Varlam Šalamov-Quaderni della Kolyma-Poesie (1937-1956)–
-A cura di Gario Zappi-Editore Giometti & Antonello
Dal Risvolto-L’opera di Varlam Šalamov (1907-1982) è già nota nel panorama editoriale italiano per le pubblicazioni nel corso di questi ultimi decenni della sua opera narrativa: l’imponente raccolta dei Racconti di Kolyma usciti per la collana dei Millenni Einaudi, la quasi interezza della sua opera in prosa per Adelphi. Egli è di certo suo malgrado l’implacabile «cantore» delle repressioni ed epurazioni staliniane, scontate nel confino di carcere e lavoro nella Kolyma. Interprete di un mondo che è l’idea stessa dell’inospitale, rifiutò egli stesso di ridurre la sua opera a quel fine univoco. E ciò traspare con limpidezza in queste poesie, composte durante i suoi decenni di gulag e qui pubblicate in una nuova traduzione italiana. Come nel caso di Primo Levi, che fu un suo lettore ammirato, l’esperienza velenosamente unica di cui egli è depositario – cristallizzandosi in un dettato in cui riaffiora la tradizione maggiore del verso russo – non indulge in alcun modo alla lamentazione, al martirio politico o alla recriminazione: nessun adagiarsi nei facili e paradossali allori futuri, lautamente mercantili, della pubblicistica del massacro o della tortura. Ciò che interessa Šalamov sta in queste parole, presenti come dedica nei primi manoscritti dei Racconti di Kolyma: «Io scrivo del gulag non più di quanto Exupéry scriva del cielo o Melville del mare. Il gulag è un tema tale per cui financo un centinaio di scrittori come Lev Tolstoj potranno stare uno accanto all’altro, senza stare stretti». Più avanti nel tempo, in un suo taccuino annota: «Il mio tornare alla parola è, nella sua sostanza, un avvertimento all’Uomo su come resistere alla folla».
Dalla «Nota degli editori»
Quarta
La luna, come gazza delle nevi,
vola dentro dalla finestrella,
sbatte le ali sulla branda,
raspa con le unghie la parete.
S’agita sulle pagine bianche,
spaventata dalla dimora umana,
mio uccello di mezzanotte,
mia bella raminga.
Benjamin Jacobs-Il dentista di Auschwitz: una storia vera
Bronek Jaciebowicz (Benjamin Jacobs)-Il dentista di Auschwitz-Nel giugno del 1941, centosessanta uomini tra i sedici e i sessant’anni furono prelevati dai nazisti occupanti, dalla piccola città di Dobra, nella Polonia occidentale. Questi sfortunati uomini, strappati alle loro famiglie, saranno destinati a una serie di campi di lavoro e di concentramento. Uno di loro,Benjamin Jacobs, era al primo anno di studi dentistici, Bronek Jaciebowicz (Benjamin Jacobs).
Il giorno del trasporto a ogni uomo furono concessi due pacchi di oggetti. Mentre Benjamin si preparava a partire, sua madre gli consigliò di includere gli strumenti dentistici del primo anno in una scatola rossa. Allora non poteva sapere che questi strumenti gli avrebbero salvato la vita.
Ad Auschwitz il comandante delle SS Otto Moll aveva un mal di denti e così si fece visitare dal dentista emaciato del campo, un detenuto ebreo di Dobra, in Polonia, di nome Berek Jakubowicz. Sistemandosi sulla sedia, estrasse la pistola e la puntò verso il medico. “Non tentare di fare qualcosa di stupido, dentista”, lo avvertì.
«Herr Hauptscharfuhrer», rispose il dentista, sfiorando la pistola “Non ha di che preoccuparsi. La pistola è proprio qui vicino “. Lui sorrise imbarazzato e rimise la pistola nella fondina.
Questo è uno dei tanti momenti orribili e memorabili del libro di memorie di Benjamin Jacobs (l’ex Berek Jakubowicz). I suoi strumenti dentali, che portava in una scatola rossa brillante, furono il suo passaporto per la sopravvivenza.
Il comandante aveva ordinato la costruzione di una unità dentistica nel Blocco 7 e Jacob divenne il dentista del campo con alcuni privilegi e razioni supplementari, in attesa che le sue mani rovinate dal lavoro in miniera, fossero guarite. L’arrivo del famigerato dottor JosefMengele aggiungerà una nota macabra al suo lavoro: cavare i denti d’oro dai detenuti morti.
«Provai disgusto. Non pensavo che qualcuno potesse abbassarsi così tanto. Uccidere la gente era già abbastanza orribile, ma strappare i denti dei morti era una cosa rivoltante. Non pensavo di poterlo fare. Ma era inevitabile. Non avevo altra scelta.»
Sessant’anni dopo essere sopravvissuto alla deportazione, alla schiavitù, ai pestaggi, alla fame e persino all’affondamento di una nave, Jacobs racconta una storia commovente e dolorosa. Per prendere in prestito una metafora dell’odontoiatria, immagina il dolore di un dente estratto e come può consumare tutto il tuo essere; ora immagina quanto possa sembrare banale se inserito nel contesto di Auschwitz.
C’è anche una breve storia d’amore primaverile nel libro. Uscendo di soppiatto di tanto in tanto da un campo di lavoro, Jacobs avrà una relazione amorosa nei boschi con una giovane donna polacca, Zosia, una persona retta che cercava di salvare lui e suo padre. Una ragazza che viveva vicino al campo. Gli amanti sapevano che, secondo i nazisti, “il sesso tra le razze era il peccato ultimo”.
Il libro è in parte un resoconto di privazioni crudeli e in parte racconto di vari “miracoli” a cui ha assistito. Ad esempio, cinque nazisti lo hanno portato davanti a un muro di una caserma per essere fucilato, eppure è stato risparmiato. (“Nonostante la mia paura, tenevo la testa alta come un personaggio in un’opera di Shakespeare”) . Poco dopo il loro arrivo ad Auschwitz, Jacobs fu separato da suo padre, ma un trambusto gli permise di salvarlo temporaneamente da quella che sarebbe stata morte certa.
Jacobs con clandestinità ricevette una lettera nel campo di concentramento da sua sorella che diceva : “Quando riceverai questa lettera, la mamma e io non saremo più vivi.” La lettera continuava dicendo che l’intero ghetto stava per essere abbandonato a Chelmno. Sua madre scrisse: “Forse ci incontreremo tutti in un altro mondo.” Ma attraverso una notevole serie di circostanze, li incontrò di nuovo in questo mondo, un’ultima volta.
Nel 1945 Jacobs fece parte di un trasferimento di prigionieri in Svezia a bordo della nave Cap Arcona che i britannici silurarono; era uno delle poche centinaia, di circa 5.000, che sopravvisse. Arrivò negli Stati Uniti dopo la guerra e si stabilì a Boston. Jacobs fece un tour negli Stati Uniti e in altri luoghi per condividere le sue esperienze e parlare delle persone che aveva cercato di aiutare, ma non scrisse le sue memorie fino all’età di ottant’anni. A quel tempo era già malato di cancro alla gola.
Benjamin Jacobs-Il dentista di Auschwitz
Sebbene il primo ordine di recuperare i denti d’oro fosse stato emesso il 23 settembre 1940, la sua coerente attuazione venne ritardata di due anni fino al periodo che divenne noto come “La soluzione finale”.
La ragione di questa improvvisa, rinnovata attenzione all’ordine in quel momento fu la mancanza di valuta che i nazisti stavano sperimentando per l’acquisto di materie prime per lo sforzo bellico.
Uno studio francese riporta che diciassette tonnellate di oro dentale provenivano dai campi. Venticinque chili di questo oro dentale venne recuperato a Mauthausen durante gli anni della guerra, dai cento a cinquecento chili al mese a Buchenwald nello stesso periodo e sei tonnellate da Auschwitz.
A Treblinka, ogni settimana venivano immagazzinati in valigie da otto a dieci chili d’oro. 80.000 denti sono stati trovati in alcune scatole durante la liberazione del campo di Oranienburg Sachsenhausen in Germania.
Benjamin Jacobs-Il dentista di Auschwitz
Benjamin Jacobs (1919-2004) è stato un dentista polacco che nel 1941 venne deportato dal suo villaggio al campo di Auschwitz. Rimase prigioniero fino alla fine della guerra. Sopravvisse esclusivamente con l’aiuto dei suoi strumenti dentali esercitando la sua professione all’interno del campo di concentramento.
-La mia testimonianza davanti al mondo-Storia di uno Stato segreto
A cura di Luca Bernardini- ADELPHI EDIZIONI
Risvolto
«Non le darò istruzioni né le farò raccomandazioni … Dovrà soltanto riferire obiettivamente quello che ha visto, raccontare quello che ha vissuto in prima persona e ripetere ciò che in Polonia le è stato ordinato di dire su coloro che vivono là e negli altri paesi occupati d’Europa»: con questo viatico il premier Sikorski mandò Jan Karski a informare gli Alleati di ciò che stava accadendo agli ebrei nel suo paese e di come i polacchi non avessero mai smesso di lottare. Unitosi alla Resistenza nel 1939, il giovane ufficiale della riserva era stato incaricato di tenere i collegamenti fra lo Stato segreto polacco – una struttura clandestina perfettamente funzionante nelle sue varie ramificazioni, caso davvero unico quanto misconosciuto nell’Europa occupata dai nazisti – e gli organi ufficiali del governo in esilio a Londra. Oltre a svolgere temerarie missioni – culminate nella sua cattura da parte della Gestapo e in una rocambolesca fuga –, Karski aveva compiuto un’impresa inaudita: era riuscito a infiltrarsi nel ghetto di Varsavia e nel campo di transito di Bełzec e, fatto ancora più inaudito, a uscirne indenne, deciso a denunciare al mondo le atrocità commesse dai nazisti ai danni della nazione polacca e degli ebrei tutti. Porterà in effetti la sua testimonianza diretta ai grandi della terra, incluso il presidente Roosevelt, ma per motivi politico-strategici il suo appello non verrà raccolto né avrà seguito: non gli resterà, nel 1944, che affidarlo a questo libro. Dimenticato nel dopoguerra in ragione dei nuovi assetti politici mondiali, Karski sarà riscoperto e intervistato dal regista Claude Lanzmann per il celeberrimo Shoah (1985), che darà l’avvio alla seconda fase della sua missione: ricordare l’indifferenza degli Alleati di fronte al consumarsi del genocidio.
Jan Karski
In copertina-Un ritratto di Jan Karski. Collezione privata.
ADELPHI EDIZIONI S.p.A
Via S. Giovanni sul Muro, 14 20121 – Milano Tel. +39 02.725731 (r.a.) Fax +39 02.89010337
Per la sua opera è stato insignito del titolo di Giusto tra le nazioni. Alla sua memoria è stato intitolato un premio.
Biografia
Nasce a Łódź nel 1914, cattolico praticante, sposò una ragazza ebrea. Studiò diritto a Leopoli, a metà degli anni Trenta anche per adempiere il servizio militare[A cosa si riferisce questo “anche”?], frequentò un corso militare di artiglieria.[2] Iniziò poi a sviluppare la sua vocazione diplomatica ricoprendo vari incarichi in Germania, Svizzera e Inghilterra. Nel gennaio 1939 era impiegato al ministero degli Esteri polacco. Durante la campagna del settembre 1939 fu fatto prigioniero dai sovietici che poi lo consegnarono ai tedeschi. In novembre riuscì ad evadere durante un trasferimento e, giunto a Varsavia si unì alla resistenza. A partire dal gennaio 1940 partecipò a missioni di collegamento con il governo polacco in esilio in Francia, che raggiunse con mezzi di fortuna mediante rocamboleschi viaggi attraverso i Paesi in guerra.
Fatto prigioniero dalla Gestapo in Slovacchia nel giugno 1940, la resistenza lo fece nuovamente evadere dall’ospedale di Nowy Sącz. Successivamente partecipò alle attività dell’ufficio di propaganda ed informazione dell’Armia Krajowa (AK), la maggiore organizzazione di resistenza armata polacca durante l’occupazione nazista.
Nell’estate 1942 fu inviato in missione a Londra per aggiornare il generaleWładysław Sikorski e gli altri rappresentanti dei partiti politici in esilio sulla situazione in Polonia. Attraversò di nuovo tutta l’Europa sino a raggiungere la Spagna e da lì l’Inghilterra. Effettuò il viaggio con un piccolo aeroplano, aiutato da dissidenti antifascisti. Giunto in Polonia, si infiltrò due volte nel ghetto di Varsavia e raccolse anche informazioni sui campi di concentramento ed i campi di sterminio tedeschi. Nell’autunno 1942 effettuò una nuova missione diplomatica in Gran Bretagna e negli Stati Uniti per riferire sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti nella Polonia occupata. Il Rapporto Karski venne consegnato al generale Sikorski, che poi lo inviò ai governi britannico ed americano con la richiesta di aiuto per gli ebrei polacchi.
Nel 1943 Karski poté incontrare il ministro degli Esteri britannico Anthony Eden ed il presidente degli Stati Uniti Roosevelt, come pure i principali esponenti delle comunità ebraiche dei due paesi. Ai suoi racconti gran parte di loro ebbero una reazione di incredulità, simile a quella di Felix Frankfurter, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, egli stesso ebreo, che gli disse:
(EN)
«Mr. Karski, a man like me talking to a man like you must be totally frank. So I must say: I am unable to believe you.»
(IT)
«Signor Karski, un uomo come me che parla con un uomo come lei deve essere del tutto sincero. Così io devo ammettere: non riesco proprio a crederle.»
Presentò il suo rapporto anche a politici, vescovi, giornalisti ed artisti, ma nessuno si interessò veramente a quanto diceva. Nel 1944 scrisse La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno stato segreto dedicato al governo polacco in esilio.
Karski fu uno dei protagonisti del documentario di Claude Lanzmann, Shoah: rilasciò una lunga intervista su quello che vide nel Ghetto di Varsavia e raccontò agli Alleati per informarli della situazione degli ebrei polacchi durante la guerra.
La figura di Jan Karski colpì lo scrittore francese Yannick Haenel che raccontò l’eccezionale vicenda nel libro “Il testimone inascoltato”.
Dal 2011 è ricordato come Giusto al Giardino dei Giusti di Milano.[4]
Opere
Jan Karski, La mia testimonianza davanti al mondo. Storia di uno stato segreto (Story of a Secret State, 2001), a cura di Luca Bernardini, La collana dei casi n.93, Milano, Adelphi, 2013, ISBN978-88-459-2734-8.
Chi furono ‘i volenterosi carnefici di Mussolini’?
Editori Laterza-Bari
DESCRIZIONE
Eric Gobetti Editori Laterza Non tutti gli italiani sono stati ‘brava gente’. Anzi a migliaia – in Libia, in Etiopia, in Grecia, in Jugoslavia – furono artefici di atrocità e crimini di guerra orribili. Chi furono ‘i volenterosi carnefici di Mussolini’? Da dove venivano? E quali erano le loro motivazioni?
In Italia i crimini di guerra commessi all’estero negli anni del fascismo costituiscono un trauma rimosso, mai affrontato. Non stiamo parlando di eventi isolati, ma di crimini diffusi e reiterati: rappresaglie, fucilazioni di ostaggi, impiccagioni, uso di armi chimiche, campi di concentramento, stragi di civili che hanno devastato intere regioni, in Africa e in Europa, per più di vent’anni. Questo libro ricostruisce la vita e le storie di alcuni degli uomini che hanno ordinato, condotto o partecipato fattivamente a quelle brutali violenze: giovani e meno giovani, generali e soldati, fascisti e non, in tanti hanno contribuito a quell’inferno. L’hanno fatto per convenienza o per scelta ideologica? Erano fascisti convinti o soldati che eseguivano gli ordini? O furono, come nel caso tedesco, uomini comuni, ‘buoni italiani’, che scelsero l’orrore per interesse o perché convinti di operare per il bene della patria?
Prologo L’elefante nella stanza
In un mondo ideale nessuno avrebbe sentito l’esigenza di scrivere un libro sui crimini di guerra commessi durante il Ventennio fascista. Perlomeno non a tanti anni di distanza dai fatti. Perché in quel mondo ideale l’Italia avrebbe già ampiamente fatto i conti con il suo passato più oscuro, con le responsabilità del fascismo e le brutali violenze commesse in nome di quella ideologia. Purtroppo, invece, in questo mondo imperfetto, le cose sono andate in maniera diversa. Innanzitutto dal punto di vista della giustizia.
Dopo la fine della guerra in Italia non si è tenuto un procedimento giudiziario volto a condannare globalmente i fascisti e i loro crimini, qualcosa di anche lontanamente paragonabile ai processi di Norimberga o di Tokyo. In Germania e in Giappone, i principali alleati dell’Italia nella seconda guerra mondiale, si sono svolti nel dopoguerra decine di migliaia di processi, che hanno contribuito a giudicare e condannare non solo i principali dirigenti politici e militari, ma un buon numero di solerti esecutori, a ogni livello della macchina del potere. Nella zona d’occupazione sovietica in Germania si contano circa 150.000 procedimenti penali, con centinaia di condanne a morte; ma anche nella zona occidentale i tribunali alleati hanno condannato migliaia di persone e giustiziato 486 colpevoli, tra cui 12 donne. Dopo la creazione delle due Germanie, i soli tribunali federali hanno giudicato 16.740 cittadini tedeschi imputati per crimini di guerra e contro l’umanita, condannando 6.656 persone, di cui 16 a morte e 166 all’ergastolo. Per quanto riguarda il Giappone, i processi durarono fino al 1953, con circa diecimila procedimenti e centinaia di condanne alla pena capitale.
I grandi procedimenti penali internazionali del dopoguerra sono stati condotti in base alle decisioni prese durante la prima conferenza interalleata, che si era svolta a Mosca nel 1943. A ottobre dello stesso anno venne istituita la Commissione delle Nazioni Unite per l’accertamento dei crimini di guerra nazisti e fascisti (Unwcc). Di conseguenza l’articolo 45 del trattato di pace sottoscritto il 10 febbraio 1947 prevedeva anche per l’Italia l’arresto dei presunti criminali di guerra e l’estradizione verso i paesi che ne avessero fatto richiesta. Con un’abile strategia diplomatica il governo italiano riuscì tuttavia a dilazionare e poi evitare la consegna dei circa 1.100 inquisiti nei paesi che avevano subìto le occupazioni fasciste. Le autorità postbelliche ritenevano soprattutto essenziale evitare di giudicare i militari accusati di crimini di guerra commessi in paesi divenuti poi socialisti, come nel caso della Jugoslavia. E così, con l’inizio della Guerra fredda, il rapido mutamento dei rapporti internazionali e il supporto essenziale dalle potenze occidentali, il giudizio e l’eventuale punizione di questi criminali sfumò per sempre. Contemporaneamente le autorità italiane rinunciavano a pretendere la consegna dei tedeschi responsabili di stragi sul nostro territorio. Quelle indagini, frettolosamente archiviate negli anni Cinquanta, sono poi tornate alla ribalta solo nel 1994 con la riapertura del cosiddetto “armadio della vergogna”.
In assenza di estradizioni, i pochi procedimenti per crimini di guerra portati a compimento nei primi anni dopo il conflitto riguardano individui arrestati dalle truppe di liberazione nei territori precedentemente invasi oppure inquisiti dalle autorità d’occupazione alleate in Italia. Fra questi ultimi spicca il caso di Nicola Bellomo, uno dei pochi generali che aveva preso una ferma posizione antinazista dopo l’Armistizio, difendendo con successo il porto di Bari e consegnandolo intatto alle forze alleate. Processato per la morte di un prigioniero di guerra inglese avvenuta sotto il suo comando qualche anno prima, Bellomo venne condannato a morte e fucilato nel settembre del 1945.
Non solo i crimini di guerra compiuti durante tutto il Ventennio non sono stati perseguiti, ma anche il processo di epurazione dell’apparato di potere fascista è stato in Italia rapido e lacunoso. Le Corti d’assise straordinarie istituite nel dopoguerra hanno condannato in totale 5.928 persone, di cui 91 giustiziate. Si trattava però di crimini di “collaborazionismo” con i tedeschi, compiuti dunque negli ultimi due anni di guerra, e non riguardavano reati commessi in precedenza. Molti dei condannati hanno poi approfittato della cosiddetta “amnistia Togliatti”, emanata dall’allora ministro della Giustizia il 22 giugno 1946, e sono stati scarcerati dopo pochi mesi. In compenso, nel decennio successivo centinaia di partigiani sono stati perseguiti per azioni compiute durante la lotta di Liberazione, derubricate a reati comuni. In sostanza nel 1954 gli ex partigiani in prigione per crimini di guerra erano circa il doppio degli ex fascisti. Nel frattempo, in nome della “continuità dello Stato”, molti funzionari del regime erano tornati a ricoprire incarichi di potere nell’esercito, nella magistratura, nella polizia e in generale in tutti gli organi amministrativi.
La diversa posizione assunta dall’Italia nei due anni finali del conflitto, il contributo della Resistenza e la cobelligeranza dell’esercito del Sud possono spiegare in parte queste dinamiche. A tutto ciò si deve aggiungere il nuovo contesto geostrategico del dopoguerra, la collocazione dell’Italia lungo la Cortina di Ferro e il timore rappresentato dallo straordinario consenso raggiunto dal Partito comunista italiano grazie al suo ruolo egemone durante la guerra di Liberazione. Nell’ambito della violenta contrapposizione ideologica della Guerra fredda, la classe dirigente dell’epoca e gli stessi alleati occidentali ritenevano molto più urgente contrastare il comunismo piuttosto che condannare i fascisti sconfitti. Appariva anzi necessario creare un ampio fronte politico e sociale che includesse alcuni dei protagonisti della stagione precedente, il cui schieramento ideologico era inequivocabilmente anticomunista.
Il sostanziale fallimento del processo di epurazione, la mancata condanna delle gerarchie fasciste, il predominio politico e culturale dell’opzione anticomunista nel dopoguerra hanno contribuito alla rimozione delle responsabilità della classe dirigente italiana del Ventennio. Fin dai primi anni del dopoguerra il regime fascista è stato rappresentato nei mass media mainstream come una dittatura soft, poco repressiva, per di più sostenuta da un consenso di massa. Al tempo stesso la mancata estradizione degli indagati per crimini commessi all’estero ha contribuito a scagionare l’esercito da ogni responsabilità e a rafforzare il mito degli “italiani brava gente”. Si tratta di una narrazione autoconsolatoria, secondo la quale i militari italiani si sarebbero comportati ovunque civilmente, in maniera umana, mai brutale, mentre avrebbero subìto a loro volta violenze e soprusi da parte di altri contendenti: i partigiani dei territori occupati e i nazisti dopo l’Armistizio. Questa costruzione simbolica, supportata da intellettuali e politici di tutti gli schieramenti, aveva l’intento di ricompattare un paese devastato dalla guerra (anche civile), ma si è rapidamente imposta come uno dei pilastri della nostra identità nazionale, ed è tuttora predominante nell’immaginario collettivo.
A questo stereotipo così radicato contribuisce la quasi totale rimozione dei crimini di guerra commessi dagli italiani durante l’epoca fascista. Blocchi psicologici, meccanismi di autoassoluzione, necessità di scagionare alcuni individui di potere direttamente coinvolti, esigenze economiche e sociali legate alla ricostruzione e alla pacificazione nazionale, logiche politiche della Guerra fredda e dell’anticomunismo possono spiegare questo oblio nei primi decenni del dopoguerra. Ma la rimozione è durata per un’intera epoca storica, voluta e incentivata da tutti i governi che si sono succeduti alla guida del paese. È soprattutto emblematica la difficoltà di accettare il passato coloniale, con i suoi crimini atroci, in parte precedenti al fascismo. Significative in questo senso sono le vicende di due film: Il leone del deserto, un kolossal libico del 1980 sull’eroe della Resistenza, Omar al-Mukhtar, che venne proibito dalla censura italiana perché lesivo dell’onore dell’esercito; e Fascist Legacy, un documentario della BBC prodotto nel 1989, acquistato ma mai trasmesso dalla Rai. Quest’ultimo lavoro, molto documentato e prodotto con la collaborazione dei migliori storici dell’epoca, è andato in onda su una tv privata a molti anni di distanza ed è oggi disponibile online, ma resta sostanzialmente sconosciuto all’opinione pubblica.
Con la fine della Guerra fredda e il crollo del sistema politico di stampo sovietico in Europa, la condanna delle responsabilità storiche del “comunismo reale” ha ulteriormente oscurato i crimini fascisti. Anzi questo nuovo clima politico ha portato con sé una crescente critica a tutto il fronte antifascista di cui i comunisti facevano parte. Nel discorso pubblico le violenze fasciste e antifasciste sono state progressivamente equiparate (con l’insistenza retorica sulla “resa dei conti” e il “sangue dei vinti”), ma in definitiva solamente le seconde hanno subìto un processo di condanna politica e morale, mentre le prime restano poco conosciute e continuano ad essere giustificate o relativizzate.
Non solo l’Italia non ha dunque rispettato le clausole previste dal trattato di pace del 10 febbraio 1947, ma quella data non è diventata una occasione di festa, come sarebbe stato logico, per la fine del peggiore conflitto della storia. Anzi, per quanto possa sembrare assurdo, è oggi in Italia una giornata di lutto: il Giorno del Ricordo delle “vittime delle foibe e dell’esodo”, istituito nel 2004 con una legge fortemente voluta dagli eredi politici del partito neofascista fondato da molti ex criminali di guerra nel 1946. L’uso ideologico e strumentale della vicenda delle foibe è infatti particolarmente emblematico di questo capovolgimento di prospettiva nell’approccio pubblico alla memoria della seconda guerra mondiale. In questo caso la condanna istituzionale è totalmente rivolta alla Resistenza, mentre nessun riferimento viene fatto, nel testo della legge istitutiva, alle precedenti politiche oppressive fasciste né alle stragi dell’esercito italiano in quegli stessi territori. Si giunge così al paradosso di capovolgere le responsabilità della guerra e il senso degli avvenimenti, rappresentando gli aggressori fascisti come vittime innocenti e i partigiani jugoslavi come colpevoli di un’invasione ai danni dell’Italia e di un piano di sterminio etno-nazionale.
Con estrema difficoltà e spesso dopo tanti anni dagli eventi, altri paesi hanno dimostrato di sapersi assumere la responsabilità dei propri errori storici, prendendo così le distanze da pratiche politiche e militari inaccettabili. Molto accidentato è stato il percorso della Germania, che pure viene spesso considerata un esempio virtuoso da imitare. Nonostante il processo di Norimberga, le molte condanne inflitte a gerarchi e comandanti militari e un processo di epurazione più efficace di quello italiano, anche la memoria pubblica tedesca ha fatto fatica a relazionarsi con i colossali crimini commessi durante l’epoca nazista. Per molti decenni prevaleva la percezione autoassolutoria di un popolo vittima del suo stesso regime, un immaginario che condannava un’ideologia criminale, ma assolveva l’esercito che avrebbe combattuto onorevolmente e con motivazioni patriottiche. La svolta in questo senso arriva negli anni Novanta, dopo la riunificazione delle due Germanie e la convergente necessità politica di rassicurare l’opinione pubblica mondiale, da una parte, e costruire una memoria condivisa da tutti i cittadini, dall’altra. I passaggi più rilevanti in questa direzione possono essere considerati lo scandalo prodotto dalla mostra itinerante sui crimini della Wehrmacht (Wehrmachtsausstellung) e il successo editoriale di libri come I volonterosi carnefici di Hitler e Uomini comuni, entrambi incentrati sull’attiva partecipazione di molti “normali” soldati e funzionari tedeschi alla Shoah. Oggi la Germania pare davvero aver preso coscienza dell’enormità dei crimini commessi da “volonterosi uomini comuni” in nome di una patria soggetta a un’ideologia criminale. Le visite scolastiche ad Auschwitz, le cerimonie istituzionali a Cefalonia e in altri luoghi della memoria delle stragi commesse dall’esercito tedesco, una narrazione della fine della guerra e dell’esodo di milioni di profughi dall’Europa dell’Est onesta e priva di revanscismi, sono solo alcuni degli elementi di un approccio al passato decisamente più corretto di quello italiano.
Altrettanto complesso e non privo di chiaroscuri è stato il percorso di acquisizione di responsabilità del Giappone, sulla cui memoria collettiva grava però in maniera devastante lo shock dei bombardamenti atomici di fine guerra. Buona parte dell’opinione pubblica giapponese ignora ancora oggi molti dei terribili crimini commessi negli anni Trenta e Quaranta, dagli esperimenti pseudoscientifici condotti sui prigionieri al massacro di Nanchino, fino al fenomeno delle comfort women rapite in Cina e Corea.
Anche in Europa ci sono approcci differenti al passato più oscuro dei diversi paesi, in particolare per quanto riguarda il ruolo delle forze collaborazioniste. Si va dal contesto francese, dove quel fenomeno è ancora condannato senza infingimenti, a paesi dove chi ha combattuto al fianco dei nazisti in funzione anticomunista viene oggi riabilitato e talvolta considerato alla stregua di un eroe nazionale (per esempio in Ucraina), fino a realtà come la Polonia dove esistono leggi censorie volte a stabilire una versione ufficiale degli aspetti più controversi del conflitto: le diverse Resistenze, la collaborazione con i nazisti, la persecuzione antiebraica.
Anche rispetto a episodi storici più recenti esistono approcci differenti nelle politiche della memoria dei fenomeni di violenza e di guerra civile. Particolarmente virtuoso è considerato l’esempio della Commissione per la verità e la riconciliazione voluta da Nelson Mandela per riappacificare il Sudafrica finalmente libero dall’Apartheid. Ma esistono politiche memoriali più ambigue, come quelle condotte dalla Spagna nei confronti dei crimini franchisti o da alcuni paesi sudamericani dopo la fine delle dittature sanguinarie degli anni Sessanta e Settanta.
Di fronte a questo ampio spettro di atteggiamenti, la politica memoriale italiana pare più allineata sulle posizioni delle democrazie considerate fragili e immature che su quelle dei paesi occidentali ritenuti più avanzati. Tentativi di censura, come per i film citati poco prima, la volontà di costruire “verità di stato” nazionaliste, come nel caso delle foibe, e il perdurante immaginario vittimista del “bravo italiano” sembrano caratterizzare il nostro paese. E certamente pesa come un macigno la mancanza di un riconoscimento ufficiale e istituzionale dei crimini commessi nel passato. Con l’eccezione significativa quanto paradossale dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi nella Libia di Gheddafi nel 2008, nessuna alta autorità dello Stato ha mai riconosciuto ufficialmente le responsabilità dell’Italia per le violenze commesse in ambito coloniale. Ma nessuno ha mai chiesto scusa né mostrato interesse o rispetto nemmeno verso le vittime dei territori occupati sul nostro continente, molti dei quali, come Francia, Grecia, Slovenia e Croazia, fanno oggi parte dell’Unione europea. Eppure si tratta di fenomeni storici abnormi e pare impossibile che una moderna democrazia possa continuare a ignorarli.
In termini psicoanalitici questo atteggiamento può essere definito “l’elefante nella stanza” (dall’inglese, elephant in the room): un trauma irrisolto, ignorato, col quale ci si rifiuta di confrontarsi, che condiziona la crescita di un individuo, lo rende per sempre bambino, incapace di crescere, di imparare dai propri sbagli, di diventare maturo e responsabile. In questo caso è un paese intero, l’Italia, che si confronta con il suo passato come un bambino viziato e capriccioso, che rifiuta di ammettere i propri errori e pretende di essere considerato sempre innocente. Col passare dei decenni il paese è cresciuto, ma non sembra maturato. Perché nessuno ha mai avuto il coraggio di spiegare all’Italia che quand’era fascista ha commesso gravi crimini, e che sarebbe ora di riconoscerli e di chiedere scusa.
Questo libro vorrebbe dunque contribuire al riconoscimento istituzionale di quei crimini. Ma prima di tutto vorrebbe contribuire alla conoscenza e alla diffusione della consapevolezza di quelle tragedie nell’opinione pubblica italiana. Molto è stato scritto su questo tema, grazie a studiosi che hanno affrontato con onestà e coraggio il tema delle occupazioni militari italiane in epoca fascista. Essi si sono confrontati con difficoltà concrete di vario tipo: la competenza linguistica necessaria all’utilizzo di fonti provenienti dai paesi invasi, la reticenza e l’approccio autoassolutorio di molta memorialistica, gli ostacoli frapposti dalle istituzioni archivistiche militari e non solo. Per molti decenni, ad esempio, le fonti riguardanti il colonialismo italiano sono state monopolizzate dal Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, istituito nel 1952 con intenti evidentemente auto-apologetici. Infine, non si possono dimenticare le difficoltà accademiche, politiche e mediatiche che tali studiosi hanno dovuto affrontare nel corso del loro lavoro. La scarsa considerazione prestata alle preziose ricerche di Giorgio Rochat, Nicola Labanca o Teodoro Sala, le aspre polemiche che hanno accolto i volumi più divulgativi di Angelo Del Boca, fino alle difficoltà di carriera incontrate dai ricercatori della generazione successiva come Matteo Dominioni, Paolo Fonzi, Davide Conti e il sottoscritto sono spie di una resistenza verso la conoscenza della realtà fattuale da parte del mondo accademico, dei mass media e della società in generale. Oggi possiamo dire che, grazie al lavoro costante e coraggioso di questi e altri studiosi, i crimini di guerra fascisti sono usciti dall’oblio: libri, mostre, spettacoli teatrali, documentari, programmi televisivi, siti web contribuiscono a diffondere la conoscenza di questo tema. Tuttavia tale conoscenza rimane confinata in ambienti elitari e fatica a farsi spazio in uno terreno politico-mediatico ancora dominato da un immaginario vittimista.
Il libro che state leggendo vuole essere dunque un omaggio alla fatica di tanti studiosi che mi hanno preceduto e al tempo stesso un invito rivolto alla comunità dei lettori per provare a confrontarsi con questa storia adottando uno sguardo nuovo, attuale, scevro da pregiudizi ideologici e morali. Io non sono né un giudice né un prete, il mio compito non è quello di giudicare, condannare o assolvere nessuno. Il mio dovere, da storico, è quello di capire, spiegare, offrire strumenti per comprendere il passato ed eventualmente contribuire a migliorare la società futura. Non è dunque mia intenzione contrapporre allo stereotipo del “bravo italiano” una “galleria degli orrori” per mostrare la brutalità dei nostri connazionali. Né si tratta di rifare oggi, a distanza di ottant’anni, i processi mai celebrati all’epoca, o di spiegare ancora una volta perché la giustizia non ha fatto il suo corso a tempo debito. Lo scopo di questo libro è piuttosto quello di interrogarsi sulle ragioni, sulla mentalità, sui condizionamenti sociali che hanno spinto tanti (troppi) italiani a prendere parte a quei crimini. Militari e dirigenti politici, generali e soldati, funzionari, poliziotti, intellettuali hanno condiviso il modello politico fascista e hanno commesso crimini in nome di quei valori e per conto di quel regime. La domanda che intendo pormi non è se tali individui fossero realmente dei criminali, ma perché hanno commesso crimini, dato che non erano criminali. Queste persone infatti non facevano i ladri, i rapinatori o i killer di mestiere; alcuni erano ufficiali di carriera, professionisti della guerra, ma la maggioranza era composta da gente comune mandata al massacro e a massacrare. E hanno fatto proprio questo: massacrare (anche) civili inermi. Perché? Cosa li ha spinti a diventare criminali? Cosa li ha spinti a infrangere non solo le leggi di guerra, ma anche la legge morale, quel senso di solidarietà umana che probabilmente condividevano con le loro vittime? È tutta colpa del contesto di violenza in cui si trovavano a operare, come molti di loro hanno sostenuto in seguito, o c’è qualcosa di più dietro i loro comportamenti? E come mettere in relazione tali attività con analoghe operazioni repressive condotte dalle forze d’occupazione in ogni contesto di guerra? C’è qualcosa di speciale, di unico, nelle violenze commesse dagli italiani negli anni del fascismo?
Eric Gobetti
Questo libro è dedicato alle vicende di quegli uomini e vuole provare a dare una spiegazione storica al loro operato. Non per attribuire responsabilità collettive né tantomeno per giustificare singoli criminali e le violenze da essi commesse. Ma per cercare di comprenderle nel contesto storico, geografico, politico e bellico che li circondava, per trovare una spiegazione a tanta banale, quotidiana crudeltà. Molti di questi uomini sono stati infatti banali carnefici, ma al tempo stesso anche vittime. Vittime della guerra, vittime di un’ideologia, di un pensiero politico e culturale; vittime, in definitiva, anche di se stessi. Una condanna in tribunale, una condanna politica di quel sistema di valori, una presa di distanza istituzionale da quei crimini avrebbe perlomeno reso queste persone consapevoli della gravità dei propri comportamenti. Ma non è stato così. Tranne rari e virtuosi esempi, gli italiani che hanno preso parte alle guerre fasciste hanno conservato anche in seguito la sensazione d’innocenza, l’idea di non aver commesso nulla di male, di non essersi macchiati di alcun crimine, di essere stati anzi vittime. Tutto ciò di fronte all’evidenza dei fatti.
Ovviamente le responsabilità sono diverse – ne parleremo –, i generali che davano ordini criminali sono certo più colpevoli di chi era spinto dal sistema gerarchico ad eseguirli. E poi ci sono gli innocenti o coloro che consapevolmente cercarono di opporsi a quelle pratiche violente. È vero, la società italiana in quegli anni era in gran parte fascista, imbevuta di idee razziste e nazionaliste, favorevole ai progetti imperiali e coloniali. Ma c’erano anche i dubbiosi, gli indecisi, addirittura i contrari. In una società strutturalmente violenta e rigidamente conformista, in cui prevaleva il senso della disciplina e il rispetto delle regole imposte dall’alto, c’era chi remava contro. Non solo gli antifascisti, spesso in carcere, in esilio o al confino. Anche nei territori in guerra c’era chi, a rischio della vita, denunciava, criticava, cercava di limitare i danni, offriva aiuto e conforto alle vittime o addirittura sceglieva di schierarsi dalla parte di chi combatteva l’esercito invasore. Ecco, insieme ai carnefici e alle vittime, in questo libro parleremo anche di quegli individui, coloro che potremmo definire i “giusti”, che hanno contrastato il sistema criminale fascista.
Nel raccontare questa storia di violenza attraverso i percorsi biografici di alcuni dei protagonisti, si è scelto di partire dall’ultima delle imprese fasciste, laddove il fallimento del regime e del suo esercito si è mostrato in maniera più evidente: l’invasione della Jugoslavia. È un punto d’osservazione significativo, direi emblematico. La Jugoslavia è un terreno di espansione fondamentale per il regime fascista, da un punto di vista simbolico, politico e militare. Qui viene applicata compiutamente una strategia repressiva già sperimentata in ambito coloniale; qui metodi quali la deportazione e l’internamento, il saccheggio e la devastazione, la cattura di ostaggi e la rappresaglia raggiungono la loro applicazione più ampia, in termini numerici, ma soprattutto come codificazione, come regola.
Nei teatri coloniali i crimini commessi dall’esercito italiano sono certamente più gravi, l’intensità della violenza è maggiore, il cinismo degli esecutori più evidente. Il fatto che tali crimini siano avvenuti lontano dall’Italia e fuori dall’Europa, ai danni di popolazioni culturalmente differenti non li rende meno gravi. Eppure consente psicologicamente di attribuirli non solo a un’altra epoca, ma a un altro mondo, uno spazio estraneo alla nostra autopercezione nazionale. Lo stesso non si può dire dei territori occupati oltre Adriatico. I crimini fascisti in Jugoslavia vengono compiuti nel cuore dell’Europa, a un passo dall’Italia. Anzi, in alcuni casi, addirittura all’interno dei confini italiani dell’epoca, in terre che oggi, nella retorica politica neonazionalista, si vorrebbero rivendicare come appartenenti alla madrepatria. Tanti luoghi della memoria delle violenze italiane si trovano a pochi minuti di macchina da Trieste. Quei crimini non sono solo un “elefante nella stanza”: sono l’elefante dentrola nostra stanza. Non possiamo ignorarli.
Eppure ci riusciamo benissimo. Nella memoria pubblica quei crimini sono caduti rapidamente nell’oblio, assenti nella cinematografia, nella divulgazione televisiva, nella manualistica scolastica e soprattutto nelle politiche memoriali. Non c’è mai stato un riconoscimento ufficiale delle violenze commesse dagli italiani in Jugoslavia e nessun importante rappresentante delle istituzioni repubblicane ha mai fatto visita al campo di concentramento di Arbe, per fare un esempio fra i tanti, forse il più ovvio. La sovraesposizione mediatica della vicenda delle foibe ha poi favorito, negli ultimi vent’anni, un vero corto circuito memoriale, per il quale i fascisti invasori finiscono per essere identificati con le vittime inermi delle foibe, giustificando così gli aggressori e condannando gli aggrediti. I crimini commessi in Jugoslavia rappresentano dunque un buon punto di partenza, anche perché contribuiscono a scardinare un immaginario vittimista costruito proprio sull’oblio di quegli stessi crimini.
La psicoanalisi insegna che non è mai tardi per affrontare un trauma, e con questo libro possiamo provare a farlo insieme. Viaggiando nell’inferno del passato del nostro paese, confrontandoci con le responsabilità italiane, per identificare le colpe individuali e comprendere i meccanismi collettivi di esclusione, guerra e violenza. Non spetta a me fare processi, lo ripeto. Mi limito a mostrare i crimini compiuti in nome dell’Italia in quei drammatici decenni e a cercare di capire perché sono stati commessi. Senza assolvere né condannare gli uomini. Ma cercando di capire quali idee li animavano, li spingevano al crimine. Le idee sì, le possiamo, le dobbiamo condannare. Perché quelle idee, se considerate innocenti, rischiano di tornare alla ribalta, e spingere noi oggi, i nostri figli o i nostri nipoti domani, a commettere nuove prevaricazioni, nuove violenze, nuovi crimini.
1. Dall’Africa ai Balcani
Mi sembra di vederlo, pare un eroe. Ha sessantaquattro anni ma, «nonostante l’età, è nel pieno vigore delle sue forze, massiccio, alto, senza un capello grigio. Ha un occhio sicuro: a trenta metri, colpisce con la pistola una scatola di cerini». E se la cava pure con la spada, visto che in gioventù ha vinto diverse competizioni olimpiche in quella specialità. La descrizione agiografica del generale Alessandro Pirzio Biroli ricalca davvero l’immagine stereotipata del grande comandante militare.
Mi sembra di vederlo, dunque, dritto, robusto, sicuro di sé, mentre entra trionfante in Montenegro, alla fine di luglio del 1941, per assumere il comando delle sue truppe e condurre l’offensiva. È stato chiamato a risolvere un problema, il generale Pirzio Biroli, e ha tutta l’aria di volerlo affrontare con la massima decisione, costi quel che costi.
Il Montenegro è una regione della Jugoslavia meridionale, sulle coste orientali dell’Adriatico. Viene occupato dalle truppe italiane alla fine della campagna balcanica, nell’aprile del 1941, quando l’intervento tedesco salva l’Italia da una clamorosa sconfitta militare e conduce in pochi giorni alla resa della Jugoslavia e della Grecia. Gli italiani entrano in Montenegro a cose fatte, il 17 aprile, il giorno in cui l’esercito jugoslavo firma la resa. Le autorità fasciste assumono allora il controllo di circa un terzo della ex Jugoslavia: alcuni territori vengono annessi, altri attribuiti all’Albania già inclusa dal 1939 nel sistema di potere italiano, altri alla Croazia collaborazionista.
Per il Montenegro i dirigenti italiani hanno piani ambiziosi. Vorrebbero farne uno Stato indipendente unito all’Italia da un’unione dinastica grazie a Elena (ovvero Jelena), la moglie di Vittorio Emanuele III, una delle figlie dell’ex re montenegrino Nikola. È un piano che impiega per qualche settimana le migliori menti della diplomazia fascista, alla ricerca affannosa di un possibile erede della dinastia montenegrina che si dimostri però anche fedele all’Italia. «Non avrei mai pensato di bruciare tanto fosforo per un paese come il Montenegro», commenta sarcastico nel suo diario il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Per di più è uno sforzo che si rivela inutile. Alla fine tutti i possibili candidati rifiutano di prendere parte alla farsa e il Montenegro viene dichiarato un regno indipendente, ma senza un re e senza un reggente. Il fallimento appare evidente.
Per di più l’occupazione straniera, la mutilazione di alcune regioni a vantaggio dell’Albania e la presenza di migliaia di profughi provenienti dal Kosovo creano presto un clima di ribellione che non sfugge a Serafino Mazzolini, la massima autorità italiana presente nella nuova capitale, Cetinje. In occasione della cerimonia per l’indipendenza, nel luglio del 1941, il diplomatico scrive: «Quel che capita oggi al Montenegro è talmente grave che non so dissimularmi né posso dissimulare le incognite pericolose del domani. […] Ho tutto predisposto perché le apparenze diano la sensazione di totalitaria adesione. Spero e mi auguro che non ci siano sorprese. Ma la realtà è ben diversa», avverte, prima di concludere teatralmente: «Io sono un soldato e rimango sulla trincea». Il giorno dopo scoppia la prevista rivolta, che in breve si diffonde in tutto il paese.
Quello del Montenegro è dunque un caso da manuale, che si ripete molte volte nella storia: invasione, occupazione militare, tentativo di coinvolgere élite locali marginali, di fatto screditate dalla stessa collaborazione con l’invasore straniero, esplosione di una rivolta guidata da leader altrettanto minoritari ma carismatici e popolari. Seguirà una repressione spietata da parte dell’esercito occupante, che a sua volta porterà al rafforzamento e alla radicalizzazione della ribellione. La conseguenza finale è una carneficina: decine di migliaia di vittime, in gran parte civili. Alla conclusione del conflitto il Montenegro sarà il territorio più devastato della Jugoslavia, a sua volta uno dei paesi col maggior numero di morti durante la seconda guerra mondiale: circa un milione di caduti (su 15 milioni) è il risultato finale dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’Italia e dei suoi alleati.
Disperse in una miriade di piccoli presidi, colte di sorpresa dall’improvvisa rivolta, nel luglio del 1941 le truppe italiane si arrendono quasi ovunque. Sono 30.000 i ribelli, dicono gli storici, e nel giro di pochi giorni riescono a prendere il controllo di gran parte del territorio. «Se non avesse un profondo amaro significato, sarebbe grottesco: è in atto una guerra fra l’Italia e il Montenegro!», commenta ancora il ministro Ciano, quello che aveva sprecato tante energie, tanto “fosforo”, senza trovare una soluzione che soddisfacesse il desiderio dei Savoia di un regno legato all’Italia.
In una situazione che appare disperata, il Comando supremo decide di affidare la repressione a un generale di sicuro successo.
Erede di una famiglia con importanti tradizioni militari, figlio di un volontario garibaldino e padre a sua volta di un ufficiale di carriera che morirà nei giorni concitati del dopo-Armistizio in Albania, Alessandro Pirzio Biroli ha dedicato la vita all’esercito. Nato nel 1877, a undici anni è già in collegio militare a Roma. Prosegue poi gli studi all’Accademia di Modena: appena maggiorenne è sottotenente di un corpo d’élite come quello dei bersaglieri. È una storia comune, la sua. La storia di tanti ufficiali di carriera che hanno attraversato quegli anni a cavallo tra la fine del secolo e l’avvento del regime fascista. Uomini entrati fin da bambini nell’ingranaggio di un’istituzione “totale” come l’esercito, menti plagiate dal senso del dovere, dell’onore, del rispetto per la gerarchia prima e sopra ogni cosa. E dall’amore per una patria matrigna e violenta che tutto chiede e poco dà.
In quei primi decenni postunitari l’Italia opera ancora per il completamento dell’unità nazionale, puntando soprattutto verso est. Un obiettivo che pare ampiamente raggiunto e superato alla fine della Grande Guerra con l’annessione delle cosiddette terre irredente, ovvero località a maggioranza italiana come Trento e Trieste, ma anche province che hanno ben poco a che fare con l’identità nazionale, quali il Sudtirolo, l’Istria interna e una parte della Venezia Giulia. Ma come in altri casi, anche il nazionalismo italiano si nutre di un immaginario imperiale che va ben oltre la realtà e il rispetto del principio di autodeterminazione dei popoli. Fare grande l’Italia, edificare una patria forte ed egemone vuol dire prima di tutto far coincidere i suoi confini con quelli raggiunti in un mitico passato glorioso. Agli italiani vengono indicati due modelli a cui ispirarsi: l’Impero romano e la Serenissima repubblica di Venezia, sebbene ovviamente si tratti di esperienze storiche assolutamente non identificabili con la moderna idea di nazione. L’impegno di tanti intellettuali nazionalisti (tra cui archeologi, storici ed etnografi sono in prima linea) e la presenza di vestigia antiche e di piccole comunità italofone in molte località del bacino mediterraneo, dall’Istria a Tunisi, da Malta a Rodi, sembrano giustificare questi ambiziosi obiettivi. L’imposizione di un’egemonia sul Mare Nostrum diventerà da lì a poco anche uno dei pilastri dell’espansionismo fascista.
Nazionalismo, imperialismo, colonialismo e razzismo si intrecciano in quei decenni nel formare un’idea di patria violenta e aggressiva, capace di farsi rispettare dai forti e di dominare i deboli. In questa logica, l’Italia liberale opera anche per procurarsi “un posto al sole”, ovvero una terra africana da conquistare. Solo i grandi Stati hanno colonie, e il nuovo regno unitario vuole far parte di questa schiera. Anche per liberarsi dello stigma di paese mediterraneo e dunque inferiore (e in qualche modo “meticcio”), l’Italia ha bisogno dei “suoi neri”, sui quali imporre il proprio dominio, per essere riconosciuta a tutti gli effetti come nazione “bianca” ed essere ammessa a pieno titolo nel novero delle grandi potenze europee.
Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento il progetto coloniale coinvolge dunque l’intera società italiana. L’Africa è percepita come un territorio “vuoto” da occupare e verso cui indirizzare la propria popolazione in eccesso, i tanti emigranti che a milioni affollano i bastimenti in direzione delle Americhe. Nella logica razzista dell’epoca non è ammissibile che i popoli africani si governino autonomamente. Essi non sono umani come gli europei: fanno quasi parte del paesaggio e, al pari dei cammelli o degli elefanti, possono essere sfruttati come forza lavoro. La superiorità razziale dà diritto alla conquista, ma è anche percepita come un dovere: il dovere della civilizzazione, il cosiddetto “fardello dell’uomo bianco”. La percezione condivisa è quella di essere nel giusto, di operare per un bene superiore, un dovere morale e nazionale al tempo stesso. È in questo scenario, psicologico prima ancora che politico, che vanno inquadrate le guerre di conquista italiane di fine Ottocento e inizio Novecento (nel Corno d’Africa e poi in Tripolitania) e le occupazioni fasciste che, da lì a poco, devasteranno la Libia e l’Etiopia.
È sfortunato, però, Pirzio Biroli: cresciuto nel cuore della belle époque, durante un lungo periodo di pace mondiale, deve aspettare fino a trentacinque anni per combattere finalmente una guerra vera. Dopo un brevissimo impiego in Libia durante la guerra anti-ottomana del 1911-1912, finalmente arriva la Grande Guerra. Nel 1917 Pirzio Biroli è ufficiale di collegamento con le truppe serbe sul fronte di Salonicco, di nuovo, come pochi anni prima, contro l’esercito turco.
Finita la guerra, l’allora colonnello Pirzio Biroli viene inviato per cinque anni in Ecuador, a capo della missione militare italiana in quel paese. Data la lunga esperienza acquisita all’estero è considerato un esperto di tematiche extraeuropee, tanto che nel 1935 è destinato in Eritrea, per partecipare all’imminente offensiva contro l’Etiopia. Promosso generale, comanda il Corpo d’armata indigeno che raggruppa decine di migliaia di àscari, le truppe coloniali che affiancano l’esercito italiano durante l’invasione.
Per Pirzio Biroli è la grande occasione, nella quale può dimostrare finalmente le sue doti di condottiero. Come è noto, però, l’avanzata è più lenta del previsto e lo stesso neogenerale non riesce a distinguersi in maniera particolare. In definitiva gli italiani hanno la meglio sugli avversari solo grazie alla schiacciante superiorità tecnologica e all’uso massiccio e premeditato di armi chimiche proibite dalle convenzioni internazionali. Il successo personale di Pirzio Biroli è comunque straordinario, anche se dovuto soprattutto alla parentela con Alessandro Lessona, l’allora potente ministro delle Colonie. Dopo la vittoria contro l’esercito etiope, Pirzio Biroli viene soprannominato “il leone di Gondar”, dal nome della capitale della regione dell’Amara di cui diventa governatore. Ex atleta, ex campione di scherma, esaltato dalla propaganda e omaggiato dai colleghi, Pirzio Biroli è l’unico generale a lasciare temporaneamente l’Africa per una trionfale tournée in Italia a base di ricevimenti e onorificenze. «Pirzio il leone, altissimo, quadrato, col profilo calmo incorniciato dalla folta criniera nera», lo descrive ispirato un suo giovane ufficiale, il futuro giornalista Indro Montanelli. A lui viene dedicato addirittura un libretto agiografico dal titolo: L’Etiopia liberata dal novello Alessandro: Pirzio Biroli. Poema eroico.
Ma il successo dura poco. Come poi accadrà in Montenegro e in molte altre località, anche in Etiopia la guerra non termina con la conquista di Addis Abeba e la proclamazione dell’Impero dal balcone di Palazzo Venezia. Nelle settimane e nei mesi successivi, la Resistenza non accenna a spegnersi e anzi si allarga e si diffonde in tutto il paese. La ribellione provoca una reazione sempre più violenta e spietata, in particolare dopo l’attentato al governatore Rodolfo Graziani, il 19 febbraio 1937. È in queste operazioni che il generale Pirzio Biroli acquisisce la sua fama di comandante inflessibile: ordina di fucilare i partigiani etiopi catturati, impiccare pubblicamente i comandanti, radere al suolo «i paesi che hanno fatto causa comune con i ribelli». Il “leone” Pirzio Biroli si distingue anche nell’utilizzo delle armi chimiche, ad esempio l’iprite nel dicembre 1937. Si tratta di una delle sue ultime operazioni in Etiopia: pochi giorni dopo il generale viene rimosso dall’incarico e rimpatriato.
L’invasione dell’Etiopia e la violenta campagna di conquista provocano reazioni negative in tutto il mondo e l’isolamento internazionale dell’Italia finisce per favorire l’avvicinamento alla Germania nazista; un’alleanza che è comunque la naturale conseguenza dei modelli politici adottati dai rispettivi paesi. Anche il fronte antifascista e anticolonialista non resta a guardare, e il Komintern, l’Internazionale comunista guidata dall’Unione Sovietica, decide di inviare in Etiopia alcuni suoi rappresentanti. Il leader del gruppo si chiama Ilio Barontini. Livornese, tra i fondatori del partito comunista italiano, esule in Francia dopo la condanna da parte del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, negli anni Trenta Barontini diventa un militante internazionalista. Si forma in Urss, poi combatte in Cina nella resistenza antigiapponese con Mao Zedong e in Spagna nelle brigate internazionali. Alla fine del 1938 viene inviato in Etiopia con altri due attivisti. Per più di un anno opera al fianco dei partigiani etiopi, gli arbegnuoc, offrendo la sua esperienza come propagandista, organizzatore politico e comandante militare.
Rientrato in Italia nel 1943, Barontini è tra gli organizzatori della resistenza armata in diverse città del Nord Italia, tra cui Milano, Torino e Bologna. Il suo principale avversario militare è nuovamente Rodolfo Graziani, l’ex governatore dell’Etiopia, ora comandante dell’esercito della Repubblica sociale italiana di Mussolini. Processato per i soli crimini commessi in Italia, nel dopoguerra Graziani sconta appena quattro mesi di carcere. Dopodiché aderisce al primo partito neofascista, il Movimento sociale italiano (Msi), e nel 1953 ne diventa presidente onorario. Anche Barontini prosegue l’attività politica come parlamentare, ovviamente nel Partito comunista italiano (Pci), ma muore in un incidente stradale nel 1951, a soli sessant’anni. Per tutta la vita ha agito in una prospettiva internazionalista, opposta a quella dei generali fascisti: la sua esperienza e quella di altri personaggi altrettanto straordinari dimostrano come anche allora fosse possibile pensare e agire in termini non razzisti e solidali verso i popoli aggrediti e oppressi.
Nonostante le illustri parentele e le buone amicizie, dopo il trasferimento dall’Etiopia Pirzio Biroli viene tenuto ai margini per qualche anno. Nell’estate del 1941 si trova in Albania, un fronte minore, con compiti di presidio. È da Tirana infatti che lancia il suo proclama alle truppe che dovranno partecipare alla riconquista del Montenegro. «La repressione deve essere di estremo rigore e di esemplarità solenne, ma senza carattere di rappresaglia e senza inutile crudeltà», annuncia il 15 luglio. Ma cosa prevede di preciso quell’operazione? E che bisogno c’è di escludere testualmente la “crudeltà” dall’attività prevista per le truppe italiane nei giorni successivi?
Come generale, Pirzio Biroli ha pochissima esperienza di guerre tradizionali, non ha praticamente mai guidato un’unità militare contro un esercito moderno di pari forza. In compenso può essere considerato un esperto di guerra asimmetrica, come si direbbe oggi: ha comandato una grande unità coloniale contro l’esercito etiope armato in maniera antiquata, ma soprattutto ha sperimentato sul campo ogni metodo repressivo per sconfiggere la resistenza all’occupazione. È questo il biglietto da visita di Alessandro Pirzio Biroli, è così che si è costruito la sua fama di vincente: non con brillanti operazioni militari, ma grazie allo spietato uso di metodi repressivi contrari alla morale e alle leggi internazionali. A quanto pare il Comando supremo ritiene che sia questa la strategia più adatta anche al Montenegro: è l’uomo giusto al posto giusto, insomma.
Nel 1941 l’esercito italiano non ha ancora adottato organiche strategie di controguerriglia. Non c’è stata un’elaborazione formale per questo tipo di guerra, né corsi specifici nelle accademie militari e nemmeno sono stati pubblicati manuali o normative generali. Pirzio Biroli si affida allora all’esperienza maturata dall’esercito italiano in ambito coloniale, di cui lui stesso è stato uno dei protagonisti. Ma è davvero possibile applicare le stesse strategie repressive in Europa?
È ancora aperta la discussione storiografica su quanto le occupazioni militari italiane nei Balcani possano essere considerate in continuità con le precedenti esperienze coloniali. Le similitudini, specialmente nelle pratiche repressive, sono evidenti e più volte sottolineate dagli stessi protagonisti, molti dei quali, peraltro, operano in entrambi gli scenari: oltre a Pirzio Biroli e a Carlo Geloso, governatore italiano della Grecia, ben quattro comandanti di corpo d’armata e molti generali di divisione in Jugoslavia avevano fatto carriera in Africa. Un elemento che sembra accomunare i diversi territori occupati è certamente la prospettiva di dominio assoluto: in tutti questi contesti infatti non si tratta di sconfiggere un esercito nemico, bensì di sottomettere l’intera popolazione, renderla schiava e dipendente dagli invasori. In tale logica tutti gli abitanti sono percepiti come possibili nemici e potenzialmente solidali con la Resistenza, a meno che non dimostrino il contrario, collaborando apertamente con gli occupanti.
Ma ci sono anche evidenti differenze. Il presupposto essenziale delle operazioni coloniali è la presunzione di una netta superiorità razziale rispetto ai popoli oppressi. È quella concezione, profondamente interiorizzata e condivisa dalla maggioranza degli europei, che consente di adottare metodi spietati e “inumani” nei confronti delle popolazioni africane che si ribellano all’invasione. L’internamento di massa, i ripetuti massacri, l’eliminazione di specifiche categorie di individui, le persecuzioni contro interi gruppi etnici hanno fatto parlare, in relazione alle guerre coloniali, di vere e proprie pratiche genocidarie. Documenti e testimonianze sembrano confermare tale ipotesi. Scrive, ad esempio, il maresciallo Pietro Badoglio ordinando le deportazioni della popolazione libica il 20 giugno 1930: «Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via è tracciata e noi dobbiamo proseguirla sino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica».
In una prospettiva simile operano gli italiani in Etiopia. È appena terminata la campagna di conquista quando Mussolini comanda di «condurre sistematicamente la politica del terrore e dello sterminio». Un anno dopo, il viceré Rodolfo Graziani ribadisce «la necessità di perdere ogni carità e sentimentalismo nei riguardi degli Amara», il gruppo etnico maggioritario: «Eliminarli, eliminarli, eliminarli, come dal primo giorno che ho assunto il mio ufficio vado predicando contro tutte le illusioni altrui». Dopo l’attentato subìto il 19 febbraio 1937, lo stesso governatore ordina l’annientamento dell’intera élite culturale del paese, colpendo in particolare alcune categorie di individui: gli intellettuali, gli indovini (colpevoli, secondo gli italiani, di aizzare la popolazione contro gli invasori) e i leader religiosi copti. Questi ultimi, nelle parole di Graziani, avrebbero dovuto desistere «dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti». È in questo contesto che avviene forse il più grave eccidio di religiosi cristiani della storia moderna. Il 21 maggio 1937 uno dei simboli della Chiesa nazionale etiope, il monastero di Debre Libanos, viene preso d’assalto dalle truppe italiane: nei giorni successivi circa 2.000 religiosi vengono uccisi a sangue freddo. Non è l’unico caso; le uccisioni proseguono anche dopo, ed è lo stesso Graziani a elogiare Pirzio Biroli per aver ordinato l’impiccagione di venti etiopi e la fucilazione di quattro preti copti: «Bene ha fatto Sua Eccellenza Pirzio Biroli ad imitare l’esempio di Debre Libanos», scrive il governatore dell’Etiopia in quell’occasione.
L’autore Eric Gobetti
Eric Gobetti
Eric Gobetti è uno storico freelance, studioso di fascismo, seconda guerra mondiale, Resistenza e storia della Jugoslavia nel Novecento. Autore dei documentari Partizani e Sarajevo Rewind e di diverse monografie, è esperto in divulgazione storica e politiche della memoria. Per Laterza ha pubblicato Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943) (2013), nella serie “Fact Checking”, E allora le foibe? (2021) e I carnefici del Duce (2023).
Edizione: 2023 Pagine: 192 Collana: i Robinson / Letture ISBN carta: 9788858151396 ISBN digitale: 9788858152775 Argomenti: Storia contemporanea, S
Giuseppe Fenoglio detto Beppe è stato uno scrittore, partigiano
1 marzo 1922 nasce Giuseppe Fenoglio detto Beppe, partigiano scrittore. Studente universitario, nel 1943 si trovava a Roma come allievo ufficiale dell’Esercito. All’armistizio tornò nella sua città natale. Quando Enrico Martini Mauri organizzò le formazioni partigiane Autonome, vi aderì con entusiasmo, assumendo il ruolo di ufficiale di collegamento. Fenoglio partecipò alla guerra di liberazione nelle Langhe e fu tra i partigiani che il 10 ottobre del 1944 entrarono in Alba, proclamando una repubblica antifascista che durò 23 giorni. Nel dopoguerra, Fenoglio visse lavorando come impiegato in un’azienda locale e scrivendo libri e racconti, in gran parte ispirati alla Resistenza e alcuni dei quali usciti postumi. Tra le sue opere: “I ventitré giorni della città di Alba” (Torino 1952), “La malora” (Torino 1954), “Primavera di bellezza” (Milano 1959), “Un giorno di fuoco” (Milano 1963), “Il partigiano Johnny” (Torino 1968), “La paga del sabato” (Torino 1969). Da “Il partigiano Johnny”, il regista Guido Chiesa ha tratto il film dal titolo omonimo presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2000. Il 10 marzo 2005, all’Università di Torino, a Beppe Fenoglio è stata conferita la laurea “honoris causa” in Lettere alla memoria.
Opere
I ventitré giorni della città di Alba, Einaudi, Torino, 1952
Laurea Honoris Causa in Lettere (postuma) – 2005 – nastrino per uniforme ordinaria Laurea Honoris Causa in Lettere (postuma) – 2005
«la Facoltà propone che a Beppe Fenoglio, scrittore che già annoveriamo tra i “classici”, e certamente tra i massimi del Novecento, venga com’era sua speranza “portata a casa” (post mortem) la laurea in Lettere, a riconoscimento della sua grandezza assoluta[10]»
Francesco Comina “La lama e la croce”- Libreria Editrice vaticana
DESCRIZIONE
Inchiesta, a metà tra indagine giornalistica e reportage storico, per conoscere da vicino alcuni dei cristiani che si opposero al nazismo fino al sacrificio della vita. Alcuni di questi sono diventati noti sia dentro che fuori la Chiesa – i beati Franz Jägerstätter e Josef-Mayr-Nusser; altri sono ancora sconosciuti come il giovanissimo Walter Klingenbeck, ghigliottinato nel 1943, oppure poco note al grande pubblico come Eva Buch, Max Josef Metzger, Maria Terwiel e Heinrich Dalla Rosa. Questo libro offre al lettore la possibilità di conoscere da vicino figure straordinarie che hanno seguito la voce della coscienza nel buio dell’epoca nazista, perchè illuminate dall’esempio di Cristo.
Francesco Comina “La lama e la croce”- Libreria Editrice vaticana
Il martirio di cattolici che sfidarono Hitler in nome della coscienza-Articolo di Eugenio Bonanata –
S’intitola ‘La lama e la croce’ il nuovo libro del giornalista Francesco Comina, pubblicato dalla Libreria Editrice vaticana, che narra le vicende di alcune persone decapitate per essersi opposte al nazismo sotto la spinta del Vangelo. “Sono storie da raccontare ai giovani affinché si facciano interpreti di una memoria viva”
Eugenio Bonanata –
Si sono consumate soprattutto nella Germania nazista le storie che il giornalista e scrittore Francesco Comina racconta nel suo ultimo libro “La lama e la croce”, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana. “Le vicende e il martirio di cattolici che sfidarono Hitler in nome della coscienza”, recita il sottotitolo chiarendo il contesto della narrazione. “Si tratta di religiosi, laici, giovani, donne che hanno avuto il coraggio di dire un secco “no” a quel sistema”, precisa l’autore. “Hanno agito – soggiunge – in nome di una fede e di un Vangelo gettato nei bassifondi della storia”.
Eroi sconosciuti alla storia
Alcuni nomi sono diventati abbastanza noti. Tra questi ci sono il contadino austriaco Franz Jägerstätter e il membro dell’Azione Cattolica tedesca Josef Mayr-Nusser, entrambi beatificati dalla Chiesa. Ma sono centinaia o forse migliaia quelli che restano tuttora nell’ombra: “Storie ancora sepolte nella memoria dell’antinazismo in Germania”, sottolinea Comina, riflettendo su cosa abbia originato questa sorta di oblio. “È una domanda che da intellettuali ci stiamo ponendo”, spiega. “Alcune vicende, come quelle del gruppo di resistenza ‘Rosa Bianca’, hanno avuto la fortuna di incrociare intellettuali di primo piano del calibro di Romano Guardini e Thomas Mann. Altri invece non hanno trovato persone che si sono occupate di loro e quindi c’è una memoria ancora molto da coltivare, da studiare, da interpretare e da indagare. Questo – ripete – penso sia il compito per gli storici del nostro presente”.
Seguendo i criteri dell’inchiesta e del racconto, l’autore ha indagato su queste storie a partire da diverse pubblicazioni. “Ho raccolto tutto da fonti tedesche, come opuscoli e libretti. È stato un lavoro di scavo: sono andato a cercare tra documenti già usciti, ma sempre per piccole cerchie, mai tradotti in italiano, e quindi in gran parte sconosciuti”. In questo modo è emerso più chiaramente il carisma di alcuni sacerdoti che vennero ghigliottinati: il prete pacifista Max Josef Mezger e il religioso pallottino Franz Reinish. In modo del tutto casuale, invece, si è innescata la conoscenza di don Heinrich Dalla Rosa, prete antinazista nativo di Lana in provincia di Bolzano anche lui decapitato (in Austria nel 1945) per la sua opposizione al regime. “Entrando in una Chiesa vicino a Merano – spiega Comina – ho visto che c’era una targa che commemorava questa figura e quindi sono andato alla ricerca. Ma in Alto Adige non si conosce quasi nulla di questa storia”.
Fede e schiena dritta
Le testimonianze sono tutte molto forti. “L’elemento che le accomuna – prosegue l’autore – è il fatto di aver messo al primo posto la difesa della propria coscienza e dei valori della fede”. Lo dice chiaramente la biografia di una delle donne narrate nel libro, Eva-Maria Buch, ventunenne di Berlino finita sul patibolo con alcune sue compagne per la loro attività di resistenza in seno all’organizzazione etichettata dai nazisti con il termine di ‘Rote Kapelle’ (Orchestra rossa). “La giovane – dichiara lo scrittore – continua a ripetere le Beatitudini e il valore della gratitudine mentre va incontro al boia. E in una lettera ai genitori scrive di morire felice per aver vissuto con dignità e coraggio questa storia, affermando anche di essere pronta a rifare tutto ciò che ha fatto”.
Con lo sguardo ai giovani
Il volume assume un significato particolare in vista della Giornata della Memoria 2024. Comina guarda in particolare alle nuove generazioni parlando del tour di presentazione del volume che toccherà diverse città, a partire dal Trentino e dal Veneto. “Sono storie da raccontare soprattutto ai giovani – dice – perché si facciano interpreti e promotori di una memoria viva”. Il messaggio è chiaro: occorre far sapere che nell’epoca buia del nazismo ci sono state persone – tanti erano giovani – che hanno sentito il radicale scollamento tra la realtà e il Vangelo. “Hanno vissuto totalmente per gli altri, affermando con forza e coraggio civile ‘la mia vita vale se vale la vita degli altri’. E hanno messo al primo posto una coscienza carica di valori testimoniando che davanti a leggi considerate ingiuste c’è il diritto di obiettare”. Spinti da “un Vangelo vissuto come prassi di liberazione dal male”, ripete Comina, sono “finiti sulla ghigliottina: la soluzione del regime di Hitler per eliminare le teste pensanti di un Paese.
Lo straniero (L’Étranger, Paris 1942)è un romanzo dello scrittore francese Albert Camus (1913-1960)caratterizzato dalle tematiche esistenzialiste: la storia di un delitto assurdo, l’assurdità del vivere e l’indifferenza del mondo. È considerato dal giornale francese Le Monde il miglior libro del XX secolo. La prima edizione italiana con la traduzione di Alberto Zevi. Cfr. Iccu.
Premio Nobel per la Letteratura nel 1957, scrittore difficilmente annoverabile ad una specifica corrente letteraria, Albert Camus nasce il 7 novembre 1913 in Algeria a Mondovi, oggi Dréan. Il padre, fornitore di uva per vinai locali, muore molto giovane durante la Prima guerra mondiale, nella battaglia della Marna, servendo “un paese che non era suo“, come Camus annoterà nel suo ultimo lavoro “Le premier homme”, incompiuto a causa della prematura scomparsa dell’autore. Il giovane Camus rimane con la madre e la nonna; la severità di quest’ultima rivestirà un ruolo molto importante nell’educazione di Albert. Camus spicca negli studi; il professore Jean Grenier, con il quale instaura un’importante amicizia, lo spinge verso l’ottenimento di una borsa di studio per la prestigiosa università di Algeri. La tubercolosi colpisce Albert Camus giovanissimo: la malattia purtroppo gli impedisce di frequentare i corsi e di continuare a giocare a calcio come portiere, attività sportiva nella quale eccelleva. Finirà gli studi da privatista laureandosi in Filosofia nel 1936.
Albert Camus
Nel 1934 aderisce al movimento comunista: la sua è più una presa di posizione in risposta alla guerra civile spagnola (1936-1939, che termierà con la dittatura di Francisco Franco) piuttosto che un reale interesse alle teorie marxiste; questo atteggiamento favorevole ma distaccato nei confronti delle ideologie comuniste, porterà Camus sovente al centro di discussioni con i colleghi; spesso oggetto di critiche, prenderà le distanze dalle azioni del partito, per lui poco utili al raggiungimento dell’obiettivo dell’unità degli uomini e dei popoli. Sposa Simone Hie nel 1934 ma il matrimonio finisce presto a causa della dipendenza della donna dagli psicofarmaci. Sei anni più tardi la vita sentimentale di Camus riprende con Francine Fauré. L’attività professionale lo vede spesso impegnato all’interno di redazioni di giornale: uno dei primi impieghi è per un quotidiano locale algerino tuttavia finisce presto a causa di un suo articolo contro il governo, che cercherà poi in tutti i modi di evitare una nuova occupazione di giornalista per Camus in Algeria.
Camus si vede costretto a emigrare in Francia dove collabora per “Paris-Soir” insieme al collega Pascal Pia: questi sono gli anni dell’occupazione nazista e Camus, dapprima come osservatore, poi come attivista, cerca di contrastare la presenza tedesca che ritiene atroce. Negli anni della resistenza si avvicina alla cellula partigiana “Combat” per il cui omonimo giornale curerà diversi articoli. Terminato il conflitto, il suo impegno civile rimane costante: Camus non si piega di fronte a nessuna ideologia, criticando tutto ciò che sembra allontanare l’uomo dalla sua dignità. Lascia il posto all’UNESCO a causa dell’entrata nell’ONU della Spagna franchista. Sarà inoltre tra i pochi a criticare apertamente i metodi brutali del Soviet in occasione della repressione di uno sciopero nella città di Berlino est. Dopo “Il mito di Sisifo” (1942), che costituisce una forte presa di coscienza sull’analisi delle assurdità umane, pubblica nel 1952 il saggio “L’uomo in rivolta”, che lo porterà in polemica con la rivista “Les temps modernes” e alla rottura dei rapporti con Jean-Paul Sartre, con il quale aveva intrapreso numerose collaborazioni, sin dal secondo dopoguerra.
Esce idealmente dalla categoria degli “esistenzialisti”, a cui molti critici lo avevano relegato ma alla quale Camus si era sempre sentito estraneo. Camus nei suoi lavori ha sempre ricercato in modo profondo il legame tra gli esseri umani, cercando di comunicare quell’assurdo insito nelle manifestazioni umane come la guerra o, in generale, le divisioni di pensiero, che Camus indica come azioni inconsapevoli volte a recidere il legame stesso tra gli individui.
Muore il 4 gennaio 1960 a causa di un incidente automobilistico, avvenuto nella cittadina di Villeblevin (vicino Sens). Camus aveva in passato avuto modo di esprimere più volte che un incidente d’auto sarebbe stato il modo più assurdo di morire. In tasca aveva un biglietto ferroviario non utilizzato: si crede avesse pensato di compiere quel viaggio in treno, cambiando idea solo all’ultimo momento.
Albert Camus e Maria Casarès:Saremo leggeri
Opere di Albert Camus-
Romanzi
Lo straniero (L’Étranger, 1942)
La peste (La Peste, 1947)
La caduta (La Chute, 1956)
La morte felice (La Mort heureuse, 1971, postumo)
La ghigliottina (La guillotine, 1958)
Il primo uomo (Le Premier Homme, 1959, ma 1994, postumo e incompiuto)
Saggi
Metafisica cristiana e neoplatonismo (1935), Diabasis 2004.
Il rovescio e il diritto (L’envers et l’endroit, 1937)
Nozze (Noces, 1938)
Il mito di Sisifo (Le Mythe de Sisyphe, 1942)
L’uomo in rivolta (L’Homme révolté, 1951)
L’estate (L’Été, 1954)
Riflessioni sulla pena di morte (Réflexions sur la peine capitale, 1957)
Taccuini 1935-1959, Bompiani 1963
La rivolta libertaria, Elèuthera 1998. (Albert Camus et les libertaires, raccolta del 2008)
Mi rivolto dunque siamo, scritti politici, Elèuthera 2008
Opere teatrali
Caligola (Caligula, 1944)
Il malinteso (Le Malentendu, 1944).
Lo stato d’assedio (L’État de siège, 1948)
I giusti (Les Justes, 1950).
I demoni (Les Possédés, 1959), adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Dostoevskij.
La devozione alla croce, adattamento teatrale della pièce di Pedro Calderón de la Barca. Pubblicato in Francia da Gallimard, in Italia da Diabasis nel 2005.
Antonio GRAMSCI-Odio gli indifferentiAntonio GRAMSCI
Antonio GRAMSCI-Odio gli indifferenti
Editore Chiarelettere
I testi che compongono questa scelta si riferiscono all’edizione degli scritti di Antonio Gramsci curata da Sergio Caprioglio per Giulio Einaudi Editore. In particolare alla raccolta La città futura. Scritti 1917-1918 (1982). Con due eccezioni: il brano Gli operai della Fiat, che fa parte della raccolta Socialismo e fascismo, Einaudi, Torino 1966, e che qui è ripreso parzialmente, e il discorso alla Camera del 1925, pubblicato su «l’Unità». I titoli dei testi sono redazionali, seguiti tra parentesi quadre dai titoli originali. Si deve a Sergio Caprioglio il lavoro di attribuzione di molti testi di Gramsci, e soprattutto il lavoro di riscontro, svolto presso l’Archivio di Stato di Torino, dei testi censurati, e in quell’edizione restituiti nella versione completa. Il governo Salandra, infatti, aveva imposto per decreto il 23 maggio 1915 (alla vigilia dell’entrata in guerra) che ogni pubblicazione dovesse essere sottoposta a censura preventiva, ovvero che le bozze di stampa fossero vidimate preventivamente dalla censura. Gran parte dei testi pubblicati sulla stampa socialista uscirono spesso parzialmente o interamente censurati. Proprio per non perdere quel prezioso lavoro di recupero, le parti censurate e ritrovate da Caprioglio nelle bozze di stampa conservate in Archivio di Stato sono state evidenziate mettendole tra parentesi quadre e indicandole con un filetto verticale a bordo pagina, in modo da rendere immediatamente percepibile al lettore la versione originale e integrale. L’editore ringrazia Sandro Caprioglio per aver concesso il permesso di pubblicare i testi a cura del padre. Ringraziamo anche Gianrico Carofiglio per averci fatto conoscere l’articolo “Odio gli indifferenti” da lui letto in occasione della manifestazione contro la legge sulle intercettazioni svoltasi al teatro Quirino di Roma il 31 maggio 2010. Antonio Gramsci (1891-1937). Studioso e uomo politico, iscritto al Psi nel 1913. Animatore del settimanale «L’Ordine nuovo» nel 1919-20. Nel gennaio 1921 è uno dei fondatori del Partito comunista e ne diventa segretario nel 1924. Eletto al Parlamento nell’aprile di quell’anno, è arrestato nel novembre 1926, in concomitanza con la messa fuori legge di tutti i partiti d’opposizione da parte del regime fascista. Condannato dal Tribunale speciale a venti anni di detenzione. La sua riflessione di quegli anni è raccolta nei Quaderni del carcere. Muore ancora nella condizione di prigioniero dopo una lunga malattia testimoniata nella raccolta delle Lettere dal carcere.
Antonio GRAMSCI-Odio gli indifferenti
Antonio Gramsci: <<Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera>>.
Lucy Lo Russo-Andrea non parla. Mio fratello, la sua storia, la nostra famiglia
Fausto Lupetti editore- Bologna
DESCRIZIONE
Viaggio nel mondo dello spettro autistico con la narrazione autobiografica di Lucy Lo Russo
Che cosa significa avere un fratello, bambino e poi adulto, autistico, lo racconta molto bene Lucy Lo Russo nel suo romanzo autobiografico*. Uno scavo, anche doloroso, nella storia della famiglia e nelle complesse dinamiche tra i suoi membri, nella propria infanzia, per cercare di ricostruire il percorso che ha portato lei e Andrea a essere le persone che sono oggi. Pagine molto intime, ricche di dettagli, fanno entrare il lettore, in modo “sensoriale”, nella vicenda. Il romanzo alterna stralci di diario, flashback, in cui passato e presente si intrecciano in un intricato viluppo di emozioni contrastanti.
Dopo un allontanamento precoce dalla famiglia, ancora adolescente, e una giovinezza anticonformista, tra case occupate e gruppi musicali punk-rock, seguita da un periodo nel mondo dello spettacolo, Lucy ha intrapreso la via dell’insegnamento di sostegno, in parte influenzata dal proprio percorso familiare, ma anche spinta dal desiderio di saperne di più: la sua esperienza personale le permette di avvicinarsi con un approccio particolare agli allievi, ma ogni caso è diverso e non si può mai essere certi di avere tutta la preparazione necessaria ad affrontarli.
Si impara molto, sia sugli effetti dell’autismo sulla psiche e sul corpo di una persona adulta (e le conseguenze sulla vita dei familiari), legati anche, per esempio, all’uso di medicinali per contenere gli “effetti collaterali”, sia sulle frustranti pratiche burocratiche, sulla preziosa “macchina” socio-assistenziale (le comunità residenziali, i servizi sul territorio, tra cui quelli della Diaconia valdese a Torre Pellice, luogo di villeggiatura della famiglia) e soprattutto sulla profonda evoluzione degli approcci pedagogici. Dagli anni Sessanta, quando Andrea è un bambino e si imputa alla “freddezza” delle madri la condizione dei figli, a oggi il panorama è completamente cambiato e il libro lo racconta attraverso le diverse fasi della vita dei protagonisti. Ricordando, per esempio, l’innovazione della Comunicazione alternativa aumentativa (Caa) in cui tra l’altro le opere diaconali valdesi, in particolare “L’Uliveto” di Luserna San Giovanni (To), struttura per persone con gravi disabilità, sono state pioniere.
Talvolta ci sono sprazzi di divertimento, di tenerezza, di sorpresa, ma leggendo si percepisce la sensazione di una vita quasi ininterrottamente tesa come una corda, sul punto di spezzarsi (e in certi momenti ciò avviene), in bilico tra senso di colpa e di inadeguatezza, rabbia, frustrazione. Alla ricerca di valvole di sfogo, di vie d’uscita. Il senso di oppressione, in alcune parti, è palpabile, e si comprende (o almeno, questa è stata la mia impressione di lettrice) come la scrittura del libro abbia avuto anche un valore terapeutico, un “buttare fuori”, prima che ciò che è “dentro” possa esplodere. Così, è proprio con la parola scritta che si cerca di colmare i vuoti di una vita senza parole. Il senso di incomunicabilità, di immobilità, l’estrema “ritualizzazione” e la monotonia delle abitudini, spezzata talvolta, improvvisamente, da eventi critici, ben esprimono la difficoltà delle giornate con Andrea, in cui diventa difficile ritagliarsi del tempo e dello spazio per sé.
In questo contesto, assume un’importanza particolare l’atteggiamento, la scelta di Lucy. Illuminante il passaggio in cui scrive, valutando la possibilità di trasferire il fratello in un’altra struttura: «… mi rendo conto di quante volte mi sono reinventata in quel lasso di tempo. Lui invece è stato sempre lì. Non ha potuto scegliere da solo. E mi sento responsabile di volergli dare una seconda chance. No, io non farò come fanno alcuni. Non mi girerò dall’altra parte, come un piccolo nazista che non è responsabile solo perché non vede. Perché incarica un altro, perché delega o è stato delegato. Non lascerò decidere agli altri, alzando le spalle. “All’occorrenza – se non ci sarà di meglio – vi faranno insegnare nelle aule più spoglie, anche nello sgabuzzino delle scope. E magari sarete trattati da insegnanti di serie B. E assieme ai vostri allievi sarete anche voi – nel caso – dei potenziali esclusi. Ricordate la responsabilità che ora state per accettare. Non dovrete mai fare questo lavoro per ripiego. Ricordate che a loro voi credete. Voi non dovrete diventare mai dei piccoli nazisti!”. Così ammoniva e sferzava la professoressa Sidoli, all’Università Cattolica di Milano, sei anni prima, i futuri insegnanti di sostegno».
* L. Lo Russo, Andrea non parla. Mio fratello, la sua storia, la nostra famiglia. Bologna, Fausto Lupetti editore, 2023, pp. 234, euro 18,00.
Maria José de Lancastre-Fernando Pessoa-Immagini della sua vita-
ADELPHI EDIZIONI
DESCRIZIONE
– Fernando Pessoa è passato in pochi anni da autore noto a pochi ad astro della mitologia letteraria moderna. La sua Lisbona, la sua vita dai soggetti multipli, il baule pieno di manoscritti che facevano nascere ogni volta nuove fisionomie di scrittori, fanno ormai parte dei sogni di ogni lettore. Tanto più preziosa sarà questa biografia per immagini che per la prima volta raccoglie le tracce fotografiche della vita di Pessoa, in apparente opposizione con Pessoa stesso, il quale una volta confessò in una lettera una sua «certa riluttanza a farmi delle fotografie». Sono testimonianze intrise di un sottile fascino, che riesce a intaccare con l’irrealtà pessoana anche le immagini più normali. E finalmente ci appariranno qui i volti e i luoghi che furono la scena della sua vita. Nella sua fuga sapiente dalla realtà quotidiana, Pessoa ancora una volta riuscirà vincitore.
Maria José de Lancastre-Fernando Pessoa
ADELPHI EDIZIONI S.p.A
Via S. Giovanni sul Muro, 14
20121 – Milano
Tel. +39 02.725731 (r.a.)
Fax +39 02.89010337
È considerato uno dei maggiori poeti di lingua portoghese, e per il suo valore è comparato a Camões. Il critico letterario Harold Bloom lo definì, accanto a Pablo Neruda, il poeta più rappresentativo del XX secolo.
Avendo vissuto la maggior parte della sua giovinezza in Sudafrica, la lingua inglese giocò un ruolo fondamentale nella sua vita, tanto che traduceva, lavorava, scriveva, studiava e pensava in inglese. Visse una vita discreta, trovando espressione nel giornalismo, nella pubblicità, nel commercio e, principalmente, nella letteratura, in cui si scompose in varie altre personalità, contrassegnate da diversi eteronimi. La sua figura enigmatica interessa gran parte degli studi sulla sua vita e opera, oltre a essere il maggior autore della eteronimia.
Morì a causa di problemi epatici all’età di 47 anni nella stessa città dov’era nato. L’ultima frase che scrisse fu in inglese “I know not what tomorrow will bring” (Non so cosa porterà il domani) e si riportano come le sue ultime parole (essendo molto miope) “Dê-me os meus óculos!” (Mi dia i miei occhiali).
La giovinezza a Durban
Alle 15:30[1] del 13 giugno 1888 nasceva a Lisbona Fernando Pessoa. Il parto avvenne al quarto piano a sinistra del numero 4 del Largo de São Carlos, davanti all’Opera di Lisbona, il Teatro Nacional de São Carlos.
Suo padre era il funzionario pubblico del Ministero della Giustizia e critico musicale del «Diário de Notícias» Joaquim de Seabra Pessoa, di Lisbona; sua madre Maria Magdalena Pinheiro Nogueira, originaria della Ilha Terceira nelle Azzorre. Con loro vivevano anche la nonna Dionisia, malata mentale, e due zie non sposate, Joana ed Emilia.
Venne battezzato il 12 luglio nella Basílica de Nossa Senhora dos Mártires nel quartiere del Chiado. I padrini furono sua zia materna Ana Luísa Pinheiro Nogueira e il generale Cláudio Bernardo Pereira de Chaby[2][3]. Il nome Fernando Antonio è collegato a Sant’Antonio di Padova, dalla cui famiglia la famiglia di Pessoa reclamava una discendenza genealogica. Il nome di battesimo del Santo era infatti Fernando de Bulhões, e il giorno a lui consacrato a Lisbona era il 13 giugno, lo stesso della nascita di Pessoa.
La sua infanzia e adolescenza vennero marcate da fatti che lo avrebbero influenzato in seguito. Cinque anni dopo il padre morì, a soli 43 anni, vittima della tubercolosi. Lasciò la moglie, il piccolo Fernando e suo fratello Jorge, che non avrebbe raggiunto l’anno di vita. La madre fu costretta a vendere parte della mobilia e a trasferirsi in una abitazione più modesta, al terzo piano di Rua de São Marçal, n. 104 (nell’odierna freguesia di Santo António). È in questo periodo che nasce il suo primo pseudonimo, Chevalier de Pas. Lui stesso rivelò questo fatto ad Adolfo Casais Monteiro in una lettera del 13 gennaio 1935, in cui parla diffusamente dell’origine degli eteronimi.
«[…] Ricordo, così, quello che mi sembra sia stato il mio primo eteronimo o, meglio, il mio primo conoscente inesistente: un certo Chevalier de Pas di quando avevo sei anni, attraverso il quale scrivevo lettere a me stesso, e la cui figura, non del tutto vaga, ancora colpisce quella parte del mio affetto che confina con la nostalgia.”[4]»
Nello stesso anno scrive il suo primo poema, un’epigrafe infantile dedicata “Alla mia amata mamma”.
La casa natale di Fernando Pessoa, in Largo de São Carlos a Lisbona
Nel 1895 sua madre si risposa per procura con il Comandante João Miguel Rosa, console del Portogallo a Durban (Sudafrica), che aveva conosciuto un anno prima. In Africa Pessoa dimostrerà presto di possedere abilità letterarie.
A seguito del matrimonio si trasferisce con la madre e un prozio, Manuel Gualdino da Cunha, a Durban, dove passa la maggior parte della sua giovinezza. Viaggiano con la nave “Funchal” fino a Madera, e poi si imbarcano nel vascello inglese “Hawarden Castle” fino al Capo di Buona Speranza.
Dovendo dividere le attenzioni della madre con la prole del nuovo matrimonio e con il patrigno, Pessoa si isola, propiziandosi così momenti di intensa riflessione. A Durban riceve una educazione di stampo britannico, con un profondo contatto con la lingua inglese. I suoi primi testi e studi saranno infatti in inglese. Mantiene il contatto con la letteratura inglese con autori come Shakespeare, John Milton, Lord Byron, John Keats, Percy Shelley, Alfred Tennyson, e americana, con Edgar Allan Poe, solo per citarne alcuni. L’inglese giocò un ruolo importante nella sua vita, sia per il lavoro (divenne infatti corrispondente commerciale a Lisbona), sia per alcuni dei suoi scritti, che per traduzioni di opere quali “Annabel Lee” e “Il Corvo” di Edgar Allan Poe. Con l’eccezione del libro Mensagem, gli unici lavori pubblicati in vita saranno le due raccolte delle sue poesie in inglese: Antinous and 35 Sonnets e English Poems I – II e III, scritti fra il 1918 e il 1921.
Ferdinando Pessoa
Frequenta le scuole primarie nell’istituto dei frati irlandesi di West Street, dove riceve anche la prima comunione e riesce a concentrare 5 anni in soli 3. Nel 1899 entra nella Durban High School, dove resterà per tre anni e sarà uno dei primi alunni della classe. Nello stesso anno crea lo pseudonimo di Alexander Search, con cui si auto-invia delle lettere. Nel 1901 è promosso con distinzione nel primo esame della Cape School High Examination, e scrive le prime poesie in inglese. Nello stesso periodo muore sua sorella di due anni Madalena Henriqueta. Nelle vacanze parte con la famiglia per il Portogallo. Sulla stessa nave con la quale viaggiano si trova anche la salma della sorella defunta. A Lisbona abita con la famiglia nella zona di Pedrouços (nell’odierna freguesia di Belém), poi in Avenida D. Carlos I, n. 109 (nell’odierna freguesia di Misericórdia). Nella capitale portoghese nasce João Maria, quarto figlio del secondo matrimonio della madre. Con il patrigno, la madre e i fratelli compie un viaggio nell’Ilha Terceira, nelle Azzorre, dove abita la famiglia materna. Si recano anche a Tavira per visitare i parenti del padre. In questo periodo scrive la poesia Quando ela passa.
Pessoa resta a Lisbona quando la famiglia rientra a Durban. Torna in Africa da solo con il vapore “Herzog”. È il periodo in cui tenta di scrivere romanzi in inglese, e si iscrive alla Commercial School. Lì studierà la notte, perché durante il giorno si occupa di discipline umanistiche. Nel 1903 si candida all’Università del Capo di Buona Speranza. Nella prova di esame per l’ammissione non ottiene un buon punteggio, ma riceve il voto più alto fra 899 candidati nel saggio stilistico di inglese. Per questo riceve il Queen Victoria Memorial Prize.
Un anno dopo rientra alla Durban High School dove frequenta l’equivalente di un primo anno universitario. Approfondisce la sua cultura, leggendo classici inglesi e latini; scrive poesia e prosa in inglese, e nascono gli eteronimi Charles Robert Anon e H. M. F. Lecher; nasce sua sorella Maria Clara e pubblica nel giornale del liceo un saggio critico intitolato Macaulay. Infine, chiude i suoi ben avviati studi sudafricani raggiungendo all’università l’«Intermediate Examination in Arts», con buoni risultati.
Rientro definitivo in Portogallo e inizio della carriera
Lasciando la famiglia a Durban rientra definitivamente nella capitale portoghese da solo nel 1905, dove abita presso una zia. La madre e il patrigno tornano a loro volta, e Pessoa si trasferisce a vivere con loro. Continua la produzione di poesie in inglese, e nel 1906 si immatricola nel corso superiore di lettere dell’Università di Lisbona, che però abbandona senza neanche completare il primo anno. È in questo periodo che entra in contatto con importanti scrittori della letteratura portoghese. Si interessa all’opera di Cesário Verde e ai sermoni di Padre Antônio Vieira sul Quinto impero, a loro volta basati sulle Trovas di Gonçalo Annes Bandarra, anch’esse facenti parte del bagaglio formativo di Pessoa. I suoi rientrano a Durban, e Fernando inizia a vivere con la nonna, che muore poco dopo, lasciandogli una piccola eredità. Passa quindi a dedicarsi alla traduzione di corrispondenza commerciale, un lavoro che viene normalmente definito “corrispondente estero”. Sarà il suo lavoro per tutta la vita, con una modesta vita pubblica.
La prima pubblicazione di Pessoa in Portogallo è il saggio critico «A Nova Poesia Portuguesa Sociologicamente Considerada» («La nuova poesia portoghese considerata sociologicamente»), uscito nel 1912 sulla rivista A Águia, organo ufficiale del movimento Renascença Portuguesa, guidato dal poeta e pensatore saudosistaTeixeira de Pascoaes. Da tale movimento, in seguito, Pessoa si distaccherà per divenire la figura di riferimento dei primi modernisti portoghesi e della loro rivista, Orpheu, pubblicata nel 1915.
Pessoa viene ricoverato il 29 novembre 1935 nell’ospedale di Luís dos Franceses, vittima di una crisi epatica; si tratta chiaramente di cirrosi epatica, causata dall’abuso di alcool di tutta una vita. Il 30 novembre muore all’età di 47 anni. Negli ultimi momenti della sua vita chiede i suoi occhiali e invoca gli eteronimi. La sua ultima frase scritta è nella lingua in cui fu educato, l’inglese: I know not what tomorrow will bring (Non so cosa porterà il domani).
Eredità
Si può dire che il poeta passò l’esistenza a creare altre vite attraverso i suoi eteronimi. Questa è stata la principale caratteristica di quest’uomo così pacato. Alcuni critici si sono chiesti se Pessoa abbia mai fatto trasparire il suo vero “io” o se tutta la sua produzione letteraria non fosse altro che il frutto della sua creatività. Quando tratta temi soggettivi e quando usa l’eteronimia, Pessoa diviene enigmatico fino all’estremo. Questo particolare aspetto è quello che muove gran parte delle ricerche sulla sua opera. Il poeta e critico brasiliano Frederico Barbosa dichiara che Fernando Pessoa fu «l’enigma in persona» (il sottile gioco di parole non viene reso nella traduzione, perché in portoghese “pessoa” significa “persona”). Scrisse dall’età di 7 anni fino al letto di morte. Aveva a cuore l’intelletto dell’uomo, giungendo a dire che la sua vita era stata una costante divulgazione della lingua portoghese; nelle parole del poeta riportate per bocca dell’eteronimo Bernardo Soares «la mia patria è la lingua portoghese». Oppure, attraverso un poema:
«Ho il dovere di chiudermi in casa nel mio spirito e lavorare
quanto io possa e in tutto ciò che io posso, per il progresso
della civiltà e l’allargamento della conoscenza dell’umanità»
Come Pompeo, che disse che «navigare è necessario, vivere non è necessario» (“Navigare necesse est, vivere non est necesse“), Pessoa dice nel poema Navegar è Preciso che «vivere non è necessario; quel che è necessario è creare».
Su Pessoa il poeta messicano premio Nobel per la letteraturaOctavio Paz dice che «il poeta non ha biografia: la sua opera è la sua biografia», e inoltre che «niente nella sua vita è sorprendente –nulla, eccetto i suoi poemi». Il critico letterario statunitense Harold Bloom lo considerò il poeta più rappresentativo del XX secolo assieme al cilenoPablo Neruda.
La scrittrice portoghese Maria Gabriela Llansol trasformò Pessoa in un personaggio letterario, al quale diede nome «Aossê», che appare in vari libri dell’autrice.[5]
Pessoa e l’occultismo
Fernando Pessoa a sei anni
Fernando Pessoa aveva dei legami con l’occultismo e il misticismo, con la massoneria e con i Rosacroce (benché non si conosca alcuna affiliazione concreta in una loggia o fraternità di una di queste associazioni), e difese pubblicamente le organizzazioni iniziatiche sul quotidiano Diario di Lisbona del 4 febbraio 1935[6] contro gli attacchi della dittatura dell’Estado Novo di Salazar. Uno dei suoi poemi ermetici più noti e apprezzati nei circoli esoterici si intitola “No Túmulo de Christian Rosenkreutz“[7]. Aveva l’abitudine di richiedere ed eseguire egli stesso delle consultazioni astrologiche e ha preso seriamente in considerazione la possibilità di esercitare l’astrologia a titolo professionale[8].
Una volta, leggendo una pubblicazione del famoso occultista inglese Aleister Crowley, Pessoa vi trovò un errore nel calcolo della sua ora di nascita, e scrisse all’editore per informarlo che il suo oroscopo non era corretto. Crowley fu impressionato dalle conoscenze astrologiche di Pessoa e andò in Portogallo per incontrarlo. Con lui vi era una giovane artista tedesca, Hanni Jaeger, che in seguito corrispose anche con Pessoa. L’incontro fu cordiale, e terminò con il famoso “affaire” della “Boca do Inferno”, nel quale Crowley inscenò con l’aiuto di Pessoa il suo finto suicidio[9].
Nota autobiografica
Questa nota biografica fu scritta da Fernando Pessoa, il 30 marzo 1935, e venne parzialmente pubblicata come introduzione al À memória do Presidente-Rei Sidónio Pais, edito dalla casa Editorial Império nel 1940. Essendo un testo autografo, si noterà che è una “biografia” molto soggettiva e piuttosto incompleta, ma rappresenta i desideri e le interpretazioni dell’Autore in quel preciso momento della sua vita[10].
Lisbona, 30 marzo 1935 (nell’originale 1933, per apparente lapsus)
Nome completo Fernando António Nogueira Pessoa.
Età e provenienza Nato a Lisbona, chiesa dei Martiri, al n. 4 del Largo de San Carlos (oggi del Direttorio) il 13 giugno 1888.
Paternità e maternità Figlio legittimo di Joaquim de Seabra Pessoa e di D. Maria Madalena Pinheiro Nogueira. Nipote in linea paterna del generale Joaquim António de Araújo Pessoa, combattente nelle campagne liberali, e di D. Dionísia Seabra; nipote in linea materna del Consigliere Luís António Nogueira, giurista ed ex Direttore Generale del Ministero del Regno, e di D. Madalena Xavier Pinheiro. Ascendenza generale: misto di fidalgos ed ebrei[11].
Stato civile Celibe.
Professione La definizione più propria sarà «traduttore», la più esatta quella di «corrispondente in lingue estere in aziende commerciali». L’essere poeta e scrittore non costituisce una professione, ma una vocazione.
Residenza Rua Coelho da Rocha, 16, 1ºD.to. Lisbona. (Indirizzo postale – Casella Postale 147, Lisbona).
Funzioni sociali svolte Se con questo si intende incarichi pubblici o funzioni di rilievo, nessuna.
Opere pubblicate L’opera è fondamentalmente dispersa, per ora, in varie riviste e pubblicazioni occasionali. I libri e gli articoli che ritiene validi sono i seguenti: «35 Sonnets» (in inglese), 1918; «English Poems I-II» e «English Poems III» (sempre in inglese), 1922, e il libro «Mensagem», 1934, premiato dal Secretariado de Propaganda Nacional nella categoria «Poema». L’articolo «O Interregno», pubblicato nel 1928, e consistente in una difesa della Dittatura Militare in Portogallo, deve essere considerato come non esistente. Tutto questo è da rivedere e molto forse da ripudiare.
Educazione In virtù, morto suo padre nel 1893, dell’aver sua madre sposato nel 1895, in seconde nozze, il Comandante João Miguel Rosa, Console del Portogallo a Durban, Natal, è stato colà educato. Ha vinto il premio Regina Vittoria di lingua inglese all’Università del Capo di Buona Speranza nel 1903, in occasione dell’esame di ammissione, a 15 anni
Ideologia Politica Pensa che il sistema monarchico sarebbe il più adatto per una nazione organicamente imperiale come è il Portogallo. Ma al tempo stesso ritiene la monarchia del tutto inattuabile in Portogallo. Per questo, se ci fosse un plebiscito sul tipo di regime, voterebbe, sebbene a malincuore, per la repubblica. Conservatore di stile inglese, cioè liberale all’interno del conservatorismo, e assolutamente antireazionario.
Posizione religiosa Cristiano gnostico, e quindi assolutamente contrario a tutte le Chiese organizzate, e soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele, per motivi che più avanti saranno impliciti, alla Tradizione Segreta del Cristianesimo, che è in stretto rapporto con la Tradizione Segreta in Israele (la Santa Cabbala) e con l’essenza occulta della Massoneria.
Posizione iniziatica Iniziato, per comunicazione diretta da Maestro a Discepolo, nei tre gradi minori dell’ (apparentemente estinto) Ordine Templare del Portogallo.
Posizione patriottica Fautore di un nazionalismo mistico, da cui sia eliminata ogni infiltrazione cattolico-romana, per dar vita, se fosse possibile, a un sebastianismo nuovo che la sostituisca spiritualmente, ammesso che nel cattolicesimo portoghese ci sia mai stata spiritualità. Nazionalista che si ispira a questa massima: «Tutto per l’Umanità, niente contro la Nazione».
Riassunto di queste ultime considerazioni Tenere sempre a mente il martire Jacques de Molay, Gran Maestro dei Templari, e combattere, sempre e dovunque i suoi tre assassini: l’Ignoranza, il Fanatismo e la Tirannia.
Opera poetica
(PT)
«O poeta é um fingidor.
Finge tão completamente
Que chega a fingir que é dor
A dor que deveras sente.»
(IT)
«Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
Che arriva a fingere che è dolore
Il dolore che davvero sente.»
(Fernando Pessoa Autopsicografia. Pubblicato il 1º aprile 1931)
La grande creazione estetica di Pessoa è considerata l’invenzione degli eteronimi, che attraversa tutta la sua vita. A differenza degli pseudonimi, gli eteronimi sono personalità poetiche complete: identità che, inizialmente inventate, divengono autentiche attraverso la loro personale attività artistica, diversa e distinta da quella dell’autore originale. Fra gli eteronimi si trova lo stesso Fernando Pessoa, in questo caso chiamato ortonimo, che però sembra sempre più simile agli altri con la loro maturazione poetica. I tre eteronomi più noti, quelli con la maggiore opera poetica sono Álvaro de Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro.
Un quarto eteronimo di grande importanza nell’opera di Pessoa è Bernardo Soares, autore del Livro do desassossego (Libro dell’inquietudine). Soares è talvolta considerato un semi-eteronimo, a causa delle notevoli somiglianze con Pessoa, e per non aver sviluppato una personalità molto caratterizzata.
Al contrario, i primi tre possiedono addirittura una data di nascita e di morte, quest’ultima con l’eccezione di Ricardo Reis. Proprio questo dettaglio venne sfruttato dal premio Nobel per la letteratura José Saramago per scrivere il libro L’anno della morte di Ricardo Reis.
Attraverso gli eteronimi, Pessoa condusse una profonda riflessione sulle relazioni che intercorrono fra verità, esistenza e identità. Quest’ultimo aspetto è notevole nell’aura di mistero che circondava il poeta.
(PT)
«Com uma tal falta de gente coexistível, como há hoje, que pode um homem de sensibilidade fazer senão inventar os seus amigos, ou quando menos, os seus companheiros de espírito?»
(IT)
«Con una tale mancanza di gente coesistibile come c’è oggi, cosa può fare un uomo di sensibilità, se non inventare i suoi amici, o quanto meno, i suoi compagni di spirito?»
Ortonimo
(autore: João Luiz Roth)
Pessoa Ortonimo è da considerarsi, su un piano metafisico, anch’egli un eteronimo, con la differenza rispetto agli altri, che tale personaggio porta il suo stesso nome: non si può certo identificare l’uomo Pessoa con l’Ortonimo, se non altro, per il semplice motivo che l’opera di questo è pressoché esclusivamente rivolta all’esoterismo, e quindi sarebbe riduttivo considerarla come tutto il pensiero del poeta. Pessoa Ortonimo si può considerare come ciò che resta del poeta, tolti i suoi eteronimi, e la ricchezza interiore che gli davano: e ciò che resta è una ricerca spirituale della propria, personale, dimensione.
L’opera ortonima di Pessoa è passata per fasi distinte, ma fondamentalmente è una ricerca di un certo patriottismo perduto, con lo sguardo rivolto all’esoterismo: la patria ha un valore esistenziale e spirituale, è una dimensione interiore da cui l’uomo è andato in esilio. L’ortonimo fu profondamente influenzato, in vari momenti, da dottrine religiose come la teosofia e da società segrete come la massoneria[12]. La poesia che ne risulta possiede una certa aria mitica, eroica (quasi fosse una poesia epica, ma certo non nell’accezione originale del termine), e talvolta tragica. Pessoa un poeta universale, nella misura in cui ci fornisce una visione simultaneamente multipla e unitaria della vita, pur con contraddizioni. È proprio nel tentativo di guardare il mondo in forma multipla (con un forte substrato di filosofia razionalista e anche con influenze orientali) che risiede una spiegazione plausibile alla creazione degli eteronimi più celebri.
L’opera principale del “Pessoa-sé-stesso” è “Mensagem” (“Messaggio”), una raccolta di poemi sui grandi personaggi storici portoghesi. Il libro fu inoltre l’unico pubblicato in vita dall’autore in lingua portoghese.
L’ortonimo è considerato simbolista e modernista, per l’evanescenza, l’indefinizione e l’insoddisfazione, e per l’innovazione praticata nelle diverse vie con cui formula il discorso poetico (sensazionismo, paulismo, intersezionismo, ecc.).
Gli eteronimi e il giorno trionfale
Nella lettera ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935, interrogato da questo sulla genesi dei suoi eteronimi, scrive:
«L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. […] L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso.[4]»
Sempre nella stessa lettera, descrive così la nascita del suo primo eteronimo, il suo “giorno trionfale”:
«Un giorno in cui avevo definitivamente rinunciato — era l’8 marzo 1914 — mi sono avvicinato da un alto comò e, prendendo un foglio di carta, mi sono messo a scrivere, all’impiedi, come faccio ogni volta che posso. E ho scritto circa trenta poesie di seguito, in una specie di estasi di cui non riesco a capire il senso. Fu il giorno trionfale della mia vita e non potrò mai averne un altro come quello. Cominciai con un titolo: O Guardador de Rebanhos (Il Guardiano di greggi). E quello che seguì fu la nascita in me di qualcuno a cui diedi subito il nome di Alberto Caeiro. Scusate l’assurdità di questa frase: il mio maestro era sorto in me».[4]»
Alberto Caeiro
(PT)
«O essencial é saber ver,
Saber ver sem estar a pensar,
Saber ver quando se vê,
E nem pensar quando se vê,
Nem ver quando se pensa.»
(IT)
«L’essenziale è saper vedere,
Saper vedere senza stare a pensare,
Saper vedere quando si vede,
E né pensare quando si vede,
Né vedere quanto si pensa.»
(Alberto Caeiro, eteronimo di Fernando Pessoa, «O Guardador de Rebanhos», in Athena, n. 4, 1925)
Secondo quanto detto da Pessoa sempre nella lettera ad Adolfo Casais Montero, Caeiro, nato a Lisbona nel 1879, avrebbe vissuto tutta la vita come contadino, quasi senza studi formali ma solo con una istruzione elementare; rimasto presto orfano, visse con la zia di uno dei genitori, grazie a una modesta rendita. Morì di tubercolosi (come il padre di Pessoa) nel 1915.[13][14][15]
Alberto Caeiro è considerato il maestro tra gli eteronimi[16], per l’ortonimo e per Pessoa stesso che lo descrisse come il suo maestro di poesia, pur cosciente dell’assurdità di ciò.[14] È noto anche come poeta-filosofo, ma rigettava questo titolo e propugnava una “non-filosofia”. Credeva che gli esseri semplicemente “sono”, e nulla più; era irritato dalla metafisica e da qualunque tipo di simbologia sulla vita. In altri termini non credeva che il linguaggio e il pensiero fossero mezzi adatti a conoscere la Realtà, poiché essa è altrove.
Fu creato nella prima metà degli anni 1910, con l’intenzione, da parte di Pessoa, di farne un poeta bucolico.[14] Possedeva un linguaggio estetico diretto, concreto e semplice, ma tuttavia sufficientemente complesso per il suo punto di vista riflessivo. Il suo ideale si può riassumere nel verso “C’è sufficiente metafisica nel non pensare a niente”[17], mentre tra i temi da lui più esaltati nella sua opera si trovano la natura e la conoscenza di essa tramite i sensi fisici. Le sue opere di poesia sono O Guardador de Rebanhos, O Pastor Amoroso e Poemas Inconjuntos[15]; la sua opera è raccolta nel volume “Poemas Completos de Alberto Caeiro“.
Il giorno stesso in cui nacque Caeiro nella mente di Pessoa, il giorno trionfale, Pessoa lo concepì come già morto: egli fu il maestro prematuramente scomparso, di tutti gli eteronimi e dell’Ortonimo. Ciò che abbiamo di lui è un’opera postuma e il ricordo che ne avevano i suoi allievi.
Álvaro de Campos
(PT)
«Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.»
(IT)
«Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.»
Álvaro de Campos, eteronimo di Fernando Pessoa, «Tabacaria» (in Presença, n. 39, 1933, p. 1)
Pessoa fece nascere Campos a Tavira (Portogallo), il 15 ottobre 1890, alle 13:30. Viene descritto come un uomo alto 1,75 m e fisicamente «tra il bianco e il bruno, del tipo vagamente dell’ebreo portoghese». Trasferitosi in Scozia, Campos studiò dapprima ingegneria meccanica e poi navale a Glasgow. Durante un viaggio in Oriente, compose la poesia Opiário. Uno zio di Beira, prete, gli insegnò il latino.[18] Afflitto dalla sensazione di essere straniero in qualsiasi parte del mondo, una volta a Lisbona non esercitò la professione. In questa città era solito frequentare gli stessi luoghi amati da Pessoa, e con lui morì il 30 novembre 1935.[19]
Fra gli eteronimi, Campos fu l’unico a manifestare fasi poetiche differenti nel corso della sua opera.[20] Inizia la sua avventura come decadente influenzato dal simbolismo, ma aderisce presto al futurismo. A seguito di una serie di disillusioni esistenziali, assume una vena nichilista, che viene esplicitata nel poema “Tabacaria“, considerato uno dei più noti della lingua portoghese, e quello che forse ha maggiormente influenzato altri autori.
Campos è il primo, tra gli eteronimi di Pessoa, a debuttare pubblicamente, nel primo numero della rivista Orpheu nel 1915, con le poesie Opiário e Ode Triunfal.[18][21] A suo nome sono firmate alcune tra le poesie più importanti di Pessoa, tra le quali Tabacaria e Ode Marítima.
Col passare del tempo, la presenza di Campos si estese anche al di fuori dall’ambito letterario, come testimonia la corrispondenza tra Pessoa e la sua fidanzata Ofélia Queiroz. Lei intuì presto la minaccia che Campos rappresentava e se ne lamentò più volte col poeta. Il pericolo è stato confermato da alcuni studiosi che scorgono in questo eteronimo elementi di omosessualità e dunque di disturbo nel rapporto di coppia; Campos, insomma, avrebbe costituito il temibile terzo lato del triangolo amoroso.
Ricardo Reis
(PT)
«Para ser grande, sê inteiro: nada
Teu exagera ou exclui.»
(IT)
«Per essere grande, sii intero: nulla
Di te esagera o escludi.»
(Ricardo Reis, eteronimo di Fernando Pessoa, in Presença, n. 37, 1933)
L’eteronimo Ricardo Reis è descritto come un medico che si autodefinisce latinista e monarchico. Nacque a Porto nel 1887, si formò nelle lingue latino e greco, e si auto-esiliò in Brasile nel 1919, poiché contrario alla repubblica istituita in Portogallo nel 1910. Non si conosce l’anno della sua morte.[22][23]
In un certo qual modo Reis simboleggia l’eredità classica nella letteratura occidentale, espressa con simmetria, armonia, una certa vena bucolica, con elementi epicurei e stoicismi: le sue poesie – o meglio, le sue Odes (Odi) – infatti s’ispirano ai classici greci e latini, soprattutto alla filosofia epicureista. L’inesorabile fine di tutti i viventi è una costante nella sua opera, sempre classica, depurata e disciplinata.[24]
José Saramago continua l’universo di questo eteronimo nel romanzo O ano da morte de Ricardo Reis, in cui Reis torna a Lisbona dopo la morte di Pessoa e stabilisce un dialogo con il fantasma dell’ortonimo, ambedue sopravvissuti al loro creatore.
Bernardo Soares
Bernardo Soares è un semi-eteronimo di Pessoa, che definì Soares come “una semplice mutilazione della mia personalità: sono io senza il raziocinio e l’affettività.” È l’autore del Libro dell’inquietudine, considerato una delle maggiori opere della letteratura portoghese del XX secolo. Bernardo Soares è un modesto impiegato in un ufficio (Vasques e Companhia) della Baixa di Lisbona. Molti frammenti del libro sono dedicati alle sensazioni provocate dall’universo della Baixa, poiché è da questi microcosmi che Bernardo Soares parte per creare la sua inquieta metafisica.
Altri autori fittizi
Sono stati effettuati vari “censimenti” negli archivi di Pessoa per cercare di conoscere il numero esatto di eteronimi da lui inventati. Infatti, si può dire che lo scrittore portoghese avesse a disposizione un vero e proprio laboratorio di eteronimia, nel quale creava costantemente nuovi scrittori immaginari, abbandonandone presto alcuni e sviluppandone altri nel tempo.
Nel 2013, Jerónimo Pizarro e Patricio Ferrari hanno pubblicato un’antologia contenente testi di centotrentasei autori fittizi inventati da Pessoa: ai tre eteronimi Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos (dotati di una costruzione estetica, psicologica e drammaturgica assai elaborata, accuratamente costruiti da Pessoa sulla base di precisi calcoli e corrispondenze astrologiche[25]) e al semi-eteronimo Bernardo Soares, si aggiungono altre centotrentadue figure,[26][27] alcune delle quali erano già state divulgate in precedenti edizioni.[28]
Alcuni tra questi autori sono pressoché abbozzi di eteronimi, altri invece, in modo analogo ai tre eteronimi principali e a Soares, sono più strutturati e presentano una biografia, un’opera significativamente voluminosa, una caratterizzazione abbastanza avanzata. È questo certamente il caso di António Mora, la cui opera Pessoa non pubblicò, ma che nei suoi piani doveva essere l’eteronimo-filosofo e che appare in alcuni scritti come vero e proprio membro del gruppo dei “discepoli” di Caeiro, assieme a Reis, Campos e allo stesso Pessoa[29]. Altri nomi rilevanti in questa proliferazione di alter ego sono Alexander Search (che scrive in inglese), Vicente Guedes (che doveva inizialmente essere l’autore del Libro dell’Inquietudine) e il Barone di Teive (autore de L’educazione dello stoico).
Citazioni
(PT)
«Não sou nada. Nunca serei nada. Não posso querer ser nada. À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.»
(IT)
«Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.»
(Da “Tabacaria“, considerato uno dei più bei testi della letteratura portoghese)
«Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistano anime che non sono la mia anima, coscienze estranee alla mia coscienza; la quale, proprio perché è coscienza, mi sembra essere l’unica possibile.»
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