Santa Teresa d’Avila e la Poesia mistica- Articolo di Antonio Tarallo-
“Il poeta comincia dove finisce l’uomo”, così sentenziava il filosofo spagnolo José Ortega Y Gasset. Santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, nella sua profonda esperienza mistica, si è servita anche della poesia, oltrepassando così con i suoi componimenti quel guado che divide l’uomo dall’infinito.
Eppure troppe volte sono stati dimenticati i suoi versi in cui è possibile trovare un vero e proprio scrigno di bellezza e di spiritualità. Al loro interno, infatti, è possibile persino scovare quella che sarà poi conosciuta comunemente la “trasverberazione del cuore”, una delle grazie mistiche di cui santa Teresa spiegherà nella sua Vita, l’autobiografia della santa: il dardo, la “freccia” dell’Amore di Dio colpisce il suo cuore, lo tramuta e lo sublima facendolo avvicinare al Cuore di Dio in nozze mistiche. Nozze che, in molte occasioni, sembrano essere celebrate dalla santa nei suoi componimenti poetici: santa Teresa ascende a Dio così come discende nelle profondità della poesia.
L’Estasi di Santa Teresa d’Avila-Opera del Bernini
Sfogliando queste pagine poetiche, è possibile dividere la produzione in versi in tre determinati gruppi: prima di tutto troviamo le poesie mistiche nelle quali si respira tutta la spiritualità della santa; il secondo gruppo comprende le poesie che hanno come oggetto le feste liturgiche come il Natale, l’Epifania o l’Esaltazione della Croce; e, infine, il terzo gruppo, scritte – come lei stessa le definisce – con “stile di fratellanza e di ricreazione”: sono versi che celebrano avvenimenti interni alla comunità religiosa per allietare le consorelle della comunità monastica.
Tre diverse situazioni poetiche, ma con un elemento in comune ben preciso: la Bellezza. Santa Teresa è stata sempre affascinata – fin dalla fanciullezza – dalla bellezza artistica, nelle sue diverse espressioni, ma specialmente era attratta dall’arte pittorica e scultorea. Più volte, nel libro della sua Vita, si sofferma sul piacere che prova per l’armonia scaturita dalla musica del fruscio della campagna che la circonda. Più volte si sofferma sulle note di una canzone che ha ascoltato. E’ proprio questo, infondo, l’humus dell’anima da cui nasceranno i suoi versi, frammenti poi di una Bellezza ancora più vasta, quella del Signore. Un riassunto della sua visione poetica è possibile trovarlo in questi suoi versi che delineano, tratteggiano con efficacia il suo animo poetico dedicato a Dio: “Bellezza che trascendi/ ogni bellezza!/ Senza ferire, fate soffrire;/ senza dolore, voi fate morire”. Passare in rassegna tutte le poesie che ha composto santa Teresa sarebbe impresa alquanto ardua visto la molteplicità di temi affrontati. Cercheremo, allora, di fare una breve selezione.
Vivo sin vivir en mi (Vivo ma non vivo in me) è questo il nome di una delle poesie-canzoni più importanti della sua produzione. I versi racchiudono ossimori e altre figure retoriche assai care ai poeti, di ogni epoca: “Vivo ma non vivo in me/e attendo una tal vita/ da morirne se non muoio”.
E ancora “Questa divina prigione/ dell’amore in cui vivo,/ ha reso Dio, mio prigioniero/ e libero il mio cuore;/ e causa in me tanta passione/ da morirne se non muoio”. Del tutto particolare, rimane la seconda tipologia di produzione, quella legata alle feste liturgiche. Il loro maggior merito è quello di aver introdotto nei monasteri carmelitani il ricorso alla poesia come componente festiva della vita religiosa. Un tema fondamentale – e non poteva essere altrimenti – per l’ordine carmelitano è quello della Croce che santa Teresa canta in diversi componimenti da condividere con le proprie consorelle. E’ il caso di En la Cruz está la vida (Nella Croce risiede la vita), composta per le religiose del monastero di Soria, in occasione della festa dell’Esaltazione della Santa Croce: “Le religiose la cantano durante la processione che fanno in detto giorno per i corridoi del monastero, recandosi al luogo della sepoltura comune, sotto il coro inferiore. E’ una funzione commovente: si procede a croce alzata, e le religiose tengono in mano rami di palma e di olivo”, così si legge in un antico manoscritto.
I versi che santa Teresa compone per quest’occasione sono versi dal ritmo serrato, scandito da sillabe che vengono cadenzate in rima. Bisogna ricordare che questi componimenti vivevano poi dell’improvvisazione delle consorelle. Si può, dunque, solo immaginare l’effetto vero e proprio che potevano avere. Altra occasione, il Santo Natale: nei monasteri carmelitani si respirava un’aria di particolare gioia durante le feste natalizie; ogni comunità aveva le sue modalità di festeggiare e molte di queste sono state introdotte dalla stessa Santa Teresa e dall’altro poeta carmelitano San Giovanni della Croce. E’ possibile trovare il tema della notte santa nelle seguenti poesie: Pastores que veláis (Pastori che vegliate), nel componimento Al nascimento de Jesús (Per la nascità di Gesù), e ancora nella graziosa canzone En la noche de Navidad (Nella notte di Natale).
L’entrata di una nuova sorella nel Carmelo era poi celebrata come una grande festa. Ed è così che nascono per queste occasioni speciali alcuni poemetti che riescono a offrirci una sorta di fotografia della vita nei monasteri del Carmelo: “Il leggiadro vostro velo/ dice a voi di stare in veglia/ di montar la sentinella, fino a che lo Sposo venga./ Nella vostra mano accesa/ sempre abbiate una candela;/ sotto il velo state in veglia”.
Santa Teresa, una voce poetica votata al Signore; un forziere di ricordi e immagini che andrebbe riscoperto perché la mistica passa anche per la poesia.
Ilse Aichinger-(Vienna nel 1921- ivi 2016)è stata una delle grandi scrittrici austriache, i cui testi sono ormai considerati classici della letteratura in lingua tedesca. La madre, ebrea, è medico, il padre insegnante. Il romanzo d’esordio La speranza più grande (Die grössere Hoffnung, 1948) – alla cui stesura si dedica interrompendo gli studi di medicina – inaugura la letteratura austriaca del dopoguerra. Nel 1952 ottiene il Premio del Gruppo 47 per il suo racconto Storia allo specchio (Spiegelgeschichte) e conosce lo scrittore e poeta Günter Eich (1907-1972), che sposa l’anno successivo. Da lui avrà due figli, uno dei quali scrittore a propria volta.
Ilse Aichinger- La speranza più grande
* Testi selezionati da Consiglio gratuito (trad. di G. Drago, FinisTerrae, 2021)
Risposta invernale
Il mondo è fatto di materia
che esige attenzione:
niente più occhi
per vedere i prati bianchi
né orecchie per sentire
il fremito degli uccelli fra i rami.
Nonna, dove sono finite le tue labbra
per assaporare l’erba
e chi annuserà per noi il cielo fino in fondo,
quali guance si graffiano ancora
a sangue contro i muri del paese?
Non è un bosco buio
quello in cui siamo capitati?
No, nonna, non è buio,
io lo so, ho abitato a lungo
al margine, là dai bambini,
e poi non è neanche un bosco.
Ilse Aicbhinger
Marianne
Mi consola
che nelle notti d’oro
una bambina dorma.
Che il suo respiro passi accanto alla fucina
e il suo sole
già di buonora
si levi con il gallo e le galline
sull’erba umida.
Ilse Aicbhinger
Sfruttando le ore opache
Lascia la gentaglia
riposare sui campi,
nella foschia che si alza,
perché niente ti fa luce.
Sulle colline i trenini delle fiabe
ora sono chiusi,
le rape da tempo tolte dalla terra,
i bambini spariti.
I tessitori di ghirlande sono gli ultimi
a rimanere ancora,
bruciano olio nelle lucerne,
con loro si può parlare.
Ilse Aicbhinger
Scambio epistolare
Arrivasse la posta di notte
e la luna
spingesse le offese
sotto la porta:
sembrerebbero angeli
nelle loro vesti bianche
e nell’atrio resterebbero in silenzio.
Ilse Aichinger- La speranza più grande
Rauchenberg
Le redini,
corone sul muro,
la nuova impronta delle ombre
mi affida la strada.
Là dove il carro si copre di ruggine
vicino alla legna fradicia,
i miei cari si chinano
più leggeri sul tetto.
Alba d’inverno
Prima che i sogni arrugginiscano e si spezzino,
lascia che gli amati ne discendano,
i grandi e i piccoli,
nei cappotti grigi,
guardate qui, la via chiara, il ghiaccio.
ILSE AICHINGER
L’ultima notte
Che cosa mai doveva venire alla luce
Se non le strie della neve,
spade ai margini dell’infanzia
e contro il bosco
i rami dei meli
che la luna impregnava di nero,
le galline di cui si fa la conta?
Fare da sé
Lascerò i miei villaggi
senza parole
e agiterò
solo la neve
aperta contro i recinti.
Dall’alto dei miei solai
osserverò i giaguari,
sentirò fischiare i lupi.
Il sole saltò via di qui,
ma i bambini
vengono aiutati a raccogliere
i denti di leone,
largo al re!
A me
Volevo riferire del lungo abitare,
dei birilli di legno rosso
sulla terrazza, degli sguardi verso il mondo.
Volevo ripetere le grida degli uomini sul ghiaccio
con precisione, come sbattevano anche i birilli,
i fiori alla finestra volevo descrivere,
come crescevano verso il sole.
Cosa ho fatto?
Prematuro
Tu non deponi per me nessuna pietra
che faccia crescere il nostro vecchio lutto,
non mi doni nessuna luce per spaventarmi
e nessuno spavento perché ci sia più luce,
e nemmeno quello straccio di malinconia
che ogni stella pretende.
Ti dai da fare col tuo trovatello
e io non ho ancora trovato
le ragazze di cera,
che stanno quiete
come Gesù nel presepe,
ancora no.
Ilse Aichinger
Biografia di Ilse Aichinger-(Vienna nel 1921- ivi 2016)è stata una delle grandi scrittrici austriache, i cui testi sono ormai considerati classici della letteratura in lingua tedesca. La madre, ebrea, è medico, il padre insegnante. Il romanzo d’esordio La speranza più grande (Die grössere Hoffnung, 1948) – alla cui stesura si dedica interrompendo gli studi di medicina – inaugura la letteratura austriaca del dopoguerra. Nel 1952 ottiene il Premio del Gruppo 47 per il suo racconto Storia allo specchio (Spiegelgeschichte) e conosce lo scrittore e poeta Günter Eich (1907-1972), che sposa l’anno successivo. Da lui avrà due figli, uno dei quali scrittore a propria volta.
* Testi selezionati da Consiglio gratuito (trad. di G. Drago, FinisTerrae, 2021)
ILSE AICHINGER
-FONTE-
Le Poesie sono pubblicate dalla Rivista di Poesia «Avamposto»è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
Contatti
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Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise-Neri Pozza Editore
Sinossi del libro di Neri Pozza -Saranno idee d’arte e di poesia-Neri Pozza Editore-Il 4 aprile del 1956, in una lettera a Goffredo Parise in cui rimprovera allo scrittore vicentino di aver smarrito, nel suo ultimo racconto Il fidanzamento, l’esuberanza patetica e piena di forza della sua opera prima Il ragazzo morto e le comete, Neri Pozza scrive: «Non ti dolere di questo parere negativo, io sono un vecchio provinciale con idee estremamente chiare anche se sbagliate (per te). Saranno idee d’arte e di poesia, che fanno pochi soldi, ma sono le sole capaci di sedurmi e interessarmi. Il resto, per me, è buio e vanità». La fede ostinata nel carattere d’arte e di poesia del lavoro editoriale attraversa da cima a fondo questi carteggi, che qui pubblichiamo per la prima volta nella loro completezza, tra l’editore vicentino e gli scrittori con cui ebbe un rapporto privilegiato di amicizia e di collaborazione: Dino Buzzati, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale e Goffredo Parise. Dal 1946, quando Neri Pozza fondò la sua casa editrice, fino al 1988, l’anno della sua morte, l’editore intrattenne rapporti epistolari con le figure di spicco della cultura italiana del Novecento: da Giuseppe Prezzolini a Emilio Cecchi, da Massimo Bontempelli a Mario Luzi, da Camillo Sbarbaro a Corrado Govoni, da Carlo Diano a Concetto Marchesi, da Elémire Zolla a Amedeo Maiuri. È nelle lettere a Buzzati, Gadda, Montale e Parise, tuttavia, che emerge davvero la figura di Neri Pozza editore. Come ha scritto Fernando Bandini, Pozza «aveva già in mente per suo conto dei libri che pensava mancassero, e li proponeva agli autori che gli sembravano i più adatti a scriverli. Se avesse potuto li avrebbe scritti tutti lui di suo pugno». È Neri Pozza che, nel 1950, sedotto dall’idea di un’opera di Buzzati indica all’autore del Deserto dei Tartari la via per «un libro serio, vivo, necessario alla sua storia di scrittore». È Neri Pozza che, contro il parere dei critici che lo consideravano oscuro, pubblica Gadda e il suo Primo libro delle Favole, un titolo non compreso o addirittura sbeffeggiato quando apparve. È Neri Pozza che stampa coraggiosamente l’esordio in prosa di Montale, quella Farfalla di Dinard che esce nel 1956, con copertina rosso mattone, in un’edizione fuori commercio di 450 esemplari, con allegata un’incisione di Giorgio Morandi. È l’editore vicentino, infine, che non esita, in nome della chiarezza dell’arte e della poesia, a indicare «orrori» ed «errori» a Goffredo Parise, diventando, come ha scritto Silvio Perrella, oltre che il suo editore anche «il suo primo critico». A sessant’anni dalla nascita della casa editrice che reca il suo nome, con la pubblicazione di questi carteggi e della monografia Neri Pozza, la vita, le immagini, appare sempre più evidente il posto di rilievo che spetta all’editore vicentino nell’editoria e nella cultura del Novecento.
Cenni biografici di Neri Pozza
Neri Pozza-
Neri Pozza nacque a Vicenza il 5 agosto 1912. Iniziò la propria attività come scultore nel 1933 seguendo l’esempio del padre, Ugo Pozza. Nell’ampia produzione è forte il richiamo di Arturo Martini e di Marino Marini. Espose alla Biennale di Venezia nel 1952 e nel 1958, alla Quadriennale di Roma e ancora alla Biennale veneziana della grafica. Nell’attività letteraria Pozza si distinse con volumi quali Processo per eresia (1970), Premio selezione Campiello, Comedia familiare (1975), Tiziano (1976), Le storie veneziane (1977), Una città per la vita (1979), Vita di Antonio, il santo di Padova e alcuni scritti sulle memorie della Resistenza come Barricata nel Carcere. Morì a Vicenza il 6 novembre 1988. Tra le opere pubblicate dalla casa editrice che porta il suo nome figurano: Neri Pozza, la vita, le immagini (a cura di Pasquale di Palmo, Neri Pozza, 2005); Saranno idee d’arte e di poesia (Neri Pozza, 2006); Opere complete (Neri Pozza, 2011).
Sergio Daniele Donati raccolta di poesia “Il canto della Moabita”
Descrizione del libro di Sergio Daniele Donati -Poesie “Il canto della Moabita”-Una raccolta poetica sintetica ed emozionante, versi rapidi e diretti che fondono identità ebraica, suggestioni bibliche e interiori, riferimenti a personaggi famosi della tradizione biblica come la Moabita del titolo, la principessa Ruth. Sergio Daniele Donati al suo esordio nella difficile arte della poesia si rivela autore magnetico e versatile, capace di versi profondi che esplorano intensamente varie tematiche, sottolineando con una scrittura visiva e pittorica la vasta gamma delle emozioni umane. In queste pagine si passa dalle poesie legate all’ebraismo, come quella sulla teshuvà (ritorno a D-o) dedicata a suo figlio Gabriel o La notte ispirata ad Abramo e a suo padre Terach, a quelle riguardanti il mondo dell’infanzia piuttosto che i miti dell’Antica Grecia. Riflessioni condensate in versi brevi e affilati piuttosto che in elaborate invocazioni dai toni malinconici come la bellissima Ulisse. I testi di Donati, avvocato, studioso e insegnante di meditazione ebraica rivelano cultura, sensibilità e un raffinato gusto poetico e metaforico, in cui la sua espressività si fonde con un linguaggio sobrio e al tempo stesso elegante. Un linguaggio davvero particolare accompagnato da varie citazioni da testi in francese e in ebraico e note esplicative, riferimenti alla mitologia greca, così come alla Torà in cui il lettore può avventurarsi.
Sergio Daniele Donati, Il canto della Moabita, edizioni Ensemble, pp. 78, 12 euro.
La Buona Novella: relativizzare i nostri problemi . Patti Smith e la lezione sul suo malore-
Patti Smith
La nuova rubrica della redazione dedicata alle buone notizie. Patti Smith e la lezione sul suo malore-Capita alle persone famose. Un malore forse abbastanza banale si trasforma istantaneamente in un evento che raggiunge mezzo mondo. È capitato alla cantante e cantautrice rock Patti Smith, durante una performance che alternava brani musicali a letture di suoi testi, e che si stava svolgendo a San Paolo del Brasile, insieme a un gruppo musicale di Berlino. Sentendosi male (per una serie di emicranie che – dicono le agenzie – si sono tradotte in capogiro), ha lasciato il palco, salvo ricomparire, dopo i primi accertamenti.Beh, verrebbe da dire a chi legge, che c’è di bello? Può un malore, anche se “passeggero”, essere una buona notizia? La stessa protagonista, tuttavia, ha dato a questo imprevisto un senso che fa riflettere.Perché Patti Smith è ricomparsa da dietro le quinte, accompagnata da personale paramedico, su una sedia a rotelle: non si è quindi sottratta agli sguardi né del pubblico né di telefoni, telecamere e quant’altro. E naturalmente ha voluto cantare. A quel punto, senza accompagnamento musicale, “a cappella”, ha attaccato uno dei suoi storici successi, Because the night, che si deve a Bruce Springsteen: un testo d’amore, un testo forte, passionale, amato dal pubblico di entrambi da quasi 50 anni (1978).Ma non basta: a fronte della circolazione di notizie allarmistiche, Patti Smith ha ancora aggiunto: «Per favore, non fidatevi delle storie che leggete altrove, con tutti i problemi nel mondo non merito tanta attenzione».Quindi, dopo il malore, l’abbraccio con i propri fan, con un’uscita sul palco in cui non ha nascosto la sua debolezza. E poi, dopo aver cantato (perché un’artista della musica si esprime innanzitutto con le proprie note), un’indicazione che vale per tutti, tanto più se viene da una star: in un mondo sofferente, cerchiamo, cercate di relativizzare i nostri problemi. Un messaggio che – questo sì – è una buona notizia e una bella lezione.
Foto di Harald Krichel –Articolo di Alberto Corsani-Fonte Riforma.it-Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.
Patti Smith
Patti Smith –Cantante e poetessa statunitense (n. Chicago 1946). Fattasi conoscere con letture di poesia recitate insieme a L. Kaye, ha pubblicato il suo primo album Horses (1975) con J. Cale dei Velvet Underground. La visionaria qualità poetica e il nudo rock elettrico ne hanno decretato il successo di critica, facendone la portavoce della generazione beat. Con i successivi Radio Ethiopia (1976), Easter (1978) e il singolo Because the night (1979, scritto per lei da B. Springsteen) si è imposta al grande pubblico. Ha successivamente pubblicato Dream of life (1988) e Gone again (1996), quest’ultimo dedicato al marito Fred Smith, chitarrista degli MC5 e all’amico R. Mapplethorpe, scomparsi nel 1994. Gli album Peace and noise (1997), Gung Ho (2000) e Trampin’ (2004) ne hanno confermato la capacità evocativa e il talento. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo romanzo Just kids, in cui racconta la storia della sua amicizia con Mapplethorpe; il libro le è valso il prestigioso U.S. National Book Award (2010). Ormai ampiamente riconosciuta anche come scrittrice, nel 2011 ha vinto il Polar Music Prize; l’anno successivo è tornata in sala d’incisione per Banga, e ha inoltre pubblicato i testi autobiografici Woolgathering (trad. it. I tessitori di sogni, 2013), M Train (2015; trad. it. 2016), Devotion (2017; trad. it. 2018) e Year of the Money (2020; trad. it. 2020). Nel 2017 il Palazzo del Governatore di Parma ha ospitato la mostra Higher learning, in cui sono state esposte 120 fotografie in bianco e nero scattate dalla cantante nel corso dei suoi viaggi.
Patti Smith-
Patricia Lee Smith (born December 30, 1946) is an American singer, songwriter, poet, painter, author, and photographer. Her 1975 debut album Horses made her an influential member of the New-York-City-based punk rock movement.[1] Smith has fused rock and poetry in her work. In 1978, her most widely known song, “Because the Night“, co-written with Bruce Springsteen, reached number 13 on the Billboard Hot 100 chart[1] and number five on the UK Singles Chart.
Smith was born on December 30, 1946, at Grant Hospital in the Lincoln Park section of Chicago,[6][7] to Beverly Smith, a jazz singer turned waitress, and Grant Smith, a Honeywellmachinist.[8] Her family is of partially Irish ancestry,[9] and Patti is the eldest of four children, with siblings Linda, Kimberly, and Todd.[10]
In 1969, Smith went to Paris with her sister, and started busking and doing performance art.[13] When Smith returned to Manhattan, she lived at the Hotel Chelsea with Robert Mapplethorpe. They frequented Max’s Kansas City on Park Avenue, and Smith provided the spoken word soundtrack for Sandy Daley’s art film Robert Having His Nipple Pierced, starring Mapplethorpe. The same year, Smith appeared with Jayne County in Jackie Curtis‘s play Femme Fatale. She also starred in Anthony Ingrassia‘s play Island. As a member of the Poetry Project, she spent the early 1970s painting, writing, and performing.
In 1969, Smith also performed in the one-act playCowboy Mouth,[16] which she co-wrote with Sam Shepard. The published play’s notes call for “a man who looks like a coyote and a woman who looks like a crow”. She wrote several poems about Shepard and her relationship with him, including “for sam shepard”[17] and “Sam Shepard: 9 Random Years (7 + 2)”, that were published in Angel City, Curse of the Starving Class & Other Plays (1976).
On February 10, 1971, Smith, accompanied by Lenny Kaye on electric guitar, opened for Gerard Malanga, which was her first public poetry performance.[18][19]
Smith was briefly considered as lead singer for Blue Öyster Cult. She contributed lyrics to several Blue Öyster Cult songs, including “Debbie Denise”, which was inspired by her poems “In Remembrance of Debbie Denise”, “Baby Ice Dog”, “Career of Evil”, “Fire of Unknown Origin“, “The Revenge of Vera Gemini”, on which she performs duet vocals, and “Shooting Shark”. At the time, she was romantically involved with Allen Lanier, Blue Öyster Cult’s keyboardist. During these years, Smith was also a rock music journalist, writing periodically for Rolling Stone and Creem.[18]
On October 15, 2006, Smith performed a 3½-hour tour de force show to close out CBGB, the famed New York City live music venue. Smith performing at Primavera Sound Festival in Haldern Pop in North Rhine-Westphalia, Germany, in August 2014 Smith performing in Berlin, in June 2022
In 1973, Smith teamed up again with musician and rock archivist Lenny Kaye, and later added Richard Sohl on piano. The trio developed into a full band with the addition of Ivan Král on guitar and bass and Jay Dee Daugherty on drums.[18] Kral was a refugee from Czechoslovakia who had moved to the US in 1966 with his parents, who were both diplomats. After the Soviet invasion of Czechoslovakia in August 1968, Kral decided not to return.[20]
Financed by Sam Wagstaff, the band recorded their first single, “Hey Joe/Piss Factory” in 1974. The A-side was a version of the rock standard with the addition of a spoken word piece about Patty Hearst, a fugitive heiress. The B-side describes the helpless alienation Smith felt while working on a factory assembly line and the salvation she dreams of achieving by escaping to New York City.[1] In a 1996 interview on artistic influences during her younger years, Smith said, “I had devoted so much of my girlish daydreams to Rimbaud. Rimbaud was like my boyfriend.”[21]
In March 1975, Smith’s group, the Patti Smith Group, began a two-month weekend set of shows at CBGB in New York City with the band Television. The Patti Smith Group was spotted by Clive Davis, who signed them to Arista Records.
Later that year, the Patti Smith Group recorded their debut album, Horses, produced by John Cale amid some tension.[18] The album fused punk rock and spoken poetry and begins with a cover of Van Morrison‘s “Gloria“, and Smith’s opening words: “Jesus died for somebody’s sins but not mine”, an excerpt from “Oath”, one of Smith’s early poems. The austere cover photograph by Mapplethorpe has become one of rock’s classic images.[22]
As punk rock grew in popularity, the Patti Smith Group toured the U.S. and Europe. The rawer sound of the group’s second album, Radio Ethiopia, reflected this. Considerably less accessible than Horses, Radio Ethiopia initially received poor reviews. However, several of its songs have stood the test of time, and Smith still performs them live.[23] She has said that Radio Ethiopia was influenced by the band MC5.[21]
On January 23, 1977, while touring in support of Radio Ethiopia, Smith accidentally danced off a high stage in Tampa, Florida, and fell 15-feet onto a concrete orchestra pit, breaking several cervical vertebrae.[24] The injury required a period of rest and physical therapy, during which she says she was able to reassess, reenergize, and reorganize her life.
The Patti Smith Group produced two further albums. Easter, released in 1978, was their most commercially successful record. It included the band’s top single “Because the Night“, co-written with Bruce Springsteen. Wave (1979) was less successful, although the songs “Frederick” and “Dancing Barefoot” received commercial airplay.[25]
Through most of the 1980s, Patti lived with her family in St. Clair Shores, Michigan, and was semi-retired from music. She ultimately moved back to New York City.
Michael Stipe of R.E.M. and Allen Ginsberg, whom she had known since her early years in New York City, urged her return to live music and touring. She toured briefly with Bob Dylan in December 1995, which is chronicled in a book of photographs by Stipe.[16]
In 1996, Smith worked with her long-time colleagues to record Gone Again, featuring “About a Boy”, a tribute to Kurt Cobain, the former lead singer of Nirvana who died by suicide in 1994.
On April 27, 2004, Smith released Trampin’, which included several songs about motherhood, partly in tribute to Smith’s mother, who died two years earlier. It was her first album on Columbia Records, which later became a sister label to her Arista Records, her previous label. Smith curated the Meltdown festival in London on June 25, 2005, in which she performed Horses live in its entirety for the first time.[29] This live performance was released later in 2004 as Horses/Horses.
On October 15, 2006, Smith performed a 3½-hour tour de force show to close out at CBGB, which was an immensely influential New York City live music venue for much of the late 20th and early 21st centuries. At the CBGB show, Smith took the stage at 9:30 p.m. (EDT) and closed her show a few minutes after 1:00 am. Her final song was “Elegie”, after which she read a list of punk rock musicians and advocates who had died in the previous years, representing the last public song and words performed at the iconic venue.[30]
On September 10, 2009, after a week of smaller events and exhibitions in Florence, Smith played an open-air concert at Piazza Santa Croce, commemorating her performance in the same city 30 years earlier.[31]
Smith’s 11th studio album, Banga, was released in June 2012. American Songwriter wrote that, “These songs aren’t as loud or frantic as those of her late 70s heyday, but they resonate just as boldly as she moans, chants, speaks and spits out lyrics with the grace and determination of Mohammad Ali in his prime. It’s not an easy listen—the vast majority of her music never has been—but if you’re a fan and/or prepared for the challenge, this is as potent, heady and uncompromising as she has ever gotten, and with Smith’s storied history as a musical maverick, that’s saying plenty.”[34]Metacritic awarded the album a score of 81, indicating “universal acclaim”.[35]
Also in 2012, Smith recorded a cover of Io come persona by Italian singer-songwriter Giorgio Gaber.[36][37]
In 2015, Smith wrote “Aqua Teen Dream” to commemorate the series finale of Aqua Teen Hunger Force. The vocal track was recorded in a hotel overlooking Lerici‘s Bay of Poets.[38] On September 26, 2015, Smith performed at the American Museum of Tort Law convocation ceremony.[39]
In 2016, Smith performed “People Have the Power” at Riverside Church in Manhattan to celebrate the 20th anniversary of Democracy Now, where she was joined by Michael Stipe. On December 10, 2016, Smith attended the Nobel Prize Award Ceremony in Stockholm on behalf of Bob Dylan, winner of the Nobel Prize in Literature, who could not be present due to prior commitments.
After the official presentation speech for the literary prize by Horace Engdahl, the perpetual secretary of the Swedish Academy, Smith sang the Dylan song “A Hard Rain’s a-Gonna Fall“.[41] She missung one verse, singing, “I saw the babe that was just bleedin’,” and was momentarily unable to continue.[42] After a brief apology, saying that she was nervous, she resumed the song and earned jubilant applause at its end.[43][44]
Patti Smith sulle biblioteche
Art and writings
In 1994, Smith began devoting time to what she terms “pure photography”, a method of capturing still objects without using a flash.[45]
From November 2006 to January 2007, an exhibition called ‘Sur les Traces’[46] at Trolley Gallery, London, featured polaroid prints taken by Smith and donated to Trolley to raise awareness and funds for the publication of Double Blind: Lebanon Conflict 2006, a book with photographs by Paolo Pellegrin, a member of Magnum Photos. She also participated in the DVD commentary for Aqua Teen Hunger Force Colon Movie Film for Theaters.
From March 28 to June 22, 2008, the Fondation Cartier pour l’Art Contemporain in Paris hosted a major exhibition of the visual artwork of Land 250, drawn from pieces created by Smith between 1967 and 2007.[47]
In 2010, Smith’s book Just Kids, a memoir of her time in Manhattan in the 1970s and her relationship with Robert Mapplethorpe, was published. The book won the National Book Award for Nonfiction later that year.[4][49] In 2018, a new edition of Just Kids, including additional photographs and illustrations, was published. Smith also headlined a benefit concert headed by bandmate Tony Shanahan, for Court Tavern in New Brunswick, New Jersey.[50] Smith’s set included “Gloria”, “Because the Night”, and “People Have the Power”.
In 2011, Smith announced the first museum exhibition of her photography in the U.S., Camera Solo. She named the project after a sign she saw in the abode of Pope Celestine V, which translates as “a room of one’s own”, and which Smith felt best described her solitary method of photography.[45] The exhibition featured artifacts that were everyday items or places of significance to artists Smith admires, including Rimbaud, Charles Baudelaire, John Keats, and William Blake. In February 2012, she was a guest at the Sanremo Music Festival.[51]
Also in 2011, Smith was working on a crime novel set in London. “I’ve been working on a detective story that starts at the St Giles in the Fields church in London for the last two years”, she told NME, adding that she “loved detective stories” and was a fan of British fictional detective Sherlock Holmes and U.S. crime author Mickey Spillane in her youth.[52][53]
In 2017, Smith appeared as herself in Song to Song opposite Rooney Mara and Ryan Gosling, directed by Terrence Malick.[55][56] She later made an appearance at the Detroit show of U2’s The Joshua Tree 2017 tour and performed “Mothers of the Disappeared” with the band.[57]
In 2019, Smith performed “People Have the Power” with Stewart Copeland and Choir! Choir! Choir! at Onassis Festival 2019: Democracy Is Coming. Later that year, she released her latest book, Year of the Monkey.[61] “A captivating, redemptive chronicle of a year in which Smith looked intently into the abyss”, stated Kirkus Reviews.[62]
One of the first musicians to reference Smith was Todd Rundgren. In the liner notes of his 1972 album Something/Anything?, Rundgren wrote that “Song of the Viking” was “written in the feverish grip of the dreaded ‘d’oyle carte,’ a chronic disease dating back to my youth. Dedicated to Miss Patti Lee Smith.” Seven years later, Rundgren produced the final Patti Smith Group album, Wave.[65]
Hole‘s “Violet“, released in 1994, features the lyrics, “And the sky was all violet / I want it again, but violent, more violent,” alluding to lyrics from Smith’s song “Kimberly”.[68] In 2010, Hole singer Courtney Love said that she considered Smith’s “Rock N Roll Nigger” the greatest rock song of all time,[69] and credited Smith as a major influence. Love received Smith’s album Horses in juvenile hall as a teenager, and “realized that you could do something that was completely subversive that didn’t involve violence [or] felonies. I stopped making trouble.”[70]
In 1998, Michael Stipe of R.E.M. published a collection of photos, titled Two Times Intro: On the Road with Patti Smith. Stipe sings backing vocals on Smith’s “Last Call” and “Glitter in Their Eyes”. Smith sang background vocals on R.E.M.‘s “E-Bow the Letter” and “Blue“.[71] A decade later, in 2008, Stipe say that Smith’s album Horses was one of his inspirations. “I decided then that I was going to start a band,” Stipe said about the impact of listening to Horses.[72]
In 2004, Shirley Manson of Garbage spoke of Smith’s influence on her in Rolling Stone‘s issue “The Immortals: 100 Greatest Artists of All Time”, in which Smith was ranked 47th.[74]The Smiths members Morrissey and Johnny Marr share an appreciation for Smith’s Horses, and revealed that their song “The Hand That Rocks the Cradle” is a reworking of one of the album’s tracks, “Kimberly”.[75] In 2004, Sonic Youth released an album called Hidros 3 (to Patti Smith).[76]
In 2005, U2 cited Smith as an influence.[77] The same year, Scottish singer-songwriter KT Tunstall released “Suddenly I See“, a single, as a tribute of sorts to Smith.[78] Canadian actor Elliot Page frequently mentions Smith as one of his idols and has done various photo shoots replicating famous Smith photos, and Irish actress Maria Doyle Kennedy often refers to Smith as a major influence.[79]
“She was the epitome of a literate, intelligent woman taking charge and being respected by her peers,” observed Maria McKee in 2005.[80]
In 2012, Madonna named Smith as one of her biggest influences.[81]
In 2012, Smith was awarded an honorary doctorate in fine arts from Pratt Institute in Brooklyn.[82] Following conferral of her degree, Smith delivered the commencement address[83] and played two songs along with long-time band member Lenny Kaye. In her Pratt Institute commencement address, Smith said that when she moved to New York City in 1967, she would never have been accepted into Pratt but most of her friends, including Mapplethorpe, were students at Pratt, and she spent countless hours on the Pratt campus. She added that it was through her friends and Pratt professors that she learned many of her own artistic skills.[84]
In 2018, the English band Florence and the Machine dedicated the High as Hope album song “Patricia” to Smith. The lyrics reference Smith as Florence Welch‘s “North Star”.[85] Canadian country musician Orville Peck cited Smith as having had a big impact on him, stating that Smith’s album Horses introduced him to a new and different way to make music.[86] Poetic singer songwriter Joustene Lorenz also cites Patti Smith as a ‘powerful influence’ on her life and music.[87]
In November 2020, Smith was set to receive the International Humanities Prize from Washington University in St. Louis in November 2020; however, the ceremony was canceled due to the COVID-19 pandemic.[88] In 2022, she was awarded an Honorary Doctor of Humane Letters from Columbia University.[89] Also in 2022, Smith was named an Officer of the French Legion of Honor (Officier de l’Ordre national de la Légion d’honneur). The award was presented to her at the “Night of Ideas” cultural celebration in Brooklyn, by the French ambassador to the United States, Philippe Étienne.[90]
I wrote both these songs directly in response to events that I felt outraged about. These are injustices against children and the young men and women who are being incarcerated. I’m an American, I pay taxes in my name and they are giving millions and millions of dollars to a country such as Israel and cluster bombs and defense technology and those bombs were dropped on common citizens in Qana. It’s terrible. It’s a human rights violation.
In a 2009 interview, Smith stated that Kurnaz’s family had contacted her and that she wrote a short preface for the book that he was writing,[100] which was released in March 2008.[101]
In March 2003, ten days after the murder of Rachel Corrie, Smith appeared in Austin, Texas and performed an anti-war concert, and subsequently wrote “Peaceable Kingdom”, a song inspired by and dedicated to Corrie.[102] In 2009, in her Meltdown concert in Festival Hall, she paid homage to the Iranians taking part in post-election protests by saying “Where is My Vote?” in a version of the song “People Have the Power”.[103]
In 2015, Smith appeared with Nader, spoke and performed the songs “Wing” and “People Have the Power” during the American Museum of Tort Law convocation ceremony in Winsted, Connecticut.[104] In 2016, Smith spoke, read poetry, and performed several songs along with her daughter Jesse at Nader’s Breaking Through Power conference at DAR Constitution Hall in Washington, D.C.[105]
In 2020, Smith contributed signed first-edition copies of her books to the Passages bookshop in Portland, Oregon after the store’s valuable first-edition and other books by various authors were stolen in a burglary.[111] Smith regards climate change as the predominant issue of our time, and performed at the opening of COP26 in 2021.[112]
On February 24, 2022, Smith performed at The Capitol Theatre (Port Chester, New York) for the first time,[114] saying, “I would be lying if I said I wasn’t affected by what is happening in the world” referencing the Russian invasion of Ukraine earlier that day. “Peace as we know it is over in Europe”, she said.[115] “This is what I heard in my sleep and goes through my head all day all night long like a tragic hit song. A raw translation of the Ukrainian anthem that the people are singing through defiant tears”, she wrote on Instagram on March 6, 2022.[116]
Beliefs
Religion
Smith was raised a Jehovah’s Witness and had a strong religious upbringing and a Biblical education. She says she left organized religion as a teenager because she found it too confining. This experience inspired her lyrics, “Jesus died for somebody’s sins, but not mine”, which appear on her cover version of “Gloria” by Them.[117] She has described having an avid interest in Tibetan Buddhism around the age of 11 or 12, saying “I fell in love with Tibet because their essential mission was to keep a continual stream of prayer,” but that as an adult she sees clear parallels between different forms of religion and has concluded that religious dogmas are “…man-made laws that you can either decide to abide by or not.”[21]
In 2014, she was invited by Pope Francis to play at Vatican Christmas concert.[118] “It’s a Christmas concert for the people, and it’s being televised. I like Pope Francis and I’m happy to sing for him. Anyone who would confine me to a line from 20 years ago is a fool! I had a strong religious upbringing, and the first word on my first LP is Jesus. I did a lot of thinking. I’m not against Jesus, but I was 20 and I wanted to make my own mistakes and I didn’t want anyone dying for me. I stand behind that 20-year-old girl, but I have evolved. I’ll sing to my enemy! I don’t like being pinned down and I’ll do what the fuck I want, especially at my age…oh, I hope there’s no small children here!” she said.[119]
In 2021, she performed at the Vatican again, telling Democracy Now! that she studied Francis of Assisi when Pope Benedict XVI was still the pope. Smith called Francis of Assisi “truly the environmentalist saint” and said that despite not being a Catholic, she had hoped for a pope named Francis.[120]
Feminism
According to biographer Nick Johnstone, Smith has often been “revered” as a “feminist icon”,[121] including by The Guardian journalist Simon Hattenstone in a 2013 profile on the musician.[122]
In 2014, Smith offered her opinion on the sexualization of women in music. “Pop music has always been about the mainstream and what appeals to the public. I don’t feel it’s my place to judge.” Smith historically and presently declines to embrace feminism, saying, “I have a son and a daughter, people always talk to me about feminism and women’s rights, but I have a son too—I believe in human rights.”[123]
In 2015, writer Anwen Crawford observed that Smith’s “attitude to genius seems pre-feminist, if not anti-feminist; there is no democratizing, deconstructing impulse in her work. True artists, for Smith, are remote, solitary figures of excellence, wholly dedicated to their art.”[124]
In 2024, Smith, along with Yoko Ono and Sandra Bloodworth, was awarded the Municipal Art Society of New York’s highest honor, the Jaqueline Kennedy Onassis Medal. The Medal is awarded annually to individuals who, through vision, leadership, and philanthropy, have made a lasting contribution to New York City.[129]
In 1967, 20-year-old Smith left Glassboro State College (now Rowan University) and moved to Manhattan, where she began working at Scribner’s bookstore with friend and poet Janet Hamill. On April 26, 1967, at age 20, Smith gave birth to her first child, a daughter, and placed her for adoption.[15]
While working at the bookstore she met photographer Robert Mapplethorpe, with whom she began an intense romantic relationship, which was tumultuous as the pair struggled with poverty and Mapplethorpe’s sexuality. Smith used Mapplethorpe’s photographs of her as covers for her albums, and she wrote essays for several of his books, including his posthumous Flowers, at his request.[130] The two remained friends until Mapplethorpe’s death in 1989.[131]
Smith considers Mapplethorpe to be among the most influential and important people in her life. She calls him “the artist of my life” in her book Just Kids, which tells the story of their relationship. Her book and album The Coral Sea is an homage to Mapplethorpe.
In 1979, at approximately age 32, Smith separated from her long-time partner Allen Lanier and met Fred “Sonic” Smith, the former guitar player for Michigan-based rock band MC5 and Sonic’s Rendezvous Band. Like Patti, Fred adored poetry. “Dancing Barefoot”, which was inspired by Jeanne Hébuterne and her tragic love for Amedeo Modigliani, and “Frederick” were both dedicated to him.[132] A running joke at the time was that she married Fred only because she would not have to change her name.[133] They had a son, Jackson (b. 1982), who went on to marry Meg White, drummer for The White Stripes, from 2009 to 2013,[134] and a daughter, Jesse Paris (b. 1987), who is a musician and composer.[135]
Fred Smith died of a heart attack on November 4, 1994. Shortly afterward, Patti faced the unexpected death of her brother Todd.[13]
Da: Invocazione all’Orsa Maggiore, trad. di Luigi Reitani. SE, Milano 1994
Ingeborg Bachmann, Poetessa austriaca
Breve biografia di Ingeborg Bachmann-Poetessa austriaca (Klagenfurt 1926 – Roma 1973). Ottenne il primo riconoscimento col premio conferitole dal “Gruppo 47” per le poesie riunite in Die gestundete Zeit (1953), nelle quali i motivi ideologici della sua formazione intellettuale (Heidegger, Wittgenstein) s’incontrarono con il tema della generazione venuta dopo gli orrori della guerra nella dimensione d’un linguaggio spesso tormentato e astruso, ma sempre autentico. Nella successiva raccolta, Anrufung des grossen Bären (1956), i nodi espressivi tendono a sciogliersi in un dettato più lucido (vi compare spesso, al posto del metro libero, la strofa rimata), pur senza perdere di profondità. Di singolare interesse (a parte alcuni testi minori, fra i quali ricorderemo i radiodrammi Die Zikaden, 1955 e Der gute Gott von Manhattan, 1958, in forma di ballata) sono altresì i volumi di racconti Das dreissigste Jahr (1961) e Simultan (1972) e il romanzo Malina (1971): pagine narrative caratterizzate da una intensa vibrazione poetica, anche se quasi sempre lontane dai moduli della “prosa lirica
Proponiamo quattro poesie inedite di Giuseppe Carlo Airaghi, che ha pubblicato di recente le raccolte I quaderni dell’aspettativa (2019) e Quello che restava da dire (2020).-Fonte –Blog Pane e Scorpioni-
L’ultimo scompartimento
“Quante stazioni dovremo passare
per ritornare di nuovo alla luce?”
chiede la signora che stringe la borsa
e la vita al grembo serrato
mentre dispensa sorrisi senza obiettivi,
sospesi a mezz’aria.
Viaggiamo tra palazzi periferici
che ci voltano coscienti le spalle
prima di venire inghiottiti dal buio ipogeo
tra le stazioni di Lancetti e porta Vittoria.
“La luce ci riaccoglierà
poco prima di giungere a destinazione”
vorrei rispondere
ma taccio nella consapevolezza
della soggettività di ogni mia risposta.
L’ultimo scompartimento del treno
è luogo riservato agli ultimi,
ai viaggiatori con biciclette moleste al seguito,
alle ombre senza biglietto da esibire,
rintanate nei cessi ad evitare il controllore
o tesi nel corpo in allerta a scrutare,
lungo il corridoio immisurabile,
l’arrivo della divisa che pretenderà
un compenso che non possono permettersi,
in bilico tra la sopravvivenza,
la rivolta
e la normalità anormale
di uomini dal destino segnato
e uomini senza neppure un destino
a cui affidare il peso del corpo nel viaggio.
C’è chi, guadagnato un precario posto nel mondo,
custodisce nella tasca la legittimità
di un biglietto obliterato
seduto sui sedili di chi non teme
il giudizio del controllore
e chi fugge la voce che pretende un biglietto
in una lingua non conosciuta
ma riconosciuta come lingua di una legge divina.
Io non so più quale sia
la giusta forma di comportamento,
vorrei scendere a ogni fermata non mia
(magari a Porta Garibaldi dalle tante alternative)
dimenticare il dovere della destinazione,
riscrivere una nuova storia da onorare.
Ma non lo faccio
per senso del dovere
mi limito a spiare fuori dal finestrino
le sagome e le ombre sotto i neon,
nel tempo sufficiente
a leggere un’ultima poesia
tra le stazioni di Forlanini e Segrate.
Chi resta si dia pace
Nelle viscere dell’ospedale vecchio di Garbagnate
spingiamo il letto medicale
verso il magazzino dell’economato.
Restituiamo il letto in comodato
e il dolore che vi è giaciuto
e la morte ospitata senza invito,
subita nella resa, lucidamente attesa.
Tornati a casa nell’espressione di rito
riapriremo le imposte alla luce
che entrerà senza cerimonie
ne cordoglio, ne vergogna.
Ritorneremo a un amore privo di rimorso,
a fischiettare cucinando il sugo,
ad ascoltare canzoni sceme alla radio
ad alto volume da una stanza all’altra,
malgrado la foto con lo sfondo di cielo
sistemata sulla mensola alta in soggiorno,
quotidiano arredo
su cui poseremo e toglieremo la polvere
per il resto dei giorni a venire.
Sei ancora sveglia?
Sei ancora sveglia? domando.
Sono ormai le due del mattino.
I sogni arrivano in punta di piedi,
approdano al respiro del tuo seno bianco
dopo avere percorso le strade di campagna
che ricuciono i lembi dei campi arati,
i quartieri addormentati
nelle ore sillabate, una ad una,
dalle donne che condividono l’attesa
con la ruggine fiorita
sulla ruota abbandonata nel cortile.
Alla mia domanda rispondi
con un sorriso silenzioso
e quel silenzio mostra
la bellezza capace
di far vacillare il mondo,
il mio buon senso,
i fogli bianchi
che dovrei stracciare
come si stracciano i sogni interrotti.
La finestra
Dalla parte in silenzio della strada
osservo la casa
(qualcuno direbbe la spio),
la finestra ancora illuminata,
il pudore tenue di una tenda bianca.
Dietro il vetro
ci sono io,
una mano a scostare la tenda.
Guardo fuori
l’uomo che dalla strada mi osserva
(qualcuno direbbe mi spia)
e forse mi somiglia.
Trattengo a stento un cenno di saluto
per timore di essere frainteso.
Giuseppe Carlo Airaghi
Giuseppe Carlo Airaghi è nato a Legnano nel 1966 e vive attualmente a Lainate, sempre in provincia di Milano.
Come racconta lui stesso, in passato è stato geometra, animatore di villaggi turistici, venditore di prodotti siderurgici e cantante di una band rock-blues. Sognava una carriera da ballerino ma la sua completa mancanza di coordinazione si è rivelata un ostacolo insormontabile. Attualmente lavora presso un’azienda di servizi, “cassa integrazione Covid-19 permettendo”.
Ha una moglie paziente e due figli recentemente usciti incolumi dall’adolescenza.
Sul comodino si ostina ad accumulare libri, che tenta di leggere contemporaneamente senza mai riuscire a terminarne uno.
Per una bibliografia dettagliata e le indicazioni per acquistare i suoi libri, consultate il profilo dell’autore.
Il sentiero dei nidi di ragnoè il primo romanzo di Italo Calvino. Pubblicato nel 1947 da Einaudi, è ambientato in Liguria all’epoca della seconda guerra mondiale e della Resistenza partigiana. Nonostante una certa propensione per la dimensione fantastica, determinata dal fatto che gli eventi vengono narrati attraverso il punto di vista di un bambino, può ascriversi, assieme alla raccolta Ultimo viene il corvo (1949), alla corrente neorealista.
ITALO CALVINO
Trama
Italia, periodo della Resistenza, dopo l’8 settembre 1943. In una cittadina ligure della Riviera di Ponente, Sanremo, tra valli, boschi e luoghi impervi dove la lotta partigiana è più forte, Pin è un bambino ligure di circa dieci anni, orfano di madre e con il padre marinaio irreperibile, abbandonato a se stesso e in perenne ricerca di amicizie tra gli adulti del vicolo dove vive, e dell’osteria che frequenta dove viene preso in giro da tutti: Pin è canzonato a causa delle relazioni sessuali che la sorella prostituta ,che si intrattiene coi militari tedeschi; provocato dagli adulti a provare la sua fedeltà, Pin sottrae a Frick, un marinaio tedesco amante della donna, la pistola di servizio, una P38, e la sotterra in campagna, nel luogo, sconosciuto a tutti, in cui è solito rifugiarsi, dove i ragni fanno il nido. Il furto sarà poi causa del suo arresto e dell’internamento in prigione. Qui entra a contatto con la durezza della vita di carcerato e con la violenza perpetrata da uomini su altri uomini. In prigione incontra Pietromagro, il ciabattino di cui era garzone, ma specialmente Lupo Rosso, un giovane e coraggioso partigiano, che in prigione subiva interrogatori e violenze da parte dei fascisti. Lupo Rosso aiuta Pin ad evadere dal carcere, ma una volta fuori, per cause indipendenti dalla sua volontà abbandona Pin a se stesso, a girovagare nel bosco da solo, finché non incontra Cugino, un partigiano solitario alto, grosso e dall’aria mite. Questi lo condurrà sulle montagne, al gruppo segreto di militanti partigiani a cui appartiene, il distaccamento del Dritto. Qui Pin entra in contatto con una folta casistica umana di antifascisti, dalla dubbia eroicità e caratterizzati dai più comuni difetti umani: Dritto il comandante, Pelle, Carabiniere, Mancino il cuciniere, Giglia la moglie di Mancino, Zena il lungo detto Berretta-di-Legno o Labbra di Bue e così si sistema presso di loro.
Una sera Dritto appicca inavvertitamente il fuoco all’accampamento perché avvinto in un gioco di sguardi con Giglia, la moglie di Mancino; questa sua imprudenza costringe i compagni partigiani a fuggire e ad insediarsi in un vecchio casolare dal tetto sfondato. Un litigio col capo brigata irrita Pelle a tal punto da spingerlo al tradimento dei suoi compagni: parte per il villaggio e rivela ai tedeschi l’insediamento partigiano. In seguito la Resistenza provvederà a freddarlo in un gap. Il giorno seguente i comandanti partigiani, Kim e Ferriera, fanno sopralluogo nel distaccamento del Dritto e gli impartiscono le istruzioni per l’imminente battaglia. Al momento di partire però il Dritto, ormai ridotto all’ombra di se stesso, si rifiuta di scendere in battaglia e decide di restare con Giglia. Con loro resterà solo Pin che sin dall’incendio aveva compreso l’interesse dei due e li sorprenderà, una volta partiti tutti, a consumare il loro sesso adulterino. Il Dritto d’altronde sa di aver segnato il suo destino.
La battaglia si risolve con una ritirata strategica. Il bilancio è di un solo morto e di un ferito. Poiché l’accampamento non è più sicuro come prima, i partigiani si mettono in cammino e raggiungono la postazione di altre brigate partigiane. Presto la discussione si accende quando Pin comincia a rivelare la tresca amorosa tra il Dritto e la Giglia scoperta il mattino: il Dritto tenta allora di zittire il bambino, malmenandolo, tanto che Pin gli morde la mano. Con quel gesto rabbioso esce dal casolare e scappa via di corsa. Incontra di tanto in tanto dei tedeschi e dopo alcuni giorni di marcia, arriva al suo paesino o almeno quello che ne resta dopo il rastrellamento dei nazisti. Ancora una volta si rifugia nel suo luogo segreto, ma vi trova tutta la terra rimossa e la pistola scomparsa: è quasi sicuro che sia stato Pelle.
Sconvolto, si reca dalla sorella, ormai in combutta con i tedeschi ma suo unico contatto con il mondo, la quale è molto sorpresa di vederlo. Mentre conversa, viene a sapere che lei possiede una pistola datale da un giovane delle brigate nere, sempre raffreddato. Pin capisce che si tratta di Pelle e che la pistola è proprio la P38 che lui aveva sottratto al tedesco e che aveva sotterrato al sentiero dei nidi di ragno. Se la riprende con rabbia e, gridando contro la sorella, va via di casa. Si sente ancora più solo, fugge verso il sentiero dei nidi di ragno, dove incontra nuovamente Cugino. Durante la conversazione che intrattengono, Pin si rende conto che proprio Cugino è l’unico vero amico, un adulto che si interessa persino ai nidi di ragno scoperti da Pin. Ma Cugino dice a Pin che vorrebbe andare con una donna, dopo tanti mesi passati in montagna. Pin rimane male, proprio Cugino che era sempre stato così ferocemente critico verso le donne. Anche lui, pensa Pin, è come tutti gli altri adulti. Parlano della sorella prostituta, Cugino è interessato e si fa indicare la sua abitazione. Si allontana lasciando a Pin il suo mitra e portandosi dietro proprio la pistola del bambino, dicendo che aveva paura di incontrare dei tedeschi. Dopo pochi minuti Pin sente degli spari venire dalla città vecchia. Ma ecco, invece, che ricompare Cugino: troppo presto rispetto a quello che aveva detto di voler fare con la prostituta. Il bambino è felice: Cugino gli dice che ci ha ripensato, che non ha voglia di andare con una donna, che le donne gli fanno schifo. È probabile che abbia provveduto ad uccidere la sorella di Pin perché complice delle truppe tedesche, ma questo fatto rimane incerto, non detto, e Pin non collega gli spari sentiti alla rapidità del ritorno di Cugino. Nessuna consapevolezza o sospetto c’è da parte di Pin: è felice di aver ritrovato una figura di adulto che lo protegga e lo capisca. I due si tengono per mano e si allontanano, di notte, in mezzo alle lucciole.
ITALO CALVINO
Luoghi
Il romanzo è ambientato nei comuni montuosi dell’Estremo Ponente ligure, specie la parte collinare di Sanremo – città natale della famiglia dell’autore – dove esiste ancora oggi, nel centro storico detto “la Pigna”, un viottolo chiamato “Carruggio Lungo”, vicolo stretto ma carrabile: stradicciola tipica dei centri storici liguri, massime quello ben noto della città di Genova. Le azioni narrate sono proprio quelle, brulicanti di tedeschi, prima come alleati dell’Italia poi come nemici inferociti dall’armistizio di Cassibile (8 settembre ’43), dove si svolsero sanguinosissimi combattimenti tra partigiani e nazifascisti.
Qui si svolge la prima parte del libro, in cui Pin si trova ancora dalla sorella: la locanda degli adulti del vicolo, la casa di Pin, il luogo in cui lavora e le abitazioni di tutti gli altri personaggi del romanzo. Alla carcerazione del protagonista, la scena si sposta fuori dal “Carruggio Lungo”, così dalla prigione, fino al distaccamento del Dritto, insediato tra i boschi delle montagne liguri; tra i luoghi citati in questa parte c’è lo storico Passo della Mezzaluna[2]. Se il paese natale di Pin è sinonimo di consuetudine all’esclusione, ma punto di riferimento per il piccolo, il bosco e il distaccamento partigiano significherà disorientamento e precarietà. Esiste un ulteriore luogo, di decisiva rilevanza all’interno della trama, ovvero il sentiero dei nidi di ragno, uno spazio quasi surreale, dove la natura è complice di Pin, custode e sicura. Per il protagonista rappresenta l’Arcadia, l’ambiente quasi idilliaco e immaginifico dove Pin esprime unico la sua puerilità. Essendo questo posto anche conosciuto dal solo Pin, lo spinge ad escludere chiunque dal godimento di tal luogo, se non all’amico vero che lui per tutto il romanzo cerca velatamente.
Lessico e stile
Questo primo libro di Italo Calvino, scritto subito dopo la fine della guerra, è molto scorrevole, i dialoghi, scritti con un linguaggio quotidiano spesso scurrile, si alternano a descrizioni minuziose dell’animo dei personaggi principali (come quello di Lupo Rosso, o come il ritratto di Kim nel IX capitolo, infatti questo capitolo si distacca dal tono degli altri perché attraverso Kim il narratore può esprimere i suoi giudizi) e dei luoghi dove si svolgono le azioni di guerra.
Il narratore del libro è esterno e il libro è narrato in terza persona. Calvino sceglie di raccontare e descrivere i fatti e le paure di una guerra visti dal “basso”, da chi non può nulla nei conflitti eppure è costretto a farvi parte: l’ottica è quella di un bambino. Dietro lo sguardo un po’ spaesato di Pin c’è la vicenda biografica di Italo Calvino che, giovane universitario di estrazione borghese, lascia gli studi ed entra nella Resistenza, in clandestinità vive a contatto di operai, gente semplice, condividendo la vita partigiana ma facendo parte inesorabilmente di un altro mondo.
Nel testo sono riportati alcuni termini militari e partigiani che affascinano il protagonista come del resto tutto il mondo dei grandi, ad esempio gap che indica un’organizzazione partigiana, come un’altra parola “misteriosa” sim. Alcune parole di uso tipicamente militare sono sten e P38, che sono rispettivamente la pistola mitragliatrice di fabbricazione Inglese in uso durante la Seconda guerra mondiale e la pistola semiautomatica di fabbricazione tedesca in dotazione all’esercito nazista.
È frequente l’uso di figure retoriche da parte di Italo Calvino, come le similitudini per rendere il testo di più facile comprensione al lettore (es.con ansia un po’ voluta: a toccare la fondina ha un senso di commozione dolce, come da piccolo a un giocattolo sotto il guanciale.). I termini usati sono facili e non si presentano quasi arcaismi, solo qualche termine come “chetare” invece che calmare, oggi più usato.
Frequenti sono i riferimenti lessicali al dialetto, riconoscibili sulla bocca di alcuni personaggi, in altre opere più mature quest’esigenza di una lingua viva troverà sbocco nella vivacità di una lingua italiana nutrita di linfa anche dialettale e popolare. Il tempo della narrazione è il presente. Questa scelta stilistica dà al testo un ritmo veloce, rendendo il testo moderno e “nervoso”.
Tutto il racconto sottende una dimensione fiabesca, come notò per primo Cesare Pavese,[3] anticipando uno dei grandi temi della riflessione e della successiva produzione di Italo Calvino.
ITALO CALVINO
Personaggi
Pin
È il protagonista del racconto. È un bambino di bassa estrazione sociale, spesso maleducato, ribelle, pagliaccio e menefreghista. I suoi genitori sono scomparsi quando lui era ancora piccolo. Fin da allora ha cercato spazio nel mondo dei grandi pur non comprendendo il loro strano modo di ragionare, infatti durante la giornata cerca clienti per sua sorella, una prostituta conosciuta in tutto il paese come la Nera di Carrugio Lungo. Non gioca con i suoi coetanei, ma al contrario ha sempre cercato la stima degli adulti, che cercava di far ridere cantando canzoni su cose volgari e da grandi, per le quali manca di consapevolezza (come il sesso, la guerra e la prigione).
Nonostante la sua tenera età, Pin ha vissuto esperienze da adulto: lavorava in una bottega come calzolaio per il padrone Pietromagro e faceva “pubblicità” alla sorella, ma questo non ha cambiato il suo modo di ragionare e di sognare, tipico di un bambino, tanto che non riesce a distinguere il bene dal male a causa della superficialità con cui supera le difficoltà. Frequenta un’osteria dove si ritrovano gli adulti che con lui parlano molto, ma lo usano per calmare i momenti di tensione con le filastrocche cantate o per scopi personali, come quando gli ordinano di prendere una pistola.
Pin non ripone fiducia in quelle persone così diverse da lui, infatti non rivela a nessuno di loro il suo posto magico e segreto, il sentiero dove fanno il nido i ragni. È un personaggio sospeso tra il mondo dei grandi, nel quale cerca di entrare, e il mondo al quale appartiene, ma nel quale non ha mai voluto identificarsi. Pensa che nel mondo dei grandi lui possa trovare un grande amico sincero al quale confidare il suo segreto.
In questa strana ricerca Pin si fa più saggio, perché vive nuove esperienze con la guerra, ma le idee che si farà lo porteranno ad essere ancora più solo. Diventa crudele con la natura forse per sfogarsi, forse per vedere cosa provano gli uomini quando vogliono uccidere loro simili, così si chiede che cosa succederebbe a sparare ad una rana, infilza ragni, seppellisce freddamente il falchetto morto.
Alla fine del romanzo Pin rincontrerà Cugino e capirà di aver trovato un vero amico, a cui possa svelare dove si celano i nidi dei ragni.
ITALO CALVINO
Cugino
Il personaggio è descritto come di stazza imponente, un omone possente che assomiglia ad un orco, con baffi spioventi e rossicci, alto, curvo su sé stesso e vestito sempre con una mantellina e un berretto di lana. Il carattere si rivela però buono e caloroso. In seguito ai ripetuti tradimenti della moglie durante la sua missione di guerra, e una faccenda avvenuta con una sua amante poco prima, sviluppa una profonda avversione per le donne, che lo porterà a maturare la concezione che la causa delle tragedie accadute e della guerra siano proprio le donne.
Cugino fa la conoscenza di Pin dopo l’evasione dal carcere, proprio lui lo accompagna al distaccamento del Dritto, il gruppo dei partigiani di cui faceva parte, anche se solitamente preferisce agire da solo. Qui i due approfondiscono la loro conoscenza e Pin inizia a provare un sentimento di amicizia nei suoi confronti. Quest’uomo possente infatti nasconde in sé una dolcezza e una semplicità di sentimenti che lo portano ad essere un grande-piccolo, ma fermo negli ideali, proprio la persona che Pin il “bambino-vecchio”, stava cercando. Infatti Cugino pare non voler fare parte del mondo dei grandi con donne e guerra ma sembra interessato a discorsi infantili, ma in qualche modo ricchi di speranza, come quelli riguardanti i nidi di ragno.
Kim
È il dedicatario dell’opera, oltre ad essere il personaggio di spicco per un intero capitolo, in cui la storia principale resta per un po’ da parte. Il suo ritratto caratteriale rispecchia subito fedelmente la sua storia biografica: come studente universitario in medicina e futuro psichiatra, è un rigoroso e scrupoloso ricercatore di certezze. Da questa peculiarità nasce il discorso serio sulla ragione del furore dell’uomo. Sul rapporto tra storia e senso della storia. Nella trama il personaggio si dimostra profondamente convinto del suo importante ruolo di comandante delle truppe partigiane. Appare tardi sulla scena, infatti arriva la notte prima della battaglia e porta dentro la freddezza della guerra il bisogno di riflettere sulle motivazioni profonde che animano partigiani e repubblichini. Egli riconosce che entrambi gli schieramenti credono di essere nel giusto, ma che solo i partigiani lo sono. Sa che c’è bisogno di certezze, ma non può rinunciare alle domande, soprattutto a quelli più radicali.
Il personaggio di Kim (il nome di battaglia deriva dal Kim del romanzo di Rudyard Kipling) è ispirato al capo partigiano Ivar Oddone (che sarà un famoso medico del lavoro nel dopoguerra) conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza, e le sue argomentazioni nel suo discorso con Ferriera (che non lo capisce) e nel successivo monologo sono un sunto dei ragionamenti che Calvino e lui facevano fra loro, in quanto unici intellettuali in una brigata composta per lo più di operai e contadini.[4]
Alberto Asor Rosa riconosce in Kim Calvino stesso, che affida al suo alter ego l’unico momento di riflessione teorica presente nel romanzo.[5]
Ferriera
Egli entra in scena nel libro quando deve annunciare la battaglia insieme al commissario Kim. I due partigiani, come ci viene descritto nel capitolo IX, “sono di poche parole: Ferriera è tarchiato con la barbetta bionda e il cappello alpino, ha due grandi occhi chiari e freddi che alza sempre a mezzo guardando di sottecchi…”. Ferriera è un operaio nato in montagna e per questo il suo modo di fare è sempre schietto e limpido, a volte un po’ freddo come quello di tutti i montanari. È sempre disposto ad ascoltare tutti, ma dietro al suo sorriso di convenienza si nascondono le sue vere intenzioni e decisioni: come dovrà schierarsi la brigata, quando dovranno entrare in azione… Avendo sempre lavorato per anni in una fabbrica, è convinto che tutto debba muoversi con perfezione e regolarità, come in una macchina. Ecco perché la sua visione della guerra partigiana è perfetta come una macchina; è l’aspirazione rivoluzionaria cresciutagli nelle officine. A differenza del commissario Kim, il comandante Ferriera sostiene che nello squadrone del Dritto siano stati raggruppati gli uomini che valgono meno e per questo vorrebbe dividerlo. Durante la narrazione, il comandante ci spiega che non bisogna aspettarsi nulla dagli eserciti alleati, sostenendo l’idea che i partigiani da soli riusciranno a tener testa ai nemici. Dopo la scoperta del tradimento di Pelle e il dialogo avuto con il Dritto, Kim e Ferriera si allontanano, ma durante la camminata i due si confrontano. Secondo il comandante, l’idea di Kim era sbagliata, “È stata un’idea sbagliata la tua, di fare un distaccamento tutto di uomini poco fidati, con un comandante meno fidato ancora. Vedi quello che rendono. Se li dividevamo un po’ qua un po’ là in mezzo ai buoni era più facile che rigirassero dritti”. Ma Kim non è dello stesso parere. Secondo lui infatti, quel distaccamento era uno dei migliori, uno dei quali era più contento. Questa opinione suscita in Ferriera una reazione scontrosa. Emerge particolarmente in questo passaggio la diversa formazione educativa dei due personaggi: da una parte abbiamo Kim, studioso e logico; dall’altro Ferriera particolarmente pragmatico. “Non è un laboratorio d’esperimenti” afferma Ferriera, “capisco che avrai le tue soddisfazioni scientifiche a controllare le reazioni di questi uomini, tutti in ordine come li hai voluti mettere, proletario da una parte, contadini dall’altra (…). Il lavoro politico che dovresti fare, mi sembra, sarebbe di metterli tutti mischiati e dare coscienza di classe a chi non l’ha e raggiungere questa benedetta unità… senza contare il rendimento militare poi.” Kim si trova in difficoltà di fronte ai discorsi di Ferriera, ma in un secondo momento afferma che tutti gli uomini combattono nello stesso modo, ognuno con il proprio furore. Nell’analizzare le situazioni Kim è terribilmente chiaro e dialettico, nel parlare schietto e diretto “c’è da farsi venire le vertigini”! Al contrario il suo comandante vede le cose molto più chiaramente.
Il personaggio di Ferriera è ispirato al partigiano Giuseppe Vittorio Guglielmo conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza[6]
Lupo Rosso
È un sedicenne grande e grosso, con la faccia livida e i capelli rasi sotto un cappello a visiera alla russa. Ha scelto il suo nome durante un discorso con il commissario politico della Brigata. Dice di volersi chiamare come un animale forte (precedentemente era noto come Ghepeù fra gli operai suoi colleghi di lavoro, a causa delle sue continue citazioni di Lenin e della sua ammirazione per l’Unione sovietica, ma il nome non è stato considerato adatto), quindi il commissario gli ha suggerito di chiamarsi Lupo. Lupo Rosso sostiene che Lupo è un animale considerato fascista quindi aggiungono la parola rosso al fine di dare al suo nome di battaglia una sfumatura comunista. Dichiaratamente leninista e dal carattere impetuoso e deciso, è un grande appassionato di armi da fuoco, con cui ha preso particolare confidenza lavorando come meccanico alla Organizzazione Todt. Fa conoscenza con Pin in carcere, avvicinando per la prima volta il bambino alla Resistenza. È tisico, sputa spesso sangue in seguito alle percosse ricevute con frequenza disumana dalle squadracce. Da qui alcuni disturbi legati all’alimentazione, in quanto afferma che non può mangiare e dà a Pin la sua porzione di minestra. Possiede molta fama fra i partigiani e sono tanti a stimarlo per le sue azioni di guerra. Scappa dalla prigione con Pin per vedere con lui il posto magico del bambino e prendere la pistola P.38, ma durante il tragitto si perdono e si separano, a causa dei tedeschi. L’abbandono per Pin significa una dura delusione, Pin infatti vede Lupo Rosso come uno dei pochi esempi di coerenza e di fermezza, uno dei pochi disinteressati alle donne. Pin lo rivede poco tempo dopo, durante un incontro del distaccamento del Dritto con quello del Biondo, del quale Lupo Rosso fa parte. Successivamente Lupo Rosso partecipa all’azione punitiva contro i fascisti e contro Pelle, il partigiano traditore, e recupera molte delle armi collezionate da quest’ultimo.
Il personaggio di Lupo Rosso è ispirato al partigiano Sergio Grignolio (nome di battaglia Ghepeù), conosciuto da Calvino durante il suo impegno nella Resistenza.[6]
Il Dritto
È il comandante del gruppo partigiano a cui appartiene Cugino. Per tutta la durata del libro rimane un comandante forte, che sa guidare i suoi uomini in battaglia e sa farsi rispettare da loro, fino a quando per via dell’amore che prova per la Giglia, la moglie di Mancino, si distrae e lascia bruciare il capanno in cui risiedeva tutta la brigata. Quel gesto di incapacità attira i tedeschi nel luogo in cui erano nascoste tutte le brigate e lo porterà ad essere fucilato alla fine del libro. Il commissario Kim gli fa capire che se andrà in battaglia in prima linea contro i tedeschi potrà riscattarsi e salvarsi, ma lui non va per stare con Giglia (mentre tutti gli altri sono in combattimento), e alla fine – poco dopo la fuga di Pin – viene così arrestato da due partigiani mandati dal comando, per essere fucilato per insubordinazione, mentre il distaccamento verrà sciolto e gli uomini divisi in altri gruppi.
Pelle
Pelle è poco più di un ragazzo, sempre raffreddato e molto irascibile. Infatti, durante una lite col Dritto, si infuria al tal punto da tradire i partigiani. Pelle si occupa di procurare l’armamento ai partigiani (rubandolo) e per esso nutre una vera passione. Dopo una scommessa fatta con Pin, va in cerca della P38 che il ragazzino aveva nascosto nel sentiero dei nidi di ragno, la trova e la lascia in regalo alla sorella di Pin, perché resti in famiglia. Verso la fine del romanzo Lupo Rosso racconta la fucilazione di Pelle e la confisca di tutte le sue armi, tra cui, per l’appunto, si trova un’immensa varietà di fucili e pistole, ma non una P38.
ITALO CALVINO
Altri personaggi
Miscel il Francese, Gian l’Autista, Giraffa: uomini che si ritrovano con Pin all’osteria; finiranno a combattere chi con le brigate nere, chi con i partigiani.
Rina detta la Nera di Carrugio Lungo: sorella di Pin, prostituta che frequenta tedeschi e fascisti
Frick: marinaio tedesco, amante della sorella di Pin, a cui il ragazzino ruba la pistola; viene descritto come non molto sveglio e nostalgico della sua famiglia ad Amburgo
Mancino: cuoco del distaccamento del Dritto, comunista convinto e considerato estremista anche da Lupo Rosso, anche se evita spesso di andare in battaglia con varie scuse; ha un falchetto chiamato Babeuf, ma poi lo uccide su insistenza degli altri perché starnazzando attira i nazisti all’accampamento
Giglia: moglie di Mancino, amante del Dritto
Zena il Lungo detto Berretta-di-legno: partigiano genovese, non è comunista anche se sta con i garibaldini
Carabiniere: un carabiniere che ha disertato per combattere i fascisti
Duca, Conte, Marchese, Barone: quattro cognati calabresi
Pietromagro: ciabattino e piccolo truffatore, padrone della bottega dove lavora Pin
La Prefazione del 1964
Nel giugno del 1964 l’editore Einaudi propone una nuova edizione del “Il sentiero dei nidi di ragno”, riveduta e corretta, a cui Calvino scrive una lunga prefazione. La Prefazione o Presentazione diverrà subito un testo fondamentale, in cui Calvino esprime delle riflessioni sulla propria opera.[7] Calvino descrive le ragioni che l’hanno portato a scrivere il libro e parla della responsabilità che ha avvertito, come testimone e protagonista della Resistenza, a perpetuarne la memoria.[8] Avvertendo il tema come troppo impegnativo e solenne, decide di affrontarlo di scorcio, trattandolo cogli occhi di un bambino[3] e per andar contro la «rispettabilità ben pensante», sceglie non di rappresentare i migliori partigiani, ma i peggiori possibili. Ciononostante – dice – loro sono stati uomini migliori di coloro che sono rimasti al sicuro nelle città e nelle campagne, perché spinti da un’elementare voglia di riscatto sono diventati forze storiche attive.[3] Questa idea è riportata nel romanzo per bocca di Kim, il commissario politico.
Tuttavia esprime un senso di delusione: il suo libro, a suo dire, non è riuscito a rappresentare la Resistenza in modo pieno, cosa riuscita soltanto a Beppe Fenoglio in Una questione privata, capace di serbare per tanti anni limpidamente la memoria fedele e a rappresentarne i valori.[3] Scrivere Il Sentiero dei nidi di ragno conclude ha bruciato la sua memoria, ha cancellato i ricordi di
«quell’esperienza che custodita per gli anni della vita […] sarebbe forse servita a scrivere l’ultimo libro, e non […] è bastata che a scrivere il primo»
(Italo Calvino, 1964.)
Premi e riconoscimenti
Nel 1947 il libro presentato al Premio Mondadori viene scartato. Lo stesso anno vince la prima edizione del Premio Riccione.
Influenza culturale
Il contenuto del libro è stato ripreso nel 2005 dai Modena City Ramblers nella canzone Il Sentiero contenuta nell’album Appunti Partigiani.[9]
Edizioni
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana I Coralli n.11, Torino, Einaudi, ottobre 1947.
Il sentiero dei nidi di ragno, Nota introduttiva dell’Autore, Collana Piccola Biblioteca Scientifico-letteraria n.63, Torino, Einaudi, 1954. [edizione con testo modificato]
Il sentiero dei nidi di ragno, Con una prefazione dell’Autore, Collana I Coralli, Torino, Einaudi, 1964. [edizione definitiva con testo ancora riveduto, appare in anticipo presso il Club degli Editori]
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Nuovi Coralli n.16, Torino, Einaudi, 1972-1991. – Collana Einaudi Tascabili, 2002.
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Gli elefanti, Milano, Garzanti, 1987-1992.
Il sentiero dei nidi di ragno, Collana Oscar Opere di Italo Calvino, Milano, Mondadori, settembre 1993. – Con uno scritto di Cesare Pavese, Collana Oscar, Mondadori, 2011; Collana Oscar Moderni n.55, Mondadori, 2016-2019.
UMBERTO SABA. Quello che resta da fare ai poeti. Trieste, Edizioni dello Zibaldone (Fratelli Cosarini), 1959 (Aprile)- Questo interessante saggio, scritto nel 1911, fu inviato da Saba a “La Voce” e rimase inedito per il rifiuto di Scipio Slataper. Nota introduttiva di Anita Pittoni. Prima edizione postuma.
Umberto Saba Il poeta sereno e disperato -Tra i più importanti poeti italiani del Novecento, Umberto Saba è l’unico a non aver vissuto le esperienze dell’avanguardia e del simbolismo. Nei suoi versi vuole rinnovare la tradizione lirica italiana, da Petrarca a Leopardi. Il suo linguaggio è semplice e diretto, come la lingua parlata. I temi che sceglie sono autobiografici, analizzati attraverso lo studio delle teorie psicoanalitiche di Freud
Gli anni della formazione
Umberto Saba nasce a Trieste nel 1883. L’abbandono della famiglia da parte del padre prima della sua nascita, le apprensioni della madre, di origine ebrea, l’affetto eccessivo della balia slovena saranno momenti sempre ricordati e sviscerati nella sua poesia, che si caratterizza subito come autobiografica.
La carriera scolastica è irregolare; la sua giovinezza, agitata da problemi prima familiari e poi razziali – egli vive nel ghetto di Trieste –, trova un rifugio nella fantasia e in quelle che egli poi definì «le sterminate letture d’infanzia». Le prime prove poetiche sono caratterizzate da parole semplici e da ritmi cantabili, ma in realtà dietro quella superficie si nascondono tanti dolori. Un suo verso, infatti, recita: «Quante rose a nascondere un abisso!».
Quando è in età di poterlo fare, lascia il cognome paterno (Poli) come segno di ostilità verso il padre e sceglie lo pseudonimo di Saba – parola ebraica che significa «pane» – in omaggio alla mamma.
Nel 1905 si trasferisce a Firenze, dove prende contatto con gli ambienti intellettuali della città, tra cui la rivista La voce, ma i rapporti sono di reciproca incomprensione. Nel 1909 torna a stabilirsi a Trieste e sposa Carolina Wölfler, la Lina del Canzoniere, da cui l’anno seguente avrà la figlia Linuccia. Nel 1911 esce a spese del poeta il primo libro di versi, Poesie.
L’incontro con la psicoanalisi
Dopo la Prima guerra mondiale, alla quale partecipa ricoprendo ruoli amministrativi e di retroguardia, Saba rileva a Trieste una bella libreria antiquaria che gli consentirà di vivere modestamente per tutta la vita e di dedicarsi alla produzione poetica. Nel 1921, con il marchio editoriale della libreria, pubblica il Canzoniere, che comprende tutte le liriche composte fino ad allora. Le più particolari sono quelle in cui il poeta paragona con un tono affettuoso e delicato l’uomo agli animali: identifica sé stesso con una capra; la moglie con una serie di bestie, come una bianca pollastra, una giovenca e una rondine; i militari con giovani cani.
Nel 1929 si sottopone a una terapia psicoanalitica con il dottor Edoardo Weiss, allievo di Sigmund Freud, per curare una nevrosi da cui era afflitto. La conoscenza delle teorie freudiane gli conferma alcune sue intuizioni sull’importanza delle esperienze infantili nella formazione della personalità, e di conseguenza la psicoanalisi gli appare come uno strumento fondamentale per la conoscenza dell’animo umano.
La poesia autobiografica
Nel 1945 esce il secondo libro del Canzoniere, nel quale confluiscono le raccolte poetiche successive al 1921: tra esse troviamo Il piccolo Berto, dove il poeta analizza i traumi della sua infanzia attraverso un immaginario dialogo tra il Saba adulto e il Saba bambino.
Nel 1938, in seguito all’introduzione delle leggi razziali, aveva dovuto abbandonare Trieste e rifugiarsi a Parigi. Le persecuzioni contro gli Ebrei, la Seconda guerra mondiale e la crisi triestina dell’immediato dopoguerra aggiungono motivi sociali e politici all’infelicità del poeta. Sono esperienze che tornano insistenti nelle ultime raccolte di poesie, riunite nella terza parte del Canzoniere. Tra esse però troviamo anche le Cinque poesie per il gioco del calcio, attraverso le quali Saba realizza il desiderio di non sentirsi, per una volta, solitario tra gli uomini, e di riuscire a condividere con loro una passione. Sono pure l’occasione di riparlare dei ragazzi, del loro amore per i calciatori, e di ricordare le pulsioni e le delusioni della propria infanzia.
A Trieste Saba trascorre gli ultimi anni della vita con prolungati ricoveri in clinica, dovuti alla sua nevrosi, resa più acuta dalla perdita della moglie. Compone ancora delle raccolte di versi e un romanzo rimasto incompiuto, Ernesto. Muore a Gorizia nel 1957.
UMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poetiUMBERTO SABA Quello che resta da fare ai poeti
Breve biografia di Paolo Volponi-(Urbino, 6 febbraio 1924 – Ancona, 23 agosto 1994). Scrittore, poeta e narratore. Nelle sue opere si affermare l’esigenza di una razionalità capace di affermare le più integrali possibilità dell’uomo e di mirare ad una libera espansione delle sue facoltà corporee e mentali, a uso positivo del lavoro, della scienza e della tecnica. Nel 1975 divenne presidente della Fondazione Agnelli, ma fu costretto a lasciare tale incarico per la sua adesione al partito revisionista , sgradita ai vertici della Fiat. Nel 1991 si oppose alla dissoluzione del PCI e aderì a Rifondazione Comunista, che a suo avviso “manteneva viva la speranza di un mondo più giusto e più razionale. Nel suo ultimo romanzo “Le mosche del capitale”, narra la vita di un manager la cui genialità viene schiacciata in azienda dalle cieche logiche di potere e di guadagno. Tra le opere poetiche ricordiamo: Memoriale; Poesie e poemetti; Con testo afronte; Le mosche del capitale; Nel silenzio campale.
Paolo Volponi
Nella divisione del lavoro internazionale
ha un suo tratto assegnato anche la tua pena: …………..
Il paesaggio collinare di Urbino,
che innocente appare quercia per quercia
mentre colpevole muore zolla per zolla,
é politicamente uguale
al centro storico di Torino
che crolla palazzo per palazzo
o ai giardini della utopica lvrea
ricca casa per casa;
tutti nella nebbia che sale
del mare aureo del capitale.
L’unità di tutti i democratici.
Ma chi di loro e di noialtri
Può stare sempre unito con gli altri?
Seno diverse le entrate, le uscite e i nastri
di registro, di paga, di cure termali,
di premi, compensi, indennizzi in caso di disastri.
Sono divisi i beni, le aliquote, i mali
Perfino i giorni e il corso degli astri.
Non ‘e vero che siamo tutti uguali,
noi siamo una serie di impiastri
stesi fra i civili e gli animali.
Paolo Volponi
da POESIE 1946-66
L’amor di sé L’alba ancora non lascia
l’ultima onda notturna;
ancora trattiene l’ambascia
di persistere sola, recisa
ogni corda l’aria stessa, la fascia
del proprio lucore indivisa
dalla tela nera che s’accascia
non dietro, ma sotto tra l’intrisa
minuta rena della sua diaccia
incerta orma, alterna, lisa
dalla sua labile irriverente traccia.
La direzione è opposta
al verso del piede che frena
e dello sguardo che accosta
trepido la prima spalla terrena
libera, non tesa una mano opposta
per indicare una scena
seppure piccola, appena opposta
alla nera matassa, alla vulva oscena
della notte, incinta, non deposta…
Ma spinta di fronte alla vista di sé
pallida stenderà la colpa
lucente alta sopra la testa
e si scioglierà in vapore dentro
l’imprendibile sabbia.
Niente l’assorbe né la desta
e solo l’onda notturna
più larga sotto la chiglia
della luna dentro la nuova urna
le toccherà un gomito e le ciglia
ancora lucide del rimpianto:
perla della conchiglia
dell’amore di sé.
D’autunno è con noi D’autunno è con noi
ogni foglia e ghianda
ed è raggiunto il cielo.
Fra le avellane svolazza
la palomba ferita,
freme il sottobosco
agli scoppi
dei ricci di castagna.
Dolcissima è l’ultima uva
celata fra i pampini rossi,
sul fianco dei monti sale
il fumo delle carbonaie.
A sera
io provo il caldo smemorato
delle castagne,
del torbido vino,
il più nudo corpo
della mia donna.
Tu sei l’uomo Tu sei l’uomo
che nelle fiere
appresti il tiroasegno
con il gallo di ferro
che colpito scoppia
sulla polvere da sparo
nel selciato.
Che scavi il pozzo,
che porti a maggio
la croce di canna
nel campo di grano.
Tu freni il puledro,
conduci la volpe prigioniera
a tutte le case;
tu fischi ai bovi
nell’abbeverata
che hanno le rane nell’orme.
Tu sei l’uomo
che porti alle ragazze
il geranio e lo sposo.
Tu arroti i coltelli e le falci.
Tu insegni il fischio ai merli
ed hai l’erba che sana
il morso della vipera.
Paolo Volponi
Domani è già marzo Domani è già marzo e la strada
scopre tra i frutteti il petto della contrada.
A marzo il contadino
riordina gli attrezzi e libera i confini.
A marzo i contadini
scendono verso i paesi;
si fermano nelle piazze mercatali
davanti alle osterie, ai forni, ai falegnami
che odorano sotto i portali di pietra fiorita,
davanti ai negozi di ferramenta,
davanti a tutti gli spacci
con un sentore d’acqua muffita.
I vecchi si fermano alle porte;
i giovani salgono le vie cittadine.
Ormai li mischia aprile,
mese senza paura,
e salgono insieme i mezzadri e i garzoni,
i mietitori, i braccianti, i legnaioli,
i muratori di campagna, gli innestatori,
gli scavatori di pozzi e di vigna,
i cercatori d’acqua e i cacciatori.
Il giorno nella città non ha paura,
stretto tra le mura è sempre luminoso,
e sempre vive di qualche cosa, ora per ora;
preso alla mattina presto nei mercati,
nella profonda luce che rispecchiano
le facciate nobiliari o i porticati;
guidato per le vie al suono del selciati
sino ai vertici gentili dei rioni;
alzato a mezzogiorno in fronte alle chiese
su tutte le piazze, una sopra l’altra,
di mattone o di pietra,
non è vinto dalla foglia incerta,
non morto nella morte degli insetti;
non arato, seminato, sarchiato,
faticato ora per ora,
dalla mattina alla sera.
Il giorno gira nella città il suo dolce sole,
muove il ventaglio alto delle nubi,
e chiama dal mare l’amorosa luce serale
che si stende su tutte le terrazze,
sui giardini pensili, sull’arcate
dalle quali soffia l’Appennino.
Si congiunge alla notte per le strade,
quando vicino s’odono risate di ragazze
verso i torrioni e voci da tutti i portoni.
Porgimi, amore Porgimi, amore
il tuo ramo fiorito
la mente mattutina
nel cui cespo chiaro
ai venti incerti di ottobre
ripara l’allodola ferita,
l’azzurro ginepro degli altipiani
prossimi alla marina.
O la tua pietra
in bilico sul fiume,
la perduta foglia di salice
sull’acqua,
l’alga tenebrosa
dove un invisibile pesce respira.
Amore, amore,
porgimi del tuo albero
il frutto più alto
così la tua uva nascosta
e il piccolo orto
dal pettirosso fedele;
il tuo cavallino
dalla coda leggera,
la vipera che ti beve
il latte nel seno,
l’amoroso gallo
che ti sveglia
e la civetta compagna
alle tue notti di luna.
Porgimi, amore,
il tuo mutabile tempo
giovanile,
l’immobile sole
e il quarto di luna
della tua esatta stagione.
Paolo Volponi
Mia quaglia Della chiarissima quaglia
che nasce sulla spiaggia
agli approdi dei templi,
nell’ora che la luna di marea
rotola sabbia
e pesci luminosi,
tu hai lo smarrimento
e l’attonito canto.
Conosci il canneto
dove l’insetto sorpreso
annega nelle gocce,
il campo spiumato
alle piogge meridiane del grano.
Sul tuo collo
è giugno
stagioni delle falci
dal tenero filo,
luglio sulle spalle
con steli d’avena,
agosto sulla schiena
dorme come un cacciatore.
La vergine I sassi bianchi
sono le tue spalle
gli alberi la tua statura;
è la tua gola che batte
se una rosa si muove
non vista nel giardino.
Dì pure al vento
di perdere il tuo canto
nella voce dei fossi,
al rosmarino
di chiudere i sentieri.
L’innocente starna
si leva alta sul bosco
e m’indica il tuo cammino.
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