
(L’alba vv 17- 20)
il sogno, il suo fascino e il suo disincanto:
[…]
Li autunni non furon che eterne primavere velate
di pianto; e la vita fu sogno e l’amore fu sogno,
e parvero sogni le luci delli astri, e la dolcezza
dei fiori, ed il tempo, e la morte. Poi che noi siamo sogni.
(Tebaide, (vv 21-24)
Come non ricordare qui le parole di Prospero nella I scena del IV atto de La tempesta di Shakespeare “Noi siamo della materia di cui son fatti i sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno”; il dualismo tra l’oggetto onirico e la realtà, l’illusione di entrambi, poiché tutto è sogno, e, con un esplicito richiamo al Qōhelet e ai Canti di Leopardi, tutto è sconfinata vanità che illude;
l’amore nella sua accezione di desiderio vitale ed erotico, di sentimento sovente doloroso, ma anche nella sua valenza cosmica e spirituale:
[…]
Oh averti con me nella notte che accieca, che avvolge,
cercare con li occhi il mistero delli occhi, cercare
coi labbri il mistero dei labbri, essere una fremente
dolcezza che silenziosamente imperi su l’ombra…
Sentire nei sogni supremi la grazia che ebbero
all’aurora; sentire ancora nei baci supremi
un pianto di gioie più grandi de la vita… colmare
noi come un infinito ritmo la notte, la morte.
(Voto, vv 9-16)
l’inquietudine, la morte, come soglia verso un mondo altro, superno, l’anelito verso l’infinito:
[…]
meta dolce, meta ultima che s’ama
raggiunger quando l’anima ha bisogno
non della terra – or nulla vi brama
più – ma d’un eco per il suo gran sogno:
l’Infinito
(Il rifugio vv 29 – 33)
e infine la Natura, contemplata e percepita non nella sua oggettività quanto piuttosto nella sua dimensione segreta, arcana, orfica:
[…]
E avea per tempio, nelle solitarie
notti, la valle misteriosa e il tacito monte,
tempio che s’allungava immenso fino all’orizzonte
sotto le stelle millenarie
[…]
La terra palpitava chiusa nel suo gran mistero
[…]
(Le due preghiere vv 31- 34; v 51)
una natura delicatamente permeata da lucori e ombre, oppure attraversata da forze e impeti incoercibili, di fronte ai quali c’è la resa, l’inermità, come nella bellissima poesia Il vento con cui si chiude la raccolta:
Qualcuno spinge la mia porta, l’agita violento;
qualcuno piange con dei lunghi gemiti stasera,
uno che corse sibilando per la notte nera…
È il vento che si leva, è il vento
(Il vento vv 1-4)
che prosegue nel ritornello delle successive strofe con un climax in crescendo di vorticosa intensità: il vento che si leva… si lagna… riposa… cammina… che mi cerca… che c’incalza.
Ed è qui, nel 19° verso, che si scorge il tragico accenno premonitore della sua vita, un soffio sveglia la mia lunga tosse funesta: la morte di Luisa a soli 38 anni, avvenuta a Fiesole il 18 luglio 1908, a causa della tubercolosi contratta da ragazza.
La raccolta ha in chiusura l’epilogo di G. S. Gargàno, in cui egli esprime non solo il rimpianto per la sua precoce morte ma anche, con accenti un po’ edulcoranti e agiografici, la nobiltà e l’armonia della sua persona che “diffondeva intorno a sé quasi una malinconica grazia, pari all’aroma dell’ambrosia che lasciavano al loro passare, le antiche dee. E quel segno era indimenticabile.”
Tebaide ha un buon successo di pubblico e di critica. Il poeta crepuscolare Guido Gozzano, così affine al sentire Giaconiano, in una lettera inviata al Gargano, afferma la sua stima per la persona e per la poeta: “Luisa Giaconi! Ecco il modello che ogni artista onesto dovrebbe proporsi nella vita letteraria o non. Invece!”
Nel 1912 Gargano, addolorato dal lutto della morte della sua amata, si adopera per una seconda edizione di Tebaide, sempre con l’editore Zanichelli, con l’aggiunta di 26 inediti, portando così a 44 composizioni in tutto, divise in 4 parti, precedute da una sua prefazione.
Il critico tuttavia stravolge, molto arbitrariamente, l’ossatura compositiva della prima edizione, non solo con l’inserimento delle nuove liriche, ma ponendo come incipit della raccolta la poesia intitolata a Cherilo, quasi a far intendere che l’intera silloge sia a lui dedicata, palesando in tal modo il legame amoroso che li univa ma anche un, non proprio taciuto, senso di vanità e autoreferenzialità.
In alcuni testi si nota inoltre l’intrusione della sua mano, quando qua e là ne manipola gli aspetti stilistici e formali, con indubbie difformità rispetto agli originali.
Qui compare il ritratto di Luisa, realizzato dalla Ravazzi il cui nome, probabilmente per un refuso, risulta scritto Romeo, anziché Romea.
Indossa un abito chiaro, estivo; è seduta con le mani aperte, abbandonate sul grembo; i capelli scuri le incorniciano il volto delicato, bambino, lo sguardo un po’ malinconico, assorto a fissare qualcuno da cui sembra attendere un’attenzione, una qualche parola. Nell’insieme una fisionomia esile, gentile.
All’amica è dedicata il Tempio.
Questa seconda Tebaide si conclude con la poesia Dianora, altrettanto splendida, altrettanto struggente quanto Il vento.
In merito al suddetto componimento c’è una vicenda editoriale che avvicina la Giaconi al poeta Dino Campana. Questi infatti, avendo letto i suoi testi, nella Tebaide dell’edizione 1912, rimane particolarmente colpito da Dianora tanto da segnalarla, come “memorabile” per la “sensibilità neo-greca che è quella della vera poesia italiana moderna”, a Mario Novaro, suo editore. Nel biglietto accluso scrive “una donna di Firenze morta”, senza tuttavia – chissà se consapevolmente o inconsapevolmente – nominarla. Da ciò scaturisce una bizzarra e ambigua situazione, perché la poesia pubblicata col titolo La tua giornata d’amore, il 1/5/1916 ne La Riviera Ligure, di cui Novaro è direttore, porta la firma di “inediti di D.C.”. Solo nel 1941 sulla rivista «Documento» si spiegherà finalmente l’equivoco, col riconoscimento del nome di Luisa Giaconi, quale effettiva autrice di Dianora.
La lirica è definita da Brotto: “un canto universale di vita e di morte, di arte e d’amore”. Nella figura e nella storia di Dianora – nome di fanciulla presente in alcune leggende, non raro in quegli anni a Firenze – si può intravedere la delicata e sensibile personalità di Luisa, la sua esistenza tessuta tra sogni e disillusioni, segnata dalla ricerca di un amore sincero, da un destino d’infelicità e di morte.
Un filo di seta iridescente pare unire silenziosamente la vita e la persona di Luisa a due grandi poete, quasi sue contemporanee: Alfonsina Storni e Antonia Pozzi.
Ritorna lontano. La tua giornata d’amore
passò, la tua ora di sole si spense, Dianora;
[…]
Chi mai in silenzio ora
accende la lampada ai vespri muti del Poeta,
sorride alle sue notti bianche,
bacia le sue palpebre stanche,
chi mai, Dianora?
[…]
Avviati per qualche deserto sentiero che ignori,
per la landa tacita e brulla
dove l’ultima pace culla
chi pianse ed amò, Dianora.
Riposati a qualche cipresso, attendivi l’ora
che tutto ti sembri un immenso e inutile nulla,
o Dianora.
(Dianora, vv 1-2, vv 6- 10, vv 33-39)
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Luisa Giaconi
Giaconi, A fiore dell’ombra. Le poesie, le lettere, gli inediti. Saggio di M. Brotto Luisa Giaconi: la donna fiore, Ed. Petite Plaisance, Pistoia 2008
Giaconi, Dalla mia notte lontana, a cura di I. Rabatti, ed. C.R.T., Pistoia 2001
Spaziani, Donne in poesia: interviste immaginarie, Marsilio, Venezia 1992
Frabotta, Il simbolismo nel mondo simbolico femminile tra due secoli, in Les femmes écrivains en Italie (1870-1920): ordres et libertés. Chroniques italiennes nn. 39,40, 1994, Paris, Université de la Sorbonne Nouvelle
Poggio Mirteto(RI)- ospita la Mostra “PLAUTILLA BRICCI-Architettrice a Roma nel Seicento”-
Poggio Mirteto (Rieti)-ospita la Mostra “Plautilla Bricci ” la prima donna architetto nella storia dell’arte. Valente disegnatrice, pittrice capace, musicista dilettante e persino scultrice, Plautilla Bricci fu anche un’esperta architetta. La sua fama nel campo dell’architettura si deve all’abate Elpidio Benedetti, che le commissionò il Casino del Vascello sul Gianicolo e un’intera cappella in una delle chiese più importanti di Roma: una circostanza così eccezionale da richiedere l’invenzione di un termine appropriato, “architettrice”, per sugellare il riconoscimento ufficiale della donna in un settore artistico al tempo riservato esclusivamente agli uomini. La mostra vuole presentare i progetti dell’architettrice Plautilla Bricci nel panorama della Roma seicentesca. Oltre alla Villa del Vascello e la cappella del Re Santo in San Luigi dei Francesi, anche i progetti per la scalinata di Trinità dei Monti e il reliquario in San Giovanni in Laterano.
Dal 31 Marzo al 31 Maggio 2025
“PLAUTILLA BRICCI-Architettrice a Roma nel Seicento”
Chi era Plautilla Bricci
Donna “libera” e signora romana, Plautilla Bricci (1616-1692) è l’unica artista universale donna nell’Europa di età moderna. Valente disegnatrice, pittrice capace, musicista dilettante e persino scultrice, Plautilla Bricci fu anche un’esperta architetta. La sua fama nel campo dell’architettura si deve all’abate Elpidio Benedetti (1610-1690), che le commissionò il Casino del Vascello sul Gianicolo e un’intera cappella in una delle chiese più importanti di Roma: una circostanza eccezionale anche da richiedere l’invenzione di un termine appropriato, “architettrice”, per sugellare il riconoscimento ufficiale della donna in un settore artistico al tempo riservato esclusivamente agli uomini.
La mostra vuole presentare i progetti dell’architettrice Plautilla Bricci nel panorama della Roma seicentesca. Oltre alla Villa del Vascello e la cappella del Re Santo in San Luigi dei Francesi, anche i progetti per la scalinata di Trinità dei Monti e il reliquario in San Giovanni in Laterano.
“… la terza maniera è il fabricar sempre in presenza dell’Architetto,, il quale se sarà buono e ideale farà mettere benissimo in essecutione le sue idee senza un minimo errore…”
(da ASCL, vol. FF xx, cc. 373-377 Lettera di Plautilla Bricci al Signor Antonio degli Effetti per il pagamento del reliquario di San Giovanni in Laterano)
“…li modelli sempre si devono pagare, e sempre si è costumato pagarli…”
(da ASCL, vol. FF xx, cc. 373-377 Lettera di Plautilla Bricci al Signor Antonio degli Effetti per il pagamento del reliquario di San Giovanni in Laterano)
“La volta del timpano è parimenti ornata di stucchi in varij ripartimenti con pitture della signora Plautilla Bricci, che trahono gl’applausi da ognuno e la stima da i più intendenti”
(Dal volume Villa Benedetta di Elpidio Benedetti, stampato a Roma 1677)
Plautilla Bricci, una donna emancipata al secolo del Re Sole
-Fonte Rivista ELLE– Plautilla Bricci è stata per molto tempo un personaggio della storia dell’arte poco noto e conosciuto e solo negli ultimi anni la sua figura è tornata in auge ed è stata indagata attraverso mostre e percorsi museali perché è stata la prima e unica architetta del suo tempo. Nel Seicento, infatti, per le donne era particolarmente difficile emergere in qualsiasi ambito dell’arte e della cultura data la società prettamente patriarcale, eppure Plautilla è riuscita nell’impresa che molte giovani del suo tempo hanno tentato invano. Incontriamo più da vicino questa complessa figura di donna e di professionista in un tempo in cui alle donne era permesso solo di essere madri e mogli.
È stato decisamente particolare il cammino intrapreso da Plautilla Bricci per affermarsi come prima donna architetto nell’Italia del Seicento: ha potuto godere di un’indipendenza e un’autonomia impensabili per una donna della sua epoca, considerato che non si sposò o prese mai i voti. Come le altre sue colleghe, anche lei era figlia d’arte: è stato proprio il padre Giovanni, infatti, ad avviarla nella sua bottega senza limitarsi a insegnarle i rudimenti del disegno e del colore ma introducendola anche alle basi dell’architettura.
Le sue prime opere PlautillaBricci le ha realizzate proprio per il padre. All’inizio si era dedicata a dipinti di teste e a busti di Madonne che le più importanti botteghe del tempo, però, non presero in considerazione. Solo tramite il padre riuscì a ottenere la sua prima commissione: il genitore, infatti, le offrì la sua rete di contatti e committenze e permise così alla figlia di mettersi in gioco.
Il percorso professionale di Plautilla Bricci
Era il 1640 quando Bricci si dedicò alla sua prima pala d’altare per la chiesa di Santa Maria in Montesanto: si trattava di quella “Madonna con Bambino” che cambierà completamente la vita dell’artista. Non era stato facile per la giovane dedicarsi alla pala dato che era abituata a lavorare su piccoli quadri: leggenda vuole che Plautilla, addormentatasi per la stanchezza e la difficoltà richieste dall’opera, al suo risveglio abbia trovato la pala già completata.
Questo ipotetico episodio miracoloso contribuì a rendere il suo nome noto nell’ambiente e le valse la conoscenza di suor Maria Eufrasia della Croce, sorella dell’abate Elpidio Benedetti, una delle figure più influenti di Roma, consigliere prima del famigerato cardinale Mazzarino e poi agente di re Luigi XIV, il Re Sole. Conoscere una personalità tanto influente nel gioco politico tra Roma e Parigi permise all’artista romana di cimentarsi e ricevere importanti commissioni, di essere impegnata nella progettazione di opere illustri nonché nell’ideazione di apparati decorativi tra i più importanti della città (suo il progetto per la scalinata di Trinità dei Monti). L’abate Benedetti, da cultore dell’arte, conosceva tutti gli artisti più famosi dell’epoca, dal Bernini a Pietro da Cortona, da Andrea Sacchi a Giovan Francesco Romanelli, e grazie a lui Plautilla Bricci riuscì a rendere reali le sue aspirazioni e le sue ambizioni affermandosi come architetta. Tale evento fu tanto più eccezionale da far nascere appositamente per lei un termine nuovo, quello di architettrice, per definire il suo ruolo in un settore che fino ad allora era stato, come molti, esclusivamente riservato agli uomini.
Proprio sull’inizio della sua professione di architetta, molti restano ancora i punti da chiarire: si ipotizza che l’influenza del Benedetti fosse stata ancora una volta imprescindibile per l’artista, cui forse l’abate affidò la ristrutturazione di una casa che aveva preso in affitto. Altri studiosi di Plautilla Bricci sono concordi nel supporre che la giovane abbia frequentato la scuola per architetti di Cassiano dal Pozzo e che abbia messo in pratica tali insegnamenti già nel cantiere dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, insieme al fratello Basilio, nel 1612. L’essere donna, inoltre, deve averla ostacolata non poco nel prendersi i propri meriti: sarà solo dopo i cantieri del Vascello e di San Luigi dei Francesi che la Bricci riuscirà a emanciparsi come artista indipendente.
Plautilla Bricci e Villa del Vascello, l’opera più rappresentativa
La sua opera più famosa è stata Villa Benedetta fuori Porta San Pancrazio, meglio nota come il Vascello, che è stata pesantemente danneggiata durante l’assedio dei francesi nel 1849. La villa sarebbe stata la nuova dimora del suo mecenate, l’abate Benedetti. I lavori partirono nel 1663 e vi presero parte anche artisti come Bernini, Cortona e Grimaldi, tutti diretti da Plautilla. Proprio perché era una donna al comando del cantiere, che l’inizio dei lavori non si dimostrò dei più rosei: il capocantiere, infatti, non intendeva prendere ordini da una donna e minacciò di mollare. L’abate intervenne e lo obbligò a firmare alla presenza di un notaio un atto in cui si impegnò formalmente a obbedire a Plautilla Bricci, definita nel contratto come l’architettrice.
In tale occasione, inoltre, la Bricci non ricoprì solo il ruolo di architetta ma anche di pittrice: si occupò, infatti, anche delle decorazioni interne dell’edificio realizzando numerosi affreschi oltre a un dipinto a olio per la cappella del palazzo, con soggetto l’assunzione della Vergine. Le volte delle tre gallerie che progettò per il piano nobile del palazzo, ornate da specchi e trofei con pavimenti in maiolica bianca e nera, vennero decorate dagli affreschi di Pietro da Cortona, Grimaldi e Allegrini. La struttura, nota anche come Villa Benedetti e in seguito Villa Giraud, dal nome di uno dei suoi proprietari, è passata alla storia come villa del Vascello per la sua forma desueta.
Le ultime opere di Plautilla Bricci
Tra il 1671 e il 1680 invece Plautilla Bricci si occupò interamente della progettazione della cappella di San Luigi presso la chiesa di San Luigi dei Francesi per l’abate Benedetti e per la quale realizza anche la pala d’altare raffigurando “San Luigi IX di Francia fra la Storia e la Fede”. Nel 1675 la Compagnia della Misericordia di Poggio Mirteto le commissionò uno stendardo per le processioni che rappresentava la nascita e il martirio di San Giovanni Battista; mentre dal 1683 al 1687 fu impegnata nella realizzazione della “Madonna del Rosario con i santi Domenico e Liborio” per la collegiata di Santa Maria Assunta di Poggio Mirteto. Quando nel 1690 l’abate Benedetti muore, le lasciò una casa a Trastevere di cui, però, la sua pupilla poté godere solo per poco tempo: quando anche il fratello Basilio la lascerà, deciderà di trasferirsi nel monastero di Santa Margherita in Trastevere dove resterà fino alla fine dei suoi giorni.
Francia-Santuario di Lourdes -Per Flaminia Leggeri la fotografia è uno strumento di narrazione. Narrare con le immagini, comunicare e curiosare per Flaminia Leggeri è costruire una piccola o tante piccole storie di persone di varia umanità così come amava il grande Scrittore e Regista Mario Soldati, ma in questo caso i bambini hanno attirato la fotocamera e “l’obiettivo” di Flaminia e, con queste innocenti foto, ha saputo cristallizzare l’attimo di libertà e di curiosità così bella nei bambini. L’obiettivo è fuori dalla “normalità ovvia” dell’immenso Santuario di Lourdes. La domanda e la curiosità della fotografa sono: cosa fanno i bambini ? Come utilizzano le pause negli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”? Fotografare l’attimo di vera innocenza e tranquillità dei bambini che sono nell’abbraccio della Vergine Maria e coperti dal suo manto. Flaminia con la fotocamera cerca di superare la “parola” con le immagini che, appunto, diventano “forza espressiva” in questa Oasi di Pace all’interno dell’immenso Santuario.
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Il set fotografico scelto da Flaminia è statala spianata accanto al santuario della Madonna di Lourdes, con l’imponente ruota della basilica superiore che sale sopra la grotta. Il santuario della Madonna di Lourdes è un santuario e un luogo di pellegrinaggio “cattolici mariani” nella città di Lourdes Francia. Il Santuario comprende diversi edifici religiosi e monumenti intorno alla Grotta di Massabielle dove si sono verificate le apparizioni della Vergine Maria tra cui 3 basiliche : la Basilica della Madonna dell’Immacolata concezione,della Basilica del Rosario e della Basilica di San Pius X, note, rispettivamente, come basilica inferiore superiore e sotterranea.
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes -I bambini
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes -I bambini
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes -I bambini
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –
A beneficio dell’obiettivo e fotocamera di Flaminia non potevano mancare persone con abbigliamenti diversi in una giornata di pioggia. Poi, sul fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale) che vivono in tranquillità e soddisfano la curiosità dei milioni di pellegrini che le osservano e danno loro da mangiare. Da notare la foto che ritrae la signora la tra i cespugli, nei pressi della Grotta, raccoglie erbe e “cattura” l’Escargot, il nome francese delle lumache.
Santuario di Nostra Signora di Lourdes
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes -la signora la tra i cespugli, nei pressi della Grotta, raccoglie erbe e “cattura” l’Escargot
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
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Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
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Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes – Gli attimi in cui i genitori concedono la ”Tana Libera Tutti”
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes –Il ponte sul fiume Gave
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
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Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
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Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage Santuario di Lourdes fiume Gave,l’angolo dove “le paperelle” (Germano reale)
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –Tirana, la città colorata, è la capitale dell’Albania è un paese indicato come una delle 10 destinazioni da non perdere dalla Rough Guide. Ecco i loro 10 motivi perché visitare Tirana. Marzo sarà un vero mese di festa non solo per i residenti di Tirana, ma anche per i suoi numerosi visitatori che arrivano da altri distretti dell’Albania e dall’estero.
Nell’ambito del centenario della capitale, il Comune di Tirana ha organizzato un’agenda di attività, che ricopre tutto il mese di marzo.
La notizia è stata annunciata dallo stesso sindaco Erion Veliaj, che ha condiviso con molti follower sui social network, l’agenda delle attività festive delle prossime quattro settimane.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Tirana è solitamente in cima alla lista delle città peggiori d’Europa. Dopo decenni di dittatura stalinista, grigia e triste, povera di infrastrutture e servizi, di certo può rimanere poco attraente per i piu’ superficiali. Nel 1992. con il collasso del regime comunista, la situazione è solo peggiorata, e il caos ha avuto la meglio, ingolfando la città e creando la migliore condizione per la crescita della criminalità.
Adesso tutto è cambiato. Oggi Tirana, anche se rimane comunque una città caotica, è una piacevolissima cittadina, centro della cultura, dell’intrattenimento e della politica dell’Albania. Ha visto crescere rapidamente la sua popolazione, arrivando quasi ad un milione di abitanti ( la totalità della popolazione albanese ne conta tre milioni ). La città ti sorprenderà, ed in tutto il paese non si troverai nulla del genere!
Ecco le 10 ragioni per andare a Tirana.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Sperimentare l’ospitalità degli abitanti
Essere invitati per un caffè o un rakia (un brandy di prugna) è un’abitudine locale e troverete gli albanesi amichevoli verso i visitatori stranieri. Essendo stata isolata dal resto del mondo per la seconda metà del ventesimo secolo, molti sono curiosi dell’afflusso di viaggiatori.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Tirana, la città colorata
Poiché è una piccola città, è possibile coprire facilmente la zona centrale di Tirana in un giorno. Ma oltre a un’esplorazione piacevole della manciata di musei, monumenti, edifici storici e parchi, trovate un po’ di tempo per ammirare le abitazioni tiranesi . Verniciati con colori arcobaleno, aggiungono luminosità a quello che un tempo era un paesaggio urbano piuttosto monocromatico.
La cultura del caffè
L’Albania potrebbe non essere famosa per la sua cucina, ma non è un motivo per non fare attenzione al cibo. Cercate l’ottimo caffè e birra (l’Islam è la religione predominante, ma è praticata in modo molto tollerante), nonché pasticcini decenti e buon gelato. I caffè sono il luogo perfetto per guardare la gente, impostato su una colonna sonora di albanese e di Euro-pop.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Una lezione di storia a Piazza Scanderbeg
Il centro di Tirana è Piazza Scanderbeg, che prende il nome dall’eroe nazionale che ha dato vita anche se brevemente all’indipendenza dell’Albania dall’Impero Ottomano nel XV secolo. Al centro della piazza c’è una grande statua bronzea di Scanderbeg a cavallo (immaginate Alessandro Magno incontra Thor), e la Moschea Et’hem Bey, uno degli edifici più preziosi della nazione che risale alla fine del XVIII secolo, che si trova nell’angolo sud-est. Sempre nella stessa piazza si trovano anche i principali musei della nazione, tra cui il Museo Storico Nazionale albanese adornato con un enorme muro socialista di partigiani vittoriosi.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Quale occasione migliore per visitare una piramide dell’era moderna?
Troverete la piramide di cemento di Tirana, Piramida, a pochi passi da Piazza Skanderbeg. Costruito nel 1987 dalla figlia del dittatore albanese Enver Hoxha (che tirannicamente governò l’Albania dal 1944 al 1985) come museo a suo padre, ora sembra abbandonata, spogliata delle piastrelle che una volta la coprivano e spruzzi di graffiti. Si parla di demolirlo, ma alcuni sostengono che dovrebbe essere mantenuto intatto come un monumento adatto allo spirito dello stalinismo.
Per il “Blloku”, il cuore della movida albanese
“Blloku” è un quartiere di Tirana. Letteralmente, il suo significato è, Il Blocco ex quartiere dei dirigenti del Comitato Centrale del Partito del Lavoro. Progettato come “quartiere giardino” dall’architetto Gherardo Bosio, divenne dopo la Seconda Guerra il quartiere residenziale del dittatore Enver Hoxha. Oggi è il cuore della “movida” albanese. Oggi si trovano alberghi costosi, caffè di design, ristoranti e negozi.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Per la vita notturna
Ogni anno la scena notturna di Tirana si muove su di un livello e i club della città, in gran parte situati intorno a Blloku, variano notevolmente in tema e atmosfera. È meglio visitarli con qualcuno del posto per sapere dove andarci (e quali evitare). Siate tuttavia consapevoli che l’Albania è ancora una società tradizionale.
Un pò di relax in Parku i Madh (Grand Park)
Questo grande parco boscoso è dove molti cittadini di Tirana vanno per passare qualche ora, sia che si tratti di pesca nel lago artificiale, picnic sui prati o passando il tempo in uno dei tanti bar-caffetterie. Tenuto conto del traffico opprimente di Tirana, questo parco consente di brillare l’atmosfera mediterranea della città.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Per visitare il Parco Nazionale del Monte Dajti
Se volete una pausa dal centro della città, dirigetevi verso il Parco Nazionale del Monte Dajti, popolare tra i residenti di Tirana per l’aria fresca e le passeggiate fuori dal centro abitato. Potete prendere una funivia costruita dagli Austriaci (costosa) o il bus della città (a buon mercato) e una volta lì troverete alberghi, pensioni e ristoranti se ti senti di trascorrere la notte.
Un salto al mare, perché no?
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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La città storica di Durazzo sul mare Adriatico è stata per decenni, dove i potenti di Tirana andavano per rilassarsi (Enver Hoxha e Re Zog disponevano di case vacanze). Oggi sono in gran parte i turisti kosovari che si avvalgono di numerosi hotel e ristoranti economici lungo il lungomare. Le cose sono ruvide e pronte, ma Durazzo è vivace, poco costosa e facilmente accessibile.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Situata geograficamente al centro del Paese, circa 35 km a est di Durazzo e circa 40 km a nord-ovest di Elbasan, sorge in una valle racchiusa da montagne e colline (Monte Dajt a est, le colline di Kërrabë e Sauk al sud, le colline Vaqarr e Yzberisht a ovest e Kamzë a nord). È attraversata da due fiumi (il Tirana e il Lana) ed è affiancata da diversi laghi (lago di Tirana, Thatë, Farkë e Paskuqani) e da una riserva naturale nazionale (parku i madh).
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
È la sede del potere del governo albanese, con le residenze ufficiali del presidente e del primo ministro albanese e del parlamento albanese. La città è oggi il principale centro economico, finanziario, politico e commerciale, nonché culturale e religioso d’Albania, sede di istituzioni pubbliche e dell’università, e grazie alla sua posizione nel centro del paese, snodo di trasporti e traffici, e al suo moderno trasporto aereo, vicino ai poli marittimi, ferroviari e stradali, è in progressiva crescita urbana. È stata insignita dei titoli di Capitale europea della gioventù per il 2022[5] e di Capitale mediterranea della cultura e del dialogo per il 2025[6].
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Estesa su un’ampia pianura al centro dell’Albania, con il monte Dajt che si eleva a est e una valle a nord-ovest che si affaccia sul mare Adriatico in lontananza, è contornata da diversi laghi artificiali.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Territorio
Tirana dal Satellite
Il Comune di Tirana si trova a (41,33 ° N, 19,82 ° E) nell’omonimo distretto. L’altitudine media di Tirana è 110 metri (361 piedi) sul livello del mare mentre il punto più alto è a 1828 m (5,997.38 ft) sulla sommità del Gropà Mali.
Ricca d’acqua, è situata in una pianura fertile. Bagnata dal fiume di Tirana (lumi i Tiranës), il cui affluente Lana attraversa il centro abitato[7] e affiancata nella zona sud dal fiume Erzen.
La comune comprende anche diversi laghi artificiali: il lago artificiale di Tirana, intorno al quale fu costruito il Grande Parco, il lago di Farka, di Bovilla, di Allgjate, di Kus, di Kashar e di Vaqarr.
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
Il clima di Tirana è temperato, con estati calde e inverni freschi e umidi.[8] Grazie alla sua posizione nella pianura di Tirana e alla vicinanza al Mar Mediterraneo, la città è particolarmente influenzata da un clima stagionale mediterraneo. È tra le città più piovose e soleggiate d’Europa, con 2.544 ore di sole all’anno
Flaminia Leggeri Fotoreportage –“Tirana, la città colorata”-
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Fara in Sabina (Rieti)-Un ricco weekend di spettacoli al Teatro Potlach –
Fara in Sabina – Va in scena al Teatro Potlach ,Sabato 29 Marzo alle ore 21.00, “MOBY DICK”con Maurizio Stammati adattamento e regia Antonello Antonante scene e costumi Dora Ricca allestimento scenografico e foto di scena Eros Lealeluci e audio Giuseppe Canonaco immagini Angelo Gallo-
“MOBY DICK”con Maurizio Stammati adattamento e regia Antonello Antonante
Moby Dick, allegoria dell’uomo alla ricerca di se stesso ed esplorazione del mistero.Nelle pagine di Melville si scopre che quell’abbandonare la sicurezza della terraferma, per puntare verso la verità del mare aperto, appaga per sempre l’istinto di qualsiasi Ulisse e l’ambizione di qualsiasi gioventù. La Pequod (il nome della baleniera del capitano Achab) si trasforma, preso il mare, in un microcosmo, in una medievale allegoria dell’uomo, del suo destino, delle sue scelte, o addirittura in un riassunto della storia dell’uomo. Achab, nella sua determinazione di lottare, sino all’autodistruzione o al sacrificio, per conoscere la verità assoluta (perché questo è il senso della sua caccia alla balena) scopre (per tutti noi) il limite fatale della sua follia che sta nella superbia, il peccato dei peccati.Moby Dick di Hermann Melville è uno dei capolavori della letteratura americana, considerato opera fondamentale della letteratura mondiale.
“MOBY DICK”con Maurizio Stammati adattamento e regia Antonello Antonante
Età consigliata: da 13 anni
Biglietto: 10 €
Info e prenotazioni scrivendo SMS o WhatsApp al numero del Teatro Potlach: 351.7954176
CLICCA QUI per scoprire tutta la Stagione di Teatro di Teatro Contemporaneo 2025
E la domenica… appuntamento in teatro per tutta la famiglia!
Domenica 30 Marzo alle ore 17.00 al Teatro Potlach di Fara Sabina
“Fiabe scacciamostri” – Teatro Laboratorio Isola di Confine
Di e con: Giulia Castellani, Valerio Apice
Canzoni originali: Giulia Castellani
A volte i bambini hanno paura di andare a dormire. Fa paura il buio della notte, con le sue ombre lunghe, che nasconde chissà quale orribile mostro. Anche Nicolino ha paura e non vuole proprio addormentarsi.
«Papà! Papà! Mi racconti una storia?»
«Va bene, Nicolino, però poi promettimi che ti addormenterai»
Lo spettacolo racconta diverse storie, con le tecniche del teatro d’attore e del teatro di figura, accompagnato da canzoni e musica dal vivo. Nicolino ascolterà fiabe classiche come “I musicanti di Brema” e fiabe più moderne come “Il mostro peloso” tratto dal libro di Henriette Bichonnier. Fiabe di spavento e di coraggio, ma anche per sorridere ed esorcizzare insieme le paure dei bambini.
E alla fine… Si addormenterà Nicolino?
|Adatto a partire dai 3 anni.
Biglietto: 5 €
Info e prenotazioni scrivendo SMS o WhatsApp al numero del Teatro Potlach: 351.7954176
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TEATRO POTLACH via Santa Maria in Castello n. 28, Fara in Sabina (RI)
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“Lourdes in attimo infinito”
La giovanissima fotografa Flaminia Leggeri, ha realizzato un Fotoreportage ”il Santuario di Lourdes” in un set difficilissimo e super fotografato :”il Santuario di Lourdes” . Cosa si poteva scoprire di non ancora fotografato ? Flaminia ha cercato nel Santuario di Lourdes i particolari , ha portando la fotocamera nel silenzio dei luoghi “ovvi” ,ma nella “controra”, e ha puntato l’obiettivo e fotografato e cercato di interpretare , quasi dialogare , con i 39 Ritratti e i 52 “gemmaux” cosi belli e fortemente sottovalutati nella immensa e sotterranea Basilica San Pio X. –
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
I “gemmaux” e i ritratti sono stati ,per la giovane Flaminia ,un laboratorio di interpretazione, analisi e dialogo con i colori che attraggono fortemente. Le figure dei “gemmaux” meritano attenzione emanano spiritualità. Credo che Flaminia Leggeri abbia cercato “la carne” dello spirito nei colori e nelle figure cosi mimetizzate , sfuggevoli, ma presenti, silenziose, ma “parole” concrete per il pellegrino .Credo che la giovane fotografa abbia saputo , con capacità istintiva, raccontare e rappresentare questa bellezza che si può ammirare nella Basilica progettata dall’’architetto Pierre Vago e l’ingegnere Eugène Freyssinet, inventore del cemento precompresso
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Notizie sulla Basilica sotterranea di San PioX. di Lourdes
Consacrata nel 1958, la basilica sotterranea di San Pio Le sue dimensioni molto grandi (una forma ovale di 201 m di lunghezza per 81 di larghezza) permettono di ospitare fino a 25.000 persone su una superficie di 12.000 m². Questo, preservando i corridoi di traffico.
Ha la forma dello scafo di una nave rovesciata, il fatto che sia sotterraneo non pregiudica il paesaggio del santuario. L’architetto Pierre Vago e l’ingegnere Eugène Freyssinet, inventore del cemento precompresso, hanno infatti utilizzato il cemento integrando cavi metallici tesi nelle zone di trazione per sostenere i carichi ed evitare pilastri che avrebbero compromesso la visibilità. Il progetto è stato completato in tempi record.
Dal punto di vista ornamentale, la basilica conta 39 dipinti raffiguranti santi e una cinquantina di gemmaux. Lourdes ha una collezione di gemme molto importante. Gemmail è stato inventato dal pittore Jean Crotti negli anni ’30 in collaborazione con Roger Malherbe-Navarre. Nel 1939, Jean Crotti creò la parola gemmail unendo i termini gemma e smalto. René Margotton ne ha realizzato uno sul tema delle apparizioni nella basilica di Saint-Pie-X di Lourdes, dove sono stati eseguiti 20 brani tra il 1989 e il 1993.
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
La basilica di S. Pio X a Lourdes. Struttura e architettura
La Basilica sotterranea San Pio X ha una superficie di circa 12000 m² . La sua pianta forma un ovale di 201 metri per 81 metri. Questa basilica, che ha una capienza massima di 25000 persone, è stata consacrata il 25 marzo 1958 per il centenario delle Apparizioni dal futuro Papa Giovanni XXIII. E’ ornata da 39 ritratti che rappresentano diversi santi e beati, nonché da 52 gemmaux (quadri in cristalli speciali e illuminati).La basilica di San Pio X (in francese: basilique Saint-Pie X), anche conosciuta anche con il nome di basilica sotterranea, è una chiesa di Lourdes, in Francia situata all’interno del santuario di Nostra Signora di Lourdes. Consacrata nel 1958, appartiene alla diocesi di Tarbes e Lourdes; ha la dignità di basilica minore.
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
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Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale-Fiori
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale-Fiori
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale particolari
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”L’Altare Centrale-Lampada
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
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Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
Flaminia Leggeri Fotoreportage-“ basilica di S. Pio X a Lourdes”
A cura di Alessandro Banfi, Gian Corrado Peluso, Giampaolo Pignatari, Fabrizio Sinisi-
Con la collaborazione di Maria Bertaggia, Maddalena Catani, Matilde Fiorini, Mattia Gennari, Luca Maggi, Giuseppe Vitali, Mattia Savia, Andrea Siciliano, Alessandro Vaghi
ITACA, Milano 2015, Pro Manuscripto
La realtà del tempo, gli eventi della storia e della memoria, il desiderio dell’uomo nelle vicende della storia, sono la materia viva sella poesia, della scrittura, del teatro, del cinema dello scrittore che più di chiunque ha raccontato il nostro Paese. Pasolini, in un tempo molto diverso ma molto preparatorio del nostro, ha sfidato il nulla, quella riduzione dell’io che proviene dal suo interno e dall’esterno, iniziando dalla separazione tra credere e sapere, che lo lascia solo di fronte a un potere che non sa che farsene del volto umano per la sua programmazione del mondo. Una situazione analoga, con altri attori, che anche oggi si verifica di fronte alle sfide di una nuova realtà e sembra offuscare quell’esperienza umana, elementare e costitutiva, che si esprime nelle esigenze della felicità, della giustizia e dell’amore. Leggere Pasolini fa intuire l’esistenza di alcuni punti dai quali egli ha tratto il suo paragone e il suo impegno, insomma, la sua poetica. È interessante perciò vedere la consistenza e attualità di Pasolini, verificare quella sua profezia sulla società moderna e contemporanea, le cui conseguenze oggi stiamo vivendo, come occasione per costringere noi stessi ad andare al fondo di quelle stesse domande ed esigenze.
Kappler-faccia tagliata venne per testimone a raccontarci il massacro. Si disse fanatico e sacro nella sua grande fatica d’abbattere ostaggi, un portone di buio aperto dai fari la cava di Roma antica.
Su quel trofeo di vendetta – sempre più deboli i forti ciechi nel giallo alone del tufo in polvere – in vetta lui solo a sparare per tutti i carnefici arresi all’orrore, lui solo totale furore di mazza sugli innocenti. E tacquero i venti, il silenzio non era del mondo ma di quel sangue assetato.
Kappler-faccia tagliata parlava in tedesco, il pubblico zitto l’interprete muto. Nessuno guardava più in giro, tutti fissi in un punto, quel punto: Kesselring, il viso compunto nell’ordine, il fatto compiuto. E nulla andò perduto di quelle parole, io non le riesco a staccare da me – e non da me, ma dal fitto del petto con cui le respiro. Blut diceva il sangue e tu-fo il tufo come noi, mostrando fra le sue dita la gialla arenaria che frana su quella morte impaurita, sulla giustizia vana che lascia parole.
All’Appia antica se il sole rallegra la via e s’odono i passi perduti dei morti cristiani, ricorda gli eterni minuti di questo supplizio. Domani i giusti saranno con noi nel tempo che i morti non hanno. Or la pietà dell’inganno vi chiude le tombe già aperte perché la morte vi opprima col peso di tutte le offerte, col senno di poi. Per altri innocenti, per altro furore s’accenda la prima la stessa parola d’amore che ci fu tolta: domani.
(da La storia delle vittime, 1966)
.
ALFONSO GATTO
“Ad ascoltarlo [Kappler] erano tutti fissi dai propri banchi: egli descriveva la scena delle esecuzioni, esaltandosi alle sue stesse parole, stancandosi della fatica del massacro come allora, ma senza rompere l’equilibrio necessario… Erano queste stesse precisazioni che spiegavano l’episodio del massacro nel suo svolgimento e lo rendevano terribilmente vero”:Alfonso Gatto (1909-1976) seguì come giornalista del Mattino del popolo di Venezia il processo ad Albert Kesselring e Herbert Kappler, responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, compiuto come rappresaglia dai tedeschi il 24 marzo 1944, all’indomani dell’attentato di Via Rasella nel quale i partigiani uccisero 33 soldati nazisti. Fu una vera e propria strage a sangue freddo: i tedeschi, dopo averli portati nelle cave di pozzolana sull’Ardeatina, uccisero dieci italiani per ogni loro soldato, sbagliando anche i calcoli poiché le vittime furono 335, rastrellate nelle carceri di Via Tasso e di Regina Coeli – in particolare partigiani, monarchici, massoni ed ebrei – e tra i detenuti in attesa di giudizio anche per reati non politici. Poi fecero saltare la cava con le mine per sigillarla. Fu una delle crudeltà più impressionanti e gratuite dell’intera guerra, che lasciò un segno profondo nella coscienza della nuova Italia.
Mausoleo delle Fosse Ardeatine Il 23 marzo 1944, in un’azione di guerra in via Rasella a Roma, un gruppo di partigiani uccideva 33 soldati nazisti e ne feriva 38. Pronta la risposta tedesca: per ogni soldato ucciso sarebbero stati eliminati dieci italiani. Il giorno dopo, 24 marzo, 335 uomini, scelti a caso dalle truppe di occupazione tedesca tra prigionieri politici, tradotti dal carcere di via Tasso, ebrei e civili furono giustiziati. Le vittime vennero poi gettate nelle antiche cave di pozzolana situate a ridosso di via Ardeatina che vennero poi fatte brillare su ordine di Kappler per occultare la carneficina.
I movimenti di automezzi nei pressi del luogo dell’eccidio e le successive esplosioni furono però uditi da alcuni religiosi che si trovavano nelle vicinanze in qualità di guide alle catacombe. Durante la notte, i frati entrarono nelle cave e scoprirono i corpi ammassati uno sull’altro.
Per commemorare il tragico evento, e offrire degna sepoltura ai martiri della resistenza, il governo post-liberazione decise di “erigere sul luogo della vendetta tedesca un monumento a perenne ricordo dei Martiri e di tutti i caduti della guerra di Liberazione”. A questo scopo, nel settembre 1944, il Comune di Roma indisse un concorso – il primo dell’Italia democratica – per l’edificazione di un mausoleo da consacrare simbolo della Resistenza alle violenze del Reich.
I vincitori del concorso, gli architetti Giuseppe Perugini, Nello Aprile e Mario Fiorentini, progettarono un semplice parallelepipedo cavo in cemento a protezione dei sacelli dei martiri posti fuori terra ma in stretto collegamento con il luogo dell’eccidio.
La costruzione del sacrario iniziò il 22 novembre 1947. Nel 1949, il Mausoleo fu inaugurato solennemente in occasione del quinto anniversario della strage. Da allora, ogni 24 marzo, l’evento viene commemorato al cospetto di autorità, associazioni partigiane e di deportati, studenti e comuni cittadini, mentre i nomi delle 335 vittime vengono scanditi ad alta voce.
La suggestiva cancellata da cui si accede al mausoleo è opera dello scultore e pittore Mirko Basaldella. Il senso che assume è altamente simbolico di una scena di feroce massacro tratteggiato dalle figure disperatamente contorte che vi sono rappresentate.
L’imponente gruppo scultoreo in travertino posto sul piazzale è opera dello scultore di Francesco Coccia, e rappresenta tre personaggi a simbolo delle tre età. I corpi ritratti sono orientati rispettivamente verso le cave, verso il luogo delle sepolture e verso il piazzale, come a indicare il percorso al visitatore.
Il film Roma città aperta, struggente capolavoro diretto da Roberto Rossellini nel 1945, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi ricorda quei tragici avvenimenti. Aldo Fabrizi è don Pietro, figura che ricorda i due religiosi, Don Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta, e Don Pietro Pappagallo, ucciso nelle Fosse Ardeatine. Anna Magnani, invece, è Pina, la moglie incinta di Fabrizio, uno dei prigionieri condotti alle Fosse Ardeatine. Per cercare di salvarlo, insegue il camion sul quale è stato caricato, ma viene falciata da una raffica di mitra.
-articolo di Piero TORRIANO scritto per la Rivista PAN n°5 del 1934-
Biografia di Alberto Salietti (Ravenna, 1892 – Chiavari, 1961) è stato un pittore italiano.
Alberto Salietti-Nasce a Ravenna il 15 marzo 1892, figlio e nipote di decoratori murali. Dopo aver iniziato a lavorare con il padre, frequenta fino al 1914 l’Accademia di Brera, ove ha come maestri Cesare Tallone e Mentessi.
Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, riprende la sua attività, esponendo dal 1920 alle Biennali di Venezia (nel 1942, ricevendo il Gran Premio per la pittura). Altre esposizioni: l’Internazionale di Barcellona, 1929; l’Internazionale di Budapest, 1936; la Mostra dell’Istituto Carnegie di Pittsburg, 1936; l’Esposizione mondiale di Parigi, 1937; la II e III Quadriennale Roma; la mostra La Bella Italiana, a Milano, nel 1952; il Premio Marzotto, nel 1955 e 1956; il Premio Garzanti nel 1957; il Premio del Comune di Milano nel 1959; la medaglia d’oro a Firenze, al Premio del Fiorino, nel 1961; la XXII Biennale d’Arte alla Permanente di Milano, nel 1961, il premio Bagutta-Vergani.
Salietti è fra i pittori che l’imprenditore Giuseppe Verzocchi contatta per la sua grande raccolta di quadri sul tema del lavoro: Salietti realizza così La vendemmia (1949-1950), quadro che, insieme all’Autoritratto, è oggi conservato nella Collezione Verzocchi, presso la Pinacoteca Civica di Forlì.
È uno dei fondatori del Novecento Italiano, movimento del quale ha ricoperto il ruolo di segretario. I suoi principali soggetti sono paesaggi, ritratti e nature morte. Ha opere in pubbliche gallerie: a Roma (Galleria nazionale d’arte moderna), Firenze, Milano, Torino, Berlino, Zurigo, Monaco, Berna, Montevideo, Cleveland, Mosca, Parigi, Varsavia. Dopo la sua morte, una mostra commemorativa gli venne dedicata a Milano, nel 1964, al Palazzo della Permanente; nel 1967, a Milano, alla Galleria Gian Ferrari; nuovamente alla Gian Ferrari, nel 1969, per le tempere; nel 1970, a La Panchetta di Bari; nel 1971, ancora a Milano, alla Galleria Cortina, per le opere grafiche. Una mostra postuma venne pure organizzata dall’Azienda di Soggiorno e Turismo di Chiavari, nel 1972, a Palazzo Torriglia, con una selezione di opere pittoriche e grafiche.
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Pittore Alberto SALIETTI
Biografia di Alberto Salietti (Ravenna, 1892 – Chiavari, 1961) è stato un pittore italiano.
Alberto Salietti-Nasce a Ravenna il 15 marzo 1892, figlio e nipote di decoratori murali. Dopo aver iniziato a lavorare con il padre, frequenta fino al 1914 l’Accademia di Brera, ove ha come maestri Cesare Tallone e Mentessi.
Dopo aver partecipato alla Prima guerra mondiale, riprende la sua attività, esponendo dal 1920 alle Biennali di Venezia (nel 1942, ricevendo il Gran Premio per la pittura). Altre esposizioni: l’Internazionale di Barcellona, 1929; l’Internazionale di Budapest, 1936; la Mostra dell’Istituto Carnegie di Pittsburg, 1936; l’Esposizione mondiale di Parigi, 1937; la II e III Quadriennale Roma; la mostra La Bella Italiana, a Milano, nel 1952; il Premio Marzotto, nel 1955 e 1956; il Premio Garzanti nel 1957; il Premio del Comune di Milano nel 1959; la medaglia d’oro a Firenze, al Premio del Fiorino, nel 1961; la XXII Biennale d’Arte alla Permanente di Milano, nel 1961, il premio Bagutta-Vergani.
Salietti è fra i pittori che l’imprenditore Giuseppe Verzocchi contatta per la sua grande raccolta di quadri sul tema del lavoro: Salietti realizza così La vendemmia (1949-1950), quadro che, insieme all’Autoritratto, è oggi conservato nella Collezione Verzocchi, presso la Pinacoteca Civica di Forlì.
È uno dei fondatori del Novecento Italiano, movimento del quale ha ricoperto il ruolo di segretario. I suoi principali soggetti sono paesaggi, ritratti e nature morte. Ha opere in pubbliche gallerie: a Roma (Galleria nazionale d’arte moderna), Firenze, Milano, Torino, Berlino, Zurigo, Monaco, Berna, Montevideo, Cleveland, Mosca, Parigi, Varsavia. Dopo la sua morte, una mostra commemorativa gli venne dedicata a Milano, nel 1964, al Palazzo della Permanente; nel 1967, a Milano, alla Galleria Gian Ferrari; nuovamente alla Gian Ferrari, nel 1969, per le tempere; nel 1970, a La Panchetta di Bari; nel 1971, ancora a Milano, alla Galleria Cortina, per le opere grafiche. Una mostra postuma venne pure organizzata dall’Azienda di Soggiorno e Turismo di Chiavari, nel 1972, a Palazzo Torriglia, con una selezione di opere pittoriche e grafiche.
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