La guerra di Spagna è già stata oggetto di una grande quantità di pubblicazioni, tra studi di storici e la memorialistica di coloro che ne furono protagonisti. Tuttavia, negli ultimi venti anni, la documentazione archivistica a disposizione degli storici è notevolmente aumentata, grazie a nuove fonti resesi disponibili in Spagna, alla digitalizzazione parziale e alla messa in rete degli archivi dell’Internazionale Comunista e del Comintern, quest’ultima realizzata sotto gli auspici del Consiglio Internazionale degli archivi e del Consiglio d’Europa.
Altra documentazione si è resa disponibile grazie al lavoro dell’Istituto Gramsci, mentre varia documentazione, scritta e iconografica è disponibile ma non ancora completamente utilizzata presso l’AIVACS (Associazione Italiana Combattenti Antifascisti in Spagna).
Proprio con il contributo dell’AIVACS e utilizzando, almeno in parte, le nuove fonti citate, lo storico Marco propone un nuovo libro sulla guerra di Spagna, che esce presso le Edizioni Kappa Vu di Udine (Garibaldini in Spagna, Storia della XII Brigata Internazionale nella guerra di Spagna, Kappa Vu, pag. 240, €16).
Come si comprende già dal titolo, il lavoro di Puppini si concentra sulla formazione e sugli avvenimenti che videro protagonista la XII Brigata Internazionale, inquadrata nella quarantacinquesima divisione dell’esercito repubblicano. Tale Brigata fu composta e comandata prevalentemente da italiani e prese per questo il nome di Garibaldi, deciso unitariamente dai tre partiti che ne furono promotori (comunista, socialista e repubblicano).
Tra i pregi di questo libro è però il suo punto di vista ampio, che permette di inquadrare la partecipazione italiana alle Brigate Internazionali nel vasto contesto dei fatti politici, militari e umani generali vissuti dal fronte repubblicano in Spagna e anche da quello antifascista italiano. Si può dire che questo libro permette di leggere molti fatti e problemi della guerra di Spagna attraverso la lente della storia della Brigata Garibaldi.
Il libro prende avvio da quella che Puppini definisce “la crisi dell’antifascismo italiano” alla metà degli anni trenta, in anni particolarmente difficili tra persecuzioni, prigioni ed esilio. In questo modo si può capire quale fosse la composizione politica e sociale dei circa 3500 volontari italiani che combatterono in Spagna, alcuni dei quali presenti in altre formazioni (come la Centuria Gastone Sozzi), oltre alla Garibaldi, già prima della costituzione delle Brigate Internazionali. Di questi combattenti, la maggior parte non proveniva direttamente dall’Italia ma da altri paesi europei dove si era dovuta rifugiare per ragioni politiche e di lavoro.
La maggior parte dei volontari proveniva dalla Francia, dove tra il 1920 e il 1940 si trasferì un milione di italiani e una percentuale assai minore invece arrivava dal Belgio, dove era presente una forte comunità italiana, altri dalla Svizzera e dall’Unione Sovietica. Non mancarono però arrivi dagli Stati Uniti e dal Sud America, attraverso difficili viaggi pagati dalle organizzazioni antifasciste. Infine, una parte dei combattenti si trovava già in Spagna, poiché vi aveva cercato riparo dopo la proclamazione della Repubblica spagnola, nel 1931.
Dal punto di vista sociale, essi erano soprattutto lavoratori più o meno qualificati, muratori, minatori, operai di fabbrica, contadini. Gli intellettuali erano pochi, la maggior parte dei quali costituita in realtà da “rivoluzionari di professione” come Togliatti, Longo e Vidali. Erano presenti anche una sessantina di donne italiane, impegnate soprattutto come infermiere, la più nota delle quali era la fotografa Tina Modotti. Il viaggio verso la Spagna era in ogni caso difficile e faticoso per tutti, poiché si dovevano costruire corridoi e passaggi clandestini per arrivarci, soprattutto dai paesi caduti sotto la dominazione nazifascista.
La decisione di costituire le Brigate Internazionali fu parte della risoluzione del Presidio dell’Internazionale, presa il 18 settembre 1936, che avviò una complessa e imponente operazione di invio in Spagna, dai porti dell’URSS o di altri paesi, ma a carico dell’URSS, del materiale bellico e logistico necessario alla difesa della repubblica spagnola.
La Brigata Garibaldi, a composizione italo-spagnola, fu costituita a partire dagli organici del precedente Battaglione Garibaldi, già operativo in Spagna, integrato da italiani presenti in altri reparti e da nuove reclute. A comandarla fu designato il repubblicano ed ex ufficiale dell’esercito Randolfo Pacciardi, mentre Ilio Barontini, comunista, ne fu nominato commissario politico.
Quello del “commissario politico” era un ruolo delicato, già esistente nelle brigate bolsceviche e nell’Armata Rossa. La sua presenza voleva dare corpo all’idea di un esercito nuovo, popolare e, nel caso della Spagna, internazionalista, e a un concetto di disciplina diverso da quello delle forze armate degli stati capitalisti. Infatti, il combattente doveva essere considerato nel suo aspetto interamente umano; gli era ovviamente richiesta disciplina, ma aveva anche diritto di udienza per i suoi problemi, a condizioni di vita le migliori possibili nella situazione bellica e alle cure necessarie.
Il commissario politico doveva quindi occuparsi dell’alloggio, dell’alimentazione e del benessere dei combattenti e costruire una disciplina basata sulla consapevolezza e lo spirito di sacrificio e non sull’autoritarismo, facendosi anche carico dei diversi problemi umani dei militari.
Quella del commissario politico fu una figura istituita in seguito anche nelle brigate partigiane, molti combattenti e comandanti delle quali si forgiarono nella guerra di Spagna. Purtroppo, le buone intenzioni di costituire un esercito popolare e umano si scontrarono non solo con una realtà di guerra molto difficile, ma soprattutto con le concezioni autoritarie e militaresche di molti comandanti e del comando generale, composto in gran parte da ufficiali formatisi negli eserciti tradizionali.
Infatti, non era facile conciliare, nella situazione di guerra, gli atteggiamenti di alcuni comandanti con un esercito di volontari che erano anche militanti politici e che quindi erano disposti al sacrificio ma pretendevano chiarezza nelle relazioni e nelle decisioni. Lo stesso comandante della Garibaldi, Randolfo Pacciardi, fu criticato per i suoi atteggiamenti da militare di vecchio stampo, per avere istituito alloggi e mense distinte per ufficiali e soldati e per la scarsa adattabilità a una organizzazione diversa da quella vissuta nell’esercito italiano durante la prima guerra mondiale.
Inoltre, i combattenti delle Brigate Internazionali non erano residenti in Spagna e avevano bisogno, di tanto in tanto, di permessi e licenze per vari problemi o semplicemente per poter rivedere la famiglia e riprendere le forze dopo battaglie estenuanti combattute in condizioni difficili, d’inferiorità di armamenti e mezzi rispetto ai franchisti.
Lo stato maggiore spagnolo era però sordo a queste richieste di licenza, nonostante le insistenze di Longo, commissario generale delle Brigate Internazionali. Questo fatto contribuì a creare malcontento e disagio che si unirono alla fatica dei combattimenti nel creare, nel 1937, una crisi nella Brigata.
Naturalmente, le difficoltà vissute dalla Brigata Garibaldi, come dalle altre brigate, non furono dovute solo ai problemi citati, ma furono causate soprattutto dalle diverse linee politiche dei partiti che avevano contribuito alla sua costituzione, prima di tutto tra la componente socialista e comunista e quella repubblicana, ma in alcuni casi anche tra socialisti e comunisti. Queste divergenze, a volte anche forti, furono una delle ragioni dei frequenti cambiamenti al vertice della Brigata, con i continui e controproducenti avvicendamenti nella direzione.
Se il primo comandante fu Randolfo Pacciardi, questi giunse, in seguito a delle valutazioni politiche discutibili e a insofferenze personali, a proporre a un certo punto persino lo scioglimento della Brigata; vari altri comandanti si avvicendarono, in seguito, al dirigente repubblicano e lo stesso avvenne per i commissari politici. I frequenti cambiamenti nel comando della Brigata Garibaldi, come in altre, furono dovuti peraltro, oltre ai contrasti politici, alla morte e ai ferimenti di cui i comandanti e i commissari politici furono vittime; non si deve dimenticare che le Brigate Internazionali nel loro complesso ebbero una percentuale di caduti altissima, che sfiorò il 25% degli organici.
Una percentuale di caduti che fu dovuta anche all’imperizia dei comandi generali dell’esercito spagnolo e all’impiego delle Brigate Internazionali come truppe d’assalto in condizioni a volte di scarsa considerazione per la vita dei volontari. In tale contesto, una terza ragione dei continui cambi al vertice delle Brigate fu anche la fatica psicofisica vissuta dai comandanti, esposti, in una situazione già difficile sul campo, a critiche politiche e di conduzione militare.
Il libro di Marco Puppini segue tutte le vicende politiche e militari vissute dalla Brigata Garibaldi attraverso le numerose battaglie a cui partecipò, a volte concluse con importanti vittorie, come quella di Guadalajara, contro l’esercito fascista italiano e purtroppo più spesso con dolorose sconfitte, come nel caso di Huesca, sino a quella decisiva e finale sul fronte dell’Ebro.
Battaglie che furono tutte segnate da grande spirito di sacrificio e spesso da eroismi dei volontari; mi sembra importante che Puppini abbia svolto un lavoro di ricerca per poter dare un nome e qualche informazione sul maggior numero di caduti possibile, operazione di memoria e di omaggio a quanti sacrificarono la loro vita in per la difesa della democrazia, non solo in Spagna ma in tutta Europa. Infatti, la guerra di Spagna non fu solo una tragedia nazionale, ma un episodio del più vasto quadro della lotta tra fascismo e nazismo e forze democratiche e popolari.
In una precedente occasione1 ho avuto modo di ricordare come molti combattenti della battaglia dell’Ebro (luglio-novembre 1938), che segnò la svolta finale della guerra a favore dei franchisti, ricordano con rimpianto che la sconfitta fu dovuta, in gran parte, al grande squilibrio di armamenti tra i due eserciti e aggiungono che se le armi bloccate alla frontiera franco-spagnola fossero giunte a destinazione, forse gli eventi avrebbero preso un’altra strada.
Infatti, se l’URSS si era impegnata per far giungere rifornimenti all’esercito repubblicano, tali invii seguivano ovviamente percorsi tortuosi e difficili e si scontravano in particolare con la linea di “non intervento” delle potenze occidentali, segnatamente Gran Bretagna e Francia, i cui governi bloccavano regolarmente le spedizioni.
Tale linea politica di “non intervento” fu una delle cause della vittoria dei franchisti che invece disponevano del sostegno dei rifornimenti e dell’aviazione della Germania e dell’Italia fascista. L’intervento italiano si concretò oltre che con la collaborazione dell’aviazione e della marina, anche con l’invio di circa 75.000 soldati. Mussolini sognava un Mediterraneo fascistizzato che andasse dalla Grecia alla Spagna e si prolungasse sino al Portogallo di Salazar.
La ragioni dell’offensiva lanciata dai repubblicani sull’Ebro, ci chiarisce Puppini, non furono solo militari, ma in gran parte politiche. La situazione internazionale era difficile poiché l’URSS era impegnata sul fronte orientale a fronteggiare l’invasione giapponese dalla Mongolia e probabilmente avrebbe avuto in futuro meno risorse da destinare alla Spagna; diventava quindi importante dimostrare la vitalità della Repubblica nella speranza che Francia e Gran Bretagna, di fronte anche alla conclamata aggressività dei nazisti che stavano aggredendo la Cecoslovacchia, avessero una reazione.2 Che non venne.
Fu così che il capo del governo spagnolo Juan Negrin giocò la carta, rivelatasi controproducente, del ritiro delle Brigate Internazionali, che comunicò il 21 settembre 1938 alla Società delle Nazioni. La situazione era tale che la presenza delle Brigate Internazionali non avrebbe, probabilmente, potuto ribaltare le sorti della guerra e Negrin chiese in cambio della loro partenza, il ritiro del sostegno tedesco, italiano e portoghese ai franchisti.
Ma la mossa di Negrin fu inutile, poiché proprio in quei giorni, alla conferenza di Monaco, i governi francese e inglese scelsero l’accordo con Hitler concedendogli la vittoria nella questione dei Sudeti. Dichiarando che con quell’accordo “avevano evitato la guerra” (sappiamo come finì la storia), l’inglese Chamberlain e il francese Daladier posero anche la pietra tombale sulla Repubblica Spagnola.
Il governo francese non fu meno ostile verso la Repubblica nel comportamento che tenne in seguito, quando gran parte dei volontari si ritirarono in Francia, paese dove, tra l’altro, erano massicciamente residenti prima della guerra. Furono internati in diversi campi di concentramento, dove furono praticamente prigionieri, in condizioni di vita pessime e umilianti, che solo l’inziativa degli antifascisti rese più accettabili dal punto di vista umano.
Questo prima di essere, in molti casi, consegnati alla polizia del paese natale, che, nel caso degli italiani, significava confino o prigione. Questi antifascisti il riscatto lo avranno, nella loro maggioranza, durante la Resistenza, quando si avvarranno dell’esperienza politica e militare maturata nella guerra di Spagna.
2 E’ il caso di ricordare che l’URSS invece aveva promesso il suo sostegno alla Cecoslovacchia e in caso di guerra avrebbe dovuto sostenere un ulteriore impegno militare.
ILSE WEBER: Da Terezin verso Auschwitz Birkenau-Articolo di Anna Foa
Elsa Weber, di religione ebraica, nata a Witkowitz nel 1903, scrisse poesie e fiabe per bambini fin da giovanissima, entrando a far parte del grande mondo intellettuale ceco. Come tutti gli ebrei cechi, era di lingua tedesca. Sposatasi con Willi Weber, Ilse si dedicò poi alla famiglia, pur senza interrompere la sua attività di scrittrice. Nel 1930 aveva già pubblicato tre fortunati libri di fiabe ed era divenuta una valente musicista. Patriota della sua Cecoslovacchia, diede al suo secondo bambino il nome di Tomáš in onore del presidente Masaryk.
La Cecoslovacchia degli anni Trenta era un’isola di democrazia e una crogiolo di attività intellettuali, che spiccava nel panorama degli altri Stati dell’Europa orientale, sottoposti a regimi dittatoriali e caratterizzati dal prevalere dell’antisemitismo.
Elsa Weber
Nel 1939, dopo l’occupazione nazista, i Weber decisero di mandare il primo figlio Hanuš in Inghilterra, affidandolo all’amica di Ilse, che lo avrebbe lasciato in Svezia presso sua madre e che sarebbe poi morta nel 1941. Il piccolo Weber partì così insieme ad oltre seicento bambini ebrei, sottratti ai nazisti grazie all’attività di salvataggio di un agente di borsa inglese, Nicolas George Winton, e spediti in treno nell’unico paese europeo che accettò di accoglierli, l’Inghilterra. Ilse non lo avrebbe più rivisto. Nel 1942, Ilse con il marito e il piccolo Tomáš furono deportati a Theresienstadt, “il ghetto modello” da cui partivano i trasporti per Auschwitz. Qui Ilse fece l’infermiera nell’ospedale dei bambini, creando per loro e per gli altri prigionieri poesie e canzoni, suonando per loro il liuto e la chitarra. Una sua poesia, Le pecore di Lidice, suscitò violente reazioni da parte delle SS, senza fortunatamente che Ilse ne fosse individuata come l’autrice. Un’altra, Lettera al mio bambino, indirizzata al figlio Hanuš, fu tradotta e pubblicata nel 1945 in Svezia e Hanuš poté così leggerla. Nel 1944, Willi fu per primo deportato ad Auschwitz. Poco dopo anche Ilse e Tomáš furono inseriti in un “trasporto all’Est”. Sembra che Ilse abbia scelto volontariamente la deportazione per non abbandonare i bambini a lei affidati. E qui, insieme con loro, Ilse e Tomáš furono subito mandati alle camere a gas. Tornato a Praga dopo la guerra, Willi riprese con sé il figlio, che era vissuto in Svezia affidato alla madre di Lilian, Gertrud. Un ricongiungimento difficile, perché il ragazzo, dopo quei sei anni lontano, rifiutava di parlare con il padre su quanto era avvenuto durante la Shoah. Nel 1968, dopo l’invasione da parte dei russi, divenuto giornalista e legato alla primavera praghese, Hanuš fuggì in Svezia dove si stabilì. Lentamente, alla rimozione dei suoi primi anni si sostituì il desiderio di ricostruire la sua storia. Nel 1974, Willi si preparava a raggiungere in Svezia il figlio per collaborare ad un film sui campi di concentramento che questi stava preparando, quando morì improvvisamente d’infarto. Ora questo libro, con la presentazione di Hanuš e un’ampia prefazione di Ulrike Migdal, viene a riproporci la storia di Ilse e della sua famiglia.Se la storia dei Weber è in sé una storia straordinaria, le poesie composte nel campo da Ilse sono di una struggente bellezza, mentre le sue lettere a Lilian, che vanno dal 1933 al 1944, cioè fino alla deportazione a Auschwitz, sono un eccezionale e vivissimo ritratto, oltre che della sua vita, dei suoi affetti e della sua arte, anche del suo paese, la Cecoslovacchia, man mano che l’ombra dell’antisemitismo e di Hitler si faceva più vicina. Dopo la partenza del figlio, nel 1939, la maggior parte delle lettere sono indirizzate al bambino, che Ilse cerca di seguire a distanza, della cui educazione si preoccupa, di cui lamenta la pigrizia nello scrivere, di cui sollecita il mantenimento dell’appartenenza ebraica. Le ultime lettere sono da Theresienstadt, dove Ilse fa ancora in tempo, prima della deportazione, a piangere in una lettera alla madre di Lilian la morte dell’amica. Subito dopo, Auschwitz.
Poesie di NOÉ JITRIK, critico letterario e scrittore argentino-
Noé Jitrik (Rivera, 23 gennaio 1928- Pereira, 6 ottobre 2022), poeta. Docente universitario, si trasferì nel 1966 in Francia e nel 1974 in Messico, dove rimase esule ai tempi della dittatura argentina. Tornato in patria, diresse la rivista di semiotica sYc.
FRECCE
a Leopoldo Marechal
I giorni non sono
– mi sembra –
frecce
come diceva un poeta
amato
e perduto
quando tutto faceva credere
che avremmo condiviso
un tavolino di caffè
un po’ di chiacchiere
dichiarative
e amichevoli
i giorni sono
un ammiccare di occhi
stupiti
uno stare
tra due attese
mattino e notte
notte e mattino.
(da Calcolo errato, 2009)
FESTA NAZIONALE A LAGUNA PAIVA
Per Paco Urondo
Per Giulio Gargano
Cosa significa un giorno perso
nell’accumulo di giorni trascorsi e sepolti?
Ti ho fatto notare che l’amore è una questione di pulsazioni
del diverso ritmo del polso in ciascuna mano:
donne che sono femmine, uomini che sono maschi
e un alone di gin sulle dolci aiuole.
Ridiamo della nostra reciproca insonnia
guardandoci dolcemente
come se ognuno fosse oggetto di tutti gli incidenti:
finalmente rimaniamo al nulla iniziale
di una lingua legata, impedita e goffa.
Sarai così eroico da sopportare le recite
e le lunghe conferenze coscienziose?
La tua città è un concentrato di ardori,
un tripudio di discorsi, è un respiro
di due che hanno freddo e giocano con i loro sessi.
(da L’anno prossimo e altre poesie, 1959)
NOÉ JITRIK
.
.
LE TAZZE
Come nel tango
la vera tristezza
la tristezza senza ritorno
possiede l’immobile
dipinge le pareti
risuona nei rubinetti mal chiusi
puzza sugli asciugamani e nelle scarpe
dissesta le finestre
nega alle porte il silenzio e la scorrevolezza
respinge i postini ritardatari
piega la punta dei tappeti
e quanto alle tazze, oh le tazze
nella solitudine desertica della notte si frantumano
la tristezza le scheggia
fa grezzo il loro bordo
reprime il caffè
e di conseguenza non c’è niente da fare
è anche inutile
ricordare
senza nemmeno il ricordo di un amore ben fatto
o il ricordo di un insondabile tradimento:
il caffè diventa amaro e duro
a quale serietà puoi aspirare così
senza stoviglie
senza ricordi
proprio come i bambini che non hanno un insegnante
non hanno nemmeno un padrone
nessun amore.
(da Mangiare e mangiare, 1974)
.
.
ESSERE O NON ESSERE
Il treno che adesso mi sveglia
sdraiato
sui sassi
accanto al mare di grano rosso
e i treni della mia infanzia
sono diversi per il fumo
non mi restituiscono
il tempo che è passato
il sapore del carbone
nella pampa
un altro mare
non mi restituiscono
mio padre e le sue fatiche
promesse eroiche
in cui solo io credevo
il treno ora non mi offre
più nulla
solo un’altra città
piena di pioggia
incessante
incandescente
ansiosa.
(da Viaggi. Oggetti ricostruiti, 1979)
NOÉ JITRIK
Adiós al escritor y crítico
Noé Jitrik
El escritor, crítico y docente argentino se encontraba en la ciudad colombiana de Pereira para dictar una serie de conferencias cuando sufrió un ACV. Tenía 94 años. El Ministerio de Cultura de la Nación lo despide con profundo dolor y hace llegar sus condolencias a su familia y amigos.
Noé Jitrik
El Ministerio de Cultura lamenta profundamente el fallecimiento del escritor, crítico literario y docente Noé Jitrik, quien tenía 94 años y había sufrido un ACV, mientras se encontraba en la localidad de Pereira (Colombia), para dictar una serie de conferencias. Estuvo acompañado de su mujer, la escritora Tununa Mercado, y sus dos hijos, Oliverio y Magdalena.
Noé Jitrik
El Ministerio de Cultura lamenta profundamente el fallecimiento del escritor, crítico literario y docente Noé Jitrik, quien tenía 94 años y había sufrido un ACV, mientras se encontraba en la localidad de Pereira (Colombia), para dictar una serie de conferencias. Estuvo acompañado de su mujer, la escritora Tununa Mercado, y sus dos hijos, Oliverio y Magdalena.
Noé Jitrik, en su visita al Centro Cultural Borges.
Entre su prolífica producción, abordó primero la poesía, como en Feriados (1956), El año que se nos viene y otros poemas (1959) y Addio a la mamma, Fiesta en casa y otros poemas (1965). Y continuó con otros géneros como el ensayo, entre ellos, Leopoldo Lugones, mito nacional (1960), Cuando leer es hacer (1987), Temas de teoría. El trabajo crítico y la crítica literaria (1987) y Lectura y cultura (1987). La novela fue también un género al que le dedicó gran parte de su vida: Del otro lado de la puerta: rapsodia (1974); El ojo de Jade (1978); Amaneceres (2006) y La vuelva incompleta (2021), entre otras.
Además, Jitrik dirigió la colección de doce volúmenes de Historia crítica de la literatura argentina, editada por Emecé. Allí recolectó ensayos y textos críticos de diversos autores, en lo que se abordaron las diferentes épocas de la literatura argentina.
Noé Jitrik
En 1953 había comenzado a colaborar en la Revista Contorno, junto a David Viñas, Ismael Viñas, León Rozitchner, Juan José Sebreli, Oscar Masotta y Carlos Correas. En la Universidad de Córdoba, ejerció la docencia, donde conoció a la escritora Tununa Mercado y con quien se casó en 1961. Jitrik también trabajó en Francia y México, donde permaneció tras las amenazas de la Triple A, hasta su regresó a Buenos Aires, en 1987. Fue investigador principal en el CONICET y, desde 1991, ejerció el cargo de Director del Instituto de Literatura Hispanoamericana de la Universidad de Buenos Aires.
A lo largo de su vida, Jitrik recibió diversos premios y distinciones, entre ellos: Premio Xavier Villaurrutia por su libro Fin de ritual (1981); Caballero de las Artes y las Letras en Francia (1993); Premio Konex, categoría “Ensayo literario” (1994); Doctor honoris causa, por la Universidad Nacional de Cuyo (2009); Doctor honoris causa de la Universidad de la República (Uruguay, 2010); Miembro de la Academia Mexicana de la Lengua (2021), y Doctor Honoris Causa de la Universidad de Buenos Aires (2021).
Sus colegas argentinos lo habían elegido como candidato al Premio Nobel de Literatura, que casualmente se entregó hoy a la autora francesa Annie Ernaux.
Poesie di Anne Bradstreet-Poetessa statunitense- Poetry Foundation –
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
Anne Bradstreet was the first woman to be recognized as an accomplished New World Poet. Her volume of poetry The Tenth Muse Lately Sprung Up in America … received considerable favorable attention when it was first published in London in 1650. Eight years after it appeared it was listed by William London in his Catalogue of the Most Vendible Books in England, and George III is reported to have had the volume in his library. Bradstreet’s work has endured, and she is still considered to be one of the most important early American poets.
Although Anne Dudley Bradstreet did not attend school, she received an excellent education from her father, who was widely read— Cotton Mather described Thomas Dudley as a “devourer of books”—and from her extensive reading in the well-stocked library of the estate of the Earl of Lincoln, where she lived while her father was steward from 1619 to 1630. There the young Anne Dudley read Virgil, Plutarch, Livy, Pliny, Suetonius, Homer, Hesiod, Ovid, Seneca, and Thucydides as well as Spenser, Sidney, Milton, Raleigh, Hobbes, Joshua Sylvester’s 1605 translation of Guillaume du Bartas’s Divine Weeks and Workes, and the Geneva version of the Bible. In general, she benefited from the Elizabethan tradition that valued female education. In about 1628—the date is not certain—Anne Dudley married Simon Bradstreet, who assisted her father with the management of the Earl’s estate in Sempringham. She remained married to him until her death on September 16, 1672. Bradstreet immigrated to the new world with her husband and parents in 1630; in 1633 the first of her children, Samuel, was born, and her seven other children were born between 1635 and 1652: Dorothy (1635), Sarah (1638), Simon (1640), Hannah (1642), Mercy (1645), Dudley (1648), and John (1652).
Although Bradstreet was not happy to exchange the comforts of the aristocratic life of the Earl’s manor house for the privations of the New England wilderness, she dutifully joined her father and husband and their families on the Puritan errand into the wilderness. After a difficult three-month crossing, their ship, the Arbella, docked at Salem, Massachusetts, on July 22, 1630. Distressed by the sickness, scarcity of food, and primitive living conditions of the New England outpost, Bradstreet admitted that her “heart rose” in protest against the “new world and new manners.” Although she ostensibly reconciled herself to the Puritan mission—she wrote that she “submitted to it and joined the Church at Boston”—Bradstreet remained ambivalent about the issues of salvation and redemption for most of her life.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
Once in New England the passengers of the Arbella fleet were dismayed by the sickness and suffering of those colonists who had preceded them. Thomas Dudley observed in a letter to the Countess of Lincoln, who had remained in England: “We found the Colony in a sad and unexpected condition, above eighty of them being dead the winter before; and many of those alive weak and sick; all the corn and bread amongst them all hardly sufficient to feed them a fortnight.” In addition to fevers, malnutrition, and inadequate food supplies, the colonists also had to contend with attacks by Native Americans who originally occupied the colonized land. The Bradstreets and Dudleys shared a house in Salem for many months and lived in spartan style; Thomas Dudley complained that there was not even a table on which to eat or work. In the winter the two families were confined to the one room in which there was a fireplace. The situation was tense as well as uncomfortable, and Anne Bradstreet and her family moved several times in an effort to improve their worldly estates. From Salem they moved to Charlestown, then to Newtown (later called Cambridge), then to Ipswich, and finally to Andover in 1645.
Although Bradstreet had eight children between the years 1633 and 1652, which meant that her domestic responsibilities were extremely demanding, she wrote poetry which expressed her commitment to the craft of writing. In addition, her work reflects the religious and emotional conflicts she experienced as a woman writer and as a Puritan. Throughout her life Bradstreet was concerned with the issues of sin and redemption, physical and emotional frailty, death and immortality. Much of her work indicates that she had a difficult time resolving the conflict she experienced between the pleasures of sensory and familial experience and the promises of heaven. As a Puritan she struggled to subdue her attachment to the world, but as a woman she sometimes felt more strongly connected to her husband, children, and community than to God.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
Bradstreet’s earliest extant poem, “Upon a Fit of Sickness, Anno. 1632,” written in Newtown when she was 19, outlines the traditional concerns of the Puritan—the brevity of life, the certainty of death, and the hope for salvation:
O Bubble blast, how long can’st last?
That always art a breaking,
No sooner blown, but dead and gone,
Ev’n as a word that’s speaking.
O whil’st I live, this grace me give,
I doing good may be,
Then death’s arrest I shall count best,
because it’s thy decree.
Artfully composed in a ballad meter, this poem presents a formulaic account of the transience of earthly experience which underscores the divine imperative to carry out God’s will. Although this poem is an exercise in piety, it is not without ambivalence or tension between the flesh and the spirit—tensions which grow more intense as Bradstreet matures.
The complexity of her struggle between love of the world and desire for eternal life is expressed in “Contemplations,” a late poem which many critics consider her best:
Then higher on the glistering Sun I gaz’d
Whose beams was shaded by the leavie Tree,
The more I look’d, the more I grew amaz’d
And softly said, what glory’s like to thee?
Soul of this world, this Universes Eye,
No wonder, some made thee a Deity:
Had I not better known, (alas) the same had I
Although this lyrical, exquisitely crafted poem concludes with Bradstreet’s statement of faith in an afterlife, her faith is paradoxically achieved by immersing herself in the pleasures of earthly life. This poem and others make it clear that Bradstreet committed herself to the religious concept of salvation because she loved life on earth. Her hope for heaven was an expression of her desire to live forever rather than a wish to transcend worldly concerns. For her, heaven promised the prolongation of earthly joys, rather than a renunciation of those pleasures she enjoyed in life.
Bradstreet wrote many of the poems that appeared in the first edition of The Tenth Muse … during the years 1635 to 1645 while she lived in the frontier town of Ipswich, approximately thirty miles from Boston. In her dedication to the volume written in 1642 to her father, Thomas Dudley, who educated her, encouraged her to read, and evidently appreciated his daughter’s intelligence, Bradstreet pays “homage” to him. Many of the poems in this volume tend to be dutiful exercises intended to prove her artistic worth to him. However, much of her work, especially her later poems, demonstrates impressive intelligence and mastery of poetic form.
The first section of The Tenth Muse … includes four long poems, known as the quaternions, or “The Four Elements,” “The Four Humors of Man,” “The Four Ages of Man,” and “The Four Seasons.” Each poem consists of a series of orations; the first by earth, air, fire, and water; the second by choler, blood, melancholy, and flegme; the third by childhood, youth, middle age, and old age; the fourth by spring, summer, fall, and winter. In these quaternions Bradstreet demonstrates a mastery of physiology, anatomy, astronomy, Greek metaphysics, and the concepts of medieval and Renaissance cosmology. Although she draws heavily on Sylvester’s translation of du Bartas and Helkiah Crooke’s anatomical treatise Microcosmographia (1615), Bradstreet’s interpretation of their images is often strikingly dramatic. Sometimes she uses material from her own life in these historical and philosophical discourses. For example, in her description of the earliest age of man, infancy, she forcefully describes the illnesses that assailed her and her children:
What gripes of wind my infancy did pain,
What tortures I in breeding teeth sustain?
What crudityes my stomach cold has bred,
Whence vomits, flux, and worms have issued?
Like the quaternions, the poems in the next section of The Tenth Muse—”The Four Monarchies” (Assyrian, Persian, Grecian, and Roman)—are poems of commanding historical breadth. Bradstreet’s poetic version of the rise and fall of these great empires draws largely from Sir Walter Raleigh’s History of the World (1614). The dissolution of these civilizations is presented as evidence of God’s divine plan for the world. Although Bradstreet demonstrates considerable erudition in both the quaternions and monarchies, the rhymed couplets of the poems tend to be plodding and dull; she even calls them “lanke” and “weary” herself. Perhaps she grew tired of the task she set for herself because she did not attempt to complete the fourth section on the “Roman Monarchy” after the incomplete portion was lost in a fire that destroyed the Bradstreet home in 1666.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
“Dialogue between Old England and New,” also in the 1650 edition of The Tenth Muse … expresses Bradstreet’s concerns with the social and religious turmoil in England that impelled the Puritans to leave their country. The poem is a conversation between mother England and her daughter, New England. The sympathetic tone reveals how deeply attached Bradstreet was to her native land and how disturbed she was by the waste and loss of life caused by the political upheaval. As Old England’s lament indicates, the destructive impact of the civil strife on human life was more disturbing to Bradstreet than the substance of the conflict:
O pity me in this sad perturbation,
My plundered Towers, my houses devastation,
My weeping Virgins and my young men slain;
My wealthy trading fall’n, my dearth of grain
In this poem, Bradstreet’s voices her own values. There is less imitation of traditional male models and more direct statement of the poet’s feelings. As Bradstreet gained experience, she depended less on poetic mentors and relied more on her own perceptions.
Another poem in the first edition of The Tenth Muse … that reveals Bradstreet’s personal feelings is “In Honor of that High and Mighty Princess Queen Elizabeth of Happy Memory,” written in 1643, in which she praises the Queen as a paragon of female prowess. Chiding her male readers for trivializing women, Bradstreet refers to the Queen’s outstanding leadership and historical prominence. In a personal caveat underscoring her own dislike of patriarchal arrogance, Bradstreet points out that women were not always devalued:
Nay Masculines, you have thus taxt us long,
But she, though dead, will vindicate our wrong,
Let such as say our Sex is void of Reason,
Know tis a Slander now, but once was Treason.
These assertive lines mark a dramatic shift from the self-effacing stanzas of “The Prologue” to the volume in which Bradstreet attempted to diminish her stature to prevent her writing from being attacked as an indecorous female activity. In an ironic and often-quoted passage of “The Prologue,” she asks for the domestic herbs “Thyme or Parsley wreath,” instead of the traditional laurel, thereby appearing to subordinate herself to male writers and critics:
Let Greeks be Greeks, and women what they are
Men have precedency and still excell,
It is but vain unjustly to wage warre;
Men can do best, and women know it well
Preheminence in all and each is yours;
Yet grant some small acknowledgement of ours.
In contrast, her portrait of Elizabeth does not attempt to conceal her confidence in the abilities of women:
Who was so good, so just, so learned so wise,
From all the Kings on earth she won the prize.
Nor say I more then duly is her due,
Millions will testifie that this is true.
She has wip’d off th’ aspersion of her Sex,
That women wisdome lack to play the Rex
This praise for Queen Elizabeth expresses Bradstreet’s conviction that women should not be subordinated to men—certainly it was less stressful to make this statement in a historic context than it would have been to confidently proclaim the worth of her own work.
The first edition of The Tenth Muse … also contains an elegy to Sir Philip Sidney and a poem honoring du Bartas. Acknowledging her debt to these poetic mentors, she depicts herself as insignificant in contrast to their greatness. They live on the peak of Parnassus while she grovels at the bottom of the mountain. Again, her modest pose represents an effort to ward off potential attackers, but its ironic undercurrents indicate that Bradstreet was angered by the cultural bias against women writers:
Fain would I shew how he same paths did tread,
But now into such Lab’rinths I am lead,
With endless turnes, the way I find not out,
How to persist my Muse is more in doubt;
Which makes me now with Silvester confess,
But Sidney’s Muse can sing his worthiness.
Although the ostensible meaning of this passage is that Sidney’s work is too complex and intricate for her to follow, it also indicates that Bradstreet felt his labyrinthine lines to represent excessive artifice and lack of connection to life.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
The second edition of The Tenth Muse …, published in Boston in 1678 as Several Poems …, contains the author’s corrections as well as previously unpublished poems: epitaphs to her father and mother, “Contemplations,” “The Flesh and the Spirit,” the address by “The Author to her Book,” several poems about her various illnesses, love poems to her husband, and elegies of her deceased grandchildren and daughter-in-law. These poems added to the second edition were probably written after the move to Andover, where Anne Bradstreet lived with her family in a spacious three-story house until her death in 1672. Far superior to her early work, the poems in the 1678 edition demonstrate a command over subject matter and a mastery of poetic craft. These later poems are considerably more candid about her spiritual crises and her strong attachment to her family than her earlier work. For example, in a poem to her husband, “Before the Birth of one of her Children,” Bradstreet confesses that she is afraid of dying in childbirth—a realistic fear in the 17th century—and begs him to continue to love her after her death. She also implores him to take good care of their children and to protect them from a potential stepmother’s cruelty:
And when thou feel’st no grief, as I no harms,
Yet love thy dead, who long lay in thine arms:
And when thy loss shall be repaid with gains
Look to my little babes my dear remains.
And if thou love thy self, or love’st me
These O protect from step Dames injury.
Not only is this candid domestic portrait artistically superior to of “The Four Monarchies,” it gives a more accurate sense of Bradstreet’s true concerns.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
In her address to her book, Bradstreet repeats her apology for the defects of her poems, likening them to children dressed in “home-spun.” But what she identifies as weakness is actually their strength. Because they are centered in the poet’s actual experience as a Puritan and as a woman, the poems are less figurative and contain fewer analogies to well-known male poets than her earlier work. In place of self-conscious imagery is extraordinarily evocative and lyrical language. In some of these poems Bradstreet openly grieves over the loss of her loved ones—her parents, her grandchildren, her sister-in-law—and she barely conceals resentment that God has taken their innocent lives. Although she ultimately capitulates to a supreme being—He knows it is the best for thee and me”—it is the tension between her desire for earthly happiness and her effort to accept God’s will that makes these poems especially powerful.
Bradstreet’s poems to her husband are often singled out for praise by critics. Simon Bradstreet’s responsibilities as a magistrate of the colony frequently took him away from home, and he was very much missed by his wife. Modeled on Elizabethan sonnets, Bradstreet’s love poems make it clear that she was deeply attached to her husband:
If ever two were one, then surely we
If ever man were lov’d by wife, then thee;
If ever wife was happy in a man
Compare with me ye women if you can
Marriage was important to the Puritans, who felt that the procreation and proper training of children were necessary for building God’s commonwealth. However, the love between wife and husband was not supposed to distract from devotion to God. In Bradstreet’s sonnets, her erotic attraction to her husband is central, and these poems are more secular than religious:
My chilled limbs now nummed lye forlorn;
Return, return sweet Sol from Capricorn;
In this dead time, alas, what can I more
Than view those fruits which through thy heat I bore?
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
Anne Bradstreet’s brother-in-law, John Woodbridge, was responsible for the publication of the first edition of The Tenth Muse…. The title page reads “By a Gentlewoman in those parts”—and Woodbridge assures readers that the volume “is the work of a Woman, honored and esteemed where she lives.” After praising the author’s piety, courtesy, and diligence, he explains that she did not shirk her domestic responsibilities in order to write poetry: “these poems are the fruit but of some few hours, curtailed from sleep and other refreshments.” Also prefacing the volume are statements of praise for Bradstreet by Nathaniel Ward, the author of The Simple Cobler of Aggawam (1647), and Reverend Benjamin Woodbridge, brother of John Woodbridge. In order to defend her from attacks from reviewers at home and abroad who might be shocked by the impropriety of a female author, these encomiums of the poet stress that she is a virtuous woman.
In 1867, John Harvard Ellis published Bradstreet’s complete works, including materials from both editions of The Tenth Muse … as well as “Religious Experiences and Occasional Pieces” and “Meditations Divine and Morall” that had been in the possession of her son Simon Bradstreet, to whom the meditations had been dedicated on March 20, 1664. Bradstreet’s accounts of her religious experience provide insight into the Puritan views of salvation and redemption. Bradstreet describes herself as having been frequently chastened by God through her illnesses and her domestic travails: “Among all my experiences of God’s gractious Dealings with me I have constantly observed this, that he has never suffered me long to sit loose from him, but by one affliction or other hath made me look home, and search what was amiss.” Puritans perceived suffering as a means of preparing the heart to receive God’s grace. Bradstreet writes that she made every effort to submit willingly to God’s afflictions which were necessary to her “straying soul which in prosperity is too much in love with the world.” These occasional pieces in the Ellis edition also include poems of gratitude to God for protecting her loved ones from illness (“Upon my Daughter Hannah Wiggin her recovering from a dangerous fever”) and for her husband’s safe return from England. However, these poems do not have the force or power of those published in the second edition of The Tenth Muse … and seem to be exercises in piety and submission rather than a complex rendering of her experience.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
The aphoristic prose paragraphs of “Meditations Divine and Morall” have remarkable vitality, primarily because they are based on her own observations and experiences. While the Bible and the Bay Psalm Book are the source of many of Bradstreet’s metaphors, they are reworked to confirm her perceptions: “The spring is a lively emblem of the resurrection, after a long winter we see the leaveless trees and dry stocks (at the approach of the sun) to resume their former vigor and beauty in a more ample manner than when they lost in the Autumn; so shall it be at that great day after a long vacation, when the Sun of righteousness shall appear, those dry bones shall arise in far more glory then that which they lost at their creation, and in this transcends the spring, that their lease shall never fail, nor their sap decline” (40)
Perhaps the most important aspect of Anne Bradstreet’s poetic evolution is her increasing confidence in the validity of her personal experience as a source and subject of poetry. Much of the work in the 1650 edition of The Tenth Muse … suffers from being imitative and strained. The forced rhymes reveal Bradstreet’s grim determination to prove that she could write in the lofty style of the established male poets. But her deeper emotions were obviously not engaged in the project. The publication of her first volume of poetry seems to have given her confidence and enabled her to express herself more freely. As she began to write of her ambivalence about the religious issues of faith, grace, and salvation, her poetry became more accomplished.
Bradstreet’s recent biographers, Elizabeth Wade White and Ann Stanford, have both observed that Bradstreet was sometimes distressed by the conflicting demands of piety and poetry and was as daring as she could be and still retain respectability in a society that exiled Anne Hutchinson. Bradstreet’s poetry reflects the tensions of a woman who wished to express her individuality in a culture that was hostile to personal autonomy and valued poetry only if it praised God. Although Bradstreet never renounced her religious belief, her poetry makes it clear that if it were not for the fact of dissolution and decay, she would not seek eternal life: “for were earthly comforts permanent, who would look for heavenly?”
In a statement of extravagant praise Cotton Mather compared Anne Bradstreet to such famous women as Hippatia, Sarocchia, the three Corinnes, and Empress Eudocia and concluded that her poems have “afforded a grateful Entertainment unto the Ingenious, and a Monument for her Memory beyond the stateliest Marbles.” Certainly, Anne Bradstreet’s poetry has continued to receive a positive response for more than three centuries, and she has earned her place as one of the most important American women poets.
Fonte Poetry Foundation
Anne Bradstreet
Anne’s Poems
A few favorites…
To my Dear and Loving Husband
If ever two were one, then surely we.
If ever man were lov’d by wife, then thee.
If ever wife was happy in a man,
Compare with me, ye women, if you can.
I prize thy love more than whole Mines of gold
Or all the riches that the East doth hold.
My love is such that Rivers cannot quench,
Nor ought but love from thee give recompence.
Thy love is such I can no way repay.
The heavens reward thee manifold, I pray.
Then while we live, in love let’s so persever
That when we live no more, we may live ever.
.
To my Dear Children
This book by any yet unread
I leave for you when I am dead
That being gone, here you may find
What was your living mother’s mind.
Make use of what I leave in love
And God shall bless you from above
.
The Author to her Book
Thou ill-form’d offspring of my feeble brain,
Who after birth did’st by my side remain,
Till snatcht from thence by friends, less wise than true,
Who thee abroad expos’d to public view,
Made thee in rags, halting to th’ press to trudge,
Where errors were not lessened (all may judge).
At thy return my blushing was not small,
My rambling brat (in print) should mother call.
I cast thee by as one unfit for light,
Thy Visage was so irksome in my sight,
Yet being mine own, at length affection would
Thy blemishes amend, if so I could.
I wash’d thy face, but more defects I saw,
And rubbing off a spot, still made a flaw.
I stretcht thy joints to make thee even feet,
Yet still thou run’st more hobbling than is meet.
In better dress to trim thee was my mind,
But nought save home-spun Cloth, i’ th’ house I find.
In this array, ‘mongst Vulgars mayst thou roam.
In Critics’ hands, beware thou dost not come,
And take thy way where yet thou art not known.
If for thy Father askt, say, thou hadst none;
And for thy Mother, she alas is poor,
Which caus’d her thus to send thee out of door.
.
Verses upon the Burning of our House, July 18th, 1666
Anne was born in Northampton, England in 1612 and set sail for the New World in 1630. Her poems were published in 1650 as The Tenth Muse Lately Sprung Up in America, which is generally considered the first book of original poetry written in colonial America.
She was the daughter of Thomas Dudley, governor of the Massachusetts Bay Colony, and in 1628 she married Simon Bradstreet, who later became governor of the colony. A housewife with eight children, she was also considered to be the first important poet in the American colonies. Her poems were published in 1650 as The Tenth Muse Lately Sprung Up in America, which is generally considered the first book of original poetry written in colonial America. Through it she asserted the right of women to learning and expression of thought. Although some of Bradstreet’s verse is conventional, much of it is direct and shows sensitivity to beauty.
Bradstreet’s most deeply felt poetry concerns the arduous life of the early settlers, and her work provides an excellent view of the difficulties she and her fellow colonists encountered. She wrote several poems in response to the early deaths of her grandchildren, and her “Contemplations” (1678) explores her place in the natural world. Bradstreet also used her poetry to examine her religious struggles; she was unable to embrace Calvinism completely. “The Flesh and the Spirit” (1678) describes the conflict she felt between living a pleasant life and living a Christian life, and “Meditations Divine and Moral” (written 1664; published 1867) recounts to her children her doubts about Puritanism. Although Bradstreet addressed broad and universal themes, she is remembered best for her body of evocative poems that provide intimate glimpses into the home life of inhabitants of colonial New England.
ANNE BRADSTREET: la Poetessa del Mayflower tra Finito ed Infinito- Testi raccolti da Giulia Sonnante
Anne Bradstreet
Anne Bradstreet nacque a Northampton, in Inghilterra.(1612 – 13 -1672) Era la figlia di Thomas Dudley e Dorothy Yorke. Suo padre era l’amministratore del Conte di Lincoln. Il buono stato della sua famiglia l’ha aiutata ad avere una buona educazione e educazione. Durante i suoi anni di crescita, ad Anne fu insegnata storia, diverse lingue e letteratura. Era sposata con Simon Bradstreet all’età di sedici anni. Nel 1630, a bordo della nave Arbella che faceva parte della flotta Winthrop degli emigranti puritani, Anne, Simon e i suoi genitori immigrarono in America. Raggiunsero l’America il 14 giugno 1630 in quello che oggi è il Pioneer Village (Salem, Massachusetts).
Il conflitto tra l’effimero e l’eterno, la meditata celebrazione della gloria divina e il tentativo di percepire l’invisibile attraverso il visibile; ma anche l’affermazione della dignità femminile nella storia, l’amore per i figli e quello per il marito di cui si dichiara, velato dalle metafore, il desiderio fisico…
È questa la materia che nutre i versi di ANNE BRADSTREET, pima poetessa e capostipite della letteratura creativa dell’America coloniale, che alla scrittura affida il compito di riscattarla dalle costrizioni dell’esilio, di sottrarla alla perdita della memoria d’una cultura rinascimentale in cui si affaccia la sensibilità barocca.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
Lettera al marito assente per un impegno pubblico
Mente mia, cuor mio, miei occhi, vita mia, anzi di più,
mia gioia, mia riserva di beni terreni,
se due sono uno, come di certo siamo noi,
come puoi indugiare lì mentr’io languisco a Ipswich?
Quanti gradini separano il capo dal cuore,
se non avessimo un collo presto saremmo insieme.
Come la terra in questa stagione, nel lutto mi oscuro,
così lontano il mio sole si è spento nello zodiaco,
mentre quando di lui gioivo, né tempeste né gelo sentivo,
il suo calore scioglieva quel freddo glaciale.
Le mie gelide membra ora intorpidite giacciono inermi;
torna, torna dal Capricorno dolce sole;
in questi tempi morti, ahimé cos’altro mi resta
se non contemplare quei frutti che generali col tuo calore?
Per qualche tempo mi danno un dolce appagamento,
reali immagini viventi del volto paterno.
Oh singolare conseguenza! Ora che sei andato verso sud,
stancamente prolungo la noia del giorno,
ma quando tornerai da me al nord,
voglio che il mio sole non tramonti mai, ma dardeggi
nel Cancro del mio seno ardente,
accogliente dimora di colui che è per me l’ospite più caro.
Lì sempre, sempre rimani e mai non te ne andare,
finché la triste legge della natura da lì ti chiamerà;
carne della tua carne, ossa delle tue ossa,
io qui, tu lì, eppure entrambi una sola persona.
A.B.
***
A Letter to her Husband, absent upon Publick employment
My head, my heart, my Eyes, my life, nay more,
My joy, my Magazine of earthly store,
If two be one, as surely thou and I,
How stayest thou there, whilst I at Ipswich lye?
So many steps, head from the heart sever:
If but a neck, soon should we be together:
I like the earth this season, mourn in black,
My Sun is gone so far in’s Zodiack,
Whom whilst I joy’d, nor storms, nor frosts I felt,
His warmth such frigid colds did come to melt.
My chilled limbs now nummed lye forlorn;
Return, return, sweet Sol from Capricorn;
In this dead time, alas, what can I more
Then view those fruits which through thy heart I bore?
Which sweet contentment yield me for a space,
True living Pictures of their fathers face.
O strange effect! Now thou art Southward gone,
I weary grow, the tedious day so long;
But when thou Northward to me shalt return,
I wish my Sun may never set, but burn
Within the Cancer of my glowing breast,
The welcome house of him my dearest guest.
Where ever, ever stay and go not thence,
Till natures sad decree shall call thee hence;
Flesh of thy flesh, bone of thy bone,
I here, thou there, yet both but one.
[1641-43]
La lirica sopra riportata non è che un lungo lamento per l’assenza del marito, lontano per un impegno pubblico. Qui la poetessa che esprime il desiderio fisico, velato dalla metafora, propone il tema dell’unità di mondi distanti; il capo, a cui fa riferimento nei primi versi, richiama alla razionalità che è prerogativa maschile; il cuore, e per estensione il sentimento, appartiene invece al femminile. Il capo e il cuore, parti di un unico corpo, sono dunque separati dal collo che unisce e separa ad un tempo. Il collo è anche immagine fallica che unisce l’uomo alla donna. C’è inoltre il riferimento agli “steps” che richiamano l’immagine del patibolo in cui la testa viene separata dal resto del corpo. Si tratta dunque di una lirica che potremmo definire anche erotica in cui i riferimenti al Nord (Northward) richiamano l’attività sessuale; il sud, invece, indica inattività.
Anne Bradstreet-Poetessa statunitense-
Sull’incendio della nostra casa
Mentre riposavo nella notta silente
non mi aspettavo l’irrompere d’un dolore,
fui destata dall’eco di un frastuono
e dalle grida pietose d’una voce agghiacciante.
Quel terribile suono, al fuoco, al fuoco,
vorrei che mai nessuno udisse.
Balzando in piedi spiai il bagliore,
e al mio Dio il cuore grido
di darmi forza nel dolore,
di non lasciarmi priva di soccorso.
Poi uscendo osservai un momento
la fiamma consumare il mio ritrovo.
E quando più non potei sopportare la vista
benedissi il nome di colui a cui spetta dare e sottrarre,
che disperdeva ora i miei beni tra la polvere.
Sì, così era e così era giusto.
Ogni cosa era sua e non mia,
non sia mai detto che me ne lamenti.
Avrebbe potuto a buon diritto privarci di tutto,
eppure ci lasciava quanto basta.
Quando spesso passavo accanto alle macerie
volgevo altrove il mio sguardo dolente
e qua e là spiavo i luoghi
ove spesso sedevo e a lungo restavo.
Qui c’era quel baule e lì la cassapanca,
là s’appoggiava la credenza che ritenevo la migliore,
le mie cose più belle son ridotte in cenere
e mai più potrò vederle.
Sotto il tuo tetto non siederà alcun ospite,
né alla tua tavola consumerà un boccone.
***
Upon the burning of our house
In silent night when rest I took,
For sorrow neer I did not look,
I waken’d was with thundering nois
And Piteous shrieks of dreadful voice.
That fearful sound of fire and fire,
Let no man know is my Desire.
I, starting up, the light did spye,
And to my God my heart did cry
To strengthen me in my Distresse
And not to leave me succourlesse.
Then coming out beheld a space,
The flame consume my dwelling place.
And when I could no longer look,
I blest his Name that gave and took.
That layd my goods now in the dust:
Yea so it was, and so ‘twas just.
It was his own: it was not mine;
Far be it, that I should repine.
He might of All justly bereft,
But yet sufficient for us left.
When by the Ruines Oft I past,
My sorrowing eyes aside did cast,
And here and there the places spye
Where oft I sate, and long did lye.
Here stood the Trunk, and there that chest;
There lay that store I counted best:
My pleasant things in ashes lye,
And them behold no more shall I.
Under thy roof no guest shall sitt,
Nor at thy Table eat a bitt.
Upon the burning of our house è tra gli “occasional poems” cioè quelle composizioni scaturite da un evento contingente, in questo caso l’incendio di cui è oggetto la sua dimora. Questo rovinoso evento diviene occasione per riflettere sulla vita terrena e sulla presenza di Dio.
La Bradstreet non mostra una fede cieca ma appare spesso rivolta alla materialità delle cose terrene. Tuttavia, in questa lirica ella recupera il valore della consolazione che Dio dona all’Uomo attraverso la Speranza.
I testi in lingua originale e le traduzioni sono tratti da: MICHELE BOTTALICO, TRA CIELO E TERRA – La poesia di Anne Bradstreet , Pubblicato da Palomar di Alternative, Bari, 1996.-
Descrizione del libro di Tersilio Leggio, storico di Farfa e della Sabina Il cammino di Francesco – San Francesco visse nella Valle Santa una delle stagioni più intense della sua breve vita. Con certezza si sa che giunse nel reatino nel 1223, ma non si possono escludere soggiorni precedenti. Il Cammino, documentato dalle foto del grande fotografo Steve McCurry, è composto da otto tappe: parte da Rieti e si dipana attraverso la Valle Santa toccando i quattro Santuari francescani. A queste tappe si aggiunge il cammino verso il Faggio di San Francesco a Rivodutri e l’ascesa al monte Terminillo per la visita alla reliquia del corpo del Poverello di Assisi.
Tersilio Leggio, storico di Farfa e della Sabina, ci ha lasciati nella giornata del 29 aprile. È con profonda commozione che esprimo a titolo personale e a nome dell’Istituto storico italiano per il medio evo le più sentite condoglianze alla famiglia dell’amico carissimo e insigne studioso.
La figura di Tersilio Leggio ha rappresentato un esempio luminoso di storico con una profonda e appassionata conoscenza del territorio, che ha saputo coniugare felicemente con l’impegno civile di amministratore. Il suo contributo alla conoscenza e alla valorizzazione del territorio sabino e reatino rimane un punto di riferimento ineludibile per chiunque voglia comprenderne la storia e l’identità. Animatore instancabile di ricerche sulla storia di Farfa, ha condiviso con chi scrive e con l’Istituto storico italiano per il medio evo numerosi progetti, non ultimo la creazione della collana “Fonti e studi farfensi”, per la quale ha pubblicato ancora recentemente un contributo sulle origini del monachesimo in Sabina.
La sua testimonianza di storico impegnato e provvisto di una profonda umanità resterà nitida e radicata in tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di partecipare della sua generosa opera di studioso e di uomo.
Umberto Longo
Prof. 𝗧𝗲𝗿𝘀𝗶𝗹𝗶𝗼 𝗟𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼
Tersilio Leggio è storico del medioevo, autore di numerosi saggi sull’Italia mediana, e in particolare su Rieti e sulla Sabina. Tra i suoi titoli ricordiamo il volume Ad fines regni. Amatrice, la Montagna e le alte valli del Tronto, del Velino e dell’Aterno dal X al XIII secolo (L’Aquila 2011).
Eugenio Montale e Sergio Solmi – Carteggio 1918-1980
Eugenio Montale Sergio Solmi Carteggio 1918-1980
Descrizione del libro Eugenio Montale e Sergio Solmi-Carteggio1918-1980-Biblioteca DEA SABINA-Con questa edizione viene reso pubblico per la prima volta uno dei carteggi più significativi ed estesi del Novecento: si tratta di 338 lettere, inedite nella quasi totalità, che Eugenio Montale e Sergio Solmi si sono scambiati tra il febbraio del 1918 e il luglio del 1980. Questo scambio epistolare consente di assistere al formarsi dello stile poetico montaliano e di vederlo modellarsi lungo la dima delle indicazioni del suo interlocutore; di scoprire risvolti nuovi circa la genesi della prima e della seconda edizione degli Ossi di seppia (1925, 1928); di seguire da vicino lo sviluppo del pensiero critico solmiano e di constatare l’enorme fascino che esercitava su Montale e sull’ambiente culturale italiano; di ricostruire la rete di relazioni fitte e articolate formatasi via via attorno ai due corrispondenti, e di ripercorrere le vicende cruciali di alcune fra le principali riviste letterarie del secolo trascorso; di rileggere la portata internazionale del lancio dell’opera di Svevo (a Montale vanno riconosciuti i meriti dello scopritore) attraverso il racconto dei protagonisti e l’esplorazione dei legami da loro intrattenuti con alcune figure chiave della cultura europea, come James Joyce, Valery Larbaud, Bobi Bazlen e (non ultimi) T. S. Eliot e Mario Praz. Nello scambio, ricco delle confidenze e degli slanci affettivi permessi da un rapporto di stima incondizionata e di fervida amicizia, si riconosce la testimonianza viva di quasi un secolo di storia, visto con lo sguardo disincantato – ma sempre partecipe – di due personalità d’eccezione. Nelle considerazioni sussurrate a mezza voce tra le righe delle lettere affiorano riferimenti all’assassinio di Matteotti, alla morte di Gobetti, alla revoca della libertà di stampa, all’incontro con Gramsci. Il carteggio è accompagnato da un saggio introduttivo che ricostruisce passo dopo passo la storia del rapporto tra i due interlocutori, da note di commento alle singole lettere, da un ricco sistema di indici. In appendice al volume si presenta un rilevante numero di articoli, recensioni e notiziari pubblicati anonimi o con pseudonimo da Montale e Solmi tra il luglio del 1925 e il dicembre del 1935, mai finora ricondotti ai due autori e individuati grazie alle indicazioni contenute nelle lettere.
Indice
Introduzione, di Francesca D’Alessandro
Nota al testo
Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai. Carteggio 1918-1980
Appendice. Prose inedite e ritrovate, a cura di Letizia Rossi
Nota introduttiva
Prose di Eugenio Montale
Prose di Sergio Solmi
Indici
Indice delle opere citate
Indice dei periodici e quotidiani citati
Indice dei nomi
Eugenio MONTALE
Eugenio Montale(Genova 1896 – Milano 1981) è uno dei maggiori poeti europei del Novecento. In piena guerra, nel 1917, presso la Scuola Allievi Ufficiali di Parma, stringe amicizia con Sergio Solmi, che costituirà nell’arco della sua intera esistenza un punto di riferimento umano e letterario imprescindibile. Dopo gli esordi in rivista (particolarmente su «Primo Tempo») pubblica la sua prima raccolta di versi, Ossi di seppia, uscita presso Gobetti nel 1925 e poi (accresciuta) nel 1928, per le edizioni di Mario Gromo. Le sue liriche successive confluiranno in Le occasioni (1939), Finisterre (1943), La bufera e altro (1956), Satura (1971). Nel 1975 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura, e nel 1980 esce nella collana dei «Millenni» Einaudi la prima edizione critica dell’opera in versi di un poeta vivente, curata da Gianfranco Contini e Rosanna Bettarini.
Sergio Solmi
– Critico e poeta italiano (Rieti 1899 – Milano 1981); fondatore, con G. Debenedetti e altri, della rivista torinese Primo tempo (1922–23); socio corrispondente dei Lincei (1968). La sua notevole produzione saggistica ha spaziato dalla letteratura francese (Il pensiero di Alain, 1930; La salute di Montaigne e altri scritti di letteratura francese, 1942; Saggio su Rimbaud, 1974) alla paraletteratura (Della favola, del viaggio e di altre cose. Saggio sul fantastico, 1971), da Leopardi (Studi e nuovi studi leopardiani, 1975) alla letteratura contemporanea, che ha penetrato con fine intelligenza (Scrittori negli anni, 1963). È stato poeta tanto originale quanto radicato nella tradizione italiana (Fine di stagione, 1933; Poesie, 1950; Levania e altre poesie, 1956; Dal balcone, 1968; Poesie complete, 1974), nonché felice traduttore (Versioni poetiche da contemporanei, 1963; Quaderno di traduzioni, 1969; Quaderno di traduzioni II, 1977); da ricordare anche la raccolta di prose poetiche Meditazioni sullo scorpione (1972). L’edizione completa delle Opere di S. S. è stata avviata nel 1983 (il 5°vol. è uscito nel 2000).
ANTONIO GRAMSCI, Quaderni del carcere, 1948/51: “Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stessi il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e tutti, sforzarsi di capire; ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte, penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, dì volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore in modo da essere pronti, secondo le necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato”.
Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) la sua vita e le sue opere, dalla fondazione del partito comunista alla prigionia in epoca fascista. Un uomo il cui pensiero politico ha influenzato tutto il Novecento. In questo filmato, tratto dal programma Comunisti d’Italia di Rai Play, il regista Carlo Lizzani racconta la figura dell’uomo politico italiano, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario, considerato uno dei più importanti pensatori del XX secolo.
Nome completo Antonio Sebastiano Francesco Gramsci, nasce nel 1891 ad Ales, in provincia di Cagliari, quarto di sette fratelli. Si trasferisce nel 1911 a Torino per frequentare la facoltà di Lettere e Filosofia, entra in contatto con il movimento socialista e si iscrive al Partito Socialista. Nel 1919 fonda L’Ordine Nuovo, che dissente col Partito Socialista e con l’Avanti! riguardo ai consigli di fabbrica che stanno occupando le industrie un po’ in tutta Italia. Nel 1921 a Livorno è tra i fondatori del Partito Comunista italiano, nel 1924 viene eletto deputato ed è segretario del partito fino al 1927. Delegato italiano nell’esecutivo dell’Internazionale, in Russia Gramsci studia gli sviluppi della dittatura del proletariato. A Mosca conosce la violinista Giulia Schucht, che diventa sua moglie e dalla quale ha due figli. L’8 novembre del 1926, a causa delle leggi eccezionali contro gli oppositori, è arrestato dalla polizia fascista e condannato a vent’anni di reclusione. In cella Gramsci scrive I Quaderni dal carcere, che saranno in tutto 33 e consistono in uno sviluppo originale ed estremamente approfondito della filosofia marxista. L’aggravarsi delle sue condizioni di salute portano prima al suo ricovero in clinica e poi alla libertà condizionale. Muore per un’emorragia celebrale il 27 aprile del 1937.
Barocco sarà Lei! Ovvero la tirannia dello zotico di Sergio Sozi
Oggi, senza avere la minima idea di cosa storicamente esso sia, si dà del barocco a un testo narrativo per il desiderio di offenderlo, di stroncarlo o denigrarlo, e si parla dei vocaboli poco diffusi (letterari, arcaici, insueti o desueti che siano) in modo pedissequamente negativo, come se, all’interno di un romanzo del 2025, quelle parole fossero pecche o sbagli ortografici, strafalcioni grammaticali, roba che declassa un testo. E non basta. Il dialogo diretto, soprattutto se uscente dalla bocca di un personaggio di giovane età, DEVE rigettare il modo Congiuntivo e la sintassi italiana corretta fino a esprimere una colloquialità totalmente sgrammaticata (che oggi molti in realtà cercano di evitare, ma che INVECE l’autore, secondo la vulgata popolareggiante, DEVE riprodurre nel parlato letterario per non sembrare sofisticato. Ipercorrettismo al contrario: iperscorrettismo; cos’altro se no?).
Barocco
Poi i refusi e gli errori concettuali nessuno li vede, sono stati del tutto sdoganati, ma provate a utilizzare un termine che il lettore non conosce e costui (invece di andarselo a cercare sul dizionario) vi dirà subito che scrivete in maniera incomprensibile, astrusa e inutilmente sofisticata, pleonastica, retorica, artificiale, oppure del tutto classista: letteratura arida ed elitaria prodotta da persona presuntuosa, polverosa, vecchia e con la puzza sotto il naso, nonché destinata alla fruizione di autocompiaciuti e malsani eruditi, tutta una ghenga di gentaccia rimasta con la testa ai tempi in cui Berta filava, Virgilio poetava e Gadda baroccava alla faccia dei perbenisti/conformisti – perché cosa credete che sia l’antiletterarietà del 2025, se non un ennesimo vento di masaniellitudine italiana, un continuo affermare la becera e conformistica convinzione che scrivere sia oggi compito permeato di realismo e insofferenza alle convenzioni borghesi (come se invece le convenzioni demagogiche del Duemila siano migliori, come se lo scrittore attuale, per essere apprezzabile, debba andare incontro al peggio del peggio esistente in Italia, debba marcire nel bassofondo e nella suburra nazionale, debba assimilare e adottare la strafottente ignoranza del non-lettore per poter essere stimato e adottato dal lettore). La solita, per me noiosissima e risaputa, vecchia (questa sì) propensione alla degenerazione, al brutto, al cacofonico e al caotico. E più – già a partire dal titolo – si è americanizzati e globalizzati nello stile e nelle tematiche, più si è psicotici e delinquenziali, violenti ed erotomaniacali, meglio si scrive. L’elogio del tossico e del pessimo: questo si è ridotta a celebrare l’arte del narrare in lingua italiana, oggi.
In verità, dietro all’imperante bruttura che ho descritto (non asserito, descritto, siccome la vedo con i miei occhi intorno a me), si nascondono problemi di persone ultratrentenni o pure più grandi che hanno un’età mentale e una immaturità culturale, letteraria e spesso complessiva da ragazzini delle scuole Elementari degli Anni Sessanta. L’involuzione del cittadino italiano accettato e idoneo alla vita del 2025 è palpabile: egli è REGREDITO in tutti i sensi, in ogni campo. E niente lo farà mai crescere e maturare, nulla gli darà appagamento artistico, piacere nello studio e nello sforzo interpetativo – figuriamoci la lettura: bene voluttuario di un altro evo, forma d’espressione che richiede concentrazione e umiltà, applicazione, riflessione, tutte cose che l’adulto del Duemila non ha, o se le ha le dedica ad altri campi, in primis al lavoro, alla professione che porta soldi. Siamo in un’epoca ottusa e rozza in cui non si cresce, non si migliora, non si ama l’arte per l’arte, si fa solo commercio di tutto il commerciabile e sogni, eleganza, rigore, bellezza e poesia vadano a impiccarsi.
Tutto questo proliferare quotidiano di attacchi alla letteratura colta, elaborata e fine, dunque, direi per chiudere, serve solo, tutto sommato, a giustificare, anzi a coprire la propria crassa ignoranza e pigrizia, il proprio sottosviluppo complessivo: poi, da quando un certo Pennac ha dichiarato i diritti del lettore, ogni difficoltà di comprensione è colpa dello scrivente, mai del lettore. Il lettore del 2025, come il cliente dei negozi, ha sempre ragione. Ricorrere al dizionario o alla grammatica? No, siamo matti! È il testo a dover essere leggibile da tutti, al livello del fruitore. Sempre. Sempre più in basso.
Hermann Hesse-Poesie-Premio Nobel per la letteratura nel 1946-
Hermann Hesse-Scrittore tedesco (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, presso Lugano, 1962). Autore tra i più significativi della prima metà del Novecento, nelle sue opere esplorò i territori della ricerca spirituale individuale spingendosi oltre ogni convenzione culturale e letteraria. Influenzato di lontano dal pietismo fiorito nella patria sveva, si rivolse al mondo orientale alla ricerca di un’umanità purificata, al di là dei contrasti del mondo moderno; determinante a tale riguardo fu l’incontro con la psicanalisi. Premio Nobel per la letteratura nel 1946, tra le sue opere più importanti occorre citare Demian (1919), Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927).
IO TI CHIESI
Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste.
“Tienimi per mano”
Tienimi per mano al tramonto,
quando la luce del giorno si spegne e l’oscurità fa scivolare il suo drappo di stelle…
Tienila stretta quando non riesco a viverlo questo mondo imperfetto…
Tienimi per mano…
portami dove il tempo non esiste…
Tienila stretta nel difficile vivere.
Tienimi per mano…
nei giorni in cui mi sento disorientato…
cantami la canzone delle stelle dolce cantilena di voci respirate…
Tienimi la mano,
e stringila forte prima che l’insolente fato possa portarmi via da te…
Tienimi per mano e non lasciarmi andare…
mai…
Felicità: finché dietro a lei corri
non sei maturo per essere felice,
pur se quanto è più caro tuo si dice.
Finché tu piangi un tuo bene perduto,
e hai mete, e inquieto t’agiti e pugnace,
tu non sai ancora che cos’è la pace.
Solo quando rinunci ad ogni cosa,
né più mete conosci né più brami,
né la felicità più a nome chiami,
allora al cuor non più l’onda affannosa
del tempo arriva, e l’anima tua posa.
CANZONE DI VIAGGIO
Sole, brilla adesso dentro al cuore,
vento, porta via da me fatiche e cure!
Gioia più profonda non conosco sulla terra,
che l’essere per via nell’ampia vastità.
Verso la pianura inizio il mio cammino,
sole mi fiammeggi, acqua mi rinfreschi;
per sentire la vita della nostra terra
apro tutti i sensi in festa.
Hermann Hesse
SCRITTO SULLA SABBIA
Che il bello e l’incantevole
Siano solo un soffio e un brivido,
che il magnifico entusiasmante
amabile non duri:
nube, fiore, bolla di sapone,
fuoco d’artificio e riso di bambino,
sguardo di donna nel vetro di uno specchio,
e tante altre fantastiche cose,
che esse appena scoperte svaniscano,
solo il tempo di un momento
solo un aroma, un respiro di vento,
ahimè lo sappiamo con tristezza.
E ciò che dura e resta fisso
non ci è così intimamente caro:
pietra preziosa con gelido fuoco,
barra d’oro di pesante splendore;
le stelle stesse, innumerabili,
se ne stanno lontane e straniere, non somigliano a noi
– effimeri-, non raggiungono il fondo dell’anima.
No, il bello più profondo e degno dell’amore
pare incline a corrompersi,
è sempre vicino a morire,
e la cosa più bella, le note musicali,
che nel nascere già fuggono e trascorrono,
sono solo soffi, correnti, fughe
circondate d’aliti sommessi di tristezza
perché nemmeno quanto dura un battito del cuore
si lasciano costringere, tenere;
nota dopo nota, appena battuta
già svanisce e se ne va.
Così il nostro cuore è consacrato
con fraterna fedeltà
a tutto ciò che fugge
e scorre,
alla vita,
non a ciò che è saldo e capace di durare.
Presto ci stanca ciò che permane,
rocce di un mondo di stelle e gioielli,
noi anime-bolle-di-vento-e-sapone
sospinte in eterno mutare.
Spose di un tempo, senza durata,
per cui la rugiada su un petalo di rosa,
per cui un battito d’ali d’uccello
il morire di un gioco di nuvole,
scintillio di neve, arcobaleno,
farfalla, già volati via,
per cui lo squillare di una risata,
che nel passare ci sfiora appena,
può voler dire festa o portare dolore.
Amiamo ciò che ci somiglia,
e comprendiamo
ciò che il vento ha scritto
sulla sabbia.
SULL’AMORE
Si chiama amore ogni superiorità,
ogni capacità di comprensione,
ogni capacità di sorridere nel dolore.
Amore per noi stessi e per il nostro destino,
affettuosa adesione ciò che l’Imperscrutabile
vuole fare di noi anche quando
non siamo ancora in grado di vederlo
e di comprenderlo –
questo è ciò a cui tendiamo.
Hermann Hesse
PERCHE’ TI AMO
Perché ti amo, di notte son venuto da te
così impetuoso e titubante
e tu non me potrai più dimenticare
l’anima tua son venuto a rubare.
Ora lei e’ mia – del tutto mi appartiene
nel male e nel bene,
dal mio impetuoso e ardito amare
nessun angelo ti potrà salvare.
TI PREGO
Quando mi dai la tua piccola mano
Che tante cose mai dette esprime
Ti ho forse chiesto una sola volta
Se mi vuoi bene?
Non è il tuo amore che voglio
Voglio soltanto saperti vicina
E che muta e silenziosa
Di tanto in tanto, mi tenda la tua mano
IL PRINCIPE
Volevamo costruire assieme
una casa bella e tutta nostra
alta come un castello
per guardare oltre i fiumi e i prati
su boschi silenti.
Tutto volevamo disimparare
ciò che era piccolo e brutto,
volevamo decorare con canti di gioia
vicinanze e lontananze,
le corone di felicità nei capelli.
Ora ho costruito un castello
su un’estrema e silenziosa altura;
la mia nostalgia sta là e guarda
fin alla noia, ed il giorno si fa grigio
– principessa, dove sei rimasta?
Ora affido a tutti i venti
i miei canti arditi.
Loro devono cercarti e trovarti
e svelarti il dolore
di cui soffre il mio cuore.
Devono anche raccontarti
di una seducente infinita felicità,
devono baciarti e tormentarti
e devono rubarti il sonno –
principessa, quando tornerai?
Hermann Hesse
VIENI CON ME
Vieni con me!
Devi affrettarti però –
sette lunghe miglia
io faccio ad ogni passo.
Dietro il bosco ed il colle
aspetta il mio cavallo rosso.
Vieni con me! Afferro le redini –
vieni con me nel mio castello rosso.
Lì crescono alberi blu
con mele d’oro,
là sogniamo sogni d’argento,
che nessun altro può sognare.
Là dormono rari piaceri,
che nessuno finora ha assaggiato,
sotto gli allori baci purpurei –
Vieni con me per boschi e colli!
tieniti forte! Afferro le redini,
e tremando il mio cavallo ti rapisce.
SONO UNA STELLA
Sono una stella del firmamento
che osserva il mondo, disprezza il mondo
e si consuma nella propria luce.
Sono il mare che di notte si infuria,
che mare che si lamenta, pesante di vittime
che ad antichi peccati, nuovi ne accumula.
Sono bandito dal vostro mondo
cresciuto nell’orgoglio e dall’orgoglio tradito,
sono il re senza terra.
Sono la passione muta
in casa senza camino, in guerra senza spada
e ammalato sono della propria forza.
ANNIVERSARIO
Nel suo vecchio splendore ardente
ed in tutto lo sfarzo voluttuoso
oggi si alza davanti a te l’intero sogno
di quella notte calda d’estate.
E tremando di passioni trasognate,
premi disperandoti con feroce ardore
le piene, belle, spesso baciate
e rosse labbra sulla mia immagine.
Hermann Hesse
STANCO D’AMORE
Nei rami s’addormenta cullando
il vento stanco. La mia mano
lascia un fiore rosso sangue
morire lacerato sotto un sole rovente.
Ho già visto fiorire e morire
molti fiori;
vengono e vanno gioie e dolori,
e custodirli nessuno può.
Anch’io ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.
Hermann Hesse
ROSA PURPUREA
Ti avevo cantato una canzone.
Tu tacevi. La tua destra tendeva
con dita stanche una grande,
rossa, matura rosa purpurea.
E sopra di noi con estraneo fulgore
si alzò la mite notte d’estate,
aperta nel suo meraviglioso splendore,
la prima notte che noi godemmo.
Salì e piegò il braccio oscuro
intorno a noi ed era così calma e calda.
E dal tuo grembo silenziosa scrollasti
i petali di una rosa purpurea.
COME PESANO
Come pesano queste giornate!
Non c’è fuoco che possa scaldare,
non c’è sole che rida per me,
solo il vuoto c’è,
solo le cose gelide e spietate,
e perfino le chiare
stelle mi guardano sconsolate
da quando ho saputo nel cuore
che anche l’amore muore.
Hermann Hesse
Biografia di Hermann Hesse-Scrittore tedesco (Calw, Württemberg, 1877 – Montagnola, presso Lugano, 1962). Autore tra i più significativi della prima metà del Novecento, nelle sue opere esplorò i territori della ricerca spirituale individuale spingendosi oltre ogni convenzione culturale e letteraria. Influenzato di lontano dal pietismo fiorito nella patria sveva, si rivolse al mondo orientale alla ricerca di un’umanità purificata, al di là dei contrasti del mondo moderno; determinante a tale riguardo fu l’incontro con la psicanalisi. Premio Nobel per la letteratura nel 1946, tra le sue opere più importanti occorre citare Demian (1919), Siddhartha (1922) e Der Steppenwolf (1927). Figlio di un missionario protestante e della figlia di un missionario cultore di orientalistica, fu anch’egli avviato a studi teologici, che però non concluse. Dedito stabilmente alla letteratura a partire dal 1904, si trasferì in Svizzera, di lì intraprendendo viaggi fra cui particolarmente importante quello compiuto in India nel 1911. Durante la prima guerra mondiale, cui fu avverso quale pacifista e antinazionalista, si occupò di assistenza ai prigionieri. Divenne cittadino svizzero nel 1923. Fra i molti riconoscimenti che ottenne nella seconda parte della sua lunga vita figura anche il premio Nobel per la letteratura (1946). <em>Esordì con Romantische Lieder (1899), iniziando una maniera che ha fatto parlare di lui come dell'”ultimo paladino del Romanticismo”. Seguirono, sotto pseudonimo, Hinterlassene Schriften und Gedichte von Hermann Lauscher (1901), fogli di diario di un sognatore alla ricerca di una via per uscire dal proprio isolamento. Dopo le due biografie Franz von Assisi e Boccaccio (1904), prima autentica affermazione di H. fu il Peter Camenzind (1904). Autobiografico è il successivo romanzo Unterm Rad (1906). Melanconica ironia si nota nei racconti riuniti in Diesseits (1907), Nachbarn (1908), Umwege (1912) e Schön ist die Jugend (1916). Patetiche vicende di esseri umani infelici per naturale disposizione o per altrui incomprensione presentano i romanzi Gertrud (1910) e Rosshalde (1914), fra i quali cronologicamente si colloca il libro di memorie Aus Indien (1913). Al termine della guerra, pubblicava sotto pseudonimo (Emil Sinclair) il romanzo Demian (1919), contro il mondo fatiscente della borghesia. Sulla medesima traccia, ma con toni ancora più spietati specie in ordine alla critica sociale, si pone qualche anno dopo il romanzo Der Steppenwolf (1927), opera fondamentale nel suo genere, biografia di un individuo scisso in una doppia personalità, personaggio emblematico di una civiltà, come quella borghese postbellica, traversata da flussi di follia. Su un’altra linea è invece Siddhartha (1922), che segue la via che il figlio di un bramino percorre verso la purificazione, cui tenne dietro, sospeso fra sogno e realtà, il romanzo di ambiente medievale Narziss und Goldmund (1930). Il racconto surrealistico Die Morgenlandfahrt (1932) preannuncia il romanzo simbolistico Das Glasperlenspiel (1943), opera dal piano assai ambizioso, con un messaggio per la civiltà del futuro che risulta però di difficile decifrabilità. Ha lasciato inoltre altre numerose opere di saggistica, memorialistica, oltre a una vasta produzione lirica cui attese durante tutto il corso della vita (raccolta pressoché definitivamente nei due volumi di Gedichte del 1942 e 1947).
“Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa”.
Breve biografia di Agostino Gallo-(1499-1570) Nasce ,con tutta probabilità, prima del 14 maggio del 1499, a Cadignano, odierna frazione di Verolanuova, nella piana bresciana, a poco più d’una ventina di chilometri da Brescia.E’ stato uno dei protagonisti dell’agronomia cinquecentesca.
Il Gallo pubblica, nel 1564, “Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.” L’opera conosce l’immediato successo, che nel Cinquecento si traduce nella ristampa abusiva, a Venezia, di una successione di edizioni che sottraggono all’autore ogni guadagno. Pubblichiamo 12 belle tavole xilografiche a piena pagina alcune delle quali acquarellate (vedi foto).Costretto dalle abitudini dei librai veneziani l’autore bresciano amplia, per ripubblicarla, l’opera, che si converte prima nelle Tredici giornate, la cui seconda edizione porta un’appendice di sette giornate, che in un’edizione successiva sono ricomposte, nel 1572, secondo un piano espositivo nuovo, nelle Venti giornate. La discutibile correttezza dei librai veneziani ha obbligato l’autore a ristrutturare l’opera, nella versione definitiva un capolavoro che riedita, in veste originalissima, tutto lo scibile agronomico di quei tempi. Lo scibile agronomico di Gallo, fu il primo ad introdurre in Italia la coltivazione del riso e del trifoglio,si fonda su quello dei grandi autori latini, in primo luogo di Lucio Columella, il massimo agronomo dell’antichità, ma l’agricoltura che prende corpo nelle pagine dell’opera rinascimentale è radicalmente diversa da quella del mondo latino, è la nuova agricoltura irrigua della Val Padana, l’agricoltura in cui l’acqua spezza la sovranità del frumento inserendo nella rotazione le foraggere che consentono il più ricco allevamento, l’allevamento da cui derivano i formaggi Piacentini e Lodigiani, gli antenati del Parmigiano Reggiano e grana padano. È l’agricoltura in cui hanno conquistato il proprio posto, nei campi lombardi, il mais, pianta americana, il riso, coltura araba proveniente dall’Andalusia, il gelso, destinato al baco da seta, una coltura fino a pochi decenni prima siciliana e calabrese, di cui Gallo comprende per primo le straordinarie potenzialità nel pedecollina prealpino.Autentico teorico delle nuove colture foraggere, Gallo propone la prima analisi razionale della tecnologia casearia lombarda, la tecnologia del formaggio grana, una tecnologia unica nel vastissimo panorama caseario europeo.Altrettanto interessanti di quelle casearie le pagine sulla trasformazione dell’uva in vino, nelle quali Gallo attesta la radicale differenza tra i vini italiani e quelli della Francia, dove si è già imposto il gusto moderno del vino, tanto che, come ricorda l’autore bresciano, i cavalieri francesi sono incapaci di bere il vino lombardo, che è ancora il vino medievale, acetoso, oscuro e torbido, privo di ogni aroma, perduto nella troppo lunga fermentazione. Non meno significative le pagine sull’agrumicoltura del Garda, al tempo di Gallo ricchissima attività economica fondata su una tecnologia sericola eccezionalmente avanzata.Iniziata con Gallo, l’agronomia europea del Rinascimento si compirà col capolavoro dell’epoca, l’opera del francese Olivier de Serres, che non cita mai l’autore italiano.
Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.
Il Libro-
Agostino Gallo “Le venti giornate dell’agricoltura e dei piaceri della Villa” stampato a Torino appresso gli eredi di Bevilacqua nel 1580.
Rara edizione cinquecentesca torinese di questa celebreopera, apparsa per la prima volta a Brescia nel 1564 col titolo di ”Le dieci giornate” e successivamente ampliata fino a diventare ”Le tredici giornate” (Venezia, 1566; col complemento delle ”Sette giornate” apparse nel 1569) ed infine ”Le vinti giornate” (Venezia, Percaccino, 1569). Sotto forma di dialogo tra Vinceno e Giovan Battista, l’opera affronta una moltissimi argomenti riguardanti l”agricoltura, la gastronomia: alimenti e loro conservazione, animali, , apicoltura, caccia e pesca, floricoltura e frutticoltura, olio, vino, risicoltura.
Agostino Gallo- (1564) stemma del dedicatario Emanuele Filiberto di Savoia sul frontespizio. acquerellato all’epoca-Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.
Bello stemma del dedicatario Emanuele Filiberto di Savoia sul frontespizio. acquerellato all’epoca.
Illustrato con 12 belle tavole xilografiche a piena pagina alcune delle quali acquarellate (vedi foto).
Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1564) Le dieci giornate della vera agricoltura e piaceri della villa.Agostino Gallo- (1499-1570)
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