Max Hastings- La battaglia di mezzo agosto. Operazione Pedestal. 1942: la flotta che salvò Malta
Neri Pozza Editore
DESCRIZIONE-
Corre l’anno 1942 e l’esito del piú grande conflitto della Storia è lungi dall’essere scritto. L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti non hanno ancora dispiegato tutte le loro forze; sulla terra come nei cieli, Germania e Italia hanno il controllo della gran parte delle sponde mediterranee; i carri armati di Rommel sono alle porte dell’Egitto; i giapponesi minacciano l’India, l’Australasia e l’America settentrionale; le forze dell’Asse sono sul Don e la cruciale battaglia a Stalingrado è appena cominciata. Nel cuore dello scontro globale c’è l’isola di Malta, dal 1815 gioiello della Corona inglese, scalo lungo la via per l’Oriente, campo di polo per generazioni di ufficiali della Marina, carcere per i marinai ubriachi. Ma, soprattutto, dall’autunno del ’41, base per lanciare operazioni contro il nemico, che si traducono nell’affondamento del 75 per cento delle navi di rifornimento tedesche e italiane dirette in Nordafrica. Risultato, questo, di un fatale errore strategico da parte di Hitler: la decisione di puntare sulla conquista di Creta lasciando Malta in mano degli alleati. La macchina da guerra nazista è tuttavia indiscutibilmente piú forte e quindi la reazione non si fa attendere: nella primavera del ’42 i tedeschi rovesciano sull’isola piú bombe di quelle cadute su Londra, e la stringono in un assedio senza scampo. I britannici, d’altro canto, non possono permettersi di aggiungere un’altra disfatta alle già numerose umiliazioni subite, perciò il 10 agosto la piú grande flotta mobilitata dalla Royal Navy, a quasi tre anni dall’inizio del conflitto e a tre dalla fine, prende il mare diretta a Malta. L’obiettivo dell’operazione Pedestal, nota come Battaglia di mezzo agosto, è scortare quattordici navi con a bordo cibo, armi e medicinali fino a Malta con due corazzate, quattro portaerei, sette incrociatori e trentadue cacciatorpediniere, oltre a un centinaio di velivoli della Marina e della Raf, otto sommergibili, due dragamine e uno sciame di unità minori. Lo scopo è il salvataggio della guarnigione britannica e della popolazione maltese, trecentomila persone che rischiano la morte per inedia; la battaglia che infurierà per cinque strenue giornate diverrà sinonimo di coraggio, risolutezza e sacrificio. Il racconto dell’«incomparabile Max Hastings» (Daily Mail), una «perfetta combinazione di sensibilità alle sofferenze umane e un superbo istinto per il dramma» (The Times), fa rivivere con emozione la feroce battaglia aeronavale che determinò la sopravvivenza del baluardo maltese e contribuí alla sconfitta finale delle potenze dell’Asse.
Max Hastings
AUTORE-Max Hastings
Max Hastings scrive per il Daily Mail e il Financial Times. Pluripremiato per i suoi libri e le sue inchieste, nel 2008 ha ottenuto la Medaglia Westminster per il suo contributo alla letteratura militare, nel 2009 l’Edgar Wallace Trophy del Press Club di Londra ed è stato insignito di lauree honoris causa dalle università di Leicester e Nottingham. Tra le sue opere, Catastrofe 1914. L’Europa in guerra (Neri Pozza 2014), Armageddon. La battaglia per la Germania 1944-1945 (beat 2016), La guerra segreta. Spie, codici e guerriglieri 1939- 1945 (Neri Pozza 2016, beat 2020), Vietnam. Una tragedia epica 1945-1975 (Neri Pozza 2019, beat 2022) e Operazione Chastise. 1943. Il raid dei Dambusters, i guastatori delle dighe (Neri Pozza 2022).
RECENSIONI
«Lo storico militare Hastings, con le sue prodigiose ricerche e la sua prosa vivida, getta luce su uno dei piú drammatici episodi della Seconda guerra mondiale». Publishers Weekly
«Questo libro non può mancare dagli scaffali degli appassionati di Seconda guerra mondiale: per non dimenticare mai di quali azioni incredibili è capace l’uomo quando ha una causa da difendere». The American Spectator
«Sir Max Hastings ci regala il ritratto di una gloriosa battaglia navale raccontata con il tocco d’artista dei suoi cinquant’anni di reportage di guerra. La Royal Navy nel suo momento piú luminoso». The Wall Street Journal
«Il prolifico Hastings soddisferà i suoi numerosi, affezionati fan e ne attirerà di nuovi, con questo grande racconto adatto agli specialisti, ma anche a un pubblico generalista». Frederick J. Augustyn Jr., responsabile sezione storica Library of Congress, Washington, DC
Trattoria Sabatino, un libro dedicato ai sapori della cucina povera in San Frediano a Firenze-
Il libro, edito da Maschietto Editore, racconta la storia della Trattoria Sabatino, da 60 anni anima e memoria del mitico quartiere fiorentino di San Frediano in Oltrarno, già celebrato da Vasco Pratolini, da artisti, poeti e musicisti: un luogo di incontro e di conversazione, di pasti quotidiani e di feste memorabili, ma soprattutto di buona cucina popolare.
La Trattoria Sabatino non è solo uno storico locale fiorentino: è un mondo pieno di storie, fortemente identificato con la vicenda della famiglia Buccioni che, con le sue diramazioni, la gestisce dal 1956. È una storia avvincente come un romanzo, quella che parte da Sabatino, con la sua iniziativa nell’immediato Dopoguerra, e che continua per tre generazioni, passando per Valerio e Laura, per arrivare fino agli attuali gestori Ilaria, Letizia e Massimo.
Il libro gioca con i generi letterari e ogni capitolo ha uno stile diverso, dando vita a un affresco dove si susseguono gioie, dolori, speranze, addii, molto lavoro, molta passione, nuovi arrivi, uno sfratto e una nuova apertura, celebrata dalla gente del rione (e non solo) come un evento epocale. In queste pagine osserviamo un intero quartiere che si riversa e si rispecchia in questa ‘mensa’ quotidiana, accogliente ed eccezionale, crocevia di operai e artigiani, intellettuali e principesse, marchesi e baroni, politici e perdigiorno, attori e musicisti, artisti e sacerdoti, studenti e senzatetto. Il libro è illustrato dalle fotografie storiche della trattoria, della famiglia Buccioni e del quartiere di San Frediano, oltre a testimonianze artistiche di avventori eccellenti e ai disegni delle più amate ricette.
Con un racconto inedito di Marco Vichi: il Commissario Bordelli incontra Sabatino. Postfazione di Tomaso Montanari.
Dai negozi storici ai librai indipendenti, fino alle grandi catene moderne: l’evoluzione della vendita dei libri nel nostro Paese
Le librerie non sono semplici negozi, ma sono qualcosa di più e di diverso. Sono luoghi di incontro, di diffusione culturale, con alle spalle vicende incredibili (personali, aziendali, famigliari). Vins Gallico ricostruisce la storia delle librerie italiane, mostrando l’evoluzione che il commercio dei libri ha seguito, ma soprattutto racconta la storia di una passione, di una devozione, di un’utopia. Dalle botteghe ottocentesche alle soluzioni più moderne, dagli enormi store di catena alle minuscole librerie di quartiere dove c’è posto a malapena per qualche cliente alla volta, questo è un viaggio fra passato…
Nota Biografica di Vins Gallico
L’Autore Vins Gallico è nato a Melito Porto Salvo (RC) nel 1976. Ha pubblicato Portami Rispetto (Rizzoli 2010), Final Cut (Fandango 2015), La barriera (Fandango 2017), A Marsiglia con Jean-Claude Izzo (Giulio Perrone Editore 2022). È stato direttore delle librerie Rinascita e Fandango Incontro a Roma.
La drammatica vicenda dei due immigrati e anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti – assassinati sulla sedia elettrica nell’agosto del 1927 a Charlestown – ricostruita da Lorenzo Tibaldo con l’ausilio di fonti inedite che, anche alla luce delle ricerche recenti, contribuiscono a delineare il quadro storico dell’America di quegli anni, il processo-farsa, la personalità dei due amici e il significato della loro tragedia nella memoria collettiva.
La presente è la seconda edizione ampliata.
Lorenzo Tibaldo affronta la tragica storia dei due anarchici italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti ripercorrendone gli aspetti chiave: la vita in Italia, l’approdo negli Stati Uniti, la formazione politica, l’adesione al movimento anarchico, l’impatto con l’America violenta dei primi decenni del Novecento, la macchinazione giudiziaria, la carcerazione, la mobilitazione internazionale, la posizione di Mussolini, il drammatico epilogo e il significato della loro vicenda nella memoria collettiva. Una ricostruzione – basata essenzialmente sulle lettere e gli scritti di Nick e Bart nonché su fonti di archivio – per un affresco storico, politico, giudiziario ed emotivo del dramma di due uomini determinati a difendere fino in fondo la propria innocenza e le proprie idee.
Indice testuale
Nicola e Bartolomeo di Giuliano Montaldo Nota per il lettore
Ringraziamenti
Premessa
Un plumbeo mattino d’autunno
2. Il paese di bengodi
3. Il lessico della libertà
4. Una scelta militante
5. America violenta
6. Il pericolo rosso
7. Una serata di maggio
8. Carissimo padre
9. Il processo di Dedham
10. Il mio Natale
11. Quei famosi proiettili
12. Sono un ribelle
13. La confessione di Madeiros
14. Sotto un cielo stellato
15. Viva l’anarchia!
16. La storia e la memoria
Bibliografia
Indice dei nomi
Indice dei luoghi
Biografia dell’autore
Lorenzo Tibaldo,
professore di lettere, filosofia e storia, e studioso del Novecento. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: La religione non è una fiaba (Kosmos, 1995), Leggere, scrivere e far di conto (Alzani, 1999), Una società giusta (Alzani, 2002), Democrazia e solidarietà (Centro Studi Piemontesi, 2003), Gli italiani (non) son tutti fatti così. Le speranze deluse nella storia d’Italia (Petite Plaisance, 2017), e per i tipi Claudiana: Il viandante della libertà. Jacopo lombardini (1892-1945) (2011), La Rosa Bianca. Giovani contro Hitler (2014), Willy Jervis (1901-1944). Una vita per la libertà (2015) e (con Philip V. Cannistraro) Mussolini e il caso Sacco-Vanzetti (2017).
. L’esegesi biblica tedesca e gli ebrei da Herder e Semler a Kittel e Bultmann, Paideia 2020
Transport Train to Auschwitz II Birkenau Concetration Camp. Railway wagon to transport people to the death camp. German Concentration Camp in Oswiecim, Poland.
L’Europa che permise l’aggressione all’universalismo ebraico
Articolo di Paolo Ribet
Anche le scienze bibliche e teologiche avallarono l’antisemitismo
Con una regolarità allarmante riemergono, in varie parti del mondo, casi più o meno violenti di antisemitismo. O forse sarebbe meglio dire: di antiebraismo, perché è contro gli ebrei che si manifesta l’odio o il rancore. É una storia che arriva da lontano, su cui le Chiese cristiane hanno responsabilità non da poco. Tanto più questa risorgenza si rivela un dato preoccupante, anche perché su questo tema ormai da parecchi anni le chiese sono intervenute riconoscendo i guasti causati nel passato. In questa linea, per tentare di comprendere nei giusti termini il rapporto fra il cristianesimo e l’ebraismo, si pone anche il ponderoso libro del professore svedese Anders Gerdmar*.Come indicato dal sottotitolo, il nostro autore ripercorre la teologia biblica protestante tedesca fra il 1750 e il 1950, per verificare se e come gli autori presi in considerazione abbiano condizionato l’atteggiamento della gente nei riguardi degli ebrei. Va ricordato che tra la metà del 700 e per tutto l’800, quando nasceva e si imponeva il sentimento nazionale di “germanità”, la posizione degli ebrei nella società e nella teologia tedesca diventava una problematica scottante. A ciò si aggiunga che è in questo stesso periodo che nascono l’idea di razza e di razzismo “scientifico”, così come lo concepiamo oggi.
Il nostro autore, con un lavoro estremamente puntuale, analizza a fondo l’opera di una quindicina di autori tedeschi che hanno segnato profondamente gli studi sia del Primo sia del Secondo Testamento nel corso di questi due secoli, per verificare come ognuno di essi si ponga nei confronti dell’ebraismo. Si nota che in tutti questi autori, in modo ora più ora meno marcato, affiora un giudizio pesantemente negativo nei confronti dell’ebraismo del tempo di Gesù. Essi affermano che, se al tempo dei profeti era presente una forte carica vitale, al tempo della nascita della chiesa cristiana il giudaismo rabbinico appariva sterile e pesantemente legalistico, tale per cui il messaggio cristiano si poneva in assoluta antitesi con quello ebraico.
Ma, e questo è a mio avviso l’aspetto più preoccupante, questo giudizio che potremmo definire storico o teologico, si riverbera anche nei giudizi espressi nei confronti dell’ebraismo contemporaneo. «Il giudaismo è una potenza mondiale e un corpo estraneo nella società, esclusivista […] gli ebrei stessi sarebbero la causa dell’odio razziale, poiché odiano tutti e sono odiati da tutti»: con simili termini si esprimeva Wilhelm Bousset all’inizio del ‘900 (p. 185). Per cui, anche laddove si invocava tolleranza nei confronti degli ebrei, con difficoltà si accettava una loro piena integrazione nella società tedesca.
L’esempio più eclatante è però dato dall’esegeta Gerhard Kittel (1888-1948), al quale Gerdmar dedica un centinaio di pagine. Figlio di un professore di Antico Testamento, Kittel era un professore quarantenne, già noto e apprezzato come uno dei più profondi conoscitori dell’ebraismo quando nel 1933 Hitler prese il potere. Egli si iscrisse al partito nazionalsocialista e, come molti protestanti del tempo, dimostrò subito di condividerne la filosofia e gli intenti. Scrisse anche un libretto sulla Questione ebraica ** che si attirò la risposta del filosofo ebreo Martin Buber. Ciò che colpisce in questo scritto è il fatto che di biblico non c’è praticamente nulla e il discorso teologico è marginale. Il pensiero centrale sta nell’idea del popolo, della razza e del sangue: «ora in mezzo a noi [tedeschi] è scaturito un nuovo movimento [il nazismo], pieno di vita, per il quale l’ideale non si chiama cosmopolitismo e cultura dell’umanità, bensì cultura legata al popolo e radicata nel popolo […] curandosi di ciò che è radicato e autentico, di ciò che è spuntato dal suolo patrio di terra e sangue».
È chiaro che in questo contesto non c’è spazio per la realtà universale dell’ebraismo e il popolo ebraico (perché si parla di popoli e non di persone singole) deve essere considerato un elemento estraneo e quindi marginalizzato. No dunque a qualsiasi forma di integrazione, no all’accesso ad alcune professioni come il magistrato o l’insegnante perché un tedesco non può essere giudicato o istruito da un estraneo. In pratica, la proposta di Kittel è che si ripristini per gli ebrei la condizione di “popolo forestiero”, con tutte le conseguenze che questo può portare. E se un ebreo si converte e diventa cristiano? Sia accolto come un fratello, dice Kittel, ma laddove possibile si costituiscano comunità apposite, con pastori anch’essi provenienti dall’ebraismo. Questo è il tono del suo pamphlet. Dopo la guerra, Kittel sarà sottoposto a restrizioni nel quadro del processo di denazificazione che vide coinvolti anche altri intellettuali. In una memoria redatta per difendersi, egli affermò che lo scopo del suo scritto era quello di proteggere gli ebrei dagli eccessi violenti delle campagne antisemite in atto nel suo Paese. Cosa che evidentemente non fu creduta.
Il prof. Gerdmar all’inizio della sua fatica afferma di voler verificare come la teologia e l’esegesi in particolare abbiano contribuito a determinare la condizione degli ebrei in Germania. Alla fine della lettura, ciò che colpisce in questi autori è il fatto che, più che condizionare, furono essi stessi condizionati dalle idee circolanti al loro tempo che assunsero, ahimè, con poco spirito critico. Come ebbe a riconoscere l’esegeta statunitense Ch. H. Charlesworth: «Noi studiosi siamo naturalmente esseri umani e non soltanto facciamo degli errori, ma siamo spesso inconsapevoli di quanto possiamo essere influenzati dallo spirito del nostro tempo». É esattamente ciò che è successo sul tema della “questione ebraica”.
* G. Anders, Bibbia e antisemitismo teologico. L’esegesi biblica tedesca e gli ebrei da Herder e Semler a Kittel e Bultmann, Paideia 2020, pp. 643 euro 79,00.
** I testi di questo dibattito sono stati tradotti in italiani a cura di G. Bonola in G. Kittel, M. Buber,
Anders Gerdmar- Bibbia e antisemitismo teologico.
L’esegesi biblica tedesca e gli ebrei da Herder e Semler a Kittel e Bultmann, Paideia 2020
DESCRIZIONE
Lo studio di Anders Gerdmar fa emergere in tutta la loro portata i diversi indirizzi di ricerca delle varie scuole e chiese tedesche, mostrando come in queste tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento l’antisemitismo teologico organizzato poté svilupparsi sulla base di tradizioni plurisecolari fino a costituire l’ambiente fertile in cui attecchirono visioni del mondo radicalmente antiebraiche. Fu in questo terreno ideologico che Adolf Hitler trovò il supporto e il favore delle chiese e della teologia tedesche. A tanto poté condurre l’applicazione di modelli che disgiungendo Gesù e il cristianesimo dall’ebraismo giustificano la dissociazione tra le religioni e la discriminazione etnica fino a propugnare il razzismo esplicito e il genocidio programmatico.
La traduzione dell’opera è stata realizzata grazie a un contributo del SEPS, segretariato europeo per le pubblicazioni scientifiche.
Indice testuale
Premessa
1. Introduzione. Alle radici dell’antisemitismo teologico
Parte prima
L’esegesi illuministica e gli ebrei
2. Introduzione
3. Gli ebrei nell’esegesi illuministica dal deismo a de Wette
4. Johann Salomo Semler: il cristianesimo degiudaizzato
5. Johann Gottfried Herder: la nozione di Volk e gli ebrei
6. Friedrich Daniel Ernst Schleiermacher: religione illuministica ed ebraismo
7. Wilhelm Martin Leberecht de Wette: il giudaismo come ebraismo degenerato
8. Gli ebrei nell’esegesi illuministica da Baur a Ritschl
9. Ferdinand Christian Baur: l’ebraismo come antipodo storico del cristianesimo
10. David Friedrich Strauss: continuità e discontinuità fra ebraismo e cristianesimo
11. Albrecht Ritschl: il Kulturprotestantismus e gli ebrei
12. La scuola di storia delle religioni e gli ebrei: svolta epocale?
Parte seconda
L’esegesi storico-salvifica e gli ebrei: da Tholuck a Schlatter
13. Introduzione
14. Friedrich August Tholuck: «la salvezza viene dai giudei»
15. Johann Tobias Beck: continuità organica tra giudaismo e cristianesimo
16. Franz Delitzsch, innovatore dell’ebraistica
17. Hermann Leberecht Strack: missione agli ebrei e loro difesa
18. Adolf Schlatter e l’ebraismo: erudizione sconfinata e opposizione irriducibile
Parte terza
La critica delle forme e gli ebrei
19. Introduzione
20. Karl Ludwig Schmidt: popolo eletto e «questione ebraica»
21. Martin Dibelius e gli ebrei: un atteggiamento ambivalente
22. Rudolf Bultmann, tra liberalismo e antiebraismo
Parte quarta
L’esegesi nazista e gli ebrei
23. Introduzione
24. Gerhard Kittel: la fondazione teologica dell’Unheil ebraico
25. Walter Grundmann: verso un Gesù non ebreo
26. Esegesi neotestamentaria, ebrei ed ebraismo
Appendice
Materiali d’archivio
Elenco delle sigle
Bibliografia
Indice analitico
Indice dei passi neotestamentari
Indice dei nomi
Indice del volume
Biografia dell’autoreAnders Gerdmar è presidente della Scandinavian School of Theology di Uppsala (Svezia) e professore associato di Esegesi Neotestamentaria all’Università di Uppsala. Noto per un importante studio sul giudaismo in età ellenistica è autore di numerosi saggi sulla storia dell’esegesi biblica sotto il nazismo e dopo Auschwitz.
Articolo di Federico Jahier -Ragazzi e ragazze che si trasformano, in gran segreto, in partigiani
«Mio padre frena così all’improvviso che…»: lo stile Andrea Bouchard si manifesta dalle prime parole e trascina il lettore in un’altra dimensione, in sella a quella bicicletta che frena all’improvviso per finire chissà dove. Questa volta, a differenza dei primi tre romanzi, il «librotrasporto» non è verso un mondo fantastico ma nella cruda realtà della resistenza partigiana.
La protagonista è Marta, una ragazza di tredici anni, che, quando si fa le trecce, ne dimostra otto. Marta vive in montagna con i nonni e il fratello Davide. I genitori sono in città, c’è la guerra, loro sono impegnati in attività antifasciste e si fanno vedere raramente. Il fratello più grande invece è scomparso. Partito soldato, dopo l’armistizio e l’invasione tedesca dell’otto settembre non ha dato più notizie. Potrebbe essere caduto, fuggito all’estero, nascosto o potrebbe essere in montagna assieme ai partigiani… «Capirai quando sarai grande»: questa frase pronunciata dal padre è il tarlo che scava nella mente di Marta fino a diventare un’idea coraggiosa e pericolosa. Lei non riesce ad accettare che il fratello più grande debba impegnarsi in prima persona e a lei, visto che è piccola, tocchi solo stare a guardare.
«Hai mai immaginato un mondo agli ordini di Hitler?» le chiede un giorno suo fratello Davide. È un’ipotesi agghiacciante che non può lasciare indifferenti. Inizia così un graduale percorso di clandestinità per i due ragazzi e per Sara e Marco, i loro due amici del cuore. Nonostante la giovane età, con uno stratagemma si trasformano in una cellula di supporto alla lotta partigiana. Si tratta addirittura di una tripla clandestinità. Infatti i quattro amici lo fanno di nascosto dai nazisti e dai fascisti, ovvio, ma lo fanno anche di nascosto dai partigiani che non devono conoscere la loro vera età altrimenti potrebbero non fidarsi. Inoltre lo fanno all’insaputa delle famiglie. Anzi la loro nuova attività presto diventa una vera fuga da casa che mette i loro parenti prima in apprensione e poi in pericolo.
I ragazzi iniziano a fare le staffette, portano messaggi provenienti dal comando partigiano fino ai luoghi convenuti; Marta sembra una bambina e può permettersi di girare nonostante il coprifuoco. Poi passano all’«intendenza», il reperimento e trasporto di viveri per i partigiani in alta montagna. Poi approdano allo spionaggio fino ad arrivare al sabotaggio estremo.
Bouchard estremizza la tipica imprudenza giovanile per far compiere ai suoi personaggi delle «azioni» che hanno dell’incredibile. Come gli attraversamenti notturni di impervi valichi alpini, l’introduzione nelle caserme del nemico attraverso passaggi nascosti, i salti sui camion di partigiani durante i rastrellamenti, lo slalom tra le pallottole delle mitragliatrici degli Alpenjäger tedeschi. La fantasia dell’autore è sconfinata e porta a invenzioni geniali e al limite del possibile ma – come sempre leggendo Bouchard – è piacevole abbandonarsi alle contaminazioni fantastiche e oniriche che aiutano a esplorare la realtà da nuove angolazioni e arricchiscono di pathos la narrazione. In ogni caso la rivisitazione della lotta partigiana è rigorosa e procede nel rispetto dei reali accadimenti storici.
Il libro favorisce l’immedesimazione e l’esplorazione storica dei giovani lettori, senza risparmiare le problematicità di quel periodo. Il lettore vive in prima persona le rappresaglie, i tradimenti, le violenze, le uccisioni. Si confronta con il problema del rapporto tra partigiani e popolazione civile, dei conflitti tra le diverse fazioni partigiane e si interroga sulla possibilità di un approccio nonviolento. Il lettore viene a conoscenza della storia della «Zona libera», l’area dell’alta Val Pellice che nel 1944 è stata in mano alla Resistenza in seguito al famoso assalto alla caserma di Bobbio.
In realtà i paesi e le valli valdesi stesse non sono mai citati con il loro nome. I nomi sono di fantasia con l’intento di delocalizzare e universalizzare il racconto che potrebbe essere riferito a uno dei tanti teatri alpini della resistenza. Chi conosce le Valli non ha però difficoltà a individuare le località a cui Bouchard si riferisce. Lo spirito valligiano permea il romanzo attraverso frequenti incursioni del patois, non tradotto – ma si capisce benissimo – di quei montanari che non hanno nulla ma ai partigiani offrono tutto. Le incursioni linguistiche sono anche in tedesco, parlato dalla protagonista e usato in varie occasioni per coadiuvarne il camuffamento.
Marta è forse a tratti un po’ supponente, coraggiosa al limite dell’incoscienza, sognatrice, a volte poco fiduciosa nel prossimo, a volte troppo. Vive l’innamoramento in modo molto combattuto, complesso, ricco di ansie e paure , di slanci romantici infiniti e questo approccio consente una sicura immedesimazione ai giovani lettori, ma anche delle reminiscenze adolescenziali per i meno giovani. Marta è una musicista e le sue note guidano, come una colonna sonora, la lettura, lenendo le pene, riconciliando, trasformando, quando possibile, il conflitto in dialogo e allegria.
Il libro scandisce, con poche regolari pennellate, le fasi della guerra, inserendo un comunicato di Radio Londra o un messaggio del passaparola: a partire dall’otto settembre, agli sbarchi in Sicilia e Normandia, all’attentato a Hitler, fino all’avanzamento dei russi e alla caduta di Berlino. Il volume è impreziosito in appendice dall’inquadramento storico, sintetico ed efficace, di Pierfrancesco Gili. Una lezione di storia alternativa e avvincente.
Una storia dentro la storia che funziona come un’iniezione di autostima e fiducia per le giovani generazioni che leggendo Bouchard possono trovare nuova linfa per la loro voglia di esserci, di partecipare, di contribuire a migliorare il mondo. C’è un gran bisogno del loro impegno!
* Andrea Bouchard, Fuochi d’artificio, Milano, Salani, 2015, pp.318, euro 14,90.
Fazi Editore-È nelle librerie «Lontananza» di Vigdis Hjorth
È nelle librerie «Lontananza» di Vigdis Hjorth, tradotto dal norvegese da Margherita Podestà Heir.
Dopo «Eredità», che ha reso celebre l’autrice a livello internazionale, torna Vigdis Hjorth con il suo ultimo romanzo: una nuova storia di famiglia in cui le bugie, i silenzi e i segreti si sciolgono lentamente sotto il flebile sole norvegese dopo decenni di gelo.
Johanna torna in Norvegia dopo trent’anni di assenza e, rompendo il divieto di contattare la famiglia, telefona alla madre, che ormai ha ottantacinque anni ed è vedova. Nessuna risposta. Per i suoi parenti Johanna non esiste più: è morta quando, appena sposata, studentessa di Legge per volere del padre avvocato, ha mollato tutto per diventare pittrice e si è trasferita nello Utah con il suo professore d’arte, con cui ha avuto un figlio. Johanna ormai è un’artista piuttosto quotata, ma persino i soggetti dei suoi quadri scatenano l’ira dei familiari, che in essi vedono una denigrazione ulteriore nei loro confronti, soprattutto per il modo in cui viene raffigurata la madre. Sono tanti gli argomenti rimasti insoluti che hanno condizionato Johanna nella sua vita di figlia, di donna, di artista e di madre: nella sua mente affiorano antichi ricordi di una donna all’apparenza leggera, spensierata, bellissima, ma quando riesce finalmente a spiegarsi alcuni episodi sconcertanti di cui è stata spettatrice, capisce che la madre non faceva che nascondersi dietro una corazza di convenzioni. Finché il lunghissimo silenzio fra le due donne si spezzerà in maniera violenta in un ultimo, spietato confronto.
«Vigdis Hjorth è tornata ed è al suo apice. Un libro crudo, doloroso, coraggioso, che non scende a compromessi».
«Dagsavisen»
«A oggi, il suo romanzo migliore. Una delle più eccezionali e accurate narrazioni sulla perdita mai scritte».
«Morgenbladet»
«Vigdis Hjorth si conferma una grande autrice: “Lontananza” è scritto in maniera superba, è scioccante e avvincente».
«VG»
«Somiglia a un thriller: il crescendo è letteratura da fiato sospeso. Hjorth è un’esperta in costruzione di trama e ritmo linguistico. Lunghi brani sono interrotti da pagine ariose e riflessioni tenui che vorrete tornare a rileggere più e più volte… Fra i suoi romanzi migliori».
ANTONELLO CAPORALE-il Libro “Acqua da tutte le parti”
Viaggio in 102 paesi e città dell’Italia che fiorisce o sparisce-L’Italia è lunga e stretta. Se sei sull’Aurelia e scendi verso sud, il mare ti accompagna a destra; se invece guidi lungo l’Adriatico, l’acqua occhieggia da sinistra. Ma per guardare l’Italia bisogna dare quasi sempre le spalle al mare e rivolgersi verso l’interno. Per tre anni, ogni giorno ho riversato nel taccuino le tracce di ogni viaggio, dettagli anche minuscoli. Il bottino che stipavo era tutto ciò che non aveva possibilità di comparire sul mio giornale, una montagna di informazioni minute, secondarie, accessorie, o di storie che lasciavo ai margini delle inchieste nell’attesa che, dopo tanta semina, un giorno potessero germogliare e insieme costituire l’anima di un altro racconto, di un nuovo viaggio.
Così è nato questo resoconto sull’eternità di certi luoghi e certi paesaggi italiani dove il passato non finisce mai e il futuro stenta ad arrivare. Ci sono paesi che si raggiungono solo a piedi, come Topolò al confine con la Slovenia, e paesi senza tempo dove si fabbricano orologi, come Uscio in Liguria; paesi dove la terra finisce, come Depressa nel Salento, e paesi abitati da capre, come Craco in Lucania. Soprattutto, ci siamo noi italiani in questo libro: una sequenza di carità e di imbrogli, di anime morte e di anime belle, di volti sorridenti e di predoni da strada. Una volta messi in fila non si sa se abbracciarli tutti oppure darsi alla fuga il più rapidamente possibile.
Acqua da tutte le parti. Viaggio in 102 paesi e città dell’Italia che fiorisce o sparisce
Ponte alle Grazie – 2016
Collana: Saggi
ANTONELLO CAPORALE
Chi è ANTONELLO CAPORALE
È un paese di quasi quattromila abitanti, in provincia di Salerno. Si chiama Palomonte. Sono nato lì nel 1961, quasi al confine tra la Campania e la Basilicata, nell’area più povera (Manlio Rossi Doria la definiva l’osso, contrapponendola a quella ricca, la polpa) del Sud. Avevo diciannove anni quando ho assistito e vissuto una delle più grandi tragedie nazionali: il terremoto del 23 novembre 1980 che sconvolse campagne e villaggi della Campania e della Basilicata. Quell’esperienza, la distruzione e la morte, poi la ricostruzione e lo spreco che ne seguì (agli italiani la vicenda è nota come Irpiniagate), hanno segnato i miei primi passi da adulto. A Repubblica ho messo infatti piedi la prima volta, era il 1985, come cittadino denunciante!
Mi sono laureato in Giurisprudenza a Salerno nel 1985 (tesi sui limiti e le incongruenze della legislazione d’emergenza per le aree terremotate), poi a Roma ho conseguito il master Luiss in giornalismo e comunicazioni di massa. Stage a Repubblica nel settembre del 1988 e assunzione a giugno del 1989.
Dal primo giorno mi hanno sistemato nella redazione politica. Col tempo mi è venuta voglia di raccontare la politica attraverso i dettagli, le minutaglie del Palazzo. Penso che a volte il dettaglio illumini meglio la scena principale. Mi piace osservare la scena di lato; mi intriga conoscere le seconde e le terze file; mi incuriosisce la vita di queste persone: vite disperate, a volte (troppe volte) di gran fetentoni.
Da questo mio desiderio sono nate, sempre su Repubblica le interviste senza rete (raccolte in un volume dal titolo: La Ciurma, Incontri straordinari sul barcone della politica). Il breviario, pillole quotidiane di vita politica, è il titolo della rubrica che firmo sul giornale. Ma il Palazzo stanca. Raccontare il nostro Paese significa per me, innamorato dei dettagli, andare e scoprire un po’ la larga e lunga provincia italiana.
Anche per saziare questa incalzante passione nel settembre del 2012 sono approdato al Fatto Quotidiano dove racconto, in un continuo saliscendi tra il bello (poco) e il brutto (troppo), come gli italiani amano, custodiscono o sfasciano l’Italia.
Emily Dickinson si è stancata di essere ancora fraintesa. Lei che citava spesso i vulcani nelle sue poesie ha deciso dall’aldilà che era ora che il suo Vesuvio eruttasse. La Dickinson in realtà non ha mai tenuto un diario e ha sempre lottato contro le pressioni a pubblicare le sue poesie per sconosciuti. Trovava fosse un po’ come ‘togliersi tutti i vestiti dall’anima’. Ha scritto però centinaia di lettere poetiche ad amici e parenti, missive nelle quali inseriva le sue preziose poesie tra una riga e l’altra. Era l’unico modo in cui voleva farle circolare. Ecco perché in questo diario la sentirai parlare di sé attraverso il suo mezzo preferito, antico e magico. Il tuo con Emily sarà un viaggio epistolare dentro la sua carrozza fatata: ogni lettera un capitolo di questo diario vivente. ‘Vivente’ perché ti sembrerà che la Dickinson scriva proprio a te, dal suo presente al tuo, come se tu fossi una sua cara lettrice che dal futuro le racconta come siano state recepite, e spesso travisate, le sue poesie e la sua persona nei decenni. La sentirai così com’era nella vita di tutti i giorni e la vedrai crescere con te, dalle parole leggere delle sue prime lettere – con frasi scritte da adolescente – fino agli ultimi bigliettini scritti prima di morire. Tutte le frasi in corsivo sono state realmente scritte da Emily Dickinson a qualcuno dei suoi tanti corrispondenti. Un paragrafo del diario potrebbe contenere frasi tratte da diverse sue lettere, assemblate insieme. L’ autrice si è limitata a ‘farle da medium’ selezionando un florilegio delle sue parole migliori e poi da traduttrice, creando ghirlande delle sue parole in un italiano moderno e comprensibile. Perché dovremmo leggere ancora la Dickinson nel 2021? Perché sono parole potenti le sue, intrise di una magia che come diceva lei – non passa solo perché ormai è morta la maga. Sono parole capaci di elevare un’anima, di evitare che un cuore si spezzi, di fare da balsamo su un lutto e di dare più profumo e bellezza alla nostra vita di tutti i giorni, come i fiori che lei tanto amava. Troppe biografie sono poco più che fredde autopsie letterarie dove la voce dominante è quella del biografo. In questo diario invece è la voce affettuosa e profonda della Dickinson a risuonare e a differenza dei libri disponibili su Emily Dickinson – che separano rigidamente le sue poesie dalle lettere o dalle biografie – in questo troverai le tre mischiate insieme in un genere forse unico, con le sue poesie – intere o parziali – intrufolate tra le righe delle lettere, esattamente come faceva lei quando scriveva a qualcuno, perché la sua prosa – come vedrai – era spesso poetica. Se sei dunque pronta a cominciare questo viaggio, dì al cocchiere di far partire la diligenza e apri con delicatezza la sua prima lettera…
Emily DickinsonEmily Dickinson
Editore : Independently published (4 maggio 2021)
Max Ernst-Una settimana di bontà-Tre romanzi per immagini
A cura di Giuseppe Montesano-ADELPHI EDIZIONI
Risvolto
Con il romanzo, com’è noto, i surrealisti non ebbero fortuna. Sicché, alla distanza, i più rapinosi potrebbero rivelarsi proprio quei romanzi per immagini che Max Ernst elaborò fra il 1929 e il 1934 ritagliando illustrazioni di feuilleton dell’Ottocento e dei primi del Novecento, e assemblandole poi in collage a cui aggiungeva didascalie di sua mano, destinate a essere, scrive Giuseppe Montesano, «segnali devianti e pervertimenti del senso comune». Sono immagini folte di fanciulle sensuali e innocenti insidiate da tenebrosi allievi di Sade, e di messieurs in abito nero e ghette che nascondono manie vergognose, mentre sullo sfondo freme «la città piena di sogni» di Baudelaire e ancora «lo spettro adesca il passante in pieno giorno». Un allestimento onirico ereditato dai romanzi d’appendice, dunque, ma che Ernst ha saputo trasformare, non senza un tocco di germanico unheimlich, in vessillo della sommossa perenne del desiderio. Si installa così in queste pagine perturbanti il più cupo e luminoso erotismo mai evocato dai surrealisti, dove un seno è un giocattolo e una capigliatura un sesso palpitante, dove i fantasmi del piacere hanno scollature abissali e le ossessioni si mutano in animali da preda, dove un lenzuolo su un corpo nudo è una cascata letterale e i rivoltosi dell’amore volano dalle finestre degli abbaini.
In copertina-Immagine tratta da Una settimana di bontà (1934).
ADELPHI EDIZIONI S.p.A
Via S. Giovanni sul Muro, 14
20121 – Milano
Tel. +39 02.725731 (r.a.)
Fax +39 02.89010337
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