
DEA SABINA

Cesare Lodovici-L‘EROICA- Copione originale autografato -Pavia 1912-
Biblioteca DEA SABINA
-Cesare Lodovici-L‘EROICA-
Copione originale autografato -Pavia 1912-
à
Biografia di LODOVICI, Cesare Vico-
ENCICLOPEDIA TRECCANI-LODOVICI, Cesare Vico. – Nacque a Carrara, il 18 dic. 1885, da Egisto, industriale del marmo, e da Clementina Baldacci. Completò gli studi giuridici a Roma e negli anni immediatamente successivi alla laurea iniziò la pratica da avvocato. Nel 1911 lasciò la capitale trasferendosi a Lugano dove collaborò alla rivista Coenobium, nella quale, tra i primi, presentò al pubblico italiano l’opera di P. Claudel (Il teatro di Paul Claudel, 1914). Negli anni successivi visse a Milano, dove prese parte ai movimenti d’avanguardia che animavano la vita culturale della città. Il debutto del L. come autore teatrale avvenne a Pavia, nel 1912, con l’atto unico L’eroica.
È la vicenda di una famiglia borghese che, in una villa “isolata e solitaria fra l’alpe Apuana e il mare”, attende la nascita di un bambino fra interessi egoistici e morbose aspettative di guadagno.
Nel 1912, un’altra pièce, intitolata significativamente La patria, andò in scena al teatro Diana di Milano (29 maggio), con mediocre successo; stessa sorte toccò al lavoro successivo, L’idiota (ibid., 17 sett. 1915), rappresentato dalla compagnia Talli-Melato.
Allo scoppio della prima guerra mondiale il L. si arruolò volontario e, dal 1915 al 1917, combatté al fronte, dove fu ferito e due volte decorato. Nel 1917 fu fatto prigioniero dagli Austriaci e trasferito nei campi di prigionia di Mauthausen e poi di Theresienstadt; qui il L. fu animatore del “teatrino dei prigionieri” (nel 1917 vi venne rappresentato un suo atto unico: Per scherzo) e portò a termine la prima stesura de La donna di nessuno, completata subito dopo il suo rientro dalla prigionia e destinata a rivelarlo all’attenzione della critica come una fra le voci più innovative del teatro italiano contemporaneo. Fu un successo non immediato, destinato inizialmente più agli addetti ai lavori che al grande pubblico, se è vero che la commedia, rappresentata per la prima volta al teatro dei Filodrammatici di Milano il 22 dic. 1919 (compagnia Borelli-Bertramo), rimase in cartellone non più di tre serate; le repliche non furono numerose neppure due anni più tardi, quando fu ripresa dalla compagnia di Emma Gramatica che ne fu protagonista. Eppure i tre atti scritti dal L. non passarono inosservati. Anzi, furono immediatamente accolti anche all’estero: tradotta in inglese da P. Sombart e pubblicata nell’autunno del 1922 nella rivista Poet Lore di Boston, La donna di nessuno giunse nei primi anni Venti anche in Francia, soprattutto grazie al significativo interessamento di J.-J. Bernard – a sua volta autore di un “teatro del silenzio” o “dell’inespresso” – e di sua moglie Georgette.
Protagonista de La donna di nessuno è la giovane pittrice Anna, circondata da quattro uomini: il fratello Dino, il pignolo e ombroso Cusano, Giampietro, “non intelligente ma abile”, e Giovannino, “bello come un raggio di sole”. L’amore di Anna è diviso fra Cusano e Giampietro, che finisce per sposare. Come ne L’eroica, è l’imminente nascita di un bambino a far precipitare il dramma. Anna, lacerata da passioni contrastanti, medita un aborto, poi ci ripensa, rinunciando anche all’amore per Cusano. Il L. riesce a costringere la torbida materia sentimentale negli equilibri di uno stile misuratissimo, che suggerisce piuttosto che declamare, cercando di sfuggire al contempo sia alla prosaicità del dialogo naturalista sia a una intonazione dannunziana.
In quegli stessi anni Venti il L. entrò in rapporto con E. Montale, R. Bazlen, G. Debenedetti e altri protagonisti della scena letteraria italiana, e strinse amicizia con scrittori di teatro quali L. Pirandello, P.M. Rosso di San Secondo, U. Betti, e M. Bontempelli. Proprio Pirandello, nel 1929, volle dirigere a Firenze, con Marta Abba nel ruolo della protagonista, Il grillo del focolare, una commedia che il L. aveva scritto in collaborazione con S. Strenkowsky, ispirandosi a un racconto di Ch. Dickens.
Nel 1926, il L., insieme con E. Somaré, fondò Il Quindicinale, fra le prime riviste a segnalare la recentissima pubblicazione degli Ossi di seppia di Montale (Torino 1925) e a ospitare i saggi dedicati dallo stesso Montale alla riscoperta dell’opera di I. Svevo (tra questi una celebre lettura di Senilità). Contemporaneamente, proseguiva un’intensa attività teatrale.
Il L. tentò di andare oltre l’intimismo un po’ asfittico delle prime commedie, intessendo rapporti con l’opera di maestri come A. Čechov, M. Maeterlinck, Bernard, D’Annunzio: gli esiti appaiono incerti, ed è probabilmente proprio l’assorbimento poco convinto e convincente di stilemi dannunziani a rendere disarmonico e provvisorio lo stile dei testi composti dal L. in questo periodo.
Scarso successo ottenne anche la commedia forse più nota di questa fase, La buona novella (Roma, teatro Quirino, ottobre 1923, compagnia Alda Borelli), storia di tre sorelle in un grigio interno di provincia esplicitamente ispirata alle Tre sorelle cecoviane.
Gli esperimenti degli anni Venti fecero, tuttavia, da prologo a futuri successi: Ruota, pièce in cui la sperimentazione di nuove (anche se non più nuovissime) forme sceniche si salda a una cifra stilistica pienamente matura, venne rappresentata a Roma il 23 genn. 1933 (teatro Valle, compagnia di Marta Abba) e si segnalò subito all’attenzione della critica.
“È stata la più bella vittoria riportata, fino ad oggi da Lodovici a teatro” – scrisse S. D’Amico, all’indomani della prima – “Riconosciamo assai lietamente che nel prologo la tecnica cecoviana prediletta dal Lodovici ha dato i risultati migliori: dai piccoli suggerimenti, dalle stucchevoli cadenze, dalle cose grigie e dai suoni indistinti, qui si è creato un clima, espressa una desolazione”. Protagonista della vicenda è Maria, donna ancor giovane e sposata da dieci anni a un marito rozzo e dispotico. Sulla scena l’autore rappresenta la sua reclusione domestica (primo atto) e la sua evasione nel sogno (il secondo, che oggettiva per scene giustapposte le sue fantasie oniriche), fino al drammatico epilogo del terzo atto. Maria, trascinata dalle sue allucinazioni, si getta con trasporto fra le braccia del marito, ma quando torna a rendersi conto della realtà, si suicida gettandosi sotto la macina del mulino.
Nel 1937, al successo di Ruota fece seguito quello de L’incrinatura, subito ribattezzata Isa dove vai? (Genova, teatro Margherita, 19 genn. 1937).
La trama di questa commedia in tre atti appare una sorta di sintesi delle precedenti: al centro dell’attenzione, ancora una volta, un rapporto amoroso ma a tre, quello composto da Isa, suo marito Marco e Luca, un amico di infanzia. L’amichevole intimità fra Isa e Luca, che dura da anni, a un tratto inizia a destare sospetti nel marito, che manifesta alla moglie la sua gelosia; Isa, pur non avendo colpe e pur provando rancore nei confronti di Marco, gli obbedisce, rinunciando per sempre a Luca.
Nel 1935 il L. si trasferì a Roma, dove assunse l’incarico di consulente artistico presso l’Ispettorato del teatro, che mantenne fino al 1953. Dopo il successo di Isa dove vai?, sintesi ed epilogo di un itinerario teatrale, tentò la strada, a lui meno congeniale, del dramma storico. La rappresentazione del Vespro siciliano (Roma, teatro Argentina, luglio 1940) fu accolta tiepidamente sia dal pubblico sia dalla critica; il L. tornò sulle scene solo dieci anni dopo, con un’opera d’occasione, la Caterina da Siena rappresentata da E. Zareschi nel giugno 1950 sul sagrato del duomo della città toscana.
A partire dagli anni Trenta il L., sfruttando la duttilità del suo linguaggio teatrale e la sensibilità stilistica acquisita, aveva intensificato il lavoro di traduzione cui si era dedicato sin dagli anni giovanili.
La vastissima attività in questo campo va dal teatro antico (Aristofane, Plauto) a quello spagnolo (P. Calderón de la Barca, Tirso de Molina, M. de Cervantes), a quello francese (da Molière ad A. Gide) a quello inglese contemporaneo (nel 1940 tradusse Assassinio nella cattedrale di T.S. Eliot); il nome del L. resta comunque legato soprattutto alla traduzione, completata in un ampio arco di anni, di tutto il Teatro di W. Shakespeare (pubblicata integralmente da Einaudi nel 1964).
Significativa è anche l’attività del L. in campo musicale; scrisse infatti libretti per diverse opere, tra cui La scuola delle mogli, da Molière, musicata da V. Mortari (1930; rappr., dopo una revisione: Milano, Piccola Scala, 17 marzo 1959) e La donna serpente, dalla favola di C. Gozzi, musicata da A. Casella (Roma, teatro dell’Opera, 17 marzo 1932).
Nel 1937 il L. aveva debuttato nel cinema scrivendo il soggetto di La fossa degli angeli, regia di C.L. Bragaglia, dramma ambientato nelle cave di marmo di Carrara. Successivamente diede il suo contributo a diversi soggetti e sceneggiature tra cui Ettore Fieramosca di A. Blasetti (1938, collaborando alla sceneggiatura); Tutta la vita in una notte di C. D’Errico (1938, soggetto) trasposizione della sua commedia Ruota; I trecento della Settima di M. Baffico (1942 soggetto).
Nel 1941 venne pubblicata a Roma l’unica raccolta del Teatro del L. (comprendente Ruota, L’incrinatura e La donna di nessuno). Nel secondo dopoguerra il L. assunse l’incarico di critico teatrale per il quotidiano La Giustizia, organo ufficiale del Partito socialista democratico italiano (PSDI). Fino agli ultimi giorni proseguì l’intensa attività di traduttore per Einaudi.
Il L. morì a Roma, il 24 marzo 1968.
Fin dalle opere giovanili appaiono alcune costanti della scrittura teatrale del L.: l’approfondimento dei rapporti fra i personaggi, l’inchiesta sentimentale, la predilezione per le protagoniste femminili, uniche a staccarsi dal coro degli altri personaggi; tutte le sue commedie più importanti si basano su un intrigo sentimentale e sull’analisi psicologica della protagonista. L’intenso rapporto con le avanguardie e i movimenti culturali del primo Novecento non si riflette immediatamente nella sua scrittura teatrale; il primo modello delle sue appassionate indagini di drammi domestici e intrecci amorosi sono autori della fine dell’Ottocento: H. Ibsen e i russi, in particolare Čechov e F. Dostoevskij. L’attenzione per le nuove forme drammatiche si rivela, piuttosto, nella proposta, mai plateale, di innovazioni strutturali e sceniche, nella costante ricerca di un linguaggio vibrante e musicale, in un percorso non scontato, che dalla vicinanza con il caos futurista conduce all’invenzione del “teatro del silenzio”. “Considero l’autore di teatro, se fa sul serio, un umile artigiano, votato a un duro destino” – scrisse il L. (v. Il Messaggero, 4 ag. 1940) in una lettera polemica indirizzata a E. Contini dopo la sua recensione di Vespro siciliano – “C’è bisogno di un coraggio da disperati per non perdersi d’animo giorno per giorno. Altro che rifare Shakespeare!”. Nella stessa lettera il L. indica “una via di salvezza dal teatro egocentrico” – quello delle sue prime opere – “in un ritorno a modelli universali e, specialmente per noi, a quelli del teatro che ha dato il Seicento europeo”.
Fonti e Bibl.: F.M. Martini, Cronache teatrali, Firenze 1924, pp. 247-252; S. D’Amico, Il teatro italiano, Milano 1932, pp. 265-268; R. Simoni, Isa dove vai?, in Corriere della sera, 3 febbr. 1937; D. Fabbri, Vespro siciliano, in Controcorrente, 1940, n. 11; C.V. Lodovici, Una lettera, in Il Messaggero, 4 ag. 1940; D. Fabbri, Il teatro di C.V. L., in Riv. italiana del dramma, V (1941), 3; A. Fiocco, C.V.L., uno e due, in Il Dramma, XVII (1941), 360, p. 48; B. Curato, Sessant’anni di teatro in Italia, Milano 1947, pp. 230-235; I. Sanesi, La commedia, Milano 1954, II, pp. 520 s.; R. Rebora, Il teatro di L., in Sipario, XIII (1955), 111; S. D’Amico, Cronache del teatro, II, Bari 1964, pp. 228-232; R. Radice, Un maestro del silenzio, in Corriere della sera, 26 marzo 1968; D. Fabbri, Il teatro di L., in Persona, settembre-ottobre 1968; Enc. dello spettacolo, VI, coll. 1587-1589.
Alaíde Foppa -Poetessa guatemalteca-Bibliotea DEA SABINA
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una poesia di Alaíde Foppa ,Poetessa guatemalteca.
Alaíde Foppa (1914-1980)-Poetessa, scrittrice e traduttrice guatemalteca. Esule in Messico ,Alaíde Foppa ,Poetessa guatemalteca vi fondò la rivista femminista “Fem”. Tornata in Guatemala per rinnovare il passaporto dopo l’assassinio del figlio, guerrigliero nella EGP, fu rapita in pieno giorno dai corpi paramilitari e presumibilmente assassinata.
IL TEMPO, IV
La mattina mi fa male.
Vorrei
fosse già notte
e il giorno
un’altra goccia
di passato
un’esigenza in meno
di risposta.
Preferisco la notte
che perdona
la mia stanchezza
e promette sogni.
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Breve biografia di Alaíde Foppa (1914-1980)-Poetessa, scrittrice e traduttrice guatemalteca. Esule in Messico ,Alaíde Foppa ,Poetessa guatemalteca vi fondò la rivista femminista “Fem”. Tornata in Guatemala per rinnovare il passaporto dopo l’assassinio del figlio, guerrigliero nella EGP, fu rapita in pieno giorno dai corpi paramilitari e presumibilmente assassinata.
Eugenio Montale: Fuori di casa – Ricciardi 1969 (prima edizione)
Biblioteca DEA SABINA
Eugenio Montale: Fuori di casa – Ricciardi 1969 (prima edizione)
La seconda raccolta di prose di MONTALE EUGENIO. 
Descrizione
Secondo libro di prose montaliane (dopo Farfalla di Dinard), Fuori di casa raccoglie scritti di viaggio che risalgono al periodo 1946-1964: un vero e proprio diario di esperienze di vita composto di servizi giornalistici, appunti, ritratti o racconti minimi. I luoghi visitati vanno dalle natie Cinque Terre ai Paesi europei fino al Medio Oriente; che sia inviato dal suo giornale o in vacanza, Montale osserva il mondo con sguardo curioso e attento: un occhio alle “cose”, l’altro sempre teso a seguire, nelle “cose” stesse, la nascita della propria poesia. Vera miniera di commenti e suggestioni utili per comprendere la poesia montaliana, pur nella varietà delle occasioni che lo hanno generato, questo è un libro di esemplare compiutezza formale. Ricercata prima edizione. Cfr. Gambetti-Vezzosi (Rarità bibliografiche del Novecento italiano, p. 554): “Comprende 49 prose apparse sul Il Corriere della Sera e Il Corriere d’Informazione tra il 14 ott. 1946 e il 7 genn. 1964.
Umberto Saba- Poesia “Città vecchia”-Biblioteca DEA SABINA
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Umberto Saba, Poesia “Città vecchia”-
Città vecchia
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
Dal Canzoniere di Umberto SABA-
Brevissima biografia di Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), è stato un poeta, scrittore e aforista italiano. Il pseudonimo Saba, che in ebraico significa “pane”, è un omaggio alla balia che lo ha allevato nei primi anni di vita e che portava il cognome Sabaz. La madre di Saba, ebrea, è abbandonata dal marito prima della nascita di Umberto (che conoscerà il padre solo nel 1905). Percorre un’irregolare carriera scolastica, finché non si impiega come praticante in un’azienda commerciale. Nel 1903 pubblica a proprie spese la raccolta di versi Il mio primo libro di poesia. Iniziano a manifestarsi i primi sintomi della nevrastenia che lo affliggerà per sempre e che lo porterà, nel 1929, a sottoporsi a terapia psicanalitica presso un allievo di Sigmund Freud. Nel 1921 Saba pubblica tutta la sua produzione poetica in un volume intitolato Canzoniere. Il titolo è poi ripreso anche per la prima edizione del volume pubblicato nel 1945, che raccoglie tutte le opere precedenti. Altre successive liriche confluiscono nell’edizione del 1948 e poi in quella postuma del 1961.
Umberto Saba, poetica
La poetica di Saba è incentrata su una poesia onesta che sappia rivelare il senso profondo delle cose. Non è alla ricerca di parole raffinate ed eleganti, poiché ritiene che la bellezza non debba interessare più della verità. La realtà da cogliere per Saba è quella quotidiana, quella sotto gli occhi di tutti.
La brama è il termine letterario con cui Saba indica il concetto Freudiano di libido, ovvero i desideri irrisolti o perché censurati dalla società o perché condannati dalla stessa persona, racchiusi e sepolti nell’inconscio.
Eugenio Montale-Poesia La casa dei doganieri-Biblioteca DEA SABINA
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Eugenio Montale-Poesia La casa dei doganieri-
La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende…)
Tu non ricordi la casa di questa mia sera.
Ed io non so chi va e chi resta.
Eugenio Montale
Cenni biografici di Eugenio Montale nasce a Genova il 12 ottobre 1896 in una famiglia borghese, ultimo di sei figli, il padre ha una ditta che importa prodotti chimici, in cui via via trovano impiego i figli.
Montale compie studi irregolari, si diploma ragioniere nel 1915. In gioventù per un breve periodo studia canto per diventare baritono.
Prende parte come ufficiale volontario in Trentino agli ultimi mesi della prima guerra mondiale. Dopo la guerra comincia a scrivere poesie e a conoscere scrittori, critici, poeti, artisti. Trascorre le estati nella casa di famiglia a Monterosso al Mare nelle Cinque Terre liguri. Qui conosce Anna degli Uberti, ragazza sedicenne, che il poeta ricorderà in alcune sue poesie come Annetta o Arletta (La casa dei doganieri, Il balcone, Ah). Montale cerca lavoro, non vuole rimanere disoccupato. Conosce nell’inverno 1923-24 Roberto Bazlen (Bobi), intellettuale triestino, che gli fa conoscere le opere di Svevo, Kafka, Musil.
1925-1939: “Ossi di Seppia”, il Gabinetto Vieusseux, Drusilla Tanzi, Irma Brandeis, “Le Occasioni”
Nel 1925 esce a Torino per i tipi del “Baretti” di Pietro Gobetti la prima raccolta di poesie “Ossi di seppia” . Collabora con varie riviste letterarie, su “L’Esame” pubblica “Omaggio a Italo Svevo”. Continua a cercare un impiego a Milano o a Firenze; nell’estate del 1926 è ospite di Svevo a Trieste, conosce anche Saba con cui stringe amicizia. All’inizio del 1927 si trasferisce a Firenze in attesa di un impiego presso la casa editrice Bemporad, collabora con varie riviste letterarie, tra cui “Solaria”, si lamenta della propria paga. Conosce Drusilla Tanzi, chiamata “Mosca”, che diverrà in seguito sua compagna e moglie. Nel 1929 viene assunto come direttore del Gabinetto Vieusseux di Firenze, un’antica istituzione culturale fondata nel 1819 dal banchiere ginevrino Giovan Pietro Vieusseux.
Comincia a viaggiare Parigi, Londra, Vienna. Nella primavera del 1933 conosce Irma Brandeis, una giovane americana sua ammiratrice, inizia una relazione che durerà fino al 1939, quando la giovane donna torna negli Stati Uniti per fuggire dalle leggi razziali, Irma è ebrea.
Nel 1938 perde l’incarico di direttore del Gabinetto Vieusseux perché non è scritto al Partito Nazionale Fascista. Va a vivere con Drusilla Tanzi. Alla fine del 1939 la casa editrice Einaudi pubblica “Le Occasioni” dedicate “a I.B.”, Irma Brandeis.
1940-1956: la guerra, il “Corriere della Sera”, “Finisterre”, “La bufera e altro”.
Durante la guerra vive a Firenze con Drusilla Tanzi, nella loro casa ospitano amici ebrei costretti a nascondersi, Umberto Saba, Carlo Levi; si mantiene lavorando per case editrici e giornali e traducendo autori inglesi e spagnoli. Esce a Lugano nel 1943 “Finisterre” che raccoglie le poesie scritte tra il 1940-42 che poi confluiranno in “La bufera e altro”. Nel 1946 inizia a scrivere per “Il Corriere della Sera” dove viene assunto come redattore nel 1948, scrive articoli, non solo letterari, e “coccodrilli”, nel gergo giornalistico necrologi, pubblica mediamente più di cento articoli l’anno. Gli articoli scritti per il giornale sono pubblicati nelle raccolte “Farfalla di Dinard”, Auto da fé”, “Sulla poesia”, “Fuori di casa”. Si trasferisce a Milano, viaggia per lavoro Londra, Beirut, New York, Strasburgo, Parigi. Nel 1956 esce a Venezia la prima edizione del terzo libro di poesie “La bufera e altro”.
1957-1981: muore la “Mosca”, le lauree honoris causa, il premio Nobel, le ultime raccolte:“Satura”, “Diario del ’71 e del ’72”, “Quaderno di quattro anni”.
Nel 1962 sposa Drusilla Tanzi, che muore l’anno dopo. Continua a lavorare per “Il Corriere” e a viaggiare per conferenze e servizi giornalistici. Riceve la laurea in Lettere e Filosofia honoris causa a Milano e a Roma. Nel 1971 esce “Satura”, nel 1973 “Diario del ’71 e del ’72”. Nel 1975 riceve il Premio Nobel per la Letteratura. Nel 1977 esce l’ultima raccolta di poesie “Quaderno di quattro anni”. Muore a Milano nel 1981, riposa a Firenze accanto alla moglie.
ADA NEGRI-Poesia ” Fiorita di marzo”-Biblioteca DEA SABINA
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una Poesia di ADA NEGRI- Fiorita di marzo
Fiorita di marzo
Casperia(Rieti)- Torna ARTEr.i.e., rassegna di ipotesi espressive.
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Casperia(Rieti)- Torna ARTEr.i.e., rassegna di ipotesi espressive.
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Giovedì 7 settembre, presso il PALCO A, sarà un susseguirsi di performance, cominciano dalle ore 19.00, le Majorettes di Casperia che delizieranno grandi e piccini con loro performance ed una lezione spettacolo aperta a tutti, alle ore 23.00 Raindog in concerto con le loro sonorità electro-pop; alle ore 23.30 presso il PALCO B serata dedicata alla divulgazione scientifica fatta con originalità e freschezza, grazie a Entropy for life in “La storia della vita sulla terra, 75 milioni di anni al minuto”.
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Venerdì 8 settembre, dalle ore 23.30, presso il PALCO A si balla e ci si scatena con La Perros Mojados in concerto, mentre il PALCO B ospita dalle ore 23:30 Carlo Amleto Show con il suo CONSENZAPICANTOUR, uno spettacolo musicale, comico, irriverente, ma allo stesso tempo dotato di una profonda sensibilità.
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Sabato 9 settembre, il PALCO A alle ore 18.00 è dedicato alla danza con Life Dance School, dalle ore 23:00, invece, è tutto per i 30 Anni di Aspra Posse, una delle realtà musicali più longeve ed apprezzate della Sabina, pionieri del movimento reggae hip hop Italiano dal Lontano 1993; ospiti d’eccezione della serata: Lion D, The right stuff and The living harmonies in concerto. Il PALCO B invece dalle ore 23:30 avrà l’onore di ospitare “Io che amo solo te” di Alessandro Di Marco e Lucilla Lupaioli, uno spettacolo intenso, un viaggio eroico, doloroso ed entusiasmante: il percorso verso l’accettazione di sé, non sempre agevole, spesso, anzi, impervio e difficile.
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Domenica 10 settembre, il PALCO A dalle ore 18.00, ospita nuovamente performance di danza con Life Dance School, mentre dalle ore 23.00 si canta, salta e balla con le sonorità folk, rock, prog, ethnic e pop di Falegnameria Marri; il PALCO B dalle 23:30, sarà solcato dai passi di “Imprintings”, spettacolo di danza di Uscite di Emergenza Dance Company, intenso e sensibile, capace di poter stampare nella memoria dello spettatore attimi di esperienza, immagini, suoni, contatti e movimenti.
Goliarda Sapienza -Poesia “L’università di Rebibbia”-
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Goliarda Sapienza -Poesia “L’università di Rebibbia”-
“L’università di Rebibbia”.
A mia madre
Quando tornerò
sarà notte fonda
Quando tornerò
saranno mute le cose
Nessuno m’aspetterà
in quel letto di terra
Nessuno m’accoglierà
in quel silenzio di terra
Nessuno mi consolerà
per tutte le parti già morte
che porto in me
con rassegnata impotenza
Nessuno mi consolerà
per quegli attimi perduti
per quei suoni scordati
che da tempo
viaggiano al mio fianco e fanno denso
il respiro, melmosa la lingua
Quando verrò
solo una fessura
basterà a contenermi e nessuna mano
spianerà la terra
sotto le guance gelide e nessuna
mano si opporrà alla fretta
della vanga al suo ritmo indifferente
per quella fine estranea, ripugnante
Potessi in quella notte
vuota posare la mia fronte
sul tuo seno grande di sempre
Potessi rivestirmi
del tuo braccio e tenendo
nelle mani il tuo polso affilato
da pensieri acuminati
da terrori taglienti
potessi in quella notte
risentire
il mio corpo lungo il tuo possente
materno
spossato da parti tremendi
schiantato da lunghi congiungimenti
Ma troppo tarda
la mia notte e tu
non puoi aspettare oltre
E nessuno spianerà la terra
sotto il mio fianco
nessuno si opporrà alla fretta
che prende gli uomini
davanti a una bara.
Breve biografia di Goliarda Sapienza (1924-1996) nacque a Catania da famiglia socialista rivoluzionaria. A partire dai sedici anni visse a Roma, dove studiò all’Accademia di Arte Drammatica. Negli anni Cinquanta e Sessanta recitò come attrice di teatro e di cinema lavorando, tra gli altri, con Luchino Visconti (in Senso), Alessandro Blasetti e Citto Maselli. Al suo primo romanzo, Lettera aperta (1967), seguirono Il filo di mezzogiorno (1969), L’università di Rebibbia (1983), Le certezze del dubbio (1987) e, postumi, L’arte della gioia (1998), i racconti Destino coatto (2002), Io, Jean Gabin (2010), Il vizio di parlare a me stessa (2011), le poesie Siciliane (2012) e Ancestrale (2013), La mia parte di gioia (2013), Elogio del bar (2014), Tre pièces e soggetti cinematografici (2014), Appuntamento a Positano (2015) e Lettere e biglietti (2021).”
(Dal sito dell’editore Giulio Einaudi)
Finisce anche in carcere, Goliarda Sapienza, per furto. È il 1980. E tutto ciò che scrive fino alla sua morte non uscirà per nessuna casa editrice.
“Il carcere è uno sconosciuto pianeta che pure gira in un’orbita vicinissima alla nostra città. Di questo pianeta tutti pensano di sapere tutto esattamente come la Luna senza esserci mai stati. Perché chi ha avuto la ventura di andarci, appena fuori si vergogna e ne tace o, chi non se ne vergogna s’ostina a considerarla una sventura da dimenticare». Sono queste le parole di Goliarda Sapienza che ci introducono nella città penitenziaria vista dai suoi occhi e raccontata nel suo libro
Fonte -L’Angolo della Cultura- Articolo di Cinzia Rigolli
Antonia Pozzi-DOMANI- Poesia scritta a Milano 27 marzo 1931
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Antonia Pozzi-DOMANI- Poesia scritta a Milano 27 marzo 1931
DOMANI
Se chiudo gli occhi a pensare
quale sarà il mio domani,
vedo una larga strada che sale
dal cuore d’una città sconosciuta
verso gli alberi alti
d’un antico giardino.
Sole, sole violento
e in fondo
le ombrelle nere dei pini
che macchiano l’azzurro.
S’agita nella strada
una folla d’ignoti passanti:
ma nessuno mi guarda,
nessuno mi chiede
di me,
del mio pianto,
di tutto il pianto
che fu versato
quando dovetti lasciare
il mio paese lontano.
Oggi io cammino
senza piangere più
e non m’importa, non m’importa
che l’anima non abbia nulla di suo,
nemmeno più il dolore:
oggi tutta la vita
mi pulsa nel palmo d’una mano,
mi trema in cima alle dita
che serrano teneramente
la manina della mia creatura.
Oh bimbo, bimbo mio non nato,
la tua mamma non sa
che viso avrai,
ma la tua manina la sente
per ogni sua vena
leggera
come un piccolo fiore senza peso.
La mamma oggi è venuta
a prenderti alla scuola
(da così pochi giorni ci vai!
ancora, la mattina,
quando resti là solo,
fai con la bocca un po’ di mestolino);
la mamma oggi è venuta
a prenderti all’uscita
ed ora si ritorna a casa insieme,
adagio,
per non stancare
le tue gambine corte.
Vedi, piccolo: bisogna che saliamo
tutta questa lunga strada.
Quando saremo in cima,
entreremo nel vecchio giardino,
sotto gli alberi neri neri;
lo traverseremo tutto;
usciremo dal piccolo cancello
in fondo all’ultimo viale:
fuori,
sul ciglio del primo prato,
c’è la nostra casa.
Bambino, quando saremo giunti
alla nostra casa,
dopo tanto salire,
io ti solleverò alto da terra,
ti metterò nelle braccia
di chi è lassù ad aspettare,
gli dirò: Vedi,
vedi che cosa ti ho portato?
E l’anima,
donato il suo ultimo dono,
resterà nuda e povera
come la spiga vuota.
Ma tu, tu, creatura,
nelle piccole mani porterai,
fiore della rinuncia mia,
tesoro di tutti gli umani,
una speranza di Bene.
Milano, 27 marzo 1931
Biografia di ANTONIA POZZI (Milano 1912-1938)- Quando Antonia Pozzi nasce è martedì 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e … … Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina. Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima elementare, fa supporre che la bimba frequenti come uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni, la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini. Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.
Gli anni del liceo segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ché nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo: il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita.
Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio, per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente, desta ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”, di M. Hausmann. Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: è il 3 dicembre del 1938.
Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.
Onorina Dino
Biografia tratta da Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima: antologia fotografica,
a cura di Ludovica Pellegatta e Onorina Dino, Ancora, Milano 2007