Come la città sopravvisse alla terribile epidemia del 1630-1631-
John Henderson La peste di Firenze
La peste è da sempre il paradigma con cui vengono messe a confronto le risposte alle epidemie. In questo affascinante saggio, John Henderson esamina come una grande città fu capace di combattere, reagire e infine sopravvivere all’impatto di una delle peggiori pestilenze di sempre, quella della peste bubbonica del 1630. Oltre a ricostruire il differente impatto sui ricchi e sui poveri, questo libro fornisce un resoconto delle politiche attuate dal governo cittadino, raccontando anche le contromisure adottate dai singoli e dalle famiglie, le condizioni di sovraffollamento degli ospedali e le imponenti processioni religiose. Henderson analizza la reazione di Firenze all’interno del più ampio contesto europeo, per mostrare l’effetto delle decisioni politiche sulla città, sulle sue strade e sui suoi abitanti. Con uno stile vivido e accessibile, questo libro porta alla luce le storie dimenticate di medici e amministratori che lottarono per far fronte ai malati e ai moribondi, e di coloro che sono stati gettati nel lutto e nella confusione dall’improvvisa perdita dei parenti.
L’appassionante resoconto di uno dei più difficili periodi della storia fiorentina
«Henderson raggiunge nuove e importanti conclusioni sull’efficacia e l’impatto delle misure di salute pubblica nella Firenze del Seicento.»
«In questo vivido resoconto, Henderson rievoca le tremende esperienze dei fiorentini che affrontarono una delle prime crisi sanitarie moderne.»
«Appoggiandosi a una straordinaria quantità di fonti, Henderson mostra come i cittadini, desiderosi di salvare le loro anime tanto quanto le loro vite, lottarono per sopravvivere, ognuno a modo suo.»
Antonio, il protagonista de “La cosa buffa” di Giuseppe Berto è convinto che il dubitare delle donne sia il modo migliore per vivere i sentimenti.
Nello scenario di una Venezia minore, lontana dai flussi turistici e autentica, Berto racconta gli amori del protagonista, consegnandoci un personaggio difficile da dimenticare, un antieroe leggero e tormentato, ostinato e volubile; e indaga magistralmente, con ferocia e ironia, le contraddizioni dell’animo umano.
“La cosa buffa” di Giuseppe Berto è in libreria e in eBook.
Biografia
Giuseppe Berto
Nasce da Ernesto, maresciallo dei Carabinieri in congedo, e Nerina Peschiutta, sua compagna d’infanzia. Il padre, abbandonata l’Arma per amore della moglie, aveva aperto un negozio di cappelli e ombrelli e, con il suo aiuto, s’improvvisava venditore ambulante nei mercatini dei dintorni. La cappelleria era anche sede della locale ricevitoria del Lotto Regio e delle riunioni di ex Carabinieri organizzate da Ernesto.
Nonostante le modeste condizioni economiche della famiglia, il giovane Berto, primo maschio di cinque figli, venne iscritto a frequentare il ginnasio nel Collegio salesiano Astori di Mogliano, dove studiò con grande diligenza soffrendo al pensiero dei sacrifici economici sostenuti dalla famiglia per mantenerlo agli studi. Frequentò successivamente il liceo Antonio Canova a Treviso e lo portò a termine nonostante lo scarso impegno, aiutato dalla fortuna, e da quanto aveva imparato al ginnasio.
Scoraggiato dallo scarso profitto del figlio, il padre lo avvertì che non avrebbe provveduto a mantenerlo all’università. È questo un episodio emblematico del tormentato rapporto col padre, mai risolto, nodo cruciale della sofferta esperienza personale e letteraria di Berto.
Scoppiata nel 1935 la guerra d’Abissinia, Berto partì volontario per l’Africa orientale, combattendo per quattro anni come sottotenente in un battaglione di ascari, prima di rimanere ferito al piede destro, e, per il suo eroico comportamento in battaglia, fu insignito di una medaglia d’argento e una di bronzo al valor militare; “un vero affare, poiché ancor oggi – scriveva egli stesso nel 1965 – riscuotevo il relativo assegno“. Il sentimento patriottico contraddistinse l’intera giovinezza di Berto come conseguenza dell’educazione fascista.
Tornato in Italia nel 1939, cercò di riprendere gli studi in un clima però poco favorevole, a causa dell’imminente scoppio della seconda guerra mondiale nella quale l’Italia entrò nel 1940. Rivestita allora la divisa, terminò gli esami che ancora gli mancavano e si laureò nel 1940 con una tesi in Storia dell’arte. Sempre nello stesso anno, in autunno, pubblicò sul Gazzettino sera di Venezia in quattro puntate il racconto lungo La colonna Feletti, una sorta di reportage su un episodio realmente accadutogli e dedicato alla memoria di quattro compagni coraggiosamente caduti in Africa orientale uno dei quali, Edgardo Feletti, viene citato nel titolo. Il racconto rivela una notevole vocazione narrativa, di tono giornalistico. Esso si “distacca dalla letteratura acclamata in quegli anni“, come scriverà lo stesso Berto.
Si ritrovò così nel settembre 1942 nel VI Battaglione Camicie Nere a Misurata. Spedito urgentemente al fronte dopo il disastro di El Alamein, il VI Battaglione partecipò all’affannosa ritirata dalla Cirenaica alla Tunisia affrontando sul Mareth una colossale battaglia e uscendone quasi interamente annientato, sebbene si fosse battuto con coraggio e valore. Su questa vicenda lo scrittore si atterrà, molti anni dopo per la stesura del volume-diario Guerra in camicia nera (Garzanti, Milano1955). Berto, addetto al rifornimento viveri se la cavò fuggendo e, fallito un tentativo di rientrare in Italia, venne spedito a rinforzare il X Battaglione Camicie Nere “M”, i fedelissimi di Mussolini. Con questa unità, in cui era finito per caso, passò gli ultimi giorni della guerra africana rintanato in una buca per scampare alle cannonate degli inglesi, lottando contro i pidocchi e la malinconia, cadendo infine prigioniero al termine della campagna di Tunisia il 13 maggio 1943.
La prigionia
Trasferito negli Stati Uniti, passando da un campo di prigionia all’altro, finì al Campo di concentramento di Hereford, nel Texas, dove dopo l’8 settembre 1943, optò per la “non cooperazione” subendo violenze e patimenti di ogni genere e dove ebbe come compagni di prigionia Gaetano Tumiati, Dante Troisi, Ervardo Fioravanti e Alberto Burri. Questa esperienza fu molto importante perché fece rinascere in Berto il desiderio di scrivere, passione inconscia e frustrata della sua giovinezza.
Alcuni compagni fondarono una rivista intitolata Argomenti che veniva letta a turno nell’unica copia manoscritta. Nella ricerca di collaboratori, essi si rivolsero anche a Berto, per il solo fatto che risultava laureato in lettere. Messo per la prima volta davanti a un compito di scrittore e non più di giornalista, elaborò un pezzo di prosaritmica, dannunziana da cima a fondo, dove esaltava la vicenda delle stagioni al suo paese.
Sempre nell’ambiente della prigionia entrò in contatto con la letteratura americana: Furore di Steinbeck e qualche racconto di Hemingway. In prigionia, Berto scrisse numerosi racconti, i primi brevi e scherzosi, i successivi sempre più lunghi e impegnati, tre dei quali rielaborati successivamente entrarono a far parte del volume Un po’ di successo (Longanesi, Milano, 1963), con i titoli Economia di candele, Gli eucaliptus, Il seme tra le spine. Più importanti i romanzi, anch’essi del ’44: Le opere di Dio, il primo scritto da Berto, e soprattutto La perduta gente, di pochi mesi posteriore.
Il rientro nel dopoguerra
Tornato a casa nel febbraio del 1946, tentò senza successo di attirare l’attenzione degli editori sui manoscritti che aveva riportato dalla prigionia. La fortuna gli fece incontrare Leo Longanesi, il quale fiutò l’affare. Il romanzo (La perduta gente) uscì tra il Natale del 1946 e il Capodanno del 1947: «soltanto quando lo vide nelle vetrine dei librai Berto seppe che Longanesi l’aveva intitolato Il cielo è rosso, era un titolo bellissimo e astuto, che magari aveva poco a che fare col testo ma restava immediatamente impresso in chi lo vedeva. Berto sa che una parte non piccola del successo del romanzo è dovuta a quel titolo», scriverà lo stesso autore ne L’inconsapevole approccio.
Il cielo è rosso
Il romanzo[1], che divenne immediatamente un successo internazionale, narra le difficili vicende di un gruppo di ragazzi che la guerra ha abbandonato al loro destino e che tra violenze e orrori ritrovano solidarietà e umanità.
Inconsapevolmente Berto si trovò “intruppato in quella schiera di artisti chiamati neorealisti“, racconterà in seguito lo stesso autore in un articolo apparso su Il Resto del Carlino il 1º giugno 1965. Sull’onda del successo de Il cielo è rosso, per altro non confermato dalle Opere di Dio, Berto scrisse Il brigante, uscito presso Einaudi nel 1951, da cui furono tratti un film di Renato Castellani e una riduzione radiofonica.
La sua uscita non risollevò le sorti dell’autore e il libro fu stroncato da Emilio Cecchi. Come nei suoi romanzi precedenti fuori da precisi riferimenti si riflette nel Brigante una congerie sincera e spesso poeticamente patetica di rivendicazione sociale e di umana fratellanza, vale a dire di marxismo e di cristianesimo, come l’autore li sperimentava nel clima egualitario e rinnovatore suscitato dalla guerra.
Trasferitosi a Roma, tornò a Mogliano a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute del padre, che di lì a poco morirà per un cancro. A Roma conobbe e sposò Manuela Perroni, da cui ebbe una figlia, Antonia, nata il 9 novembre 1954. Gli insuccessi ottenuti aprono la strada di una lunga malattia che verrà diagnosticata come nevrosi da angoscia, che lo affliggerà per quasi un decennio impedendogli di lavorare con continuità.
Prima che la malattia raggiungesse il culmine, Berto ricostruì e ordinò in un diario, edito da Garzanti nel 1955 col titolo Guerra in camicia nera, gli avvenimenti che aveva annotato prima di essere fatto prigioniero. Il romanzo-diario testimonia la dolorosa e lenta evoluzione dal neorealismo ad uno psicologismo a sfondo umoristico. Dal 1955 al 1964 tentò di uscire dalla nevrosi passando da una cura all’altra, si occupò di giornalismo e scrisse sceneggiature cinematografiche. Il racconto La Luna è nostra del 1957 lo vede nei panni di sé stesso, giornalista, alle prese con Febo Còrtore, uno strano e misterioso meccanico. Nel 1963 rimase famoso nelle cronache lo scontro, a cui seguì una vertenza giudiziaria, con Alberto Moravia, che non apprezzava l’opera di Berto, in occasione dell’assegnazione del premio Formentor alla giovane autrice Dacia Maraini per il suo secondo romanzo L’età del malessere.[3]
Finalmente Berto trovò sollievo per le sue condizioni psichiche approdando ad una terapiapsicoanalitica presso l’abruzzese Nicola Perrotti[4], esperienza questa per lui determinante.
Il male oscuro
Il 1964 è probabilmente l’anno fondamentale della carriera letteraria di Berto; esce infatti Il male oscuro che, in precedenza rifiutato da più di un editore, si aggiudicò in una sola settimana i due premi letterari Viareggio[5] e Campiello.[6] Autentico caso letterario, il romanzo ripercorre autobiograficamente la vita dell’autore alla ricerca delle radici della sua sofferenza; frutto del percorso psicoanalitico, opera una dissoluzione delle strutture narrative in modo nuovo e personalissimo, in un contesto di generale rinnovamento.
Contraendo un debito, frattanto, Berto aveva acquistato un terreno a Capo Vaticano, in Calabria, dove, bonificata la sterpaglia, edificò una villa destinata a diventare il suo rifugio per gran parte dell’anno “l’isola degli aranci sta dall’altra parte celeste e gialla e un poco verde nella sua breve lontananza, e in mezzo c’è un piccolo tratto di mare proprio piccolo ma non ho il coraggio di passarlo, padre non ho coraggio, (…) e del resto non tutti coloro che volevano la terra promessa poterono giungervi, non tutti furono degni della sua stabile perfezione, e così verso sera cerco un posto da dove si possa guardare la Sicilia, di notte l’altra costa è una lunghissima distesa di lampadine con segnali rossi e bianchi (…) ecco qui mi costruirò con le mie mani un rifugio di pietre e penso che in conclusione questo potrebbe andar bene come luogo della mia vita e della mia morte” (Il male oscuro, cit.).
Nel biennio successivo al grande successo del Male oscuro pubblica altri due romanzi: La fantarca e La cosa buffa.
Gli ultimi anni
Nella produzione successiva, libri d’impegno si alternano a pagine occasionali, e Berto sciupa quasi coscientemente e con rabbia il suo talento. Lontano da circoli o accademie letterarie, non si associa ad alcun partito, non vota ed è politicamente incerto. «A destra lo ritengono di sinistra, i comunisti pensano che sia fascista, e i fascisti lo giudicano un traditore. Egli, per conto suo, è convinto d’essere pressappoco un anarchico»[7].
Dopo anni di silenzio collabora a sceneggiature cinematografiche, tra le quali spicca quella del film del 1970Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno. Nel 1971 pubblica per i tipi della Rizzoli un curioso pamphlet dal titolo Modesta proposta per prevenire, che suscitò un certo dibattito politico letterario, ottenendo il plauso di Armando Plebe allora responsabile culturale del MSI, facendolo divenire ancor più un autore scomodo. Rispondendo alle polemiche che lo vogliono intruppare in questo o in quello schieramento politico, nel saggio egli non si definisce fascista o antifascista, ma “afascista”. Alfredo Cattabiani approfittò dell’ostracismo che la cultura dominante gli riservava per portarlo alla Rusconi, di cui era direttore editoriale.[8] Nel 1972 gli viene assegnato presso la “tavola” mestrina di Dino Boscarato il prestigioso premio “Amelia”.[9]
Scritto in soli sei mesi il suo ultimo libro, La gloria (Arnoldo Mondadori Editore, 1978) è una riabilitazione di Giuda Iscariota, contraddittoria ed eretica autodifesa in cui Giuda parla di sé stesso come di uno strumento necessario al compiersi di un “evento già scritto”.
Dopo un lungo soggiorno in una clinica di Innsbruck e una parimenti lunga convalescenza a Capo Vaticano, durante la quale trovò il tempo per comporre una breve apologia, Intorno alla Calabria, dedicata agli amici, Berto morì di cancro a Roma il 1º novembre 1978; la salma è tumulata a Ricadi, nel cimitero di San Nicolò.
Alla sua memoria sono intitolati i licei di Mogliano Veneto e di Vibo Valentia. Inoltre, per divulgarne l’opera, è stata costituita l’associazione “Amici di Giuseppe Berto” con sedi a Ricadi e Mogliano, comuni gemellati ormai da anni. Compito dell’associazione è anche quello scegliere il vincitore del Premio Giuseppe Berto che si svolge alternativamente ogni anno nei due comuni.
Anonimo veneziano (romanzo), Rizzoli, Milano 1976; con una presentazione inedita dell’Autore, BUR, Milano 2005;
Intorno alla Calabria. Scritti diversi di autori diversi che si pubblicano in occasione della mostra di oggetti e sculture di civiltà contadina organizzata a Capo Vaticano nell’osteria Angiolone da Giuseppe Berto, agosto 1977, Vibo Valentia, Grafica Meridionale, 1977; Lamezia Terme, Settecolori, 2018. ISBN 978-88-96986-30-1.
Elogio della vanità. Ovvero vediamo un po’ come siamo combinati malamente. Studio psicologico sul successo da esibizionismo, Vibo Valentia, Monteleone, 2007. ISBN 88-8027-106-7; Lamezia Terme, Settecolori, 2013. ISBN 978-88-96986-09-7.
Soprappensieri. Tutti gli articoli (1962-1971), a cura di Luigi Fontanella, Torino, Aragno, 2010. ISBN 978-88-8419-433-6
«Ufficiale addetto al comando della colonna, in aspro combattimento, con sprezzo del pericolo, si portava più volte nelle primissime linee per trasmettere ordini. Mentre, di propria iniziativa, dirigeva il fuoco di una mitragliatrice su forti gruppi di nemici che tentavano di avvicinarsi alla linea, colpito da un proiettile al piede sinistro, non cessava di incoraggiare gli ascari alla resistenza.»
— Gumarà (A.O.I.), 2 luglio 1938
Alberto Raffaelli-La comparseria. Luigi Pirandello accademico d’Italia
Franco Cesati Editore-Firenze
Descrizione
Il presente volume affronta, sulla base di documentazione archivistica, l’esperienza di Luigi Pirandello accademico d’Italia. Occupando gli ultimi otto anni dell’esistenza dello scrittore (1929-1936), tale carica ne emblematizza l’intera parabola umana e artistica, in tutte le sue contraddizioni. A cominciare da quella della fedeltà al fascismo, la cui nota problematicità viene ulteriormente suffragata dal rapporto con la massima istituzione culturale del regime, nei cui confronti egli fu certo insofferente pur però senza mancare di adoperarsi in diverse occasioni, se non altro allo scopo di vedere coronate talune aspirazioni: su tutte, la vittoria del premio Nobel per la letteratura nel 1934. Il ritratto delineato è quello di una personalità che nell’incarico di accademico vedeva messo alla prova un irrisolto contrasto tra anarchismo del grande artista e necessità di ossequiare le regole indispensabili all’assecondamento dei propri obiettivi: ne scaturisce il profilo di un compromesso difficoltoso, emblematico di una vicenda che come poche altre nel Novecento culturale italiano ha sperimentato i privilegi ma anche i tormenti dell’uomo pubblico.
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L’innato fascino dell’amore per la scrittura: Alberto Raffaelli da scrittore a presentatore dei libri altrui sulla pagina Facebook “Segnalazioni letterarie”
Alberto Raffaelli
L’amore per la scrittura è un’esperienza che molti autori, scrittori emergenti e appassionati di letteratura condivisa fanno. Tu cosa puoi dirci a riguardo?
È una passione che va ben oltre il semplice atto di mettere parole su carta; è un legame profondo con le parole stesse, con la creatività e con l’espressione.
Perché l’amore per la scrittura è così affascinante e come può arricchire la vita di chiunque si avventuri nel mondo delle parole?
La scrittura è una forma di espressione unica e potente. Attraverso le parole, possiamo condividere idee, emozioni, storie e pensieri con gli altri. L’amore per la scrittura è spesso alimentato dalla gioia di comunicare, di connettersi con il mondo e condividere parti di se stessi. Scrivere consente di tradurre il mondo interiore in un formato tangibile che può essere condiviso con gli altri.
Quando si ama scrivere, si apre la porta ad un mondo di creatività infinita. Sei d’accordo?
Sì. È proprio così. Ogni parola, ogni frase, ogni storia può essere un’opera d’arte in sé. Non ci sono confini né regole fisse nella scrittura creativa, ciò che permette ai talenti di esprimersi liberamente e di sperimentare. La scrittura offre l’opportunità di creare mondi fantastici, personaggi indimenticabili e situazioni straordinarie.
Scrivere non è solo un mezzo per comunicare con gli altri, ma anche un modo per esplorare il proprio mondo interiore. Giusto?
L’amore per la scrittura può diventare una forma di autoriflessione e scoperta personale. Tenere un diario, scrivere poesie o creare storie permette di esplorare le emozioni, i pensieri e le esperienze personali in modo profondo.
Le storie sono un elemento fondamentale della scrittura… Quale il loro potere?
Attraverso le storie, possiamo intrattenere, ispirare, educare e persino trasformare il mondo. Scrivere storie è un modo potente per connettersi con gli altri e condividere messaggi significativi. L’amore per la scrittura spinge gli scrittori a creare narrazioni che possono lasciare un’impronta duratura nella vita di chi le legge.
In conclusione, l’amore per la scrittura è un’esperienza unica che arricchisce la vita di chi la abbraccia?
Assolutamente sì. È un’arte di espressione, un veicolo per la creatività, un mezzo di autoriflessione e un potente strumento per condividere storie significative. L’amore per la scrittura può essere coltivato da chiunque, indipendentemente dall’età o dall’esperienza. Quindi, se non lo hai già fatto, concediti il piacere di esplorare il meraviglioso mondo della scrittura e scoprire l’inebriante bellezza di questa passione senza tempo.
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Edizione con testo a fronte a cura di Luigi Reitani-Con una Nota di Hans Höller
ADELPHI EDIZIONI-MILANO
Ingeborg Bachmann
Risvolto
Nell’agosto 1956, in vista della pubblicazione di questa raccolta poetica, destinata a diventare celebre, Ingeborg Bachmann scriveva al redattore che si stava occupando del volume: «Sarei grata se nel risvolto non si desse la possibilità ai critici di “inchiodarmi” a un’interpretazione anticipata o simili». Le preoccupazioni dell’autrice non erano infondate, e difatti non mancò chi cercò di ricondurre Invocazione all’Orsa Maggiore agli schemi della critica letteraria dell’epoca. Tentativi peregrini, perché davvero nessuna categoria poteva attagliarsi alla poesia di quella giovane austriaca che già con la precedente raccolta si era imposta, nelle parole dello «Spiegel», come «la più importante poetessa tedesca del dopoguerra». Una poesia multiforme, cangiante, dove classico e moderno si fondono in versi ora audaci e spigolosi ora di chiara musicalità, e lo sguardo della Bachmann si mostra attento a cogliere la violenza della realtà e il dolore, in particolare nei paesaggi italiani, luminosi e arcaici, feriti e vitali, lontanissimi dai cliché della tradizione classico-romantica: «Nel mio paese primogenito, nel sud / mi assalì la vipera / e nella luce l’orrore». Un dolore che dev’essere accettato, reso concreto, se vogliamo superare i confini che ci vengono imposti e tendere all’impossibile, all’irraggiungibile, «sia esso l’amore, la libertà o qualsiasi entità pura». Se vogliamo diventare vedenti, sensibili al vero, il che implica smascherare le parole della frode, gli abusi di cui sono portatrici, affidandoci al linguaggio salvifico della poesia: «Vieni, grazia di suono e di fiato, / fortifica questa bocca, / quando la sua debolezza / ci atterrisce e frena. // Vieni e non ti negare, / poiché noi siamo in lotta con tanto male».
Ingeborg Bachmann
DAS SPIEL IST AUS
Mein lieber Bruder, wann bauen wir uns ein Floß und fahren den Himmel hinunter|
Mein lieber Bruder, bald ist die Fracht zu groß und wir gehen unter.
5
Mein lieber Bruder, dann will ich an den Pfahl 10 gebunden sein und schreien.
Doch du reitest schon aus dem Totental und wir fliehen zu zweien.
Wach im Zigeunerlager und wach im Wüstenzelt, es rinnt uns der Sand aus den Haaren,
dein und mein Alter und das Alter der Welt
mißt man nicht mit den Jahren.
Laß dich von listigen Raben, von klebriger Spinnenhand und der Feder im Strauch nicht betrügen,
14
Mein lieber Bruder, wir zeichnen aufs Papier viele Länder und Schienen.
Gib acht, vor den schwarzen Linien hier fliegst du hoch mit den Minen.
IL GIOCO È FINITO
Mio caro fratello, quando costruiremo una zattera per scendere giù lungo il cielo|
Mio caro fratello, presto sarà il carico immenso
e noi affonderemo.
Mio caro fratello, sul foglio tracciamo molti paesi e binari.
Sta’ attento, su quelle linee nere
con le mine potresti saltare.
Mio caro fratello, poi voglio gridare legata stretta al palo.
Ma tu già cavalchi dalla valle dei morti e insieme fuggiamo.
Desti nel campo di zingari e desti in tenda nel deserto, scorre sabbia dai nostri capelli,
la tua, la mia età e l’età della terra
non si misura con gli anni.
Non lasciarti ingannare dall’astuzia dei corvi,
da una zampa vischiosa di ragno, dalla penna nel rovo,
15
iß und trink auch nicht im Schlaraffenland,
20 es schäumt Schein in den Pfannen und Krügen.
Nur wer an der goldenen Brücke für die Karfunkelfee das Wort noch weiß, hat gewonnen.
Ich muß dir sagen, es ist mit dem letzten Schnee
im Garten zerronnen.
25 Von vielen, vielen Steinen sind unsre Füße so wund. Einer heilt. Mit dem wollen wir springen,
bis der Kinderkönig, mit dem Schlüssel zu seinem Reich
uns holt, und wir werden singen:
im Mund,
Es ist eine schöne Zeit, wenn der Dattelkern keimt! 30 Jeder, der fällt, hat Flügel.
Roter Fingerhut ist’s, der den Armen das Leichentuch säumt, und dein Herzblatt sinkt auf mein Siegel.
Wir müssen schlafen gehn, Liebster, das Spiel ist aus. Auf Zehenspitzen. Die weißen Hemden bauschen. Vater und Mutter sagen, es geistert im Haus,
wenn wir den Atem tauschen.
35
16
nel paese di cuccagna non mangiare e non bere, schiuma apparenza da padelle e bicchieri.
Solo chi al ponte d’oro, per la fata rubino la parola sa ancora, ha vinto.
Devo dirti che con l’ultima neve
si è sciolta in giardino.
Han piaghe i nostri piedi per molte e molte pietre.
Uno è sano. Con lui salteremo,
$nché il re dei fanciulli con in bocca la chiave del regno non ci prenda con sé e noi canteremo:
È una bella stagione, quando il dattero è in $ore! Chi cade ha le ali.
Purpurea digitale orla il sudario dei poveri,
e il tuo tesoro sul mio sigillo come foglia cala.
Si va a dormire, caro, il gioco è $nito.
In punta di piedi. Si gon$ano le camicie bianche. Papà e mamma dicono che ci sono i fantasmi quando scambiamo il respiro.
Ingeborg Bachmann
17
VON EINEM LAND, EINEM FLUSS UND DEN SEEN
I
Von einem, der das Fürchten lernen wollte
und fortging aus dem Land, von Fluß und Seen, zähl ich die Spuren und des Atems Wolken, denn, so Gott will, wird sie der Wind verwehn!
5
Er fühlte seine Welle ausgeschrieben,
10 eh sie ihn wegtrug und ihm Leid geschah;
sie sprang im See auf und sie schwang die Wiege, in die sein Sternbild durch die Schleier sah.
Er schüttelte und trat die tauben Nüsse,
den Hummeln schlug er schärfre Töne vor, 15 und Sonntag war ihm mehr als Glockensüße –
Sonntag war jeder Tag, den er verlor.
Er zog den Karren aus verweichten Gleisen, von keinem leichten Rädergang verführt,
18
Zähl und halt ein – sie werden vielen gleichen. Die Lose ähneln sich, die Odysseen.
Doch er erfuhr, daß, wo die Lämmer weiden, schon Wölfe mit den Fixsternblicken stehn.
DI UNA TERRA, UN FIUME E DEI LAGHI
I
Di uno che il temere volle apprendere,
la terra abbandonando, il $ume e i laghi, conto le tracce e le nubi del respiro, giacché (se vuole Iddio) li sperde il vento!
Conta e poi smetti – a molte sono uguali. Somigliano i destini, le odissee.
Ma egli apprese che ai pascoli d’agnelli già stanno lupi, con $ssi occhi di stelle.
Ancora prima che lo sollevasse, sentì che la sua onda si annunciava: balzava nel lago scuotendo la culla da cui traspariva la sua stella.
Scuoteva e calpestava vuote zucche,
ai grilli suggeriva toni aspri,
e più che un dolce suono di campane, domenica era ogni giorno che perdeva.
Smosse il carretto dai binari storti, ignorando ogni facile sentiero,
19
beim Aufschrei, den die Wasser weiterreichten 20 an Seen, vom ersten Steinschlag aufgerührt.
Doch sieben Steine wurden sieben Brote,
als er im Zweifel in die Nacht entwich;
er tauchte durch den Duft und streute Krumen im Gehn für den Verlornen hinter sich.
25 Erinnre dich! Du weißt jetzt allerlanden: wer treu ist, wird im Frühlicht heimgeführt. O Zeit gestundet, Zeit uns überlassen!
Was ich vergaß, hat glänzend mich berührt.
II
Im Frühlicht rücken Brunnen in die Mitte, der Pfarrer, das Brevier, der Sonntagsstaat, die kalten Pfeifen und die schwarzen Hüte, Leib, Ehr und Gut vor allerhöchsten Rat.
5 Untätig steht der Fluß, die Weiden baden, die Königskerzen leuchten bis ins Haus, das schwere Essen ist schon aufgetragen, und alle Sprüche gehn auf Amen aus.
Die Nachmittage, hell und ungeheuer –
10 die Nadel springt im Strumpf, Gewöll zerreißt,
und das Geschirr der Pferde wird gescheuert, bis eins erklirrt, mit dem Fallada reist.
Die Alten liegen in den dumpfen Stuben,
das Testament im Arm, im zweiten Schlaf, 15 und ihre Söhne zeugen wortlos Söhne
mit Mägden, die der Gott als Regen traf.
Gestillte Lippen und gestillte Augen –
die Raupen hängen eingepuppt im Schrein,
20
nel grido portato dalle acque
nei laghi, mossi dalla prima pietra.
Ma sette pietre furon sette pani, quando nel dubbio fuggì nella notte; si immerse nell’aroma e sparse briciole andando per i perduti alle sue spalle.
Ricorda! Ormai hai saputo in ogni terra:
chi è fedele è condotto a casa all’alba.
O tempo dato in proroga, tempo a noi af$dato! Ciò che scordai radioso mi ha toccato.
II
Si fanno al centro le fontane all’alba,
il breviario il prete il vestito a festa,
le pipe fredde ed i cappelli neri, persona onore e beni al gran consiglio.
Fermo sta il $ume, i salici si bagnano, la luce dei verbaschi giunge in casa, il pingue pasto è già portato in tavola e ogni versetto termina con l’amen.
I pomeriggi, luminosi e immani –
le calze e l’ago, si lacera la borra,
si lustrano le briglie dei cavalli,
$nché una scricchiola e Fallada parte.
Giacciono i vecchi nelle cupe stanze,
il Testamento in mano, nella siesta,
e i $gli procreano taciti altri $gli,
con serve, su cui il Dio posò qual pioggia.
Placate labbra e placati occhi – pendono i bruchi, crisalidi, in armadio,
21
und Dunggeruch steigt mit den Fliegentrauben 20 bei früher Dämmrung durch die Fenster ein.
Am Abend Stimmenauflauf an den Zäunen, Andacht und Rosen werden laut zerpflückt, die Katzen scheuchen auf aus ihren Träumen, und rote Mieder hat der Wind verrückt.
25 Die Zöpfe lösen sich, die Schattenpaare
im Nebel auf, vom nahen Hügel rollt
der unfruchtbare Mond, besetzt die Äcker und nimmt das Land für eine Nacht in Sold.
III
Dem Hügelzug ist eine Burg geblieben, vom Berg geschützt, der Felsen um sie stellt, den Geier ausschickt mit dem Krallensiegel, dem Königswappen, eh sie ganz verfällt.
5
Der stiftet Brand, dem sie zu dritt befehlen,
10 der mordet, den ein schwarzes Haar umschlingt,
und wer den Stein aufhebt, wird selber sterben, noch diesen Abend, eh die Amsel singt.
Die unbeschuhten Geister auf den Zinnen,
der unbewehrte Leichnam im Verließ,
15 im Gästebuch die Namen der Beschauer –
die Nacht vertuscht sie, die uns kommen hieß.
Sie schlägt den Erdplan auf, verschweigt die Ziele; sie trägt die Zeit als eine Eiszeit ein,
22
Es sind drei Tote hinterm Wall verborgen;
von einem weht vom Wachtturm noch das Haar, von einem heißt es, daß er Steine schleudert, von einem, daß er doppelköp$g war.
e odore di concime con le mosche, quand’è tramonto dalle $nestre entra.
Voci serali si affollano ai recinti, preghiere e rose vengono sfogliate, la gatta si risveglia spaventata, corsetti rossi ha scomposto il vento.
Si sciolgono le trecce, in nebbia coppie ombrose, dal vicino colle rotola
la luna sterile e occupa i poderi,
per una notte assolda la campagna.
III
Ancora i monti in vetta hanno un castello, protetto dalle rocce strette intorno,
dagli avvoltoi, con artigli a sigillo
e il real stemma, prima che rovini.
Tre morti son celati dal bastione;
di uno ondeggia la chioma dalla torre, di un si dice che scaraventi massi,
di un si narra che due teste avesse.
Incendio appicca, colui che in tre comandano, è un assassino, colui che nere chiome stringono, e chi solleva il masso morirà,
già questa sera, prima che il tordo canti.
Gli spiriti sui merli a piedi nudi, nella segreta la salma senza armi, degli ospiti i nomi nel registro – cela la notte che ci invitò a venire.
La notte apre le mappe, tacendo le mete; registra l’era come era glaciale,
23
Ingeborg Bachmann
die Schotterstege über die Moränen,
20 den Weg zu Grauwack und zu Kreidestein.
Die Drachenzeichnung lobt sie und die Festung, vom Faltenwurf der frühen Welt umwallt,
wo oben unten war und unten oben.
Die Scholle tanzt noch überm blauen Spalt.
25 Ins Schwemmland führt die Nacht. Es schwemmt uns wieder ins Kellerland der kalten neuen Zeit.
So such im Höhlenbild den Traum vom Menschen!
Die Schneehuhnfeder steck dir an das Kleid.
IV
In andren Hüllen gingen wir vorzeiten,
du gingst im Fuchspelz, ich im Iltiskleid; noch früher waren wir die Marmelblumen, in einer tiefen Tibetschlucht verschneit.
5
10
15
Wir standen zeitlos, lichtlos in Kristallen und schmolzen in der ersten Stunde hin, uns überrann der Schauer alles Lebens, wir blühten auf, bestäubt vom ersten Sinn.
Wir wanderten im Wunder und wir streiften die alten Kleider ab und neue an.
Wir sogen Kraft aus jedem neuen Boden und hielten nie mehr unsren Atem an.
Wir waren leicht als Vögel, schwer als Bäume, kühn als Delphin und still als Vogelei.
Wir waren tot, lebendig, bald ein Wesen
und bald ein Ding. (Wir werden niemals frei!)
Wir konnten uns nicht halten und wir zogen in jeden Körper voller Freude ein.
24
le scie di ghiaia lungo le morene, la via al grovacco, al sasso di creta.
Loda il disegno del drago e la rocca
cinta dai drappi del mondo di ieri,
quando l’alto era il basso e il basso l’alto.
La zolla danza ancora sul crepaccio azzurro.
Terra in diluvio destina a noi la notte. Ci trascina nella cantina del nuovo glacial tempo.
Nel dipinto della caverna cerca il sogno dell’uomo! In$lati sull’abito la penna del lagopo.
IV
Sotto altre spoglie andavamo un tempo, tu in volpe, io in abito da puzzola; fummo ancor prima $ori di marmo, nevosi in una gola tibetana.
Cristalli senza luce e senza tempo
ci liquefammo nella prima ora,
ci avvolse il brivido della vita intera, $orimmo nel polline del primo senso.
Viandanti nel miracolo lasciammo
i vecchi panni per indossarne nuovi. Succhiammo forza da ogni nuovo suolo e mai più il nostro respiro s’arrestava.
Leggeri uccelli fummo e gravi alberi, del$ni audaci e mute uova d’uccello. Morti e poi vivi, un essere eravamo,
e poi una cosa. (Mai saremo liberi!)
Senza poter fermarci migravamo in ogni corpo pieni di gran gioia.
25
(Und niemand sag ich, was du mir bedeutest – 20 die sanfte Taube einem rauhen Stein!)
Du liebtest mich. Ich liebte deine Schleier,
die lichten Stoffe, die den Stoff umwehn,
und ohne Neugier hielt ich dich in Nächten. (Wenn du nur liebst! Ich will dich ja nicht sehn!)
25 Wir kamen in das Land mit seinen Quellen. Urkunden fanden wir. Das ganze Land,
so grenzenlos und so geliebt, war unser.
Es hatte Platz in deiner Muschelhand.
V
Wer weiß, wann sie dem Land die Grenzen zogen und um die Kiefern Stacheldrahtverhau|
Der Wildbach hat die Zündschnur ausgetreten, der Fuchs vertrieb den Sprengstoff aus dem Bau.
5
Wo anders sinkt der Schlagbaum auf den Pässen; 10 hier wird ein Gruß getauscht, ein Brot geteilt.
Die Handvoll Himmel und ein Tuch voll Erde bringt jeder mit, damit die Grenze heilt.
Wenn sich in Babel auch die Welt verwirrte,
man deine Zunge dehnte, meine bog –
15 die Hauch- und Lippenlaute, die uns narren,
sprach auch der Geist, der durch Judäa zog.
Seit uns die Namen in die Dinge wiegen, wir Zeichen geben, uns ein Zeichen kommt,
26
Wer weiß, was sie auf Grat und Gipfel suchten| Ein Wort| Wir haben’s gut im Mund verwahrt; es spricht sich schöner aus in beiden Sprachen und wird, wenn wir verstummen, noch gepaart.
(E tacerò cosa per me tu sia –
mite colomba per la pietra scabra!)
Mi amavi. Io amavo i veli tuoi,
le lievi stoffe che la stoffa librano,
e discreta la notte ti stringevo.
(Se solo ami! Vederti non pretendo!)
Giungemmo nel paese delle fonti. Trovammo gli atti. Il paese intero, così amato, scon$nato, ora era nostro. Trovava posto nella tua mano a conca.
V
Chissà quando tracciarono i con$ni, e intorno ai pini un $lo spinato|
Il torrente ha sommerso la miccia, la volpe tolse l’esplosivo dalla tana.
Chissà cosa cercarono su in cima|
Una parola| In bocca la serbiamo;
più bella suona in tutte e due le lingue, e, noi muti, sarà appaiata ancora.
Cala una sbarra altrove sopra i passi; qui ci si scambia il pane ed un saluto. Un lembo di terra e un pugno di cielo ognuno porta, perché il con$ne sani.
E se a Babele il mondo si confuse,
fu gon$a la tua lingua e la mia curva – le beffarde aspirate e le labiali,
parlò lo Spirito lungo la Giudea.
Da quando i nomi ci cullan nelle cose, facciamo un segno e ci risponde un segno,
27
ist Schnee nicht nur die weiße Fracht von oben, 20 ist Schnee auch Stille, die uns überkommt.
Daß uns nichts trennt, muß jeder Trennung fühlen; in gleicher Luft spürt er den gleichen Schnitt.
Nur grüne Grenzen und der Lüfte Grenzen vernarben unter jedem Nachtwindschritt.
25 Wir aber wollen über Grenzen sprechen,
und gehn auch Grenzen noch durch jedes Wort: wir werden sie vor Heimweh überschreiten
und dann im Einklang stehn mit jedem Ort.
VI
Der Schlachttag naht mit hellem Messerwirbel, die matten Klingen schleift der Morgenwind, und aus der Brise gehn gestärkt die Schürzen der Männer, die ums Vieh versammelt sind.
5
Es wollen hier die Toten leichter wiegen, 10 denn das Lebendige, dem Blut nicht fehlt,
– und mehr als Leben wehrt sich auf der Waage! – gibt hier den Ausschlag, den kein Zeiger zählt.
Drum meid die Hunde mit den heißen Lefzen
und den Gemeinen, der mit rohem Blut 15 sich volltrinkt, bis es Schatten übersetzen
in schwarzer Lachen herrenloses Gut.
Und einen Blutsturz später: Wangenflecken –
die erste Scham, weil Schmerz und Schuld bestehn
28
Die Stricke werden fester angezogen,
die Mäuler schäumen, und die Zunge schwimmt; der Nachbar sorgt für Salz und Pfefferkörner, und das Gewicht der Opfer wird bestimmt.
la neve non è solo un bianco carico, è neve anche la quiete che ci assale.
Perché nulla ci separi, è d’obbligo il distacco; nell’aria uguale si sente il taglio uguale. Dell’aria son solo i con$ni,
di notte il vento a passi li rimargina.
Ma noi vogliam parlare di con$ni,
e siano i con$ni pur in ogni parola: per nostalgia li attraverseremo
e saremo in armonia con ogni luogo.
VI
In un lucente gorgo di coltelli, il giorno del macello s’avvicina, le lame opache il vento del mattino af$na
e per la brezza vanno inamidati
grembiali d’uomini, che attorniano il bestiame.
Più stretto si fa il cappio intorno al collo, schiumano i musi e la lingua annaspa; procura il vicino sale e pepe,
e il peso della vittima è $ssato.
Qui i morti peseranno meno,
giacché la vita, a cui sangue non manca, – e più che vita arranca alla bilancia! – segna quel tanto, che l’ago non registra.
Evita dunque ardenti labbra di cani
e il per$do, che nel crudo sangue s’abbevera, $nché ombre il sangue menano in un bene di pozze nere abbandonato.
Sbocca altro sangue: chiazze sulle guance – la prima vergogna, per dolore e colpa
29
und Eingeweide ausgenommner Tiere 20 in Zeichen erster Zukunft übergehn;
weil süßem Fleisch und markgefüllten Knochen ein Atem ausbleibt, wo der deine geht.
Den Ahnenrock am abgestellten Rocken
hat unversehens Spinnweb überweht.
25
Die Augen gehen über. Jahre sinken.
Die junge Braue fühlt den weißen Stift. Und die Gerippe steigen aus dem Anger, die Kreuze mit der dürren Blumenschrift.
VII
Zum Fest sind alle Seelen rein gewaschen, der Bretterboden wird gelaugt vorm Tanz, die Kinder hauchen gläubig in das Wasser, am Halm erscheint der schöne Seifenglanz.
5
10
holt er vorm Anlauf, vor dem neuen Mond; 15 die Samen und die Funken gehn zu Sternen,
und sie erfahren, was im Himmel lohnt.
Die Schüsse überfliegen Tannenzüge.
Ein Schuß fällt immer, der im Fleisch verhallt.
30
Der Maskenzug biegt um die Häuserzeile, Strohpuppen torkeln an die Weizenwand, die Reiter sprengen über Blumenbarren, und die Musik zieht in das Sommerland.
Maultrommeln klagen zu den Flötenstimmen. Die Axt der Nacht fällt in das morsche Licht. Der Krüppel reicht den Buckel zum Be$ngern. Der Idiot entdeckt sein Traumgesicht.
Der Holzstoß flammt: die Werke und die Tage
e gli intestini di bestie sventrate trapassano qual segni del futuro;
poiché alla carne dolce e alle ossa piene manca il respiro, là dove il tuo si muove. La ragnatela coprì all’improvviso l’abito avito sulla conocchia smessa.
Gli occhi traboccano. Anni si inabissano.
Il sopracciglio giovane avverte la matita bianca. E dal sagrato salgono gli scheletri,
le croci scritte con $ori disseccati.
VII
Ogni anima è lustra per la festa,
prima del ballo liscivia sterge il palco, fanciulli in acqua pie preghiere mormorano, e sapone scintilla sull’orlo della canna.
Il corteo di maschere gira tra le case,
i fantocci oscillano sul muro di grano, i cavalieri saltano barriere di $ori,
e va la musica nel paese estivo.
Scacciapensieri insieme a flauti piangono. La scure della notte cala sulla luce fradicia. Lo storpio offre la gobba da toccare. L’idiota scopre il suo viso ideale.
S’in$amma la catasta: opere e giorni
si porta via, prima dell’inizio e della luna nuova; semi e scintille si levano alle stelle
e imparano quel che ripaga in cielo.
Gli spari sorvolano le $le degli abeti. Uno si spegne sempre nella carne.
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ADELPHI EDIZIONI S.p.A
Via S. Giovanni sul Muro, 14 20121 – Milano Tel. +39 02.725731 (r.a.) Fax +39 02.89010337
Profilo storico-linguistico della poesia galego-portoghese medievale
Viella Libreria Editrice-ROMA
SINOSSI-
Che cos’è il galego-portoghese? La lingua dei poeti, dagli ultimi anni del XII secolo fino alla metà del Trecento, è la stessa usata per le opere in prosa o nei documenti giuridici e notarili? Quali sono le sue principali caratteristiche? Il manuale prova a rispondere a queste domande, seguendo un’impostazione didattica rivolta anzitutto agli studenti di Filologia romanza e Letteratura portoghese che si misurino per la prima volta con questa affascinante tradizione letteraria. Il volume si divide in due parti: nella prima si propongono i lineamenti di grammatica storica della lingua galega, soffermandosi in particolare sul rapporto che la lega al portoghese e prestando attenzione alle prime attestazioni scritte. La seconda parte affronta invece la lingua dei trobadores, offrendone una descrizione il più possibile esaustiva che prenda in esame – per la prima volta in un manuale di questo genere – le variazioni grafiche, fonetiche e morfologiche inferibili esclusivamente dall’analisi diretta dei canzonieri.
INDICE
Avvertenze
Introduzione
Cenni di storia della lingua e grammatica storica
Breve profilo di storia della lingua galega dalle origini al XII secolo
I primi documenti del galego-portoghese (sec. XII-XIII)
Galego e portoghese dal XIII secolo
La nascita della poesia trobadorica (sec. XII-XIV)
Lineamenti di grammatica storica: fonetica
1. Vocalismo tonico
2. Vocalismo atono
3. Dittonghi e iato
4. Nasalizzazione
5. Consonantismo
5.1. In posizione iniziale; 5.5.2. In posizione intervocalica; 5.5.3. In posizione finale; 5.5.4. I principali nessi consonantici; 5.5.5. L’azione di iod e di wau ; 5.5.6. La lenizione.
6. Altri cambi fonetici
6.1. Assimilazione e dissimilazione; 5.6.2. Cambi per sottrazione: aferesi, sincope, apocope; 5.6.3. Cambi per addizione: protesi, epentesi, epitesi; 5.6.4. Cambi per trasposizione: metatesi e spostamento dell’accento.
Lineamenti di grammatica storica: morfosintassi
1. Sostantivi e aggettivi
1.1. Derivazione da casi diversi dall’accusativo; 6.1.2. La sparizione del neutro; 6.1.3. Classi sostantivali; 6.1.4. La formazione del plurale; 6.1.5. L’aggettivo.
8.1. Generalità; 6.8.2. Tema del presente; 6.8.3. Tema del perfetto; 6.8.4. Futuro e condizionale; 6.8.5. Infinito e participio; 6.8.6. Il passivo; 6.8.7. Verbi irregolari.
I canzonieri galego-portoghesi
I manoscritti: tra grafia e fonetica
1. Panoramica sui principali fenomeni grafematici
2. Alcune particolarità fonetiche
2.1. Alternanza di vocali toniche e atone; 7.2.2. Nasalizzazione e denasalizzazione; 7.2.3. Casi di conservazione di -l e -n-; 7.2.4. Nasali e laterali palatali; 7.2.5. Fenomeni di fonetica sintattica; 7.2.6. Epitesi di -e.
Particolarità morfosintattiche
1. Sostantivi e aggettivi
1.1. Affissazione; 8.1.2. Castiglianismi, provenzalismi e oitanismi; 8.1.3. Hapax e nomi composti.
2. Pronomi
2.1. Forme toniche e atone; 8.2.2. Possessivi; 8.2.3. Dimostrativi e indefiniti.
3. Articoli
4. Preposizioni
5. Congiunzioni
6. Verbi
6.1. Particolarità nel tema del presente; 8.6.2. Particolarità nel tema del perfetto; 8.6.3. Particolarità del futuro e del condizionale; 8.6.4. Tempi composti; 8.6.5. Affissazione; 8.6.6. Incoativi; 8.6.7. Castiglianismi e forestierismi; 8.6.8. Tavole dei verbi più importanti
7. Avverbi
7.1. Principali avverbi; 8.7.2. Locuzioni avverbiali; 8.7.3. Avverbi pronominali.
Bibliografia
L’Autore-Simone Marcenaro-Ha conseguito il Dottorato di ricerca presso la Scuola di Dottorato europeo in Filologia romanza dell’Università di Siena.Si è occupato di lirica satirica galegoportoghese, in una prospettiva comparatistica con la poesia trobadorica occitana. Ha curato l’antologia di testi con traduzione a fronte e commento Canti di scherno e maldicenza e sta lavorando con Pilar Lorenzo Gradín all’edizione critica del trobador portoghese Roi Queimado.
Viella Libreria Editrice
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma Tel. 06.8417758 – Fax 06.85353960
Esule a San Godenzo, a Pulicciano e nei due versanti dell’Appennino Uno studio questo che ha lo scopo di cercare gli itinerari, le difficoltà, i luoghi, che Dante visse nel suo peregrinare nel Mugello e sull’Appennino, che avevano a quel tempo molti dei connotati e delle caratteristiche riportate nella Commedia; luoghi caratterizzati da cascate, torrenti, boschi fitti e impenetrabili, selve popolate da animali selvatici che lambivano le mura dei castelli.
Eugenio Mazzarella- Perché i poeti -La parola necessaria – Neri Pozza Editore
DESCRIZIONE
Nel 1946 Martin Heidegger tenne una conferenza, Perché i poeti?, pubblicata poi nei saggi di Holzwege. Negli scritti di Heidegger, è tra quelli che segnano il grande confronto del pensiero heideggeriano con il dire dei poeti, e la cosiddetta svolta nel pensiero del filosofo tedesco dall’analitica esistenziale di Essere e tempo alla riflessione sul senso dell’essere come evento del linguaggio custodito nella poesia. Passaggio che avviene soprattutto attraverso un’interrogazione sull’essenza della poesia in Hölderlin. In questa piccola opera, Eugenio Mazzarella ritorna sui temi propri del confronto di Heidegger con la poesia, e la domanda sulla sua essenza, in una prospettiva, però, in cui l’analitica esistenziale non è affatto abbandonata. Il senso dell’essere, la verità dell’essere, schiusa dalla poesia, appare come un “fatto di parola”, come l’evento stesso del linguaggio, ma è, ad un tempo, anche un’esperienza esistenziale. Lo “strano fatto” della poesia è “l’istituzione linguistica del mondo” prima che ci siano le singole cose, è l’apertura stessa del mondo. Ma questa “istituzione linguistica” è imprescindibile dall’Esserci, dall’Io che nomina il mondo e, nominandolo, ritrova sé stesso. Di qui il ruolo, centrale e fondativo, come insegnerà Leopardi, dell’Io lirico. In un attraversamento, dell’esperienza della grande lirica moderna, del “nichilismo” poetico di Leopardi, del suo presupposto spirituale nell’Ecclesiaste, e in un confronto con la stessa lettura di Heidegger di Hölderlin,Mazzarella mostra in queste pagine la parola necessaria della poesia e la sua insostituibilità come fenomeno peculiare dell’esistenza umana.
RECENSIONI
«“Essere” è un fatto di parola, averla e nominare. Nominare un mondo, e – nello specchio del mondo – trovare l’Io, la solitudine che (si) appartiene: presso di sé, l’essersi fatta sola, insieme al mondo che “vede”, della vita che prende la parola».
Breve biografia di Eugenio Mazzarella insegna filosofia teoretica all’Università Federico II di Napoli. È stato preseide della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo friedericiano e deputato al Parlamento nella XVI legislatura. Tra le sue opere Vie d’uscita. L’identità umana come programma stazionario metafisico (Il melangolo, Genova 2004); L’uomo che deve rimanere. La smoralizzazione del mondo (Quodlibet, Macerata 2017); Sacralità e via (Guida, Napoli 1998); Vita politica valori (Guida, Napoli 2010) e la raccolta di poesie Anima madre (ArtstudioPaparo, Napoli 2015).
“Non immaginavo che l’amore / avesse il potere di sopravvivere anche dopo, / dopo che il suo profilo abbandona le forme / nella nebbia ormai grigia dell’ignoto” (p. 49). Questi versi, posti poco oltre la metà del libro (per cui il libro stesso si richiude come uno scrigno intorno a queste righe), probabilmente ci danno il senso stesso di questo dolente Canzoniere dell’assenza (Kairós) di Antonio Spagnuolo. Un amore che dunque fa assonanza con memoria, e verso la conclusione dello stesso testo quest’altra parola chiave compare con un altro termine topico dell’intera poesia di Spagnuolo, attinente alla dimensione onirica: “Non immaginavo che l’amore / avesse il potere di vertigini nel morso di memorie, / stregato dall’eterno sussurro, / inciso nel cristallo del sogno” (ivi). Amore/memoria/sogno. Dunque, come in un sogno, come nella dimensione atemporale del sogno, la memoria – anch’essa eternatrice – recupera l’amore, l’amore non perduto, ma sempre presente. È questo infatti un canzoniere dell’assenza/presenza, quella presenza che la poesia, freudianamente (e la psicoanalisi come nella premessa l’autore stesso sottolinea è fondamentale per Spagnuolo), recupera come in un sogno a occhi aperti, in un estremo appagamento di desiderio, il desiderio di avere ancora e sempre accanto la persona amata. Amore, memoria, sogno una triade che si aggiunge all’altra che costantemente ha accompagnato la poesia di Spagnuolo, e cioè: seno/segno/sogno. Termini che ritroviamo anche qui ricorrenti. Il seno è la sensualità, l’erotismo che ricompaiono anche in questo libro in riferimento alla moglie ricordata anche nella sua corporeità: e ciò che manca è – al di là della stessa sensualità – il corpo come segno tangibile della presenza, e portatore accanto a noi dell’essenza stessa della persona Per fare un solo riferimento: “Ricordo le tue mani delicate, / diafane nel tocco della gioventù, / una carezza che sfugge nel sussurro / che mi opprime la mente ogni giorno / e rimbalza segreti inconfessati” (Mani, p. 33). E Spagnuolo, che negli ultimi anni è andato cantando il senso della vecchiaia ritorna qui invece delicatamente alla gioventù, anche se poi in un altro testo la tenerezza rima con la vecchiezza (“Tenerezza dicesti al tremore / degli anni che volgono a vecchiezza”; Tenerezza, p. 70). E il termine rughe che ha solcato recenti raccolte di Spagnuolo compare anche in questa più volte. Dunque l’assenza, lo stare al di fuori dell’essere. Ma è invece dell’essenza, dello stare nell’essere che la poesia va alla ricerca. Anzi, è questa assenza che si fa presenza nelle parole stesse che la vogliono esorcizzare. Una precedente raccolta di Spagnuolo si intitolava non a caso Rapinando alfabeti (2001): cioè una intenzionale, insistita operazione di scavo nella lingua alla ricerca di ciò che in qualche modo dicesse l’indicibile. Ebbene, in questo Canzoniere compare invece l’espressione “germogliando alfabeti”, come in ascolto della voce della moglie: “Ascolta! Ascolta! Ascolta! / Il rintocco delle campane ha sempre l’eco / delle tue parole, / delle tue parole sussurrate in penombre vespertine, / delle tue parole incise nel mio ricordo / per incendiare convulsioni improvvise” (A sera, p. 72). Questa assenza, questo silenzio producono dunque spontaneamente, naturalmente, naturalisticamente (germogliare, appunto), il bisogno di produrre un canto, un threnos. E la parola treno compare nel componimento Un treno in ombra (p. 19), sì, come simbolo del viaggio – della vita come “viaggio in sospeso” –; ma questo “treno senza meta” sembra rievocare anche il genere letterario, la trenodia, il canto per la perdita di un caro; in Specchio (p. 75) possiamo leggere, seppure declinato come impossibilità: “Non so piangere! Non so trasformarle lacrime in versi / e versi in lacrime”. Il riferimento al treno e al viaggio ci permette qui di recuperare il tema del tempo, di cui sempre è tramato ogni riferimento alla vita, alla memoria che tenta di sottrarre all’oblio e all’ombra ciò che si è perduto scivolando dal piano del tempo finito a quello dell’infinità e dell’eternità dell’ombra. E c’è nel libro tutta un’insistenza lessicale, e dunque concettuale e sentimentale, sulle gradazioni – buio, ombra, penombra, luce, bagliore, oltre che un richiamo continuo ai colori che nella luce prendono vita, o anche e soprattutto alla “dissoluzione di colori” (p. 70). Ma non c’è un netto contrasto dialettico tra ombra e luce, nell’incertezza complessiva, nel dubbio che grava su tutto. Il riflesso della luce si fa riverbero, abbaglio, parvenza e quindi illusione (a cui corrisponde anche il “tranello” che è la vita). Illusione, altro termine fondamentale in questo libro. Altro sentimento che, anche ontologicamente pervade l’esistenza. L’illusione dell’eternità dell’amore, perché la morte ha strappato l’oggetto-soggetto d’amore. Illusione perché l’attesa del ritorno rimane insoddisfatta: Non ritorni è il titolo di un libro precedente del 2016, un altro capitolo di questo perenne canzoniere dell’assenza. E in questo recente libro leggiamo: “La tua assenza scivola, e affogo l’ultima illusione” (p. 80). Eppure in questo abbandono, in questo gioco tra illusione-disillusione-delusione c’è un momento nel quale sembra di avvertire una fugace composizione, o almeno la traccia di questo bisogno. Emblematico è in questo senso il testo Insieme (pp. 46-47). Leggiamo, anche se il senso delle espressioni andrebbe ulteriormente indagato nella complessità del testo: “alterna fortuna aggrega persone”; “aggrega figure”; “bene comune”; “aggregare lingue”; “legami di sangue”; “la proiezione della comunità”. Tutto ciò “all’incrocio del golfo” – Napoli, la città, la comunità – e “ancorati alla Croce”, in una “convergenza del credo”, e compare anche il termine “vangelo”. In un libro tutto incentrato nell’immanenza di un sentimento terreno, pur fortemente spirituale oltre che fisico, si affaccia, per scorci, un elemento religioso: la Croce è scritta con la maiuscola. Sappiamo che pur nella sua ricerca laica Spagnuolo ha pubblicato ormai molti anni fa «Io ti inseguirò». Venticinque poesie intorno alla Croce. Qui l’inseguita è la donna amata, ma si rivede, in uno scorcio, la Croce, come in una momentanea pausa nel dolore dell’assenza: “dove tutto è sospeso nel luogo che accoglie”. Ma, nonostante le violenze che ho praticato al testo estrapolandone lacerti che, a partire dal titolo, Insieme appunto, testimoniano pure una via d’uscita, prevale ancora e sempre il sentimento dell’assenza: “Le mie mani ti vorrebbero ancora, / ma stringo inutilmente le mie dita / tra il cuscino e il silenzio, / e rivivo riflessi nei rintocchi / di un orologio indiscreto” (Ironie, p. 77). E proprio in conclusione c’è un velo, seppure un “velo di malizie”, che, scrive il poeta, “avvolge il mio ricordo nel segreto”.
A cura di Giovanni Battimelli, Michelangelo De Maria e Adele La Rana.
Con una premessa di Ugo Amaldi.
DESCRIZIONE-
Questo testo scritto verosimilmente negli anni Settanta, doveva costituire nelle intenzioni di Amaldi il nucleo di un libro sulla storia della fisica a Roma. In esso Amaldi ricostruì le drammatiche vicissitudini della comunità dei fisici italiani nel periodo che va dalle leggi razziali, promulgate dal regime fascista nell’autunno del 1938, alla fine della seconda guerra mondiale. In un racconto fitto di episodi in gran parte sconosciuti, rivivono le vicende legate all’emigrazione di Enrico Fermi, Franco Rasetti, Emilio Segré, Bruno Rossi e di molti altri scienziati, e le strategie per la “sopravvivenza scientifica” accettate dai colleghi rimasti in Italia, che permetteranno loro di conseguire importanti risultati negli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra.
Il volume è completato da lettere e documenti inediti che fanno luce sui rapporti fra i fisici italiani costretti all’emigrazione e quelli rimasti in patria, sulle diverse posizioni assunte dai vari scienziati sul problema della bomba atomica e sulla politica della ricerca che i fisici italiani adottarono negli anni della ricostruzione.
Pubblicato a giugno 2022.
INDICE
Premessa di Ugo Amaldi
Nota introduttiva alla seconda edizione di Giovanni Battimelli, Michelangelo De Maria, Adele La Rana
Prefazione alla prima edizione di Giovanni Battimelli, Michelangelo De Maria
Nota al manoscritto
Il collasso e la ricostruzione di Edoardo Amaldi
Lettere scelte 1939-1946
Note biografiche
Indice delle lettere
Indice dei nomi
Edoardo Amaldi
Breve biografia di Edoardo Amaldi
Edoardo Amaldi (1908-1989), fisico nucleare, fu dapprima allievo, poi amico e stretto collaboratore di Enrico Fermi a Roma negli anni Trenta. È stato una figura chiave nella rinascita della scienza italiana ed europea nel dopoguerra. Fu tra i padri fondatori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN, Ginevra), oltre che promotore della nascita dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Operoso sostenitore del disarmo nucleare e della cooperazione scientifica internazionale, accanto ai numerosi impegni politici proseguì per tutta la vita la ricerca attiva e di frontiera. Fu tra i pionieri nella ricerca sperimentale delle onde gravitazionali.
Albert Camus, Maria Casarès Albert Camus e Maria Casarès
Albert Camus, Maria Casarès:Saremo leggeri
Albert Camus e Maria Casarès si incontrano il 19 marzo 1944 a casa di Michel e Zette Leiris, in occasione di una rappresentazione del Desiderio preso per la coda di Pablo Picasso. Lei, galiziana, figlia dell’ultimo primo ministro della Spagna repubblicana fuggito a Parigi nel 1936, ha ventun anni e ha iniziato la sua carriera di attrice nel 1942 al Théâtre des Mathurins, proprio quando Albert Camus pubblicava Lo straniero e Il mito di Sisifo. Camus, che di anni ne ha trenta e vive da solo a Parigi, lontano dalla moglie Francine rimasta in Algeria, resta incantato da Maria. Quel primo incontro è il preludio di una storia d’amore travolgente: i due si amano, poi si lasciano, poi si ritrovano, e nel frattempo si scrivono centinaia di lettere. Quelle di lei rivelano la vita di una grande attrice, le giornate frenetiche, le registrazioni, le prove, le rappresentazioni, le riprese, ma anche il coraggio, la vitalità sconcertante, le fragilità. Da quelle di lui emergono lo stesso amore per la vita, la passione per il teatro, e poi i temi che gli stanno a cuore, il mestiere di scrittore, i dubbi, il lavoro della scrittura nonostante la tubercolosi. Ma soprattutto le lettere raccontano un amore tenace, lucido, consapevole, stretto “dai vincoli della terra, dell’intelligenza, del cuore e della carne”.
“Un’opera a due cuori e quattro mani, un’opera simbiotica.” Le Monde des livres
Albert Camus-(1913-1960) nacque in Algeria, dove studiò e cominciò a lavorare come attore e giornalista. Affermatosi nel 1942 con il romanzo Lo straniero e con il saggio Il mito di Sisifo, raggiunse un vasto riconoscimento di pubblico con La peste (1947). Nel 1957 ricevette il premio Nobel per la letteratura per aver saputo esprimere come scrittore “i problemi che oggi si impongono alla coscienza umana”. Di questo autore, oltre ai titoli già citati, Bompiani ha pubblicato L’uomo in rivolta, L’esilio e il regno, La caduta, Il diritto e il rovescio, Taccuini 1935-1959, Caligola, Tutto il teatro, Il primo uomo, L’estate e altri saggi solari, Riflessioni sulla pena di morte, I demoni, Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1944-1947, Conferenze e discorsi (1937-1958), Saremo leggeri. Corrispondenza (1944-1959). Nei Classici Bompiani è disponibile il volume Opere. Romanzi, racconti, saggi.
Maria Casarès (1922-1996) nacque a La Coruña e si trasferì a Parigi nel 1936, quando suo padre, primo ministro spagnolo, abbandonò la Spagna allo scoppio della guerra civile. Esordì a teatro nel 1942. Per il cinema recitò in capolavori come Amanti perduti di Marcel Carné, La Certosa di Parma di Christian-Jaque e Orfeo di Jean Cocteau.
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