Andrea Camilleri -La concessione del telefono-Sellerio Editore-
Andrea Camilleri -La concessione del telefono-Sellerio Editore-
Nota di Alessandro Barbero-«Andrea Camilleri scriveva perché si divertiva: ed è evidente che scrivendo La concessione del telefono si è divertito molto. E con lui si diverte il lettore, continuamente accompagnato dall’ironia dell’autore e dagli snodi via via più esilaranti di una classica commedia degli equivoci. Ma il divertissement non fa solo ridere, anzi, a un certo punto rischia di non far più ridere per nulla. Via via che si procede diventa fin troppo evidente che dietro c’è di peggio; c’è l’eterno dramma della burocrazia italiana, ma soprattutto un pessimismo millenario che dà per scontato che le cose cominciate male finiranno peggio, che chi prova a portare tra i pazzi un minimo di razionalità e di buon senso finirà stritolato, che ogni sistema premia i peggiori».
Alessandro Barbero
Nota di Raffaele La Capria-«Io credo che il romanzo italiano contemporaneo abbia in Andrea Camilleri uno dei suoi rappresentanti più notevoli ed originali, per la sua capacità di dominare con un colpo d’occhio tutta la commedia umana della sua Sicilia senza mai scadere nel bozzetto e nel costume; per le trame che sa far proliferare nel racconto mantenendo sempre la stessa tensione narrativa; per la implicita e mai superficiale critica sociale che si nasconde dietro le sue “storie naturali”. Si cominci a leggere questo suo romanzo semiepistolare per convincersene e sono sicuro che dopo averlo letto si cercheranno gli altri romanzi da lui scritti, soprattutto quelli legati a quest’ultimo, che si svolgono ognuno nello stesso paesino di Vigàta, nella Sicilia fine Ottocento, dando vita a una vera e propria saga isolana. E non si dimentichi che Camilleri è nato a Porto Empedocle, in zona Pirandello».
Raffaele La Capria
Autore
Andrea Camilleri (Porto Empedocle, 1925-Roma, 2019), regista di teatro, televisione, radio e sceneggiatore. Ha insegnato regia presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Ha pubblicato numerosi saggi sullo spettacolo e il volume, I teatri stabili in Italia(1898-1918). Il suo primo romanzo, Il corso delle cose, del 1978, è stato trasmesso in tre puntate dalla TV col titolo La mano sugli occhi. Con questa casa editrice ha pubblicato: La strage dimenticata (1984), La stagione della caccia (1992), La bolla di componenda (1993), Il birraio di Preston (1995), Un filo di fumo (1997), Il gioco della mosca (1997), La concessione del telefono (1998), Il corso delle cose (1998), Il re di Girgenti (2001), La presa di Macallè (2003), Privo di titolo (2005), Le pecore e il pastore (2007), Maruzza Musumeci (2007), Il casellante (2008), Il sonaglio (2009), La rizzagliata (2009), Il nipote del Negus (2010, anche in versione audiolibro), Gran Circo Taddei e altre storie di Vigàta (2011), La setta degli angeli (2011), La Regina di Pomerania e altre storie di Vigàta (2012), La rivoluzione della luna (2013), La banda Sacco (2013), Inseguendo un’ombra (2014), Il quadro delle meraviglie. Scritti per teatro, radio, musica, cinema (2015), Le vichinghe volanti e altre storie d’amore a Vigàta (2015), La cappella di famiglia e altre storie di Vigàta (2016), La mossa del cavallo (2017), La scomparsa di Patò (2018), Conversazione su Tiresia (2019), Autodifesa di Caino (2019), La Pensione Eva (2021), La guerra privata di Samuele e altre storie di Vigàta (2022), Il teatro certamente. Dialogo con Giuseppe Dipasquale (2023), Un sabato, con gli amici (2024); e inoltre i romanzi e racconti con protagonista il commissario Salvo Montalbano: La forma dell’acqua (1994), Il cane di terracotta (1996), Il ladro di merendine (1996), La voce del violino (1997), La gita a Tindari (2000), L’odore della notte (2001), Il giro di boa (2003), La pazienza del ragno (2004), La luna di carta (2005), La vampa d’agosto (2006), Le ali della sfinge (2006), La pista di sabbia (2007), Il campo del vasaio (2008), L’età del dubbio (2008), La danza del gabbiano (2009), La caccia al tesoro (2010), Il sorriso di Angelica (2010), Il gioco degli specchi (2011), Una lama di luce (2012), Una voce di notte (2012), Un covo di vipere (2013), La piramide di fango (2014), Morte in mare aperto e altre indagini del giovane Montalbano (2014), La giostra degli scambi (2015), L’altro capo del filo (2016), La rete di protezione (2017), Un mese con Montalbano (2017), Il metodo Catalanotti (2018), Gli arancini di Montalbano (2018), Il cuoco dell’Alcyon (2019), Riccardino (2020), La prima indagine di Montalbano (2021), La coscienza di Montalbano (2022), La paura di Montalbano (2023).
Premio Campiello 2011 alla Carriera, Premio Chandler 2011 alla Carriera, Premio Fregene Letteratura – Opera Complessiva 2013, Premio Pepe Carvalho 2014, Premio Gogol’ 2015.
-Il 4 FEBBRAIO 1966 VIENE SOPPRESSO L’INDICE DEI LIBRI PROIBITI-
-Index librorum prohibitorum-
Libri proibiti dall’Inquisizione (o Sant’Uffizio)L’ Indice dei libri proibiti (in latino Index librorum prohibitorum) fu un elenco di pubblicazioni proibite dalla Chiesa cattolica, creato nel 1558 per opera della Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione (o Sant’Uffizio), sotto Paolo IV. Ebbe diverse versioni e fu soppresso solo nel 1966 con la fine dell’inquisizione romana sostituita dalla congregazione per la dottrina della fede.
I precedenti:
Sin dalle sue origini le lotte della Chiesa contro le eresie comportarono la proibizione di leggere o conservare opere considerate eretiche: il primo concilio di Nicea (325) proibì le opere di Ario, papa Anastasio I (399-401) quelle di Origene e papa Leone I (440-461) quelle dei manichei. Il secondo concilio di Nicea (787) stabilì che i libri eretici dovessero essere consegnati al vescovo non tenuti di nascosto.
Il concilio di Tolosa del 1229 giunse a proibire ai laici il possesso di copie della Bibbia e nel 1234 quello di Tarragona ordinò il rogo delle traduzioni della Bibbia in volgare.
La diffusione di idee contrarie ai dogmi della Chiesa cattolica, e in particolare della Riforma protestante, fu grandemente favorita dall’invenzione della stampa a caratteri mobili (1455): la Chiesa prese dunque provvedimenti nel tentativo di controllare quanto veniva stampato.
Alla metà del XVI secolo risalgono i primi cataloghi di libri proibiti: ne furono redatti dalle università della Sorbona a Parigi e di Lovanio, per ordine di Carlo V e di Filippo II.
Nel 1543 nella Repubblica di Venezia il Consiglio dei Dieci affidò agli Esecutori contro la Bestemmia il compito di sorvegliare l’editoria, con facoltà di multare chi stampava senza permesso: nel 1549, ad opera di monsignor Giovanni della Casa, fu pubblicato un Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita città di Vinegia: l’elenco comprendeva 149 titoli e riguardava per lo più opere tacciate di eresia, ma la proibizione finì con il non essere applicata per l’opposizione dei librai e dei tipografi.
Nel 1559, ad opera del Sant’Uffizio, uscì a Roma un primo Cathalogus librorum Haereticorum, con intenti quasi esclusivamente anti-protestanti: vi comparivano anche le opere di Luciano di Samosata, il De monarchia di Dante Alighieri e perfino i commentari di papa Pio II sul Concilio di Basilea.
Indice dei libri proibiti
Il primo indice del 1558:
Tra i compiti del Sant’Uffizio, istituito da papa Paolo III nel 1542, era compresa la vigilanza sui libri. Sotto papa Paolo IV, venne pubblicato un indice dei libri e degli autori proibiti, detto “Indice Paolino”, redatto dall’Inquisizione e promulgato con un suo decreto, affisso a Roma il 30 dicembre 1558. L’elenco comprendeva l’intera opera degli scrittori non cattolici, compresi i testi non di carattere religioso, altri 126 titoli di 117 autori, di cui non veniva tuttavia condannata l’intera opera, e 332 opere anonime.
Vi erano inoltre elencate 45 edizioni proibite della Bibbia e veniva condannata l’intera produzione di 61 tipografi (prevalentemente svizzeri e tedeschi). Infine si proibivano intere categorie di libri, come quelli di astrologia o di magia, mentre le traduzioni della Bibbia in volgare potevano essere lette solo su specifica licenza, concessa solo a chi conoscesse il latino e non alle donne.
Tra i libri proibiti erano il “Decamerone” di Boccaccio, “Il Novellino” di Masuccio Salernitano e tutte le opere di Machiavelli, di Rabelais e di Erasmo da Rotterdam, il “Diálogo de doctrina christiana” dei Valdesiani.
Il papa, che da cardinale (Giampiero Carafa) era stato il primo direttore del Sant’Uffizio, attribuì a quest’ultimo e alla sua rete locale l’applicazione della proibizione, a scapito del potere dei vescovi.
Indice dei libri proibiti
La storia successiva:
Nuovi indici vennero redatti anche dal Santo Uffizio sotto i pontefici successivi e le due congregazioni furono spesso in conflitto in merito alla giurisdizione sulla censura dei libri. Anche i vescovi si opposero al potere dato all’Inquisizione in questo campo.
Nel 1596, sotto papa Clemente VIII venne redatta una nuova versione dell’indice (“Indice Clementino”), che aggiunse all’elenco precedente opere registrate in altri indici europei successivi al 1564. Ripeteva inoltre la proibizione di stampare opere in volgare, già promulgata da Pio V nel 1567.
La censura ecclesiastica ebbe pesanti conseguenze: le “espurgazioni”, a volte neppure dichiarate, potevano arrivare a stravolgere il pensiero dell’autore originario e i testi scientifici non conformi all’interpretazione aristotelico-scolastica erano considerati eretici. Nel 1616 furono bandite le opere di Copernico. Gli scrittori si autocensuravano e l’attività dei librai diventò difficile per le richieste di permesso e i pericoli di confisca.
Le “patenti di lettura”, tuttavia, che in teoria avrebbero dovuto essere rilasciate solo a studiosi di provata fiducia da parte del Santo Uffizio e durare solo per tre anni, si ottenevano invece in pratica abbastanza facilmente.
Nel 1758, sotto papa Benedetto XIV, le norme furono riviste e l’indice venne corretto e reso più comodo. Fu inoltre eliminato il divieto di lettura della Bibbia tradotta dal latino. Le competenze per la compilazione e l’aggiornamento dell’indice passarono a partire dal 1917 al Sant’Uffizio.
L’indice nei suoi quattro secoli di vita venne aggiornato almeno venti volte (l’ultima nel 1948) e fu definitivamente abolito solo dopo il Concilio Vaticano II nel 1966, sotto papa Paolo VI.
L’elenco comprendeva, fra gli altri, nomi della letteratura, della scienza e della filosofia come: Francesco Bacone (Francis Bacon), Honoré de Balzac, Henri Bergson, George Berkeley, Cartesio, D’Alembert, Daniel Defoe, Denis Diderot, Alexandre Dumas (padre) e Alexandre Dumas (figlio), Gustave Flaubert, Thomas Hobbes, Victor Hugo, David Hume, Immanuel Kant, Jean de La Fontaine, John Locke, Montaigne, Montesquieu, Blaise Pascal, Pierre-Joseph Proudhon, Jean-Jacques Rousseau, George Sand, Spinoza, Stendhal, Voltaire, Émile Zola.
Tra gli italiani finiti all’indice – scienziati, filosofi, pensatori, scrittori, economisti – vi sono stati Vittorio Alfieri, Pietro Aretino, Cesare Beccaria, Giordano Bruno, Benedetto Croce, Gabriele D’Annunzio, Antonio Fogazzaro, Ugo Foscolo, Galileo Galilei, Giovanni Gentile, Francesco Guicciardini, Giacomo Leopardi, Ada Negri, Adeodato Ressi, Girolamo Savonarola, Luigi Settembrini, Niccolò Tommaseo e Pietro Verri.
Tra gli ultimi ad entrare nella lista sono stati Simone de Beauvoir, André Gide, Jean-Paul Sartre e Alberto Moravia.
Indice dei libri proibiti-Giordano BrunoIndice dei libri proibiti-Paolo VIIndice dei libri proibiti
Poesie di Cesare Pavese-scrittore, poeta, traduttore e critico letterario
Cesare Pavese nasce il 9 SETTEMBRE 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, e muore suicida il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo a Torino.scrittore, poeta, traduttore e critico letterario è considerato uno dei maggiori intellettuali italiani del XX secolo. Esordisce con la traduzione di Moby Dick di Herman Melville, nel 1932; due anni più tardi prende avvio la collaborazione, durata tutta una vita, con la casa editrice Einaudi, che stampa, nel 1943, l’edizione aumentata della sua prima raccolta poetica, Lavorare stanca, uscita per Solaria nel ’36. Oltre la sua attività di redattore, traduttore e americanista, pubblica romanzi e racconti: Paesi tuoi (1941), Feria d’agosto (1946), Dialoghi con Leucò (1947), La bella estate (1949) per cui riceverà il premio Strega. L’ultimo romanzo, La luna e i falò, uscirà nella primavera del ’50. Nell’agosto dello stesso anno si toglierà la vita all’albergo Roma di Torino. Usciti postumi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, apice della sua poesia, e il diario che lo ha accompagnato dal 1935 fino alla morte, Il mestiere di vivere.
La sua opera si colloca tra realismo e simbolismo lirico: la realtà delle natìe langhe e della Torino della vita adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città vedono come protagonista più la coscienza dell’autore che non la realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato l’equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nell’opera di Pavese.
L’aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. E’ l’epoca della noluntas l’artista si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della storia, dell’individuo. C’è uno scompenso fondamentale tra il sentire, il capire e l’agire, per cui il primo elemento determina una specie di paralisi degli altri due. L’artista decadente, smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si trova nell’incapacità di affrontare l’esistenza, gravemente handicappato nei rapporti umani, sempre a disagio in ogni situazione esistenziale, con grosse tare nevrotiche originate proprio da questa situazione di inadeguatezza nei confronti della vita. Ecco allora che vivere diventa mestiere da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. In tale situazione di sradicamento l’arte appare come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici “Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno”, dice Pavese. Per la letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte diventano sinonimi, vivere è essere per la morte.
Cesare Pavese
Cesare Pavese, (da) “La Luna e i Falò”, 1950-L’altro anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a rivedere i noccioli. La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendìo così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima – e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri – era come scorticata dall’inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi. La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce. Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta una stoppa di meliga. Dalla stalla muggì un bue, e nel freddo della sera sentii l’odore del letame. Chi adesso stava nel casotto non era dunque più così pezzente come noi.M’ero sempre aspettato qualcosa di simile, o magari che il casotto fosse crollato; tante volte m’ero immaginato sulla spalletta del ponte a chiedermi com’era stato possibile passare tanti anni in quel buco, su quei pochi sentieri, pascolando la capra e cercando le mele rotolate in fondo alla riva, convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo. Ma non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire ch’era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull’aia. Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi. Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato padrone, l’avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti. Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l’uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C’è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni,e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?
Cesare PAVESE
Mania di solitudine
Mangio un poco di cena seduto alla chiara finestra.
Nella stanza è già buio e si guarda il cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in aperta campagna.
Mangio e guardo nel cielo – chi sa quante donne
stan mangiando a quest’ora – il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.
Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che fra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale, così com’è fermo il mio corpo.
Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusío di silenzio.
Ogni cosa, nel buio, la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acque tra l’erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.
Non importa la notte. Il quadrato di cielo
mi susurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte nel vuoto, lontano dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.
Incontro
Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.
L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.
Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino. Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l’alba su queste colline.
L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.
Lavorare stanca (Einaudi, 2001)
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
Cesare PAVESE
CANZONE
*
Le nuvole sono legate alla terra ed al vento.
Fin che ci saran nuvole sopra Torino
sarà bella la vita. Sollevo la testa
e un gran gioco si svolge lassù sotto il sole.
Masse bianche durissime e il vento vi circola
tutto azzurro – talvolta le disfa
e ne fa grandi veli impregnati di luce.
Sopra i tetti, a migliaia le nuvole bianche
copron tutto, la folla, le pietre e il frastuono.
Molte volte levandomi ho visto le nuvole
trasparire nell’acqua limpida di un catino.
Anche gli alberi uniscono il cielo alla terra.
Le città sterminate somiglian foreste
dove il cielo compare su su, tra le vie.
Come gli alberi vivi sul Po, nei torrenti
così vivono i mucchi di case nel sole.
Anche gli alberi soffrono e muoiono sotto le nubi
l’uomo sanguina e muore, – ma canta la gioia
tra la terra ed il cielo, la gran meraviglia
di città e di foreste. Avrò tempo domani
a rinchiudermi e stringere i denti. Ora tutta la
vita son le nubi e le piante e le vie, perdute nel cielo.
-Anche tu sei l’amore-
Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.
Tu sei come una terra
Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgherà dal fondo
come un frutto tra i rami.
C’è un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t’ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell’estate.
[29 ottobre 1945]
da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1952
– Ogni notte, tornando dalla vita
Ogni notte, tornando dalla vita,
dinanzi a questo tavolo
prendo una sigaretta
e fumo solitario la mia anima.
La sento spasimare tra le dita
e consumarsi ardendo.
Mi sale innanzi agli occhi con fatica
in un fumo spettrale
e mi ravvolge tutto,
a poco a poco, d’una febbre stanca.
I rumori e i colori della vita
non la toccano piú:
sola in se stessa è tutta macerata
di triste sazietà
per colori e rumori.
Nella stanza è una luce violenta
ma piena di penombre.
Fuori, il silenzio eterno della notte.
Eppure nella fredda solitudine
la mia anima stanca
ha tanta forza ancora
che si raccoglie in sé
e brucia d’un’acredine convulsa.
Mi si contrae fra mano,
poi, distrutta, si fonde e si dissolve
in una nebbia pallida
che non è piú se stessa
ma si contorce tanto.
Cosí ogni notte, e non mi vale scampo,
in un silenzio altissimo,
io brucio solitario la mia anima.
Estate
C’è un giardino chiaro, fra mura basse,
di erba secca e di luce, che cuoce adagio
la sua terra. È una luce che sa di mare.
Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli
e ne scuoti il ricordo.
Ho veduto cadere
molti frutti, dolci, su un’erba che so,
con un tonfo. Così trasalisci tu pure
al sussulto del sangue. Tu muovi il capo
come intorno accadesse un prodigio d’aria
e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale
nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.
Ascolti.
La parole che ascolti ti toccano appena.
Hai nel viso calmo un pensiero chiaro
che ti finge alle spalle la luce del mare.
Hai nel viso un silenzio che preme il cuore
con un tonfo, e ne stilla una pena antica
come il succo dei frutti caduti allora.
– Anche la notte ti somiglia-
Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t’implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.
La notte soffre e anela l’alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c’è chi come te attende l’alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri alba.
I mattini passano chiari-
I mattini passano chiari
e deserti. Cosí i tuoi occhi
s’aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d’immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce, è il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora è in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest’ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
È buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.
Pover’anima stanca e imbellettata,
noi che indugiamo per le vie affollate
logori della vita non vissuta
e tutti intorno ci urtano,
siamo come le povere puttane
che passeggiano lente
e il loro aspetto è un mascherone atroce.
Stringono tra le labbra
la sigaretta rauca
come un ultimo appiglio disperato.
E all’osteria notturna
s’abbandonano a bere il vino sporco,
rosso come le bocche.
Io contemplo così la nostra fine,
o anima solitaria,
ché, alle lacrime, il mondo non risponde
e, se infuriamo, siamo una pietà.
Triste triste anima,
che ti senti morire come un tisico,
che cosa mai berremo questa notte?
Ascolteremo nella calma stanca
Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.
Paesaggio [VI]
Quest’è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
nella bella città, in mezzo a prati e colline,
e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono
ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori
vi camminano. Vanno nella bianca penombra
sorridenti: per strada può accadere ogni cosa.
Può accadere che l’aria ubriachi.
Il mattino
si sarà spalancato in un largo silenzio
attutendo ogni voce. Persino il pezzente,
che non ha una città né una casa, l’avrà respirato,
come aspira il bicchiere di grappa a digiuno.
Val la pena aver fame o esser stato tradito
dalla bocca piú dolce, pur di uscire a quel cielo
ritrovando al respiro i ricordi piú lievi.
Ogni via, ogni spigolo schietto di casa
nella nebbia, conserva un antico tremore:
chi lo sente non può abbandonarsi. Non può
abbandonare
la sua ebrezza tranquilla, composta di cose
dalla vita pregnante, scoperte a riscontro
d’una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso.
Anche i grossi cavalli, che saranno passati
tra la nebbia nell’alba, parleranno d’allora.
O magari un ragazzo scappato di casa
torna proprio quest’oggi, che sale la nebbia
sopra il fiume, e dimentica tutta la vita,
le miserie, la fame e le fedi tradite,
per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino.
Val la pena tornare, magari diverso.
Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane ‒
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu ‒ ferma e chiara.
Cesare Pavese
Lavorare stanca
Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
Maternità
Questo è un uomo che ha fatto tre figli: un gran corpo
poderoso, che basta a se stesso; a vederlo passare
uno pensa che i figli han la stessa statura.
Dalle membra del padre (la donna non conta)
debbon esser usciti, già fatti, tre giovani
come lui. Ma comunque sia il corpo dei tre,
alle membra del padre non manca una briciola
né uno scatto: si sono staccati da lui
camminandogli accanto.
La donna c’è stata,
una donna di solido corpo, che ha sparso
su ogni figlio del sangue e sul terzo c’è morta.
Pare strano ai tre giovani vivere senza la donna
che nessuno conosce e li ha fatti, ciascuno, a fatica
annientandosi in loro. La donna era giovane
e rideva e parlava, ma è un gioco rischioso
prender parte alla vita. È così che la donna
c’è restata in silenzio, fissando stravolta il suo uomo.
I tre figli hanno un modo di alzare le spalle
che quell’uomo conosce. Nessuno di loro
sa di avere negli occhi e nel corpo una vita
che a suo tempo era piena e saziava quell’uomo.
Ma, a vedere piegarsi un suo giovane all’orlo del fiume
e tuffarsi, quell’uomo non ritrova più il guizzo
delle membra di lei dentro l’acqua, e la gioia
dei due corpi sommersi. Non ritrova più i figli
se li guarda per strada e confronta con sé.
Quanto tempo è che ha fatto dei figli? I tre giovani
vanno invece spavaldi e qualcuno per sbaglio
s’è già fatto un figliolo, senza farsi la donna.
Il paradiso sui tetti
Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Cesare Pavese
[1935]
da “Lavorare stanca”, (1936 – 1943), in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998
La luna e i falò: Ediz. integrale di CESARE PAVESE “La luna e i falò” (1950) è l’ultimo romanzo di Cesare Pavese ed è considerato il lavoro più significativo della sua poetica: è l’eredità che ci ha lasciato dei temi che gli furono più cari. Narra la storia di Anguilla, un uomo che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo aver vissuto per molti anni in America e aver fatto fortuna, torna al suo paese d’origine sulle colline piemontesi spinto dalla nostalgia di quel mondo di campagna. Presto, però, si rende conto che ciò che ricordava non esiste più, solo i luoghi sono rimasti gli stessi, non le persone e nemmeno la vita. Rievoca il passato insieme al vecchio amico Nuto, ex partigiano sempre rimasto nel paese, e con lui prende atto dei cambiamenti determinati dalla guerra. Il romanzo vive del contrasto tra la visione felice dell’infanzia e il dolore del presente, sulle care amicizie svanite e su un dramma che incombe sopra un mondo che ormai gli è sconosciuto. La narrazione “concreta” e lirica allo stesso tempo è strutturata con un continuo accavallarsi tra passato e presente, sorretta dai pensieri e ricordi del protagonista.
Cesare Pavese, (da) “La Luna e i Falò”, 1950.
Cesare Pavese, (da) “La Luna e i Falò”, 1950-L’altro anno, quando tornai la prima volta in paese, venni quasi di nascosto a rivedere i noccioli. La collina di Gaminella, un versante lungo e ininterrotto di vigne e di rive, un pendìo così insensibile che alzando la testa non se ne vede la cima – e in cima, chi sa dove, ci sono altre vigne, altri boschi, altri sentieri – era come scorticata dall’inverno, mostrava il nudo della terra e dei tronchi. La vedevo bene, nella luce asciutta, digradare gigantesca verso Canelli dove la nostra valle finisce. Dalla straduccia che segue il Belbo arrivai alla spalliera del piccolo ponte e al canneto. Vidi sul ciglione la parete del casotto di grosse pietre annerite, il fico storto, la finestretta vuota, e pensavo a quegli inverni terribili. Ma intorno gli alberi e la terra erano cambiati; la macchia dei noccioli sparita, ridotta una stoppa di meliga. Dalla stalla muggì un bue, e nel freddo della sera sentii l’odore del letame. Chi adesso stava nel casotto non era dunque più così pezzente come noi.M’ero sempre aspettato qualcosa di simile, o magari che il casotto fosse crollato; tante volte m’ero immaginato sulla spalletta del ponte a chiedermi com’era stato possibile passare tanti anni in quel buco, su quei pochi sentieri, pascolando la capra e cercando le mele rotolate in fondo alla riva, convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo. Ma non mi ero aspettato di non trovare più i noccioli. Voleva dire ch’era tutto finito. La novità mi scoraggiò al punto che non chiamai, non entrai sull’aia. Capii lì per lì che cosa vuol dire non essere nato in un posto, non averlo nel sangue, non starci già mezzo sepolto insieme ai vecchi, tanto che un cambiamento di colture non importi. Certamente, di macchie di noccioli ne restavano sulle colline, potevo ancora ritrovarmici; io stesso, se di quella riva fossi stato padrone, l’avrei magari roncata e messa a grano, ma intanto adesso mi faceva l’effetto di quelle stanze di città dove si affitta, si vive un giorno o degli anni, e poi quando si trasloca restano gusci vuoti, disponibili, morti. Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. Si fa l’uva e la si vende a Canelli; si raccolgono i tartufi e si portano in Alba. C’è Nuto, il mio amico del Salto, che provvede di bigonce e di torchi tutta la valle fino a Camo. Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni,e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?
Cesare Pavese, (da) “La Luna e i Falò”, 1950.
Lavorare stanca
Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.
Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.
Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.
Cesare PAVESE tra parole e note
Maternità
Questo è un uomo che ha fatto tre figli: un gran corpo
poderoso, che basta a se stesso; a vederlo passare
uno pensa che i figli han la stessa statura.
Dalle membra del padre (la donna non conta)
debbon esser usciti, già fatti, tre giovani
come lui. Ma comunque sia il corpo dei tre,
alle membra del padre non manca una briciola
né uno scatto: si sono staccati da lui
camminandogli accanto.
La donna c’è stata,
una donna di solido corpo, che ha sparso
su ogni figlio del sangue e sul terzo c’è morta.
Pare strano ai tre giovani vivere senza la donna
che nessuno conosce e li ha fatti, ciascuno, a fatica
annientandosi in loro. La donna era giovane
e rideva e parlava, ma è un gioco rischioso
prender parte alla vita. È così che la donna
c’è restata in silenzio, fissando stravolta il suo uomo.
I tre figli hanno un modo di alzare le spalle
che quell’uomo conosce. Nessuno di loro
sa di avere negli occhi e nel corpo una vita
che a suo tempo era piena e saziava quell’uomo.
Ma, a vedere piegarsi un suo giovane all’orlo del fiume
e tuffarsi, quell’uomo non ritrova più il guizzo
delle membra di lei dentro l’acqua, e la gioia
dei due corpi sommersi. Non ritrova più i figli
se li guarda per strada e confronta con sé.
Quanto tempo è che ha fatto dei figli? I tre giovani
vanno invece spavaldi e qualcuno per sbaglio
s’è già fatto un figliolo, senza farsi la donna.
Il paradiso sui tetti
Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Breve biografia di Cesare Pavese
Cesare Pavese
Cesare Pavese nasce il 9 SETTEMBRE 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, e muore suicida il 27 agosto 1950, in una camera d’albergo a Torino.scrittore, poeta, traduttore e critico letterario è considerato uno dei maggiori intellettuali italiani del XX secolo. Esordisce con la traduzione di Moby Dick di Herman Melville, nel 1932; due anni più tardi prende avvio la collaborazione, durata tutta una vita, con la casa editrice Einaudi, che stampa, nel 1943, l’edizione aumentata della sua prima raccolta poetica, Lavorare stanca, uscita per Solaria nel ’36. Oltre la sua attività di redattore, traduttore e americanista, pubblica romanzi e racconti: Paesi tuoi (1941), Feria d’agosto (1946), Dialoghi con Leucò (1947), La bella estate (1949) per cui riceverà il premio Strega. L’ultimo romanzo, La luna e i falò, uscirà nella primavera del ’50. Nell’agosto dello stesso anno si toglierà la vita all’albergo Roma di Torino. Usciti postumi Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, apice della sua poesia, e il diario che lo ha accompagnato dal 1935 fino alla morte, Il mestiere di vivere.
La sua opera si colloca tra realismo e simbolismo lirico: la realtà delle natìe langhe e della Torino della vita adulta diventa teatro delle proiezioni interiori, del profondo disagio esistenziale, dei miti immaginativi, della ricerca di autenticità, delle ossessioni psichiche. Così le colline e la città vedono come protagonista più la coscienza dell’autore che non la realtà esterna, ambientale e storica. Per questo va dissipato l’equivoco di un Pavese padre del neorealismo post-bellico. Le componenti esistenziali hanno un cospicuo rilievo ed entrano direttamente come materia di scrittura nell’opera di Pavese.
L’aspetto forse più vistoso del suo appartenere al decadentismo è offerto dalla crisi del rapporto tra arte e vita. E’ l’epoca della noluntas l’artista si lascia vivere, è pieno di contraddizioni e di conflitti. Sua unica ricchezza è una sensibilità che non serve a nulla e agisce soltanto in senso negativo, corrodendo ogni certezza sul destino del mondo, della storia, dell’individuo. C’è uno scompenso fondamentale tra il sentire, il capire e l’agire, per cui il primo elemento determina una specie di paralisi degli altri due. L’artista decadente, smarrita assieme ai valori tradizionali ogni volontà di agire, si trova nell’incapacità di affrontare l’esistenza, gravemente handicappato nei rapporti umani, sempre a disagio in ogni situazione esistenziale, con grosse tare nevrotiche originate proprio da questa situazione di inadeguatezza nei confronti della vita. Ecco allora che vivere diventa mestiere da apprendere con grande pena e spesso senza risultati. In tale situazione di sradicamento l’arte appare come sostituto integrale dell’esistenza «Ho imparato a scrivere, non a vivere», ma anche come unico rimedio, la sola possibilità di sentirsi vivi e, per un attimo, persino felici “Quando scrivo sono normale, equilibrato, sereno”, dice Pavese. Per la letteratura del Novecento, il grado di autenticità poetica è determinato dalla misura di aderenza alla sconsolata visione dell’uomo, colto nel suo destino di angoscia. Autenticità e morte diventano sinonimi, vivere è essere per la morte.
Giovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITT
Articolo dalla Rivista PEGASO diretta da Ugo Ojetti-N°1 del Gennaio 1932
pittore Antony De WITT
, Nacque a Livorno il 22 febbraio 1876 da Vittorio Antoni e da Palmira De Witt, proprietari di un’agenzia marittima, e trascorse l’infanzia tra Livorno e le colline pisane. Dal 1910 decise di adottare il cognome della madre, discendente da un’antica famiglia di feudatari borgognoni trasferitisi in Toscana e qui imparentati con gli Antoni di Pisa. Studiò presso il Liceo G. B. Niccolini di Livorno, dove ebbe come insegnante Giovanni Pascoli. Appassionatosi alla pittura, iniziò a frequentare Angiolo e Adolfo Tommasi e strinse amicizia con Fattori e Lega. Giovanissimo, esordì alla Promotrice di Torino del 1891 con il dipinto “Ruscello in primavera”, che ricevette le lodi di Signorini e fu acquistato dal re, che lo donò alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze.
Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. All’età di dodici anni perde il padre, ucciso da una fucilata sparata da ignoti; la famiglia è costretta a lasciare la tenuta che il padre amministrava, perdendo quella condizione di benessere economico di cui godeva. Nell’arco dei sette anni successivi, Giovanni perderà la madre, una sorella e due fratelli. Prosegue gli studi prima a Firenze, poi a Bologna. Nella città emiliana aderisce alle idee socialiste: durante una delle sue attività di propaganda nel 1879 viene arrestato. Consegue la laurea in Lettere nel 1882.
Giovanni PascoliGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITTGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITTGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITTGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITTGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITTGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITTGiovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITT
Giovanni Pascoli
Biografia di Giovanni Placido Agostino Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855.All’età di dodici anni perde il padre, ucciso da una fucilata sparata da ignoti; la famiglia è costretta a lasciare la tenuta che il padre amministrava, perdendo quella condizione di benessere economico di cui godeva. Nell’arco dei sette anni successivi, Giovanni perderà la madre, una sorella e due fratelli. Prosegue gli studi prima a Firenze, poi a Bologna. Nella città emiliana aderisce alle idee socialiste: durante una delle sue attività di propaganda nel 1879 viene arrestato. Consegue la laurea in Lettere nel 1882.
Inizia a lavorare come professore: insegna greco e latino a Matera, Massa e Livorno; suo obiettivo è quello di riunire attorno a sè i membri della famiglia. In questo periodo pubblica le prime raccolte di poesie: “L’ultima passeggiata” (1886) e “Myricae” (1891). L’anno seguente vince la prima delle sue d’oro al concorso di poesia latina di Amsterdam; parteciperà varie volte negli anni, vincendo in totale 13 medaglie d’oro.
Dopo un breve soggiorno a Roma si trasferisce a Castelvecchio di Barga, piccolo comune toscano dove acquista una villetta e una vigna. Con lui vi è la sorella Maria – da lui affettuosamente chiamata Mariù – vera compagna della sua vita, considerato che Pascoli non si sposerà mai.
Ottiene un posto per insegnare all’università, prima a Bologna, poi a Messina e infine a Pisa. In questi anni pubblica tre saggi danteschi e varie antologie scolastiche.
La produzione poetica prosegue con i “Poemetti” (1897) e i “Canti di Castelvecchio” (1903). Convertitosi alle correnti nazionaliste, raccoglie i suoi discorsi sia politici, che poetici e scolastici nei “Miei pensieri di varia umanità” (1903).
Ottiene poi la prestigiosa cattedra di Letteratura italiana a Bologna, prendendo il posto lasciato da Giosuè Carducci.
Nel 1907 pubblica “Odi ed inni”, a cui seguono “Canzoni di re Enzo” e i “Poemi italici” (1908-1911).
La poesia di Pascoli è caratterizzata da una metrica formale fatta di endecasillabi, sonetti e terzine coordinati con grande semplicità. La forma è classica esternamente, maturazione del suo gusto per le letture scientifiche: a tali studi si ricollega il tema cosmico di Pascoli, ma anche la precisione del lessico in campo botanico e zoologico. Uno dei meriti di Pascoli è stato quello di rinnovare la poesia, toccando temi fino ad allora trascurati dai grandi poeti: con la sua prosa trasmette il piacere delle cose semplici, usando quella sensibilità infantile che ogni uomo porta dentro di se.
Pascoli era un personaggio malinconico, rassegnato alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società, convinto che quest’ultima fosse troppo forte per essere vinta. Nonostante ciò, seppe conservare un senso profondo di umanità e di fratellanza. Crollato l’ordine razionale del mondo, in cui aveva creduto il positivismo, il poeta, di fronte al dolore e al male che dominano sulla Terra, recupera il valore etico della sofferenza, che riscatta gli umili e gli infelici, capaci di perdonare i propri persecutori.
Nel 1912 la sua salute peggiora e deve lasciare l’insegnamento per curarsi. Trascorre i suoi ultimi giorni a Bologna, dove muore il 6 aprile.
Opere principali di Giovani Pascoli
1891 – Myricae (I edizione della fondamentale raccolta di versi)
1896 – Iugurtha (poemetto latino)
1897 – Il fanciullino (scritto pubblicato sulla rivista “Il Marzocco”)
1897 – Poemetti
1898 – Minerva oscura (studi danteschi)
1903
– Canti di Castelvecchio (dedicati alla madre)
– Myricae (edizione definitiva)
– Miei scritti di varia umanità
1904
– Primi poemetti
– Poemi conviviali
1906
– Odi e Inni
– Canti di Castelvecchio (edizione definitiva)
– Pensieri e discorsi
1909
– Nuovi poemetti
– Canzoni di re Enzio
– Poemi italici
1911-1912
– Poemi del Risorgimento
– Carmina
– La grande proletaria si è mossa
Biografia Antony De WITT
pittore Antony De WITT
Antony De Witt, Nacque a Livorno il 22 febbraio 1876 da Vittorio Antoni e da Palmira De Witt, proprietari di un’agenzia marittima, e trascorse l’infanzia tra Livorno e le colline pisane. Dal 1910 decise di adottare il cognome della madre, discendente da un’antica famiglia di feudatari borgognoni trasferitisi in Toscana e qui imparentati con gli Antoni di Pisa. Studiò presso il Liceo G. B. Niccolini di Livorno, dove ebbe come insegnante Giovanni Pascoli. Appassionatosi alla pittura, iniziò a frequentare Angiolo e Adolfo Tommasi e strinse amicizia con Fattori e Lega. Giovanissimo, esordì alla Promotrice di Torino del 1891 con il dipinto “Ruscello in primavera”, che ricevette le lodi di Signorini e fu acquistato dal re, che lo donò alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze. In seguito partecipò alle Promotrici di Genova, Firenze e Torino e alla Triennale di Brera. In questo periodo realizzò alcune tempere dedicate al Pascoli e alcune illustrazioni per la terza edizione di Myricae (1894). Fu lo stesso poeta ad ampliare l’orizzonte delle sue conoscenze presentandolo ad Adolfo De Bosis, direttore della rivista “Il Convito”, a Lorenzo Viani e a Giacomo Puccini, di cui frequentò la casa di Torre del Lago. All’attività artistica affiancò gli studi scientifici, che portò a termine nel 1897, conseguendo la laurea in scienze fisiche e naturali presso l’Università di Pisa sotto la guida di Sebastiano Richiardi. Nello stesso anno partecipò alla Biennale di Venezia con due disegni, oggi dispersi, dal titolo “Raccolta di impressioni” e pubblicò una serie di articoli dedicati all’esposizione sulla rivista “La Tribuna”, scritti in collaborazione con Domizio Torrigiani. Verso il 1901 si trasferì a Cagliari, dove per necessità intraprese l’insegnamento scolastico delle scienze. Nel 1903 espose nuovamente a Venezia; in questa occasione il suo dipinto “Pomeriggio di primavera in Sardegna” fu acquistato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Nel 1907 sposò Carlotta Palombella San Juste, con la quale rientrò a Livorno nel 1910, per stabilirsi successivamente a Lucca, nel 1913. In questo periodo realizzò un numero limitato di dipinti e disegni, più numerose furono invece le incisioni, acqueforti e xilografie. Nel 1912 iniziò a collaborare con l’Eroica, diretta da Ettore Cozzani, ed entrò a far parte della Corporazione degli Xilografi Italiani, con cui espose, nel 1912, alla Mostra Internazionale di Xilografia di Levanto, alla Biennale veneziana del 1914 e alla Secessione romana 1915. Nel 1919 fu pubblicato un intero fascicolo della rivista a lui dedicato. Nel 1920 si recò in Argentina, dove iniziò a scrivere il romanzo “Estancia” (pubblicato a Milano nel 1925). Nel 1924 compì un lungo viaggio in Eritrea, poi in Germania, in Olanda e in Norvegia. Nel 1928, infine, si stabilì a Firenze, dove ricoprì la carica di direttore del Gabinetto dei disegni e delle stampe degli Uffizi. Nel 1932 sposò la norvegese Sigrid Ferrè; nello stesso periodo compì un secondo viaggio in Argentina e nel 1938 si recò a Oslo (qui alcuni suoi dipinti furono acquistati dalla Galleria Nazionale) e Brekkesto, stringendo rapporti con l’ambiente artistico locale. A partire degli anni Venti rallentò l’attività espositiva, eccezion fatta per la partecipazione alle Biennali veneziane del 1928 e del 1930. Dopo la guerra riprese ad esporre in occasione della VI, VII e IX edizione del Premio Nazionale del Fiorino di Firenze (1955, 1956, 1958), della VII Quadriennale romana (1955-56), e di due personali alla Strozzina di Firenze (1954 e 1957). Nel 1962 fu chiamato ad esporre al Centro Culturale Olivetti di Ivrea. A partire dal 1965 eseguì le illustrazioni per l’edizione nazionale della Divina Commedia, in occasione delle Celebrazioni del centenario dantesco, e nel 1966 quella per la Gerusalemme Liberata. Numerose le collaborazioni con riviste e testate giornalistiche, tra cui La Nazione, Emporium, Pegaso, Dedalo, ecc. e le pubblicazioni a carattere storico artistico. Nel 1948 e nel 1949 affiancò C. L. Ragghianti nell’organizzazione delle mostre Nuova Arazzeria Artistica Fiorentina e l’Opera grafica di Munch. Nel 1955 pubblicò il secondo romanzo, “L’ora delle serve”. Morì a Firenze il 13 giugno 1967.
Personalità colta ed eclettica, alternò l’attività artistica con quella letteraria, con la critica d’arte e con interessi scientifici. Rivestono particolare importanza, per la ricostruzione della sua figura, l’antologica tenutasi a Firenze nel 1975, in Palazzo Strozzi, lo studio sulla sua opera grafica curato da G. L. Mellini (1976) e il catalogo della mostra a cura di Francesca Cagianelli, Antonio Antony De Witt: 1876-1967 (cat. della mostra, Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti) Firenze, Artificio, 1998.
Fonte- Archivio degli Artisti Lucchesi della Fondazione Ragghianti.
Giovanni PascoliBiblioteca DEA SABINA-Rivista PEGASO –Giovanni Pascoli lettere al pittore Antony De WITT
Alessandro Moriconi – MATEMATICA E POESIA – Dalle addizioni all’identità di Eulero
Editore: Gruppo Albatros Il Filo
Descrizione del libro-Matematica e poesia sono due discipline apparentemente molto distanti ma che, a ben guardare, si nutrono delle stesse passioni: la sintesi a cui l’una è costretta e a cui sempre l’altra si appella, le regole alle quali la prima è per definizione sottoposta e a cui la seconda piace costringersi, ma anche le emozioni che generano in chi le frequenta da attore o da spettatore, e l’ambizione di rappresentare la realtà nella consapevolezza che non viene loro richiesto di essere vere. È l’idea di contaminazione tra due discipline dal volto così diverso che ha guidato Alessandro Moriconi nella composizione di questa raccolta di sonetti in romanesco che, celebrando il matrimonio tra matematica e poesia, rivisitano molti concetti della scienza dei numeri con l’efficacia del dialetto della Città Eterna. Un progetto audace quanto naturale, nato dal desiderio di un matematico-poeta di sottolineare quanto sia fantastica la razionalità della matematica e razionale la fantasia della poesia. Un libro da gustare con il cuore e con la mente.
Editore Gruppo Albatros Il Filo
Collana Nuove voci I saggi
Recensione
Alessandro Moriconi – MATEMATICA E POESIA
-Fonte –OnlineNew
Premessa. Odio la matematica, mi annoia la poesia. L’accostamento tra i due elementi? Curioso, un gioco intellettuale. Per carattere e mestiere non rifiuto a priori alcuna esperienza. E apro una parentesi personale. Stavo curiosando tra i libri della libreria che ho scelto di frequentare da anni, quando con la coda dell’occhio colgo l’avvicinarsi di una persona con un libro in mano. Ho la mente allenata, fotografa la copertina e contemporaneamente la rivedo assieme ad altre, tutte uguali, esposte in un corner. E’ tutto chiaro, il signore in questione è l’autore in persona. Mi vuole presentare il suo lavoro. Lo ascolto con educazione, poi lo anticipo e mi presento. L’argomento del libro in questa fase è prematuro, mi interessa l’approccio. E’ un gesto di coraggio, va recepito in modo positivo. Mi è già capitato. Sono già pronto a prescindere a prendere in carico l’opera e a sfidarne l’autore: se mi convince lo recensisco sul mio giornale. Nessuna valutazione preconcetta.E l’ opera “Matematica e Poesia” di Alessandro Moriconi, sicuramente originale, non è di mio interesse. Come ho già detto non mi fanno fremere i due elementi separati, l’accostamento voluto o fortuito mi lascia indifferente. Ma Moriconi non è un aspirante scrittore, è un matematico dell’Istituto di ingegneria del mare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Inm) e divulgatore scientifico. E questo accende il mio interesse. Scopriamo anche di avere conoscenze comuni. Ma non mi chiedete di leggere i sessanta “Sonetti matematici” contenute nel libro. Mi spiega che il libro è una raccolta di 60 sonetti in dialetto romanesco che trattano altrettanti argomenti matematici, ognuno dei quali è anticipato da un disegno e da un’introduzione tecnico-storica, che facilita la comprensione dei versi. Le regole usate sono quelle dettate dalla grammatica stilata dall’Accademia Romanesca, aggiunge (arabo per me), che sostanzialmente si ispira alla poesia del Trilussa. Onore al merito, all’impegno, alla fantasia. Lo scrittore è più interessante del libro. E probabilmente proprio per questo il libro va letto e tenuto su uno scaffale della libreria nello studio. Qualcuno lo noterà e lo sfoglierà incuriosito. Un bel successo. Moriconi è un matematico, dicevo, e da 35 anni svolge l’attività di divulgazione scientifica. Ma la passione per le discipline umanistiche lo porta a contaminazioni con altri mondi, a teatro e poesia. Il passo per approdare ai sonetti in romanesco è breve, ma il tentativo di avvicinare i due elementi di cui si parla resta forzato. Più interessante è quello che si può definire un “retrogusto” culturale. Lo scoprire che matematica e poesia hanno cose in comune, la sintesi, le regole, in qualche modo le emozioni (dal rabbioso rifiuto al piacere intellettuale), una concreta astrazione. Si può raccontare la matematica in versi ( in dialetto per di più)? Secondo l’autore è lecito e possibile Gli argomenti matematici trattati spaziano dalle semplici addizioni a concetti più complessi di geometria, di analisi matematica, di insiemistica o di statistica, senza dimenticare temi imprescindibili come ad esempio la filosofia che ha accompagnato per secoli i cosiddetti solidi Platonici. E non mancano alcuni elementi di logica matematica che avvicinano il lettore al concetto di paradosso, uno dei princìpi cardine del lavoro svolto dal più grande logico del Novecento Kurt Gödel. Scoprire la razionalità della matematica attraverso la comunicatività della poesia, è possibile. Provare per credere
Lina Schwarz nacque a Verona il 20 marzo 1876. Fu maestra e poetessa, autrice di molti libri di rime e filastrocche per bambini.Fu una poliedrica donna, colta ed inserita nell’humus culturale dell’Europa del Novecento.Nel 1938, a causa delle leggi razziali, si trasferì da Milano (dove abitava con la famiglia) prima ad Arcisate e poi a Brissago in Svizzera.Fu traduttrice dell’opera dei Rudolf Steiner, portando così il suo pensiero in Italia.In moltissimi libri scolastici del ‘900 apparvero in forma anonima sue poesie e filastrocche di Lina Schwarz. Queste divennero un vero e proprio patrimonio comune tanto che spesso, ancora oggi, sono considerati testi della tradizione popolare.
LINA SCHWARZ
Quanti di voi conoscono la tradizionale “Stella Stellina”?
Stella stellina
La notte s’avvicina
La fiamma traballa
La mucca è nella stalla
La mucca e il vitello
La pecora e l’agnello
La chioccia e il pulcino
Ognuno ha il suo bambino
Ognuno ha la sua mamma
E tutti fan la nanna
In cima a un albero
c’è un uccellino
di nuovo genere…
che sia un bambino?
Felice e libero
saluta il sole
canta, s’arrampica,
fa quel che vuole.
Ma inesorabile
il tempo vola:
le foglie cadono…
si torna a scuola!
La bambola dimenticata
La bimba dorme nel suo lettino,
dorme tranquilla, sogna beata…
E la sua bambola, fuori in giardino,
sta sola sola dimenticata.
Piove a dirotto tutta la notte…
Povera bambola, che infreddatura!
Star lì inzuppata, con l’ossa rotte,
liquefacendosi per la paura.
Ma quella bimba, poi, domattina,
quanti rimproveri farsi dovrà,
quando la cara sua bambolina,
in quello stato ritroverà!
C’è una bimba che spazza davanti alla sua porta:
La bimba è piccola, e la granata è corta:
la neve è tanta tanta che copre la città,
a spazzarla via tutta chi mai ci arriverà?
Ci arriveremo tutti, se ognuno spazza un po’…
la bimba è piccolina, ma fa quello che può.
Quanti giocattoli
Quanti giocattoli
nelle vetrine!
Tutti si fermano
bimbi e bambine.
Ma si divertono
solo a vedere,
san già che tutto
non si può avere!
Povero babbo! Stanco, scalmanato,
tutte le sere torna dal lavoro,
ma per cantar la nanna al suo tesoro
ha sempre un po’ di forza e un po’ di fiato.
Lina Schwarz nacque a Verona il 20 marzo 1876.Si trasferì a Milano nel 1886 con la famiglia (ebrei di origine ungherese) che esercitava attività commerciale e fin dall’adolescenza si interessò a temi filosofici, pedagogici e a tematiche sociali.
Le notizie sulla vita di Lina Schwarz non sono molte e sono spesso abbastanza vaghe.
Al termine della prima guerra mondiale si fece promotrice in Italia dell’antroposofia di Rudolf Steiner che incontrò più volte e delle cui opere fu traduttrice, soprattutto per quanto riguarda conferenze e saggi. Tradusse anche Cronache dell’Akasha e I Punti essenziali della questione sociale.
Insieme a Lavinia Mondolfo fondò la scuola antroposofica di Milano “Leonardo Da Vinci” e nel 1923 rappresentò l’Italia, insieme a Emmelina Sonnino De Renzis, al figlio di lei Giovanni Antonio Colonna duca di Cesarò, ad Alcibiade Mazzarelli e Lamberto Caffarelli al “Convegno di Natale” a Dornach che fu l’evento di fondazione della società antroposofica universale.
Nel 1904 pubblicò il suo primo libro di poesie per bimbi che ebbe grande successo. Già nel 1910 tante sue poesie erano diventate canzoncine per bambini musicate da Oddone e pubblicate da Ricordi. Nel 1935 fu Nino Rota a musicare alcune poesie per bambini della Schwarz. Bemporad ne fece numerose edizioni e la collaborazione con la scrittrice si estese al «Giornalino della domenica» famoso periodico di Vamba.
La sua attività di filantropa si estrinsecò attraverso varie associazioni come l’Unione Femminile, La Fraterna, che seguiva le bambine nella lettura e nei momenti ricreativi, e l’Associazione Scuola famiglia che sosteneva economicamente le famiglie di alunne disagiate.
Guerra, bombardamenti e persecuzioni razziali la indussero a trasferirsi ad Arcisate in provincia di Varese e, da qui, per evitare la recrudescenza della ricerca degli ebrei da deportare in Germania, riuscì a riparare in Svizzera, a Brissago. Rientrata in Italia nel 1945 rimase ad Arcisate dove morì il 24 novembre 1947.
Nel 1963 fu intitolata al suo nome la locale scuola elementare.
Fonti:
I. Drago: La poesia per ragazzi in Italia, Firenze, 1971.
G. De Turris: Esoterismo e fascismo, Roma 2006.
S. Fava: Percorsi critici di letteratura per l’infanzia tra le due guerre, Milano 2004.
Roma- La rassegna “OBIETTIVO DONNA” per festeggiare i 25 anni di Officine Fotografiche-
Roma-Quest’anno, per festeggiare i 25 anni di Officine Fotografiche, rinnoviamo la rassegna OBIETTIVO DONNA, a cura di Emilio D’Itri. Un appuntamento da non mancare con mostre inedite come Martha Grahm di Imogen Cunningham o Il respiro irregolare della vita di Ninni Romeo, e poi proiezione di alcuni episodi di LE FOTOGRAFE di e con Francesco G.Raganato e poi ancora incontri con Alessandra Mauro, Raffaella Perna, Lina Pallotta.
Il programma:
Officine Fotografiche Roma
INAUGURAZIONE il 06 MARZO h. 18:30
MOSTRE: IMOGEN CUNNINGHAM. 91 FOTOGRAFIE A MARTHA GRAHAM
fotografie di IMOGEN CUNNINGHAM (a cura di Samantha Marenzi, Gloria Grandolini) IL RESPIRO IRREGOLARE DELLA VITA
fotografie di NINNI ROMEO(a cura di Lina Pallotta)
07 MARZO h. 18:30 – PROIEZIONE LE FOTOGRAFE (2a stagione) proiezione episodi docu-serie:
CRISTINA VATIELLI – IN MEMORIA DI ME (27min.)
LUDOVICA ANZALDI – CORPI LIBERI (27min.) con Francesco G. Raganato (autore e regista)
LE FOTOGRAFE 2 è la seconda stagione della docu-serie interamente dedicata alle fotografe italiane che trattano temi legati al femminile. Il filo rosso che tiene assieme ogni episodio è la Fotografia intesa come strumento di indagine introspettiva, di esplorazione del reale e di espressione artistica. Nei nuovi episodi si esploreranno concetti più ampi e più stratificati rispetto a quelli della stagione precedente. Si parlerà spiritualità, della ricerca della maternità, di memoria, della scoperta di sé. Ma anche di gender, adolescenza e comunità di appartenenza. Le fotografe non raccontano soltanto tematiche legate al femminile, ma svelano mondi più ampi, più sfaccettati, complessi e affascinanti. Ognuna di loro sta portando avanti la propria ricerca personale, sta crescendo nel proprio lavoro, sta affermando la sua presenza nel mondo della cultura visiva del nostro paese. Ognuna di loro sta contribuendo a cambiare e arricchire l’immaginario fotografico italiano.
LE FOTOGRAFE è una serie antologica, ma non retrospettiva. Lo sguardo e il racconto sono rivolti sempre al presente e al futuro. LE FOTOGRAFE è una serie ideata, scritta e diretta da Francesco G. Raganato, e prodotta da TERRATREMA FILM per SKY ORIGINAL.
14 MARZO h. 18:30 – PROIEZIONE LE FOTOGRAFE (1a stagione) proiezione episodi docu-serie: SIMONA GHIZZONI – TUTTO PARLA DI ME (27min.) ILARIA MAGLIOCCHETTI LOMBI – UN RITRATTO IN DUE (27min.)
con Francesco G. Raganato (autore e regista)
LE FOTOGRAFE (prima stagione) è la prima docu-serie interamente dedicata alle fotografe italiane che trattano temi legati al femminile, creata e diretta da Francesco G. Raganato, prodotta da Terratrema Film in collaborazione con Seriously.
8 episodi, ognuno con una fotografa diversa come protagonista e con un tema specifico: dall’amore alla sessualità, dal ruolo della donna nella società alla body positivity. Il filo rosso che tiene assieme la serie è la fotografia intesa come strumento di indagine, di racconto e di espressione artistica.
Le 8 fotografe non raccontano soltanto tematiche legate al femminile, ma svelano mondi sfaccettati, complessi e affascinanti. Ognuna di loro sta portando avanti la propria ricerca personale, sta crescendo nel proprio lavoro, sta affermando la sua presenza nel mondo della cultura visiva del nostro paese. Ognuna di loro sta contribuendo a cambiare e arricchire l’immaginario fotografico italiano.
In ogni episodio le fotografe sono ritratte nell’atto di creare qualcosa di nuovo. Alcune di loro hanno scatto la foto conclusiva di un progetto fotografico lungo anni, altre hanno cominciato da zero un nuovo progetto. Tutte quante, durante le riprese della serie, hanno scattato fotografie che andranno ad arricchire ed ampliare il loro portfolio artistico.
Alcune tra le 8 protagoniste sono all’inizio della loro carriera, altre stanno crescendo, altre sono già affermate, una rosa variegata di protagoniste, ognuna scelta per la propria specificità.
18 MARZO h. 18:30 – INCONTRI ALESSANDRA MAUROUn enigma surrealista. Lee Miller, le sue fotografie e la sua vita. “Lee Miller è un vero rompicapo surrealista. Cosa che, ne conveniamo, è in sé un enigma”. Così, nel 1933, la rivista d’arte americana Creative Art definiva Lee Miller.
Effettivamente, Lee Miller sfugge a ogni semplice definizione e la sua vita, il suo lavoro, le sue fotografie, la sua vicenda biografica e in qualche modo anche l’immagine del suo corpo, sono elementi che, insieme, compongono il mosaico sfaccettato e a volte contraddittorio della sua personalità: quello di una donna indipendente e di un’artista di talento.
In occasione dell’uscita il 13 marzo del film Lee Miller interpretato da Kate Winslet, con l’aiuto delle sue immagini, delle sue parole e del racconto che su di lei ha composto il figlio, Anthony Penrose, ricostruiamo il suo percorso e cerchiamo, se possibile, di svelarne l’enigma.
21 MARZO h. 18:30 – INCONTRI LINA PALLOTTAArtivismo. Presentazione del libro “Voce ’e Stommache” di Lina Pallotta (Ed. NERO). Voce ‘e stommache di Lina Pallotta è un ritratto personale e intimo della comunità trans napoletana, nato dalla stretta collaborazione con Loredana Rossi, fondatrice e vicepresidente dell’ATN – Associazione Transessuale Napoli, una ONG impegnata a sostenere le persone trans e a tutelarne i diritti, la salute e la dignità.
Il titolo, derivato da un detto napoletano, sta a significare che l’espressione e l’affermazione di sé non nascono solo dall’intelletto ma da un luogo profondo e viscerale, ed è questa l’etica che ha ispirato Pallotta ad avventurarsi per la prima volta nell’uso della fotografia a colori, per catturare le molteplici sfaccettature della ricerca e dell’espressione dell’identità.
Ritratti, scene di strada, interni domestici e istantanee di momenti quotidiani – dall’applicazione del trucco allo shopping e alla condivisione di bevande – le immagini di Pallotta testimoniano un senso di fiducia e comprensione che abbatte le barriere tra artista e soggetto. Voce ‘e stommache si pone quindi come un sentito tributo al potere trasformativo dell’amicizia e dell’espressione di sé, una celebrazione dell’identità e della comunità e uno struggente atto di advocacy.
Il libro è pubblicato nell’ambito della prima edizione del Premio Paul Thorel “L’UNDICESIMA CASA”, con il generoso sostegno della Fondazione Paul Thorel.
28 MARZO h. 18:30 – INCONTRI RAFFAELLA PERNAPolitiche dello spazio domestico nella fotografia femminista italiana. Politicizzare l’ambiente domestico, per superare la dicotomia tra spazio privato e spazio pubblico, è stato uno dei gesti di rottura più radicali agiti dal movimento femminista sin dalle sue origini.
Percepita come luogo altamente simbolico della secolare oppressione femminile, la casa diviene per numerose fotografe un terreno elettivo di sperimentazione, da cui ripartire per ripensare il ruolo della donna e della sua immagine, dentro e fuori dalle mura domestiche. La rappresentazione fotografica del lavoro di cura, il concetto di “doppia presenza”, la riappropriazione della casa come luogo d’incontro e formazione di comunità sono i temi attorno ai quali ruoterà l’incontro.
Ingresso gratuito
Officine Fotografiche si propone di divulgare la cultura della fotografia e dell’immagine agli appassionati di tutte le età, in particolare alle nuove generazioni. Obbiettivo principale dell’associazione è di aumentare la conoscenza tecnica e culturale dell’immagine fotografica, rendendola nel contempo accessibile a tutti.
Via Giuseppe Libetta, 1 – 00154 – Roma
Tel. +39 06 97274721
of@officinefotografiche.org
I nostri orari:
Segreteria dal lunedì al venerdì 9.00/13.00 – 15.00/20.00
Sabato 9.30/12.30 (domenica e festivi chiuso) Spazio espositivo
dal lunedì al venerdì 9.00/13.00 – 15.00/19.45
Sabato 9.30/12.30 (domenica e festivi chiuso) Libreria e Biblioteca
dal lunedì al venerdì 15.00/19.45
Chiuso sabato/domenica e festivi
Breve biografia di Marina Cvetaeva nacque a Mosca il 26 settembre (9 ottobre) 1892, figlia di Ivan Vladimirovič Cvetaev (1847-1913, filologo e storico dell’arte, creatore e direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Puškin) e della sua seconda moglie, Marija Mejn, pianista di talento, polacca per parte di madre. Nel 1910 pubblicò Večernij al’bom (Album serale): poesie scritte dai quindici ai diciassette anni.
Marina Cvetaeva
Il volumetto attirò l’attenzione di poeti come Brjusov, Gumilëv, Vološin. Nella dacia di quest’ultimo, a Koktebel’, in Crimea, Marina incontrò per la prima volta (1911) Sergej Jakovlevič Efron, di origini ebraiche. L’anno successivo Marina lo sposò; di lì a poco comparve la sua seconda raccolta Volšebnyj fonar’ (Lanterna magica) e nel 1913 Iz dvuch knig (Da due libri). Intanto, il 5 settembre 1912, era nata la prima figlia, Ariadna (Alja). Agli inizi del 1916, dopo un viaggio a Pietroburgo si rafforzò l’amicizia con Osip Mandel’štam e si ruppe bruscamente il rapporto amoroso che per circa due anni l’aveva legata alla poetessa Sofija Parnok. Dopo l’ottobre 1917 il marito raggiunse l’esercito dei Bianchi, e la Cvetaeva restò bloccata a Mosca dalla guerra civile. Fra terribili privazioni e lutti (nel febbraio 1920 morì di denutrizione Irina, la figlia nata nel 1917), continuò a scrivere e a mantenere rapporti con il mondo letterario e artistico. Dal 1918 al 1919, nel periodo della sua amicizia con gli attori del II studio del Teatro d’Arte di Mosca, lavorò alle pièces del ciclo “romantico” Metel’ (La tormenta), Feniks (La fenice), Priključenie (Un’avventura), Fortuna, Červonnyj valet (Il fante di cuori), Kamennyj angel (L’angelo di pietra). Nel 1920 scrisse il poema-fiaba Car’devica (Lo Zar-fanciulla) e Lebedinyj stan (L’accampamento dei cigni), un ciclo lirico sull’Armata Bianca. Nel luglio 1921 ebbe per la prima volta la notizia che il marito era vivo e aveva trovato asilo in Boemia. Nel maggio dell’anno successivo lasciò con la figlia l’URSS per Berlino (qui ebbe inizio il lungo e intenso legame epistolare con Boris Pasternak); nell’agosto 1922 la famiglia Efron si stabilì in Boemia, dove visse fino al 1925, tra difficoltà finanziarie, separazioni e continui trasferimenti. Intanto la fama della Cvetaeva si era andata consolidando: nel 1922 erano state pubblicate a Mosca la raccolta Verste (1) e la pièce Konec Kazanovy (La fine di Casanova); a Berlino Stichi k Bloku (Poesie per Blok) e Razluka (Separazione); nel 1923, sempre a Berlino, avevano visto la luce le raccolte Remeslo (Mestiere) e Psicheja (Psiche). Nel 1924, anno in cui nacquero gli splendidi Poema della montagna e il Poema della fine, aveva pubblicato Ariadna (Arianna), prima parte di una progettata trilogia di tragedie in versi, e il poema Mólodec (Il prode). Con queste e altre opere (fra l’altro il poema Krysolov, L’accalappiatopi, 1925 e la tragedia Fedra, 1928) la Cvetaeva era divenuta un’assidua collaboratrice delle riviste dell’emigrazione russa, tra Berlino, Praga, Parigi. In quest’ultima città si trasferì nel novembre 1925 con Alja e Georgij, il bambino nato nel febbraio di quell’anno, e lì la raggiunse il marito. Il carattere intransigente e altero della Cvetaeva, aliena dal viscerale antisovietismo della maggioranza degli immigrati, creò gradatamente intorno a lei una pesante atmosfera di ostilità. L’ultima sua raccolta di versi, Posle Rossii (Dopo la Russia) vide la luce a Parigi nel 1928. Negli anni Trenta la Cvetaeva pubblicò quasi esclusivamente prose: saggi critici e critico-memorialistici, racconti “autobiografici” condotti sul doppio filo dell’invenzione e della memoria. All’inizio del 1937 Ariadna, fervente sostenitrice delle idee del padre, nel frattempo entrato in un’associazione che favoriva il ritorno in patria degli esuli russi, partì per l’Unione Sovietica. Nel settembre dello stesso anno Sergej Efron fu coinvolto in un clamoroso caso politico-spionistico: l’assassino di un ufficiale della polizia politica segreta sovietica che all’estero aveva disertato. Poco più tardi Efron scomparve dalla Francia. Sottoposta a un ormai violento ostracismo da parte della colonia russa, sconvolta dalle prime imprese europee del nazismo, sollecitata dalle insistenze del figlio, anche la Cvetaeva lasciò la Francia nel giugno 1939. A Mosca la attendevano nuove e terribili prove (Alja venne arrestata nel novembre ’39: dopo lager e confino, poté tornare a Mosca solo nel ’55; Efron, arrestato quasi contemporaneamente alla figlia, venne fucilato nell’agosto ’41), nuove privazioni, acuite dalle difficoltà del periodo prebellico. Aiutata da pochissimi amici fedeli, sopravvisse grazie a sporadici lavori di traduzione. Seguendo l’ondata dell’evacuazione, il 21 agosto del 1941 la Cvetaeva raggiunse con il figlio Elabuga, capitale della Repubblica autonoma socialista tatara, dove dieci giorni più tardi si sarebbe suicidata.
Marina Cvetaeva
Eccetto l’amore
Non amavo, ma piangevo. No, non amavo, tuttavia
solo a te ho indicato nell’ombra il volto adorato.
Tutto nel nostro sogno non assomigliava all’amore:
né ragioni, né indizi.
Solo noi ha salutato questa immagine dalla sala serale,
solo noi – tu ed io – le abbiamo portato un verso lamentoso.
Il filo dell’adorazione ci ha legati più forte
dell’innamoramento – degli altri.
Ma l’impeto è passato e dolcemente qualcuno si è avvicinato
che non poteva pregare, ma amava. Non affrettarti a condannare!
Ti ricorderò come la più tenera nota
nel risveglio dell’anima.
Tu vagavi in questo animo triste come in una casa non chiusa.
( nella nostra casa, in primavera…)non definirmi quella che ha dimenticato!
Io ho riempito di te tutti i minuti tranne
il più triste – quello dell’amore .
Marina Cvetaeva
Non penso, non mi lamento, non discuto
Non penso, non mi lamento, non discuto.
Non dormo.
Non aspiro
né al sole né alla luna né al mare
né alla nave.
Non mi accorgo di quanto fa caldo tra queste pareti,
di quanto verde c’è nel giardino.
Da tempo il dono desiderato ed atteso
non aspetto.
Non mi rallegra né il mattino né la corsa
sonora del tram.
Vivo, senza vedere il giorno, dimenticando
la data e il secolo.
Sulla fune, che sembra intagliata,
io – sono un piccolo danzatore.
Io – ombra dell’ombra di qualcuno. Io – sonnambulo
di due oscure lune.
Ai miei versi scritti così presto
мом стихам написанным так рано//
Ai miei versi scritti cosi presto
Ai miei versi scritti così presto,
che nemmeno sapevo d’esser poeta,
scaturiti come zampilli di fontana,
come scintille dai razzi.
Irrompenti come piccoli demoni
nel sacrario dove stanno sogno e incenso,
ai miei versi di giovinezza e di morte,
versi che nessuno ha mai letto!
Sparsi fra la polvere dei magazzini
dove nessuno mai li prese né li prenderà,
per i miei versi, come per i pregiati vini,
verrà pure il loro turno.
Marina Cvetaeva poetessa russa
Alla povera mia fragilità
Alla povera mia fragilità
tu guardi senza dire una parola.
Tu sei di marmo, ma io canto,
tu – statua, ma io – volo.
So bene che una dolce primavera
agli occhi dell’Eterno – è un niente.
Ma sono un uccello, non te la prendere
se è leggera la legge che mi governa.
Il tuo nome -è una rondine nella mano
Il tuo nome è una rondine nella mano, il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua. Un solo unico movimento delle labbra. Il tuo nome sono cinque lettere. Una pallina afferrata al volo, un sonaglio d’argento nella bocca.
Un sasso gettato in un quieto stagno singhiozza come il tuo nome suona. Nel leggero schiocco degli zoccoli notturni il tuo nome rumoroso rimbomba. E ce lo nomina lo scatto sonoro del grilletto contro la tempia.
Il tuo nome − ah, non si può! − il tuo nome è un bacio sugli occhi, sul tenero freddo delle palpebre immobili. Il tuo nome è un bacio dato alla neve. Un sorso di fonte, gelato, turchino. Con il tuo nome il sonno è profondo.
Marina Cvetaeva
Il tuo nome – rondine nella mano
Il tuo nome è una rondine nella mano,
il tuo nome è un ghiacciolo sulla lingua.
Un solo unico movimento delle labbra.
Il tuo nome sono cinque lettere.
Una pallina afferrata al volo,
un sonaglio d’argento nella bocca.
Un sasso gettato in un quieto stagno,
singhiozza come il tuo nome suona.
Nel leggero suono degli zoccoli notturni
il tuo nome rumoroso rimbomba.
E ce lo nomina lo scatto sonoro
del grilletto contro la tempia.
Il tuo nome – ah, non si può! –
Il tuo nome è un bacio sugli occhi,
sul tenero freddo delle palpebre immobili.
Il tuo nome è un bacio dato alla neve.
Un sorso di fonte, gelato, turchino.
Con il tuo nome il sonno è profondo.
Traduzione Pietro Antonio Zveteremich
Da lontano – il poeta prende la parola.
Le parole lo portano – lontano.
Per pianeti, sogni, segni… Per le traverse vie
dell’allusione. Tra il sì e il no il poeta,
anche spiccando il volo da un balcone
trova un appiglio. Giacché il suo
è passo di cometa. E negli sparsi anelli
della casualità è il suo nesso. Disperate –
voi che guardate il cielo! L’eclisse del poeta
non c’è sui calendari. Il poeta è quello
che imbroglia in tavola le carte,
che inganna i conti e ruba il peso.
Quello che interroga dal banco,
che sbaraglia Kant,
che sta nella bara di Bastiglie
come un albero nella sua bellezza…
È quello che non lascia tracce,
il treno a cui non uno arriva
in tempo…
Giacché il suo
è passo di cometa: brucia e non scalda,
cuoce e non matura – furto! scasso! –
tortuoso sentiero chiomato
ignoto a tutti i calendari…
Descrizione del libro di Roberto Bizzocchi.Per obbligo e per piacere, quasi tutti abbiamo letto i Promessi sposi. Una diffusione enorme che ha reso i personaggi, tanti episodi, tante espressioni tipiche familiari, anzi proverbiali della nostra cultura. Un romanzo che ha davvero fatto l’Italia, almeno nei suoi aspetti migliori, grazie a un messaggio politico e pedagogico che è tempo di riscoprire.
Forse perché lo leggiamo troppo presto o forse perché siamo costretti a farlo a scuola, sta di fatto che, in generale, abbiamo una opinione abbastanza grigia e sfocata dei Promessi sposi. Spesso ci rimanda un’immagine di compunzione religiosa e di moderatismo accomodante simile a certe vecchie fotografie che troviamo nelle case dei nostri nonni e che faticano a parlarci ancora. Ecco, vi invitiamo a (ri)leggere i Promessi sposi in modo un po’ diverso dal solito, cioè in compagnia non di un letterato, ma di uno studioso di storia d’Italia. Scopriremo così che i Promessi sposi hanno un carattere fortemente politico e ci dicono moltissimo sulla nostra storia, non solo quella del Seicento, sul nostro carattere nazionale, sull’impronta che il cattolicesimo ha lasciato, nel bene e nel male, nella nostra coscienza morale. Torneranno alla luce l’importanza e il valore del messaggio ideologico al cuore di questo romanzo: una morale privata basata su libertà di scelta e responsabilità individuale, per uomini e donne; un illuminato senso della misura nella valutazione delle cose del mondo, ma con una consapevolezza acuta della giustizia e dell’ingiustizia dei contesti sociali e delle azioni dei singoli.
Roberto Bizzocchi
Introduzione
Tutti abbiamo in mente almeno un personaggio, un episodio, una battuta dei Promessi sposi: il romanzo è nella coscienza degli Italiani.
È stato anche molto, e molto bene, studiato, insieme con le altre opere di Manzoni, dagli specialisti di letteratura, che tuttora vi scoprono e ce ne spiegano nuovi pregi e ricchezze; ci dimostrano sempre di più che è davvero una miniera inesauribile. Da parte mia, su Manzoni e sui Promessi sposi assumo in questo libro un punto di vista particolare, quello di un lettore appassionato che di mestiere non fa l’italianista ma lo storico. Mi sono convinto sempre più nel corso degli anni, non solo leggendo e rileggendo ma anche riflettendo su quanto succede nel nostro paese, che il romanzo contenga un programma etico-politico per lo Stato e la nazione italiani molto importante e tuttora vivo e valido. I Promessi sposi ci dicono moltissimo sulla nostra storia, non solo quella del Seicento, sul nostro carattere nazionale, sull’impronta che il Cattolicesimo ha lasciato, nel bene e nel male, nella nostra morale, e lo fanno in un’attitudine non descrittiva ma propositiva, suggerendo, appunto, delle linee di comportamento su questioni cruciali.
La patina di compunzione religiosa e moderatismo accomodante di cui a volte – forse meno oggi che in un passato di forti contrapposizioni ideologiche – si è voluto rivestire il romanzo, così facendogli torto e invecchiandolo, va rimossa anche alla luce di un confronto serrato con la cultura letteraria e politica dell’Italia e dell’Europa del Settecento e dell’Ottocento. Ritengo che tale confronto aiuti a mettere in evidenza alcuni aspetti decisivi sia di modernità che di radicalismo propri di Manzoni: perciò gli ho dedicato molta parte del libro. Tratto i Promessi sposi e le altre principali opere di Manzoni in costante riferimento a quelle dei suoi contemporanei italiani ed europei ed è su questa base che sostengo la positività e l’attualità del messaggio ideologico manzoniano, in quelle che mi paiono le sue componenti essenziali, oltre all’ispirazione cristiana: identità pubblica nazionale in chiave europea e non nazionalista; morale privata basata sulla libertà di scelta e sulla responsabilità individuale, e ciò sia per gli uomini che per le donne; illuminato senso della misura nella valutazione delle cose del mondo, ma con una percezione acuta della giustizia e dell’ingiustizia dei contesti sociali e delle azioni dei singoli che vi operano.
Ho scritto un libro spero non privo di quella che si chiama in linguaggio accademico serietà scientifica, anche se non ho potuto farlo da specialista della materia. L’ho comunque scritto cercando di evitare pesantezze erudite e pensando a un pubblico che comprenda chi voglia rinfrescare una lettura giovanile di Manzoni e del suo romanzo, e anche chi ogni giorno ha il dovere professionale di renderli attrattivi per una classe di adolescenti. Quest’ultimo dev’essere – lo immagino – un compito impegnativo. Ma per le ragioni che ho esposto sopra, e che mi auguro verranno via via illustrate e approfondite nel corso del libro, sono convinto che sia addirittura fondamentale: Manzoni ha parlato agli Italiani della loro storia e della loro identità, ponendo problemi che restano centrali e indicando soluzioni che ancora ci riguardano, noi tutti e non meno degli altri i più giovani fra di noi.
Anche perciò dedico il libro a due Italiani giovanissimi: Samuele e Matilde.
1. Latinorum
Siccome non ha il coraggio di respingere le minacce dei bravi di don Rodrigo, don Abbondio deve tener buono Renzo, accampando pretesti per non celebrare il matrimonio. Quando comincia a snocciolargli gli ostacoli alle nozze, gli «impedimenti dirimenti», che sono poi una sfilza di parole latine, il ragazzo ha un brusco moto d’impazienza: «Si piglia gioco di me? Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?».
Qui latinorum è una parola nuova. Prima esisteva solo in latino, come genitivo plurale maschile dell’aggettivo latinus (e dunque da tradurre: dei latini); ma in un discorso in italiano, e in questa accezione polemica, l’ha utilizzata per primo, come reinventandola, proprio Manzoni. Il suffisso -orum si prestava bene a quanto c’era anche di scherzoso nell’invenzione. Clausole quali -orum, -um, -bus evocano spiccatamente, in una percezione popolare, la natura complicata ed esotica del latino; e il gioco non è finito coi Promessi sposi. Ce lo ricorda, nel film del 1961 di Sergio Corbucci I due marescialli, il comico Totò, impersonando un ladruncolo travestito da prete che recita ad alta voce orazioni pseudolatine per evitare l’arresto da parte del maresciallo dei carabinieri Vittorio De Sica: «Dominus […] in autobus, et linoleum mea in Colosseum. Mortis tua e tu’ patri et tu’ nonni in cariolam mea. Omnibus […] Linoleum, linoleum, linoleum […]. Ora pro nobis, ora pro nobis. Autobus, autobus».
I contesti delle due scene sono molto diversi, ma non incomunicabili, e il loro confronto, a prescindere dallo squilibrio dell’impegno e della resa artistica, è molto istruttivo. In quel film Totò impersona un latitante alle prese con l’autorità, il quale per altro cerca di proteggersi proprio sotto il manto di un’altra autorità, la tonaca di un membro della Chiesa, la sacra istituzione che nell’anno di ambientazione del film, il 1943, e anche in quello della sua realizzazione, il 1961, ancora adottava come lingua ufficiale il latino, che avrebbe abbandonato nella liturgia appena poco dopo, col Concilio Vaticano II (1962-1965). Come accade spesso nei film di Totò, la contrapposizione fra l’uomo del popolo e il rappresentante dell’autorità è sfumata, fin quasi all’accostamento fraterno nel caso in cui il secondo sia incarnato da un attore meno elegante e più bonaccione di De Sica: esemplare il brigadiere Aldo Fabrizi in Guardie e ladri (1951) di Mario Monicelli e Steno. Manzoni invece è radicale, perché la sua visione è dicotomica: Renzo è un giovane onesto il quale non fa che reclamare il rispetto dei suoi diritti, mentre il parroco si sta di fatto rendendo complice di una violenza. L’episodio del romanzo propone uno scontro netto, dove la distinzione fra ragione e torto risalta bruciante e il danno subito dalla vittima grida all’ingiustizia e spinge all’insubordinazione. Il potere si è fatto prepotenza e il latino si manifesta come la lingua del sopruso.
C’erano delle ottime ragioni per presentare le cose in questo modo. Per molti secoli – che comprendevano sia il periodo in cui Manzoni scriveva, il primo Ottocento, sia quello di cui scriveva, il primo Seicento – il latino fu in Europa anche il mezzo e il simbolo della discriminazione fra potenti e umili, ricchi e poveri. Era la lingua della Chiesa cattolica (ma non era del tutto sparito neppure dalle confessioni protestanti, benché esse promuovessero la Bibbia in volgare); era la lingua del diritto e della diplomazia; deteneva un ruolo ora rilevante ora addirittura dominante nelle scuole; e veniva anche visto come un vero e proprio status symbol. Insomma era la lingua di chi sa, può, possiede, si mostra e comanda. L’attitudine che si assumeva nei suoi confronti era perciò un affare denso di significato politico.
Ricordiamo alcuni fatti e alcune opinioni – queste ultime sicuramente note a Manzoni – che servono a comprendere in un contesto più ampio la sua posizione. Il grande pensatore John Locke, un padre del liberalismo moderno, scrisse in inglese i suoi Pensieri sull’educazione (1693), ma vi sostenne che la conoscenza del latino era «assolutamente necessaria per un gentiluomo». Appunto, per un gentiluomo. I sovrani riformatori del Settecento illuminato favorirono l’istruzione elementare dei loro popoli e nella Lombardia di Maria Teresa d’Asburgo le scuole primarie, siccome dovevano preparare alle superiori, comprendevano qualche elemento di latino. Quelle scuole erano gratuite, ma per partecipare alle lezioni di latino bisognava pagare una tassa di 20 soldi al mese, dunque i poveri vi rinunciavano. Non sorprende che i legislatori della Rivoluzione francese, per quanto ammiratori – come vedremo – dell’Antichità classica, cercassero di ridurre l’invadenza del latino come lingua (il provvedimento relativo è del 25 ottobre 1795) e che il loro orientamento fosse condiviso dai patrioti italiani del triennio giacobino 1796-1799. Uno di questi, che si chiamava Domenico Sgargi, il 16 piovoso dell’anno VI repubblicano, cioè il 4 febbraio 1798, pronunciò nel primo Circolo costituzionale del Genio democratico di Bologna un infiammato Discorso risguardante li ostacoli, che nel governo dispotico si oppongono al progresso dell’arti, e delle scienze. Imputato principale, il latino: «una lingua da pochi studiata, da pochi intesa, da pochissimi con qualche eleganza parlata», e perciò denunciato come il più subdolo fra i mezzi usati dai tiranni per perpetuare «l’ignoranza del Popolo». Tuttavia appena pochi anni più tardi, sotto il regime progressista ma autoritario di Napoleone, il clima era già cambiato. Durante il Consolato, nel 1802, l’insegnamento nei licei francesi fu riorganizzato intorno alla matematica e al latino, e sotto l’Impero un decreto del 17 marzo 1808 decise che per laurearsi era necessario saper «comporre in latino e in francese su un soggetto ed entro un tempo dati», mentre un altro del 13 agosto 1810 stabilì una regola che ricorda da vicino quella della Lombardia asburgica: «Tutti gli allievi di una scuola dove s’insegni il latino saranno tenuti al pagamento di una tassa».
Leggiamo cosa pensavano del latino due celebri scrittori francesi contemporanei di Manzoni. Il primo, François-René de Chateaubriand, è stato un grande romantico, tradizionalista e spiritualista. Nel suo Genio del Cristianesimo (1802), nello sciogliere un inno poetico all’uso del latino nella liturgia, ha introdotto delle considerazioni liricheggianti e irrazionalistiche che vanno molto al di là dell’accettazione di una pratica ortodossa: «una lingua antica e misteriosa, una lingua che non varia nel tempo, si adatta bene a venerare l’Essere eterno, incomprensibile, immutabile […]. Le orazioni in latino sembrano raddoppiare il sentimento religioso della folla. Come spiegarlo, se non quale effetto naturale della nostra propensione al segreto?». Il secondo, Joseph de Maistre, è stato invece un razionalista lucido e mordace, apertamente reazionario e forcaiolo (è lo stesso dell’elogio del boia e della divinità della guerra), una specie di Voltaire a rovescio. Il suo trattato Sul Papa, concluso nel 1817 e pubblicato nel 1819, comprende una digressione in lode del latino: «Nata per comandare, questa lingua comanda ancora dai libri di coloro che la parlarono. È la lingua dei Romani conquistatori, è la lingua dei missionari della Chiesa romana […]. Quanto al popolo, se non ne comprende le parole, tanto meglio. Il rispetto ci guadagna, e l’intelligenza non ci perde […]. Comunque sia, la lingua della religione deve stare fuori dalla portata dell’uomo».
Manzoni si colloca evidentemente proprio dalla parte opposta: non era meno cattolico né meno latinista di Chateaubriand e de Maistre, ma non condivideva né il latinorum misticheggiante del primo né quello più esplicitamente prevaricatore del secondo.
Ciò detto, si capisce che il latino in sé non si esauriva certo nel latinorum. Benché lingua del comando, dell’imperialismo e – lo abbiamo appena intuito – del colonialismo che si profilava dietro l’evangelizzazione, il latino era stato però fino a tutta l’epoca moderna anche la lingua della cultura e della scienza. Allora l’inglese dell’odierna globalizzazione era ben di là da venire, mentre il francese dei Lumi cominciò a farsi largo solo nel corso del Settecento. Intanto serviva una lingua per capirsi fra intellettuali e studiosi dei vari paesi d’Europa, e questa fu il latino.
Il più rappresentativo intellettuale del Rinascimento, Erasmo da Rotterdam, scrisse in latino le sue opere, fra cui la più famosa, Laus stultitiae, l’elogio della follia (1511). L’esposizione della teoria eliocentrica in un trattato sulle rivoluzioni delle sfere celesti fu fatta dall’astronomo polacco Niccolò Copernico nel De revolutionibus orbium coelestium (1543). Per restare in materia, Galileo Galilei scrisse in italiano il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632), ma la fortuna europea dell’opera dipese dalla sua traduzione latina del 1635. Un altro libro che ebbe un decisivo impatto innovatore, perché distingueva la conoscenza matematica dalle altre come l’unica certa, fu il Discorso sul metodo (1637). L’autore, René Descartes, più universalmente noto come Cartesius, lo pubblicò in francese, ma poi rivide personalmente il testo della traduzione latina. La dimostrazione del carattere storico e relativo della Bibbia e la prima grande affermazione, su questa base, dello spirito critico e della libertà di pensiero furono attuate dal filosofo ebreo olandese Baruch Spinoza, nel 1670, nel Tractatus theologico-politicus. Anche la teoria della gravitazione universale fu poi esposta da Isaac Newton in latino nei Principia Mathematica (1687), e pure in latino da Linneo la classificazione del mondo naturale nel Systema Naturae (1735). Ancora nel 1791, cioè due anni dopo la presa della Bastiglia, lo scopritore del rapporto tra forza elettrica e moto animale, Luigi Galvani, espose le sue ricerche nel De viribus electricitatis in motu muscolari.
Ma non contava solo l’aspetto della comunicazione europea dei contenuti del pensiero di questo o quell’autore che lavorava nel suo rispettivo paese di appartenenza. Infatti qualcuno di loro, prima ancora di porsi problemi di comunicazione, mostrava di apprezzare le spiccate qualità del latino nell’espressione stessa di quei contenuti. Uno fu Blaise Pascal, uno scrittore e spirito religioso molto ammirato da Manzoni e molto influente su di lui, e sul quale torneremo. Pascal era anche un matematico. In una lettera del 29 luglio 1654 a un collega, dopo aver cominciato a esporgli le sue scoperte sul calcolo delle probabilità nella loro comune lingua francese, si arrestò di colpo: «Par exemple, et je vous le dirai en latin, car le français n’y vaut rien: Si quotlibet litterarum, verbi gratia octo», eccetera. Proprio così: per spiegarsi meglio Pascal abbandona il francese, che non funziona più, e passa al latino.
Fermiamoci qui. Dobbiamo riavvicinarci alla letteratura e a Manzoni. Lo faremo osservando che nel corso del Settecento l’onnipotenza del latino fu messa in discussione da parte di coloro che sottoponevano a critica ogni aspetto dell’eredità del passato, gli Illuministi. Il confronto fra le posizioni di due di loro ci avvierà a capire in quale più precisa direzione si sarebbe ormai trovato incanalato, negli anni di formazione di Manzoni, il precedente universalismo latino. I due sono lo scienziato Jean Baptiste d’Alembert e il filosofo Denis Diderot, i due direttori dell’Encyclopédie, il monumentale manifesto dell’Illuminismo francese. Proprio nel suo Discorso preliminare all’Enciclopedia, risalente al 1751, d’Alembert prendeva già atto, non senza qualche sfumatura di rammarico, che il latino era in crisi e destinato in futuro a un uso residuale. Invece Diderot nel Progetto di una università per il governo di Russia, steso fra il 1775 e il 1776 per la zarina di Russia Caterina II, negò al latino qualsiasi rimpianto: non serve a nessuno, scrisse, «tranne che ai poeti, agli oratori, agli eruditi, e a simili tipi di letterati di professione, il che vuol dire a tutta gente che è la meno necessaria alla società».
Insomma, siamo arrivati al punto: il latino e noi, letterati di ieri e di oggi, cultori, autori, lettori di opere di umane lettere. Nei paesi di lingua neolatina e in primo luogo in Italia, latino e letteratura hanno avuto storicamente un rapporto strettissimo, quasi una vera e propria identificazione. È un’eredità dell’Umanesimo, con la sua riscoperta e promozione, anzi esaltazione, degli autori classici, e dopo circa sette secoli questa eredità mantiene una sua forza. Attenzione, però: fra i letterati di ieri e quelli di oggi, per quanto tuttora affratellati da vincoli non facili da spiegare ma profondissimi, da una sorta di ineffabile omertà di fondo, c’è una differenza decisiva. Se si escludono gli specialisti e gli insegnanti di lingue classiche e qualche altro personaggio di eccezionale competenza (diciamolo col poeta latino Giovenale: «rara avis», uccello raro), i letterati di oggi sono per lo più dei latinisti magari volonterosi, ma un po’ impacciati, e comunque limitati. Per esempio: quanti di loro sono davvero in grado di tradurre all’impronta un capitolo delle storie di Tito Livio? E un’ode di Orazio? E quanti versi di poesia latina ricordano e possono recitare a memoria?
A me, che ho studiato lettere tutta la vita, risuona ancora in mente, circa mezzo secolo dopo averlo imparato, un verso delle Georgiche di Virgilio. Lo ricordo, come mi fu insegnato, proprio in metrica, cioè cogli accenti tutti spostati, ma corrispondenti al ritmo della lettura poetica: «Sèd fugit ìntereà fugit ìrreparàbile tèmpus»: ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo. Facciamoci un’idea di confronto. Nella sua autobiografia Vittorio Alfieri, vissuto fra 1749 e 1803, racconta le sue prodezze di collegiale: nei suoi momenti migliori sfiorava i 400 versi delle Georgiche declamati a memoria senza interruzione. Non mi vorrò mica paragonare con Alfieri? Certo che no, ma il problema non è lui, è il suo anonimo compagno di classe con cui Vittorio era sempre in gara: «L’emulazione – scrive il poeta – mi si accrebbe, per l’incontro di un giovine che competeva con me nel fare il Tema, ed alcuna volta mi superava; ma vieppiù poi mi vinceva sempre negli esercizj della memoria, recitando egli sino a 600 versi delle Georgiche di Virgilio d’un fiato, senza sbagliare una sillaba».
Bisogna riflettere su una testimonianza come questa per capire cosa fossero il latino, la poesia latina per i letterati grandi e piccoli di un tempo, anche per i loro più oscuri colleghi o condiscepoli. Ce l’avevano non solo in testa, ma nel sangue, come un modo di pensare e di essere. Manzoni non fa eccezione. Senza diventare un grande filologo, anche grecista, come Leopardi, divorato dall’ardore solitario di uno studio matto e disperatissimo nella biblioteca familiare di Recanati, Alessandro ha però fatto i suoi bei studi classici seguendo il normale percorso di un giovane nobile educato nei collegi religiosi: mentre nutriva una fiera avversione per gli insegnanti, a suo parere ipocriti e mediocri, e scriveva contro di loro qualche intemperante ragazzata di cui si sarebbe poi pentito dopo il ritorno alla fede cattolica, s’impadroniva dei poeti latini e della loro lingua con una passione e una competenza che non lo avrebbero più abbandonato.
Tutti i suoi scritti lungo tutta la sua vita testimoniano una familiarità confidente coi classici, sempre citati con sicurezza e disinvoltura, e c’è un episodio che spiega a meraviglia la sua appartenenza a quella illustre tradizione. Molto dopo gli anni di collegio, nel 1868 – aveva ormai 83 anni –, durante una passeggiata nei giardini pubblici di Milano, vide degli uccelli chiusi in gabbia, e il suo amore per la libertà gli ispirò l’idea che quelli si rivolgessero con un moto d’invidia alle anatre che scorrazzavano sullo stagno. Da questa ispirazione è nata una poesia, una specie di scherzo garbato e serio sulle diverse condizioni dei viventi. Noi, che siamo letterati diversamente, oltre che inferiormente, rispetto a lui, ai volatili prigionieri faremmo dire: «Anatre fortunate cui sorride l’aria aperta, e cui si offre libero nella sua ampiezza lo spazio dello stagno!». Ma l’inventore del latinorum non aveva perso la pratica dell’antico collegiale coi distici elegiaci latini: «Fortunatae anates quibus aether ridet apertus, / Liberaque in lato margine stagna patent!». Sì, Manzoni ha composto la sua ultima poesia in latino: Volucres, uccelli.
Questa familiarità si era già palesata nel modo più intimo e toccante che si possa immaginare. Fra i poeti latini amati da Manzoni il prediletto fu Virgilio, il poeta della natura e dell’amore, della tragedia della guerra e dell’umanità dolorosa. Studiato e tradotto in collegio, gli è rimasto sempre nella mente e nel cuore. Sotto l’ala di Virgilio era avvenuto l’esordio di Alessandro in poesia, a dodici anni, nel 1797, con un’esercitazione sul secondo libro dell’Eneide di cui ci è rimasto un piccolo frammento sul cavallo di Troia. Leggiamolo con la tenerezza che merita il primo balbettamento di un futuro grande poeta: «Destrier si formi, e sia ben vuoto in mezzo, / dentro poniamvi quanti mai vi possano / soldati star». Virgilio fu poi sempre un riferimento dominante per lo scrittore maturo, che fra l’altro gli dedicò una entusiastica analisi in quella mirabile summa di storia della letteratura universale che è il trattato Del romanzo storico, concepito nel 1827 e pubblicato nel 1850. Siccome non è possibile citare tutta quell’analisi, accontentiamoci di farlo con la frase che ne costituisce il succo: «Avere accennato ciò che la poesia vuole, è avere accennato ciò che Virgilio fece, in un grado eccellente».
Il rapporto è ancora più intrinseco, proprio perché la memoria virgiliana di Manzoni toccava davvero le corde più delicate del suo sentimento. Nel sesto libro dell’Eneide, prima di far scendere il protagonista nell’Ade, l’Aldilà pagano, e lì fargli avere la rivelazione della futura grandezza politica di Roma, Virgilio descrive il tempio di Apollo a Cuma e spiega perché Dedalo non è riuscito a raffigurarvi, fra le altre scene, quella della morte del figlio Icaro. Ci si è provato due volte, ma due volte il cuore non gli ha retto e due volte gli sono cadute le mani di padre addolorato: «Bis patriae cecidre manus». Questa espressione virgiliana, che è anche volgarizzata nell’uso quotidiano – mi cadono le mani, mi fai cadere le braccia –, Manzoni l’ha ripresa già nel Cinque maggio, raccontando come Napoleone abbia tentato più volte invano di lasciare ai posteri la sua autobiografia: «E sull’eterne pagine / Cadde la stanca man!». Ma l’ha nuovamente ripresa, a distanza di tredici anni, per un’occasione molto più personale: il giorno di Natale del 1834, primo anniversario della morte prematura della sua amatissima moglie, ha cominciato a comporre un’ode religiosa sul tema (che vedremo per altri versi cruciale) dell’onnipotenza di Dio e dello smarrimento umano di fronte alla morte dei giusti e degli innocenti, Il Natale del 1833. Ne restano una trentina di versi, sofferti, interrotti, incompiuti. Arrendendosi di fronte alla piena del proprio dolore, Manzoni ha siglato la rinuncia con le due parole che gli risalivano dal fondo del cuore: cecidre manus.
Insomma, Manzoni aveva tutte le carte in regola per appartenere alla gloriosa tradizione classica della letteratura italiana, quella cui fra Sette e Ottocento erano appartenuti e appartenevano – ben inteso, ognuno con la sua specifica personalità – Parini, Alfieri, Monti, Foscolo, autori tutti importanti nella sua formazione giovanile. Una tale appartenenza comportava non solo venerazione e dimestichezza rispetto ai poeti classici, specie quelli latini, ma anche volontà di imitarli e proseguirli in uno stile alto e raffinato di scrittura, comprensivo dell’uso della mitologia pagana come fonte d’ispirazione tuttora valida per la poesia moderna.
Su questa linea Manzoni compose fra l’altro, nel 1809, un poema mitologico dedicato a Urania, che sta, per così dire, a mezza via tra la Musogonia di Monti e LeGrazie di Foscolo. Eccone il contenuto. Dopo una tenzone fra poeti greci che aveva visto vincitrice Corinna, aiutata dalle Grazie, lo sconfitto Pindaro viene confortato nel Parnaso, il monte del dio Apollo e delle Muse, da una di loro, Urania appunto, che gli spiega che Giove ha inviato Muse e Grazie sulla terra per ispirare i poeti nella loro funzione civilizzatrice. Il giovane Alessandro si augura di essere annoverato fra questi: «Mi sollecita amor che Italia un giorno / Me de’ suoi vati al drappel sacro aggiunga, / Italia, ospizio de le Muse antico». Come si vede, il poemetto è naturalmente scritto in endecasillabi sciolti, cioè non rimati, il metro regale della storia della poesia classica italiana, usato in una vastissima produzione che si attesta sui livelli qualitativi più diversi, ma che comunque comprende anche i Sepolcri di Foscolo e l’Infinito di Leopardi. Il dato più interessante è però che Manzoni aveva già allora qualche dubbio su quanto stava facendo.
Lo impariamo da due sue lettere all’amico francese Claude Fauriel. Nella seconda, del 6 settembre 1809, forse riferendosi proprio a Urania o forse a un’altra composizione neoclassica cui sta lavorando, Manzoni esprime un giudizio seccamente negativo. Traduco: «Sono molto scontento di questi versi, soprattutto perché non presentano nessun motivo d’interesse; non bisogna farne così; magari in futuro ne farò di peggiori, ma non così». La prima, scritta il 9 febbraio 1806 in italiano, è anche più importante, perché consiste in un esplicito e ampio confronto con la tradizione classica. Il giovane poeta se ne sente e vuole esserne parte, ma sa già sottoporla a uno sguardo critico. Ha ricevuto da Fauriel degli elogi per i suoi versi In morte di Carlo Imbonati, gli stessi che saranno elogiati poco dopo anche in una nota dei Sepolcri. Imbonati era stato il compagno di sua madre a Parigi e Alessandro lo celebra, senza averlo conosciuto, come un «giusto solitario», un modello di rigore morale e dedizione al generoso e disinteressato studio degli antichi. Rispetto all’Urania, qui siamo in un’altra stanza dell’illustre palazzo del Neoclassicismo: intemerata onestà e fierezza, solitudine dell’intellettuale, disprezzo verso il presente «secol sozzo» e dunque esaltazione dei predecessori più indignati, il tragico Alfieri, «che ne le reggie primo / L’orma stampò dell’Italo coturno» (il coturno era lo stivaletto calzato dagli attori delle tragedie greche e romane), e il satirico Parini, «scola e palestra di virtù».
I versi per Imbonati restano fedeli alla linea. Ma la risposta agli elogi di Fauriel è straordinariamente problematica e acuta. L’interlocutore doveva aver scritto qualcosa in favore dell’endecasillabo sciolto, il metro usato anche qui da Manzoni, il quale proprio da questo parte per proporre una concentrata sintesi di critica letteraria fra antichi e moderni: «Lo Sciolto parmi veramente il più bello dei nostri metri, quando è ben maneggiato. Parmi ch’esso abbia, come l’esametro latino, il pregio di prendere ogni colorito». Al solito, i classici incombono, e infatti seguono riferimenti ammirati a Virgilio e Orazio. Poi, tornando alla poesia italiana, un’osservazione non scontata: la rima non è una difficoltà in più, al contrario, coi suoi vincoli essa ispira di per sé nuovi pensieri allo scrittore, sicché sono invece proprio gli endecasillabi non rimati il vero banco di prova delle «virtù poetiche», e «il Parini è sommo scrittore di versi sciolti perché le aveva tutte». Su questa conclusione la partita sembra chiusa nella scia della fedeltà alla linea, sotto il segno di un suo esimio rappresentante, e invece, con uno scarto netto, il discorso si riapre, in un modo, appunto, acutamente problematico.
Manzoni ragiona sul poemetto Il Giorno, l’incompiuto capolavoro di Parini. Si tratta della severa e polemica descrizione di come sciupasse la sua giornata un giovane nobile del tempo. Il nobile milanese Manzoni conosceva benissimo il contesto e le ragioni della satira, perché essa era maturata nella Milano degli anni Sessanta del Settecento, sullo sfondo delle discussioni illuministiche del giornale «Il Caffè», con la presenza dei fratelli Pietro e Alessandro Verri e di Cesare Beccaria, che fra l’altro era stato suo nonno materno. Conosceva di sicuro anche un aspetto particolarmente delicato dei costumi di quell’epoca, che costituisce, per così dire, il quadro della rappresentazione del Giorno, e cioè il fatto che il «giovin signore» protagonista dell’opera fosse un cavalier servente, ovvero un cicisbeo, accompagnatore ufficiale di una dama maritata a un altro uomo, «la pudica d’altrui sposa a te cara», come Parini la definisce mordacemente, rivolgendosi al suo eroe negativo in un verso che torna più volte quasi invariato nel poema. Manzoni ha sempre glissato sul cicisbeismo, che aveva inciso in modo determinante sulla vita di sua madre, e noi ci torneremo, per lo stretto necessario, solo quando più avanti occorrerà parlare delle figure femminili da lui create.
In questa lettera IlGiorno viene esaltato come esemplare nelle intenzioni rispetto allo scopo più alto dell’arte, «d’erudire cioè la moltitudine, di farla invaghire del bello e dell’utile», ma viene anche fatto oggetto, quanto ai risultati, di un giudizio, a ben vedere, molto negativo: semplicemente, è troppo difficile, quindi alla fin fine poco utile. Parini, «quel sommo uomo», «non ha fatto che perfezionare di più l’intelletto e il gusto di quei pochi che lo leggono e l’intendono; fra i quali non v’è alcuno di quelli ch’egli s’è proposto di correggere». Questo giudizio merita un commento: i corrigendi sono i nobili dal Settecento in poi, a cominciare da quelli dell’illuminata Milano. Davvero gli esponenti del ceto dirigente della Parigi d’Italia non capiscono IlGiorno? Non è che Manzoni sta un po’ esagerando? Facciamo comunque un sondaggio su di noi.
In una delle sezioni del poema, intitolata Il Vespro, s’immagina che sul far della sera il cavalier servente conduca in carrozza la sua bella, pudica sposa d’altrui, ad incontrare altre dame e altri accompagnatori con cui scambiare – diremmo noi – quattro chiacchiere in amicizia sulle ultime novità. Niente di astruso, anzi. Ma il poeta trova ineluttabile che ciò sarà l’occasione per spettegolare malignamente sulle assenti, il cui arrivo per altro è prossimo, e rivolgendosi all’Amicizia, intesa come dea, la invita a moderare le linguacce delle presenti e ad ispirare al «giovin signore» un atteggiamento parimenti discreto e generoso, appunto da vero amico e non da sparlatore. L’ho riportata, riassumendo e parafrasando, a modo mio. Ecco Parini: «Tu fra le dame / sul mobil arco delle argute lingue / i già pronti a scoccar dardi trattieni, / s’altra giugne improvviso a cui rivolti / pendean di già: tu fai che a lei presente / non osin dispiacer le fide amiche: / tu le carche faretre a miglior tempo / di serbar le consigli. Or meco scendi; / e i generosi ufici e i cari sensi / meco detta al mio eroe; tal che, famoso / per entro al suon delle future etadi, / e a Pilade s’eguagli e a quel che trasse / il buon Tesèo da le tenarie foci».
Bello ed elegante, in una felice chiave ironica, ma in effetti non proprio facilissimo. Non saprei dire se davvero nessuno dei destinatari corrigendi poteva capire; quanto a me, mi sono districato da solo fra i versi che giocano sulla repressione della maldicenza nei confronti della dama non ancora arrivata, ma per gli ultimi due ho avuto bisogno di un supporto proprio per apprezzare la felice ironia. Il galante cicisbeo si mostrerà un vero amico se si comporterà come due eroi della mitologia classica: il primo è citato, Pilade, sempre fedele compagno delle peripezie del cugino Oreste; il secondo è Ercole. La definizione di quest’ultimo richiede un’ulteriore spiegazione: fra le sue varie magnanime prodezze c’è quella di aver liberato dall’Oltretomba Teseo, a sua volta definito buono perché vi aveva accompagnato Piritoo (che neppure Ercole riuscì a liberare); le tenarie foci, che traducono le tenarias fauces delle Georgiche di Virgilio, sono appunto il luogo d’entrata (o meglio: uno dei possibili luoghi d’entrata) nell’Oltretomba secondo gli antichi, il capo Tenaro, l’odierno Matapàn, sulla punta della penisola del Mani nel Peloponneso.
È estremamente interessante il modo in cui, nella sua lettera a Fauriel, Manzoni motiva la difficoltà di capire Parini e nell’insieme la poesia classica italiana; la presenta in effetti come un problema di lingua: «Per nostra sventura, lo stato dell’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l’ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta, che questa può dirsi quasi lingua morta». Cioè, sullo sfondo della storica disunione politica, non esiste una lingua condivisa da tutti gli Italiani e naturalmente usata sia nel parlato che nello scritto. A vent’anni Manzoni aveva già ben chiaro un rovello su cui avrebbe riflettuto e lavorato durante tutta la sua lunga vita (anche su questo torneremo), e ciò già nell’ottica, che qui si delinea nelle frasi successive e che egli avrebbe poi sempre mantenuto, del confronto con la Francia, una nazione più fortunata perché da secoli unita e libera. Ma in questo testo rivelatore c’è dell’altro: si legge fra le righe, ma c’è di sicuro. Perché in fin dei conti Parini è comprensibile da qualsiasi italiano che possieda una buona cultura classica, dunque qui non c’è solo la presa d’atto della mancanza di una lingua nazionale, ma anche – inseparabile da questo rilievo – l’insoddisfazione per una letteratura accessibile solo ai pratici sia di «carche faretre» che di «tenarie foci», per una letteratura, insomma, privilegio di pochi intellettuali raffinati, patrimonio – per dirla con polemica impazienza – dei soli esperti di latinorum.
Queste considerazioni ammirate ma critiche sul Giorno contengono la promessa degli Inni sacri, le prime poesie religiose di Manzoni dopo la sua cosiddetta conversione, cioè il suo sofferto processo di riavvicinamento alla fede cattolica che una pittoresca leggenda vorrebbe frutto di una sorta di folgorazione avvenuta il 2 aprile 1810 nella chiesa parigina di San Rocco, la quale, peraltro, commemora in una lapide il presunto miracolo. Tranne la Pentecoste, lungamente elaborata fra 1817 e 1822, gli Inni sacri, composti fra 1812 e 1815, non si possono forse definire dei capolavori, ma la loro prima edizione nel 1815 segna comunque una svolta nella storia della letteratura italiana. Ancora alla vigilia dell’inizio in Italia della polemica fra Classicismo e Romanticismo, Manzoni taglia già i ponti col primo e lo fa in una sua maniera molto peculiare, destinata a segnare la propria adesione al secondo e a condizionare il profilo che esso avrebbe preso nella letteratura italiana. Si tratta di una scelta che ha la forza della coerenza e della semplicità: la letteratura ha senso solo se non è un gioco di corte o d’accademia, ma una pratica morale in rapporto con l’umanità vivente, l’umanità nuova del Cristianesimo; e ha valore solo se può arrivare a tutti gli esseri umani.
Non deve stupire il fatto che Manzoni realizzi il distacco dalla scuola classica che era stata anche la sua, e dunque una innovativa cesura nella cultura letteraria italiana, con delle poesie che celebrano argomenti quali la Resurrezione, il Nome di Maria, il Natale, la Passione, la Pentecoste. La novità stava nella combinazione di due elementi: quelle poesie trattavano di argomenti familiari a tutti e – non meno importante – lo facevano in versi non sciolti ma rimati, come nelle canzonette da imparare a memoria, e in una lingua e in uno stile ‘facili’. Ecco per esempio nel primo degli Inni, La Risurrezione, il tema, così squisitamente cattolico, della carità: «Sia frugal del ricco il pasto; / ogni mensa abbia i suoi doni; / e il tesor negato al fasto / di superbe imbandigioni, / scorra amico all’umil tetto, / faccia il desco poveretto / più ridente oggi apparir».
Ho dovuto prudentemente racchiudere fra virgolette l’aggettivo ‘facili’, perché stiamo pur sempre parlando di poesie del primo Ottocento. Per intenderci: non sono facili, nel senso di facilmente comprensibili a tutti, come i testi di qualche successo popolare di Gianni Morandi o Vasco Rossi, ma facili come i meno astrusi (ce ne sono di più e di meno) fra i libretti dell’opera lirica italiana dell’età di Manzoni. E non per nulla un collaboratore del giornale liberale «Il Conciliatore», Giovanni Battista De Cristoforis, che in materia la pensava diversamente da Chateaubriand e de Maistre, lodò più tardi gli Inni sacri perché gli ricordavano gli antichi canti d’Israele compresi da ogni fedele: «Così dalla sacra poesia intesa e sentita profondamente da tutti, perché dettata nel linguaggio che tutti parlavano, sommo veniva l’interesse al rito; e la preghiera non pronunziavasi da fredde labbra d’idioti che non l’intendessero, ma partiva caldissima dai cuori compunti».
Era una novità che non fu apprezzata da tutti. Lo scarto rispetto a secoli di poesia classicheggiante risultava sovversivo, e – questo non va dimenticato – una sovversione letteraria può adombrarne una anche più pericolosa. Nella cultura della Restaurazione pesava ancora molto un atteggiamento per il quale la definizione più esatta è dopo tutto quella un po’ più generica e onnicomprensiva: tradizionalismo conservatore. C’era, e si esprimeva nelle sedi adeguate delle accademie e delle composizioni auliche, una tradizione letteraria classica da omaggiare e perpetuare, corrispondente a un ordine delle cose che era insieme sociale e culturale, ordine che si stava ricomponendo dopo la bufera rivoluzionaria e napoleonica e che anche in campo ecclesiastico vedeva il ripristino delle antiche gerarchie e la riscossa delle componenti meno aperte e illuminate. Insomma, tutto doveva tornare al suo posto, e tutti al loro; il che poi voleva dire, nell’ambito del sapere, stare da una parte o dall’altra del discrimine segnato dall’appartenenza o meno a un’élite in grado di comprendere, per esempio, IlGiorno di Parini, o almeno di provarcisi.
Senza bisogno di essere de Maistre o Chateaubriand, un cattolico benpensante italiano poteva così reagire a una raccolta di ‘facili’ inni sacri con una ostilità feroce, che per noi risulta molto istruttiva circa la natura dell’opera aggredita. Leggiamo qualcosa dai Dubbi intorno gl’Inni Sacri pubblicati nel 1829, l’anno stesso della sua prematura morte, da un giovane abate empolese, Giuseppe Salvagnoli Marchetti: «Manzoni avea regalato all’Italia molte cose non italiane […]. Non invidio il Manzoni; perché non ho mai invidiato chi segue false immagini di bene e di vero». «Non ho letto i Promessi sposi»: questa ha tutta l’aria di una bugia, dato che nello stesso 1829 Salvagnoli Marchetti scrisse in una rivista romana un articolo contenente un riassunto del romanzo a dir poco offensivo. E quanto propriamente agli Inni, poiché era troppo per un abate criticarne il contenuto, ecco cento e passa pagine di puntigliose e sprezzanti critiche sulla metrica, la lingua, lo stile, tutti contrari a «quell’aurea sentenza del Parini», che in poesia bisogna essere chiari e immediatamente intellegibili.
Gli Inni sacri incomprensibili, all’opposto del Giorno? Non sto forzando il testo. I Dubbi di Salvagnoli Marchetti sono in effetti costruiti interamente su questo assunto che, se proposto in buona fede, costituirebbe un gigantesco paradosso. Sarebbe la dimostrazione di un attaccamento a suo modo commovente a una forma espressiva inseparabile dalle «carche faretre» e dalle «tenarie foci». Ma forse la buona fede dell’abate non era a prova di bomba. C’è un punto della sua argomentazione da cui sembra emergere l’involontaria ammissione di un fastidio poco limpido. Nel suo attacco contro la Pentecoste egli cita i versi sull’elemosina che il ricco deve fare al povero con discrezione, il tema socialmente sensibile che abbiamo appena incontrato nella Risurrezione: «Cui fu donato in copia, / doni con volto amico, / con quel tacer pudico, / che accetto il don ti fa». Ecco il commento: «Confesso la mia ignoranza; ma senza che l’autore mi spieghi con altre parole il suo pensiero, io non so giungere a intendere i quattro ultimi versi di questa strofe, per quanto mi vi affatichi, e mi lambicchi il cervello».
Siamo onesti: le uniche difficoltà di questi versi stanno – ed è, se mai, un piccolo appunto che potremmo muovere noi a Manzoni, ma in senso opposto alle critiche dell’abate – nella contrazione «cui», che vale latinamente «colui al quale», e nella parola «copia». Quest’ultima non significa, ovviamente, «riproduzione identica», bensì, come in latino, «abbondanza», perché «cui fu donato in copia» è una maniera per indicare poeticamente il ricco, colui al quale fu dato in abbondanza. Dunque Manzoni chiede per una volta al lettore uno sforzo di comprensione verso un uso un po’ letterario di una costruzione e di una parola, riavvicinate alla matrice latina. Figuriamoci se Salvagnoli Marchetti ignorava questa matrice! E comunque l’abate non ha giustificazione nella sua pretesa ignoranza di un concetto che ha una fonte famosa, e, soprattutto, evangelica: «Quando fai elemosina non sappia la tua mano sinistra cosa fa la destra, perché la tua elemosina resti segreta».
Ma è proprio qui il problema: questo lettore di gusto classico e di cultura conservatrice non accetta il respiro sinceramente evangelico, e dunque propriamente egualitario, che Manzoni è riuscito a dare alla sua stupenda rappresentazione della manifestazione dello Spirito Santo. In questo rifiuto non c’è distinzione fra contenuto e linguaggio poetico e le critiche al linguaggio hanno un nocciolo ideologico durissimo, perché rifiutare la poesia degli Inni sacri era il modo di restare legati a un classicismo socialmente connotato, in quanto riservato a pochi. Quando ostentava di non capire – e senza spiegarne, come correttezza avrebbe imposto, il motivo – l’abate stava comunque dalla parte del latinorum di don Abbondio: ciò che davvero lo disturbava era un inquietante sentore di insubordinazione.
2. La gran madre de’ Fabj e de’ Scipioni
Il latinorum non era però solo letteratura, ma anche storia – e che storia! Il titolo di questo capitolo è un endecasillabo scritto dal giovane Manzoni nel 1801 e si riferisce ad alcuni dei più gloriosi protagonisti della storia dell’antica Roma.
I Fabi erano i membri della gens Fabia, un clan patrizio che si era assunto il compito di combattere, come singola famiglia ma nell’interesse della Repubblica, dei nemici insidiosi, gli abitanti di Veio, che oggi sarebbe Isola Farnese, un borgo situato una quindicina di chilometri a nord di Roma (le prime imprese dell’Urbe caput mundi avevano una scala un po’ ridotta). Purtroppo, però, il 13 febbraio del 477 a.C. i Fabi, resi imprudenti da qualche precedente successo, si fecero cogliere alla sprovvista presso il fiume Cremera dai Veienti, che li sconfissero e li massacrarono tutti: per la precisione 306, come ci informa Tito Livio, lo storico principale cantore della grandezza romana, il quale per altro non manca di aggiungere che il Fabio n. 307 era stato lasciato a casa perché ancora bambino e che così questa eroica gens poté continuare a produrre alla patria uomini illustri, preziosi per i momenti difficili.
Difficilissimo fu, due secoli e mezzo più tardi, il momento della minaccia portata a Roma da Annibale. Per fortuna c’era, appunto, a disposizione un discendente del n. 307, Quinto Fabio Massimo, detto Cunctator, cioè il Temporeggiatore, colui che evitando una battaglia campale logorò le forze del condottiero cartaginese, salvando così la Repubblica. E con questo (e ormai in una dimensione molto maggiore) siamo arrivati ai più importanti fra gli Scipioni, che erano un ramo di un’altra gens patrizia, la gens Cornelia: Publio Cornelio Scipione, detto Africano perché vincitore contro Annibale della battaglia di Zama e della seconda guerra punica, e il suo nipote adottivo Publio Cornelio Scipione Emiliano, trionfatore della terza guerra punica e distruttore delle città di Cartagine e di Numanzia.
Noi oggi abbiamo bisogno di rinfrescarci la memoria, ma quando scriveva questo verso il sedicenne Alessandro aveva ben presenti quei fatti esemplari (tale, nella sua risonanza mitica, anche la battaglia del fiume Cremera). Aveva soprattutto le idee chiare: la «gran madre» dei Fabi e degli Scipioni è Roma antica come patria eletta della Libertà. Infatti, nei versi fra cui si trova quello citato, la Libertà in persona appare al giovane poeta tenendo in mano lo spadone, «il brando scotitor de’ troni», col quale gli antichi Romani hanno vinto e soggiogato i nemici oppressori, costringendoli ad abbassare le loro già tracotanti fronti, a «curvar l’alte cervici umili e proni». Non si tratta dunque di una Libertà qualsiasi, indifferenziata e per tutti gli usi, ma della libertà di una patria repubblicana, generatrice di valorosi combattenti, indomita contro i tiranni; insomma, una libertà rivoluzionaria.
In effetti, il poemetto comprendente tutto ciò, intitolato appunto Del Trionfo della Libertà, riguarda la Rivoluzione francese. L’adolescente Manzoni ne celebra i contenuti a suo parere più autentici: il radicalismo giacobino, l’intransigenza anticlericale, l’integerrimo distacco dal denaro, il generoso spirito di sacrificio per il bene pubblico; tutti valori che però gli sembrano ora traditi nella realtà del dominio francese in Italia, sicché non spende una sola parola d’elogio per il Primo Console Napoleone (potrà legittimamente ricordarlo nel Cinque maggio definendovi se stesso «vergin di servo encomio»), mentre celebra la morte eroica del giovane generale Desaix, il quale con la sua intrepida carica contro gli Austriaci ha propiziato la vittoria della Rivoluzione a Marengo.
D’accordo: chi da ragazzo non è rivoluzionario – diceva Winston Churchill – è senza cuore (non commentiamo il seguito: chi lo rimane da vecchio, è senza cervello). Ma cosa c’entrano i Fabi e gli Scipioni? E non basta, perché nel poemetto dedicato alla rivoluzione contemporanea questi antichi Romani sono in prestigiosa e numerosa compagnia di concittadini non preoccupati dei propri rischi, ma solo del trionfo della Libertà: «Un bel drappello eletto / Di lor che sordi furo al proprio danno, / Caldi d’amor di Libertade il petto». Il secondo dei quattro canti dell’opera elenca questi eroi ed eroine della tradizione, che forse molti di noi hanno già incontrato sui banchi di qualche classe scolastica: Collatino che si è vendicato dello stupro commesso dal figlio del tiranno Tarquinio il Superbo, sua moglie Lucrezia che ha preferito il suicidio all’infamia, Lucio Giunio Bruto che ha avuto la fermezza di mandare a morte i figli complici di Tarquinio (sì, viene ammirato anche lui), Muzio Scevola che non ha temuto di porre sul braciere la sua imprecisa mano destra, Clelia che è scappata dal nemico attraversando a nuoto il Tevere, Orazio Coclite che ha retto l’assalto di un intero esercito sul ponte Sublicio; e altri ancora, fino a culminare nell’eroe per eccellenza della Libertà, il tirannicida per antonomasia, il secondo Bruto, Marco Giunio Bruto, quello che con Cassio ordì la congiura delle Idi di Marzo contro Giulio Cesare (e cui Manzoni qui fa pronunciare, con un bel colpo di divinazione, una dura invettiva contro il Papato: «Ahi cara patria! Ahi Roma! ah! non più Roma…»).
Insomma, la Rivoluzione evoca l’antica Roma: e questa non s’identifica certo tutta col latinorum reazionario! Anzi, qui latinità si accoppia con libertà (potenzialmente o attualmente rivoluzionaria): un binomio da fare inorridire l’abate Salvagnoli Marchetti, per non dire de Maistre, ma sicuramente non meno valido né meno importante dei loro: latinorum e conservazione, o latinorum e sopraffazione. Nella storia della cultura politica italiana ed europea il modello di Roma antica, spesso insieme con quello delle città greche, Atene e soprattutto Sparta, aveva ispirato – per dirla in termini un po’ semplificati – non il regresso ma il progresso, non l’obbedienza ma la ribellione.
Certo, non fu sempre così: Roma era anche un modello imperiale, anzi il modello imperiale per eccellenza. Qui non c’entra l’uso fatto di quell’imperialismo in epoca fascista (con tanto di effetti tuttora vistosi nel profilo urbanistico e monumentale della nostra capitale); ben prima era stato il nostro poeta sommo, Dante, a pensare a Roma proprio in quel senso, tanto da condannare i cesaricidi Bruto e Cassio nel fondo dell’Inferno, mostrandoli addirittura maciullati insieme con Giuda, il traditore per antonomasia, dalle tre bocche di Lucifero, «sì che tre ne facea così dolenti». Tuttavia, in tanti non sono poi stati per nulla d’accordo con Dante; il ripensamento che hanno fatto della storia dell’antica Roma si è manifestato come elogio della libertà e teorizzazione della democrazia. Durante l’età moderna quasi tutti veneravano l’Antichità in quanto tale, come maestra di pensiero e di vita, sicché dominava comunque il Classicismo; ma per molti, e molto importanti autori di quell’età, fino a comprendere il giovane Manzoni, ciò significò più in particolare esaltazione della virtù repubblicana, con buona pace del latinorum dei letterati cortigiani e reazionari.
Bisognerebbe partire dai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, dove a inizio Cinquecento Machiavelli propone a modello gli atti eroici dei primi tempi di Roma narrati da Livio sotto Augusto, primo imperatore, il quale però si presentava come il restauratore dei più autentici e originari valori romani. Ma è più stringente, oltre che più rapido, concentrarsi sulla cultura del Settecento, toccandone due aspetti: la riflessione sulla grandezza degli Antichi (in generale, perché ci sono anche i Greci, ma soprattutto antichi Romani) svolta dai pensatori della Francia dei Lumi (che naturalmente avevano letto anche Machiavelli); la celebrazione degli Antichi da parte dei letterati italiani (occorre appena aggiungere che anche loro avevano letto Machiavelli). Per Alessandro in collegio valeva ovviamente questa seconda celebrazione; ma per Manzoni maturo, profondo conoscitore della cultura francese, sarebbe poi stata anche più importante la prima riflessione.
Montesquieu ha dato un contributo essenziale alla nascita del pensiero politico liberale, con la teoria della divisione dei poteri e della necessità di limitare l’esercizio della sovranità. Nella parte iniziale del suo capolavoro, Lo spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, c’è una elaborata distinzione fra i vari sistemi di governo, comprendente una famosa equazione fra quello repubblicano e la pratica della virtù. Leggiamo un breve passo (IV.4) che ci farà capire come lo spirito di questo maestro di liberalismo, razionalità e moderazione si scaldasse al ricordo delle imprese degli eroi antichi. Montesquieu non riporta l’elenco che Livio ha diffuso fino a Manzoni e oltre, ma noi intendiamo comunque bene cosa ha in mente: «La maggior parte dei popoli antichi vivevano sotto governi che avevano la virtù per principio; e quando questa vi era in pieno vigore, vi si facevano cose che oggi non vediamo più, e che sbigottiscono le nostre piccole anime».
Rousseau si spinge anche oltre. La sua presenza è cruciale, perché di lui Manzoni scrisse una volta che le sue idee sono all’origine di tutti i più decisivi cambiamenti avvenuti poi nella società europea; e lo scrisse a ragione. Qui concentriamoci sul trattato Il contratto sociale (1762), che ha definito i termini della democrazia e della sovranità popolare. In questo capolavoro Rousseau analizza sistematicamente le istituzioni dell’antica Roma, ritenendole evidentemente un punto di riferimento per il moderno governo democratico, e a questa analisi dedica quasi per intero il libro quarto dell’opera (quarto su quattro, non su quaranta). In un altro suo scritto, sul governo della Polonia (1772), se n’è uscito in una battuta di ammirazione complessiva che ricalca quella che abbiamo letto qui sopra di Montesquieu: «Quando si legge la storia antica, si è come trasportati in un altro universo, e fra altri esseri […] Le anime forti degli antichi sembrano agli altri delle esagerazioni della storia». Torna di nuovo in mente la galleria eroica che già conosciamo e che Rousseau rielaborò in vari luoghi della sua produzione nell’ottica politicamente radicale che gli era propria: nell’interesse generale il popolo sovrano deve saper resistere anche ai ricatti dell’umanitarismo. Ciò, fino all’estremo: il secondo Bruto deve difendere la Repubblica uccidendo Cesare, e il primo deve farlo decretando addirittura la morte dei propri figli.
Nel corso del Settecento, soprattutto della seconda metà del secolo, simili fieri e talora spaventosi esempi di virtù favorirono una profonda trasformazione nella cultura artistica e letteraria, introducendovi una gravità morale e un impegno politico che potevano far presagire cambiamenti tempestosi. Nel caso delle opere figurative il proposito degli autori non è sempre facile da intendere univocamente. Per fare solo un esempio, il famoso dipinto di Jacques-Louis David rappresentante i littori (cioè gli ufficiali) che riportano a Bruto i corpi dei figli giustiziati, eseguito precisamente nel 1789, è ed era interpretabile, in chiave antirussoviana, anche come manifestazione di raccapriccio verso un rigore orrendamente eccessivo. Ma per la formazione del giovane Manzoni contavano i poeti, e le loro parole erano più esplicite. Ascoltiamo quelle del più significativo a questo riguardo, Vittorio Alfieri, di cui già sappiamo dai versi in morte di Imbonati che «nelle reggie primo / L’orma stampò dell’Italo coturno».
Negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione francese Alfieri compose le due tragedie Bruto primo e Bruto secondo, rispettivamente dedicate al punitore dei propri figli e al cesaricida. Lo fece anche in polemica con Voltaire, che oltre mezzo secolo prima aveva rappresentato un Brutus (è il primo Bruto) che irritava il tragediografo italiano perché la dura vicenda esemplare vi veniva annacquata da una complicazione amorosa e il rigore libertario vi appariva minacciato da qualche cedimento filomonarchico: «Che Bruti, che Bruti di un Voltaire? – scrisse in quella stessa autobiografia dove aveva riferito le gare di memoria sulle Georgiche di Virgilio – io ne farò dei Bruti, e li farò tutt’a due». Il contenuto ideologico della sua ispirazione lo si trova esplicitato in un suo scritto quasi contemporaneo, il trattato Della Tirannide (1777): «Nelle repubbliche vere, amavano i cittadini prima la patria, poi la famiglia, quindi sé stessi: nelle tirannidi all’incontro, sempre si ama la propria esistenza sopra ogni cosa». Ecco il succo – evidentemente – del Bruto primo, ma in realtà anche del Bruto secondo, perché Alfieri vi fa propria la tradizione secondo cui Cesare, amante della madre di Bruto, ne sarebbe stato il padre naturale. Dunque le due tragedie esibiscono lo stesso eroico patriottismo superiore a ogni affetto privato: come il primo Bruto manda a morte i figli, il secondo partecipa, consapevolmente, all’uccisione del padre.
Del resto, fra i due Bruti, somiglianza ed emulazione, in una gara di magniloquenza enfatica per la quale non è facile assegnare la palma della vittoria. Qui e là, senza neanche l’ombra di una donna, solo amanti della libertà, tiranni e popolo. È tutto uno snudare brandi, gonfiare petti e offrirsi in sacrificio. Smentendo il pensoso Virgilio, che nell’Eneide (VI.823) lo aveva definito infelice, e animato, oltre che dall’amor di patria, da un’infinita brama di gloria («laudum immensa cupido»), il primo Bruto di Alfieri chiarisce il punto ai suoi concittadini: «In me non entra / per ciò di stolta ambizione il tarlo: / d’onori, no, (benché sien veri i vostri) / ebro non son: di libertade io ’l sono; / di amor per Roma; e d’implacabil fero / abborrimento pe’ Tarquini eterno». Agli stessi cittadini poi, nel finale, mentre si concede la debolezza di non contemplare l’esecuzione dei figli che egli stesso ha imposto, raccomanda però di far tesoro dell’esempio: «Farmi del manto è forza / agli occhi un velo… Ah! Ciò si doni al padre… / Ma voi, fissate in lor lo sguardo: eterna, / libera or sorge da quel sangue Roma». Memore di tanta grandezza, il secondo Bruto, nel cercare di convincere Cesare a deporre il potere, gli spiega, citando il proprio antico omonimo, che un libero romano non potrà mai riconoscersi figlio di un tiranno: «Ho nome / Bruto; ed a me sublime madre è Roma. / Deh! Non sforzarmi a reputar mio vero / genitor solo quel romano Bruto, / che a Roma e vita e libertà, col sangue / de’ proprj suoi svenati figli, dava». Ma Cesare ormai è schiavo della sua corruzione politica, sicché in chiusura della tragedia non resta che il tirannicidio con le sue cruente ripercussioni. Bruto proclama: «A morte, / a morte andiamo, o a libertade.» Il popolo risponde: «A morte, / con Bruto a morte, o a libertà si vada».
Quando Alfieri scriveva questi versi altisonanti, la Rivoluzione francese non era ancora scoppiata, ma quella americana era già finita con successo; e non per nulla il Bruto primo è dedicato «al chiarissimo e libero uomo il generale Washington», con la motivazione che «il solo nome del liberator dell’America può stare in fronte della tragedia del liberatore di Roma» (il Bruto secondo è dedicato «al popolo italiano futuro»). Poco dopo sono comunque comparsi per davvero anche i rivoluzionari francesi, e fra di loro i più romanamente severi: i giacobini.
Abbiamo percorso un po’ in fretta un cammino molto importante e arduo, ma siamo abbastanza preparati a constatare come il progetto rivoluzionario si sia rispecchiato nel modello delle repubbliche antiche e a leggere, in proposito, le parole di Robespierre. Il suo celebre discorso del 18 piovoso dell’anno II (5 febbraio 1794) Suiprincipi di morale politica che devono guidare la Convenzione nazionale non è necessariamente solo un’esaltazione del Terrore, ma certo lo è della lezione degli Antichi, ripensata, in un momento cruciale dell’attualità politica, riprendendo in termini drastici le interpretazioni di Montesquieu e Rousseau: «Ora, qual è mai il principio fondamentale del governo democratico o popolare, cioè la forza essenziale che lo sostiene e che lo fa muovere? È la virtù. Parlo di quella virtù che operò tanti prodigi nella Grecia ed in Roma, e che ne dovrà produrre altri, molto più sbalorditivi, nella Francia repubblicana. Di quella virtù che è in sostanza l’amore della patria e delle sue leggi». Ma l’ora è drammatica, e per reagire ai pericoli incombenti non si può tacere quanti danni abbia prodotto l’azione della tirannide e del servilismo, allontanandoci da quelle condizioni ideali di virtù. Sparta è caduta; in Atene vi sono molti abitanti ma non più veri Ateniesi. «E che cosa importa mai che Bruto abbia ucciso il tiranno? La tirannia sopravvive ancora nei cuori, e Roma non esiste più se non in Bruto».
Quando, due anni più tardi, le armi di Napoleone portarono la Rivoluzione in Italia, Robespierre e i giacobini erano ormai stati rovesciati, ma l’entusiasmo rivoluzionario per l’antica virtù era ben vivo, e nella nostra letteratura trovò un terreno fertile: come abbiamo visto, la fecondazione era già precedente; e del resto, dove trovare maggior convinzione della grandezza di Roma che presso i poeti italiani? In questi suoi figli ed eredi diretti le idee politiche sovversive dei Francesi infusero una carica travolgente: rottura netta col degrado presente maturato sotto regnanti stranieri ed indegni (e, appaiati a questi, i sovrani pontefici); emulazione con la cultura francese, oggetto di ammirazione ma anche stimolo alla presa di coscienza della propria identità italiana, volontà appassionata di partecipare alla costruzione di qualcosa di glorioso e capitale. Una rivoluzione, appunto, ma che continuava a trarre energia dall’esempio degli Antichi. Quando si leggono le opere di quei letterati non bisogna sottovalutare l’effetto esplosivo di questa miscela: essi vivevano un dramma enorme, sproporzionato ai ritmi e agli eventi comuni, e un po’ di sovreccitazione è da mettere in conto e con essa la tendenza a evocare, in appoggio, la classicità come il modello inevitabile di ritmi ed eventi eccezionali. Del resto lo avevano già detto Montesquieu e Rousseau: quegli eventi erano così eccezionali da apparire addirittura «esagerazioni della storia che sbigottiscono le nostre piccole anime».
La tendenza fu diffusa; e, specie nei primi anni del dominio francese, precisamente un tono che non è irriguardoso definire di sovreccitazione fece da denominatore comune alle produzioni letterarie italiane, fossero esse ancora entusiaste o già più critiche – come nel caso di Manzoni – verso la figura individuale di Napoleone. Il fenomeno non riguardò solo gli scrittori più immaturi o più modesti: al contrario. Nell’imbarazzo della scelta in un materiale sovrabbondante conviene puntare su Vincenzo Monti: un uomo, è vero, sempre incline ad accendersi per l’una o l’altra corrente dominante, ma pur sempre il sovrano poeta di quell’età di passaggio e di repentini rivolgimenti.
Quando nel 1797 compose la sua canzone
L’autore-Roberto Bizzocchi
Roberto BizzocchiRoberto Bizzocchi
Roberto Bizzocchi, professore dell’Università di Pisa,si è occupato di vari temi di storia politico-culturale e sociale dell’età moderna. Ha pubblicato, tra l’altro, Chiesa e potere nella Toscana del Quattrocento (Bologna 1987), Genealogie incredibili. Scritti di storia nell’Europa moderna (Bologna 1995, traduzione francese Parigi 2010) e ha curato Il carattere degli Italianidi Simonde de Sismondi (Viella 2020). Per Laterza è autore di In famiglia. Storie di interessi e affetti nell’Italia moderna (2001), Guida allo studio della storia moderna (2002, traduzione rumena Bucarest 2007), Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia (2008, traduzione inglese Londra 2014 e francese Parigi 2016) e I cognomi degli Italiani. Una storia lunga 1000 anni (2014).
Edizione: 2022 Pagine: 200 Collana: i Robinson / Letture ISBN carta: 9788858149171 ISBN digitale: 9788858150405 Argomenti: Letteratura: testi, storia e teoria, Storia moderna
I Promessi Sposi, un romanzo di lotta e un atto d’amore di Manzoni per l’Italia
Francesco Mannoni intervista Roberto Bizzocchi
CONDIVIDI
Roberto Bizzocchi, in un saggio a 150 anni dalla morte dello scrittore, analizza gli aspetti più profondi dell’opera: «Al centro ci sono i diritti dei deboli contro gli abusi dei potenti. Il lavoro sulla lingua unì la penisola»
Francesco Mannoni | L’Eco di Bergamo | 4 gennaio 2023
Oltre all’ispirazione cristiana, nei «Promessi Sposi» di Alessandro Manzoni, c’è ben altro, e precisamente: «Identità pubblica nazionale in chiave europea e non nazionalista; morale privata basata sulla libertà di scelta e sulla responsabilità individuale, e ciò sia per gli uomini che per le donne; illuminato senso della misura nella valutazione delle cose del mondo, ma con una percezione acuta della giustizia e dell’ingiustizia dei contesti sociali e delle azioni dei singoli che vi operano».
Questa particolarità critica, nel centocinquantenario della morte di Alessandro Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – 22 maggio 1873) la sostiene Roberto Bizzocchi, docente di storia moderna dell’Università di Pisa, in un saggio che analizza con il microscopio d’una critica attenta e sottile gli aspetti più autentici e profondi del grande «Romanzo popolare» (Laterza, 200 pagine, 20 euro, ebook 12,99 euro), spiegando, con un procedimento diagnostico, «Come i Promessi Sposi hanno fatto l’Italia».
Una rilettura appassionante dei «Promessi Sposi» la sua, professore, che ci fa vedere un mondo che forse ci era sfuggito. Alla luce del suo studio approfondito, i «Promessi Sposi» è un romanzo o più un trattato socio-politico?
«È un romanzo, e bellissimo, ma con una caratteristica forte, che lo distingue dagli altri bellissimi romanzi dell’Ottocento europeo: non racconta gli eventi e i personaggi e le loro azioni in modo oggettivistico, limitandosi a riprodurre la realtà, ma vi aggiunge sempre il suo giudizio morale. Gli uomini possono comportarsi bene o male, le cose che succedono possono essere giuste o ingiuste; e noi dobbiamo avere ben viva la coscienza di ciò, perché la Provvidenza non esime gli uomini dalle loro responsabilità individuali. In questo atteggiamento il cattolico Manzoni resta un uomo dell’Illuminismo, la cultura in cui si era formato, la quale insegna a non arrendersi mai di fronte alle storture del mondo, bensì a combatterle, per rendere meno brutta la nostra vita. Quindi, senza parlare di trattato, si può dire che il romanzo ha un deliberato intento programmatico e pedagogico».
Da quali elementi di rilievo inizia la sua radiografia dell’opera manzoniana?
«Sono partito dall’impressione di “romanzo di lotta” che i Promessi Sposi mi hanno sempre fatto, fin dalla mia prima lettura ginnasiale, e poi sempre di più nelle letture in età matura. Bisogna liberarsi dal pregiudizio su Manzoni moderato e accomodante, mettendo subito in chiaro che il rifiuto della violenza e l’obbligo del perdono – quelli che padre Cristoforo ricorda a Renzo – sono, semplicemente, coerenti con la fede di un vero cristiano, quale Manzoni fu. Per il resto, il quadro della società del Seicento è severo fino all’indignazione: governanti cialtroni (quasi tutti), signorotti prepotenti (don Rodrigo), funzionari e avvocati (Azzecca-garbugli) asserviti al malaffare, intellettuali condizionati da sciocche superstizioni (don Ferrante), per non dire del parroco don Abbondio inadempiente per vigliaccheria. Manzoni moderato? A me pare un radicale, perfino troppo duro nella rappresentazione di un secolo che – gli storici di oggi ce l’insegnano – non aveva solo brutture».
Quali fatti e azioni rendono l’epoca dei «Promessi Sposi» vicina in qualche modo ai nostri giorni? Possiamo dire che tante deficienze sono ancora presenti nel nostro super mondo in cui pandemie e guerre ancora imperversano e si ripetono le solite ingiustizie di sempre?
«In effetti proprio l’intransigenza di Manzoni ha fissato nel romanzo delle descrizioni che sembrano eterne. Impossibile non pensare ad alcune drammatiche vicende che abbiamo vissuto negli ultimi anni, quando rileggiamo le pagine grandiose sulla tragedia della peste, e anche sullo smarrimento umano di fronte a calamità che sembrano inarrestabili. Oggi abbiamo strumenti di difesa ben maggiori; ma i Promessi Sposi contengono un ammonimento doloroso sulla nostra fragilità, che non dovremmo dimenticare».
Manzoni, secondo lei, era cosciente del ritratto epocale che tracciava nel romanzo o agiva solo da romanziere ispirato?
«Coscientissimo. Il romanzo è frutto di un’ispirazione meravigliosa, ma ciò non toglie che Manzoni avesse un intento programmatico e pedagogico. Teniamo presente che negli anni Venti dell’Ottocento, quando concepì e scrisse il suo capolavoro, i patrioti come lui speravano in un’Italia unita e libera dal dominio straniero. Gli altri letterati del tempo ambientavano di preferenza i loro romanzi nel Medioevo, cioè prima della perdita della libertà italiana; invece Manzoni volle trattare proprio il periodo più buio della decadenza e della soggezione, perché era giustamente convinto che per costruire la cultura letteraria e politica della nuova Italia del Risorgimento bisognasse fare i conti con le epoche peggiori della nostra storia».
Come anticipano la Storia d’Italia le pagine dei «Promessi Sposi»? In che cosa individuano la storia del Paese?
«Pensiamo al tema cruciale del cattolicesimo della Controriforma. Molti intellettuali europei contemporanei di Manzoni, e liberali illuminati come lui, rimproveravano all’Italia e agli Italiani come una colpa irrimediabile il fatto che dal Cinquecento il Paese e il suo popolo si fossero piegati all’obbedienza alla Chiesa. Attenzione: Manzoni era italiano non meno che cattolico; pensava che il potere temporale del Papato dovesse cedere al diritto dell’unità d’Italia; sapeva peraltro che il cattolicesimo era, oltre che la sua personale fede, un carattere saliente dell’identità italiana. Nei Promessi Sposi ha avuto il coraggio di rappresentare la Chiesa cattolica nelle sue luci – il cardinale Federigo, padre Cristoforo – ma anche nelle sue ombre, perché oltre a don Abbondio c’è il Provinciale dei cappuccini che trama col Conte Zio rendendosi complice di un crimine».
Renzo, Lucia, Agnese, don Abbondio e tutti i deboli protagonisti, specchio d’un potere sempre più organizzato che ha in Don Rodrigo e in altri esponenti i maggiori rappresentanti dell’iniquità sociale?
«Come ho detto, ritengo i Promessi Sposi un romanzo di lotta; e la lotta per i diritti dei deboli contro gli abusi dei potenti è la sigla forse più tipica del libro. Manzoni è stato un denunciatore fervente dell’ingiustizia sociale. E non dimentichiamo che – più in esteso nella Storia della colonna infame, collegata al romanzo – ha attaccato anche l’ingiustizia delle istituzioni nel processo aberrante contro i pretesi untori. Aggiungo un altro aspetto importantissimo: ha denunciato anche l’ingiustizia di genere. Quella di don Rodrigo che pretenderebbe far suo il corpo di Lucia; ma anche quella del padre di Gertrude, che violenta la volontà della figlia imponendole il monastero. Manzoni tocca non a caso i vertici della sua arte nel ribellarsi contro il sacrificio di una giovane donna soggetta al sopruso di un maschio padrone».
Lei parla di messaggio ideologico al cuore del romanzo: come potremmo riassumerlo? Come un messaggio d’amore?
«Amore per l’Italia, e proprio perché chi la ama davvero esamina impietosamente le fasi e gli aspetti peggiori della sua storia per prepararne il riscatto. Anche la famosa risciacquatura dei panni in Arno, cioè la riscrittura fiorentineggiante dei Promessi Sposi per l’edizione definitiva del 1840 – quella che di solito leggiamo – è un atto d’amore: oltre che un po’ fiorentinizzata, la lingua del 1840 è molto più popolarizzata rispetto alla precedente stesura, enormemente di più rispetto ad altre opere letterarie del tempo. Manzoni ha fatto una rivoluzione culturale che è anche politica: ha scelto per primo due popolani come protagonisti del suo capolavoro, e lo ha scritto in un modo che anche gli uomini e le donne del popolo potessero, una volta alfabetizzati, leggerlo».
Visto nell’ottica di questa rilettura, chi era veramente Manzoni? Solo uno scrittore o anche un grande analista del tempo in cui viveva?
«Un analista geniale, che ha messo il suo sommo talento letterario al servizio del progetto più generoso: permettere a tutti gli uomini e le donne della nuova Italia di riflettere insieme con lui sulla nostra storia, la nostra identità, la nostra religione dominante; e anche, più in generale, sui temi fondamentali della vita: giustizia, ingiustizia, responsabilità individuale, libertà di coscienza. I Promessi Sposi contengono un messaggio alto, impegnativo e sempre valido e attuale».
Caprarola-Palazzo Farnese-Carteggio i cardinali Cristoforo Madruzzo e Alessandro Farnese con Pier Francesco Orsini-
Caprarola-Palazzo Farnese-Venerdì 14 marzo 2025 alle ore 17:30 presso la Sala di Giove a Palazzo Farnese, Caprarola la presentazione del volume “Calamaio e carteggio nel valore dell’amicizia tra i cardinali Cristoforo Madruzzo e Alessandro Farnese con il signore di Bomarzo Pier Francesco Orsini detto Vicino”, a cura di Francesca Ceci e Francesca Pandimiglio (Intermedia Edizioni).
Il volume racconta il periodo d’oro della Tuscia rinascimentale ricostruendo i rapporti esistenti tra tre amici, Cristoforo Madruzzo, Alessandro Farnese, Pier Francesco Orsini, figure tra le più importanti ed originali del Cinquecento italiano.
Una fitta corrispondenza durata anni fra tre amici di tutto riguardo, con al centro Soriano nel Cimino, Caprarola, Bomarzo e la cultura ermetica dell’epoca. Un carteggio ricco di considerazioni religiose, alchemiche, ermetiche, artistiche, esoteriche, politiche e personali che rappresenta al tempo stesso un eccezionale punto di osservazione per capire a fondo uno spaccato illuminante della cultura del Rinascimento italiano e dei valori a cui si ispiravano le élite di quel tempo.
Cristoforo Madruzzo (1512-1578), in quanto vescovo della città, fu uno dei protagonisti del Concilio di Trento ed ebbe un ruolo importante anche di mediatore tra i principi tedeschi che sostenevano la Riforma luterana e la Chiesa romana. Papa Paolo III Farnese gli assegnò il feudo di Bassano in Teverina, Gallese e Soriano dove iniziò a costruire il magnifico palazzo noto come Villa Papacqua, oggi conosciuto come Palazzo Chigi Albani. Pur impegnato in una carriera ecclesiastica di primissimo piano con incarichi anche internazionali, Madruzzo dedicò molte energie a Soriano, dove realizzò miglioramenti urbanistici, fece costruire la fontana che porta il suo nome e fece restaurare il castello. Nel corso della sua permanenza a Soriano, il cardinale frequentò assiduamente il Cardinale Farnese e l’Orsini. Si creò un sodalizio fra i tre personaggi impegnati ad abbellire i loro rifugi intellettuali e fisici, luoghi di diletto e di delizie, nei quali venne spesso ospitato anche il cardinale Gianfrancesco Gambara che si era costruito Villa Lante a Bagnaia con il suo splendido giardino. La dimora sorianese viene descritta dalle autrici come “una residenza fondata sulla realizzazione di un sogno, un ideale spirituale ed artistico-iniziatico, aperto a molteplici chiavi di lettura fondate sulla profonda conoscenza dell’antico e di tutta la produzione letteraria, filosofica ed ermetica tipica dell’epoca che vede nel passato classico e nella sua rivisitazione moderna e simbolica e in alcuni casi alchemica, il fine superiore della libera conoscenza umana, riservata ad una scelta e circoscritta élite intellettuale”. I tre erano strettamente uniti dalla profonda conoscenza della tradizione ermetica e del suo linguaggio simbolico di cui troviamo segni evidenti nelle loro ville, ricche di riferimento esoterici, dalla cultura egizia, della cabala ebraica, dell’astrologia, dell’alchimia. Il legame fra loro è testimoniato anche dagli affreschi di palazzo Farnese a Caprarola dove sono ritratti anche il Madruzzo e l’Orsini. Del resto anche la Casa Pendente nel Sacro Bosco venne dedicata da Vicino Orsini al Cardinal Madruzzo.
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