Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Castelnuovesi -I tetti di Castelnuovo di Farfa, il mio Dedalo.
Castelnuovo di Farfa (Rieti)
Franco Leggeri Fotoreportage-Brani e foto da Murales Castelnuovesi -I tetti di Castelnuovo di Farfa, il mio Dedalo.Scoprire, o riscoprire Castelnuovo, cercando di aver gli occhi disincantati, mi permette comunque di vederne l’anima del mio Dedalo la più popolare, la più vissuta dalla gente comune. Scopro e riscopro, nuovo punto di vista, dopo tanti anni i vicoli del mio “Borgo Dedalo”, dove ho trascorso l’infanzia e la mia giovinezza che, nell’età dell’incoscienza, appare eterna. Se da adulti, in modo crudo, ci rendiamo conto che la vita passa in fretta, ci consola il pensiero che l’eterno rimane non nella materia, ma nelle vibrazioni, nelle sensazioni che aleggiano intorno a noi e che percepiamo secondo la nostra sensibilità e i nostri stati d’animo. Ora, osservando i tetti, vale la pena ricordare e raccontare e magari riflettere su queste nuove sensazioni che danno i tetti di Castelnuovo. Quante cose sono cambiate in queste vie , tante persone ,attori nella mia fanciullezza, non esistono più, altre sono invecchiate e altre ancora sono lontano altrove a cercare una vita diversa . E’ strano cercare dai tetti, di aprirli, e vedere, nei ricordi, le persone che abitavano la casa, scoprire l’atmosfera, rivivere gli stati d’animo con occhi diversi, con esperienza ,“lunga esperienza della vita”, reinventare ed animare anche i più piccoli dettagli del quotidiano la vita semplice e minimalista di una volta.
Castelnuovo di Farfa-Disegno di Tatiana Concas
Castelnuovo di Farfa
Castelnuovo di Farfa-Disegno di Tatiana Concas
Vedo le vie di Dedalo là dove diventano più ripide, più stette , gli incroci e giù per i vicoli e scalette e ancora piccoli cortili e scale buie, soprattutto d’inverno. Nel mio paese, nel mio Dedalo ora sono cambiate molte, moltissime cose forse troppe .Sono cambiate le persone, le case, anche le storie non sono più le stesse. Ma il “Borgo Dedalo” , il mio Castelnuovo , quello carico di storie scritte su di epigrafi marmoree “inchiodate” nella mia anima. Queste storie, immutabili e solide, che parlano e raccontano alla mia memoria, come una canzone poetica infinita ,di un Castelnuovo tramontato per sempre. Il mio paese, Castelnuovo, il mio Dedalo è un posto così sconosciuto alla “nuova gente” che ora lo abita e lo “consuma” e che ne distrugge il verde e la sua storia. La “nuova gente” che non ha
l’abitudine di menzionarne il nome del mio Dedalo. La “nuova gente” non può ricordare la musica , dolci suoni, che uscivano da ogni porta , non può godere il trionfo delle emozioni e la purezza dei sogni che nascondono i cuori carichi di emozioni che creano le case del “mio paese” .
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Se Castelnuovo si legge come uno spartito musicale ……
……….ed è così che da quelle porte sarebbe uscito il suono di un pianoforte o un di violino o di un’arpa o di una batteria, in un trionfo di suoni, braccia aperte e cuori vibranti, e palpitante di emozioni.
Questo è il mio sogno più puro.
Un sogno che tengo ancora nascosto da qualche parte dentro di me, ma al quale ho smesso di credere.
A Castelnuovo è amministrato il razzismo ed è ancora in uso , forte consumo, il filo spinato che traccia il confino e i confini per gli esclusi.
Le vibrazioni dell’anima sono respinte da un muro di odio.
“ipocrisia, incapacità, odio e degrado morale.”
È questo l’inno, la lugubre nenia , che cantano e suonano gli assassini della Libertà.
La mia musica, quella che scrive la mia penna,
La musica che scrivo sul foglio bianco è in cerca dei tasti bianchi e neri.
Si ferma ad ascoltarmi e mi accarezza i capelli.
Castelnuovo non regge l’odio e l’astio.
Castelnuovo che naviga nel cielo e vola, lo prego, aggrappato alla mia fantasia.
Castelnuovo le prime note,
i primi palpiti di cuore, i tanti circoli viziosi ,
sì, questi sono i pensieri per un’opera incompiuta.
I ricordi dei volti rigati
con lacrime di dolore .
Castelnuovo non piangeva, ma non era triste, aveva capito.
Castelnuovo ,il suo volto rigato dalla commozione…………………..
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Brani tratti dal libro di Franco Leggeri-Castelnuovo, la riva Sinistra del Farfa
Castelnuovo di Farfa (Rieti) Panorama (prima del 1935)
NOTA-la foto di Castelnuovo è del 1920, forse anche prima. Il Campanile , come si può vedere, ancora non è stato restaurato. I lavori di restauro, forma attuale, furono eseguiti nel 1935. Da questa foto mancano tante nuove costruzioni e sopraelevazioni..
Castelnuovo di Farfa e i suoi particolariCastelnuovo di Farfa e i suoi particolariCastelnuovo di Farfa-Castelnuovo di Farfa e i suoi particolariCastelnuovo di Farfa e i suoi particolariCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di FarfaCastelnuovo di Farfa-Porta CastelloCastelnuovo di Farfa -40simoPremio letterario “LA TORRE D’ARGENTO”-1982-2022Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa (Rieti)Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa la notte e i Bar di via Roma.Castelnuovo di Farfa ACQUEDOTTO DI CERDOMARECastelnuovo di Farfa ACQUEDOTTO DI CERDOMARECastelnuovo di Farfa ACQUEDOTTO DI CERDOMARECastelnuovo di Farfa (Rieti) nei disegni di Francesca Vanoncini- La CampagnaCastelnuovo di Farfa (Rieti) nei disegni di Francesca Vanoncini-La Torre dell’OrologioCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Foto 1950-Castelnuovo di Farfa (Rieti) Foto del 1889Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Foto anni 1950/60-Loc. LA VIGNACastelnuovo di Farfa (Rieti) – Foto inizio 1900-Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Foto inizio 1900-Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Foto inizio 1900-Castelnuovo di Farfa (Rieti) –Castelnuovo di Farfa (Rieti) –Castelnuovo di Farfa (Rieti) – La FontanaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – chiesa Madonna degli AngeliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – chiesa Madonna degli AngeliCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Monte Cavallo -La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via GaribaldiCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Fonte CisternaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Arco CherubiniCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Porta Fonte CisternaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Il GhettoCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Arco CherubiniCastelnuovo di Farfa (Rieti) – La PorticinaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Roma OvestCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Guglielmo Marconi-La FontanellaCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Garibaldi-Castelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via CoronariCastelnuovo di Farfa (Rieti) – Via Guglielmo Marconi-Via Arco Cherubini
Sonia Petroni Poesie da Di*vento-Rivista l’Altrove-Eretica Edizioni
Sonia Petroni
Sonia Petroni è nata a Roma nel 1977. Psicologa Psicoterapeuta vive a Bari dove svolge il suo lavoro privatamente. Dipinge, crea oggetti di design ed ama immensamente la natura da cui trae ispirazione. Il mare è suo padre adottivo. Gli ulivi suoi fratelli. Di*vento è il suo primo componimento in versi.
Di*vento di Sonia Petroni (Eretica Edizioni, 2023) eleva la saggia persuasione del tempo umano in relazione all’infinito, consuma il primitivo desiderio del silenzio in un patrimonio d’armonia e di pienezza emotiva, nella riflessione di una sorgente formata nel linguaggio simbolico della natura incontaminata e rivelatrice d’ispirazione.
DESCRIZIONE
Ecco di seguito alcuni testi tratti dalla raccolta:
Il dolore come inizio la luce mi attraversa nulla inizia né finisce in me. Accade. Non sono l’ombra sul pavimento né il muro che s’accende. Sono il vetro che lascia entrare la misericordia del sole.
Sentire le cose senza ragione. Arrivare dove loro sono ed io non ancora.
Posso essere ferma come gli alberi che non è immobilità, ma movimento fisso. Lo vedo nei riccioli dei rami, nei miei capelli. Accogliere è restare anche per il fuoco. Le radici continueranno a cercare.
La poesia è il mio posto luminoso come può esserlo una fiamma protetta dal vento. Il raggio trova aperture e si posa dritto nell’oscurità della caverna. Tra il nero e la luce eccomi essenziale a brillare come pietra scheggiata.
La felicità è come neve tra i capelli l’azzurro ne detta la fine ma il bianco resta a contornare le attese la mimosa zavorra i sogni l’ulivo ispessisce le forze tra i campi pettinati di fragilità.
Radunare le radici ed i rami farsi uliveto e fiori di mandorlo per i nidi e poi per i voli per il Silenzio che disperde i rumori richiamando a sé le erbe, anche quelle secche i legni spezzati i segreti degli iris e le verità delle foglie verdi. Discende nel cadere dei petali per farti dire la tua prima parola dopo aver detto la sua.
Ho fiducia nella paglia su questo accenno di strada vegetale l’invito al nido per il nascere tra il verde delle ere, dei passi, i crepitii.
Finisce la mia assenza dentro l’intreccio d’un pezzo di rovo un gioiello luminoso, carte colorate resti presi per gusto, per gioco.
Tra il dare ed il ricevere senza alcun debito ad uno ad uno si posa il mio essere qui.
A cura di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
L’AUTRICE
Sonia Petroni
Sonia Petroni è nata a Roma nel 1977. Psicologa Psicoterapeuta vive a Bari dove svolge il suo lavoro privatamente. Dipinge, crea oggetti di design ed ama immensamente la natura da cui trae ispirazione. Il mare è suo padre adottivo. Gli ulivi suoi fratelli. Di*vento è il suo primo componimento in versi.
Di*vento di Sonia Petroni (Eretica Edizioni, 2023) eleva la saggia persuasione del tempo umano in relazione all’infinito, consuma il primitivo desiderio del silenzio in un patrimonio d’armonia e di pienezza emotiva, nella riflessione di una sorgente formata nel linguaggio simbolico della natura incontaminata e rivelatrice d’ispirazione.
Sonia Petroni concede, all’immanente qualità dei suoi immacolati versi, il prezioso e raffinato intuito meditativo per trascrivere la direzione della transitorietà esistenziale e indicare la successione delle presenze e la tessitura delle assenze lungo le stagioni itineranti del sentire. Accoglie la dimensione contemplativa del pensiero nella compassione, nella capacità di alleggerire il dolore attraverso la comunanza cognitiva della coscienza. L’autrice modula il suo respiro poetico con l’intonazione essenziale di una esperienza interiore, concentrando l’appassionato perimetro espressivo nell’inesauribile, sapiente equilibrio tra il nutrimento lirico del naturalismo e il vincolo della materia, declinando il solco dei versi nella percezione del percorso vitale e nella sensazione dello smarrimento e del rinvenimento. Seduce l’autentico miracolo della poesia con la disposizione a cogliere in ogni disposizione d’animo la dimensione interpretativa del molteplice, a ritrovare, nella diffusione del battito in relazione ricorrente con la natura, il richiamo della realtà come applicazione della proiezione all’ascolto. L’analisi costante e spontanea del mistero umano compone il mosaico della conversazione intorno alla frammentaria erosione dell’esistenza, permette di cogliere il flusso di connessione e di attenzione ai doni della vita, aggrappati alla devozione della luce.
La poesia di Sonia Petroni intensifica la corrispondenza dell’incanto, l’improvvisa e imprevedibile risonanza dell’orizzonte emotivo, commuove l’inclinazione all’applicazione letteraria della spiritualità in ogni sentimento, abitato dalla fiduciosa generosità di una permanenza nella vibrazione della meraviglia, dialoga intorno alla benedizione di una preghiera invisibile che attende di ricevere l’immensità delle promesse avvolte nelle radici della terra. “Di*vento” racconta il territorio dell’identità, nel confine tra la timorosa solitudine delle domande e la condivisione silenziosa delle risposte, illustra l’inviolabile requisito stilistico di inaugurare il rifugio intimista tra noi e il significato dei valori nella sfera sensibile, riempie le pagine con una declinazione scultorea delle parole, nell’intesa confidente dell’energia divinatoria della consapevolezza, nella compiutezza della prospettiva profetica che gravita intorno a noi.
Sonia Petroni lascia intatta la località tumultuosa del buio per aggirare il tragitto iniziatico della sofferenza, immerge nella ferita del dolore l’incisione del riflesso luminoso, dissolve il raccoglimento di ogni vincolo verso la benevola meditazione, rinnova la cadenza di una conversione panteistica che assimila l’apertura, intensamente viva, di ogni luogo a essere definito un luogo dell’anima. Sonia Petroni alberga con la sua poesia l’entità indivisibile suggerita dalla congiunzione tra il corpo e la mente, sussurrata dalla delicatezza di un alito di vento che accarezza l’insegnamento della voce nuda, trattiene il torpore della sacralità, conforta la religiosità dell’abbraccio universale nel paesaggio rapito dallo sguardo primordiale.
FERMO-Palazzo dei Priori-la mostra “Steve McCurry – Children”-
Fermo- Torna a Palazzo dei Priori di Fermo il nuovo appuntamento con “Il tempo delle mostre“, questa volta dedicato all’arte del celebre fotografo americanoSteve McCurry. Dal 20 dicembre 2024 al 4 maggio 2025 le sale del Palazzo ospitano la mostra “Steve McCurry – Children”, ideata e curata di Biba Giacchetti. La mostra inaugura un percorso emozionante sull’infanzia vista attraverso l’obiettivo di Steve McCurry, uno dei fotografi più amati al mondo
Fermo- Steve McCurry fotografo americano
Con oltre 50 fotografie, il pubblico avrà l’occasione di ammirare l’unica esposizione tematica interamente dedicata ai bambini, realizzata nell’arco di quasi cinquant’anni di carriera. Le immagini, provenienti da ogni angolo del mondo, ritraggono i più piccoli in scene di vita quotidiana, offrendo un omaggio a questo periodo straordinario della vita.
Spiega Steve McCurry: “Ho avuto il grande privilegio di fotografare i bambini di tutto il mondo e ora che ho una figlia anch’io apprezzo ancora di più la loro energia, la loro curiosità, le loro potenzialità. Nonostante il contesto difficile in cui molti di loro nascono, i bimbi hanno la capacità di giocare, sorridere, ridere e condividere piccoli momenti di gioia. C’è sempre la speranza che un bambino possa crescere e cambiare il mondo.”
Fermo- Steve McCurry fotografo americano
L’inaugurazione della mostra si terrà giovedì 19 dicembre alle ore 17. La mostra è promossa dal Comune di Fermo con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, in collaborazione con Orion57, partner Mus-e del Fermano. L’organizzazione è affidata a Maggioli Cultura e Turismo.
Fermo- Steve McCurry fotografo americano
A Fermo una straordinaria galleria di ritratti esplora tutte le sfaccettature dell’infanzia, accomunate da un elemento universale: lo sguardo dell’innocenza. I bambini immortalati da McCurry, pur diversi per etnia, abiti e tradizioni, condividono la stessa energia inesauribile, la gioia di vivere e la capacità di giocare anche nei contesti più difficili, spesso segnati da povertà, conflitti o condizioni ambientali estreme. Il visitatore sarà guidato in un viaggio ideale accanto a McCurry, attraverso paesi come India, Birmania, Pakistan, Tibet, Afghanistan, Libano, Etiopia e Cuba….
Steve McCurry fotografo americano
Biografia di Steve McCurry Fotoreporter statunitense (n. Filadelfia, Pennsylvania, 1950). Dopo la laurea in Teatro alla Penn State University e l’esperienza in un quotidiano locale, ha iniziato a lavorare come freelance in India. Poco dopo l’invasione russa dell’Afghanistan, è riuscito ad attraversare il confine con il Pakistan e a fotografare la situazione del paese: nel 1980 il servizio è stato premiato con la Robert Capa Gold Medal. Da quel momento in poi, M. ha continuato a seguire i conflitti internazionali (dalla Guerra del Golfo al conflitto Iran-Iraq), sempre animato dal desiderio di mostrare le conseguenze delle guerre sui volti e sui paesaggi. Noto al grande pubblico per la “Ragazza afgana” (foto pubblicata nel 1985 sul National Geographic), ha vinto prestigiosi premi quali il Magazine Photographer of the Year, il National Press Photographers Award e per quattro volte il World Press Photo Contest. M. è uno dei fotografi più riconoscibili e apprezzati al mondo; fra le mostre che hanno ospitato i suoi lavori si ricordano Viaggio intorno all’uomo (Genova, 2012), Oltre lo sguardo (Monza – Roma 2014-15), Icons and Women (Forlì, 2015), Leggere (Brescia, 2017).Fonte- Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
Orari di apertura: dal martedì al venerdì 10:30 – 13 / 15:30 – 18; sabato e domenica 10:30 – 13 / 15:30 – 19. lunedì chiuso. Previste aperture straordinarie in occasione di eventi e festività.
Biglietto: unico Fermo Musei € 9,00; ridotto € 7,00 (ragazzi dai 14 ai 25 anni, gruppi composti da più di 15 persone, soci FAI, soci Touring Club Italia, soci Italia Nostra); gratuito under 13, disabili, soci Icom, giornalisti con tesserino. Il biglietto include l’ingresso al circuito museale della città.
È possibile acquistare il biglietto online sul sito web fermomusei.it.
Carmelo Pecora- Noi che siam stati partigiani-Uomini e donne della Resistenza
Edizioni del Loggione -Modena
Descrizione del libro di Carmelo Pecora- Noi che siam stati partigiani-Edizioni del Loggione -Modena-Noi che siam stati partigiani propone tre storie, una al femminile e due al maschile, tutte romagnole, e ambientate a non molta distanza o nei pressi della linea Gotica che fu, come è noto, l’ultimo baluardo tedesco e “repubblichino” contro le armate alleate che risalivano da sud per dilagare nella pianura Padana, e vide un’intensa attività partigiana con terribili orrori, stragi ed eccidi perpetrati dai nazifascisti. Raccontate, alternando la prima o la terza persona, le storie incrociano la grande storia dove trovano un posto degno. Ma eccone i protagonisti. Mario Bonazza, classe 1928, nome di battaglia Calipso, partigiano ravennate, di Marina di Ravenna per l’esattezza, combattente col leggendario comandante Bulow, Arrigo Boldrini, 28ª brigata Garibaldi. Sergio Giammarchi, forlivese, sale in montagna con Adriano Casadei per unirsi alla banda di Silvio Corbar. Nara Lotti, staffetta partigiana di Santa Sofia, si schiera, sull’esempio dei fratelli combattenti nella Resistenza, contro la prepotenza criminale dei nazifascisti: durissime ma letterariamente bellissime l’infanzia e la giovinezza di questa donna che non piegò mai la testa. (Dalla prefazione di Gianfranco Miro Gori)
Edizioni del Loggione srl
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I nostri libri sono distribuiti da diversi distributori regionali:
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da “Tutte le poesie“Mondadori- dalla Rivista Avamposto
Giovanni Giudici nasce il 26 giugno 1924 a Le Grazie (La Spezia). Vive per molti anni a Roma, dove si laurea in Lettere. Giornalista professionista dal 1° gennaio 1948, nel 1956 viene assunto alla Olivetti di Ivrea con l’incarico formale di bibliotecario, ma in realtà per dirigere, secondo la volontà di Adriano Olivetti, il settimanale «Comunità di fabbrica».
Mi chiedi cosa vuol dire
Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone
che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.
Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.
Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.
È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.
Il benessere
Quanti hanno avuto ciò che non avevano:
un lavoro, una casa – ma poi
che l’ebbero ottenuto vi si chiusero.
Ancora per poco sarò tra voi.
Dal cuore del miracolo
Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.
Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.
La vita in versi
Metti in versi la vita, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.
Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.
Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d’accordi. E gli istanti s’affacciano
al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime – l’infame, l’illustre.
Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l’essere è più del dire.
GIOVANNI GIUDICI
Quando piega al termine
Quando piega al termine l’età,
la nostra età, l’età del mondo, quando
aspettare il nulla che accadrà
è chiaramente un inganno – si mette al bando
volontario colui che il sorriso rifiuta
e non sopporta di essere vile
più, non chiede più complici e muta
persona diventa, facile preda ostile.
Ciao, Sublime
Tu, cosa della cosa
o Sublime.
Al di là della fine
e senza fine.
Senza principio
al di qua del principio.
Sublime – esser per essere.
Sublime – divenire.
Crisma dell’immanenza.
Sublime – stella fissa del durare.
Superfluità della coscienza.
Ciao, Sublime.
Ciao, Sublime.
Sublime che non si volta.
Sublime che non si ascolta.
Sublime senza prima
né ultima volta.
Io no – che sempre aspetto
il cominciare, l’apertura.
Io no – per poca fede.
Per poca paura.
Io – senza occhi per contemplarti.
Io che non ho ginocchi per adorarti.
Cosa della cosa.
Rosa della rosa.
Tu – rosa e cosa
ma senza le parole cosa e rosa.
Tu – non foglia che cresce
ma crescersi di foglia.
Tu – non mare che splende
ma splendersi del mare.
Tu – amore nell’amare.
Ciao, Sublime.
Ciao, Essere Umano semplicemente.
E io che passeggio con te.
Io che posso prenderti per mano.
Io che mi brucio di te
nel corpo, nella mente.
Maria de las angustias
Un massimo di impostura è inevitabile
Considerato quanto futile è il cuore:
Anche dalla finzione tuttavia il vero può nascere
Smascherata maschera all’incerto amore.
Egli fabbrica e notturno arzigògola
La via donde buscar el Levante:
A te sale e ti osa, Maria de las angustias,
Ti chiama presenza/assenza, essenza miracolante.
Ma tu per mano a angoli d’acque lo guidavi,
Che in ombre marezzavano le arcate discrete:
E lui con te così tortuosamente naturale
Nell’estraneità di quella quiete.
***
Maestra di enigmi
Affermate che basta una parola
E quella sola che nessuno ha –
Lei che trasvola via dalla memoria
Lucciola albale e falena
È nera spina di pena
Brùscolo a un occhio di storia –
Venisse al mio parlare
Èffeta e poi per sempre bocca muta
Al servo vostro stretto
Frugando sul sentiero
Dove non scende lume di pietà –
Se la felicità sia il nostro vero
O il nostro vero la felicità
L’amore dei vecchi
In una gloria di sole occidente
Vaneggi, mente stanca:
Inseguito prodigio non si adempie
Nell’aldiquà del fiore che s’imbianca
Ma tu, distanza, torna a ricolmarti
Tu a farti terra in questa ferma fuga
Mare di nuda promessa
Ai nostri balbettati passi tardi
E tu, voce, rimani
Persuàdici – un poco, un poco ancora
Nostro non più domani,
Usignolo dell’aurora.
Il mio delitto
Se scrivere era vivere
Vissuto fu lo scritto
Cercavo appena un’isola di spazio
Un silenzio un sorriso intorno a me
E blando vino e modica allegria
Un quieto conversare a lume spento
Esserne perdonato non sapendo
Il mio delitto
GIOVANNI GIUDICI
Breve biografia di Giovanni Giudici nasce il 26 giugno 1924 a Le Grazie (La Spezia). Vive per molti anni a Roma, dove si laurea in Lettere.Giornalista professionista dal 1° gennaio 1948, nel 1956 viene assunto alla Olivetti di Ivrea con l’incarico formale di bibliotecario, ma in realtà per dirigere, secondo la volontà di Adriano Olivetti, il settimanale «Comunità di fabbrica». Dopo un breve periodo trascorso a Torino, nel 1958 è nella sede Olivetti di Milano, dove lavora come copywriter nella Direzione pubblicità e stampa. Nel 1953 pubblica la prima raccolta di versi, Fiorì d’improvviso. La vita in versi, uscito nel 1965, lo impone definitivamente all’attenzione di lettori e critici. Negli anni successivi dà alle stampe Autobiologia (1969, Premio Viareggio), O beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz (1986, Premio Librex-Guggenheim Montale), Prove del teatro (1953-1988) (1989), Fortezza (1990), Poesie (1953-1990) (1991), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresie della sera (1999). Nel 2000 la sua opera poetica è raccolta nel Meridiano I versi della vita. Nel 2004 esce l’ultima raccolta, Da una soglia infinita. Prove e poesie 1983-2002. Muore a La Spezia il 24 maggio 2011.
Testi selezionati da Tutte le poesie (Mondadori, 2014) dalla RIVISTA «Avamposto»
«Avamposto»è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
CONTATTI- RIVISTA «Avamposto»
Via Lupardini 4, 89121 Reggio Calabria (c/o Sergio Bertolino)
Poeta cileno VICENTE HUIDOBRO-Poesia MONUMENTO AL MARE-
VICENTE HUIDOBRO
Vicente García-Huidobro Fernández (Santiago del Cile, 10 gennaio 1893 – Cartagena, 2 gennaio 1948) è stato l’ideatore del “creazionismo poetico” ed è considerato tra i quattro maggiori poeti cileni insieme a Neruda, De Rokha e Mistral.
MONUMENTO AL MARE
Pace sulla costellazione cantante delle acque Scontrate come gli ombri della moltitudine Pace nel mare alle onde di buona volontà Pace sulla lapide dei naufragi Pace sui tamburi dell’orgoglio e le pupille tenebrose E se io sono il traduttore delle onde Pace anche su di me.
Ecco qui lo stampo pieno di frantumi del destino Lo stampo della vendetta Con le sue frasi iraconde che si staccano dalle labbra Ecco qui lo stampo pieno di grazia Quando sei dolce e stai lì ipnotizzato dalle stelle
Ecco qui la morte inesauribile dal principio del mondo Perché un giorno nessuno se ne andrà a spasso per il tempo Nessuno lungo il tempo lastricato di pianeti defunti
Questo è il mare Il mare con le sue onde proprie Con i suoi propri sensi Il mare che cerca di rompere le sue catene Che vuole imitare l’eternità Che vuole essere polmone o nebbiolina di uccelli in pena O il giardino degli astri che pesano nel cielo Sulle tenebre che trasciniamo O che forse ci trascinano Quando volano di repente tutte le colombe della luna E si fa più oscuro dei crocevia della morte
Il mare entra nel carro funebre della notte E si allontana verso il mistero dei suoi paraggi profondi S’ode appena il rumore delle ruote E l’ala degli astri che soffrono nel cielo Questo è il mare Che saluta laggiù lontano l’eternità Che saluta gli astri dimenticati E le stelle conosciute.
Questo è il mare che si desta come il pianto di un bambino Il mare che apre gli occhi e cerca il sole con le piccole mani tremanti Il mare che spinge le onde Le sue onde che mescolano i destini
Alzati e saluta l’amore degli uomini
Ascolta le nostre risa e anche il nostro pianto Ascolta i passi di milioni di schiavi Ascolta la protesta interminabile Di quell’angoscia che si chiama uomo Ascolta il dolore millenario dei petti di carne E la speranza che rinasce dalle proprie ceneri ogni giorno.
Anche noi ti ascoltiamo Rimuginando tanti astri catturati nelle tue reti Rimuginando eternamente i secoli naufragati Anche noi ti ascoltiamo
Quando ti rigiri nel tuo letto di dolore Quando i tuoi gladiatori si battono tra di loro
Quando la tua collera fa esplodere i meridiani Oppure quando ti agiti come un gran mercato in festa Oppure quando maledici gli uomini O fingi di dormire Tremante nella tua grande ragnatela in attesa della preda.
Piangi senza sapere perché piangi E noi piangiamo credendo di sapere perché piangiamo Soffri soffri come soffrono gli uomini Che tu possa ascoltare digrignare i tuoi denti nella notte E rigirarti nel tuo letto Che l’insonnio non ti lasci placare le tue sofferenze Che i bambini prendano a sassate le tue finestre Che ti strappino i capelli Tosse tosse faccia esplodere in sangue i tuoi polmoni Che le tue molle si arrugginiscano E tu venga calpestato come cespuglio di tomba
Però sono vagabondo e ho paura che mi ascolti Ho paura delle tue vendette Dimentica le mie maledizioni e cantiamo insieme stanotte Fatti uomo ti dico come io a volte mi faccio mare Dimentica i presagi funesti Dimentica l’esplosione delle mie praterie Io ti tendo le mani come fiori Facciamo la pace ti dico Tu sei il più potente Che io stringa le tue mani nelle mie E sia la pace tra di noi
Vicino al mio cuore ti sento Quando ascolto il gemito dei tuoi violini Quando stai lì steso come il pianto di un bambino Quando sei pensieroso di fronte al cielo Quando sei dolorante tra le tue lenzuola Quando ti sento piangere dietro la mia finestra Quando piangiamo senza ragione come piangi tu.
Ecco qui il mare Il mare dove viene a scontrarsi l’odore delle città Col suo grembo pieno di barche e pesci e altre cose allegre Quelle barche che pescano sulla riva del cielo Quei pesci che ascoltano ogni raggio di luce Quelle alghe con sonni secolari E quell’onda che canta meglio delle altre
Ecco qui il mare Il mare che si distende e si afferra alle sue rive Il mare che avvolge le stelle nelle sue onde Il mare con la sua pelle martirizzata E i sussulti delle sue vene Con i suoi giorni di pace e le sue notti di isteria
E all’altro lato che c’è all’altro lato Che nascondi mare all’altro lato L’inizio della vita lungo come un serpente O l’inizio della morte più profonda di te stesso E più alta di tutti i monti Che c’è all’altro lato La millenaria volontà di fare una forma e un ritmo O il turbine eterno dei petali troncati
Ecco lì il mare Il mare spalancato Ecco lì il mare spezzato all’improvviso Affinché l’occhio veda l’inizio del mondo Ecco lì il mare Da un’onda all’altra c’è il tempo della vita Dalle sue onde al mio occhio c’è la distanza della morte.
Traduzione di Gianni Darconza per Raffaelli Editore
Breve biografia di Vicente García-Huidobro Fernández (Santiago del Cile, 10 gennaio 1893 – Cartagena, 2 gennaio 1948) è stato l’ideatore del “creazionismo poetico” ed è considerato tra i quattro maggiori poeti cileni insieme a Neruda, De Rokha e Mistral. Il creazionismo vuole fare della poesia uno strumento di creazione assoluta, in modo che i segni linguistici acquistino valore per la loro capacità di esprimere bellezza in sé e non per il loro significato sostanziale. Huidobro stesso descrisse, nella sua raccolta di saggi Manifesti, del 1925, cosa sia una poesia creata: «È una poesia nella quale ogni parte che la costituisce, e tutto l’insieme, mostra un fatto nuovo, indipendente dal mondo esterno, slegato da qualunque altra realtà che non sia la propria, che prende il suo posto nel mondo come fenomeno singolo, a parte, distinto dagli altri. Questa poesia è qualcosa che non può esistere se non nella testa del poeta. E non è bella perché ricorda qualcosa, perché ricorda cose viste, a loro volta belle, né perché descriva cose belle che potremmo anche vedere. È bella in sé e non ammette termini di comparazione. E nemmeno può essere concepita fuori dal libro. Niente le somiglia del mondo esterno; rende reale quel che non esiste, cioè si fa realtà a se stessa. Crea il meraviglioso e gli dà vita propria. Crea situazioni straordinarie che non potranno mai esistere nel mondo oggettivo, per cui dovranno esistere nella poesia perché esistano da qualche parte. Quando scrivo: “L’uccello fa il nido nell’arcobaleno”, si presenta un fatto nuovo, qualcosa che non avevate mai visto, che mai vedrete e che tuttavia vi piacerebbe molto vedere. Il poeta deve dire quelle cose che mai si direbbero senza di lui. Le poesie create acquisiscono proporzioni cosmogoniche; ci danno in ogni momento il vero sublime, quel sublime del quale i testi ci presentano esempi tanto poco convincenti. E non si tratta del sublime eccitante e grandioso, ma di un sublime senza pretese, senza terrore, che non vuole opprimere o schiacciare il lettore: un sublime da taschino. La poesia creazionista si compone di immagine create, di situazioni create, di concetti creati; non stiracchia alcun elemento della poesia tradizionale, salvo che in essa quegli elementi sono integralmente inventati, senza preoccuparsi assolutamente della loro realtà o veridicità precedenti l’atto della realizzazione».
Poesie di MASSIMO LIPPI-Poesie tratte da Nuovi poeti italiani-
MASSIMO LIPPI
Massimo Lippi è nato il 14 Gennaio del 1951 a Ponte a Tressa, vicino a Siena, dove vive e lavora.Sono essenziali alla sua formazione l’apprendistato presso lo zio Olinto, figura di ingegnoso artigiano, e l’insegnamento di Zita Pepi, che gli fa incontrare la poesia.Frequenta l’Istituto d’Arte di Siena avendo fra i suoi insegnanti più cari Virgilio Carmigniani. Inizia a frequentare il maestro Albert Lassuer.Si laurea in Storia dell’Arte con Giuliano Briganti con una tesi sullo scultore Alberto Sani.
Da Non popolo mio, 1976-1981
Increato àugure bene domestico
oscuro dedalo di bisogni
piuma irredenta del mio corpo
orda libertaria filamenti di rammarico
e d’ozono svenano anch’oggi a Pluto
perenne latrocinio di banca
acido monoteista davvero
se la bandiera rossa sterro piccionato
fisima di quando partì co’ gesuiti
in multiple cose si radduce
soffici mimose d’incantatori
doppia fascia da noi ai Capetingi
Boccadoro stese le chiarine
sui muri a Gerico il rematore
in contumacia scagliona le acque sul fiume de’ morti
trovato per caso in tasca di Togliatti
PASSI IL MONDO E VENGA LA GRAZIA
giorno tremendo e amaro sarà Quello
specie pel tordo e la ghiandaia.
* * *
Canto le finezze del boscaiolo e gli amori
dell’orsa che le rame dell’olmo scoscia
e il gracile nibbio che solo per morire
plana vincoli infrange il socio del pilano
in santificazione e scandalo viene con stringhe
sigilla verità in documento quant’è rivelato
puntualmente adora non che ci aspetti lepido
mago al balzello dei tassi granturco che Guidino
scròna ma dolce e festevole pegno che ride.
A che mi valse dunque precorrere il giudizio
se come la lepre ho a debito la vita
patire fiero e austero e inveisce sordo
censura sarchia l’orto e il giardino dell’odalisca
che quando ha figliato per legge non è più schiava
incauto designa i migliori gobboni ne le grotte
d’Altamira quand’era elegante ribellarsi
frasi ellittiche cannonate di segatura
sappiatelo enòrmi fa la Rinuncia
sincretismo scettico odierno al massimo
grado l’eco e il rintrono dell’eco
e il dubbio metodico e il biriuntume dei distinguo
passerà non essendoci più la materia del contendere
difatti deficienza di bene è il male eppure
anch’io ero giovane come l’acqua.
Traluce fin qui Zita Pepi e questo cartoccino
di lievito benevolenza non priva d’assempri manda.
* * *
Ancora una giornata di libeccio!
da dove si scatenerà il vento?
draghi proclivi all’azione in una poderosa
fuga svaporano da mare a mare
tempeste alte anelli rutilanti
e raffiche nei grani verdi e bassi
gualcati da colonne impalpabili d’aria
tenaci fino a quando i fossi rabbrividiscono
nell’ora del tramonto allora dai campi
a schiere, non visti, riescono pattuglie
e singoli Animali grandi Animali
di proiezioni paranoidi e belli più dei soliti
recinti cari a la zoologia una bizzarra indomita
geometria li scova e li compone a sparute
famiglie dal bosco ispido al suono dei Forti,
alzano le imprese filiformi esseri aguzzi
denti, vampe d’occhi sul muso lacerato
da un diadema pensile di penne:
fiat dei giardini cinesi.
Al secondo segnale convenuto
calandosi dai rami nodosi babbuini
con serbatoi di viola e terra d’ombra
e lanceolate eruzioni a limitar del cranio
orrendo e ricadenti in due distinti lobi
spugnosi giravano intanto che altri
a rotelle di cinque o sei tréscano col muso lungo
nel fondone de le Caggiòle podere sfitto
terre sode ormai in mano ai pastori
diresti una teoria spregiosa di quest’italianissima
primavera, tutta boccucce e complimenti per
i meglio equipaggiati; di là il mondo soffre
col suo pietoso e protervo spudorato campionario
di pazzi furiosi che lasciano al monaco
il suo fruire del Padre e del Figlio
e degli Innumeri canti del Santo Spirito
Corona inaspettata di èsili e rimarciti
successi portano da sole a sole il barbaglio
e la clamide di ciò che in solido eravamo
prima di smarrirci in un dedalo
di promesse dannive.
* * *
Da Passi il mondo e venga la Grazia
Da ragazzi in campagna
e da per tutto
quando la fornace del giorno
è spalancata per noi
come un carcere di sterpi
che fiorisca
in un grido salutare
circolano umane parole
ed un silenzio vivace
assottiglia il cuore.
Quell’ora sbrecciata
e festevole e muta
cerco da sempre
come fosse il prencipio
del canto
e di ogni miseria.
Marzo 1991
D’inverno poi era un omone goffo
col male da ragazzi
la moglie lo portava all’aria
per riguardo gli metteva un gavòggiolo
di lana ‘ntorno al collo
la gente lo scansava da lontano.
Avrebbe portato la pappa al diavolo.
Una mattina rideva forte
non chiamò nessuno
perché era fatto strullo
sparì dai vincoli
prese da campione
una spettacolosa morte.
Settembre 1984
L’ANGELO DI GÓRGITI
A Lorenzo Bonechi,
in memoria
I
Se a notte albergando
in piedi
co’ la gòta al vetro
Giovannino di Lorenzo
da viva voce mosso
a indicarci a dito
venisse
con lieve tremito di stupore
venisse a indicare
per via di sangue e Rivelazione
il passaggio del luminoso pellegrino
in pochi allora vedrebbero
levarsi
una caverna di luce
camminante
nel buio ingordo
che quaggiù stringe
a la dimora.
II
A pochi sarebbe dato in sogno
vedere l’Angelo di Górgiti
salire
verso la sua chiamata
al guado
de la terribile volontà
e misericorde
salire frusciando l’alie
sui muri de le case
dove ancora resiste
il lumino a la Madonna.
III
Recide un’altra gioia
lo spasimo d’ombre
che la Fonte salutare
appiana.
Come per noi
come per noi
vedo salire e crescere
il solitario battistrada
fragile ostaggio
del fuoco dell’Amore
muto fiore
che invoca intatto
per dentro l’anima
che geme
dal trasparente
nostro gelo.
IV
Ma non è da morte
il cielo spaventoso de la morte
l’aria che nel giorno brilla
l’aria che d’ineffabile passo
con luce nutriente
sposa
l’aria che di porpora veste
ogni mattino
non è da morte.
L’aria del tuo atroce pianto
l’aria del muto cerchio
del cielo muto
l’aria che l’immane deserto
asciuga
non è da morte.
L’aria del pianto sordo
de la notte scura.
Non è da morte.
V
Vedo che il cielo buio
de la morte
cadrà in cenere
nel lento mormorìo
dell’Angelo
che noi sequestra
o in un tonfo solo
precipite
se ne andrà confusa
perché non è da morte.
VI
Nome per nome
da vero l’Angelo sequestra
ma non è da morte
se chi muore s’addorme
lieve
ne la verzura del candido Giardino.
VII
Verso l’ignoto
oltre i bastioni
invisibili del pianto
ne la Città Celeste
l’Angelo del Mistero
scorta l’anima di Lorenzo
lassù dove soltanto
di luce
risuona
il Verbo dell’Agnello
immacolato.
21 gennaio 1997
Da Dell’invincibile sogno
Che rimbalzo ha nella tempesta fragorosa
il martoriato canto del vostro cuore
eccolo nel mio quartiere acquarteriato
m’arriva
come a notte un lumicino
mi cammina dentro e sale come
vapore turchino che vada in cerca
de la mamma.
Lo sento in me
rugliare in corpo
come per voi
è una sillaba
dolce e asprigna come la mora
che dondola nei rovi
l’occhi acuti del settembre.
Distinguo meglio ora
un’ape da lo sciame
che ronza ammontinato al miele.
Un rusignolo distinguo da un agile pettière
entrambi già nella rosa del piombo fino
due capi salvati in extremis
da un vago moscerino
che fastidia tutto il cacciatore.
Verrò in bicicletta come mio padre
che a Buonconvento in Val d’Arbia
trovò per strada Piero Bargellini
romèo dell’Anno Santo
Giovanni Scheiwiller come
un fanale che ne la notte cerca
tra orti segnalati qualcosa che combini
con lui, un barbaglio di Speranza
da uno strame
folto di verzure e un male
chiuso-bene a ceralacca
dove la voce che trapela
è di suo padre morto
sotto un tranvai
la notte gridolina di Natale.
Poesie tratte da Nuovi poeti italiani, 2 ; a cura di Alfonso Berardinelli ; Torino : G. Einaudi, 1982 · Collezione di poesia ; 179
Massimo Lippi, Passi il mondo e venga la grazia ; prefazione di Giovanni Raboni ; Milano : All’insegna del pesce d’oro, 1999 · Acquario ; 265 · [ISBN] 88-444-1440-6
Massimo Lippi, Dell’ invincibile sogno ; Milano : s.n., 2004 · Stampato per i novant’anni di Paolo Franci ricordando Vanni Scheiwi-
MASSIMO LIPPI
Breve biografia di Massimo Lippi è nato il 14 Gennaio del 1951 a Ponte a Tressa, vicino a Siena, dove vive e lavora.
Sono essenziali alla sua formazione l’apprendistato presso lo zio Olinto, figura di ingegnoso artigiano, e l’insegnamento di Zita Pepi, che gli fa incontrare la poesia.
Frequenta l’Istituto d’Arte di Siena avendo fra i suoi insegnanti più cari Virgilio Carmigniani. Inizia a frequentare il maestro Albert Lassuer.
Si laurea in Storia dell’Arte con Giuliano Briganti con una tesi sullo scultore Alberto Sani.
Enzo Carli accompagna con un importante scritto di presentazione la sua personale a Empoli (1987).
Si sposa con Elisabetta da cui ha quattro figli.
Insegna per 10 anni scultura all’Istituto D’arte di Siena, e quindi all’Accademia di Carrara e Macerata.
Lascia l’insegnamento per dedicarsi interamente all’attività artistica che lo vede presente in Italia, in Europa e nelle Stati Uniti con opere monumentali. Viaggia per motivi di studio e di lavoro negli Stati Uniti, in Russia e Cina. Espone in Italia e all’estero.
E’del 1982 l’esordio poetico nell’antologia einaudiana dei Nuovi Poeti Italiani, con prefazione di Alfonso Berardinelli. Escono quindi presso Scheiwiller i suoi primi libri di poesia, Non popolo mio (1981) e Passi il mondo e venga la Grazia (1999, finalista al Premio di Viareggio), autorevolmente prefatti da Franco Fortini e da Giovanni Raboni, che lo segnalano tra i poeti più forti e originali della sua generazione. Seguono altri tre volumi di poesia, Nuziale (Giorgio Lucini,2003), Dell’invincible Sogno (Giorgio Lucini,2004), ed il recente Exilium (Cantagalli, 2008, finalista al Premio Viareggio-Rèpaci 2009).
Nel mese di marzo 2004 è Visiting Professor all’Università S.M.U. di Dallas, Texas.
Debutta come autore di teatro e regista con l’allestimento di una Sacra rappresentazione, Trasfigurazione, per la Chiesa di Abbadia Isola di Monteriggioni (5 Agosto 2006), a cui seguono Il Gommone messo in scena al Teatro dei Rozzi di Siena il 31 ottobre 2007, e ancora per la Chiesa di Abbadia Isola di Monteriggioni l’atto unico Marta e Maria (7 marzo 2008).
E’presente con una scultura in pietra di grandi dimensioni al IV Convegno Ecclesiale di Verona (ottobre 2006).
Tra i suoi lavori di maggior impegno si ricordano Il Presbiterio della Chiesa di S. Francesco a Pienza (2002), Il Portale in Bronzo della Chiesa di SS. Giusto e Donato di Monteroni D’Arbia (2003), della Chiesa di Cristo Redentore di Monsummano Terme (2004) e recentemente della Chiesa di S. Domenico Savio a Vittoria-Ragusa (2010).
Esegue il monumento Il canto del gallo risveglia la Pace tra Forte dei Marmi e Querceto (2008) e la statua in marmo di S. Bernardo Tolomei a Monte Oliveto Maggiore (2009).
Per la città di Siena ha dipinto il Palio del 2 luglio 1993, ha realizzato le sculture per il museo della Nobile Contrada dell’Oca (1995), Il Crocifisso della Madonna del Voto per il Duomo (2003), il ciborio in bronzo per la Basilica di S. Maria di Provenzano (2005), il Gavinone di Piazza del Campo (2006) e il portale bronzeo della Basilica di S. Domenico dedicato a S. Caterina (2000-2006).
Lascia l’insegnamento per dedicarsi interamente all’attività artistica che lo vede presente in Italia, in Europa e nelle Stati Uniti con opere monumentali. Viaggia per motivi di studio e di lavoro negli Stati Uniti, in Russia e Cina. Espone in Italia e all’estero.
E’del 1982 l’esordio poetico nell’antologia einaudiana dei Nuovi Poeti Italiani, con prefazione di Alfonso Berardinelli. Escono quindi presso Scheiwiller i suoi primi libri di poesia, Non popolo mio (1981) e Passi il mondo e venga la Grazia (1999, finalista al Premio di Viareggio), autorevolmente prefatti da Franco Fortini e da Giovanni Raboni, che lo segnalano tra i poeti più forti e originali della sua generazione. Seguono altri tre volumi di poesia, Nuziale (Giorgio Lucini,2003), Dell’invincible Sogno (Giorgio Lucini,2004), ed il recente Exilium (Cantagalli, 2008, finalista al Premio Viareggio-Rèpaci 2009).
Nel mese di marzo 2004 è Visiting Professor all’Università S.M.U. di Dallas, Texas.
Debutta come autore di teatro e regista con l’allestimento di una Sacra rappresentazione, Trasfigurazione, per la Chiesa di Abbadia Isola di Monteriggioni (5 Agosto 2006), a cui seguono Il Gommone messo in scena al Teatro dei Rozzi di Siena il 31 ottobre 2007, e ancora per la Chiesa di Abbadia Isola di Monteriggioni l’atto unico Marta e Maria (7 marzo 2008).
E’presente con una scultura in pietra di grandi dimensioni al IV Convegno Ecclesiale di Verona (ottobre 2006).
Tra i suoi lavori di maggior impegno si ricordano Il Presbiterio della Chiesa di S. Francesco a Pienza (2002), Il Portale in Bronzo della Chiesa di SS. Giusto e Donato di Monteroni D’Arbia (2003), della Chiesa di Cristo Redentore di Monsummano Terme (2004) e recentemente della Chiesa di S. Domenico Savio a Vittoria-Ragusa (2010).
Esegue il monumento Il canto del gallo risveglia la Pace tra Forte dei Marmi e Querceto (2008) e la statua in marmo di S. Bernardo Tolomei a Monte Oliveto Maggiore (2009).
Per la città di Siena ha dipinto il Palio del 2 luglio 1993, ha realizzato le sculture per il museo della Nobile Contrada dell’Oca (1995), Il Crocifisso della Madonna del Voto per il Duomo (2003), il ciborio in bronzo per la Basilica di S. Maria di Provenzano (2005), il Gavinone di Piazza del Campo (2006) e il portale bronzeo della Basilica di S. Domenico dedicato a S. Caterina (2000-2006).
Poesie di Giulia Fuso–Poesie inedite pubblicate dalla Rivista Atelier-
Giulia Fuso ha pubblicato le raccolte poetiche “E dentro luccica” (Miraggi Edizioni, 2016), “Tu non dismetti mai le cose” (Eretica Edizioni, 2018) e “Le rimanenze” (Interno Libri, 2021).
Ricordo l’odore del tuo collo
appena ti ho visto con il naso
ha affittato un piccolo piatto mansardato
nella mia bocca chiusa
joli petit plat
descrivo un suono con il colore che è
che sarebbe, se fosse vincolabile
paragonabile a qualsiasi forma di vita
descritta con aggettivi omologanti
studiati alle scuole primarie
è quindi un suono blu
l’odore del tuo collo
una bacchetta magra di peli
fradicia di sudore e cibo,
la cosa più amata da me
se cosa fosse.
*
Ci vuole un altro volto
essere pesci pacati mio incostante rifugio atomico
per far passare il tempo,
il tempo che fa marachelle
fuori dal mio ombelico
le lucertole dicono sì,
con la testa cotta.
*
Metto i piedi al sole per far festa
per far la festa ai passi, alla strada
che l’unica via aperta è una parola
non stringo che reflusso postprandiale
quando ricordo l’alfabeto emozionale
e collego a ad amore, b a balneare t a tram delle diciotto con la morte sotto;
sarò crosta, peduncolo mortale.
Breve biografia –Giulia Fuso ha pubblicato le raccolte poetiche “E dentro luccica” (Miraggi Edizioni, 2016), “Tu non dismetti mai le cose” (Eretica Edizioni, 2018) e “Le rimanenze” (Interno Libri, 2021).
La rivista «Atelier»ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
Direttore responsabile: Giuliano Ladolfi Coordinatore delle redazioni: Luca Ariano
Redazione Online Direttori: Eleonora Rimolo, Giovanni Ibello Caporedattore: Carlo Ragliani Redazione: Mario Famularo, Michele Bordoni, Gerardo Masuccio, Paola Mancinelli, Matteo Pupillo, Antonio Fiori, Giulio Maffii, Giovanna Rosadini, Carlo Ragliani, Daniele Costantini, Francesca Coppola.
Redazione Cartaceo Direttore: Giovanna Rosadini Redazione: Mario Famularo, Giulio Greco, Alessio Zanichelli, Mattia Tarantino, Giuseppe Carracchia, Carlo Ragliani.
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La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale e si occupa di letteratura contemporanea.
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Addio a Paolo Manazza, pittore e giornalista, fondatore di ArtsLife-
Si è spento a Milano all’età di 65 anni, dopo una malattia, il pittore e giornalista Paolo Manazza, figura di spicco del panorama culturale italiano: artista astratto, giornalista specializzato in economia dell’arte, Manazza è stato il fondatore di ArtsLife, una delle riviste d’arte online più seguite in Italia, ed era inoltre una delle principali firme della pagina culturale del Corriere della Sera.
Nato a Milano nel 1959, Paolo Manazza si è laureato in Filosofia Teoretica presso l’Università Statale di Milano. Nel corso della sua carriera ha collaborato con alcune delle testate giornalistiche più prestigiose del Paese, tra cui L’Espresso, La Stampa, Repubblica e Capital prima di approdare al Corriere della Sera e, successivamente, fondare e dirigere ArtsLife, aperto nel 2004 come strumento di lavoro per la cattedra di Teoria e pratica della multimedialità nell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, dove Manazza ha insegnato per qualche anno, e poi registrato nel 2008 come testata giornalistica al Tribunale di Milano. Manazza è stato per molti anni anche direttore di ArtsLife, prima di cedere il timone della testata a Luca Zuccala, che da gennaio 2025 è andato a dirigere Il Giornale dell’Arte. Inoltre, nel 2016, Manazza aveva fondato la fiera d’arte WopArt di Lugano, interamente dedicata all’arte su carta.
L’impegno formativo di Manazza è stato anch’esso significativo. Ha insegnato presso l’Accademia di Brera di Milano, dove ha tenuto corsi su temi innovativi come “Teoria e pratica del Mercato Multimediale dell’Arte” e “Editoria dell’Arte”, contribuendo alla preparazione di una nuova generazione di artisti e professionisti del settore. Nel 2005, il suo contributo alla cultura è stato riconosciuto con l’onorificenza di “Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana”, conferitagli dall’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi.
Il 2008 segna un momento cruciale nella sua carriera: dopo anni di pittura in silenzio, Manazza espone per la prima volta le sue opere al pubblico con la mostra personale ViceVersa: i quadri di un critico presentati dagli artisti, tenutasi presso la Fondazione Maimeri di Milano. L’evento si è distinta per il suo approccio ironico e provocatorio, coinvolgendo artisti contemporanei come critici delle sue stesse opere, e ponendosi come un manifesto di sostegno ai giovani talenti: il ricavato delle vendite veniva infatti interamente devoluto all’acquisto di materiali artistici, poi distribuiti gratuitamente ai giovani creativi. Manazza era stato anche uno dei primi artisti a interessarsi agli NFT: in particolare, aveva fatto discutere nel 2024 la trasformazione di un suo dipinto in NFT visibile in tre dimensioni.
Paolo Manazza
Come pittore, Paolo Manazza attingeva ispirazione dall’astrattismo informale americano, in particolare dall’opera di Willem de Kooning. Nei suoi lavori si intrecciano influenze italiane, francesi e statunitensi, in un linguaggio visivo che supera i confini tra figurazione e astrazione. “Non esiste la figurazione. Non esiste l’astratto. Esiste solo la pittura”, affermava Manazza, in linea con la filosofia della scuola americana degli anni Cinquanta. Le sue tele esprimono una ricerca dell’essenza pura del colore e della forma, evocando emozioni e significati che vanno oltre il visibile. Le sue opere hanno trovato spazio in mostre personali e collettive in Italia e all’estero, toccando mete come Francia, Stati Uniti, Corea del Sud, Cina, Egitto e Moldavia.
Con Paolo Manazza, il giornalismo d’arte online italiano perde uno dei suoi pionieri.
Dylan Marlais Thomas nasce il 27 ottobre 1914 in Galles, a Swansea, secondo figlio di Florence e David John, docente della Grammar School. Trascorre l’infanzia tra la città natale e il Carmarthenshire, dove passa le estati nella fattoria gestita dalla zia Ann (i cui ricordi saranno traslati nella poesia del 1945 “Fern Hill”): la sua salute è però cagionevole, a causa di asma e bronchite, malattie con le quali dovrà fare i conti per tutta la sua vita.
Elegia
Troppo orgoglioso per morire, morì debole e cieco
Nel più oscuro dei modi, e non indietreggiò,
Un uomo freddo; e gentile, coraggioso nel suo angusto amor
proprio!
Nel più oscuro dei giorni. Oh, possa egli per sempre
Riposare sereno, finalmente, sull’estrema collina
Delle croci, sotto l’erba, in amore, e qui tra i lunghi
Stormi ringiovanire, e mai giacere smarrito
O inerte i giorni innumerevoli della sua morte,
Benché sopra ogni cosa desiderasse il seno di sua madre.
Che era polvere e sonno, e nella terra cortese
La nera giustizia della morte, cieca e sconsacrata.
Che non trovi mai requie ma sia generato e mantenuto,
Pregai nella stanza accovacciante, presso il suo cieco letto,
Nella casa attutita, qualche secondo prima
Di mezzogiorno, e col buio, e alla luce. Il fiume dei morti
Gli venava la povera mano che stringevo, e io vedevo
Attraverso i suoi occhi senza lume le radici del mare.
Questo pane che spezzo
Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
l’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.
In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo, in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e ha rovesciato il vento.
Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e linfa sensuali.
E’ il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.
E morte non avrà dominio
E morte non avrà dominio.
E i morti nudi saranno uno
Con l’uomo nel vento e la luna occidentale;
Quando le loro ossa saranno scarnificate e dissolte,
Avranno stelle ai gomiti e ai piedi;
Per quanto impazziti saranno savi,
Per quanto affondino nel mare torneranno a risorgere;
Per quanto gli amanti si perdano amore resterà;
E morte non avrà dominio.
E morte non avrà dominio.
Sotto i gorghi del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Torcendosi ai tormenti al cedere dei tèndini,
Legati a una ruota, pur non si romperanno;
Si spaccherà la fede in quelle mani,
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Strappati da ogni lato non si spaccheranno
E morte non avrà dominio.
E morte non avrà dominio.
Mai più possano i gabbiani gridargli agli orecchi
Né onde frangersi furiose sulle rive;
Dove fiore sbocciò possa fiore mai più
Sollevare il capo agli scrosci della pioggia;
Per quanto impazzite e morte come chiodi,
Le teste di quei tali martellano fra le margherite;
Irromperanno nel sole fin che il sole cadrà,
E morte non avrà dominio.
Non andartene docile in quella buona notte
Non andartene docile in quella buona notte,
I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce.
Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
Non se ne vanno docili in quella buona notte,
I probi, con l’ultima onda, gridando quanto splendide
Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.
Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
Troppo tardi imparando d’averne afflitto il cammino,
Non se ne vanno docili in quella buona notte.
Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
S’infuriano, s’infuriano contro il morire della luce.
E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.
Biografia di Dylan Marlais Thomas( 1914-1953)-
Dylan Marlais Thomas, poeta gallese
Dylan Marlais Thomas nasce il 27 ottobre 1914 in Galles, a Swansea,secondo figlio di Florence e David John, docente della Grammar School. Trascorre l’infanzia tra la città natale e il Carmarthenshire, dove passa le estati nella fattoria gestita dalla zia Ann (i cui ricordi saranno traslati nella poesia del 1945 “Fern Hill”): la sua salute è però cagionevole, a causa di asma e bronchite, malattie con le quali dovrà fare i conti per tutta la sua vita.
Appassionatosi alla poesia fin da piccolo, scrive i primi componimenti già a undici anni sul giornalino della scuola, arrivando a pubblicare “Diciotto poesie”, la sua prima raccolta, nel 1934. Il debutto è clamoroso, e suscita scalpore nei salotti letterari di Londra. La lirica più nota è “And death shall have no dominion”: la morte è, insieme all’amore e alla natura, uno dei temi più importanti delle sue opere, incentrate sull’unità drammatica ed estatica del creato. Nel 1936 Dylan Thomas pubblica “Venticinque poesie” e sposa Caitlin MacNamara, ballerina che gli darà tre figli (tra i quali Aeronwy, futura scrittrice).
Trasferitosi in una casa sul mare a Laugharne, nella cosiddetta Boathouse, scrive molte poesie nella solitudine di quello che in “The writing shed” descrive come il suo capanno verde. A Laugharne è ispirata anche Llareggub, località immaginaria che farà da sfondo al dramma “Under milk wood”. Nel 1939 Thomas pubblica “Il mondo che respiro” e “La mappa dell’amore”, cui fa seguito, nel 1940, una raccolta di storie dall’evidente matrice autobiografica, intitolata “Ritratto dell’artista da cucciolo”.
Nel febbraio del 1941, Swansea viene bombardata dalla Luftwaffe: subito dopo i raid, il poeta gallese scrive un dramma radiofonico, “Return journey home”, che descrive il Kardomah Cafè della città come raso al suolo. A maggio, Thomas e la moglie si trasferiscono a Londra: qui egli spera di trovare lavoro nell’industria del cinema, e si rivolge al direttore della divisione film del Ministero dell’Informazione. Non avendo ricevuto risposta, ottiene comunque un impiego presso la Strand Films, per la quale sceneggia cinque pellicole: “This is colour”, “New towns for old”, “These are the men”, “Conquest of a germ” e “Our country”.
Nel 1943 intraprende una relazione con Pamela Glendower: solo una delle tante scappatelle che hanno contraddistinto e contraddistingueranno il suo matrimonio. Nel frattempo, la vita del letterato si caratterizza anche per vizi ed eccessi, sperpero di denaro e alcolismo: un’abitudine che conduce la sua famiglia sino alle soglie della povertà. E così, mentre nel 1946 viene edito “Death and entrances”, il libro che costituisce la sua consacrazione definitiva, Dylan Thomas deve fare i conti con i debiti e la dipendenza dall’alcol, nonostante i quali ottiene comunque la solidarietà del mondo intellettuale, che lo assiste moralmente ed economicamente.
Nel 1950 intraprende un tour di tre mesi a New York, su invito di John Brinnin. Nel corso del viaggio in America, il poeta gallese viene invitato a numerose feste e celebrazioni, e non di rado si ubriaca, diventando molesto e rivelandosi un ospite difficile da gestire e scandaloso. Non solo: spesso beve anche prima delle letture che deve tenere, al punto da far sì che la scrittrice Elizabeth Hardwick si chieda se arriverà un momento in cui Thomas crollerà sul palco. Tornato in Europa, egli inizia a lavorare a “In the white giant’s thigh”, che ha modo di leggere nel settembre del 1950 in televisione; comincia a scrivere anche “In country heaven”, che però non viene mai completato.
Dopo un viaggio in Iran effettuato per la lavorazione di un film della Anglo-Iranian Oil Company che poi non vedrà mai la luce, lo scrittore fa ritorno in Galles per scrivere due poesie: “Lament” e “Do not go gentle into that good night”, un’ode dedicata al padre morente. Nonostante le numerose personalità che gli offrono un sostegno economico (la Principessa Margherita Caetani, Margaret Taylor e Marged Howard-Stepney), egli si trova sempre a corto di soldi, così che si risolve a scrivere diverse lettere di richieste di aiuto a importanti esponenti della letteratura del tempo, tra cui T.S. Eliot.
Confidando nella possibilità di ottenere altri lavori negli Stati Uniti, compra a casa a Londra, a Camden Town, al 54 di Delancey Street, per poi attraversare nuovamente l’Oceano Atlantico nel 1952, insieme con Caitlin (che vuole seguirlo dopo avere scoperto che nel viaggio americano precedente lui l’aveva tradita). I due continuano a bere, e Dylan Thomas diventa sempre più sofferente a causa di problemi ai polmoni, complice il tour de force americano che lo porta ad accettare quasi cinquanta impegni.
E’, questo, il secondo dei quattro tour nella Grande Mela. Il terzo va in scena nell’aprile del 1953, quando Dylan declama una versione non definitiva di “Under milk wood” all’Università di Harward e al Poetry Centre di New York. La realizzazione del componimento, per altro, è piuttosto turbolenta, e viene completata solo grazie all’assistente di Brinnin, Liz Reitell, che chiude a chiave in una camera Thomas per costringerlo a lavorare. Con la stessa Reitell egli passa gli ultimi dieci giorni del suo terzo viaggio newyorchese, per una breve ma passionale relazione amorosa.
Tornato in Gran Bretagna non prima di essersi rotto un braccio cadendo dalle scale mentre era ubriaco, Thomas è sempre più malato. Nell’ottobre del 1953 si reca a New York per un altro tour di letture delle sue opere e conferenze: afflitto da problemi respiratori e dalla gotta (per le quali in Gran Bretagna non si era mai curato), affronta il viaggio nonostante le sue difficoltà di salute e portando con sé un inalatore per respirare meglio. In America, festeggia il sue trentanovesimo compleanno, anche se deve abbandonare la festa organizzata in suo onore a causa dei soliti malanni.
Il clima e l’inquinamento della Grande Mela si rivelano letali per la salute già precaria dello scrittore (che tra l’altro continua a bere alcol). Ricoverato al St. Vincent’s Hospital in stato di coma etilico dopo essersi ubriacato, Dylan Thomas muore a mezzogiorno del 9 novembre 1953, ufficialmente per le conseguenze di una polmonite. Oltre a “Under milk wood”, verranno pubblicati postumi anche “Adventures in the skin trade”, “Quite eraly one morning”, “Vernon Watkins” e le lettere scelte “Selected letters”.
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