AGRICOLTURA-L’aratro pesante invenzione che cambiò il mondo dell’agricoltura medievale-
AGRICOLTURA-L’aratro pesante-La grande invenzione che cambiò radicalmente il mondo dell’agricoltura medievale fu quella dell’aratro pesante. In epoca antica e durante l’alto medioevo era ben noto il cosiddetto aratro semplice, uno strumento a vomere (la parte che taglia la terra) simmetrico e in legno che riusciva a malapena a scalfire superficialmente le zolle del terreno e quindi non rimescolava granché la terra, garantendo raccolti di scarsa rilevanza.
Inoltre erano strumenti molto fragili, che poco si adattavano al duro terreno del nord Europa, che in effetti neppure i romani avevano mai coltivato in maniera seria e continuativa (per non parlare dei barbari, che spesso non ci provavano neppure).
Londra, British Library-L’ARATURA
Dal nord della Francia al resto d’Europa
Attorno all’undicesimo secolo, però, nel nord della Francia fece la sua comparsa un nuovo tipo di aratro, chiamato presto aratro pesante, in cui il vomere era asimmetrico, mentre lo strumento in generale era dotato di ruote e, dato che non doveva più essere per forza spinto da un uomo e poteva essere quindi appesantito per farlo entrare più in profondità, necessitava di essere attaccato a buoi o cavalli.
Fu una rivoluzione: l’aratro pesante, come il nome lascia intendere, penetrava più profondamente nel terreno, rimestando completamente le zolle e garantendo una produttività maggiore dei campi. Questo favorì, nel giro di pochi decenni, un poderoso aumento demografico che solo la venuta della peste avrebbe interrotto; inoltre, buoi e cavalli trovarono ampio impiego, anche grazie alle successive invenzioni del giogo frontale per i primi e del collare da spalla per i secondi, portando anche a una sempre più netta distinzione tra contadini ricchi – che potevano permettersi il nuovo aratro, già di per sé costoso, e gli animali che servivano a metterlo in funzione – e contadini poveri.
Le innovazioni agricole nel basso Medioevo
Nel basso Medioevo, a partire dall’anno Mille, l’aumento della produzione agricola porta ad una crescita demografica che favorisce la nascita di nuovi borghi. I maggiori raccolti non solo soltanto favoriti da un miglioramento del clima ma anche dall’introduzione di alcune innovazioni.
La produttività del suolo è in rapporto strettissimo con la quantità e la qualità delle arature. I progressi più significativi sono almeno quattro: l’aratro pesante, il collare da spalla, il ferro da cavallo e il mulino.
L’aratro pesante
L’invenzione dell’aratro pesante aumenta la qualità dell’aratura.
Nei secoli prima del Mille, i contadini utilizzano l’aratro semplice con il vomere in legno temperato che finisce a punta di freccia e si limita a scalfire superficialmente la terra, non rovescia le zolle e richiede un massiccio lavoro manuale con la vanga per completare l’opera. Per il contadino, quindi, la fatica è maggiore.
Tra il XI e il XII secolo, invece, fu inventato un aratro a vomere asimmetrico e versoio di ferro, dotato di avantreno mobile e di ruote. Questo aratro pesante penetrava in profondità e. per mezzo del versoio, ribaltava la zolla.
Nel XII secolo, si iniziò anche ad arare quattro volte all’anno consentendo alla terra di ossigenarsi maggiormente aumentando così la sua fertilità.
Foto e Poesie del Festival Riviviamo il Centro Storico anno 2005-
Immagini e poesie a cura di Paolina Carli-
Arch. Antonio ZACCHIA , Sindaco di Toffia:”…Quando si spengono le luci negli improvvisati palcoscenici per le vie diel Borgo tutto sembra perfino superato! Solo il ricordo delle scene vissute, le immagini dei fotografi Eugenio Spallazzi e Massimo Maccaroni, i racconti e la raccolta di Poesie di Paolina Carli mi rendono profondamente felice!…”
Digitalizzazione a cura dell’Associazione Culturale DEA SABINA
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Padoan: per un’Europa antifascista, di pace, diritti e solidarietà
Siamo di fronte a una crisi della democrazia. Il 27 giugno si è aperta a Bologna la festa nazionale dell’ANPI con un dibattito a cui ha partecipato anche la presidente di Libertà e Giustizia. Con Rosy Bindi, Maurizio Landini, Piero Ignazi e Gianfranco Pagliarulo.
Bologna-Festa degli 80 anni dell’ANPI
Grazie all’ANPI per questo invito. Essere qui, per me, è essere a casa. E dove altro si potrebbe stare, quando in tutta Europa riemergono vecchi e nuovi fascismi? Quando in Italia – dove tutto è cominciato un secolo fa – gli eredi di quella stagione e della sua parte più tetra, la Repubblica Sociale Italiana, sono al governo, unico caso tra i grandi Paesi europei?
Eppure non parlerei, come molti hanno fatto in questi giorni, di un’onda nera. Siamo di fronte a una crisi della democrazia. L’Europa ha dimenticato i Trattati come l’Italia ha dimenticato la Costituzione, e in questa faglia si insinuano e crescono le destre estreme. L’Unione europea, che si dichiara “Spazio di libertà, sicurezza e giustizia”, ha lasciato che a debordare fosse la sicurezza – intesa nella sua accezione più negativa, come costruzione di muri, respingimento, abbandono in mare, retoriche di guerra, interessi di lobby economiche. Ha lasciato che il Parlamento, sua unica istituzione elettiva, fosse messo all’angolo rispetto a Commissione e Consiglio, e che la società civile, motore della democrazia partecipativa promossa dai Trattati, fosse lasciata ai margini. Sta a noi ridare vita alle istituzioni democratiche, non lasciarle sfaldare, costringerle a vere politiche sociali, in ascolto dei reali bisogni cittadini; perché quando a prevalere sono gli interessi egoistici dei governi degli Stati membri, le retoriche populiste, le scorciatoie autoritarie, la destra appare forte, capace di convincere le persone sempre più impoverite e isolate a darle credito.
Tricolore Anpi
In Italia, nonostante un allarmante astensionismo, molti sono i segni di fratture e crepe che corrono nel disegno autoritario dell’estrema destra al governo, e al contempo di un risveglio democratico che si manifesta nel Paese. Un segnale importante è venuto dalle recenti elezioni amministrative, non solo perché sei capoluoghi di Regione su sei sono andati al fronte progressista, o campo largo, ma perché hanno mostrato che, dove si trovano figure capaci di unire su progetti condivisi, come a Perugia, a Civitavecchia, rinasce la partecipazione politica, la volontà di difendere la cosa pubblica, e crolla l’astensionismo.
Di fronte al risultato delle urne, la seconda carica dello Stato ha reagito affermando la volontà di cambiare la legge elettorale con l’eliminazione dei ballottaggi. La ratio è che le normative che non sono funzionali al potere della destra devono essere eliminate.
Una volontà tanto più problematica per chi, avendo mostrato un’attitudine plebiscitaria, afferma di volersi rivolgere direttamente al “popolo”; un’uscita che ricorda la celebra frase di Bertolt Brecht: «Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo».
Anche le affermazioni della presidente Meloni mostrano una tensione contraddittoria: a cercare legittimità popolare, e ad essere al contempo indifferente alla volontà popolare, che sembra valere solo se a lei favorevole. Non dimentichiamo che, dando le spalle la galleria dei ritratti dei passati Presidenti del Consiglio, durante l’annuncio della “madre di tutte le riforme”, si è rivolta direttamente agli “italiani” con un video in cui magnificava la possibilità di scegliere da chi essere governati, anziché lasciare la scelta ai partiti – quasi che nei partiti non fosse cresciuta, e quasi che questa non fosse la base della democrazia rappresentativa.
Ma quando il cammino del “premierato” si è fatto più impervio, ha fatto ricorso a un’espressione che non lascia dubbi: «o la va o la spacca». Ovvero la determinazione a travolgere a ogni costo l’assetto istituzionale disegnato dalla Costituzione del ’48. Salvo poi, alla domanda se intendesse dimettersi in caso di bocciatura della sua riforma in sede di referendum abrogativo, rispondere “chisseneimporta”: un motto degli Arditi divenuto slogan del Ventennio, che afferma la volontà di restare al governo a qualsiasi costo.
Il rapporto con “il popolo”, quel “popolo” a cui ha chiesto di chiamarla per nome persino sulla scheda elettorale, al quale ha creduto di poter far accettare che la governabilità – questa posizione passiva, questa cambiale in bianco data per cinque anni – passasse per la delegittimazione, persino l’irrisione, del Parlamento, dei partiti, della figura del Presidente della Repubblica, e per la cancellazione dei Senatori a vita, non sembra funzionare poi così bene. Stanno a dimostrarlo la crescente affezione e affidamento al Presidente della Repubblica, e la mobilitazione spontanea dei democratici per contrastare il concorso delle tre riforme volute dal governo, disegnerebbe un assetto istituzionale capace di limitare i controlli e i contrappesi sul Potere esecutivo e sul Presidente del Consiglio. Anche a costo di rovesciare il tavolo, con radicali modifiche costituzionali in senso autoritario, e con la criminalizzazione dell’opposizione e del dissenso.
In questa logica, si inseriscono l’attacco frontale all’indipendenza e all’autonomia della Magistratura, perseguito con la riforma della Giustizia, in aperto contrasto con la normativa europea, e il ddl Sicurezza, che introduce il reato di rivolta penitenziaria, applicato anche alla protesta pacifica e non violenta. Con una pena fino a 8 anni di carcere e la perdita dei benefici penitenziari. Senza dimenticare l’emendamento che prevede di togliere all’autorità giudiziaria le indagini per tortura e violenze e affidarle all’avvocatura dello Stato.
Eppure proprio in questo procedere, in questa progressiva perdita della maschera, si vedono i segni di un cedimento: li si vede nelle scivolate rovinose di una classe politica spesso inadeguata, raccolta nella fretta di procedere all’occupazione di ogni minimo spazio di potere (dalla Rai alle istituzioni culturali, dall’Antimafia alle società partecipate) che ha avuto come ultima “hit” l’affermazione del ministro della Cultura, per cui la cosiddetta scoperta delle Americhe si sarebbe basata sulle teorie di Galileo.
Uno stillicidio, un florilegio che sarebbe divertente, non fosse tragico in un Paese tra i primi in Europa per abbandono scolastico e analfabetismo funzionale degli adulti.
Ma questa perdita di serietà, dove chiunque può dire enormità senza scusarsi, alla lunga non paga, in un Paese segnato da preoccupazioni che mettono a rischio il lavoro, la cura, la serenità della vecchiaia, il futuro dei figli.
Così come non paga la semina di proclami, goliardia, oscure minacce, vittimismo, frasi che alludono a slogan del Ventennio , come “tireremo dritto” – il magma cui Giorgia Meloni ci ha abituato, e che meriterebbe una nuova Fenomenologia, come quella di Umberto Eco – che ha raggiunto un nuovo stadio quando la presidente del Consiglio, reduce dallo smacco elettorale italiano e dall’ininfluenza nelle trattative per la scelta delle figure apicali dell’Unione europea, ha diramato un video che trasuda livore, non consono a chi rappresenta un Paese fondatore e tra le maggiori economie dell’Unione: la sinistra «incita alla guerra civile»; «c’è chi mi vorrebbe massacrata e appesa a testa in giù»; la sinistra «ha fatto liste di proscrizione dei parlamentari del Sud».
È un terreno di irrealtà, controproducente per il Paese, che rivela fragilità.
La forza – a questa destra – può dargliela solo la nostra indeterminatezza, la nostra divisione. Il nostro lasciare i cittadini e le cittadine in uno sgomento senza risposte.
Abbiamo davanti una grande battaglia, sapendo che il campo di gioco è truccato, invaso dalla volontà di affermare una democrazia “del capo”, una democrazia “decidente”.
Ma siamo avvertiti. Abbiamo già visto come, in Ungheria, la «democrazia illiberale» promessa dal primo ministro Viktor Orban in un discorso pronunciato nel luglio 2014, abbia preso compiutamente piede. In quel discorso, Orban affermava che i regimi autoritari – come quelli di Russia, Cina e Turchia – sono il futuro. «Dobbiamo abbandonare i metodi e i princìpi liberali nell’organizzazione di una società», dichiarava. «Stiamo costruendo uno Stato volutamente illiberale, uno Stato non liberale».
Vale allora la pena di tenere sempre a mente le parole di Piero Calamandrei, ne Il fascismo come regime della menzogna: tra i partiti, «per i quali la questione costituzionale attinente alla forma dello Stato si presenta al primo posto come premessa necessaria di ogni altra riforma di carattere più sostanziale, fu il fascismo», scriveva, «il quale è stato anzitutto negazione polemica dei metodi costituzionali dello Stato liberale e proposito o velleità di costruire, in luogo di questo, un nuovo meccanismo di legalità, attraverso il quale la volontà dello Stato, cioè il diritto, potesse manifestarsi in maniera più genuina e più energica che non attraverso i logori ingranaggi della libertà, del suffragio popolare e della divisione dei poteri».
Per mettere in salvo i «logori ingranaggi della libertà» è necessaria oggi un’opposizione unita, che sappia parlare con le persone, che non le abbandoni alla semina di propaganda governativa e ai suoi linguaggi incattiviti e irresponsabili.
Dobbiamo tornare alle Vite minuscole, quelle raccontate da Pierre Michon. Come quella raccontata ieri da un amico su Facebook: dopo 26 ore sdraiato su una barella del pronto soccorso, l’anziano padre, finalmente dimesso, gli ha detto: «scusa, lasciamo così, non pieghiamo le lenzuola?»
Esiste un “popolo della Costituzione”. Pronto a tornare in piazza, senza temere il conflitto, senza abbandonare chi confligge. Senza perdere la tenerezza.
Fonte- Libertà e Giustizia- A difesa dei principi costituzionali, dei diritti e della democrazia
Nata il 18 novembre 2002 con una presentazione pubblica al Piccolo Teatro di Milano, tenuta a battesimo da un gruppo di garanti tra cui figuravano Gae Aulenti, Giovanni Bachelet, Enzo Biagi, Umberto Eco, Alessandro Galante Garrone, Claudio Magris, Guido Rossi, Giovanni Sartori e Umberto Veronesi.
Nel suo manifesto costitutivo, dichiarava con lungimiranza la necessità di “dare un senso positivo all’insoddisfazione crescente verso la politica, trasformandola in partecipazione e proposta”, ponendosi come “anello mancante fra i migliori fermenti della società e lo spazio ufficiale della politica”.
Da allora, Libertà e Giustizia è stata presenza e pungolo nella vita politica e culturale del Paese, con le sue grandi battaglie per la democrazia e la difesa della Costituzione, con l’articolazione della sua dirigenza, con i suoi circoli radicati nelle città.
Daniela Padoan, saggista e scrittrice impegnata sulla testimonianza della Shoah e sui diritti umani e ambientali, è stata eletta presidente il 22 aprile 2023. All’atto dell’insediamento si è impegnata a continuare l’opera di cultura politica a difesa della Costituzione, istitutiva di Libertà e Giustizia, rimarcandone il fulcro antifascista, consapevole che “un progressivo svuotamento della rappresentanza e dell’effettività dei diritti è stato compiuto già prima dell’insediamento del governo in carica, ma che ora ci troviamo di fronte al progetto di una riscrittura della storia che non può avere altro nome che revisionismo”.
La nuova Presidente ha chiesto all’assemblea elettiva un mandato ad estendere l’impegno associativo alla dimensione europea e al nesso inscindibile tra giustizia sociale e ambientale, in dialogo costante con movimenti e organizzazioni della società civile.
Daniela Padoan Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice
Daniela Padoan-Presidente Libertà e Giustizia, Scrittrice
Scrittrice, saggista, si occupa da anni di razzismo e dei totalitarismi del Novecento, con particolare attenzione alla testimonianza delle dittature e alle pratiche di resistenza femminile ai regimi.
Attento osservatore dei cambiamenti della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, nonché figura a tratti controversa, suscitò spesso forti polemiche e accesi dibattiti per la radicalità dei suoi giudizi, assai critici nei riguardi delle abitudini borghesi e della società dei consumi allora nascente in Italia (in tal senso definì i membri della borghesia italiana “bruti stupidi automi adoratori di feticci”), così come anche nei confronti del Sessantotto e dei suoi protagonisti (definì questi ultimi “figli di papà” e il Sessantotto un evidente episodio di “sacro teppismo di eletta tradizione risorgimentale”). Il suo rapporto con la propria omosessualità fu al centro del suo personaggio pubblico.[8] Pier Paolo Pasolini, primogenito dell’ufficiale di fanteria bolognese Carlo Alberto Pasolini e della maestra friulana Susanna Colussi di Casarsa della Delizia, nacque nel quartiere Santo Stefano di Bologna il 5 marzo 1922,[9] in via Borgonuovo 4, dove ora c’è una foresteria militare e una targa in marmo che lo ricorda.[10]
Suo nonno Gaspare Argobasto Pasolini, nato nel 1845, era imparentato al ramo secondario dei Pasolini dall’Onda, un’antica famiglia nobile ravennate.[11][12][13][14] Sia il nonno Argobasto che il padre Carlo Alberto erano amanti del gioco d’azzardo, passione che porterà la famiglia alla rovina economica.[15]
Pier Paolo Pasolini
A causa dei frequenti trasferimenti del padre, la famiglia, che da Bologna si era già trasferita a Parma, nel 1923 si stabilì a Conegliano e nel 1925 a Belluno, dove nacque il fratello Guido Alberto. A Belluno venne mandato all’asilo dalle suore, ma dopo pochi giorni si rifiutò di andarci e la famiglia acconsentì.[16] Nel 1927 i Pasolini furono nuovamente a Conegliano, dove Pier Paolo venne iscritto alla prima elementare, non avendo ancora compiuto sei anni.
L’anno successivo traslocarono a Casarsa della Delizia, in Friuli, ospiti della casa materna, poiché il padre era agli arresti per alcuni debiti.[17] La madre, per far fronte alle difficoltà economiche, riprese l’insegnamento. Terminato il periodo di detenzione del padre, ricominciarono i trasferimenti a un ritmo quasi annuale. Fondamentali rimasero i soggiorni estivi a Casarsa.
Pier Paolo Pasolini
«… vecchio borgo… grigio e immerso nella più sorda penombra di pioggia, popolato a stento da antiquate figure di contadini e intronato dal suono senza tempo della campana.[18]»
Nel 1929 i Pasolini si spostarono nella vicina Sacile, sempre in ragione del mestiere del capofamiglia, e in quell’anno Pier Paolo aggiunse alla sua passione per il disegno quella della scrittura, cimentandosi in versi ispirati ai semplici aspetti della natura che osservava a Casarsa.[19] Dopo un breve soggiorno a Idria, in Venezia Giulia (oggi in Slovenia), la famiglia ritornò a Sacile, dove Pier Paolo affrontò l’esame di ammissione al ginnasio. Venne rimandato in italiano, per poi superare la prova a ottobre.[19] A Conegliano cominciò a frequentare la prima classe, ma a metà dell’anno scolastico 1932-1933 il padre fu trasferito a Cremona, dove la famiglia rimase fino al 1935 e Pier Paolo frequentò il Liceo Ginnasio Daniele Manin.[20] Fu questo un triennio di intense fascinazioni e di un precoce ingresso nell’adolescenza, come testimonia il vibrante tratto autobiografico Operetta marina, scritto alcuni anni più tardi e pubblicato postumo insieme a Romàns.
Successivamente il padre ebbe un nuovo trasferimento a Scandiano, con gli inevitabili problemi di adattamento per il tredicenne, causati anche dal cambiamento di ginnasio a Reggio Emilia, che raggiungeva in treno.[19]
PIER PAOLO PASOLINI
In Pier Paolo crebbe la passione per la poesia e la letteratura, mentre lo abbandonava il fervore religioso del periodo dell’infanzia. Completato il ginnasio a Reggio Emilia, frequentò il Liceo Galvani di Bologna, dove incontrò il primo vero amico della giovinezza, il reggiano Luciano Serra. A Bologna, dove avrebbe trascorso sette anni, Pier Paolo coltivò nuove passioni, come quella del calcio, e alimentò la sua passione per la lettura comprando numerosi volumetti presso le bancarelle di libri usati sotto il portico della Libreria Nanni, circa di fronte a piazza Maggiore. Le letture spaziavano da Dostoevskij, Tolstoj e Shakespeare ai poeti romantici del periodo di Manzoni.[19]
Al Liceo Galvani di Bologna fece conoscenza con altri amici, tra i quali Ermes Parini, Franco Farolfi, Sergio Telmon,[21]Agostino Bignardi, Daniele Vargas, Elio Melli, e con loro costituì un gruppo di discussione letteraria. Intanto la sua carriera scolastica proseguiva con eccellenti risultati e nel 1939 venne promosso alla terza liceo con una media tanto alta da indurlo a saltare un anno per presentarsi alla maturità in autunno. Si iscrisse così, a soli diciassette anni, alla Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna e scoprì nuove passioni culturali, come la filologia romanza e soprattutto l’estetica delle arti figurative, insegnata al tempo dall’affermato critico d’arte Roberto Longhi,[22] laureandosi con lode.[23][24]
Pier Paolo Pasolini
Frequentava intanto il Cineclub di Bologna, dove si appassionò al ciclo dei film di René Clair; si dedicò allo sport e fu nominato capitano della squadra di calcio della Facoltà di Lettere;[22] faceva gite in bicicletta con gli amici e frequentava i campeggi estivi che organizzava l’Università di Bologna. Con gli amici – l’immagine da offrire ai quali era sempre quella del “noi siamo virili e guerrieri”, perché non percepissero nulla dei suoi travagli interiori – si incontrava, oltre che nelle aule dell’Università, anche nei luoghi istituiti dal regime fascista per la gioventù, come il GUF, i campeggi della “Milizia”, le competizioni dei Littoriali della cultura.[22] Procedevano in questo periodo le letture delle Occasioni di Montale, di Ungaretti e delle traduzioni dei lirici greci di Quasimodo, mentre fuori dall’ambito poetico leggeva soprattutto Freud e ogni cosa che fosse disponibile in traduzione italiana.[22]
Pier Paolo Pasolini
Nel 1941 la famiglia Pasolini trascorse come ogni anno le vacanze estive a Casarsa e Pier Paolo scrisse poesie che allegava alle lettere per gli amici bolognesi tra i quali, oltre l’amico Serra, erano inclusi Roberto Roversi e il cosentinoFrancesco Leonetti, verso i quali sentiva un forte sodalizio:
«L’unità spirituale e il nostro modo unitario di sentire sono notevolissimi, formiamo già cioè un gruppo, e quasi una poetica nuova, almeno così mi pare.[25]»
Il padre era stato richiamato in servizio ed era partito per l’Africa Orientale, dove verrà fatto prigioniero dagli inglesi.[26] I quattro giovani pensarono di fondare una rivista dal titolo Eredi alla quale Pasolini volle conferire un programma sovraindividuale:
«Davanti a Eredi dovremo essere quattro, ma per purezza uno solo.[25]»
La rivista non vedrà la luce a causa delle restrizioni ministeriali sull’uso della carta, ma quell’estate del 1941 rimarrà per i quattro amici indimenticabile. Cominciarono intanto ad apparire nelle poesie di Pasolini alcuni frammenti di dialogo in friulano, anche se le poesie inviate agli amici continuavano a essere composte da versi improntati alla letteratura in lingua italiana.
Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini- da “Le ceneri di Gramsci”
“Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l’urna, sul terreno cereo,
diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei
morti: Le ceneri di Gramsci… Tra
speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi
alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato
e anche di più umile, ebbra simbiosi
d’adolescente di sesso con morte…)
E, da questo paese in cui non ebbe posa
la tua tensione, sento quale torto
– qui nella quiete delle tombe – e insieme
quale ragione – nell’inquieta sorte
nostra – tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.”
– Pier Paolo Pasolini, da “Le ceneri di Gramsci”-Pier Paolo PASOLINI
con testo introduttivo del Prof. Carlo Spartaco Capogreco,
Mimesis editore
Quell’Italietta fascista, razzista e ipocrita
Articolo di Anna Longo, giornalista Rai
Un diario letterario da dentro un “campo del duce”, la fotografia dell’Italietta fascista, la rimozione e la riscoperta del libro e della figura della sua autrice. Il testo di Maria Eisenstein,che pubblica Mimesis comprende tutto questo, cioè non solo lo scritto di Maria Eisenstein, ma anche un saggio introduttivo che descrive l’appassionante ricerca condotta da Carlo Spartaco Capogreco sulle tracce della giovane ebrea e delle persone che lei incontra e presenta. Nell’insieme una lettura che cattura, sorprende, emoziona, e spesso indigna.
L’internata n. 6”, di Maria Eisnstein
Maria nasce a Vienna da una famiglia di origine polacca il 22 settembre 1914. Giunge in Italia nel ’36 per studiare le “belle lettere” a Firenze, e qui si laurea nel ’39 con una tesi in letteratura tedesca. È colta, intelligente, bella. Nel 1940, dopo l’entrata in guerra dell’Italia, viene catturata e condotta nel campo di concentramento femminile di Lanciano, in Abruzzo. Sui cinque mesi di internamento scrive appunti incisivi, precisi, spietati anche verso se stessa. Vi troviamo tutta l’insensatezza del meccanismo della segregazione che nel caso di Lanciano produsse una sconfortante “accozzaglia” (la definizione è di Maria) di 75 donne estranee l’una all’altra, che parlavano lingue diverse, senza nulla in comune se non il disagio di una convivenza forzata e troppo intima. La tragica fissazione del fascismo di perseguitare prostitute, omosessuali, slavi, ebrei, zingari, oppositori politici reali o sospetti, di scovare spie e di punirle, portò tra il 1940 e il ’43 all’istituzione di una cinquantina di campi di internamento, a volte costruiti ex novo, spesso insediati in edifici esistenti approssimativamente riadattati. A Lanciano si scelse la “Villa Sorge”, una casa malandata presa in affitto, per una cifra sostanziosa, dal regime.
L’internata n. 6”, di Maria Eisnstein ed. 1944
Maria riflette sull’incomunicabilità, sull’impossibilità della solidarietà, sulla paura. “Più mi agito e più mi pare di essere in un mondo fittizio, non vero. O meglio: meno mi pare di essere io, in quel mondo” Non è lei, è il “6” colei che vive nel campo. Maria è nascosta, viene fuori solo di sera, e la sera trova “il coraggio di avere paura”. Maria, a differenza della maggior parte delle altre recluse, è consapevole dell’odio assoluto e assurdo di Hitler per tutti gli ebrei, percepisce il pericolo dello sterminio, del genocidio. La sua anima sensibile è continuamente offesa non solo dalla dimensione alienante dell’internamento, che abbrutisce e violenta la personalità di tutte, anche di quelle più forti, ma anche dalla miseria dei comportamenti di chi lo gestisce, le ruberie, la corruzione, i ricatti, l’ipocrisia. Lo stesso fuori dal campo, dove troviamo opportunismo, maschilismo, mediocrità. Si approfitta della presenza delle donne di Villa Sorge per alzare i prezzi dei prodotti in vendita. Come ha detto Elisa Guida in una delle presentazioni del libro (a Roma, alla Casa della Memoria, il 28 gennaio 2016) nel diario di Maria Eisenstein “la grande storia passa per le piccole storie, non c’è confine tra pubblico e privato, e l’Italietta fascista ne esce demolita”.
Non deve stupire dunque più di tanto il fatto che “L’internata n.6”, il libro/diario pubblicato nell’ottobre del ’44 nella Roma appena liberata, sia poi di fatto scomparso. Un’opera del genere cozzava con il mito del “bravo italiano”. Si deve a Carlo Spartaco Capogreco e a Gianni Giovannelli il merito di averlo recuperato. Un libro bellissimo e importante, per conoscere il nostro passato e per riflettere su come certe attitudini amorali rischiano sempre di produrre un certo fascismo di ritorno.
Non ci lasceremo mai. Nella Resistenza e nella memoria- articolo di Amalia Perfetti
Questo è un libro prezioso, come lo sono i libri che raccontano le storie delle donne e degli uomini che hanno partecipato alla lotta di Liberazione del nostro Paese. Questo vale per chi scrive, ma penso di poter parlare anche a nome di quante e quanti come me hanno l’onore di conoscere Iole Mancini. Feltrinelli Editore “Un Amore partigiano” ha però un valore aggiunto. Tante volte abbiamo sentito questa straordinaria ragazza di 102 anni raccontare dei terribili giorni a via Tasso; tante volte l’abbiamo sentita descrivere la “fame nera” di quei nove lunghissimi mesi dell’occupazione di Roma, ma anche dell’amore per il suo Ernesto, Ernesto Borghesi, uno dei gappisti romani. Ed è bello sapere che ora i ricordi di Iole sono anche lì, nero su bianco, e possiamo condividerli tutte le volte che vogliamo.
Iole Mancini.Un amore partigiano
L’amore per Ernesto è il protagonista principale del libro, è il titolo a segnalarcelo subito e lei ci tiene moltissimo. Un sentimento nato in vacanza, in spiaggia, come nascono tanti amori. Era l’estate del 1937, alle Grotte di Nerone di Anzio, Iole aveva 17 anni. Ricorda tutto di quel momento e lo racconta a Concetto Vecchio che in questo libro ha raccolto le memorie di Iole. E questa è un po’ una storia nella storia: quella dell’incontro tra il giornalista e la partigiana. Quella tra Vecchio e Mancini doveva essere un’intervista per il 25 aprile del 2021 ma si è trasformata in un libro e in un’amicizia. Mesi di incontri, chiacchierate, ricordi, fotografie, letture, ricerche. Nel volume ritroviamo insieme alla narrazione della storia di Iole e di Ernesto, quella dei mesi della lotta di Liberazione a Roma e dell’amicizia che nasce tra il 2021 e il 2022 e si cementa a ogni presentazione. Lo abbiamo visto alla prima che si è svolta a Roma, presso la Casa della memoria e della storia, lo scorso 29 aprile e a quella di Colleferro il 3 giugno successivo. Tra loro è un dialogo che sul filo del racconto, del ricordo e dell’intesa continua oltre il libro. In qualche modo il libro, che pure è intenso, ricco di particolari, emozionante, è come se fosse l’inizio di un ragionamento ininterrotto.
Iole è generosa e attenta nel libro come nelle presentazioni (che ha fatto e vuole continuare a fare) nelle quali con i suoi occhi vispi cerca lo sguardo delle ragazze e dei ragazzi. Ed è a loro che vuole parlare in particolare: “raccontare quelle terribili storie, quei mesi così crudeli è importante – inizia così l’intervento di Iole nella presentazione romana –, perché i giovani non lo sanno, non conoscono la Resistenza e allora bisogna spiegare a loro com’era nata, come si è sviluppata in tutta Italia spontaneamente”, o ancora come scrive nel libro che “i giovani devono capire cos’è la dittatura, che può sempre tornare, sotto altre forme. Non immaginano neanche minimamente quel che abbiamo patito nei nove mesi dell’occupazione nazifascista, che tempo infame!”.
Il libro è un continuo intreccio tra la storia d’amore di Iole ed Ernesto e le azioni coraggiose dei gappisti romani, di una città che si ribella e fa rete; e poi gli arresti, le fucilazioni, l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Iole ed Ernesto si sposano “nell’ora più buia di Roma” il 5 marzo 1944: pochi giorni prima era stata uccisa Teresa Gullace, qualche giorno dopo, il 7 marzo, a Forte Bravetta sarebbero stati fucilati per rappresaglia dieci partigiani, tra i quali Giorgio Labò, Guido Rattoppatore e Toto Bussi. Erano giorni di paura e fame, resta difficile per noi oggi pensare di sposarsi proprio in quel clima. “Perché – chiede Vecchio a Iole Mancini – celebrare il matrimonio proprio in quel momento livido, con gli Alleati sbarcati ad Anzio da due mesi ma incapaci di avanzare verso la Capitale? I nazisti, sempre più efferati, davano la caccia agli oppositori con rastrellamenti a tutte le ore”. “Proprio per questo! – risponde la partigiana – per essere almeno marito e moglie nel caso fosse avvenuto l’irreparabile”.
Per Iole ed Ernesto non avvenne l’irreparabile, ma furono mesi sempre più difficili, segnati prima l’arresto di lui poi dalla fuga e poco dopo dall’arresto di Iole che finisce a via Tasso per 10 lunghissimi giorni: lei resiste, non parla, continua a dire – è Priebke a interrogarla – che Ernesto “sta a regina Coeli”.
Arriverà il 4 giugno 1944, la Liberazione di Roma. Sarà il destino a salvare Iole, ma è una storia, questa, che si deve leggere o ascoltare con le parole di una testimone straordinaria di mesi difficili, lunghissimi, ma nei quali si costruiva la libertà. E Iole ricorda sempre che “la libertà è una parola per me preziosa, perché significa la vita”. In questo libro di vita ce n’è tanta, quella difficile dei tempi difficili e bui nei quali però mai era venuta meno la speranza di un mondo migliore. Le parole di Iole ci invitano a continuare a farlo e a non abbassare mai la guardia, a partecipare.
Abbiamo bisogno di leggere e conoscere storie come quelle di Iole Mancini, che magari faranno venire la voglia di saperne di più e di guardare le città e i luoghi in cui viviamo con occhi diversi e riconoscenti, proprio come dice Concetto Vecchio parlando di Roma dopo averla “percorsa” attraverso gli occhi di Iole e di quante e quanti hanno raccontato quei mesi terribili sì, ma di solidarietà, speranze, coraggio e amore.
Amalia Perfetti, presidente della sezione Anpi Colleferro “La Staffetta Partigiana” e componente della presidenza Anpi provinciale di Roma-
Fonte–Patria Indipendente- Periodico dell’ANPI-Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
ANPI –Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Foto Gallery
Roma, Casa della memoria e della storia. Al centro Iole Mancini e Concetto Vecchio, con loro Marina Pierlorenzi, vicepresidente comitato provinciale Anpi Roma, che ha moderato l’incontro, e Fabrizio De Sanctis, presidente del comitato provinciale Anpi Roma e dirigente nazionale dell’associazione dei partigiani-Colleferro (RM). Iole Mancini e Concetto Vecchio insieme ad Amalia Perfetti (in piedi con il fazzoletto Anpi al collo), presidente della sezione locale dei partigiani e autrice della recensione, e a tanti giovani che non sono voluti mancare alla presentazione del libro-Iole ed Ernesto sposiUna bellissima foto di Iole Mancini, ragazza partigiana di 102 anni…ANPI- Comitato antifascista della SABINA
-Valentina Bandiera-Il Petrarca nel III millennio Dal Secretum al regresso emotivo-
-Divergenze Edizioni-
“Il Francesco Petrarca nel III Millennio” è un saggio breve, che indaga la scienza dei rapporti e delle funzioni che animarono il dissidio del poeta, alla luce degli sviluppi attuali. Un’analisi che va dal Secretum all’odierno incubo del regresso emotivo-
Francesco Petrarca,come altri autori, è noto al grande pubblico per aver perso la testa per una donna. Un venerdì santo del 1327, il sei aprile per la precisione, l’allora ventitreenne vide Laura in una chiesa e cominciò a lodarla… e lo fece anche dopo un altro tragico venerdì, quello della sua morte causata dalle peste.
Valentina Bandiera
Petrarca, non è però solo l’autore del “Canzoniere” con le poesie in vita e in morte di Madonna Laura, è una delle tre corone, è il padre dell’Umanesimo, è il primo poeta laureato e anche il primo filologo.
Petrarca ha scritto opere di rilievo in volgare pur riuscendo a elaborare tesi (come dissidi) anche in latino. Già questa premessa basterebbe per voler conoscere più approfonditamente uno dei pilastri della letteratura italiana, ed è questo l’obiettivo di Valentina Bandiera con “Il Petrarca nel III millennio. Dal Secretum al regresso emotivo”, edito da Divergenze.
Si tratta di un saggio breve e conciso che racconta la vita e le opere di Petrarca, offrendo numerosi spunti per poterne cogliere l’attualità.
In ottanta pagine l’autrice sintetizza il percorso biografico e autoriale mettendo a disposizione del lettore la sua conoscenza approfondita del Petrarca e offrendo allo stesso tempo una visione moderna per creare delle connessioni significative con la contemporaneità.
Non a caso Petrarca rimarrà un modello imprescindibile per secoli, riuscendo a arrivare fino al Novecento e tuttora è ancora possibile scorgere un’eco in qualche poeta più contemporaneo.
Petrarca è stato anche un grande romanziere di se stesso, producendo una notevole quantità di scritti attorno alla sua persona, disseminando parti di sé in lettere e opere, come nel suo famoso confessionale, il “Secretum” un testo che ha poco da invidiare ai diari psicanalitici.
Petrarca ci ha fornito numerose informazioni, provando anche a sviarci di tanto in tanto, riscrivendo e correggendo la sua biografia come forse avrebbe fatto con la sua vita. La sua non era una radicale revisione, piuttosto un voler aggiustare e limare qualche dettaglio per aderire a quel modello di perfezione a cui tanto anelava. Petrarca è stato un uomo in crisi che è riuscito a portare il pesante fardello medievale e allo stesso tempo proiettarsi verso l’umanesimo.
Questo, di pari passo alla sua incredibile modernità nell’autoanalizzarsi e nello scendere nei propri abissi, lo rende a tutt’oggi un autore godibilissimo.
Petrarca ha cantato l’instabilità dei sentimenti, rendendo partecipe il lettore di quell’impossibilità spirituale di affrontare il dolore e spesso di accettare la gioia ma con quella capacità di trasformare le emozioni in immagini e in suoni rendendole così eterne.
Il Petrarca nel III millennio. Dal Secretum al regresso emotivo
di Valentina Bandiera Edito Divergenze, 2020 divergenze.eu
ROMA-Il 24 marzo 1944 l’eccidio delle Fosse Ardeatine
– furono trucidati dai nazisti n° 335 italiani-
-Tutte le foto delle Vittime-
Roma- 24 marzo 1944 l’eccidio delle Fosse Ardeatine le foto delle Vittime
L’Eccidio delle Fosse Ardeatine-Il 23 marzo 1944, in un’azione di guerra in via Rasella a Roma, un gruppo di partigiani uccideva 33 soldati nazisti e ne feriva 38. Pronta la risposta tedesca: per ogni soldato ucciso sarebbero stati eliminati dieci italiani. Il giorno dopo, 24 marzo, 335 uomini, scelti a caso dalle truppe di occupazione tedesca tra prigionieri politici, tradotti dal carcere di via Tasso, ebrei e civili furono giustiziati. Le vittime vennero poi gettate nelle antiche cave di pozzolana situate a ridosso di via Ardeatina che vennero poi fatte brillare su ordine di Kappler per occultare la carneficina.
I movimenti di automezzi nei pressi del luogo dell’eccidio e le successive esplosioni furono però uditi da alcuni religiosi che si trovavano nelle vicinanze in qualità di guide alle catacombe. Durante la notte, i frati entrarono nelle cave e scoprirono i corpi ammassati uno sull’altro.
Per commemorare il tragico evento, e offrire degna sepoltura ai martiri della resistenza, il governo post-liberazione decise di “erigere sul luogo della vendetta tedesca un monumento a perenne ricordo dei Martiri e di tutti i caduti della guerra di Liberazione”. A questo scopo, nel settembre 1944, il Comune di Roma indisse un concorso – il primo dell’Italia democratica – per l’edificazione di un mausoleo da consacrare simbolo della Resistenza alle violenze del Reich.
I vincitori del concorso, gli architetti Giuseppe Perugini, Nello Aprile e Mario Fiorentini, progettarono un semplice parallelepipedo cavo in cemento a protezione dei sacelli dei martiri posti fuori terra ma in stretto collegamento con il luogo dell’eccidio.
La costruzione del sacrario iniziò il 22 novembre 1947. Nel 1949, il Mausoleo fu inaugurato solennemente in occasione del quinto anniversario della strage. Da allora, ogni 24 marzo, l’evento viene commemorato al cospetto di autorità, associazioni partigiane e di deportati, studenti e comuni cittadini, mentre i nomi delle 335 vittime vengono scanditi ad alta voce.
La suggestiva cancellata da cui si accede al mausoleo è opera dello scultore e pittore Mirko Basaldella. Il senso che assume è altamente simbolico di una scena di feroce massacro tratteggiato dalle figure disperatamente contorte che vi sono rappresentate.
L’imponente gruppo scultoreo in travertino posto sul piazzale è opera dello scultore di Francesco Coccia, e rappresenta tre personaggi a simbolo delle tre età. I corpi ritratti sono orientati rispettivamente verso le cave, verso il luogo delle sepolture e verso il piazzale, come a indicare il percorso al visitatore.
Il film Roma città aperta, struggente capolavoro diretto da Roberto Rossellini nel 1945, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi ricorda quei tragici avvenimenti. Aldo Fabrizi è don Pietro, figura che ricorda i due religiosi, Don Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta, e Don Pietro Pappagallo, ucciso nelle Fosse Ardeatine. Anna Magnani, invece, è Pina, la moglie incinta di Fabrizio, uno dei prigionieri condotti alle Fosse Ardeatine. Per cercare di salvarlo, insegue il camion sul quale è stato caricato, ma viene falciata da una raffica di mitra.
L’eccidio delle Fosse Ardeatine fu l’uccisione di 335 civili e militari italiani, prigionieri politici, ebrei o detenuti comuni, trucidati a Roma il 24 marzo 1944 dalle truppe di occupazione tedesche come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, compiuto il 23 marzo da membri dei GAP romani, in cui erano rimasti uccisi 33 soldati del reggimento “Bozen” appartenente alla Ordnungspolizei, la polizia tedesca. L’eccidio non fu preceduto da alcun preavviso da parte tedesca.[1]
Per la sua efferatezza, l’alto numero di vittime e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, l’eccidio delle Fosse Ardeatine divenne l’evento-simbolo della durezza dell’occupazione tedesca di Roma. Fu anche la maggiore strage di ebrei compiuta sul territorio italiano durante l’Olocausto; almeno 75 delle vittime erano in stato di arresto per motivi razziali.[2][3]
Le Fosse Ardeatine, antiche cave di pozzolana situate nei pressi della via Ardeatina, scelte quale luogo dell’esecuzione e per occultare i cadaveri degli uccisi, nel dopoguerra sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale. Sono oggi visitabili e sono luogo di cerimonie pubbliche in memoria.
Sottoposta pro forma alla sovranità della RSI, mantenendo lo status di “città aperta”, Roma era in realtà governata di fatto solo dai comandi germanici e lo divenne anche formalmente dopo lo sbarco di Anzio, il 22 gennaio 1944, quando l’intera provincia romana venne dichiarata “zona di operazioni”. Il feldmarescialloAlbert Kesselring, comandante tedesco del fronte meridionale, nominò capo della Gestapo di Roma, conferendogli direttamente il controllo dell’ordine pubblico in città, l’ufficiale delle SSHerbert Kappler, già resosi protagonista della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 16 ottobre 1943, di 1.023 ebrei romani verso i campi di sterminio.
La campagna del terrore avviata da Kappler, con frequenti rastrellamenti ed arresti di antifascisti e semplici sospetti nelle varie carceri romane (fra cui il più tristemente famoso fu quello di via Tasso), sgominò nell’inverno 1943-44 quasi ogni gruppo della Resistenza romana, che si ritrovò a perdere prima gli elementi militari, quindi quelli comunisti dissidenti di “Bandiera Rossa“. Anche gli aderenti a “Giustizia e Libertà” e al Partito Socialista e i sindacalisti socialisti (come Bruno Buozzi) subirono forti decimazioni negli arresti compiuti dalle varie forze di polizie tedesche, dalla polizia italiana fascista e dalle bande italiane sotto controllo germanico (come la Banda Koch). Solo i GAPcomunisti riuscivano a mantenere una buona efficienza operativa.
Il fatto che Roma venisse a trovarsi nelle immediate retrovie del fronte ingenerò la convinzione che la città fosse pienamente teatro di guerra. È in questo contesto che i quadri comunisti della Resistenza romana giunsero alla determinazione di reagire con le armi e di attaccare militarmente l’occupante con un’azione che avesse un forte valore simbolico: venne infatti scelto come data il 23 marzo, anniversario della fondazione dei fasci di combattimento.
Roma- 24 marzo 1944 l’eccidio delle Fosse Ardeatine le foto delle VittimeRoma- 24 marzo 1944 l’eccidio delle Fosse Ardeatine le foto delle Vittime
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Il 24 marzo 1944 l’eccidio delle Fosse Ardeatine: Tutte le foto delle Vittime-vengono trucidati dai nazisti n° 335 italiani: civili, militari, ebrei, prigionieri politici e comuni. Le foto che vedete provengono sono custodite nel volume LE FOSSE ARDEATINE di ATTILIO ASCARELLI– Edito dall’ ASSOCIAZIONE NAZIONALE TRA LE FAMIGLIE ITALIANE DEI MARTIRI CADUTI PER LA LIBERTA’ DELLA PATRIA– Volume a cura della Presidenza nazionale – anno 1989-
Mausoleo delle Fosse Ardeatine Il 23 marzo 1944, in un’azione di guerra in via Rasella a Roma, un gruppo di partigiani uccideva 33 soldati nazisti e ne feriva 38. Pronta la risposta tedesca: per ogni soldato ucciso sarebbero stati eliminati dieci italiani. Il giorno dopo, 24 marzo, 335 uomini, scelti a caso dalle truppe di occupazione tedesca tra prigionieri politici, tradotti dal carcere di via Tasso, ebrei e civili furono giustiziati. Le vittime vennero poi gettate nelle antiche cave di pozzolana situate a ridosso di via Ardeatina che vennero poi fatte brillare su ordine di Kappler per occultare la carneficina.
I movimenti di automezzi nei pressi del luogo dell’eccidio e le successive esplosioni furono però uditi da alcuni religiosi che si trovavano nelle vicinanze in qualità di guide alle catacombe. Durante la notte, i frati entrarono nelle cave e scoprirono i corpi ammassati uno sull’altro.
Per commemorare il tragico evento, e offrire degna sepoltura ai martiri della resistenza, il governo post-liberazione decise di “erigere sul luogo della vendetta tedesca un monumento a perenne ricordo dei Martiri e di tutti i caduti della guerra di Liberazione”. A questo scopo, nel settembre 1944, il Comune di Roma indisse un concorso – il primo dell’Italia democratica – per l’edificazione di un mausoleo da consacrare simbolo della Resistenza alle violenze del Reich.
I vincitori del concorso, gli architetti Giuseppe Perugini, Nello Aprile e Mario Fiorentini, progettarono un semplice parallelepipedo cavo in cemento a protezione dei sacelli dei martiri posti fuori terra ma in stretto collegamento con il luogo dell’eccidio.
La costruzione del sacrario iniziò il 22 novembre 1947. Nel 1949, il Mausoleo fu inaugurato solennemente in occasione del quinto anniversario della strage. Da allora, ogni 24 marzo, l’evento viene commemorato al cospetto di autorità, associazioni partigiane e di deportati, studenti e comuni cittadini, mentre i nomi delle 335 vittime vengono scanditi ad alta voce.
La suggestiva cancellata da cui si accede al mausoleo è opera dello scultore e pittore Mirko Basaldella. Il senso che assume è altamente simbolico di una scena di feroce massacro tratteggiato dalle figure disperatamente contorte che vi sono rappresentate.
L’imponente gruppo scultoreo in travertino posto sul piazzale è opera dello scultore di Francesco Coccia, e rappresenta tre personaggi a simbolo delle tre età. I corpi ritratti sono orientati rispettivamente verso le cave, verso il luogo delle sepolture e verso il piazzale, come a indicare il percorso al visitatore.
Il film Roma città aperta, struggente capolavoro diretto da Roberto Rossellini nel 1945, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi ricorda quei tragici avvenimenti. Aldo Fabrizi è don Pietro, figura che ricorda i due religiosi, Don Giuseppe Morosini, fucilato a Forte Bravetta, e Don Pietro Pappagallo, ucciso nelle Fosse Ardeatine. Anna Magnani, invece, è Pina, la moglie incinta di Fabrizio, uno dei prigionieri condotti alle Fosse Ardeatine. Per cercare di salvarlo, insegue il camion sul quale è stato caricato, ma viene falciata da una raffica di mitra.
Roma-In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua che ricorre il prossimo 22 marzo, la Sovrintendenza Capitolina propone diversi appuntamenti per scoprire e approfondire la conoscenza del patrimonio culturale di Roma legato al tema dell’acqua, anche con traduzione in Lingua dei Segni Italiana. L’iniziativa è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Servizi museali a cura di Zètema Progetto Cultura.
Due gli appuntamenti nei musei: al Museo della Repubblica Roma e memoria garibaldina è protagonista l’insolita figura di un Garibaldi marinaio, mentre al Museo Barracco si illustra lo stretto legame dell’acqua con il culto divino.
Non mancano le proposte di itinerari alla scoperta di luoghi quali le pendici del Celio con le sue antiche leggende sulle ninfe dell’acqua, e i Trofei di Mario, presso i quali saranno svelati segreti e curiosità sul funzionamento della distribuzione idrica nell’antica Roma. A Fontana di Trevi un accesso eccezionale ai locali tecnici in collaborazione con ACEA offre l’opportunità di conoscere le attività necessarie alla sua manutenzione.
Da Piazza della Minerva parte un itinerario dedicato alla scoperta delle numerose lapidi idrometriche che ricordano l’altezza raggiunta dal Tevere in occasione delle esondazioni che la Città Eterna ha subito nel corso dei secoli; il Ninfeo degli Annibaldi riporta allo splendore delle dimore aristocratiche dell’antica Roma e una passeggiata tra Piazza Navona e Piazza Farnese si snoda tra luoghi di giochi e divertimenti popolari, tra fontane monumentali e storie di navi e laghi artificiali.
IL TRIONFO DELL’ACQUA: IL NINFEO ALL’ESQUILINO
Ore 10.00, 60′, 10 persone
Trofei di Mario – Piazza Vittorio Emanuele (ingresso lato Via Carlo Alberto del giardino Nicola Callipari)
A cura di Letizia Silvestri
Il ninfeo di Alessandro Severo, conosciuto oggi con il nome di “trofei di Mario”, era un castello di distribuzione dell’acqua agli edifici imperiali, ai privati cittadini che ne facevano richiesta e alle fontane pubbliche.
UN MARINAIO DI NOME GARIBALDI
Ore 11.00, 90′, 15 persone
Museo della Repubblica Roma e memoria garibaldina
A cura di Mara Minasi e le volontarie del servizio civile universale
Pochi sanno che Giuseppe Garibaldi prima di essere l’eroico condottiero fautore dell’Unità d’Italia, è stato un abile marinaio. In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua scopriamo insieme le rotte navali che hanno portato in giro per il mondo il giovane Garibaldi.
Visita con LIS
IL TEVERE INQUIETO. 800 ANNI DI INONDAZIONI
Ore 12.00, 90′, 20 persone
Piazza della Minerva (davanti alla facciata della chiesa)
A cura di Alessia Cervelli e Anna Maria Petrosino
Una visita alla scoperta delle numerose lapidi idrometriche che, apposte sui prospetti degli edifici, ricordano l’altezza raggiunta dal Tevere in occasione delle catastrofiche esondazioni che la Città Eterna ha subito nel corso dei secoli.
Visita con LIS
L’ACQUA DEGLI UOMINI E L’ACQUA DEGLI DÈI NELLA GRECIA ANTICA
14.45, 60′, 25 persone
Museo di scultura antica Giovanni Barracco
A cura di Anna Maria Rossetti
Fondamentale elemento di vita, l’acqua è protagonista non solo nei mille usi delle necessità quotidiane, ma anche nel culto alle divinità. Una presenza così predominante, da essere considerata come dotata di potere sacro e perfino divinizzata.
Visita con LIS
L’ACQUA È UNA DEA
Ore 15.00, 60′, 25 persone
Piazza di Porta Capena (angolo viale Aventino, lato F.A.O)
A cura di Sovrintendenza Capitolina con Zètema Progetto Cultura
L’acqua era percepita dai romani come una vera e propria presenza divina… Lungo le pendici del Celio, gli autori antichi collocano un bosco, il lucus Camenarum, abitato dalle Camene, ninfe delle acque sorgive e dalla ninfa Egeria.
120 LITRI D’ACQUA AL SECONDO. LA GESTIONE SOSTENIBILE DI FONTANA DI TREVI
Ore 15.00, 120′ (due visite da 60 minuti), 14 persone per visita
Via della Stamperia (di fronte al civico n. 1)
A cura della Sovrintendenza Capitolina con Zètema Progetto Cultura e ACEA
In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua si propone una visita alla fontana di Trevi per conoscere le attività necessarie alla sua manutenzione e per accedere, in via eccezionale, ai due locali tecnici sul retro della fontana.
IL NINFEO DEGLI ANNIBALDI
Ore 15.15 e 16.15, 60′, 8 persone per visita
Via degli Annibaldi (angolo Via del Fagutale)
A cura di Carla Termini
Il ricco ninfeo appartenne ad una ricca dimora aristocratica ed è databile tra la fine della repubblica e l’età di Augusto.
Visita delle 16.15 accompagnata da LIS
GIOCHI D’ACQUA TRA PIAZZA NAVONA E PIAZZA FARNESE
Ore 16.00, 60′, 25 persone
Piazza Navona (presso la fontana del Moro)
A cura di Sovrintendenza Capitolina con Zètema Progetto Cultura
Una passeggiata tra Piazza Navona e Piazza Farnese, luoghi di giochi e divertimenti popolari, dove l’acqua è stata, ed è, indiscussa protagonista tra fontane monumentali e storie di navi, laghi artificiali e cacce al toro.
La traduzione in Lingua dei segni italiana-LIS è realizzata grazie alla collaborazione del Dipartimento Politiche Sociali e Salute (Direzione Servizi alla Persona) e della Cooperativa sociale onlus Segni di Integrazione – Lazio. Prenotazione allo 060608 (tutti i giorni ore 9.00-19.00).
Le persone sorde possono prenotare anche tramite il servizio multimediale gratuito CGS Comunicazione Globale per Sordi di Roma Capitale collegandosi al sito https://cgs.veasyt.com/ (lunedì-venerdì 8.30-18.30; sabato 8.30-13.30).
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