Richard Newbury- Elisabetta I-Una donna alle origini del mondo moderno-Editore Claudiana-
Descrizione del libro di Richard Newbury ci regala un ritratto – affettuoso e pieno di humour – di Elisabetta I, sovrana che rifiutò di diventare regina consorte. Ereditato un paese sull’orlo della guerra civile e di religione, Elisabetta regnò per quasi mezzo secolo: pacificò e fece della debole Inghilterra cattolica una potente nazione protestante – la cui chiesa è oggi la terza tra quelle cristiane –, con il primo governo parlamentare dell’era moderna nonché una marina, una City e una lingua destinate a conquistare il mondo.
Papa Sisto V disse di lei: «Guardate come governa! È solo una donna, solo la signora di mezza isola eppure si fa temere da tutti». La presente è la terza edizione.«Nel suo divertente ritratto – che inevitabilmente si tinge dei colori dell’autore – Richard Newbury dichiara che il frutto di questa regina, che scelse di rimanere senza figli per il bene del suo paese e del suo popolo, “siamo tutti noi”, è il mondo moderno, il liberalismo che può essere sintetizzato con massima: “Tutto è lecito purché non si facciano scartare i cavalli”. Elisabetta è l’origine di quella democrazia parlamentare che, per parafrasare un suo altro grande eccentrico figlio, Winston Churchill, per quanto piena di difetti è il miglior sistema di governo che l’umanità abbia finora prodotto. Grazie, per cominciare, alla capricciosa e testarda regina dai capelli rossi, gran diva a cui, non a caso, soltanto negli ultimi vent’anni Hollywood ha dedicato tre film e altrettante pellicole sono state realizzate dalla BBC».
Dall’Introduzione di Erica Scroppo
Indice testuale
Introduzione di Erica Scroppo
1.Il naso di cleopatra
2.La figlia di papà
3.Elisabetta, la figlia di un’incestuosa ed eretica sgualdrina
4.Quando la manica divenne una barriera. Nebbia sulla manica: continente isolato
5.Nascita di un’erede al trono o della figlia illegittima di una sgualdrina?
6.Istruzione accademica e per la sopravvivenza
7.Scampare alla mannaia, ovvero: come avere successo
8.Oh signore! La regina è una donna!
9.Il settlement elisabettiano
10.Il dolce Robin
11.Il mostruoso regime delle donne
12.«Conoscevo Doris Day prima che diventasse vergine» (Groucho Marx)
13.Le due cugine
14.Un ospite indesiderato
15.Testa e croce
16.Il Ranocchio della regina
17.Figlia della discordia
18.L’apoteosi di Elisabetta e la chiave di volta della storia europea: la sconfitta dell’Armada spagnola
19.Martiri ed esuli
20.La sfida puritana, più temibile di quella papista
21.Elisabetta e i cattolici
22.La decapitazione del toyboy 23.Regina quondam reginaque futura
Biografia dell’autore
Richard Newbury storico e giornalista, vive e lavora a Cambridge e a Torre Pellice (To). Collaboratore de “La Stampa” e “Il Foglio”, per Claudiana ha pubblicato anche La regina Vittoria (2011) e Oliver Cromwell (2013).
Erich Fried nato a Vienna nel 1921, nel 1938 lasciò l’Austria e si trasferì a London. Tra i suoi volumi di poesia: Germania (Deutschland, 1944), Contestazioni (Anfechtungen, 1967), Cento poesie senza patria (100 Gedichte ohne Vaterland, 1978). Tra i romanzi e racconti: Figli e pazzi (Kinder und Narren, 1957), Un soldato e una ragazza (Ein Soldat und ein Mädchen, 1960), Quasi tutto il possibile (Fast alles Mögliche, 1975). Nei suoi testi la sperimentazione formale si unisce all’impegno politico.
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Scarna povertà, fradicia povertà,
coi calzoni laceri al cavallo e al ginocchio.
Si scalda le mani su cocenti infamie,
chiama il destino Lui e Loro
e si delizia con cose dai nomi duri:
stracci e piedi, cibo e mani –
non t’ingozzare, che non ce n’è più!
Fradicia povertà, oscena povertà,
ronza con spietata fedeltà
come legno marcio con accenno di orifizio,
umido giornale ficcato nei vuoti dell’artifizio,
e ci disgusta fino alla feroce lealtà.
Non è mai colpa di quelli che ami:
la povertà discende dai cieli.
Lascia che balli su sedie, che sfondi la porta,
sorge da tutto quello che è venuto prima,
e ogni outsider è il nemico –
il bastone di Cristo rovesciò tutto questo
cavalieri e filosofi rimisero tutto a posto.
Oscena povertà, scarna povertà,
croste tra le gambe e piaghe tra i capelli
una finestra fatta d’aria è pulita,
non l’argento sporco di una manica.
Bada se ciò faccia bene alla scuola
e debba andare e desideri andare:
qualcuno, un giorno, dovrà pagare.
Raditi con il sapone, corri alla carne,
stupisci la nazione, governa l’esercito,
aspetti ancora il giorno in cui sarai rispedito
dove libri o giocattoli sono rifiuti sul pavimento
e nessuno ha il permesso di venire a giocare
perché la tua casa si chiama baracca
e l’acqua calda sfrigola nel piatto sporco di latta.
Traduzione di Roberto Cogo e Graziella Isgrò
Poesia n. 181 Marzo 2004
Les Murray. Poesie del vuoto falciato
A cura di Paolo Ruffilli
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Ed è chiaro che, alla fine, lei è caduta giù
dalla luna, non come una
snella Cinzia a Delfi, dopotutto
non è diciassettenne, ma con la grazia
sensuale e l’implacabilità personale
di una dea dei nostri tempi; così lui dice a
se stesso di notte vedendo il bagliore
del sonno di lei nella metà (due-terzi a rigore)
del loro letto, il claire de lune della spalla
e della fronte dietro le nuvole scure
dei capelli. Lui beve il suo vino
e ingoia più pillole. Gli uccelli
cantano la loro prima mattinata, piccoli cinguettii e
frinire di insetti, e fuori la prima luce
vela la finestra. Il giorno sarà orribile,
nervoso, cupo e pieno di tensione. L’ultima
sigaretta, il sorso finale di chardonnay,
e si stringe contro il caldo bagliore di lei,
pensando a quando dodicenne
nuotava nel caldo laghetto oltre
gli olmi e gli alberi di noce al limite
del prato. Si rigirava come una carpa assonnata
tra le ninfee, sotto le libellule
e le nuvole roventi dei vecchi giorni d’estate.
Traduzione di Fiorenza Mormile
Poesia n. 323 Febbraio 2017
Hayden Carruth. Il primato dell’etica
a cura di Fiorenza Mormile
Erich Fried
Neve in ufficio
Jürgen Theobaldy
Una certa nostalgia di palme. Qui
è freddo, ma non soltanto. I tuoi baci
al mattino sono pochi, poi sto seduto
otto ore qui in ufficio. Anche tu sei
una reclusa e non possiamo
telefonarci. Alzare il ricevitore
e origliare? Telefono, perché il tuo
polso batte solo per altri? Qualcuno chiede:
“Come stai?”, e senza attendere risposta
è già fuori dalla stanza.
Che cosa può muovere l’amore? Io calcolo
i prezzi e vengo calcolato. Tutti i pezzi di ricambio,
le parti di caldaia, i bruciatori a olio, tutti passano
per la mia testa come numeri, nient’altro.
E anch’io passo attraverso qualcuno
come un numero. Ma alla sera vengo da te
con tutto quello che sono. Scienziati
scrivono che anche l’amore è
una relazione produttiva. E dove sono
le palme? Le palme si mostrano sulla spiaggia
di una cartolina illustrata; e noi, supini,
le contempliamo. Al mattino ritorniamo
in ufficio, ognuno al suo posto.
Con un numero, come il telefono. Traduzione di Gio Batta Bucciol
Poesia n. 285 Settembre 2013 Jürgen Theobaldy La neve e le palme
a cura di Gio Battta Bucciol
Fondazione Poesia Onlus 2013
Erich Fried
Thomas Bernhard 18
Le parole – bambine piccole, molestano, fanno male,
se le accarezzi ridono, poi subito si ostinano,
han fretta di dir tutto, s’imbrogliano, sanno amare,
diventan grido, tacciono, nascostamente svelano.
Le parole – bambine piccole, a volte si ribellano,
sanno dire le lacrime, il riso sanno scrivere.
Agnelle si sacrificano, belve nella passione,
ansiose di dipingere l’intero mondo azzurro.
Le parole – bambine piccole. Flessuosi corpicini
che agguerriti si levano, mettono le ali, volano.
Sognano, si spaventano, si alleano, si separano,
animelle cui è stato dato di avere sempre sete.
Le parole – bambine piccole. Bianco per loro il tempo,
pagine su cui scrivere, vele che il vento gonfia
per fare viaggi nella gioia, far viaggi nel dolore.
L’amore sa trasformare in sacro la tempesta.
Traduzione di Nicola Crocetti
Poesia n. 298 Novembre 2014 Pandelìs Bukalas. Dal Mito alla Storia
a cura di Massimo Cazzulo e Nicola Crocetti
Poesia notturna
(…)
In un vestito di fiamme che rotolano nel cielo è così
che mi sentii la notte che mi disse
che aveva un’amante e con timido orgoglio
tirò fuori una foto.
Non posso vederne la faccia ho detto con rabbia,
buttandola a terra. Mi ha guardata.
Eravamo alla finestra (di un ristorante) in alto sulla
strada,
sposati da poco più di un anno.
Un lavoro veloce dissi io. Sarai maligna disse lui.
Ruppi il vetro e saltai.
Adesso certo sai
che non è questa la verità, ciò che si ruppe non era vetro,
ciò che cadde a terra non era corpo.
Tuttavia quando ricordo quella conversazione questo è
ciò che vedo – me stessa come il pilota di un caccia
che si salva sul canale. Me stessa come preda.
Oh no non siamo nemici disse lui. Ti amo! Vi amo
entrambe.
Non sembra il Signor Rochester che digrigna i denti e dice
in meno di due minuti con il suo strisciante verde sibilo
la gelosia può divorarci fino al cuore, una formula che
gli si presenta
mentre sedeva nel muschio e nell’ambra
del suo balcone parigino
e guardava la sua bella da operetta al braccio di un
cavaliere sconosciuto?
Rimanere umani è rompere un limite.
Partenza
Le nubi persero ogni ritegno
accorse in volo il vento piú disperato
e tentò di sospingere
in alto le ciocche d’acqua
su di loro scivolai in basso
la tua mano per sempre
tra collo e guancia
Traduzione di Riccarda Novello
Christoph Wilhelm Aigner Prova di stelle
a cura di Riccarda Novello
Crocetti Editore 2001
Poesia d’amore per la libertà e poesia di libertà per l’amore
Mattino infine: là nella neve le tue
lievi impronte d’arrivo e di ritorno.
Null’altro ci ha lasciato la notte di visibile,
non la candela, il vino bevuto a metà,
né il tocco della gioia; soltanto questo segno
della tua vita che alla mia cammina.
Finché la pioggia le cancelli, e resti
la verità cui ci svegliò il mattino;
felicità o dolore non sappiamo.
Traduzione di Silvio Raffo
Poesia n. 294 Giugno 2014 Philip Larkin. Lettere dall’esilio
a cura di Silvio Raffo
Come ti si dovrebbe baciare
Quando ti bacio non è solo la tua bocca non è solo il tuo ombelico non è solo il tuo grembo che bacio. Io bacio anche le tue domande e i tuoi desideri bacio il tuo riflettere i tuoi dubbi e il tuo coraggio il tuo amore per me e la tua libertà da me il tuo piede che è giunto qui e che di nuovo se ne va io bacio te così come sei e come sarai domani e oltre e quando il mio tempo sarà trascorso.
Erich Fried
Quel che è
È assurdo dice la ragione È quel che è dice l’amore
È infelicità dice il calcolo Non è altro che dolore dice la paura È vano dice il giudizio È quel che è dice l’amore.
Chi ha nostalgia di te quando io ho nostalgia di te?
Chi ti accarezza quando la mia mano ti cerca?
Sono io o sono i resti della mia gioventù?
Sono io o sono gli inizi della mia vecchiaia?
È il mio coraggio di vivere o la mia paura di morire?
E perché la mia nostalgia dovrebbe dirti qualcosa?
E che cosa ti dà la mia esperienza che mi ha solo reso triste?
E che cosa ti dànno le mie poesie in cui dico soltanto
come è diventato difficile essere o dare?
Eppure brilla nel giardino il sole nel vento prima della pioggia
e profuma l’erba che muore e il ligustro
e io ti guardo e la mia mano tastando ti cerca.
Che cosa sei per me? Che cosa sono per me le tue dita e che cosa le tue labbra? Che cos’è per me il suono della tua voce? Che cos’è per me il tuo odore prima del nostro abbraccio e il tuo profumo nel nostro abbraccio e dopo?
Che cosa sei per me? Che cosa sono per te? Che cosa sono?
Erich Fried
Breve biografia di Erich Fried nato a Vienna nel 1921, nel 1938 lasciò l’Austria e si trasferì a London.Tra i suoi volumi di poesia: Germania (Deutschland, 1944), Contestazioni (Anfechtungen, 1967), Cento poesie senza patria (100 Gedichte ohne Vaterland, 1978). Tra i romanzi e racconti: Figli e pazzi (Kinder und Narren, 1957), Un soldato e una ragazza (Ein Soldat und ein Mädchen, 1960), Quasi tutto il possibile (Fast alles Mögliche, 1975). Nei suoi testi la sperimentazione formale si unisce all’impegno politico.
ROMA al Teatro Tor Bella Monaca va in scena “FIORI D’ACCIAIO”-
ROMA al Teatro Tor Bella Monaca va in scena “FIORI D’ACCIAIO”, spettacolo diretto da Michela Andreozzi e Massimiliano Vado in scena in Sala Grande il 5 e 6 marzo, inaugura la settimana al Teatro Tor Bella Monaca.
“Fiori d’acciaio” è per me l’occasione di costruire, con un cast così ricco e variegato, una banda di soliste, in grado di suonare insieme ma di battere in volata quando serve; disegnare personaggi anche estremi ma capaci di ascoltarsi, o di imparare strada facendo ad accogliersi senza snaturarsi_ annota Michela Andreozzi. “Solo da adulta ho scoperto che il film era una piece teatrale, ancora attualissima, sotto un superficiale strato di polvere fisiologico, e perfettamente rappresentativa di un microcosmo, quello del negozio di provincia, che è specchio di macrocosmi le cui dinamiche, perfino oggi, fanno fatica a cambiare. Per questo motivo si è deciso di lasciare l’ambientazione di fine anni ’80, perché permette di osservare un tempo appena trascorso e racconta che siamo già nel futuro. E forse anche perché l’immagine e lo stile di quel periodo, negli abiti, negli arredamenti, ma soprattutto nella musica, sono ormai identificativi di un momento storico diventato ormai glamour. Oltre al fatto che certe modalità, oggi, sarebbero condizionate dalla tecnologia. Un racconto di sentimenti e di ironia che qualche volta è crudele ma mai cinico, mai diventa sarcasmo. Se c’è una cosa che le donne sanno fare, è essere terribili, spietate e capaci di affrontarsi, insomma, dei fiori di acciaio, senza mai smettere di amare.”
Teatro Tor Bella Monaca va in scena “FIORI D’ACCIAIO”-
Teatro Tor Bella Monaca va in scena “FIORI D’ACCIAIO”-
Teatro Tor Bella Monaca va in scena “FIORI D’ACCIAIO”-
Dal 6 all’8 marzo va, invece, in scena in Sala Piccola dal romanzo di Sacha Naspini pubblicato da Edizioni E/O, uno spettacolo con Sara Donzelli e Sergio Sgrilli, per la drammaturgia di Riccardo Fazi e a cura di Giorgio Zorcù. Scrittore grossetano ormai tradotto in tutto il mondo, Sacha Naspini immerge i suoi romanzi in una cultura contadina stralunata e feroce. “Nives” è un romanzo che tiene incollato il lettore e lo sorprende, finalista all’American Literary Translator Association nel 2022 e tradotto in 25 lingue, tra cui cinese e arabo. Una donna è rimasta sola nella sua tenuta dopo la morte improvvisa del marito. Unica sua compagnia, una gallina zoppa che si incanta davanti alla réclame del Dash in Tv. Nives chiama così Loriano Bottai, il veterinario del paese. Inizia una lunga telefonata durante la quale due intere esistenze si mettono a nudo, in un dialogo fitto e ricco di colpi di scena. Gli spettatori ascoltano in cuffia, immersi sempre più a fondo nella conversazione che Nives e Loriano, come in una danza, imbastiscono dalle estremità di un lungo tavolo che unisce simbolicamente le due stanze lontane. Tra riletture di fatti lontani nel tempo e vecchi rancori si scoprono gli abissi di amori perduti, occasioni mancate e rivelazioni difficili da accettare in tarda età.
Le voci fuori campo sono di Graziano Piazza ed Elena Guerrini. Costumi di Marco Caboni. Collaborazione ai movimenti: Giulia Mureddu. Disegno luci di Marcello D’Agostino e disegno sonoro di Umberto Foddis. Grafica di Matteo Neri. Produzione Accademia Mutamenti, Muta Imago, con il contributo di regione Toscana, Città di Follonica / Teatro Fonderia Leopolda.
Inoltre, dal 7 al 9 marzo, in Sala Grande ci si immerge in I. A. LO STRANO CASO DEL DOTTOR JEROME STORM, spettacolo di Rocco Bucciarelli con la regia di Zenone Benedetto. Il testo ci porta in un futuro lontano e precisamente nell’era galattica 3000 su un esopianeta in via di Terraforming (terra formazione) dove il dottor Jerome Storm, capo missione del presidio sperimentale del mondo interplanetario Delta, trascorre le sue giornate creando nuovi mondi accoglienti per l’umanità avida di conquiste. Nelle sue funzioni il dottor Storm è aiutato da Absyde, un computer quantico di ultima generazione e precisamente una I.A. (Intelligenza artificiale) di livello 1000. Le giornate scorrono tranquille all’insegna dei lavori di routine volti a controllare i piani di avanzamento della missione. Un giorno, però, il dottor Storm interagendo con Absyde si accorge di alcune anomalie di sistema e tramite un confronto intenso e serrato sul senso stesso della missione scopre il suo terribile piano segreto e il suo delirio di onnipotenza. Egli allora fa di tutto per impedire alla I.A. di prendere il controllo totale delle operazioni e non riuscendovi prende la drammatica decisione di premere il tasto dell’auto distruzione distruggendo l’intero sistema e ovviamente lui stesso. Ma il finale sarà imprevedibile e sconvolgente….
Lo spettacolo – tra filosofia, scienza e fisica quantistica – pone al centro dell’attenzione il delicato rapporto uomo-macchina. L’interazione tra questi ultimi è infatti uno dei temi centrali sui quali la ricerca scientifico-tecnologica e la riflessione umanistica si sono spese negli ultimi cent’anni, generando un investimento incredibile nella ricerca e aprendo fette di mercato notevoli e prima impensabili.
Per i più piccoli e per le loro famiglie domenica 9 marzo alle 17 appuntamento con IL GRUFFALÒ – A SPASSO CON IL MOSTRO di Marco Zordan.
“Ha zanne tremende, artigli affilati e denti da mostro di bava bagnati”. Questa è la descrizione che fa del Gruffalò un piccolo topolino, impegnato ad inventare un mostro tremendo che lo avrebbe vendicato se qualche belva feroce lo avrebbe mangiato, fino a scoprire che il Gruffalò … esiste veramente. Uno spettacolo con rime, canzoni e animali parlanti che tra lo scherzo e l’intrattenimento fa riflettere su tutto quello che è diverso da noi.
La programmazione dei Teatri in Comune 2024-2025 è finanziata dall’Unione Europea, Next Generation EU nell’ambito del PNRR, e rientra tra gli Interventi “Il Giubileo dei Pellegrini: eventi artistici e culturali nella città di Roma, dal centro alla periferia, al fine di favorire la fruizione turistica nel periodo giubilare” (PNRR – M1C3-Inv.4.3 Caput Mundi. Next Generation EU per grandi eventi turistici).
Teatro Tor Bella Monaca – Arena Teatro Tor Bella Monaca
Via Bruno Cirino angolo Via Duilio Cambellotti raggiungibile con Metro C o Linea Bus 20
Ampio parcheggio disponibile
SPETTACOLI ORE 21; DOMENICA ORE 17:30
Per informazioni e prenotazioni:
Telefono 062010579 (dalle 10:30 alle 19:30)
Messaggi whatsapp 3920650683 promozione@teatrotorbellamonaca.it
Botteghino: dal martedì alla domenica dalle 10,30 alle 21,30
www.teatrotorbellamonaca.it – www.teatriincomune.roma.it
Acquisto online su Vivaticket
BIGLIETTI intero 12,00 Euro
ridotto 10,00 Euro
giovani 8,00 Euro
GIFT CARD 78,00 Euro (10 ingressi)
Pescara-“Ines e le altre” al Museo delle Genti d’Abruzzo la mostra di Primarosa Cesarini Sforza-
Pescara, 25 febbraio 2025- Al Museo delle Genti d’Abruzzo la mostra di Primarosa Cesarini Sforza.Le sue dimensioni sono il segno e il tempo, combinate in un percorso che diventa emozione, racconto, visione. Sarà inaugurata sabato 1 marzo, alle ore 18, nelle sale del Museo delle Genti d’Abruzzo ,la personale dell’artista Primarosa Cesarini Sforza “Ines e le altre”, curata da Mariano Cipollini.
Un viaggio in un universo creativo che si rigenera attraverso l’utilizzo di tecniche originali e raffinate, materiali evocativi, espressione di una sensibilità che non mantiene il ricordo come citazione retorica, ma lo acquisisce come elemento di un presente in continua evoluzione.
Museo delle Genti d’Abruzzo la mostra di Primarosa Cesarini Sforza
“La memoria, sicuramente presente nelle sue opere – sottolinea infatti nelle note critiche il curatore Mariano Cipollini – non ha né valenza archeologica, né assume struttura cronologica portante. In buona parte resta depositaria di un’iconografia efficace, necessaria quanto variabile, parallela al quotidiano, espressamente correlata al gesto creativo e svincolata dalla retorica della nostalgia.
Una storia iniziatica, un vero imprinting che ne ha favorito l’utilizzo a piacimento, in un tempo modificabile e funzionale alle sue esigenze.
Esperienze accordate con le sue sensibilità e le sue richieste. Con i tempi che, fin dagli esordi, scanditi dall’alternanza della luce e del buio, dai giochi favoriti dagli sguardi semplici e benevoli delle adulte, ne hanno amplificati i contenuti e costruito il bagaglio conoscitivo.”
Le opere sono il frutto di una ricerca artistica che guarda alla comunicazione con chi guarda attraverso un linguaggio capace di trasmettere un messaggio essenziale, facilmente comprensibile, una sorta di porta che favorisce lo scambio di conoscenze, che si incontrano per comprendere ed essere comprese.
Mariano Cipollini -Testo critico -Ines e le altre
La memoria è lo spazio virtuale tra i più fecondi nel quale operare il recupero di temi essenziali per costruire un esaustivo percorso d’arte, e non solo.
Il ricordo, sicuramente fonte inesauribile di argomenti, a volte, può rigenerarsi e trovare applicazioni insolite che danno ampio spazio alle considerazioni.
Nel caso di Primarosa Cesarini Sforza, si configura come un tassello necessario ma non prioritario, tanto da non rappresentare il punto focale per operare in seno alle arti visive.
Tale opinione, in apparenza discordante con la corposa documentazione critica che accompagna il lavoro dell’artista, nasce da alcune personali riflessioni.
Osservazioni che mi consentono di ipotizzare una collocazione non comune del ricordo, e un differente sistema applicativo all’interno del percorso artistico e personale.
La forza interventista della sua personalità, combinata a una relazione preponderante tra l’osservazione e il saper cogliere le versatilità potenziali dell’osservato, le consente di concepire l’accoglienza, nel senso più vasto del termine: punto d’incontro delle sue esperienze, luogo tanto virtuale quanto geografico, pronto a modificare nella sostanza il processo relazionale tra le conoscenze e il tempo che le distanzia.
Museo delle Genti d’Abruzzo la mostra di Primarosa Cesarini Sforza
Prerogativa insolita quanto fortuita, nella quale far convergere le innumerevoli annotazioni per costruire il collegamento risolutivo tra la donna e l’artista.
Ambito che amalgama le peculiarità in cui il tempo ha valore sommatorio e non sedimentante all’interno di un programma di vita, che diventa luogo deputato nel quale far convergere gli interessi essenziali del suo far arte.
Un corpo unico che le consente di accostarsi al cenacolo artistico con una visione possibilista e prendere in considerazione una quantità vasta di argomenti.
Temi che vanno a soddisfare sia il processo creativo, sia la struttura portante del pensiero che ne è il motore.
Osservando i suoi lavori, più che riferirsi a un recupero di storie o emozioni derivanti in buona parte dal passato, penso, piuttosto, che si possa parlare di trascrizioni a getto continuo, generate da una singolare struttura pensante, ben modellate da un’ infanzia formativa trascorsa positivamente.
Una risultante tra la sua essenza priva di condizionamenti e una libertà, o vita liberamente condotta, in una natura benigna che l’ha accolta, un regalo casuale dettato dalle circostanze.
Coincidenze formative che le hanno consentito e le consentono ancora di esprimersi attraverso uno stato di fatto determinato e libertario, in un tempo disposto a duplicare un alto numero di variabili che restano costanti, alternabili ed esentate dall’essere archiviate.
Le stesse collegate a un’affettività ad ampio raggio, in cui la memoria ne rigenera continuamente la figurazione, senza un prima o un poi.
Variabili che hanno fatto dell’addizione una costante narrativa.
Una sommatoria di esperienze e sperimentazioni in cui l’accumulo è trascrizione continua dei temi d’elezione. Sovrapposizione di argomenti utilizzabili all’occasione nel tempo.
Da qui la considerazione che la memoria, sicuramente presente nelle sue opere, non ha né valenza archeologica, né assume struttura cronologica portante. In buona parte resta depositaria di un’iconografia efficace, necessaria quanto variabile, parallela al quotidiano, espressamente correlata al gesto creativo e svincolata dalla retorica della nostalgia.
Una storia iniziatica, un vero imprinting che ne ha favorito l’utilizzo a piacimento, in un tempo modificabile e funzionale alle sue esigenze.
Esperienze accordate con le sue sensibilità e le sue richieste. Con i tempi che, fin dagli esordi, scanditi dall’alternanza della luce e del buio, dai giochi favoriti dagli sguardi semplici e benevoli delle adulte, ne hanno amplificati i contenuti e costruito il bagaglio conoscitivo.
Esperienze che, stimolate da una trasgressività benigna, qualità innata nella bambina e sviluppatasi poi nella donna, hanno fatto di Primarosa Cesarini Sforza l’artista che è.
Quest’aspetto mi porta a concepire il suo lavoro come un corpo unico fatto di pensiero, azione ed esperienze identificative. Un risultato possibilmente frazionabile non correlato necessariamente alle sedimentazioni del ricordo.
Le sue opere sono un serio rapporto tra le inclinazioni personali, la costruzione dello spazio di appartenenza, luogo preso in prestito da un mondo o dai mondi che vivendo ha verificato e in parte contribuito a costruire e la sana follia liberatoria che le concede di sentire il canto profondo della poetica dell’essere.
Passaggi verificabili.
Nei suoi lavori, tutto il “precedente” è continua presenza. Uno stato di fatto costante e ripetibile.
Una ramificazione che esalta le connessioni con il presente e le diverse interpretazioni che il sociale – collettività in modificazione – le consente di apportare in progressione.
Esperienze da annoverare come processo continuo generato dalla conoscenza, in cui la sedimentazione è addizione continua, non a esclusivo appannaggio della memoria.
Bagaglio il cui peso volatile non richiede di essere trascinato. Contenitore dilatabile in evoluzione, in cui il divenire è già passato prossimo è disponibile futuro a discapito della consecuzione cronologica del vissuto.
Visione possibilista che non depotenzia o sminuisce lo spessore artistico parco di legami esclusivamente temporali, tutto è un processo immune da confronti e affiliabili similitudini.
L’affettività rivolta al mondo circostante, composta da tutti gli elementi che ci segnala, evidenzia una coralità che non prevede primogeniture.
Un aspetto che le permette di considerare le affinità elettive e i temi d’elezione sullo stesso piano, liberandosi in tal modo da ogni dipendenza eventuale.
La benefica anarchia derivante non le consente di aderire a un momentaneo o definitivo movimento artistico che la metterebbe di fatto in una condizione subordinata che ne ridurrebbe lo spazio d’azione.
Adesioni non indispensabili in quanto non rispondenti a tutto quello da lei tutelato e promosso nel tempo.
Le installazioni che presenta sono un accostarsi ai movimenti delle “libere avanguardie”, senza necessitare di particolari etichette e scevre dall’essere autoreferenziali. Come i libri d’artista che incidono profondamente sulla costruzione avanzata di linguaggi differenziati, presi in prestito da altre discipline e rimodulate per l’occasione.
Stralci di partiture musicali, ritagli di carte variegate, scritti, disegni, tutto quello che ritiene indispensabile entra nel suo universo.
Energiche cuciture interattive.
Collegano archetipi differenziati, programmano esperienze visive, tattili e narrative rispondenti a una comunicazione trasversale della sua politica: “sottili” profili testamentari.
Resetta le singole letture, progetta interconnessioni che, partendo dal particolare, articolano un fonema promotore di evolute architetture linguistiche, le cui figurazioni generano pagine dalle collaudabili valenze iconiche.
Nella sua lunga e corposa esperienza artistica lo sguardo è il suo mentore e le empatie che ne derivano sono subordinate al qui e ora, noncuranti del pensiero altrui.
Materiali disparati, metalli, terrecotte, corde e feticci tribali, concorrono a ridisegnare condizioni esistenziali, sociali e politiche. Ogni singolo elemento può anche essere citazione dalla valenza puramente colloquiale.
L’insieme che costruisce è aderenza al presente, elemento di congiunzione tra le mancanze che rileva e il suo intuire, soluzioni probabili, non necessariamente risolutive.
Il segno continua ancora oggi a contenere la sua storia. Non ha mai smesso di assumere sembianze differenti pur di accordare loro i giusti riferimenti narrativi.
Fatto di grafite o inchiostro, colore o tracciato di funi, fili, ombre proiettate e proiettabili, attraverso congiunzioni di materiali differenti è un rinnovato vocabolario, perenne tramite che la collega a noi e alle nostre esperienze visive e cognitive.
Vero e proprio filo.
Tessuto o intrecciato, costruisce la struttura dell’impianto compositivo.
“Dimensioni”, tecniche miste, nel cui interno convergono apporti tecnici differenti finalizzati alla trascrizione della relazione parentale che la lega a una natura che è “Casa”.
Impianto scenico cristallizzato che sancisce un tacito accordo tra una collaudata manualità e una figurazione onirica tanto benefica quanto evocatrice. Rivincita di un manufatto che sdogana gesto e risultato dalla condizione iniziale legata al femminino. Amplifica la valenza universale del ricamo non più correlato a una legge unilaterale delle attitudini.
Intricati labirinti.
Micro e macrocosmi non possono che ricucire le distanze costruite dalle avidità, dalle assenze e dalle mancanze. Strappi generati dall’uomo stesso e dalle sue cadute.
L’artista evidenzia offese e danni. Ricostruisce habitat ideali esorcizzando il mal fatto.
Cerca di arginare, attraverso i suoi possibili “innesti”, recuperi in cui l’effimero è affiancato al provvisorio. L’insieme, dall’apparente fragile volatilità, riconferma la centralità di una natura pronta ancora una volta a rigenerarsi senza rancori. Primavere duplicabili, promotrici di spazi abitativi desiderabili, riconoscibili dalla collettività immersa in un paesaggio ai limiti del collasso.
Un percorso espositivo che ben si accorda alla volontà museale che accoglie i suoi lavori in un rimbalzo temporale denso di affermazioni. Una relazione espositiva fatta di reperti e opere in cui appare evidente il diverso percorso delle memorie. Il loro approdo al presente, la funzione socio-politica differenziata, assolta da analisi comparate e la strategia narrativa altamente formativa rivolta alle nuove generazioni.
Aspetti che riallineano i parallelismi tra azione, reazione e applicazione temporale delle riletture su piani disciplinari equivalenti.
“Derivati” che, nella loro complessità, attraverso la partecipazione creativa di Primarosa, trovano lo spazio per essere evidenziati, dibattuti e ludicamente goduti, attraverso un riscontro visivo aggiornato.
Opere, spazi virtuali costruiti dall’anima e con anima. Probabilmente accresciuti da quelle circostanze iniziali fatte di natura, luce e colore, dimensioni che rappresentano il suo sogno artistico e il nostro prossimo immaginario.
Offerte spontanee: gioco liberatorio e scoperta di una natura primordiale, regalatele da semplici e ignare “Signore della Terra”, hanno contribuito a determinare tutto quello che oggi ci offre.
ORVINIO SABINO -Carlo Magno e La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –
Si pensa che l’origine della struttura di Santa Maria del Piano possa risalire al IX secolo, collegata ad una vittoria dell’esercito di Carlo Magno sui Saraceni nella pianura adiacente. Dopo un periodo di notevole dinamismo e operosità, quando i monaci benedettini, legati alla potente abbazia di Farfa, estendevano i loro possedimenti su diversi paesi dei dintorni, a partire dal ‘500 iniziò una lunga fase di declino e abbandono in cui il sito veniva frequentato solo per alcune celebrazioni e le consuetudini rurali.
Un uso temporaneo come cimitero durante l’800, sommato a ripetuti crolli e saccheggi che i vari restauri non sono riusciti ad arginare, hanno condotto all’aspetto attuale. Il monumento, per quanto affascinante e armonicamente inserito nel paesaggio, risulta ormai privo di molti elementi architettonici impiegati per la sua costruzione e provenienti da resti di edifici romani e medievali della zona (capitelli, stipiti, fregi, bassorilievi). E’ interessante notare come per questi materiali, che in gergo tecnico vengono definiti “di spoglio” perché derivano dallo smantellamento di qualcosa di preesistente, il destino tenda a ripetersi.
Oggi di proprietà dello Stato, fino agli anni ’70 la struttura era del Comune di Orvinio , anche se dal punto di vista amministrativo l’area ricade nel comune di Pozzaglia Sabino . In tempi remoti, fra gli abitanti di questi due paesi si sono accese diverse contese per il possesso dell’abbazia e delle sue terre.
ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –
ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –
Pillole di storia
I ruderi della chiesa di Santa Maria del Piano e dell’attiguo monastero sorgono isolati sull’altopiano semideserto che si estende tra i due Borghi di POZZAGLIA e di ORVINIO subito a ridosso dei monti sabini all’estremità sud-orientale dell’antica Diocesi di Sabina.
L’edificio presenta delle originali rispondenze di carattere ubicazionale con la chiesa di Vescovio. Infatti entrambe le costruzioni sono isolate rispetto all’agglomerato urbano più vicino sia un CASTRUM o un semplice nucleo abitativo formatosi in epoca successiva.
La chiesa abbaziale dista dal Castrum di Canemorto, oggi ORVINIO circa 4 km. E sono collegati da una carrareccia rulare semiabbandonata, e questo fatto, evidentemente poco comune per un complesso edilizio di proporzioni così rilevanti, non trova giustificazione alcuna se non nella leggenda secondo la quale la chiesa costituirebbe un gesto di ringraziamento da parte di Carlo Magno per una vittoria da lui riportata nella zona. A questo proposito negli Atti della Visita Corsini (Acta sacrae visitationisPuteale) si legge:”eam a Carlo Magno ob insignem de Longobardis victoriam aedificatam fuisse atque in gratiarum actionem Deiparae Virginis dicatum, memoriae proditum est.” Questa traduzione del 1781 , è in contrasto palese con quella riferita da altri scrittori, quali F. Fiocca, F.Palmegiani e F.Di Geso, secondo i quali la chiesa sarebbe stata edificata da Re Carlo per una vittoria riportata su saraceni “tanto da costringerli ad abbandonare la zona”.
ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –ORVINIO SABINO-La chiesa abbaziale di Santa Maria del Piano –
Uno specchio si riflette nell’altro, gli occhi di lui si avvicinano
al cosmo di nuove prospettive che nascono,
come tatti dell’universo,
degli occhi che moltiplicano
il volto del vecchio.
Una bella donna lo trucca
e lui chiude le palpebre in estasi.
La sposa severa con blusa nera di seta
oppure una tanguera
di bordello.
Lei toglie le spine mortali dal suo viso,
gli mette polveri che danno trasparenza al viso totale
e risalta la vita sulle guance
e le palpebre con ogni pennellata.
Con tre zampe lui misura placidamente il suolo
che trema come un bandoneon
suonato da un ubriaco.
Allora si mette gli occhiali e vede la sfera
piena di fulgore giallastro.
La guarda e legge la propria sorte
scritta sulle striature della tigre
come un indovino maya.
Il suono smarrito dell’organetto rotto
che hanno portato i marinai
apre l’orizzonte della pampa.
Quelli che giunsero laggiù con speranza
adesso muoiono crocifissi dalla nostalgia per la patria,
abbandonati due volte dalla propria patria e dalla terra nuova,
senza tessere neppure un brandello di sogno,
vagano per il gran labirinto del tempo
e incontrano il proprio volto vero ed eterno
un secondo prima della morte.
Il poeta ha scoperto il suo destino,
il suo volto era il volto stesso della madre.
“Mamma, mamma, nella sua origine
la mia vera esistenza è solo la metà di me stesso
il resto è tuo!
Tu vivi in me mentre io mi trucco”.
Il poeta chiede al cameriere un sacchetto dalla cucina
per l’arancia e le bucce.
La gente di periferia non capisce mai
perché lui conservi tanto premurosamente questo frutto volgare.
(Traduzione di Ikuko Sagiyama)
Satoko Tamura Kawamura è nata in Giappone nel 1947. Ha seguito i corsi di Letteratura Ispanoamericana presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) e di teoria dell’espressione poetica presso l’Università Complutense di Madrid, e ha conseguito il dottorato presso l’Università Ochanomizu di Tokio. Dal 1989 è stata eletta Membro Straniero dell’Accademia Cilena della Lingua. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche e traduzioni da Naruda, Cortazar, Marquez e altri. Fra i numerosi riconoscimenti internazionali, ha ricevuto il dottorato ad honorem in lettere dalla World Academy of Arts and Culture (California, Usa).
Roma al Teatro Hallet va in scena lo spettacolo “QUINTOPIANO” diretto da Mariella Pizziconi-
Roma Debutta al Teatro Hamletdal 6 al 9 marzo, QUINTOPIANO, spettacolo scritto e diretto da Mariella Pizziconi.In un palazzo di Roma due famiglie si fanno la guerra. Capita tra vicini. Elide, la boss del quartiere e proprietaria anche di quasi tutto il caseggiato ,prova a mettere pace ; non perché sia buona ,anzi, è cattivissima, ma perché vuole stare tranquilla e riscuotere gli affitti senza problemi. Le cose si evolvono improvvisamente : esplode addirittura l’amore: una passione cieca e inaspettata che crea ancora più problemi. Ormai è un crescendo di colpi di scena. Un viavai di esseri inquieti e fuori di testa. Non finirà bene ,no, proprio no.
Roma al Teatro Hallet “QUINTOPIANO” diretto da Mariella Pizziconi
“QUINTOPIANO è uno spettacolo difficile per gli attori e per la regista” _ annota Mariella Pizziconi. “ Il copione è stato volutamente scritto così ( ne sono anche l’autrice) perché un autore ama sempre sfidarsi . Dov’è la difficoltà? È subito spiegato… I piani in discussione sono il quinto e il quarto ma, scenograficamente non sono sistemati uno sopra l’altro, bensì uno accanto all’altro, cosicché gli attori saranno costretti, quelli del quinto a guardare in giù (quando si riferiscono ai vicini di sotto) e quelli del quarto in su. Ci saranno poi dei momenti di musica operistica (Rossini e Verdi) durante i quali tutti gli attori (sette), cantando in playback si muoveranno in modo concitato avanti e indietro. La commedia è arricchita da colpi di scena veramente inaspettati ,il finale toglie il fiato. Gli attori, straordinari, sono stati scelti in modo oculato.”
Rita Pasqualoni , Romano Talevi , Simona Ciammaruconi , Maurizio Greco , Rita Gianini , Andrea Scaramuzza , Gabriele Perfumo
QUINTOPIANO
Storia di follia scritta e diretta da Mariella Pizziconi
Con Maurizio Greco, Simona Ciammaruconi, Rita Pasqualoni, Romano Talevi, Rita Gianini, Andrea Scaramuzza, Gabriele Perfumo
Aiuto Regia Serena Canali
Abiti Pizzuti Boutique
DAL 6 AL 9 MARZO
TEATRO HAMLET- ROMA
da sinistra Rita Pasqualoni , Simona Ciammaruconi e Rita GianiniSimona Ciammaruconi-Maurizio Greco-Attori
Orario Spettacoli
Da giovedì a sabato ore 21
Domenica ore 18
TEATRO HAMLET_ Via Alberto da Giussano 13, Roma (Pigneto)
“Siamo fatti della stessa sostanza dei Sogni”
W. Shakespeare
Sotto la Direzione Artistica di Gina Merulla nasce “Teatro Hamlet APS” che si propone di promuovere l’Arte e la Cultura, di diventare importante punto di riferimento per il territorio romano, di “parlare” tanto alla Mente quanto al Cuore della gente.
Dopo un’importtante ristrutturazione recentemente è stato inaugurato il nuovo Spazio Polifunzionale attrezzato per il Teatro, la Danza, la Musica.
E’ nostra intenzione, da fedeli servi dell’Arte, far vivere a questo spazio mille vite diverse.
SPETTACOLO
Primo e fondamentale aspetto è la dimensione Spettacolo. Il palcoscenico.. le luci.. l’odore.. i suoni.. la magia..
Attraverso la promozione di una programmazione teatrale innovativa e variegata ci proponiamo di offrire ai nostri soci stimoli ed emozioni sempre nuovi. E’ nostra intenzione proporre spettacoli sempre nuovi che esplorino tutti i generi e tutte le forme teatrali al fine incentivare i fruitori a guardare tutto il teatro, non solo ciò a cui sono abituati. La programmazone prevedrà quindi spettacoli drammatici e commedia brillante, grandi classici e nuova drammaturgia, artisti affermati e giovani compagnie.
Fuori Cartellone ancora teatro, spettacoli musicali e danza per promuovere l’Arte in tutte le sue forme.
“Il mondo intero è un palcoscenico”
W. Shakespeare
COMPAGNIA
La Compagnia “ Teatro Hamlet ” nasce dall’esigenza più antica e profonda dell’uomo di esplorare il proprio mondo interiore, di emozionarsi, di emozionare.
Il nostro principale intento è quello di intraprendere un nuovo percorso denso e significativo che sia al tempo stesso incontro, viaggio, ricerca.. Affinché l’Arte da effimera e priva di materia possa diventare Viva..
“Nel Teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita.”
E. De Filippo
FORMAZIONE
Con un approccio teorico-pratico ricco di esperienze legate al palcoscenico la formazione si apre a tutti con l’organizzazione di corsi di teatro, musica e danza per bambini, ragazzi e adulti.
Ci proponiamo inoltre di essere Centro di ricerca per per chiunque voglia completare, aggiornare e arricchire la propria preparazione, proponendo incontri, stage, seminari e workshops.
“Quanto più ci innalziamo tanto più piccoli sembriamo
a coloro che non possono volare.”
F. Nietzsche
PRODUZIONI
L’Associazione si occupa di valutare, selezionare e sostenere economicamente progetti nuovi e interessanti che rappresentino innovazione e crescita poiché è nostra convinzione che è indispensabile chi fa arte ma anche chi la sostiene.
“La cultura non è un lusso ma una necessità”
G. Xingjjan
EVENTI
Concerti, Concorsi, Manifestazioni, Rassegne, Conferenze, Festival, Presentazioni letterarie, Mostre e tanto altro poiché..
“Non esiste emozione che non vale la pena di essere vissuta.”
O. Wilde
Poesie scelte di NINA BERBEROVA, poetessa russa-Pubblicate dal blog Avamposto-
Nina Berberova (San Pietroburgo 1901 – Philadelphia 1993) esordì come poeta giovanissima, quando ancora viveva in Russia. Emigrata prima a Berlino nel 1922, poi a Parigi nel 1923 insieme a Vladislav Chodasevič – uno dei maggiori poeti russi del Novecento –, continuò a coltivare la poesia, pubblicando però quasi esclusivamente saggi, romanzi e racconti. Solo ottantenne, dopo i riconoscimenti ottenuti dal volume di memorie Il corsivo è mio, decise di raccogliere in volume una scelta delle sue liriche composte fra il 1921 e il 1983, molte inedite, altre apparse nelle riviste russe dell’emigrazione tra gli anni Venti e i Sessanta.
NINA BERBEROVA, poetessa russa
NINA BERBEROVA Poesie scelte
Primo frammento
Non può il cuore smettere di amare.
Imbrunisce il giorno, passano gli anni,
e il cuore continua la sua esistenza
e ascolta le stagioni e le acque.
Il cuore continua a vivere.
Così sulla piazza, del tutto
a sproposito continua a farci ridere
il mangiatore di spade coperto di ferite.
E il prestigiatore che
fiammeggia come una cometa
e ha la bocca bruciacchiata
rammenta a questo cuore che:
non ha la forza di smettere di amare,
vuole vivere, del tutto a sproposito,
è così fragile, così piccolo,
non respira ma trema,
e pare divenuto vecchissimo
per i naufragi e le offese,
i banchi di sabbia, i mari e le foci.
Ma il cuore continua a vivere:
non scricchiolerà sotto lo stivale,
non struggerà nel fuoco.
………………………………………………
***
In questa notte senza vento oppure
in questi due tranquilli giorni d’inverno,
mentre io e te non parlavamo
la mia vita si è riempita di stelle piano piano.
Intanto sotto la coperta ruvida della slitta
pensavo allora a un ragazzo,
il mio palmo gelava sotto il guanto
e le redini si imbrogliavano.
E ora guardo: nell’arco sotto i sonagli
di nuovo sussulta la terra
e i nudi campi ineguali corrono
verso di me, lembi fruscianti.
Pietroburgo, 1921
Cinque Gennaio
Con una candela accenderà mio padre
durante la cena le candele ai nostri posti,
saranno inconsueti i discorsi
e il riso, e il pesce, e il vino.
La mia radiosa festa alla vigilia dell’Epifania,
il mio secondo Natale –
non conosco resistenza
all’agitarsi del mio cuore.
Pietroburgo, 1921
P.P.M.
Prima del triste e difficile addio
non dire che non ci sarà altro incontro.
Ho il dono segreto e strano
di farmi da te ricordare.
In un altro paese, nell’esilio lontano,
un tempo, quando verrà il tempo,
ti ripeterò con un’unica allusione,
un verso, un moto della penna.
E tu leggi come il pensiero mi ha ridato
e le tue parole di un tempo e l’ombra,
guarda di lontano come ho trasfigurati
questo giorno o quello appena trascorso.
Quale altro incontro vuoi per noi?
Con un unico verso ti restituisco
i tuoi passi, inchini, sguardi, parole –
di più da te non mi è dato.
Berlino, 1923
***
Mettere ai tuoi nudi piedi tutto questo mondo terribile
dove il cantante di strada col cappello teso ci evita,
dove angeli con impermeabili consunti e laceri
vagano lungo i marciapiedi sotto una pioggia funebre.
Sotto una pioggia funebre, sulle pietre della città,
mettere la legge di tutte le leggi e il segreto della creazione,
tutto questo assurdo mondo pieno di luci artificiali,
dove tu e io viviamo bisbigliando i nostri desideri.
Sono sola al mondo e non c’è un’altra me,
sei solo al mondo e non c’è un altro te,
e in noi c’è un amore unico, amico mio caro,
fino alla morte, fino alla fine. E poi ancora dopo la morte.
1926
***
Per me questa sera è troppo chiara,
per me questo vento è troppo silenzioso,
bellissimo è solo l’orizzonte:
confine di vive acque lontane.
Come una cucitura tra due teli
è troppo eterno, troppo diritto,
è parte di configurazioni universali
che non ci è dato smembrare.
La stessa linea diritta
unisce il tuo chiaro sguardo
alla luna che sorge sulle acque,
alla stella sul crinale delle montagne.
E forse ancora non sappiamo
come irrevocabili si innalzino
qui dalla terra verticali
e a quelle altezze ci conducano.
Cannes, 1927
***
La beatitudine divenga pure dolore,
l’amore diventi tradimento,
della schiuma spruzzata sulla riva
solo il sale resti sulle pietre.
E sulla croce dell’amata tomba,
dove rodono i vermi i morti occhi,
sacrilega passi più di una volta la tempesta,
turbando il cadavere con la sua forza notturna.
E sia. Ma la vita voleva essere
grandiosa, femminea e limpida,
e non posso rassegnarmi e dimenticare
la sua alba profetica e bellissima.
Parigi, 1930
D.K.
Per la vita perduta volevo amare,
per la vita perduta mi è impossibile amare.
Puoi dimenticare molte cose, puoi perdonare molte cose,
ma non devi inchinarti davanti a ciò che nulla vale.
Non da facili successi nasce questo mio orgoglio,
per la felicità della quiete ho pagato non poco:
ché nessuno mai mi ha detto – non piangere,
e perdono non l’ho ancora detto a nessuno.
Al suono del flauto danza il serpente sul bastone,
una dopo l’altra cadono cieche le spighe…
Solitudine, è regale il tuo incedere,
indocilità, è alta la tua voce spietata!
NINA BERBEROVA, poetessa russa
NINA BERBEROVAScrittrice russa naturalizzata statunitense (Pietroburgo 1901 – Filadelfia 1993). Emigrata nel 1922, solo nel 1925 si stabilì in Francia. Nella rivista dell’emigrazione russa, Poslednie novosti (“Ultime novità”), pubblicò alcune opere narrative che descrivono la realtà della periferia parigina. Al primo romanzo Poslednie i pervye (“Gli ultimi e i primi”, 1930), seguirono Povelitel´nica (1932; trad.it. La sovrana, 1996) e Bez zakata (“Senza tramonto”, 1938). Sulle Sovremennye Zapiski (“Memorie contemporanee”) intanto usciva una serie di brevi racconti (si ricorda Akkompaniatorša, 1935; trad. it. L’accompagnatrice, 1987), raccolti più tardi nel volume Oblegčenie učasti (1949; trad. it. Alleviare la sorte, 1988). Aveva intanto cominciato a dedicarsi al genere biografico, con Čajkovskij. Istorija odinokoj žizni (1936; trad. it. Il ragazzo di vetro. Čajkovskij, 1993) e Borodin (1947; trad. it. Genio e regolatezza. Aleksandr Borodin, 1993). Trasferitasi negli Stati Uniti dal 1950, insegnò letteratura russa alla Yale University e alla Princeton University. Preceduto dalla traduzione in lingua inglese (The italics are mine, 1969), nel 1972 apparve l’autobiografico Kursiv moj (trad. it. Il corsivo è mio, 1989), considerato la sua opera migliore. Nella sua produzione, che vede in primo piano un mondo femminile fatto di figure dominanti e creature succubi, si riflette il destino dell’emigrazione russa. –Fonte Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
Testi selezionati da Antologia personale. Poesie 1921- 1933 (trad. di M. Calusio, Passigli, 2004)
Blog Avamposto
«Avamposto» è uno spazio di ricerca, articolato in rubriche di approfondimento, che si propone di realizzare un dialogo vivo rivolto allo studio della poesia attraverso un approccio multidisciplinare, nella consapevolezza che una pluralità di prospettive sia maggiormente capace di restituirne la valenza, senza mai sfociare in atteggiamenti statici e gerarchizzanti. Ma «Avamposto» è anche un luogo di riflessione sulla crisi del linguaggio. L’obiettivo è interrogarne le ragioni, opponendo alla tirannia dell’immediatezza – e alla sciatteria con la quale viene spesso liquidata l’esperienza del verso – un’etica dello scavo e dello sforzo (nella parola, per la parola). Tramite l’esaltazione della lentezza e del diritto alla diversità, la rivista intende suggerire un’alternativa al ritmo fagocitante e all’omologazione culturale (e linguistica) del presente, promuovendo la scoperta di autori dimenticati o ritenuti, forse a torto, marginali, provando a rileggere poeti noti (talvolta prigionieri di luoghi comuni) e a vedere cosa si muove al di là della frontiera del già detto, per accogliere voci nuove con la curiosità e l’amore che questo tempo non riesce più a esprimere.
Per informazioni, segnalazioni, proposte di pubblicazione e/o collaborazione, invio di materiale e quant’altro compila il form o contattaci ai seguenti recapiti:
Contatti-Blog Avamposto
Corso Siracusa 67, 10137 Torino (c/o Sergio Bertolino)
Fulvio Ferrario-Gli scritti dal carcere di Bonhoeffer-Editore Claudiana
Descrizione del libro di Fulvio Ferrario–Resistenza e resa si può leggere e amare senza alcuna introduzione: così hanno fatto milioni di uomini e donne, compreso, per un tempo, l’autore di questo libro. Di solito, però, chi lo legge vuole saperne, e capirne, di più. Questa è una guida, una parafrasi, un inquadramento e, da ultimo, un tentativo di commento. L’intento è solo, ancora una volta, quello di ascoltare Bonhoeffer, ma possibilmente ascoltarlo bene. Dopo una ventina d’anni di letture bonhoefferiane, chi lo ha scritto è convinto che ne valga la pena.
Fulvio Ferrario-Gli scritti dal carcere di Bonhoeffer-
«Resistenza e resa è uno dei libri più importanti del xx secolo. Non è solo un testo di teologia: forse, anzi, non è nemmeno anzitutto questo. Eppure la teologia del Novecento sarebbe molto diversa senza questo libro. Non è solo un testo di spiritualità: ma è una delle più significative testimonianze spirituali di tutta la storia del cristianesimo. Essa è anzitutto autobiografica: ma in poche testimonianze personali come in questa, Dio e il mondo, la storia e la politica, l’arte e la cultura, la vita e la morte, vengono a parola».
Fulvio Ferrario
Fulvio Ferrario
Biografia di Fulvio Ferrario è pastore valdese e ordinario di Dogmatica e discipline affini presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma; è professore invitato presso l’Istituto di Studi Ecumenici S. Bernardino di Venezia e la Facoltà Teologica Marianum di Roma.Tra le sue pubblicazioni su Dietrich Bonhoeffer ricordiamo: D. Bonhoeffer, Viaggio in Italia (a cura di F. Ferrario e M. Kromer), Claudiana, 2010; Bonhoeffer, Carocci, 2014; L’Etica di Bonhoeffer. Una guida alla lettura, Claudiana, 2018.
Indice testuale
Premessa
1.Dalla cospirazione al carcere
1. Il cerchio si stringe
2. Manfred Roeder
3. L’arresto e gli interrogatori
4. «Chi sono?» L’impatto con il carcere
5. Fasi
2.La spiritualità di Tegel
1. Disciplina
2. La Scrittura
3. La preghiera
4. Paul Gerhardt, la Provvidenza, la teologia della musica
5. L’anno liturgico
6. Antico Testamento
3.Maria von Wedemeyer
1. Profonda Prussia
2. Genesi di un amore
3. La predica matrimoniale dal carcere
4. Fidanzamento epistolare
5. Crisi
4.Non solo lettere
1. Che cosa significa dire la verità?
2. Bonhoeffer e la dimensione letteraria
3. Witiko 4. Dramma e romanzo
5. Il caporale Berg
5.La teologia di Tegel: genesi e orizzonte
1. La fine della religione
2. Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini (e le donne…)
3. Il «Dio tappabuchi» e il «mondo adulto»
4. L’ánthropos téleios 5. Cristianesimo inconsapevole
6.Mondo adulto e teologia della croce
1. «Ora è completamente finita»
2. Genealogia della modernità
3. La forza del Dio debole
4. 21 luglio
5. Progetto per uno studio
7.L’inizio della vita
1. Prinz Albrecht Strasse, 8
2. Da Buchenwald a Schönberg
3. La decisione di Hitler
4. Flossenbürg
5. La strage impunita
8.Vicende di un classico
1. La memoria vivente
2. Bonhoeffer nella Germania Est
3. Bonhoeffer nel mondo anglosassone
4. Due pilastri della ricezione
5. Il gruppo di Heidelberg
6. Il Bonhoeffer «politico»
7. La prospettiva «post-Olocausto»
8. In Italia
EXCURSUS
Excursus 1. Bonhoeffer, Barth e il «positivismo della rivelazione»
Excursus 2. Bonhoeffer e Bultmann
Excursus 3. Stazioni sulla via della libertà
Excursus 4. Bonhoeffer e la theologia crucis Excursus 5. Potenze buone
Fara in Sabina al Teatro Potlach va in scena “AMORE COINTESTATO”
Fara in Sabina (Rieti)- va in scena al TeatroPotlach“AMORE COINTESTATO” di e con Enoch Marrella, e con Giulia Salvarani-Una insolubile storia d’amore, ambientata in un ipotetico futuro prossimo, tra un intellettuale di origini benestanti che vive in prima periferia – e nella vita non guadagna nulla – e una ragazza di estrema periferia che dalla vita ha tutto da guadagnare. Accanto ai due protagonisti in carne e ossa al Teatro Potlach , Enoch Marrella e Giulia Salvarani, i puppets virtuali generati dal visual designer Andrea Romoli con programmi AI, che entrano nel dialogo creando un’atmosfera distopico–futuristica. A comporre la scena sono le luci di Gianni Staropoli e le opere scultoree dell’artista Aleksandar Stamenov della serie “Antemetica/metafisica dell’informazione”, appositamente commissionate per questa nuova produzione, e il suono di Gabriele Silvestri.
Si parla di amore romantico, delusione delle aspettative, violenza domestica, scontri fra classi, shock culturali e atti psicomagici, in un’opera che segue la struttura dell’in-yer-face theatre, in cui il pubblico diventa interlocutore diretto dei crudi argomenti trattati.
Teatro Potlach va in scena “AMORE COINTESTATO” di e con Enoch Marrella e con Giulia Salvarani
Enoch Marrella (classe 1980) è vincitore del premio Made in Marche (2013) con lo spettacolo Cuoredebole e finalista al Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche Dante Cappelletti (2014) con lo spettacolo Nell’oceano il mondo. È vincitore del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche Dante Cappelletti (2021) con lo spettacolo Tecnicismi&Baldoria. Nel 2020 dà vita a un progetto crossmediale di rivalutazione del patrimonio petroliniano dal titolo Petrolini Infinito. Nel 2023 presenta lo spettacolo All You Can VAX, un viaggio in tre episodi nei migliori hub vaccinali della capitale. Nel 2024 realizza il nuovo progetto La corazza emotiva – Primo movimento / Amore cointestato prodotto da Tuttoteatro.com con il contributo di Regione Lazio – Spettacolo dal Vivo.
Sabato 1 Marzo alle ore 21.00 al Teatro Potlach di Fara Sabina
“AMORE COINTESTATO” – di e con Enoch Marrella, e con Giulia Salvarani
VISUAL Andrea Romoli
ARTWORK Aleksandar Stamenov
SOUND DESIGN Gabriele Silvestri
LUCI Gianni Staropoli
COSTUMI Marta Montevecchi COORDINAMENTO Maria Federica Bianchi
VIDEO Daniele Parisi e Dario Tacconelli
CON (in video): Italo Amerighi, Nicoló Ayroldi, Valerio De Rose, Luca Di Capua, Francesco Lai, Laura Marcucci, Francesca Romagnoli, Beatrice Simonetti
Giulia Salvarani Prova di ‘ Amore Contestato ‘ –
Teatro Potlach va in scena “AMORE COINTESTATO” di e con Enoch Marrella e con Giulia Salvarani
Teatro Potlach va in scena “AMORE COINTESTATO” di e con Enoch Marrella e con Giulia Salvarani
Biglietto: 10 €
Info e prenotazioni scrivendo SMS o WhatsApp al numero del Teatro Potlach: 351.7954176
CLICCA QUI per scoprire tutta la Stagione di Teatro di Teatro Contemporaneo 2025
TEATRO POTLACH via Santa Maria in Castello n. 28, Fara in Sabina (RI)
Il Teatro Potlach è stato fondato nel 1976 da Pino Di Buduo e Daniela Regnoli. Nel 1979 l’attrice svizzera Nathalie Mentha si unisce al gruppo è da allora i tre costituiscono il gruppo fisso del Teatro Potlach.
L’identità artistica del Potlach si è espressa contemporaneamente nella produzione di spettacoli di sala e di spettacoli di strada, e nell’attivazione di iniziative pedagogiche che hanno coinvolto l’insieme delle tecniche espressive e performative, in un continuo scambio di intenti e di strumenti con gruppi nazionali e internazionali, alla ricerca di un profilo professionale capace di offrire spettacolo ad ogni tipo di pubblico.
Fara in Sabina (Rieti)
The Potlach Theatre is located in Fara Sabina, a Medieval village 60 km from Rome. He is defined as a centre of applied theatrical sciences in the field of theatre research, formation, experimentation and international circulation of interdisciplinary artistic projects. It is part of ACCR since 2003.
A PLACE OF CULTURAL HERITAGE
The theatre’s headquarters are within the walls of what used to be the Monastery Santa Maria del Soccorso. Part of the building, which was abandoned at the time, was given to the Potlach Theatre in 1976 by the municipality of Fara in Sabina to establish its theatre.
The building was part of an ancient castle whose origins are lost in the early Middle Ages. Demolished and rebuilt several times through the centuries, it achieved a relative stability in the fifteenth century, when it became the house of the commendatory abbot of Farfa, and then of the noble families Orsini, Farnese, Della Rovere, Savelli, Colonna, Perretti, Barberini.
In the seventeenth century, cardinal Francesco Barberini, Pope Urbano VIII’s grandson, rearranged the complex of buildings of the fortress, dividing them into two spaces: the Monastery Santa Maria del Soccorso, according to the people of Fara Sabina’s wishes, and the Monastery of the Hermit Poor Clares, according to the cardinal Francesco Barberini wishes, still consacrated today.
With the unification of Italy in 1861, several properties of the Church became public properties, and the Monastery Santa Maria del Soccorso was among those: it became the Fara in Sabina City Hall’s headquarters. Through the years, the former Monastery hosted the city’s band, a cinema, the recreational club’s headquarters and finally it was abandoned.
In 1976, these spaces were entrusted to Teatro Potlach, founded by Pino Di Buduo and Daniela Regnoli in Fara Sabina. In 1979, the Swiss actress Nathalie Mentha joins the group, and since then these three people are the permanent core of Teatro Potlach.
In 2006 Teatro Potlach refurbished the former Monastery with its own private money. Since then, its spaces are: two theatre halls, a multifunctional room, a rehearsal room, six offices / dressing rooms, a garden with a small stage, a courtyard, a costume workshop, warehouses, a guest house with 9 rooms and 22 beds, a kitchen.
THE CULTURAL PROJECT
Teatro Potlach’s cultural project expresses itself on two different roads at the same time: on one hand the local activity of circulation and production of performances, of formation and pedagogy, of artists’ residencies; on the other hand, the national and international activity with interdisciplinary artistic site specific projects on different themes (environment, architecture, fine arts, science, literature and so on).
Our cultural centre’s goals are:
– To create cultural events of the highest quality, capable of presenting the most fertile inspirations from the international theatrical landscape, through the circulation and mobility of the artists;
– To propose high quality performances, according to an intercultural logic and aimed to the local cultural growth;
– To facilitate the meeting with the new languages of performance and the multidisciplinary tools, organising workshops, lessons and meetings with artists and personalities of national and international levels;
– To facilitate the formation of a new audience and the promotion, through art, of the artistic, architectural, environmental, cultural excellences of the territory;
– To redevolop and promote our territory’s identity, in order to make the inhabitants themselves aware of the richness of their own artistic and cultural heritage, which sometimes is forgotten.
ACTIVITIES AND ACTIONS
Throughout the whole year, Teatro Potlach hosts many different activities:
– Theatre seasons for children and adults;
– International festivals;
– Professional training courses (individual or collective courses within the School of Arts and Professions of the Performance);
– Residencies for single artists (writers, actors, dancers, researchers, directors) or groups (theatre groups, dance groups, visual and digital arts groups);
– Theatrical projects oriented towards dialogue and intercultural reception, with groups of refugees, elders, disabled people, young people with school problems;
– Historical and artistic guided tours of the premises, organised in special occasions like special dates and anniversaries, which we are developing.
The strong point of our activity is FLIPT – Intercultural Workshop Festival of Theatre Practices, between East and West, which we organise since 2000 in our premises and in the whole village of Fara in Sabina(see photo) every year; a rich cultural and interdisciplinary event lasting three weeks between June and July.
This Festival is organised in tight cooperation with the local businesses and touristic promoters, who help us with some logistic aspects like board and lodging, transportation and other technical needs.
In fact, many artists, artistic groups, dance groups, students, young video artists, academics are invited to the Festival. During the day, they attend the workshops, held by the hosted masters, about Western and Eastern theatrical practices (Commedia dell’Arte, Japanese dance kamigata-mai, storytelling techniques, Indian singing and dancing Baul, corporeal mime, directing techniques and so on), while in the evening they attend the performances by the international companies.
Moreover, during the Festival many collective site specific performances are created, with all the paricipants contributing, coordinated by Pino Di Buduo and by Teatro Potlach’s pedagogues.
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