presentano il nuovo libro di Tania Luciani-“Millimetri”
Il libro di Tania Luciani-“Millimetri”
Questo racconto poetico ha inizio ad aprile 2020, nei primi mesi della crisi pandemica che ha bloccato per lunghi giorni le nostre vite. Pagine di silenzi, luci spente, futuri oscurati ma anche e soprattutto timide speranze. A illuminare i pensieri più felici, giungono i mesi estivi e quella lenta ripresa della vita quotidiana, riassaporata con maggiori consapevolezze sul suo reale valore. Di nuovo, però, fanno capolino i freddi dell’inverno e, con loro, le restrizioni fisiche ed emotive: tornano le ore di schermi accesi, la pioggia sui vetri e le lontananze imposte. Come in un diario autobiografico, l’autrice prende spunto dall’esperienza di reclusione vissuta da ognuno di noi nell’ultimo anno e mezzo e condivide ansie, riflessioni e desideri propri dell’intera comunità umana, sottolineando come, in questa difficile fase della nostra storia, abbiano un ruolo centrale e mai banale i sentimenti e l’amore, ancore di salvezza per non lasciarsi naufragare nei dilaganti rigurgiti di disprezzo.
-Forano (Rieti),una poesia di Agnese Di Venanzio, Poetessa di Forano. DEDICATA “A TUTTI i SINDACI della NOSTRA SABBINA che DE STU’ PASSU FENIRA’ IN RUVINA .”
L’ antica acqua di Forano
Limpida e pura , acqua di sorgente
dissetavi un paese e non costavi niente
Acqua di pozzo , tirata su a fatica
poi conservata al fresco della grotta antica
Venne poi l’ acqua , dalla fontanella
con la conca di rame ,
l’ attingevo da monella
Al fontanile grande , biancheria si lavava
al fontanile piccolo, bestiame s’ abbeverava
Acqua preziosa cristallina e pura
tu disseti , lavi , sei dono di natura
Questo prodigio , che il buon Dio c’ ha dato
non sempre lo si apprezza e viene sprecato . (Poesia di Agnese Di Venanzio-scritta a Roma , 27 – 04 – 2009 lunedi)
Oliveto di Torricella Sabina e il suo Statuto del sec. XVI
Oliveto di Torricella Sabina e il suo Statuto del sec. XVI –
Durante una mia ricerca sulla condizione contadina del 1500 mi sono imbattuto nel “codicetto” , presumibilmente del sec. XVI , che altro non è che lo:” STATUTA et ordinationes facta per illustrem dominum Laurentium de Iacobatijs dominum Castri Oliveti”.
La prima pagina ,foto, è una invocazione contornata da fiorami a colori dove si legge: In nomine Domini nostri Iesu Christi et gloriosissimae eius matris Virginis Marie. Hec sunt statua et ordinationes facta per Illustrem Dominum Laurentium de Iacobatijs, dominum Castri Oliveti, Reatinae diocesis vassallis eiusdem castri”. Lo STATUTA è composto capp. Di cui i primi 26 riguardano i Malefici; dal cap.27 al 60, le cose civili: dal cap. 61 al 113 altre diposizioni di diritto civile: matrimoni e successioni, danni alla proprietà, pene per i bestemmiatori. C.13, è “aggiunta di altra mano: ” Ancora statuimo et ordiniamo tutti i feudatarij piglianti lo feudo, ciascun di loro siano obligati a beneplacito del Signore, pagare per uno della decima parte et per ogni centenaro dieci di tutti li beni del feudo pigliante secondo il vallore d’essi, et ditti feudi estimar si debbono per duoi homini eletti a beneplacito de esso Signore et padrone”.
Il “codicetto” misura mm 225×160. La scrittura minuscola gotica calligraftea, con elementi corsivi della stessa mano, eccetto le ultime linee corsive a c.13. Nella c.1 testata miniata a volute di fiori; nel mezzo lo stemma della famiglia Iacovacci. L’invocazione è in capitali azzurre e dorate; e in azzurro è pure il titolo e la numerazione dei capp. Legatura. Moderna. in pergamena. Il “codicetto” non reca alcuna data in relazione al feudatario Lorenzo Iacovacci.
In provincia di Rieti emerge dalla terra santuario di un’antica dea. Articolo di Maurizio Zuccari
Individuato a Montenero, presso Rieti, , dea sabina. I primi reperti sono esposti nella locale chiesa di San Cataldo, mentre prosegue la campagna di scavi da parte dell’università di Lione.
Erano secoli che la tampinavano. Millenni. Prima i romani che soppressero il popolo che la venerava, i sabini. Poi monaci e sant’uomini su e giù per oscure forre, a distruggere ogni vestigia d’antichi dei, edificando sulle rovine di templi e sacelli chiese e cappelle. E gli eruditi umanisti, quando le nebbie del Medioevo cominciarono a schiudersi su altre ere, e i filosofi dei secoli nuovi. Infine, soprintendenze e archeologi. E, sempre, cacciatori di pietre e tombaroli d’ogni epoca. Lei niente, resisteva a ogni assalto, svanita nel nulla come il nome che l’evocava. Vacùna. Dal Vacuum, il vuoto delle selve primigenie dove l’umano smarriva percezione di sé, affidandosi al divino femminino che evocava a un canto l’ozio ristoratore nella transumanza dei greggi e l’assenza della persona amata, il sostentamento fisico e morale. Punto di passo tra le dee madri preistoriche e le teogonie arcaiche, unica deità femminile al vertice di un pantheon protostorico. Suprema oggettivizzazione d’un popolo di pastori nomadi che dalle piane alluvionali tra il Tigri e l’Eufrate si mossero, a piedi, a ondate, fino alle catene appenniniche dell’Italia centrale, agli albori dell’età del ferro. Per dare vita a una comune koiné cetroitalica, impasto di lingua, cultura e strutture sociali che avrebbe permeato di sé le popolazioni di stirpe sabellica, dai piceni ai sanniti. E fondato quella Roma che, alla fine, tutti avrebbe ingoiato, padri e fratelli. Lei no. Troppo complessa era la dea, troppo distante dalla mentalità dei conquistatori e dalla rozzezza dei mores romani per poterla comprendere appieno, o anche solo assimilare. Si preferì dare a essa nomi nuovi, incerti attributi. Vesta, Bellona, Vittoria. Vacuna rimase sempre un mistero, per tutti.
MONTENERO in SABINA –Area Scavi- Photo-Maurizio-Zuccari
GLI SCAVI ARCHEOLOGICI A MONTENERO
Ora quel mistero è riemerso dalla polvere dei millenni. A Montenero, a mezza via tra Roma e Rieti, su un pianoro sotto al quale scorre il Farfa, al crocevia d’uno di quei tratturi che dalla Sabina amiternina, interna, conducevano a quella tiberina. Qui s’è trovato il primo dei suoi templi, dei tanti santuari d’altura che punteggiavano la sua terra. Un pool di archeologi di Lione, coordinati da Aldo Borlenghi e Matthieu Poux, seguendo una dritta dell’archeologo locale Federico Giletti, scavano e setacciano pietrami per una campagna che, avviata nel 2019 e complicata dalla pandemia, durerà un paio d’anni e sta dando i suoi primi frutti. Grazie anche alla fattiva collaborazione della giunta comunale guidata dalla giovanissima Lavinia De Cola. Scordatevi colonnati e statuaria, quel che c’è e si vede nei 200 metri quadri dell’area di scavo son tre muracci a secco, brani di pavimentazione in cocciopesto e tesserine marmoree, terrecotte di copertura franate, fosse sepolcrali e favisse dove si sono conservati gli ex voto.
MONTENERO in SABINA –Area Scavi- Sepoltura a fossa-Photo-Maurizio-Zuccari
IL SANTUARIO DELLA DEA VACUNA
Quel che s’è trovato è esposto nel giardino della parrocchiale di San Cataldo, spazzolato e lavato dai ragazzi dell’università Lumière di Lyon. Un utero miniaturizzato. Un volto di coccio. Pissidi e brocchette. E basi, carbonizzate, dei bracieri dove ardevano i fuochi vacunali nelle cerimonie autunnali in onore della dea, a base di frutta di stagione e vino novello. “Aspettiamo di trovare qualche iscrizione per avere la certezza che si tratti del santuario di Vacuna. Ora siamo al 99%”, dicono i ricercatori. Per ora, la certezza è un cippo rotolato giù dal pianoro, trovato negli Anni Cinquanta, con una dedica alla dea. Roba romana, come tutto il resto ritrovato finora, risalente al terzo secolo avanti Cristo. Al tempo dell’ultima guerra sannitica, o meglio italica, e della definitiva occupazione della Sabina. E si continua a scavare, tra reperti e sepolture dell’Anno Mille. Segno d’una frequentazione, e della sacralità del luogo, ben oltre il tempo della conquista.
Montenero-Sabino.-Photo-Maurizio-ZuccariMONTENERO in SABINA –Area Scavi- Photo-Maurizio-ZuccariMONTENERO in SABINA –Area Scavi- Cippo di Vacuna-Photo-Maurizio-ZuccariMONTENERO in SABINA –I-reperti-esposti-nella-chiesa-di-San-Cataldo- Photo-Maurizio-ZuccariMONTENERO in SABINA –Planimetria-degli-scavi – Photo-Maurizio-Zuccari
In tempo di crisi si sente spesso dire :”Sono al verde!”. La curiosità mi ha indotto a fare qualche ricerca su questo modo di dire . La più conosciuta sarebbe derivata dall’uso medievale di colorare di verde la base delle candele e da qui essere agli sgoccioli, appunto essere al verde. Ma il giornalista Dott.Elio Caruso propone un’altra lettura di questo modo di dire che, a mio avviso, è molto interessante. Il Caruso ha fatto una ricerca nell’Archivio di Stato di Forlì ed ha trovato una curiosa e rara ordinanza pontificia, emessa in Romagna nel 1561, che fa luce sul perché di un universale modo di dire :Essere al Verde.
Essere al Verde
Elio Caruso inizia la sua ricerca storica, precisa e ben contestualizzata, partendo dal 1504 anno in cui avvenne il definitivo passaggio di Forlì allo Stato della Chiesa; cinque anni più tardi fu la volta di Ravenna. Alla fine del 1530, ritiratesi i Veneziani, che con buoni risultati avevano amministrato la fascia costiera sino a Cervia, l’intera Romagna e parte dell’Emilia passarono sotto il dominio pontificio, così come lo erano già il Lazio, l’Umbria e le Marche. Un cardinale con il titolo di presidente di Romagna, scelto da Roma, esercitava il governo sedendo in Ravenna, capitale della Legazione. Roma, che si era imposta come capitale sulle altre città dello Stato Pontifici, esercitava una forte attrazione sul piano demografico ed economico. Nella seconda metà del Cinquecento la Romagna, che contava circa 160mila abitanti fu tormentata da gravi avversità naturali (terremoti, alluvioni, carestie, epidemie) che in più occasioni funestarono la Regione. A rendere più ardua l’amministrazione papale penso la Riforma protestante; siamo infatti in pieno Concilio di Trento (1545/1563) e in seguito alla Controriforma le “entrate spirituali” (derivati cioè al papato dal contributo di tutte le chiese della cristianità) vennero in gran parte a mancare, e dovettero essere sostituite dalle entrate statali, che si concretizzarono, per il popolo, in tasse e gabelle. La pesante pressione sociale, non accompagnata però da una accorta gestione finanziaria, finì per impoverire ulteriormente i territori della Stato della Chiesa, e in particolar modo la Romagna, considerata più una colonia che una provincia, spingendola verso una grave stagnazione economica. Fu in questo clima che il 27 ottobre del 1561 i romagnoli vennero messi a conoscenza di una insolita prescrizione del Papa, da osservarsi in tutto il territorio pontificio” l’obbligo, per tutti i debitori insolventi, di portare ben visibile sul capo un berretto verde come segno della loro condizione economica. La lettera apostolica, affissa alle pubbliche porte, e letta per le strade dai banditori, prescriveva che per l’avvenire tutti i debitori- affinché non “ potessero sottrarsi alla soluzione dei debiti, o in qualunque modo sfuggire e defraudare i creditori dei loro crediti, per timore se non di Dio onnipotente, almeno dell’umana vergogna”- “sempre fossero tenuti a portare un Berretto Verde, pubblicamente e privatamente, sotto pena di fustigazione attraverso la Città per la prima volta, e delle Trireme la seconda volta in cui siano stati trovati senza il detto Berretto Verde”. Era stato Papa Pio IV a volere la curiosa disposizione, probabilmente ispirato dal suo predecessore, Paolo IV, che aveva obbligato tutti gli Ebrei residenti nello Stato Pontificio a portare un Berretto Giallo come segno di distinzione. Certamente faceva affidamento sull’effetto psicologico che il vistoso copricapo avrebbe esercitato sui debitori. Per ora non sappiamo per quanto tempo rimase in vigore questa ordinanza papale.
Essere al Verde
La stampa che accompagna questo articolo è tratta dal volume di Cesare Ripa, edito a Padova nel 1618 , dove si può leggere “ Giovane pensoso,& mesto, d’habito stracciato, porta la berretta verde in testa à perpetua infamia, in ambigui li piedi,& nel Collo à legame di ferro in forma di un cerchio rotondo grosso, tiene un paniere in bocca & in mano una frusta che in cima alle corde ha palle di piombo, & una lepre ai piedi è stracciato perché sprecato ha la sua roba, non trovando più credito và come un pezzente”.
Voglio ringraziare il Dott.Elio Caruso per la sua accurata ricerca .
BELLA SABINA. C’E’ DI NUOVO L’ACQUA ALLA CASCATA DEL POZZO DEL DIAVOLO
Ma chissà perché ormai tutti chiamano la cascata sul Galantina «le Pozze del Diavolo» e non, come la chiamavano i nostri nonni, «il Pozzo del Diavolo» (espressione che in sabino suona piena di “u”…). Forse è la naturale modestia di chi abita queste terre che ha indotto a questo cambio di nome; o forse è un altro degli effetti dei cambiamenti climatici (in effetti quando d’estate tutto è secco e dalla parete della cascata non scende neppure una goccia d’acqua, proprio questo sembrano – e sono – i due invasi sopra e sotto la cascata: pozze).
Ma in autunno e ancora più in inverno e in primavera il luogo torna ad avere quel fascino romantico e un po’ selvaggio che ha ispirato il nome originario. E poi, a ben vedere, proprio dal punto di vista semantico alla parola «Diavolo» s’accosta mille volte meglio il vocabolo alto «pozzo» che quello terra terra «pozza» (seppure al plurale).
Che poi c’è anche un riflesso diciamo così, di marketing territoriale. Vuoi mettere quanto attira di più, quanto si vende di più, anche on line, «il Pozzo del Diavolo» piuttosto che «le Pozze del Diavolo»?
Ciò detto, informazione di servizio, peraltro anticipata nel titolo. Dopo la secca dell’estate più secca degli ultimi anni, il Galantina ha ricominciato a scendere e a zampillare tra i massi levigati del suo letto. E anche la cascata ha ripreso a fare la cascata, non al massimo della sua potenza, ma con una buona portata.
CASCATA DEL POZZO DEL DIAVOLOCASCATA DEL POZZO DEL DIAVOLO
Roma- Nell’Abbazia di San Paolo fuori le mura,dopo mille anni,fu esposta la Bibbia carolingia dal 19 aprile al 29 giugno 2009-
La Bibbia carolingia si compone di 337 fogli di pergamena di pecora e di vitello, la copertura è in legno foderata di marocchino rosso. Ha 24 miniature bellissime e ancora “fresche”. Fu commissionata dal re Carlo il Calvo intorno all’anno 866 al monaco Ingoberto per farne dono al Papa Giovanni VIII.
Su questa Bibbia, durante il medioevo, giurarono fedeltà al Papa tutti gli imperatori .
Papa Gregorio VII decise, per motivi di sicurezza, di affidarla ai monaci benedettini dell’Abbazia di San Paolo. In occasione dell’anno paolino, i monaci benedettini, che da 730 anni sono i custodi della Tomba di San Paolo, hanno deciso di mostrarla al pubblico.
Il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, dopo aver benedetto i locali dell’esposizione ha detto:” Questo evento è importante non solo dal punto di vista culturale ed artistico, ma anche per la riflessione sulla Parola di Dio, Parola viva, capace di vivificare le nostre esigenze: la Parola di Dio è infatti la vera , solida realtà. L’ammirazione di questa Bibbia sia l’occasione per vivere questa esperienza e costruire la nostra casa sulla roccia della Parola di Dio e non sulla sabbia, come è successo a L’Aquila, in Abruzzo. Chiedo inoltre a Dio il dono di saperlo ascoltare e, soprattutto per i visitatori e pellegrini in visita alla tomba di San Paolo, di riscoprirsi ascoltatori della Sua Parola”.
La Bibbia CarolingiaLocandina Mostra Bibbia Carolingia
Michael Sardu:“Le donne non potevano correre la maratona perché “il loro corpo non è in grado di correrla”.
Kathrine Switzer non era d’accordo e, nel 1967, si iscrisse alla maratona di Boston senza rivelare il proprio genere, si presentò alla partenza, si mise il rossetto e iniziò a correre.
Provarono a fermarla: quel signore con la giacca in foto, uno degli organizzatori, le si gettò addosso violentemente per portarla via dalla gara, mentre il fidanzato insieme a un amico della maratoneta la aiutarono a liberarsi.
Tagliò il traguardo, confermò che aveva ragione lei e le cose iniziarono a cambiare. Proseguiamo la sua corsa.“
TOFFIA – Incendio chiesa parrocchiale notte tra il 31 dicembre del 1981 e il 1 gennaio del 1982-
TOFFIA (Rieti)- Fotoreportage dell’Incendio della chiesa parrocchiale accadimento nella notte tra il 31 dicembre del 1981 e il 1 gennaio del 1982-
Toffia , 31 dicembre 1981 e 1 gennaio 1982 –Il report: ”nella notte tra il 31 dicembre del 1981 e il 1 gennaio del 1982 si verifico un incendio di notevoli proporzioni , a seguito del quale sono andati distrutti gran parte degli affreschi, la pala d’altare con una Visitazione di Vincenzo Manenti (1600-1674), il prezioso altare ligneo del 1600 “con sei colonne doriche” di quel Michelangelo da Toffia che aveva realizzato anche il coro dell’Abazia di Farfa,l’organo del seicento,gli stalli del coro, un antifonario del 1500 e molto altro ancora. La chiesa parrocchiale fu riaperta riaperta al culto nel novembre del 1995”.
Foto di proprietà del Sig. IGNAZIO LICATA ex-Presidente della Proloco di TOFFIA
Notizie storiche chiesa parrocchiale Santa Maria Nova -Fonte sito web Comune di Toffia-
La chiesa parrocchiale Santa Maria Nova è situata nel punto più elevato di Toffia, fu edificata nel XVII secolo nel luogo dove sorgeva il “Palazzo” o castello dei Colonna. In effetti per la costruzione del campanile della chiesa, che risale al XVII secolo fu utilizzato il maschio del castello e, per l’abside una delle sue torri. Qualche tempo fa furono ritrovati nella piazzetta della chiesa, dei silos utilizzati nel castello per conservare acqua o altro. Anche il nome pare sia tratto da una cappella esistente nel palazzo chiamata Santa Maria in Castello.Di stile romanico, in origine era composta di un’unica navata, successivamente fu divisa in una navata centrale e due minori laterali dove sono posti quattro altari dedicati alla Madonna e a Santo Stefano.Apprezzabili alcuni affreschi e tele, tra le quali “Vergine col Bambino”, scuola di Carlo Maratta e un tondo anch’esso raffigurante la Vergine col Bambino, di scuola quattrocentesca fiorentina.
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