Chiara Ventura warm waters dal 28 febbraio al 3 marzo negli spazi di Supermartek al B49 studio di Roma-
Roma- exibart e Supermartek presentano la mostra personale di Chiara Ventura, B49 studio warm waters, a cura di Alessio Vigni. L’opening si terrà il 28 febbraio alle ore 21:00 e sarà possibile visitare la mostra fino al 3 marzo. Il progetto sarà concentrato tutto in un unico weekend, con l’intento di creare un evento-mostra partecipativo, aperto al pubblico, provando a ribaltare i processi elitari vicini al mondo dell’arte contemporanea.
Chiara Ventura-
La mostra è costituita come un viaggio visivo che esplora la complessità dei sentimenti umani e le sue sfumature più profonde. Così come le acque calde, che in natura si trasformano in correnti impreviste, i rapporti umani possono sembrare rassicuranti, ma celano una complessità emotiva profonda e mutevole che ci può inghiottire. La dualità di questo concetto rappresenta perfettamente la dimensione del sentimento esplorata da Ventura: un territorio familiare e sicuro, ma anche denso di tensioni.
Chiara Ventura-Natura Impressa – Supermartek
Chiara Ventura
Chiara Ventura
Per questo progetto espositivo, l’artista ricorre quasi interamente alla pittura, che diventa metafora di una relazione umana, in cui la gestualità si trasforma in un rituale che assorbe e rilascia materia, così come accade in un legame di intimità tra due persone.
In questa mostra, la pittura si trasforma in uno strumento per affrontare la vulnerabilità emotiva e la liquidità dei sentimenti umani.
Il titolo warm waters si presta a diverse interpretazioni, che spaziano da un’essenza più fisica a riflessioni metaforiche ed emotive. Nello spazio espositivo, l’intimo diventa pubblico. In questa esperienza, estranei verranno accomunati in un viaggio interiore unico, dove potranno riconoscersi (se lo vorranno) nelle opere esposte.
Con video, fotografie, dipinti e installazioni, warm waters offre uno spazio sicuro di riflessione sul ruolo dell’emozione nell’arte e nella vita. L’umano sentire è tutt’altro che una pratica frivola o superficiale, è un campo complesso in continua trasformazione, proprio come le acque che scorrono, si scaldano e mutano in ogni istante.
Durante la serata di apertura ci sarà anche spazio per il DJ set di ZATAC, dalle ore 22, con l’intento di ribadire la natura esperenziale della mostra, come evento in cui condividere ogni propria emozione e dove quello che percepiamo personale diventa collettivo.
Chiara Ventura
Biografia di Chiara Ventura nasce a Verona il 19 giugno 1997,vive e lavora tra Verona e Venezia. Di formazione pittorica, giunge ad analizzare i comportamenti e le forme gestuali attraverso, principalmente, la pratica performativa, con attenzione agli aspetti minimali e semplici. Per un’indagine sullo sguardo e sulle capacità d’osservazione nei contesti quotidiani, di routine, le sue performance ed i suoi interventi assumono spesso un carattere mimetico che predilige il contesto extra-artistico, indagando e denunciando gli aspetti più subdoli delle forme di violenza presenti nella società contemporanea. Il lavoro di Ventura è prettamente di carattere esistenziale, dove la biografia diventa cifra. Nel 2020, in piena pandemia da COVID-19, co-fonda insieme a Romina Cemin, il progetto collettivo menodi30caratteri con il quale indaga e denuncia le problematiche che il mondo virtuale produce nel mondo reale attraverso un account Instagram (il progetto muore un anno dopo con la chiusura del profilo). Nello stesso anno co-fonda, insieme a Leonardo Avesani e Giulio Ancona, Plurale.
a cura di Francesco Dalessandro – Interno Editoria-
Deascrizione del libro di Isaac Rosenberg “In trincea “presenta una vasta scelta delle poesie di uno dei più originali ed isolati poeti inglesi così detti “di guerra”. Già autore di due libri prima dell’arruolamento, nel 1914, Rosenberg scrive, infatti, alcune delle più belle e crudeli poesie sulla guerra, nelle quali parla delle cose concrete che poteva osservare in caserma, in trincea, nelle infermerie. Nei versi dei poeti coevi, come il più noto Wilfred Owen, leggiamo amarezza e indignazione per l’orrore della guerra. Non così nella poesia di Rosenberg. Per qualche straordinario motivo egli riesce a mantenersi emotivamente distaccato dalle terribili cose che accadono intorno a lui, e alle quali è esposto, registrandole minuziosamente ma obiettivamente, e, sostenuto da una viva intelligenza del linguaggio, a trasformarle in una poesia di grande qualità immaginativa. Quella “sorprendente carica di originalità” e “sbalorditiva abilità tecnica” – delle quali parla un critico di primo piano come F. R. Leavis – sono felicemente rese in lingua italiana dal poeta e traduttore Francesco Dalessandro che, con le sue raffinate versioni, sempre rispettose del testo originale, coadiuvato dal prezioso contributo prefatorio di Franco Lonati, ci aiutano a riscoprire e ad apprezzare la poesia di Isaac Rosenberg.
Isaac Rosenberg
Fleet Street
From north and south, from east and west,
Here in one shrieking vortex meet
These streams of life, made manifest
Along the shaking quivering street.
Its pulse and heart that throbs and glows
As if strife were its repose.
I shut my ear to such rude sounds
As reach a harsh discordant note,
Till, melting into what surrounds,
My soul doth with the current float,
And from the turmoil and the strife
Wakes all the melody of life.
The stony buildings blindly stare
Unconscious of the crime within,
While man returns his fellow’s glare
The secrets of his soul to win.
And each man passes from his place,
None heed. A shadow leaves such trace.
*
Fleet Street
Da nord e da sud, da ovest e da est,
qui in un solo vortice ululante s’incontrano
quelle correnti di vita, evidenti
nell’agitazione della strada palpitante.
Polso e cuore battono e brillano
come fosse la lotta il loro riposo.
Chiudo l’orecchio a suoni tanto rozzi
che toccano un’aspra nota dissonante,
finché, fusa in ciò che la circonda,
la mia anima fluttua con la corrente
e dal tumulto e dalla lotta
desta l’intera melodia della vita.
Gli edifici di pietra sono fissi e ciechi
inconsapevoli dei crimini al loro interno,
mentre gli uomini si scambiano occhiate
per carpirsi i segreti dell’anima.
Ognuno va per la sua strada, ignaro
degli altri. Un’ombra lascia qualche traccia.
*
Isaac Rosenberg
On receiving News of the War
Snow is a strange white word;
No ice or frost
Have asked of bud or bird
For Winter’s cost.
Yet ice and frost and snow
From earth to sky
This Summer land doth know,
No man knows why.
In all men’s hearts it is.
Some spirit old
Hath turned with malign kiss
Our lives to mould.
Red fangs have torn His face.
God’s blood is shed.
He mourns from His lone place
His children dead.
O! ancient crimson curse!
Corrode, consume.
Give back this universe
Its pristine bloom.
*
Ricevendo notizie della guerra
Neve è una strana parola bianca.
Ghiaccio o gelo non ha
chiesto a germoglio o uccello
il costo dell’inverno.
Ma ghiaccio gelo e neve
dalla terra su al cielo conosce
questo paese d’Estate.
Nessuno sa perché.
È in ogni cuore d’uomo.
Qualche spirito antico
con un bacio malvagio ha trasformato
le nostre vite in muffa.
Rosse zanne hanno straziato il volto
di Dio, sparso il suo sangue.
Dalla sua solitaria dimora
lui piange i figli morti.
Rossa condanna antica,
corrodi, consuma!
Rendi a quest’universo
il nativo fiorire.
*
Break of Day in the Trenches
The darkness crumbles away.
It is the same old druid Time as ever,
Only a live thing leaps my hand,
A queer sardonic rat,
As I pull the parapet’s poppy
To stick behind my ear.
Droll rat, they would shoot you if they knew
Your cosmopolitan sympathies.
Now you have touched this English hand
You will do the same to a German
Soon, no doubt, if it be your pleasure
To cross the sleeping green between.
It seems you inwardly grin as you pass
Strong eyes, fine limbs, haughty athletes,
Less chanced than you for life,
Bonds to the whims of murder,
Sprawled in the bowels of the earth,
The torn fields of France.
What do you see in our eyes
At the shrieking iron and flame
Hurled through still heavens?
What quaver—what heart aghast?
Poppies whose roots are in man’s veins
Drop, and are ever dropping;
But mine in my ear is safe—
Just a little white with the dust.
*
Isaac Rosenberg
Spunta il giorno in trincea
L’oscurità si sgretola.
Il Tempo è il solito vecchio druido,
soltanto qualcosa di vivo scavalca la mia mano
uno strano sardonico topo,
mentre colgo il papavero del parapetto
e me lo metto all’orecchio.
Buffo topo, ti sparerebbero se sapessero
le tue simpatie cosmopolite.
Dopo avere sfiorato questa mano inglese
farai lo stesso con una tedesca,
e presto, certamente, se ti piace
attraversare il verde che fra noi sonnecchia.
Sembri ridere nell’intimo mentre superi
occhi forti, belle membra, atleti superbi,
meno fortunati di te nella vita,
legati ai capricci dell’assassinio,
allungati nel ventre della terra,
i campi squarciati di Francia.
Cosa vedi nei nostri occhi
al ferro e al fuoco scagliati
urlanti attraverso cieli attoniti?
Quale tremito – quale cuore atterrito?
Mentre cadono, continuano a cadere
papaveri radicati nelle vene dell’uomo,
ma il mio dietro l’orecchio è al sicuro –
appena un po’ imbiancato dalla polvere.
La casa editrice, fondata con l’obiettivo di diversificare la ricerca e la proposta culturale nel panorama dell’editoria poetica, è figlia dell’esperienza dell’omonimo blog Interno Poesia, creato ad aprile 2014. Tutto il catalogo è distribuito in esclusiva da Messaggerie Libri e promosso da Emme Promozione.
In redazione: Andrea Cati, fondatore e direttore editoriale; Andrea Cati, Andrea Cati, editor e direzione creativa. Collaborano con la redazione: Marzia Pelati, Valerio Grutt, Giulia Martini, Sofia Fiorini, Chiara Calò, Anna Aresi, Andrea Sirotti e Giorgia Sensi.
Isola di Ponza (Latina)«Anche Ponza ha il Mitreo che purtroppo non è visitabile e pare risulti molto rovinato. È’ situato in salita degli Scarpellini, nelle fondamenta dell’antico Palazzo Tagliamonte, in piazza Gaetano Vitiello, sulla Punta Bianca, inglobato in un negozio di nautica.”
Viene descritto così dal Tricoli [Tricoli Giuseppe, Monografia per le isole del gruppo Ponziano, Stamp. Marcellino, 1855]: “TEMPIO DI MITRA- Nel cennato Palazzo vi è questo speco lungo palmi 50, e 32 largo, avendo nei lati delle celle a fabbriche reticolate, nel mezzo un corridojo largo palmi 8, colla porta a levante ed in fondo la nicchia con vari residui di bassi-rilievi e figure mutilate sulle pareti, non che gli avanzi dell’ara. Nella parte sinistra si veggono tre teste di cavalli ed altrettante di cavalieri, e al di sotto un uomo ignudo. Sulla volta, anche a basso rilievo col diametro di palmi sei, vi sono 12 segni dello zodiaco situati in forma circolare per indicare la grandezza del mondo, avendo nel centro un serpente di palmi cinque ripiegato col gobbo ad oriente, che, a seconda della teologia dei Fenici, denotava il demone felice, buono, e conservatore della natura vivente, per la sua lunga vita, e per l’annuale rinnovazione. Al dire di Plutarco e di Stazio, quivi si esercitavano i misteri di Mitra, mantenuti fino al quarto secolo.”
Ponza (Latina)- il “Tempio di Mitra”
Ma non solo il Tricoli racconta del Mitreo. Il Dies sicuramente lo ha visitato perché ne fa un’accurata descrizione in “Ponza perla di Roma“, 1950.
L’archeologo olandese, Vermaseren [Vermaseren M.J., The Mithraeum at Ponza, Brill Archive, 1974] lo ha visitato nel 1969 e lo descrive così: “Nei pressi del secondo porto (Ponza, all’epoca, aveva tre porti: Venere, Circe e Diva) fu scoperto un Mitreo circa un secolo fa. Esso è rimasto pressoché sconosciuto e trascurato. E’ situato sotto palazzo Tagliamonte alla salita Scalpellini e vi si poteva entrare attraverso il fabbricato che lo ospitava lo studio fotografico di Biagio D’Arco. L’entrata originale allo speleo è ora parzialmente ostruita dalle fondamenta del palazzo…Comunque il tempio mitraico dell’isola di Ponza è degno di attenzione per la decorazione della volta antistante la nicchia. Qui è rappresentato anche in stucco, ma ad alto livello artistico, uno zodiaco che desta interesse non solo tra gli specialisti dell’arte mitraica ma anche tra i vari studiosi dell’importante scienza dell’astronomia e della sua spesso tanto disprezzata ma influente sorella astrologica.”
Ponza (Latina)- il “Tempio di Mitra”schema dello Zodiacon nella volta
Pare, secondo Vermaseren, che ci fosse un’entrata laterale, chiusa da una porta di legno, sulla scalinata che porta sugli Scarpellini, scendendo otto gradini c’è un pianerottolo e dopo altri due ci si ritrova nel tempio. Forse Vermaseren è entrato proprio da qui.
Il Mitreo è un tempio dedicato al culto orientale di Mitra e pare che a Roma oltre a quello di Caracalla, riaperto qualche anno fa dopo un lungo periodo di restauro, ne siano stati scoperti una trentina.
Questi templi erano scavati sotto terra oppure ricavanti all’interno di grotte.
Anche Ponza ha il Mitreo che purtroppo non è visitabile e pare risulti molto rovinato.
E’ situato in salita degli Scarpellini, nelle fondamenta dell’antico Palazzo Tagliamonte, in piazza Gaetano Vitiello, sulla Punta Bianca, inglobato in un negozio di nautica.
Viene descritto così dal Tricoli: “TEMPIO DI MITRA- Nel cennato Palazzo vi è questo speco lungo palmi 50, e 32 largo, avendo nei lati delle celle a fabbriche reticolate, nel mezzo un corridojo largo palmi 8, colla porta a levante ed in fondo la nicchia con vari residui di bassi-rilievi e figure mutilate sulle pareti, non che gli avanzi dell’ara. Nella parte sinistra si veggono tre teste di cavalli ed altrettante di cavalieri, e al di sotto un uomo ignudo. Sulla volta, anche a basso rilievo col diametro di palmi sei, vi sono 12 segni dello zodiaco situati in forma circolare per indicare la grandezza del mondo, avendo nel centro un serpente di palmi cinque ripiegato col gobbo ad oriente, che, a seconda della teologia dei Fenici, denotava il demone felice, buono, e conservatore della natura vivente, per la sua lunga vita, e per l’annuale rinnovazione. Al dire di Plutarco e di Stazio, quivi si esercitavano i misteri di Mitra, mantenuti fino al quarto secolo.”
Ma non solo il Tricoli racconta del Mitreo.
Il Dies sicuramente lo ha visitato perchè ne fa un’accurata descrizione in Ponza perla di Roma.
L’archeologo olandese,Vermaseren lo ha visitato nel 1969 e lo descrive così: “Nei pressi del secondo porto (Ponza, all’epoca, aveva tre porti: Venere, Circe e Diva) fu scoperto un Mitreo circa un secolo fa. Esso è rimasto pressochè sconosciuto e trascurato. E’ situato sotto palazzo Tagliamonte alla salita Scalpellini e vi si poteva entrare attraverso il fabbricato che lo ospitava lo studio fotografico di Biagio D’Arco. L’entrata originale allo speleo è ora parzialmente ostruita dalle fondamenta del palazzo…Comunque il tempio mitraico dell’isola di Ponza è degno di attenzione per la decorazione della volta antistante la nicchia. Qui è rappresentato anche in stucco, ma ad alto livello artistico, uno zodiaco che desta interesse non solo tra gli specialisti dell’arte mitraica ma anche tra i vari studiosi dell’importante scienza dell’astronomia e della sua spesso tanto disprezzata ma influente sorella astrologica.”
Pare, secondo Vermaseren, che ci fosse un’entrata laterale, chiusa da una porta di legno, sulla scalinata che porta sugli Scarpellini, scendendo otto gradini c’è un pianerottolo e dopo altri due ci si ritrova nel tempio. Forse Vermaseren è entrato proprio da qui.
Qualche anno fa, a proposito di Mitreo, Silverio Lamonica ha pubblicato un bellissimo libro, Il culto di Mitra a Ponza, che ritengo molto interessante.
Ecco un altro dei tesori che l’isola di Ponza possiede ma non fruibile!!!
Ponza (Latina)- il “Tempio di Mitra”
Nota importante:
Il 23 luglio 2020, scrive il quotidiano La Repubblica: “Il mitreo di Ponza può pure restare un magazzino dove stipare la merce di un negozio di articoli per la pesca. La tutela del bene archeologico, la sua valorizzazione e fruibilità possono pure attendere. Il Tar di Latina ha accolto infatti il ricorso della proprietaria dell’immobile dove si trova il tempio destinato ai culti mitraici e ha annullato il decreto con cui la Soprintendenza archeologia delle belle arti e paesaggio per le province di Frosinone, Latina e Rieti, l’8 aprile dello scorso anno (2019), aveva dichiarato la causa di pubblica utilità ai fini dell’espropriazione del bene.”
Roma-Chromotherapia . La fotografia a colori che rende felici-
Accademia di Francia – Villa Medici-
Roma- Curata da Maurizio Cattelan e Sam Stourdzé, la mostra ospitata all’Accademia di Francia – Villa Medici ripercorre la storia della fotografia a colori lungo tutto il XX secolo attraverso lo sguardo di 20 artisti, con un itinerario espositivo articolato in 7 sezioni che ci trasporta in un mondo dominato da colori vibranti – giallo limone, blu intenso, rosso vivo e arancione brillante.
La conquista del colore in fotografia segue di poco l’invenzione del mezzo con i primi esperimenti a scopo scientifico a metà dell’Ottocento. Dal 1907, con la messa a punto del primo procedimento fotografico industriale a colori grazie all’autochrome, creato dai fratelli Lumière, iniziò un secolo di sperimentazione cromatica e il colore divenne un elemento narrativo essenziale. Anche se ha spesso goduto di una minore fortuna rispetto al bianco e nero, la fotografia a colori ha permesso agli fotografi di sbizzarrirsi, di ridipingere il mondo flirtando con il pop, il surrealismo, il bling, il kitsch e il barocco e infondendo nelle immagini vita e emozioni.
Questa visione intensamente cromatica del mondo emerge per esempio nelle foto di William Wegman, che immortala i suoi cani trasformandoli in icone artistiche; nei gatti fotografati su sfondi saturi da Walter Chandoha, soprannominato “The Cat Photographer”; nei toni vibranti utilizzati da Ouka Leele per cogliere la liberazione dei corpi nel contesto della rivoluzione culturale e sociale della Movida; nello stravolgimento delle convenzioni visive del cinema e della pubblicità presente negli scatti di Juno Calypso; o ancora nei vassoi di patatine fritte su cui Martin Parr dirige l’obiettivo per alludere in modo ironico alla bulimia del mondo moderno. Degno discendente di questi artisti è, in anni più recenti, il magazine Toiletpaper ideato da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, che dialoga e si nutre di questa piccola storia sfavillante e cromatica.
Artisti: Miles Aldridge, Erwin Blumenfeld, Guy Bourdin, Juno Calypso, Walter Chandoha, Harold Edgerton, Hassan Hajjaj, Hiro, Ouka Leele, Madame Yevonde, Arnold Odermatt, Ruth Ginika Ossai, Martin Parr, Pierre et Gilles, Alex Prager, Adrienne Raquel, Sandy Skoglund, Toiletpaper (Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari), William Wegman.
Peter Lindbergh and Azzedine Alaïa-Editore TASCHEN
Peter Lindbergh and Azzedine Alaïa, the photographer and the couturier, were united by their love of black, a love that they would cultivate alike in silver print and solid color garments. Lindbergh ceaselessly turned to black and white to signify his search for authenticity in the faces he brought to light. Alaïa drew on the monochrome of timeless clothes to create veritable sculptures for the body. In this book, the unique dialogue between the two artists is immortalized in print. Illustrating their community of spirit, its images are a celebration of their artistic partnership and testament to their history-making achievements in photography and fashion. Despite their geographically opposed origins, Lindbergh and Alaïa pursued similar horizons. At the same time as Lindbergh’s reputation in Germany was growing thanks to his work in Stern magazine, and he set up his studio in Paris in 1978, Alaïa was the couturier shrouded in discretion whose sophisticated techniques were a treasured secret amongst the most important clients of Haute Couture. Alaïa became the architect of bodies, revealing and unveiling them, while Lindbergh distinguished them by shining a light on their soul and personality. Step by step, they became the creators that dominated their respective disciplines. Both rejected any artifice that distracted from their true subject, and it is with great ease that they came together for a number of powerful collaborations. Shared inspirations and aesthetic values are visible throughout their work. A beach in Le Touquet and the streets of old Paris reference a mutual love of black and white cinema and vast panoramas. The backdrop of an engine room illustrates the memory of an industrial German landscape for one and references the inordinate passion for functional design and architecture held by the other. Alaïa’s clothes act as pedestals for the smiles and eyes of the women who wear them: Nadja Auermann, Mariacarla Boscono, Naomi Campbell, Anna Cleveland, Dilone, Lucy Dixon, Vanessa Duve, Helene Fischer, Pia Frithiof, Jade Jagger, Maria Johnson, Milla Jovovich, Lynne Koester, Ariane Koizumi, Yasmin Le Bon, Madonna, Kristen McMenamy, Tatjana Patitz, Linda Spierings, Tina Turner, Marie-Sophie Wilson, Lindsey Wixson. For Lindbergh, who built his notoriety on the images of these supermodels, the authenticity of their traits is all that matters. The result is a potent black and white catalogue that reverberates with truthfulness and beauty.The book accompanies the exhibition Azzedine Alaïa, Peter Lindbergh at the Fondation Azzedine Alaïa, 18 rue de la verrerie, Paris, France. With contritutions by Fabrice Hergott, director of the Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris, Paolo Roversi, photographer, and Olivier Saillard, fashion historian and director of the Fondation Azzedine Alaïa, Paris.
Peter Lindbergh and Azzedine Alaïa-
Peter Lindbergh and Azzedine Alaïa-Peter Lindbergh and Azzedine Alaïa-Peter Lindbergh and Azzedine Alaïa-
Peter Lindbergh Dalla Polonia occupata alle copertine di Vogue
Noto soprattutto per i suoi memorabili scatti di moda, Peter Lindbergh è considerato uno dei fotografi contemporanei più influenti nell’estetica della fashion photography.
Lindbergh nasce nel 1944 a Leszno, nella Polonia occupata dai tedeschi e trascorre l’infanzia a Duisburg, in Germania. Da ragazzo lavora come vetrinista per i grandi magazzini Karstadt e Horten nella città tedesca in cui trascorre la sua giovinezza. Vivendo in una zona della Germania vicina ai Paesi Bassi, Peter Lindbergh trascorre le sue prime vacanze estive con la famiglia, frequentando la costa olandese nella zona di Noordwijk. Le vaste spiagge della sua gioventù e gli ambienti industriali tedeschi costituiscono quindi il paesaggio più ricorrente nell’immaginario artistico di Peter Lindbergh che, all’inizio degli anni Sessanta, si trasferisce in Svizzera, a Lucerna, per poi fermarsi poco dopo a Berlino dove si iscrive all’Accademia di Belle Arti. In giovinezza è sulle tracce del suo idolo, Vincent van Gogh, per questa ragione è spesso ad Arles e visita la Spagna e il Marocco, trascorrendo due anni in viaggio. Il ritorno di Peter Lindbergh in Germania coincide con la frequentazione del Kunsthochschule (College of Art) di Krefeld. Influenzato da Joseph Kosuth e dal movimento dell’arte concettuale, nel 1969 è invitato, prima di laurearsi, a presentare i suoi primi lavori alla Galerie Denise René. Dopo il trasferimento a Düsseldorf nel 1971, rivolge la sua attenzione alla fotografia e lavora per due anni come assistente del fotografo tedesco Hans Lux, prima di aprire il proprio studio nel 1973. Divenuto famoso nel suo paese natale, si unisce alla famiglia della rivista Stern insieme ai fotografi Helmut Newton, Guy Bourdin e Hans Feurer. Nel 1978, Peter Lindbergh si trasferisce a Parigi e inizia a lavorare con Vogue: le sue fotografie sono protagoniste della versione inglese, tedesca, francese, americana e italiana del prestigioso magazine di moda. Le sue collaborazioni continuano successivamente con Vanity Fair, Allure, Rolling Stone e The New Yorker. Nel 1988 fotografa la modella israeliana Michaela Bercu, in outfit Christian Lacroix, per la prima copertina di American Vogue sotto la direzione diAnna Wintour.
Tra le top model più celebri immortalate da Peter Lindbergh, vanno ricordate (tra le altre) Christy Turlington, Naomi Campbell, Kate Moss, Linda Evangelista, Cindy Crawford e Tatjana Patitz, alcune delle quali protagoniste di una spettacolare copertina per il numero gennaio 1990 dell’edizione britannica di Vogue.
Silvia FUOCHI :”Metti un libro in mano a un bambino “
Silvia FUOCHI Metti un libro in mano a un bambino ,Accendere il cervello, o contrastare il suo spegnimento da parte delle “armi di distrazione di massa” significa produrre pensiero critico, la capacità di interpretare la realtà e di agire e reagire a essa in modo autonomo. Un elenco ragionato di buoni motivi per avvicinare i bambini alla lettura.–
Perché leggere ai bambini? La domanda risuona nelle case e, talvolta, anche nelle scuole. La lettura sembra essere un compito da svolgere “per forza” e, come tale, poco benvisto dai nostri bambini.
È vero che, secondo le statistiche, l’italiano medio è un pessimo lettore e, di conseguenza, è normale che non sappia proporre la lettura ai più giovani. La Playstation, il Nintendo ma anche la vecchia tv sembrano essere compagni graditi, facili da attivare e quindi preferibili. Alla luce della bella società che abbiamo preparato per i nostri bambini, però, forse qualche domanda è lecito porsela. Se i mezzi audiovisivi sono così esaustivi, perché la quotidianità delle famiglie è spesso negativa? Perché i nostri figli si rifugiano dietro uno schermo pur di non entrare in contatto con la realtà?
Sorge il sospetto, magari non fondato, che l’assenza della lettura nelle loro vite possa entrarci qualcosa. Leggere è un verbo attivo, che richiede attenzione e forse proprio questo aspetto lo rende poco apprezzato. Chi vive o lavora con i bambini, però, sa che quasi tutto lo si gioca all’inizio, nei primi anni di vita. Bambini che vedano libri nella propria casa e che si abituino a guardarli, sceglierli, magari stropicciarli o anche strapparli inaugurano con essi un rapporto che difficilmente si esaurirà. È possibile che serviranno anni perché, dopo la prima infanzia, essi tornino alla lettura ma quasi senza ombra di dubbio vi torneranno. E sarà un incontro tra vecchi amici che hanno molto da dirsi e non si stancheranno di farlo; un ritrovarsi per il piacere di farlo e di raccontarsi cose sempre nuove. Come tutti i vizi, infatti, anche quello del leggere non può essere considerato mai superato: prima o poi la tentazione torna e, questa volta, sarà davvero il caso di non resistere.
Anni fa Daniel Pennac, in un saggio ormai celebre, Come un romanzo [1], ha spiegato in modo esaustivo il valore della lettura, sia dal punto di vista culturale sia da quello sociale. Si consiglia questo bel testo, peraltro piacevole e non specialistico, sia a chi abbia un momento di lontananza dai libri sia a chi è investito dal compito, famigliare o lavorativo, di educare e seguire nella crescita bambini e ragazzi. Come diceva Italo Calvino, dobbiamo porci sulle spalle dei giganti per comprendere meglio la realtà. Il barone rampante [2] sale sugli alberi, perché “chi vuole guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria” e la distanza può essere rappresentata da quel meraviglioso strumento che è il libro.
Il libro è un oggetto magico, del tutto particolare, che non ha avuto uguali nella storia dell’umanità, sia per la perfezione del design che per la diffusione. Nostro dovere, in quanto educatori, genitori, nonni, amici e comunque frequentatori di bambini, è quello di mediare il rapporto tra essi e di facilitare una conoscenza che ben presto diventerà complicità.
Poiché le liste, che vanno tanto di moda, sembrano essere un buono strumento per sviluppare tesi e regionamenti, ecco un elenco ragionato (come dicono quelli che se ne intendono) di buoni motivi per cui dovremmo iniziare i nostri bambini alla lettura – perché leggere (e non guardare la tv, giocare sulle consolle, scrollare il telefono etc. o, almeno, non solo):
Il libro è un fedele testimone da passare ai nostri bambini, in grado di riportare storie e Storia e, così, costruire la cosmogonia privata del piccolo lettore. Cappuccetto rosso e Napoleone, Harry Potter e la Shoah vanno insieme a costituire l’universo di conoscenze di cui, una volta adulto, si avvarrà per interpretare e affrontare le sfide quotidiane. Per far ciò sono necessarie fiabe e miti; saggi storici e biografie. Non esiste, crediamo, un genere che non sia utile alla crescita e all’edificazione del proprio mondo valoriale.
Spesso noi adulti siamo stanchi, ammettiamolo. La sera può essere difficile, dopo giornate sfibranti, dare un contributo significativo al vissuto dei figli (perché, non dimentichiamo che per loro ogni giorno è una pietra fondante e quindi deve aggiungere un mattoncino all’edificio). Leggere un libro insieme può rappresentare un momento di condivisione e affetto che potrà chiudere in bellezza la giornata trascorsa, arricchendo entrambi e lasciando l’idea di una esclusività di rapporto gratificante e rassicurante; e se ci addormenteremo insieme a letto o sul divano, e il libro cadrà dalle nostre mani, non preoccupiamocene. La sera successiva potremo riaprirlo e insieme, ricercare il punto a cui eravamo rimasti.
“Ogni parola che non impari oggi è un calcio nel culo domani” affermava don Lorenzo Milani [3] già nei lontani anni ’60. Il priore aveva capito, durante la sua esperienza educativa tra i più dimenticati, che per difendersi, affermarsi e farsi valere è necessario conoscere più parole possibile e saperle contestualizzare. Ne aveva già fatto le spese il buon Lorenzo Tramaglino, quindi niente di nuovo sotto il sole…
Dobbiamo dare parole ai più piccoli, affinché sappiano notare, qualificare e interpretare la realtà quotidiana, dando un nome a cose e persone, costruendo percorsi logici e sapendo reagire a quelli, non sempre positivi, altrui.
Netflix, così come tutte quelle che entrano nelle nostre case, è una piattaforma ricca di offerte, con contenuti continuamente aggiornati e catalogati in base al pubblico. Una biblioteca, però, è un’altra cosa. Esistono milioni, se non miliardi, di storie provenienti da ogni angolo del pianeta, scritte da ogni tipo di autore. Offrire ai più piccoli una raccolta di racconti nordamericani, slavi, scandinavi, africani, arabi etc. significa offrire loro la possibilità di vedere il mondo con gli occhi dei loro coetanei che non incontreranno mai e che spesso sono difficili da comprendere. La convivenza pacifica e l’integrazione richiedono conoscenza reciproca. Per voler bene, un bambino ha sempre bisogno di capire, di essere accolto e di accogliere. Pensiamo un attimo a che gesto rivoluzionario sarebbe iniziare ogni mattina a scuola con una breve lettura tratta da testi appartenenti alle tradizioni degli alunni: oggi un mito albanese, domani una fiaba romena o siriana, dopo un racconto italiano o francese. Ciò darebbe una struttura resistente all’edifcio della multicultura, di cui tanto si parla e in cui così pochi credono.
La curiosità accende l’intelligenza,e infatti le grandi dittature (ma anche quelle ridicole degli ultimi anni, come quella del disgraziato ventennio berlusconiano) hanno sempre fatto tutto il possibile per spegnere il nostro cervello. Il passato ha visto falò di libri sulle pubbliche piazze e roghi di autori pericolosi; oggi è più comodo creare canali televisivi dai criteri cognitivi più bassi possibile. Cambiano e si affinano i metodi ma la volontà del potere di non farci ragionare è immutata. Non importa processare Galileo, né bruciare vivo Giordano Bruno: l’azione veramente proficua è quella di impedire alle più belle intelligenze di nascere e svilupparsi. Se la memoria non ci inganna, il somaro principe, come Carlo Emilio Gadda [4] chiama Mussolini, quando intuì la forza della mente di Antonio Gramsci, diede ordine di “impedire a quel cervello di funzionare”. Spegnere il cervello, quindi. Stesso copione, seppure diversa la trama, ha seguito il potere politico contro quel cervello sovversivo che era Pier Paolo Pasolini. Il potere, però, si evolve, si perfeziona, si affina e quindi i nipotini del truce e della Democrazia Cristiana, sono andati oltre. Spegnere un cervello, infatti, può essere più difficile che non accenderlo. Ecco, quindi, i fantastici canali Mediaset, le veline, il Bagaglino: armi di distrazione di massa.
In questo contesto, quindi, fornire le nostre case di libri e metterli a disposizione dei più giovani significa escludere almeno in parte dal martellamento cui sono quotidianamente sottoposti. Accendere i loro occhi e le loro menti spegnendo contestualmente schermi e dispositivi.
Dobbiamo essere consapevoli di non poter essere sempre presenti nella vita di figli, nipoti e alunni. Ecco allora che sarà rassicurante saperli in buone mani. Così come vogliamo essere sicuri della baby sitter o del servizio cui li affidiamo, o così come tutte quelle che entrano nelle nostre case, del supplente che proseguirà il nostro lavoro, impariamo a scegliere con cura i libri da lasciare loro, per evitare momenti di noia. Guardiani delle loro ore vuote ne vengono in mente sin troppi: non saranno mai soli.
Acquistare libri insieme è un momento di straordinaria condivisione per una famiglia. Le librerie sono luoghi generalmente accoglienti, in cui il profumo della carta stampata già da solo stimola la curiosità. Giriamo tra scaffali, sediamoci con i nostri bimbi in braccio o con i nostri riottosi adolescenti accanto e lasciamoci conquistare da copertine colorate, nomi accattivanti, autori famosi o sconosciuti. Dobbiamo imparare a non imporci, a non voler prevalere. Se anche un libro ci sembra povero, banale o scontato, non neghiamolo a priori; acquistiamolo e leggiamolo insieme al bambino che l’ha scelto, senza far trapelare il nostro dissenso. Con questo metodo infallibile, io stessa mi sono liberata dei quattro volumi di Geronimo Stilton [5] (che è poverino e banale davvero) che i figli mi avevano estorto. È bastato alternarne la lettura con Pinocchio [6], La fabbrica di cioccolato [7], Il giardino segreto [8] e tanti altri. Si chiama selezione naturale, no?
Facciamo fare ad altri il lavoro sporco. Introdurre il tema della sessualità [9], per esempio, è spesso vissuto con disagio sia da genitori che da figli: lasciamo allora, come per caso, un bel volume colorato in giro per casa… e aspettiamo che se la cavi lui da solo. Ciò vale anche per temi pesanti come la morte o il disagio, che ci toccano sul vivo e quindi possono essere difficili da spiegare. Lasciamoci aiutare da chi sa farlo meglio di noi. Andiamo insieme in libreria e compriamo, come per caso, Mio nonno era un ciliegio [10] o Il pentolino di Antonino [11]. E buon lavoro a loro.
Un libro non si spegne mai: che siamo nel deserto, in cima all’Himalaia o in camera durante un blackout, basterà aprirlo e la magia ricomincerà. C’era una volta…
Fermiamoci qui, a nove comandamenti. Il decimo no, non lo si può scrivere; si trova già altrove, scritto da altro autore e stampato in altra pubblicazione e… ubi major…
Amen.
Articolo scritto da -Fonte Associazine La città futura
Note:
[1] Daniel Pennac, Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 1992.
[2] Italo Calvino, Il barone rampante, Torino, Einaudi, 1957.
[3] Lorenzo Comparetti Milani, Lettera ad una professoressa, Firenze, Editrice fiorentina, 1967.
[4] Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, Milano, Grazanti, 1957.
[5] Elisabetta Dami, Geronimo Stilton (con all’attivo più di 120 titoli) edito prima da Dami, dal 1997 e poi Piemme.
[6] Carlo Collodi, Pinocchio, Firenze, Giunti e varie altre edizioni italiane, 1883.
[7] Roal Dahl, La fabbrica di cioccolato, Milano, Salani, 1967.
[8] Frances Hodgson Burnett, Il giardino segreto, varie edizioni italiane, 1911.
[9] AA VV, Amore, sesso & co. Per vivere al meglio la tua adolescenza, San Dorligo della Valle (Trieste), Einaudi ragazzi, 2009.
[10] Angela Nanetti, Mio nonno era un ciliegio, San Dorligo della Valle (Trieste), Einaudi ragazzi, 1998.
[11] Isabelle Carrier, Il pentolino di Antonino, Piazzola sul Brent, ed. Kite, 2015.
I testi sono indicati con l’editore italiano e l’anno di pubblicazione dell’edizione originale
Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874 e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice della popolarità nel 1908 con Anna dai capelli rossi, primo di una serie di otto romanzi, tutti pubblicati da Gallucci con una nuova traduzione di grande successo. Stampate in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recente fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo. La produzione letteraria della Montgomery, che va ben oltre Anna dai capelli rossi, è oggetto negli ultimi anni di una meritata riscoperta. Tra le sue opere più note ci sono la trilogia di Emily di New Moon, interamente pubblicata da Gallucci, e i due romanzi di Pat di Silver Bush, intenso omaggio al sentimento profondo che legò per tutta la vita Lucy Maud Montgomery all’Isola del Principe Edoardo, dove la scrittrice trascorse la sua infanzia.
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Anne of Green Gables is a beloved book. Readers fell in love with the story and main character right from the very beginning, when it was first published in 1908. Since then, the book has become a literary classic, captivating generations of readers with charm and spirit. It has even helped shape young adult literature, introducing a heroine whose imagination, intelligence, and determination resonated across time.
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Born on Prince Edward Island in 1874, Lucy’s childhood was shaped by both tragedy and imagination. Her mother died of tuberculosis before Lucy turned two, and her grief-stricken father left town alone, placing his young daughter in the care of her strict grandparents in the rural town of Cavendish.
There, in a house overlooking the island’s rolling fields and red cliffs, Maud, as she preferred to be called, found solace in books and the natural beauty around her. Often left alone, she developed a deep inner world, filling her solitude with stories she created in her mind.
By teenage years, Maud had begun writing in earnest, filling notebooks with poetry and short stories. She later wrote in her autobiography that storytelling ran in the family and that she had inherited the talent from her relatives. But Maud was also encouraged by a teacher, and as a result, submitted her first poem for publication at the age of 16. It was accepted by a local newspaper.
After high school, Maud pursued higher education, enrolling in Prince of Wales College, where she completed the two-year teaching program in just one year, graduating with honors. Then, she worked as a schoolteacher in small rural communities, a common path for educated women of her time.
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Teaching provided financial independence, but her true passion remained writing. In the evenings, after long days in the classroom, she filled pages with poetry and prose, submitting stories to magazines across Canada and beyond. The rejection letters piled up, but so did her determination.
In 1895, Montgomery took a bold step and enrolled at Dalhousie University in Halifax, Nova Scotia, to study literature. But after a year, financial constraints forced her to return to Cavendish. There, she continued teaching while also caring for her ailing grandmother. And just as before, she continued writing, publishing hundreds of short stories and poems in literary magazines, building a reputation as a skilled storyteller.
In 1905, she wrote a novel inspired by a childhood anecdote about an orphaned girl mistakenly sent to a family expecting a boy. She expanded on that small idea, bringing to life the spirited Anne Shirley in Anne of Green Gables. Confident in her work, Maud submitted the manuscript to several publishers, only to receive rejection after rejection.
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Undeterred, she set the manuscript aside in a hatbox for two years before trying again. In 1907, she sent it to L.C. Page & Company in Boston, and this time, the response was different. The publisher saw potential in the novel and agreed to print it. When Anne of Green Gables was released in 1908, it became an immediate success, selling over 19,000 copies in its first five months. It was just the beginning.
Ironically, though, Maud didn’t consider Anne of Green Gables her best work. That honor went to Emily of New Moon. “It is the best book I have ever written—and I have had more intense pleasure in writing it than any of the others—not even excepting Green Gables. I have lived it, and I hated to pen the last line and write finis,” Maud wrote about it.
Years later, Maud would be asked by an editor to write her autobiography. She obliged and began the story with the following:
“WHEN the Editor of Everywoman’s World asked me to write ‘The Story of My Career,’ I smiled with a little touch of incredulous amusement. My career? Had I a career? Was not — should not — a ‘career’ be something splendid, wonderful, spectacular at the very least, something varied and exciting? Could my long, uphill struggle, through many quiet, uneventful years, be termed a ‘career’? It had never occurred to me to call it so; and, on first thought, it did not seem to me that there was much to be said about that same long, monotonous struggle. But it appeared to be a whim of the aforesaid editor that I should say what little there was to be said; and in those same long years I acquired the habit of accommodating myself to the whims of editors to such an inveterate degree that I have not yet been able to shake it off. So I shall cheerfully tell my tame story. If it does nothing else, it may serve to encourage some other toiler who is struggling along in the weary pathway I once followed to success.”
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Lucy Maud Montgomery nasce il 30 novembre 1874 ma la madre muore 21 mesi dopo e lei viene affidata e cresciuta dai nonni materni che vivono in una piccola comunità rurale sull’Isola del Principe Edoardo, Cavendish.
Vicino alla scuola di Cavendish che Maud frequentava c’era un boschetto di abeti rossi attraversato da un ruscello dove gli scolari riponevano le proprie bottiglie di latte, come abbiamo visto fare nel cartone animato “Anna dai capelli rossi”.
Scrisse la prima poesia a 9 anni intitolata Autumn.Con il primo denaro guadagnato dalla vendita di un racconto a una rivista, acquistò 5 volumi di poesia: Tennyson, Byron, Milton, Longfellow, Whittier.
Spesso mi capita di identificarla con Anne, il suo alter ego ma è proprio lei a confessare: “Non fosse stato per gli anni da me trascorsi a Cavendish, Anne of Green Gables non sarebbe mai stata scritta”.
Durante la sua breve carriera di insegnante, Montgomery ha insegnato in tre scuole dell’isola: Bideford, Belmont e Lower Bedeque rispettivamente. Lasciò l’insegnamento per un anno (1895-1896) per studiare corsi selezionati di letteratura inglese presso la Dalhousie University di Halifax, in Nuova Scozia, diventando una delle poche donne del suo tempo a cercare un’istruzione superiore. Fu durante il suo soggiorno a Dalhousie che ricevette i primi pagamenti per i suoi scritti.
Nel 1898, mentre Montgomery insegnava a Lower Bedeque, suo nonno Macneill morì improvvisamente. Tornò subito a Cavendish per prendersi cura di sua nonna che altrimenti avrebbe dovuto lasciare la sua casa. Rimase con sua nonna per i successivi tredici anni, ad eccezione di un periodo di nove mesi nel 1901-1902, quando lavorò come correttore di bozze per The Daily Echo ad Halifax.
Non vi ricorda qualcosa?
Nel 1905 scrisse il suo primo e più famoso romanzo, Anne of Green Gables . Inviò il manoscritto a diversi editori, ma, dopo aver ricevuto rifiuti da tutti, lo ripose in una cappelliera. Non si lasciò abbattere e ci riprovò; fu pubblicato finalmente nel 1908 e divenne immediatamente un best-seller!
La proposta dell’editore di scrivere la storia della sua carriera, a 42 anni e dopo aver pubblicato Anne of Green Gables, le diede la certezza di aver raggiunto una di quelle vette sublimi e di essere considerata quindi una scrittrice di successo. Lucy Maud Montgomery scelse come titolo della sua autobiografia un verso di una poesia, Alla Genziana a frange, letta per caso in un giornale e conservata tra i libri di scuola, che recita:
Poi un sussurro fiorisce dal tuo sonno
Come posso scalare
Il sentiero alpino, così duro, così impervio,
Che conduce a vette sublimi;
come posso raggiungere il lontano traguardo
di una vera e onorata fama,
e scrivere sulla sua lucente pergamena,
un umile nome di donna.
Lucy Maud Montgomery-Scrittrice canadese-Biblioteca DEA SABINA
Nel libro ripercorre soprattutto gli anni della sua infanzia e ci confessa che lei era una ragazzina dalla fervida immaginazione con l’abitudine di dare un nome a tutte le cose che la circondano. Lucy Maud svela spontaneamente i retroscena che hanno suggerito alcuni degli episodi più esilaranti che vedono Anne come protagonista (come l’incidente della torta farcita), e soprattutto i riferimenti autobiografici tra l’autrice e la sua eroina sui quali spesso ci si interroga. Così veniamo a sapere che come Anne anche la piccola Lucy entrò in classe con il cappello ancora indosso suscitando l’ilarità generale e sprofondando in un tremendo imbarazzo e che anche lei aveva paura di attraversare da sola, specialmente verso sera, il boschetto infestato. Aveva un quadernino Lucy, in cui annotava idee per trame, avvenimenti e personaggi e proprio lì andò a scovare quella relativa a una “Coppia di anziani fa domanda a un orfanatrofio per un bambino. Per errore viene inviata loro una bambina”.
Una passione di Lucy Maud Montgomery erano gli scrapbooks. Lucy ha realizzato e composto tantissimi album, ognuno a tema diverso; in una mostra organizzata sugli scrapbooks che le sono appartenuti, sono stati rintracciati degli evidenti collegamenti con Anna di Tetti Verdi: le foto di giovani donne sembrano corrispondere ad alcuni dei personaggi descritti nel romanzo; le descrizioni di piante e fiori possono essere collegate a ritagli dai cataloghi di semi di John Lewis Childs.E poi ci sono le maniche a sbuffo, ci sono molte foto di ragazze in abiti bianchi con maniche a sbuffo, magari quelle pubblicizzate sulla rivista Ladies ‘Home Journal. Al link li potete sfogliare
A proposito dei suoi romanzi Lucy Maud Montgomery dichiarava che: Anne era la realizzazione di un sogno, La ragazza delle storie era il suo preferito “la ragazza che più di ogni altra è me stessa è Pat di Silver Bush”. E poi, Enrico De Luca, studioso e traduttore del ciclo intitolato ad Anne di Tetti Verdi, ci rivela che terminato Emily di Luna Nuova, nel febbraio del 1922 Lucy scrisse che Emily era il miglior romanzo che aveva scritto.
A questo punto non sappiamo quale suo romanzo ella amasse di più!
Dopo la morte di nonna Macneill nel marzo del 1911, Montgomery sposò il reverendo Ewan Macdonald, con cui era segretamente fidanzata dal 1906. Da sposati si trasferirono a Leaskdale, in Ontario, dove Macdonald era ministro della chiesa presbiteriana. Ebbe tre figli: Chester (1912), Hugh (nato morto nel 1914) e Stuart (1915); assisteva il marito nei suoi doveri pastorali; curava la loro casa; e ha continuato sempre a scrivere romanzi, nonché racconti e poesie.
Ha continuato a scrivere nonostante il suo dolore per la morte del figlio neonato Hugh, gli orrori della prima guerra mondiale, la morte del suo amato cugino Frede Campbell e la scoperta che suo marito soffriva di malinconia religiosa.
Maud Montgomery Macdonald morì a Toronto, Ontario, il 24 aprile 1942; Ewan Macdonald morì nel novembre del 1943. Morta, Montgomery tornò nella sua amata Isola del Principe Edoardo, dove fu sepolta nel cimitero di Cavendish, vicino al sito della sua vecchia casa. Tutti i suoi 20 libri tranne uno, sono ambientati sull’isola del Principe Edoardo.
Grottaferrata a Villa Cavalletti- La Fusione Dinamica: dove l’Arte incontra la Scienza
A Grottaferrata a Villa Cavalletti-Un incontro con la fusione dinamica, il “caos controllato” che dà vita alle stelle e alla bellezza.Sarà il fil rouge che segnerà il viaggio alla scoperta di Arte, Scienza e Territorio, a cui si assisterà martedì 4 marzo nella splendida Villa Cavalletti.
Presentazione della Fusione Dinamica di Andrea Roggi
La fusione dinamica è la tecnica brevettata dallo studio dell’artista Andrea Roggi, che verrà presentata proprio nella prestigiosa Villa. Attraverso il movimento dello stampo durante la colata del bronzo, Roggi trasforma l’imprevedibilità in bellezza, creando opere uniche e irripetibili.
“Sono profondamente felice di partecipare a questo evento in un contesto storico così prestigioso, dove passato e innovazione si intrecciano armoniosamente. Villa Cavalletti, con la sua anima antica e la sua vocazione all’ospitalità, diventa il luogo ideale per celebrare l’incontro tra Arte e Scienza, due forze che hanno sempre guidato il mio percorso creativo e umano.
La fusione è molto più di un processo tecnico o artistico: è una metafora della vita stessa, dove l’unione di elementi differenti genera qualcosa di straordinario. Così come nel cuore delle stelle, in cui l’idrogeno si trasforma in luce e materia, anche nelle mie opere prende vita un’energia creativa che sfida il caos per trasformarlo in ordine”, afferma l’artista.
Grottaferrata a villa Cavalletti-Un incontro con la fusione dinamica
L’Arte incontra la Scienza
Questo concetto ci riporta all’istante iniziale dell’universo, quando, 13,8 miliardi di anni fa, il Big Bang diede origine al tempo e allo spazio. In quel caos primordiale, materia e antimateria si annichilarono quasi completamente, lasciando un lieve eccesso di materia che, raffreddandosi, iniziò a tessere la trama dell’esistenza. Grazie alla fusione nucleare, l’universo buio e informe si accese di luce, dando vita a stelle, pianeti e galassie.
Non è un caso che si parli di questi argomenti proprio a Frascati, nell’area di ricerca tuscolana – la più grande d’Europa – che ospita le sedi dei più importanti enti di ricerca nazionali ed europei e conta oltre 2.000 ricercatori. Qui si lavora al DTT (Divertor Tokamak Test), un esperimento chiave per il futuro della fusione come fonte di energia sicura e sostenibile. Questo progetto, guidato dall’ENEA, rappresenta un passo cruciale verso un’energia potenzialmente inesauribile, capace di rivoluzionare il nostro modo di produrre e consumare elettricità.
Villa Cavalletti, 4 marzo ore 16:30
Il 4 marzo, a partire dalle 16:30, Villa Cavalletti ospiterà l’incontro La Fusione Dinamica: dove l’Arte incontra la Scienza, realizzato in collaborazione con Frascati Scienza.
L’evento farà da cornice alla presentazione della tecnica della fusione dinamica, sviluppata dallo studio dell’artista Andrea Roggi, il quale dialogherà con Matteo Martini, professore all’Università Guglielmo Marconi e fisico, moderati dalla giornalista Giorgia Burzachechi.
Ogni occasione è buona per parlare di scienza, così, dopo la presentazione dell’artista, Matteo Martini, in compagnia del maestro gelatiere Dario Rossi, spiegherà tutti i processi chimico-fisici che avvengono durante la preparazione live del gelato con l’azoto.
La Villa è diventata un luogo simbolo per le attività di divulgazione scientifica dell’associazione Frascati Scienza: un punto d’incontro tra scienza, arte e vita quotidiana. Questo evento rafforza ulteriormente il legame, dimostrando come la scienza possa dialogare con l’arte per stimolare la curiosità e creare nuove connessioni.
Inaugurazione del Calendario Eventi 2025 di Villa Cavalletti
La presentazione sarà anche l’occasione per svelare il fitto calendario di eventi di Villa Cavalletti e del Museo dell’Olio.
Il Frantoio di Villa Cavalletti, situato nel Villino Rosso, è dedicato alla divulgazione e alla ricerca sulla cultura olivicola dei Castelli Romani: un luogo dove riscoprire le tradizioni e la qualità di una terra antica. Per l’anno in corso sono previsti numerosi eventi dedicati al grande pubblico tra arte, scienza, degustazioni, visite turistiche e yoga.
Per la realizzazione di questo calendario, una robusta sinergia è stata creata con importanti attori del territorio dei Castelli Romani, di Roma e non solo per sviluppare i format di eventi ed esperienze in particolare Università degli Studi di Roma Tor Vergata, Frascati Scienza, Evooschool, Museo del Vino, Museo Tuscolano, The Circle of Life Art Gallery, Galleria Vittoria, Slow Food, Ospitalità Castelli Romani, Vignaioli in Grottaferrata, Greed, Erba Regina, Le Erbe della Luna.
In aggiunta cresce la proposta di Villa Cavalletti di spazi per eventi, team building aziendali, laboratori didattici ed esperienze per soggiorni cuciti sartorisalmente per far conoscere all’ospite l’identità e l’autenticità dei luoghi.
Museo Civico di Rieti presenta “Sabato è Museo, incontri tra Arte, Storia e Archeologia”
Descrizione-L’Ufficio Museo del Comune di Rieti informa che dall’8 marzo si aprirà il ciclo di incontri e approfondimenti “Sabato è Museo” presso le sedi del Museo Civico di Rieti del Palazzo Comunale in piazza Vittorio Emanuele II, sezione Storico-Artistica e via S. Anna 4, sezione Archeologica.
RIETI-Il Museo Civico
Il primo evento, curato dalla dott.ssa Laura Saulli, si terrà l’8 marzo dalle ore 17 presso la sezione Storico Artistica e sarà dedicato alla pittrice Clotilde Sabucchi e prevederà una visita guidata speciale in occasione della chiusura della mostra dedicata all’artista.
“Sabato è Museo, incontri tra Arte, Storia e Archeologia”, è un ciclo di appuntamenti dedicati alla divulgazione del patrimonio come occasione di incontro. Il progetto nasce da un’idea dalla direzione del Museo e si è concretizzato grazie al serrato lavoro degli Uffici del Museo e alla disponibilità degli operatori.
Ogni mese, presso una delle due sedi museali studiosi e professionisti racconteranno le proprie ricerche e il proprio lavoro.
Tutti gli appuntamenti saranno a ingresso gratuito fino ad esaurimento posti, e saranno ospitati a seconda dei temi trattati nella Sala 2 della sezione Storico-Artistica o in sala Mostre della sezione Archeologica.
È possibile prenotare in anticipo il posto sulla piattaforma Eventbrite.
Il ciclo di Arte è intitolato “Firma d’Autore” e sarà a cura di Laura Saulli, curatrice della collezione per la sezione storico-artistica. Gli incontri prevedranno visite e conferenze di approfondimento su opere del Museo legate tra loro proprio dalla firma dell’autore.
Il ciclo di Storia si intitola “Di chiavi, armi e monete” e vuole approfondire alcune tematiche legate agli oggetti artistici e documenti storici da collezione
Il ciclo di Archeologia intitolato “Ricerche in archivio e in campo” è a cura di Francesca Lezzi, direttrice del Museo Civico di Rieti, e si pone l’obiettivo di mostrare il rapporto poco noto che lega gli scavi archeologici e gli archivi, spesso importanti fonti di informazione e documentazione.
Con questo ciclo di appuntamenti il Museo Civico di Rieti vuole offrire al pubblico una proposta culturale di profilo scientifico e dalla forte connotazione divulgativa.
Franco Leggeri Fotoreportage-Roma Gianicolo-La quercia del Tasso –
Articolo di Marco Fulvio Barozzi –Fotoreportage di di Franco Leggeri per REDREPORT-Quell’antico tronco d’albero che si vede ancor oggi sul Gianicolo a Roma, secco, morto, corroso e ormai quasi informe, tenuto su da un muricciolo dentro il quale è stato murato acciocché non cada o non possa farsene legna da ardere, si chiama la quercia del Tasso perché, avverte una lapide, Torquato Tasso andava a sedervisi sotto, quand’essa era frondosa.
Anche a quei tempi la chiamavano così.
Fin qui niente di nuovo. Lo sanno tutti e lo dicono le guide.
Meno noto è che, poco lungi da essa, c’era, ai tempi del grande e infelice poeta, un’altra quercia fra le cui radici abitava uno di quegli animaletti del genere dei plantigradi, detti tassi.
Un caso.
Ma a cagione di esso si parlava della quercia del Tasso con la “t” maiuscola e della quercia del tasso con la “t” minuscola. In verità c’era anche un tasso nella quercia del Tasso e questo animaletto, per distinguerlo dall’altro, lo chiamavano il tasso della quercia del Tasso.
Alcuni credevano che appartenesse al poeta, perciò lo chiamavano “il tasso del Tasso”; e l’albero era detto “la quercia del tasso del Tasso” da alcuni, e “la quercia del Tasso del tasso” da altri.
Siccome c’era un altro Tasso (Bernardo, padre di Torquato, poeta anch’egli), il quale andava a mettersi sotto un olmo, il popolino diceva: “E’ il Tasso dell’olmo o il Tasso della quercia?”.
Così poi, quando si sentiva dire “il Tasso della quercia” qualcuno domandava: “Di quale quercia?”
“Della quercia del Tasso.”
E dell’animaletto di cui sopra, ch’era stato donato al poeta in omaggio al suo nome, si disse: “il tasso del Tasso della quercia del Tasso”.
Poi c’era la guercia del Tasso: una poverina con un occhio storto, che s’era dedicata al poeta e perciò era detta “la guercia del Tasso della quercia”, per distinguerla da un’altra guercia che s’era dedicata al Tasso dell’olmo (perché c’era un grande antagonismo fra i due).
Ella andava a sedersi sotto una quercia poco distante da quella del suo principale e perciò detta: “la quercia della guercia del Tasso”; mentre quella del Tasso era detta: “la quercia del Tasso della guercia”: qualche volta si vide anche la guercia del Tasso sotto la quercia del Tasso.
Qualcuno più brevemente diceva: “la quercia della guercia” o “la guercia della quercia”. Poi, sapete com’è la gente, si parlò anche del Tasso della guercia della quercia; e, quando lui si metteva sotto l’albero di lei, si alluse al Tasso della quercia della guercia.
Ora voi vorrete sapere se anche nella quercia della guercia vivesse uno di quegli animaletti detti tassi.
Viveva.
E lo chiamarono: “il tasso della quercia della guercia del Tasso”, mentre l’albero era detto: “la quercia del tasso della guercia del Tasso” e lei: “la guercia del Tasso della quercia del tasso”.
Successivamente Torquato cambiò albero: si trasferì (capriccio di poeta) sotto un tasso (albero delle Alpi), che per un certo tempo fu detto: “il tasso del Tasso”.
Anche il piccolo quadrupede del genere degli orsi lo seguì fedelmente, e durante il tempo in cui essi stettero sotto il nuovo albero, l’animaletto venne indicato come: “il tasso del tasso del Tasso”.
Quanto a Bernardo, non potendo trasferirsi all’ombra d’un tasso perché non ce n’erano a portata di mano, si spostò accanto a un tasso barbasso (nota pianta, detta pure verbasco), che fu chiamato da allora: “il tasso barbasso del Tasso”; e Bernardo fu chiamato: “il Tasso del tasso barbasso”, per distinguerlo dal Tasso del tasso.
Quanto al piccolo tasso di Bernardo, questi lo volle con sé, quindi da allora quell’animaletto fu indicato da alcuni come: il tasso del Tasso del tasso barbasso, per distinguerlo dal tasso del Tasso del tasso; da altri come il tasso del tasso barbasso del Tasso, per distinguerlo dal tasso del tasso del Tasso.
Il comune di Roma voleva che i due poeti pagassero qualcosa per la sosta delle bestiole sotto gli alberi, ma fu difficile stabilire il tasso da pagare; cioè il tasso del tasso del tasso del Tasso e il tasso del tasso del tasso barbasso del Tasso.
Articolo Pubblicato da Marco Fulvio Barozzi sul sito web Popinga –
venerdì 3 maggio 2013-Scienza e letteratura: terribilis est locus iste-
La quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al GianicoloLa quercia del Tasso al Gianicolo
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