SINOSSI- Il libro Tullia Romagnoli Carettoni nell’Italia repubblicana-è stata partigiana, insegnante, funzionaria dell’Udi, dirigente socialista, senatrice dapprima con il Psi poi con la Sinistra indipendente, figura di spicco in vari organismi nazionali e internazionali. La sua biografia permette di ripercorrere i primi tre decenni della storia repubblicana: la transizione postfascista, il miracolo economico, le riforme mancate e quelle varate dal centro-sinistra, le battaglie per i diritti civili degli anni Settanta; ma anche la Guerra fredda, il processo di decolonizzazione, il movimento internazionale delle donne. A partire dal suo archivio personale, il volume restituisce il profilo di una “socialista autonoma” che, in Italia e nel mondo, si è battuta per intrecciare universalismo e differenze.
In copertina: Tullia Carettoni, da poco eletta senatrice del Psi (1963 ca). AUFN, TRC/I, busta 38, fasc. 1.
Tullia Romagnoli Carettoni
INDICE
Introduzione
1. Storia politica, questioni di genere, biografia
2. Costruire un archivio, costruire una memoria: il fondo Tullia Romagnoli Carettoni
3. Attraverso le sue carte: una lunga transizione postfascista
1. Tra le giovani donne della nuova Repubblica
1. Da Tullia Romagnoli a Tullia Carettoni
2. Partigiana combattente
3. «Tornata a valle», la Resistenza continua
4. Con Rodolfo Siviero: il recupero delle opere d’arte trafugate
5. Scuola e famiglia: l’impegno nell’Udi
6. «Candidata della pace» alle elezioni del 1948
7. Il “pellegrinaggio politico” in Urss e in Cina
8. Gli anni Cinquanta: tra modernità e tradizione
2. Nella stanza dei bottoni
1. Napoli, 1959. Nella Direzione del Psi
2. Dalla Scuola al Movimento femminile socialista
3. La “questione femminile” negli anni del centro-sinistra
4. Nel salotto delle Tribune politiche
5. 1963: l’ingresso a Palazzo Madama
6. Verso la stagione dei diritti civili
7. La Commissione Franceschini per i beni culturali
3. “Socialista autonoma” nella Sinistra indipendente
1. Conflittualità sociale e immobilismo parlamentare: l’uscita dal Psi
2. Una scuola per l’infanzia
3. Con Parri, per l’unità delle sinistre
4. Dagli Affari esteri alla Vicepresidenza del Senato
4. Nel mondo. I diritti umani
1. Contro la “guerra americana”: l’Issoco e il Comitato Italia-Vietnam
2. La tutela internazionale dei diritti umani: America Latina, Africa e Medioriente
3. L’Italia, la Cee e i paesi fascisti europei
4. Sulla linea della distensione
5. 1975: Anno internazionale della donna
5. In Italia. I diritti civili
1. In difesa del divorzio
2. La “lex Tullia” antireferendum
3. La riforma di famiglia e la “legge per le divorziate”
4. Aborto: problemi e leggi
5. Per il controllo delle nascite
6. Una legge «ipocrita ma necessaria»: la 194/1978
6. Per l’abrogazione della causa d’onore
1. 25 aprile 1976: il contributo della Resistenza alla libertà femminile
2. La protezione sotto attacco
3. La tutela dell’uguaglianza nel ddl 4/1976
4. Lo smantellamento della proposta
5. Il dibattito su delitto d’onore e matrimonio riparatore
6. L’infanticidio per causa d’onore
7. «Un gioco perfido di contro luci»
8. La legge 442/1981
Epilogo
1. Al Parlamento europeo (1979-1984)
2. La Presidenza dell’Istituto italo-africano (1980-1996)
3. All’Unesco (1984-2005)
4. Attraverso i confini
Indice dei nomi
AUTORE–Paola Stelliferi ha insegnato Storia delle donne e di genere all’Università degli Studi di Padova ed è stata assegnista di ricerca all’Università degli Studi Roma Tre. Fa parte della Società italiana delle storiche, per la quale è stata membro del consiglio direttivo nazionale. È autrice di Il femminismo a Roma negli anni Settanta. Percorsi, esperienze e memorie dei collettivi di quartiere (Bup, 2015), di saggi di ricerca sulla storia dell’aborto nell’Italia repubblicana e sulla storia e la memoria dei femminismi.
EDITORE
Viella Libreria Editrice
Via delle Alpi 32 – 00198 Roma Tel. 06.8417758 – Fax 06.85353960
La sua vita, caratterizzata dall’inquietudine e dalla nevrosi, finì con il suicidio a 38 anni.
Le sue poesie, dimenticate per anni, corrono sul filo dell’ironia e di una voluta semplicità.
Sara Teasdale nacque l’8 agosto 1884. Sua madre era Mary Elizabeth Willard e suo padre John Warren Teasdale. Era la figlia minore di una famiglia di due fratelli e una sorella.
Sara era di costituzione fragile e fu spesso ammalata. Visse pertanto protetta in seno alla sua famiglia fino all’età di nove anni sviluppando un mondo immaginario all’interno del suo universo solitario. A 10 anni i suoi genitori infine decisero di permetterle di uscire e di entrare in contatto con l’esterno. Solo all’età di 14 anni stette abbastanza bene per iniziare la scuola ma non ottenne alcun diploma.
La prima poesia della Teasdale fu pubblicata sul Reedy’s Mirror, un giornale locale, nel 1907. La sua prima raccolta di poesie, “Sonetti e altre poesie”, fu pubblicata quello stesso anno. La seconda raccolta di poesie, “Elena di Troia e altre poesie”, fu pubblicata nel 1911. Furono bene accolte dalla critica, che ne elogiò la maestria lirica e il soggetto romantico.
Negli anni 1911-1914, la Teasdale fu corteggiata da alcuni uomini, tra cui il poeta Vachel Lindsay, che era molto innamorato di lei. Tuttavia, non avendo la sensazione che egli le avrebbe potuto garantire una sufficiente tranquillità economica e stabilità familiare, la Teasdale preferì invece sposare Ernst Filsinger, che era stato un ammiratore della sua poesia per un certo numero di anni, il 19 dicembre 1914.
La terza raccolta di poesie della Teasdale, “Fiumi verso il mare”, fu pubblicata nel 1915 e fu un best seller, ristampato più volte. Un anno dopo, nel 1916 si trasferì a New York con suo marito, dove risiedettero in un appartamento dell’Upper West Side di Central Park West.
Nel 1918, la sua raccolta di poesie “Love Songs” (uscita nel 1917) vinse tre premi: il premio di Poesia della il Premio Pulitzer 1918 per la poesia e il premio annuale della Società di Poesia d’America.
Ernst Filsinger era spesso via di casa a lungo per affari la qual cosa causò molta solitudine per la Teasdale. Nel 1929, la Teasdale si trasferì in Missouri per tre mesi in modo da soddisfare i criteri per ottenere il divorzio. Di questo non volle informare Filsinger e lo fece solo su insistenza dei suoi avvocati. La cosa scioccò e sorprese Filsinger.
Dopo il divorzio, la Teasdale ritornò a New York City, andando ad abitare a soli due isolati di distanza dalla sua vecchia casa in Central Park West. Tuttavia ne approfittò per riprendere la sua amicizia con Vachel Lindsay, che era ormai sposato con figli.
Nel 1933, si suicidò con un’overdose di sonniferi. Il suo amico Vachel Lindsay si era suicidato due anni prima. È sepolta nel cimitero di Bellefontaine a St. Louis.
NOTTE DI GIUGNO
*
Oh Terra, quanto sei cara stanotte,
Come posso dormire mentre intorno
Aleggia odore di pioggia e lontano
La voce dell’oceano parla alla spiaggia.
Terra, mi hai dato tutto quel che ho,
Ti amo, ti amo, oh che cosa ho
Io che possa darti in cambio — se non
Il mio corpo dopo che sarò morta?
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
A Song To Eleonora Duse In “Francesca da Rimini “
Oh would I were the roses, that lie against her hands,
The heavy burning roses she touches as she stands!
Dear hands that hold the roses, where mine would love to be,
Oh leave, oh leave the roses, and hold the hands of me!
She draws the heart from out them, she draws away their breath,—
Oh would that I might perish and find so sweet a death!
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
A November Night
There! See the line of lights,
A chain of stars down either side the street —
Why can’t you lift the chain and give it to me,
A necklace for my throat? I’d twist it round
And you could play with it. You smile at me
As though I were a little dreamy child
Behind whose eyes the fairies live. . . . And see,
The people on the street look up at us
All envious. We are a king and queen,
Our royal carriage is a motor bus,
We watch our subjects with a haughty joy. . . .
How still you are! Have you been hard at work
And are you tired to-night? It is so long
Since I have seen you — four whole days, I think.
My heart is crowded full of foolish thoughts
Like early flowers in an April meadow,
And I must give them to you, all of them,
Before they fade. The people I have met,
The play I saw, the trivial, shifting things
That loom too big or shrink too little, shadows
That hurry, gesturing along a wall,
Haunting or gay — and yet they all grow real
And take their proper size here in my heart
When you have seen them. . . . There’s the Plaza now,
A lake of light! To-night it almost seems
That all the lights are gathered in your eyes,
Drawn somehow toward you. See the open park
Lying below us with a million lamps
Scattered in wise disorder like the stars.
We look down on them as God must look down
On constellations floating under Him
Tangled in clouds. . . . Come, then, and let us walk
Since we have reached the park. It is our garden,
All black and blossomless this winter night,
But we bring April with us, you and I;
We set the whole world on the trail of spring.
I think that every path we ever took
Has marked our footprints in mysterious fire,
Delicate gold that only fairies see.
When they wake up at dawn in hollow tree-trunks
And come out on the drowsy park, they look
Along the empty paths and say, “Oh, here
They went, and here, and here, and here! Come, see,
Here is their bench, take hands and let us dance
About it in a windy ring and make
A circle round it only they can cross
When they come back again!” . . . Look at the lake —
Do you remember how we watched the swans
That night in late October while they slept?
Swans must have stately dreams, I think. But now
The lake bears only thin reflected lights
That shake a little. How I long to take
One from the cold black water — new-made gold
To give you in your hand! And see, and see,
There is a star, deep in the lake, a star!
Oh, dimmer than a pearl — if you stoop down
Your hand could almost reach it up to me. . . .
There was a new frail yellow moon to-night —
I wish you could have had it for a cup
With stars like dew to fill it to the brim. . . .
How cold it is! Even the lights are cold;
They have put shawls of fog around them, see!
What if the air should grow so dimly white
That we would lose our way along the paths
Made new by walls of moving mist receding
The more we follow. . . . What a silver night!
That was our bench the time you said to me
The long new poem — but how different now,
How eerie with the curtain of the fog
Making it strange to all the friendly trees!
There is no wind, and yet great curving scrolls
Carve themselves, ever changing, in the mist.
Walk on a little, let me stand here watching
To see you, too, grown strange to me and far. . . .
I used to wonder how the park would be
If one night we could have it all alone —
No lovers with close arm-encircled waists
To whisper and break in upon our dreams.
And now we have it! Every wish comes true!
We are alone now in a fleecy world;
Even the stars have gone. We two alone!
“I Know The Stars”
I KNOW the stars by their names,
Aldebaran, Altair,
And I know the path they take
Up heaven’s broad blue stair.
I know the secrets of men
By the look of their eyes,
Their gray thoughts, their strange thoughts
Have made me sad and wise.
But your eyes are dark to me
Though they seem to call and call—
I cannot tell if you love me
Or do not love me at all.
I know many things,
But the years come and go,
I shall die not knowing
The thing I long to know.
“If I Must Go”
IF I must go to heaven’s end
Climbing the ages like a stair,
Be near me and forever bend
With the same eyes above me there;
Time will fly past us like leaves flying,
We shall not heed, for we shall be
Beyond living, beyond dying,
Knowing and known unchangeably.
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
A Ballad Of The Two Knights
Two knights rode forth at early dawn
A-seeking maids to wed,
Said one, “My lady must be fair,
With gold hair on her head.”
Then spake the other knight-at-arms:
“I care not for her face,
But she I love must be a dove
For purity and grace.”
And each knight blew upon his horn
And went his separate way,
And each knight found a lady-love
Before the fall of day.
But she was brown who should have had
The shining yellow hair —
I ween the knights forgot their words
Or else they ceased to care.
For he who wanted purity
Brought home a wanton wild,
And when each saw the other knight
I ween that each knight smiled.
A Boy
OUT of the noise of tired people working,
Harried with thoughts of war and lists of dead,
His beauty met me like a fresh wind blowing,
Clean boyish beauty and high-held head.
Eyes that told secrets, lips that would not tell them,
Fearless and shy the young unwearied eyes—
Men die by millions now, because God blunders,
Yet to have made this boy he must be wise.
A Cry
Oh, there are eyes that he can see,
And hands to make his hands rejoice,
But to my lover I must be
Only a voice.
Oh, there are breasts to bear his head,
And lips whereon his lips can lie,
But I must be till I am dead
Only a cry.
Her voice is like clear water
That drips upon a stone
In forests far and silent
Where Quiet plays alone.
Her thoughts are like the lotus
Abloom by sacred streams
Beneath the temple arches
Where Quiet sits and dreams.
Her kisses are the roses
That glow while dusk is deep
In Persian garden closes
Where Quiet falls asleep.
A Little While
A little while when I am gone
My life will live in music after me,
As spun foam lifted and borne on
After the wave is lost in the full sea.
A while these nights and days will burn
In song with the bright frailty of foam,
Living in light before they turn
Back to the nothingness that is their home.
A Maiden
Oh if I were the velvet rose
Upon the red rose vine,
I’d climb to touch his window
And make his casement fine.
And if I were the little bird
That twitters on the tree,
All day I’d sing my love for him
Till he should harken me.
But since I am a maiden
I go with downcast eyes,
And he will never hear the songs
That he has turned to sighs.
And since I am a maiden
My love will never know
That I could kiss him with a mouth
More red than roses blow.
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
A Song Of The Princess
The princess has her lovers,
A score of knights has she,
And each can sing a madrigal,
And praise her gracefully.
But Love that is so bitter
Hath put within her heart
A longing for the scornful knight
Who silent stands apart.
And tho’ the others praise and plead,
She maketh no reply,
Yet for a single word from him,
I ween that she would die.
A Maiden
Oh if I were the velvet rose
Upon the red rose vine,
I’d climb to touch his window
And make his casement fine.
And if I were the little bird
That twitters on the tree,
All day I’d sing my love for him
Till he should harken me.
But since I am a maiden
I go with downcast eyes,
And he will never hear the songs
That he has turned to sighs.
And since I am a maiden
My love will never know
That I could kiss him with a mouth
More red than roses blow.
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
A Minuet Of Mozart’s
Across the dimly lighted room
The violin drew wefts of sound,
Airily they wove and wound
And glimmered gold against the gloom.
I watched the music turn to light,
But at the pausing of the bow,
The web was broken and the glow
Was drowned within the wave of night.
A Prayer
When I am dying, let me know
That I loved the blowing snow
Although it stung like whips;
That I loved all lovely things
And I tried to take their stings
With gay unembittered lips;
That I loved with all my strength,
To my soul’s full depth and length,
Careless if my heart must break,
That I sang as children sing
Fitting tunes to everything,
Loving life for its own sake.
A Winter Bluejay
Crisply the bright snow whispered,
Crunching beneath our feet;
Behind us as we walked along the parkway,
Our shadows danced,
Fantastic shapes in vivid blue.
Across the lake the skaters
Flew to and fro,
With sharp turns weaving
A frail invisible net.
In ecstasy the earth
Drank the silver sunlight;
In ecstasy the skaters
Drank the wine of speed;
In ecstasy we laughed
Drinking the wine of love.
Had not the music of our joy
Sounded its highest note?
But no,
For suddenly, with lifted eyes you said,
“Oh look!”
There, on the black bough of a snow flecked maple,
Fearless and gay as our love,
A bluejay cocked his crest!
Oh who can tell the range of joy
Or set the bounds of beauty?
A Winter Night
My window-pane is starred with frost,
The world is bitter cold to-night,
The moon is cruel, and the wind
Is like a two-edged sword to smite.
God pity all the homeless ones,
The beggars pacing to and fro.
God pity all the poor to-night
Who walk the lamp-lit streets of snow.
My room is like a bit of June,
Warm and close-curtained fold on fold,
But somewhere, like a homeless child,
My heart is crying in the cold.
Advice To A Girl
No one worth possessing
Can be quite possessed;
Lay that on your heart,
My young angry dear;
This truth, this hard and precious stone,
Lay it on your hot cheek,
Let it hide your tear.
Hold it like a crystal
When you are alone
And gaze in the depths of the icy stone.
Long, look long and you will be blessed:
No one worth possessing
Can be quite possessed.
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
After Death
Now while my lips are living
Their words must stay unsaid,
And will my soul remember
To speak when I am dead?
Yet if my soul remembered
You would not heed it, dear,
For now you must not listen,
And then you could not hear.
After Parting
Oh I have sown my love so wide
That he will find it everywhere;
It will awake him in the night,
It will enfold him in the air.
I set my shadow in his sight
And I have winged it with desire,
That it may be a cloud by day
And in the night a shaft of fire.
Alchemy
I lift my heart as spring lifts up
A yellow daisy to the rain;
My heart will be a lovely cup
Altho’ it holds but pain.
For I shall learn from flower and leaf
That color every drop they hold,
To change the lifeless wine of grief
To living gold.
Alone
I am alone, in spite of love,
In spite of all I take and give—
In spite of all your tenderness,
Sometimes I am not glad to live.
I am alone, as though I stood
On the highest peak of the tired gray world,
About me only swirling snow,
Above me, endless space unfurled;
With earth hidden and heaven hidden,
And only my own spirit’s pride
To keep me from the peace of those
Who are not lonely, having died.
Anadyomene
The wide, bright temple of the world I found,
And entered from the dizzy infinite
That I might kneel and worship thee in it;
Leaving the singing stars their ceaseless round
Of silver music sound on orbed sound,
For measured spaces where the shrines are lit,
And men with wisdom or with little wit
Implore the gods that mercy may abound.
Ah, Aphrodite, was it not from thee
My summons came across the endless spaces?
Mother of Love, turn not thy face from me
Now that I seek for thee in human faces;
Answer my prayer or set my spirit free
Again to drift along the starry places.
April
The roofs are shining from the rain.
The sparrows tritter as they fly,
And with a windy April grace
The little clouds go by.
Yet the back-yards are bare and brown
With only one unchanging tree—
I could not be so sure of Spring
Save that it sings in me.
April Song
Willow in your April gown
Delicate and gleaming,
Do you mind in years gone by
All my dreaming?
Spring was like a call to me
That I could not answer,
I was chained to loneliness,
I, the dancer.
Willow, twinkling in the sun,
Still your leaves and hear me,
I can answer spring at last,
Love is near me!
Sara Teasdale – Poetessa statunitense
Arcturus
ARCTURUS brings the spring back
As surely now as when
He rose on eastern islands
For Grecian girls and men;
The twilight is as clear a blue,
The star as shaken and as bright,
And the same thought he gave to them
He gives to me to-night.
At Midnight
Now at last I have come to see what life is,
Nothing is ever ended, everything only begun,
And the brave victories that seem so splendid
Are never really won.
Even love that I built my spirit’s house for,
Comes like a brooding and a baffled guest,
And music and men’s praise and even laughter
Are not so good as rest.
Day And Night
IN Warsaw in Poland
Half the world away,
The one I love best of all
Thought of me to-day;
I know, for I went
Winged as a bird,
In the wide flowing wind
His own voice I heard;
His arms were round me
In a ferny place,
I looked in the pool
And there was his face—
But now it is night
And the cold stars say:
“Warsaw in Poland
Is half the world away.”
The Inn Of Earth
I came to the crowded Inn of Earth,
And called for a cup of wine,
But the Host went by with averted eye
From a thirst as keen as mine.
Then I sat down with weariness
And asked a bit of bread,
But the Host went by with averted eye
And never a word he said.
While always from the outer night
The waiting souls came in
With stifled cries of sharp surprise
At all the light and din.
“Then give me a bed to sleep,” I said,
“For midnight comes apace”—
But the Host went by with averted eye
And I never saw his face.
“Since there is neither food nor rest,
I go where I fared before”—
But the Host went by with averted eye
And barred the outer door.
Sara Teasdale, American Poet, 1925
Biografia
Sara Teasdale nacque l’8 agosto 1884. Sua madre era Mary Elizabeth Willard e suo padre John Warren Teasdale. Era la figlia minore di una famiglia di due fratelli e una sorella.
Sara era di costituzione fragile e fu spesso ammalata. Visse pertanto protetta in seno alla sua famiglia fino all’età di nove anni sviluppando un mondo immaginario all’interno del suo universo solitario. A 10 anni i suoi genitori infine decisero di permetterle di uscire e di entrare in contatto con l’esterno. Solo all’età di 14 anni stette abbastanza bene per iniziare la scuola ma non ottenne alcun diploma.
La prima poesia della Teasdale fu pubblicata sul Reedy’s Mirror, un giornale locale, nel 1907. La sua prima raccolta di poesie, “Sonetti e altre poesie”, fu pubblicata quello stesso anno. La seconda raccolta di poesie, “Elena di Troia e altre poesie”, fu pubblicata nel 1911. Furono bene accolte dalla critica, che ne elogiò la maestria lirica e il soggetto romantico.
Negli anni 1911-1914, la Teasdale fu corteggiata da alcuni uomini, tra cui il poeta Vachel Lindsay, che era molto innamorato di lei. Tuttavia, non avendo la sensazione che egli le avrebbe potuto garantire una sufficiente tranquillità economica e stabilità familiare, la Teasdale preferì invece sposare Ernst Filsinger, che era stato un ammiratore della sua poesia per un certo numero di anni, il 19 dicembre 1914.
La terza raccolta di poesie della Teasdale, “Fiumi verso il mare”, fu pubblicata nel 1915 e fu un best seller, ristampato più volte. Un anno dopo, nel 1916 si trasferì a New York con suo marito, dove risiedettero in un appartamento dell’Upper West Side di Central Park West.
Nel 1918, la sua raccolta di poesie “Love Songs” (uscita nel 1917) vinse tre premi: il premio di Poesia della il Premio Pulitzer 1918 per la poesia e il premio annuale della Società di Poesia d’America.
Ernst Filsinger era spesso via di casa a lungo per affari la qual cosa causò molta solitudine per la Teasdale. Nel 1929, la Teasdale si trasferì in Missouri per tre mesi in modo da soddisfare i criteri per ottenere il divorzio. Di questo non volle informare Filsinger e lo fece solo su insistenza dei suoi avvocati. La cosa scioccò e sorprese Filsinger.
Dopo il divorzio, la Teasdale ritornò a New York City, andando ad abitare a soli due isolati di distanza dalla sua vecchia casa in Central Park West. Tuttavia ne approfittò per riprendere la sua amicizia con Vachel Lindsay, che era ormai sposato con figli.
Nel 1933, si suicidò con un’overdose di sonniferi. Il suo amico Vachel Lindsay si era suicidato due anni prima. È sepolta nel cimitero di Bellefontaine a St. Louis.
Influenze
La poesia “Verranno le dolci piogge” della sua raccolta “Fiamma e Ombre” del 1920 ispirò una famosa storia breve con lo stesso nome di Ray Bradbury.
(EN)
«There will come soft rains and the smell of the ground,
and swallows circling with their shimmering sound;
and frogs in the pools singing at night,
and wild plum trees in tremulous white;
robins will wear their feathery fire,
whistling their whims on a low fence-wire;
and not one will know of the war,
not one will care at last when it is done;
not one would mind,
neither bird nor tree,
if mankind perished utterly;
and Spring herself, when she woke at dawn,
would scarcely know that we were gone.»
(IT)
«Verranno le dolci piogge e l’odore di terra,
e le rondini che volano in circolo con le loro strida scintillanti;
e le rane negli stagni che cantano di notte,
e gli alberi di susino selvatico che fremono di bianco;
i pettirosso vestiranno il loro piumaggio infuocato,
fischiettando le loro fantasie su una bassa recinzione in rete metallica;
e nessuno saprà della guerra,
nessuno presterà attenzione infine quando sarà avvenuto;
nessuno baderebbe,
né uccello né albero,
se l’umanità scomparisse completamente;
e la Primavera stessa, al suo risveglio all’alba,
si renderebbe conto appena che noi ce ne siamo andati.»
I poemi di Teasdale “La Nuova Luna”, “Solo nel Sonno” e “Stelle”, divennero pièce corali di Ēriks Ešenvalds, compositore lettone, per Musica Baltica. “Stelle” è divenuto molto famoso per l’uso di bicchieri di cristallo per ottenere il suono calmante delle “stelle”.[1][2]
Nel 1994, fu accolta nella St. Louis Walk of Fame.
Nel 2010, le opere di Sara Teasdale sono state per la prima volta pubblicate in Italia, con la traduzione di Silvio Raffo.
Il trattato dal titolo “David Maria Turoldo, il Resistente”, a cura di Guerino Dalola, in collaborazione con Donatella Rocco, Antonio Santini, Mino Facchetti, Pierino Massetti, Gian Franco Campodonico e di ANPI Franciacorta, consiste in un importante saggio autoprodotto con il patrocinio di vari enti e associazioni, tra cui la Città di Chiari, il Comune di Coccaglio, il Comune di Cologne, i Servi di Maria – provincia di Lombardia e Veneto e l’associazione Gervasio Pagani.
Padre David Maria Turoldo è un frate morto nel 1992. Su padre David Maria Turoldo, che fu poeta, filosofo, sacerdote, autore, traduttore, fondatore di riviste e giornali, sono stati pubblicati centinaia di libri e documenti, ma senza dare ampia notizia sulla sua partecipazione alla Resistenza del 1943-45 contro il nazifascismo. Padre David Maria Turoldo è stato un grande Resistente a Milano, ma era in contatto anche con la Resistenza bresciana, soprattutto nella zona della Franciacorta.
Secondo Turoldo la figura del Partigiano riveste certamente una eccezionale e fondamentale importanza, ma in uno specifico momento e in una determinata situazione. Invece, sempre secondo Turoldo, essere Resistente è una scelta di vita che non può verificarsi solo in un determinato tempo e in uno spazio contingente. La Resistenza, i Resistenti attuano un impegno quotidiano, da realizzarsi nel percorso di ogni giorno, senza distrazioni, nel corso di una intera esistenza. La liberazione autentica dell’umanità, oltre che dal nazifascismo e dalle dittature, richiede una militanza, una acribia nel tempo, un impegno molto più profondo sul piano culturale, relazionale, politico, sociale, familiare. L’impegno del Resistente non ha fine e scadenze, perché la libertà non si rinnova da sola, ma deve essere sempre riconquistata con l’impegno di ognuno di noi. Infatti la Resistenza non è mai finita.
Turoldo non ha mai voluto schierarsi con nessun partito politico, perché, lui stesso spiegherà, la libertà, la costruzione di un mondo migliore, i diritti delle persone, la solidarietà, il progresso alternativo che non è tale se non è per tutti, il soccorso a chi vive nell’indigenza, a chi vive nelle difficoltà, a chi vive nel bisogno, il rispetto di tutte le fedi politiche e religiose, non sono istanze appartenenti all’uno o all’altro schieramento partitico, ma sono valori appartenenti alla nostra comune umanità.
Per il Resistente il vero campo di lotta è la normalità, la testimonianza, non solo con le parole, ma con esempi di vita. Il Resistente non è solo antifascista. La vera scelta del Resistente è un’alternativa totale, a favore di una società, di un contesto sociale, completamente diversi, per una nuova presente e futura umanità, perché la pace non è solo mancanza di guerra, ma è nonviolenza, è costruzione di convivenza solidale e fraterna.
Le esperienze di Turoldo furono molteplici come Partigiano in una delle vicende più importanti della sua vita: la Resistenza. Ma le fonti storiche non danno ricostruzione storiografica editata di ampio respiro di padre Turoldo per la sua attività nella lotta di Liberazione nazionale e per il contributo notevole che ha offerto nella ricostruzione morale e materiale del nostro Paese. “Una lacuna nella storia del pensiero democratico e antifascista di impronta cattolica alla quale bisognerebbe pensare di porre rimedio”, così scrive Aldo Aniasi, comandante partigiano, assessore e sindaco di Milano, deputato e ministro socialista e presidente della FIAP federazione italiana associazioni partigiane. Scrive sempre Aldo Aniasi, che come uomo della Resistenza padre Turoldo privilegiò sempre una scelta unitaria, lo spirito unitario della Resistenza, lo spirito dell’unità antifascista. Intrattenne rapporti con comunisti, socialisti, azionisti e incontrava personaggi come Eugenio Curiel, Rossana Rossanda e altri importanti dirigenti della sinistra.
Uno dei risultati più significativi dell’intero lavoro di confronto e dialogo realizzato nel convento di San Carlo a Milano per iniziativa di padre Turoldo e padre De Piaz è la nascita e la diffusione – soprattutto da parte di Teresio Olivelli, Claudio Sartori ed altri collaboratori bresciani – del giornale clandestino antifascista “Il ribelle”. Anche la predicazione in Duomo su incarico del Cardinale Schuster diventa espressione della Resistenza di padre Turoldo. Appena dopo la Liberazione del 25 Aprile 1945, saranno ventinove i Lager visitati da padre Turoldo alla ricerca di sopravvissuti e riuscirà a riportare in salvo a casa circa duecento prigionieri. Scrive Turoldo “Una sola possibilità affinché non si ripeta quanto è avvenuto: ricordare e capire, far ricordare e far capire… Così ho visto la sola Europa possibile, quella della solidarietà dei sopravvissuti”. Scrive Ernesto Balducci “Il grande dono di David è di essere nato povero, in mezzo ai poveri, agli ultimi… David è rimasto un povero. I poveri sono fuori del perimetro della storia”. In occasione degli appositi referendum, padre Turoldo vota contro l’abrogazione del divorzio e dell’aborto, perché i principi religiosi non possono essere imposti a chi non crede: la religione va spiegata e proposta, mai imposta con una legge. Nella primavera del 1978, padre Turoldo, insieme al confratello De Piaz, avvia una trattativa con le Brigate Rosse, per la liberazione di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. L’iniziativa a cui partecipa anche il vescovo di Ivrea monsignor Luigi Bettazzi, presidente di Pax Christi, viene bloccata dall’opposizione delle autorità ecclesiastiche.
La Corsia dei Servi e Nomadelfia furono le iniziative più care sia a Turoldo sia a padre De Piaz, basate su concetti di primaria importanza: tanto la fede che le scelte politiche diventano operative e efficaci solo nell’ambito di una cultura che permetta di uscire dall’inerzia di una fede accolta solo per tradizione e pregiudizio, per tentare invece una rigenerazione dalla vera cultura con maggior impulso possibile.
Invitato a un congresso sul disarmo nel febbraio 1978, Turoldo ebbe l’occasione di incontrare Carlo Cassola, che lo invitò al convegno nazionale della LDU- Lega per il Disarmo Unilaterale. Gli aderenti attuali della Lega per il Disarmo Unilaterale sotto la sigla “Disarmisti Esigenti” stanno lavorando all’interno della campagna ICAN – International Campaign to Abolish Nuclear Weapons e con molte altre associazioni del panorama italiano affiliate a ICAN, tra cui anche PeaceLink- Telematica per la Pace, alla ratifica del trattato ONU, il TPAN, per la proibizione delle armi nucleari, varato a New York a palazzo di vetro nel luglio 2017 da 122 nazioni e dalla società civile organizzata in ICAN. ICAN grazie alla costituzione del trattato Onu per l’abolizione delle armi nucleari è stata insignita Premio Nobel per la Pace 2017. E poi ricordiamo la Salmodia della Speranza che attraversa la drammatica esperienza dell’Europa prima e durante la Seconda Guerra Mondiale: il trionfo dei dittatori, il nazismo, il fascismo, il razzismo, i grandi massacri, i Lager, Hiroshima e Nagasaki, la Resistenza. Per una Chiesa che accoglie i diversi, gli emarginati, gli oppressi, gli ultimi, le vittime di cui tutti siamo parte nel contesto sociale, comunitario, culturale e nel mondo, nel terribile deserto della sopraffazione e della violenza dove tante voci chiedono libertà, giustizia e verità per tutti quegli innocenti che ancora nascono solo per morire.
Laura Tussi – PeaceLink, Campagna “Siamo tutti Premi Nobel per la Pace con ICAN” Fabrizio Cracolici – ANPI sezione Emilio Bacio Capuzzo Nova Milanese (Monza e Brianza)
David Maria Turoldo
Biografia di David Maria Turoldo nasce il 22 novembre del 1916 a Coderno, in Friuli, nono di dieci fratelli. Nato come Giuseppe Turoldo, a tredici anni entra nel convento di Santa Maria al Cengio per far parte dei Servi di Maria, a Isola Vicentina, là dove si trova la sede del Triveneto della Casa di Formazione dell’Ordine Servita. È qui che trascorre l’anno di noviziato; dopo avere assunto il nome di fra’ David Maria, emette la professione religiosa il 2 agosto del 1935. Nell’ottobre del 1938 pronuncia i voti solenni a Vicenza.
Gli studi accademici
Intrapresi gli studi di teologia e di filosofia a Venezia, nell’estate del 1940 Turoldo viene ordinato presbitero nel santuario della Madonna di Monte Berico dall’arcivescovo di Vicenza ,monsignor Ferdinando Rodolfi. Nello stesso anno viene inviato a Milano, al convento di Santa Maria dei Servi in San Carlo al Corso.
Per circa un decennio si occupa di tenere la predicazione della domenica in Duomo, su invito dell’arcivescovo Ildefonso Schuster, mentre insieme con il suo confratello Camillo de Piaz, compagno di studi nell’Ordine dei Servi, si iscrive all’Università Cattolica di Milano. Qui David Maria Turoldo si laurea l’11 novembre del 1946 in filosofia con una tesi intitolata “La fatica della ragione – Contributo per un’ontologia dell’uomo”, con il professor Gustavo Bontadini. Quest’ultimo successivamente gli propone di diventare suo assistente presso la cattedra di Filosofia Teoretica. Anche Carlo Bo gli offre un ruolo come assistente, ma per l’Università di Urbino, cattedra di Letteratura.
Dopo aver collaborato in modo attivo con la resistenza antifascista in occasione dell’occupazione nazista di Milano, David Maria Turoldo dà vita al centro culturale Corsia dei Servi e sostiene il progetto del villaggio Nomadelfia fondato nell’ex campo di concentramento di Fossoli da don Zeno Saltini.
David Maria Turoldo negli anni ’50
Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta pubblica la raccolta di liriche “Io non ho mani”, con cui si aggiudica il Premio letterario Saint Vincent, e l’opera “Gli occhi miei lo vedranno”, proposta nella collana Lo Specchio di Mondadori.
Nel 1953 Turoldo è costretto a lasciare Milano, e si trasferisce prima in Austria e poi in Baviera, dove soggiorna presso i conventi dei Servi locali. Nel 1955 viene trasferito a Firenze, al convento della Santissima Annunziata, dove ha modo di conoscere il sindaco Giorgio La Pira e padre Ernesto Balducci.
Obbligato ad andare via anche dal capoluogo toscano, dopo un periodo di peregrinazioni lontano dall’Italia torna in patria e viene assegnato a Udine, al convento di Santa Maria delle Grazie. Nel frattempo si dedica alla realizzazione di un film, con la regia di Vito Pandolfi, intitolato “Gli ultimi” e tratto dal suo racconto Io non ero fanciullo. La pellicola, che rappresenta la povertà della vita rurale in Friuli, viene presentata nel 1963 ma non apprezzata dal pubblico locale, che la considera poco rispettosa.
Gli ultimi anni
In seguito Turoldo individua nell’antico Priorato cluniacense di Sant’Egidio in Fontanella un luogo in cui dare vita a un’esperienza religiosa comunitaria nuova, che coinvolga anche i laici: vi si insedia il 1° novembre del 1964, dopo aver ricevuto il consenso di Clemente Gaddi, il vescovo bergamasco.
Qui fa costruire una casa per l’ospitalità, che prende il nome di Casa di Emmaus in riferimento all’episodio biblico della cena di Emmaus, con Gesù che si manifesta ai discepoli dopo essere risorto.
Alla fine degli anni Ottanta David Maria Turoldo si ammala per un tumore al pancreas: muore all’età di 75 anni il 6 febbraio del 1992 a Milano, nella clinica San Pio X. I funerali vengono celebrati dal cardinale Carlo Maria Martini, che pochi mesi prima aveva assegnato a Turoldo il Premio Giuseppe Lazzati.
Sarah Josepha Hale – la Poetessa della Festa del Ringraziamento –
Sarah Josepha Hale
Poet, Sarah Josepha Hale is best known for creating the nursery rhyme “Mary Had a Little Lamb.” However, her work extends far beyond her writing. Her influence can be seen in historic sites and a famous national holiday still widely celebrated today.
Sarah Josepha Hale was born on October 24th, 1788 in Newport, New Hampshire. Her parents were strong advocates for education of both sexes. Therefore, Hale was taught well beyond the normal age for a woman. Later, she married a lawyer David Hale, who supported her in all scholarly endeavors. Sadly, her husband died after only nine years of marriage, leaving Hale a widow with five children. She turned to poetry as a form of income. Her most famous book, titled Poems for Our Children included a beloved story from her childhood. “Mary Had a Little Lamb” was instantly a popular nursey rhyme.
In 1837, she became the editor of the Godey’s Lady’s Book. Her work with the magazine made her one of the most influential voices in the 19th century. Her columns covered everything from women’s education to child rearing. Hale also used her platform to support other causes, including abolishing slavery and, later, colonization (freeing African Americans and sending them to Africa). While working as editor, she raised money for various historic sites. Hale helped to preserve George Washington’s home and financially supported the construction of the Bunker Hill Monument. Her work in historic preservation has stood the test of time, as both sites are still open to public.
Sarah Josepha Hale
Hale has been criticized heavily for her support of gender roles. As an editor, she encouraged women to focus their efforts in the domestic realm. A proper woman, to Hale not only managed the home but she also imparted religion to her children. Godey’s Lady’s Book was widely known for its conservative views for much of the 19th century. Additionally, Hale did not support the women’s suffrage movement because she believed that women’s participation in politics would limit their influence in the home. However, Hale did use the magazine to advocate for the education of women and the rights of women as property owners.
Hale used her persuasive writings to support the creation of Thanksgiving as a national holiday. Beginning in 1846, she charged the president and other leading politicians to push for the national celebration of Thanksgiving, which was then only celebrated in the Northeast. Her requests for recognition were largely ignored by politicians until 1863. While the nation was in the middle of the Civil War, President Lincoln signed into action “A National Day of Thanksgiving and Praise.” Hale’s letter to Lincoln is often cited as the main factor in his decision. Hale retired as editor in 1877 and died two years later at the age of 92.
On a breezy morning in August 1926, nineteen-year-old Gertrude Ederle jumped into the cold waters of the English Channel. With her muscles relaxed from some rest after months of grueling training and her body coated head to toe in a mixture of lanolin, petroleum jelly, and grease for insulation against the chill and protection against the swarms of jellyfish, she felt determined and excited to attempt what no woman and only five men had ever done: swim across the Channel.
Gertrude Caroline Ederle was born to German immigrant parents in New York City on October 23, 1905. The third of six children, she grew up in a lively household in Manhattan’s Upper West Side, where during summer months, Gertrude’s family would take outings to the New Jersey shore. It was on these sunny childhood days that a passion for swimming blossomed.
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Soon, she turned the joy into a pursuit of competitive swimming, where success came quickly. Gertrude set her first world record at the age of 12. Between the ages of 15 and 19, she set 29 national and world records. In 1924, she represented the United States at the Paris Olympics, earning one gold medal in the 4×100-meter freestyle relay and two bronze medals in individual freestyle events.
Yet, she wanted to challenge herself more, to push her physical limits. And she also wanted to challenge the societal expectations placed on women. Which were many at the time.
Gertrude set her sights on swimming across the English Channel. Often referred to as the “Mount Everest of swimming” for its cold, rough waters teeming with jellyfish, the twenty-one-mile span was considered the ultimate test of endurance. Many believed that women were not physically capable of such a feat. Gertrude became determined to prove them wrong.
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
Her first attempt in 1925 ended in disappointment. Thinking she was in distress, her trainer touched Gertrude as he attempted to pull her from the water, disqualifying the swim. Though upset, Gertrude thought of her motto, if at first you don’t succeed, try, try again. “I am going to attempt to swim the English Channel again next July,” she said to herself.
For her second attempt, she hired a new coach and developed a rigorous training regimen, swimming four hours a day. She also designed a pair of goggles to better protect her eyes and a more aerodynamic swimsuit that minimized drag in the water.
On August 6, 1926, she started the swim at Gris-Nez, France with a tugboat carrying her coach and supporters trailing, offering encouragement and supplies of broth and sugar cubes for energy. She gave her team of supporters strict instructions about taking her out of the water: “until I get there or I can’t move.”
Gertrude Ederle “La Regina delle onde”-DEA SABINA
The swim was a battle from the start. Just a few minutes in, rough swells made her consider quitting. “But I thought I had to make a showing so I just kept on and on and on. When I got a few miles out I was confident I could make it and kept on,” Gertrude later said.
Pushing through while singing her favorite song, Let Me Call You Sweetheart, she swam and swam. Even when her coach encouraged her to stop, Gertrude continued. “It’s today or never, Pop,” she shouted to her father and supporters on the tugboat. He replied, “Kiddie finish it.”
After 14 hours and 39 minutes, Gertrude emerged from the water onto the shores of Kingsdown, England. Her time was over two hours faster than the fastest man to have swum the Channel. Exhausted but triumphant, Gertrude became an international sensation. Newspapers worldwide hailed her achievement, and she was welcomed home to a ticker-tape parade in New York City attended by an estimated two million people. President Calvin Coolidge called her “America’s Best Girl,” a title she cherished throughout her life.
Gertrude soon retired and largely retreated from the public eye. She spent her later years teaching swimming to deaf children, a cause close to her heart as she herself became partially deaf after a childhood accident. On November 30, 2003, she passed away at the age of 98.
Sources:
Hasday, Judy L.. Extraordinary Women Athletes. United States, Children’s Press, 2000.
Lillian Cannon, of Baltimore, Md., offering her best wishes to Gertrude Ederle, as she starts out from Cape Griz Nez, France, on her successful attempt to swim the English Channel. Photograph. Retrieved from the Library of Congress, <loc.gov/item/95503395/>.
Parade for Gertrude Ederle coming up Broadway, New York City, with large crowd watching / photo by staff photographer. Photograph. Retrieved from the Library of Congress, <loc.gov/item/98510485/>.
Else Lasker-Schüler, all’anagrafe Elisabeth Schüler (Elberfeld, 1869 – Gerusalemme, 1945), poetessa tedesca, considerata da Schalom Ben-Chorin la più grande che l’ebraismo abbia mai saputo esprimere; o secondo Karl Kraus «il più forte e impervio fenomeno lirico della Germania moderna». O ancora, per Gottfried Benn, la più grande che la Germania abbia mai avuto.
Solo te
Il cielo si porta nel cinto di nuvole
La luna ricurva.
Sotto la forma di falce
Io voglio riposarti in mano.
Sempre devo fare come vuole la tempesta,
Sono un mare senza riva.
Ma poiché tu cerchi le mie conchiglie,
Mi si illumina il cuore.
Stregato
Giace sul mio fondo.
Forse il mio cuore è il mondo,
Batte –
E cerca ancora te –
Come ti devo invocare
Ascolta
Io mi prendo nelle notti
Le rose della tua bocca
Che nessun’altra ci beva.
Quella che ti abbraccia
Mi deruba dei miei brividi
Che intorno al tuo corpo io dipinsi.
Io sono il tuo ciglio di strada.
Quella che ti sfiora
Precipita.
Senti il mio vivere
Dovunque
come orlo lontano?
Conciliazione
Cadrà una grande stella nel mio grembo…
Vogliamo vegliare la notte,
Pregare nelle lingue
intagliate come arpe.
Vogliamo conciliarci la notte,
tanto trabocca Dio.
Son bimbi i cuori nostri,
che vorrebbero dolci di stanchezza posare.
E vogliono baciarsi
le nostre labbra – di che cosa temi?
non confina il mio cuore
col tuo – sempre il tuo sangue mi colora
le guance in rosso
Vogliamo conciliarci la notte,
se ci abbracciamo non moriamo.
Cadrà una grande stella nel mio grembo.
Faraone e Giuseppe
Ripudia Faraone
le sue donne fiorite, profumate
dei giardini di Amon.
Riposa la sua testa
regale
sulla mia spalla che odora di grano.
È d’oro Faraone.
Il moto dei suoi occhi è come quello
delle cangianti onde del Nilo – ma
nel mio sangue è il suo cuore;
al mio abbeveratoio
andaron dieci lupi.
Ai miei fratelli
che mi gettaron nella fossa,
Faraone pensa sempre.
Le sue braccia diventano nel sonno
minacciose colonne!
Ma il suo cuore
sognatore bruisce sul mio fondo.
Perciò grandi dolcezze
il mio labbro va poetando nel frumento del nostro
mattino.
Else Lasker-Schüler
Fuga dal mondo
Io nell’immenso voglio
tornare a me,
già mi fiorisce il colchico autunnale dell’anima,
forse è già troppo tardi per tornare.
Oh, fra di voi io muoio!
perché voi mi asfissiate di voi stessi.
Vorrei tirare fili intorno a me
per metter fine alla babele!
fuorviarvi,
confondervi,
per fuggire
verso di me!
Sera
Si strappò da me il mio riso,
il mio riso dagli occhi di bambino –
il mio giovane riso zampillante
dinanzi alla tua porta canta tempo di notte oscura.
Da me partito prese stanza in te
per accenderti a gioia la più grande tristezza;
ora ride d’un riso di vegliardo
e soffre, povero di giovinezza.
Esistenza
Ebbi notturna chioma fluttuante –
da lungo tempo giace sepolta.
Come ruscelli chiari gli occhi – prima
che la tristezza fosse ospite mia –
le mani biancorosse di conchiglia,
però il lavoro ne consunse il bianco.
E un giorno viene l’ultimo,
che china il cupo sguardo
sul mio corpo fugace
e mi libera dalla morte – tutta.
L’anima mia respira di sollievo –
beve l’eterno.
Dolore cosmico
Io, il bruciante vento del deserto,
mi raffreddai e presi forma.
Dov’è il sole, che possa liquefarmi,
od il lampo che possa frantumarmi!
Irosamente ora guardo, petrosa
testa di Sfinge, verso tutti i cieli.
Al pagano Giselheer
Piango – i miei sogni cadono nel mondo.
Nelle mie tenebre nessun pastore
osa entrare.
I miei occhi non mostrano la via
come le stelle.
Sempre vo mendicando
davanti alla tua anima – lo sai?
Almeno fossi cieca –
allora penserei
d’essere nel tuo corpo.
Verserei tutti i fiori nel tuo sangue.
Molto ricca son io,
né chiunque può cogliermi
o
portarsi via i miei doni.
Con ogni tenerezza
voglio insegnarmi a te;
già sai dire il mio nome.
Guardali i miei colori, nero e stella
e non amare
il freddo giorno che ha l’occhio di vetro.
Tutto è morto
io e te soli vivi.
Te solo
In una cinta di nuvole il cielo
porta la curva luna.
Sotto l’icona-falce
nella tua mano voglio riposare.
Il mio volere dev’essere sempre
quello della tempesta – sono un mare
senza riva.
Pure dacché tu cerchi
le mie conchiglie, il cuore mi risplende.
Giace
sul mio fondo incantato.
Forse è il mondo il mio cuore,
bussa –
E te solo ormai cerca –
Come devo chiamarti?
Georg Trakl
Erano lontanissimi i suoi occhi.
Da fanciullo già fu una volta in cielo.
Uscivano perciò le sue parole
da nubi azzurre e bianche.
Bisticciavamo
di religione, sempre però come
due compagni di giochi.
Da bocca a bocca creavamo Dio
In principio era il verbo.
Una fortezza il cuore del poeta,
tesi cantanti le sue poesie.
Forse
era Martin Lutero.
L’anima triplice portava in mano,
quando partì per la guerra santa.
– Poi seppi che era morto –
La sua ombra indugiava incomprensibile
sulla sera della mia stanza.
Else Lasker-Schüler
Congedo
La pioggia ha ripulito gli erti muri di case
io scrivo sopra l’arco di pietra bianca
e lievemente sento
rafforzarsi la mano stanca ai versi
d’amore, dolci eterni ingannatori.
Io veglio nella notte tempestosa sui flutti alti del mare!
E sfuggii forse alla mano amorosa
del mio angelo: ho ingannato il mondo, e il mondo me.
Vicino alle conchiglie, nella sabbia,
ho sepolto la salma.
Tutti leviamo gli occhi a un cielo – ma
ci invidiamo la terra?
Perché Dio balenando ha trasmigrato a Oriente,
vinto
dall’immagine della sua creatura?
Io veglio nella notte tempestosa sui flutti alti del mare!
E quel che poté unirmi al giorno di riposo
della Sua creazione, è come un tardo stormo d’aquile
sparito in questo buio minaccioso.
DUE IMPRESSIONI DI RIGUARDO SU ELSE LASKER-SCHÜLER
***
«Era piccola, allora aveva l’esilità di un ragazzo e capelli neri come la pece, tagliati corti, cosa ancora rara a quel tempo, grandi occhi molto neri e molto mobili, con uno sguardo sfuggente e inesplicabile.
Né allora né poi si poteva andare in giro con lei senza che tutti si fermassero a guardarla: gonne o pantaloni erano larghi e stravaganti, il resto dell’abbigliamento impossibile, collo e braccia coperti di vistosi gioielli falsi, catene, orecchini, anelli d’oro falso alle dita; e poiché era continuamente occupata a scostare dalla fronte i ciuffi di capelli, quegli anelli da donna di servizio – bisogna pur chiamarli così – erano sempre al centro degli sguardi di tutti. Non mangiava mai regolarmente, mangiava pochissimo, spesso viveva di noci e frutta per settimane.
Dormiva spesso sulle panchine, e fu sempre povera in tutte le situazioni e le fasi della sua vita.»
GOTTFRIED BENN, in: “Lo smalto sul nulla”, trad. Luciano Zagari, Adelphi 1992. [Si tratta di una memorabile pagina, scritta da Benn quando Else era già morta. Appena qualche rigo dopo, l’antico amico aggiunge che questa donna «era la più grande poetessa che la Germania avesse mai avuto».]
*** ***
«La Lasker-Schüler è una grande poetessa: l’aggettivo non è speso inutilmente. Purtroppo non è conosciuta come avrebbe dovuto neppure dai germanisti. Esisteva soltanto, prima di questa, un’antologia curata da Giuliano Baioni parecchi anni fa, con traduzioni estremamente sensibili. La Lasker-Schüler appartiene alla prima generazione dell’espressionismo, dove figurano poeti altrettanto importanti, come Trakl, e altri minori come Stadler o Schikele; sono poeti che si collocano alla periferia della lingua tedesca (Alsazia o Slesia) e in questa periferia si colloca anche la Lasker-Schüler, che nasce nel 1869 a Elberfeld in Westfalia e muore a Gerusalemme nel 1945: quindi non fa parte dell’espressionismo berlinese, anche se a Berlino ha vissuto molti anni della sua vita disordinata col fascino della bohème che la induceva a frequentare il famoso “Café des Westens”: amava molto vivere nell’ambiente dei caffè, che ai suoi occhi diventavano ricchi di finzioni fantastiche. È interessante l’uso che la Lasker-Schüler fa dei nomi di fantasia, riferendoli, oltre che a se stessa, ai propri amici (Kraus, “il Dalai Lama”, Benn, di cui fu innamorata per molto tempo, “Giselheer il Barbaro”, Werfel, “il Principe di Praga”, e lei chiamava se stessa “Tino di Bagdad”): erano tutti maschere di sogno, stilizzazioni fantastiche in cui il motivo fanciullesco-fiabesco della maschera si intrecciava con quello della fascinazione dell’esotico, che è un motivo originariamente romantico. In questa percezione dell’elemento esotico sta molta della poesia della Lasker-Schüler, con una sottaciuta intenzione antiborghese: il filisteismo borghese, per cui tutto deve rientrare in una determinazione anagrafica rigorosa, viene qui sconvolto da questa grande onda di trasfigurazione fantastica. Tra gli elementi di questa poesia ha poi un ruolo determinante la grande tradizione della cultura ebraica tedesca che culmina in Rosenzweig e in Martin Buber, la tradizione del chassidismo orientale e la mistica kabbalista o la Leienmystik.
Questa è la prima traduzione delle Ballate ebraiche, alla quale si unisce la traduzione di parti di altre sillogi o cicli poetici, che sono anteriori e poeticamente ancor più significativi. Certamente nella Lasker-Schüler si ha l’identificazione della poesia con la persona: si potrebbe dire di lei quello che Eichendorff disse di Brentano, che la sua stessa esistenza era poesia: c’era in lei questa capacità di identificazione totale nella forma espressiva del linguaggio. Si pensi che quando a Gerusalemme venne proposto alla Lasker-Schüler di far tradurre le sue poesie in ebraico, lei rispose con grande stupore: “Ma sono scritte in ebraico!” e si rifiutò di farle tradurre: lei scrive in tedesco, ma queste poesie vivono profondamente nella matrice ebraica da cui si originano. La loro scrittura è prevalentemente simbolico-metaforica, dotata di un alto grado di stilizzazione dell’imagery, di un’articolazione di Stimmungen, che si inseriscono in questa architettura con un procedimento del tutto libero, senza nessuna “rotondità”, con grandi salti ellittici e con questa magia di concatenazione ritmica dei versi: in questa poesia c’è un grado d’astrazione estremo, l’io lirico che parla per “fusioni”, per metafore assolute.
Bisogna dare senz’altro lode alla traduttrice perché l’impresa non è certamente stata facile. Maura Del Serra ha saputo, soprattutto per quanto riguarda i timbri espressivi, trovare delle soluzioni molto felici. Spesso, purtroppo, per un condizionamento dovuto alla difficoltà del fraseggio lirico della Lasker-Schüler, si è vista costretta a moltiplicare i versi, perdendo quella suggestione dovuta alla concentrazione espressiva tipica di questa poesia. Tuttavia si tratta di un lavoro degno di ogni lode; interessanti sono anche le parti filologiche, soprattutto le note, di cui questi testi poetici sono corredati, e così l’introduzione, che pur non essendo di una germanista è però estremamente significativa per tutti i richiami e le indicazioni che ci dà.»
FERRUCCIO MASINI
Else Lasker-Schüler
Biografia di Else Lasker-Schüler, all’anagrafe Elisabeth Schüler (Elberfeld, 1869 – Gerusalemme, 1945), poetessa tedesca, considerata da Schalom Ben-Chorin la più grande che l’ebraismo abbia mai saputo esprimere; o secondo Karl Kraus «il più forte e impervio fenomeno lirico della Germania moderna». O ancora, per Gottfried Benn, la più grande che la Germania abbia mai avuto.
Ultima di sei fratelli, Else Schüler nacque nel 1869 a Elberfeld, in Vestfalia, dal banchiere Aaron Schüler e da Jeanette Kissing, che fu una delle figure centrali nella sua poesia. Else crebbe come bambina prodigio all’interno della famiglia: a quattro anni sapeva già leggere e scrivere. Dal 1880 frequentò il Liceo West an der Aue. Nel 1894 morì il fratello Paul, cui era molto legata, nel 1890 la madre e nel 1897 il padre. La morte della madre significò per lei «la cacciata dal paradiso terrestre».
Dopo aver lasciato la scuola e aver preso lezioni private in casa dei genitori, nel 1894 sposò il medico Jonathan Berthold Lasker, fratello maggiore del campione mondiale di scacchi Emanuel, e si trasferì a Berlino nel 1895, dove rimase fino al 1933. Qui iniziò la sua formazione come disegnatrice e pubblicò nel 1899 le prime poesie sulla rivista Die Geseleschaft. Durante gli anni berlinesi fu una delle principali animatrici dei “tavoli” letterari tenuti al Café des Westens. Il 24 agosto 1899 nacque il figlio Paul. La prima raccolta di poesie, Styx, venne pubblicata nel 1902.
L’11 aprile del 1903 divorziò da Berthold Lasker per sposare, il 30 novembre dello stesso anno, lo scrittore Georg Lewin, che a lei deve il suo pseudonimo di Herwarth Walden. Separatasi anche da Lewin nel 1910, nel 1912 ottenne il divorzio. Senza un reddito proprio, visse grazie all’appoggio di amici, in particolar modo Karl Kraus. Nel 1912 incontrò Gottfried Benn. Tra i due si sviluppò una profonda relazione, e lei gli dedicò numerose poesie d’amore.
Nel 1906, dopo la morte del suo carissimo amico Peter Hille, comparve la prima opera in prosa, Das Peter-Hille-Buch. Nel 1909 pubblicò il testo teatrale Die Wupper, che venne messo in scena solo nel 1919 a Berlino. Con la raccolta di poesie Meine Wunder(e in particolare con la poesia Ein alter Tibetteppich) Else Schüler divenne nel 1911 una delle principali esponenti dell’espressionismo.
Nel 1927 morì di tubercolosi il figlio Paul e iniziò per lei una profonda crisi. Vinto nel 1932 il premio Kleist, il 19 aprile 1933 emigrò a Zurigo in seguito a minacce e violenti attacchi da parte del partito nazista. A Zurigo, tuttavia, le venne vietato di pubblicare. Compì due viaggi in Palestina, nel 1934 e nel 1937. Nel 1938 le fu revocata la cittadinanza tedesca. Nel 1939 compì il terzo viaggio in Palestina. A causa dello scoppio della guerra non le fu possibile tornare in Svizzera. Nel 1944 si ammalò gravemente, e in seguito a un attacco di cuore avuto il 16 gennaio 1945, il 22 gennaio Else Lasker-Schüler morì e fu sepolta sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme.
Opere
Else Lasker-Schüler ha lasciato un cospicuo numero di opere poetiche, tre testi teatrali, alcuni racconti, schizzi nonché numerose lettere e disegni. In vita, le sue poesie comparvero sia in numerosi giornali e periodici, tra cui quello del suo secondo marito, Der Sturm e quello di Karl Kraus Die Fackel, sia in alcuni volumi curati e talvolta illustrati da lei stessa, tra cui
Styx (1902)
Der siebente Tag (1905)
Meine Wunder (1911)
Hebräische Balladen (1913)
Gesammelte Gedichte (1917)
Mein blaues Klavier (1943)
Else Lasker-Schüler si dedicò molto alla poesia amorosa, che occupa uno spazio centrale nella sua produzione lirica; si trovano inoltre molte poesie dal profondo carattere spirituale: le opere tarde in particolare sono dense di riferimenti biblici e orientali. Else Lasker-Schüler.
Nella sua pièce teatrale Artur Aronymus(1933) Else Lasker-Schüler tratta apertamente e lucidamente delle persecuzioni antisemite e l’opera venne prima censurata dal regime e poi cancellata dai programmi teatrali. I riferimenti alla contemporanea situazione politica si fanno ancor più espliciti nella sua ultima opera teatrale, Ichundich (ioeio), a cui lavorò fino ai suoi ultimi giorni a Gerusalemme. In quest’opera emerge una complessa continuazione del Faust di Goethe, in cui Faust e Mefisto osservano dall’inferno Hitler conquistare il mondo pezzo dopo pezzo. In seguito a tali fatti spaventosi perfino Mefisto deve ammettere che il male non può essere approvato e con Faust invoca il perdono divino; entrambi vengono assunti in cielo mentre il Terzo Reich sprofonda in un mare di fiamme.
Amália da Piedade Rebordão Rodrigues cantante e attrice portoghese-
Amália da Piedade Rebordão Rodrigues, IPA: [ɐˈmaliɐ ʁuˈðɾiɣɨʃ] (Lisbona, 23 luglio 1920 – Lisbona, 6 ottobre 1999), è stata una cantante e attrice portoghese. È considerata la miglior esponente del genere canoro noto come fado e, a livello internazionale, riconosciuta come la voce del Portogallo, attiva per sessant’anni. La sua salma è stata inumata nel Pantheon nazionale tra altre personalità che hanno dato lustro al suo Paese.
Amália da Piedade Rebordão Rodrigues
Nasce in una famiglia numerosa di poveri immigrati dalla regione della Beira Baixa nel quartiere operaio di Alcântara, in un imprecisato giorno del 1920, nella “stagione delle ciliegie”. Il suo stato civile infatti riporta come data di nascita il 23 luglio, ma la cantante festeggiò sempre il compleanno il 1º luglio. Fu allevata dai nonni materni e frequentò solo tre anni di scuola elementare, iniziando presto a lavorare come venditrice di arance, poi in una pasticceria di Lisbona. Intanto cantava da sola, sognando malinconicamente le storie che riusciva a vedere al cinema e modificando e rielaborando testi e musiche secondo la propria sensibilità.
Poco a poco si fa notare per la sua voce in piccole manifestazioni locali alle quali prende parte facendosi chiamare col cognome della madre, Rebordão. A diciannove anni, con la complicità di una zia, riesce a farsi ascoltare dal proprietario di un famoso locale di Lisbona, cominciando una carriera che la porta quasi subito a livelli altissimi di notorietà (e di cachet). Sposa immediatamente, contro il parere dei familiari, Francisco Cruz, un operaio che si diletta con la chitarra e dal quale si separerà tre anni dopo (si risposò quindici anni dopo e per tutta la vita, con l’ingegnere brasiliano César Séabra che morì qualche anno prima di lei) e diventa famosa come Amália Rodrigues, a Alma do Fado (Amália Rodrigues, l’anima del Fado). In un anno è già pagata venti volte più dei maggiori artisti del momento ed è vedette del teatro di rivista e del cinema, ma per i primi sei anni della carriera non incide neanche un disco, per l’opposizione del suo agente, che lo ritiene controproducente.
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donneè una ricorrenza istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare in quel giorno attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della violenza contro le donne.
La data della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne segna anche l’inizio dei “16 giorni di attivismo contro la violenza di genere” che precedono la Giornata mondiale dei diritti umani il 10 dicembre di ogni anno, promossi nel 1991 dal Center for Women’s Global Leadership (CWGL) e sostenuti dalle Nazioni Unite, per sottolineare che la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani. Questo periodo comprende una serie di altre date significative, tra cui il 29 novembre, il Women Human Rights Defenders Day (WHRD), il 1º dicembre, la Giornata mondiale contro l’AIDS e il 6 dicembre, anniversario del quando 14 studentesse di ingegneria furono uccise da un venticinquenne che affermò di voler “combattere il femminismo”.Il colore arancione è utilizzato come colore di identificazione della campagna, ogni anno concentrata su un tema particolare. Dal 2014 ha assunto come slogan “Orange the World”.
In molti paesi, come l’Italia, il colore esibito in questa giornata è il rosso e uno degli oggetti simbolo è rappresentato da scarpe rosse da donna, allineate nelle piazze o in luoghi pubblici, a rappresentare le vittime di violenza e femminicidio. L’idea è nata da un’installazione dell’artista messicana Elina Chauvet, Zapatos Rojos, realizzata nel 2009 in una piazza di Ciudad Juarez, e ispirata all’omicidio della sorella per mano del marito e alle centinaia di donne rapite, stuprate e assassinate in questa città di frontiera nel nord del Messico, nodo del mercato della droga e degli esseri umani.L’installazione è stata replicata successivamente in moltissimi paesi del mondo, fra cui Argentina, Stati Uniti, Norvegia, Ecuador, Canada, Spagna e Italia. La campagna in Italia viene in particolar modo modo portata avanti dal Centri antiviolenza e dalle Associazioni di donne impegnate nell’ambito della Violenza contro le donne.
La risoluzione delle Nazioni Unite del 1999
Nella risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999 viene precisato che si intende per violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche alle donne, comprese le minacce di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata”. La violenza contro le donne è ritenuta una manifestazione delle “relazioni di potere storicamente ineguali” fra i sessi, uno dei “meccanismi sociali cruciali” di dominio e discriminazione con cui le donne vengono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini per impedirne il loro avanzamento.
Richiamando quanto deliberato nella Terza e nella Quarta Conferenze mondiali sulle donne svoltesi a Nairobi nel 1985 e a Pechino nel 1995 con la partecipazione di rappresentanti di 140 nazioni, la risoluzione inserisce questo tema nella più ampia questione dei diritti umani, sottolineando come la violenza contro le donne sia un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace[11], e come si renda necessaria l’adozione di misure volte a prevenire ed eliminare tutte le forme di discriminazione, specie per le donne maggiormente vulnerabili (appartenenti a gruppi minoritari, indigeni, donne rifugiate, donne migranti, donne che vivono in comunità rurali o remote, donne indigenti, anziane, con disabilità, e donne che si trovano in situazioni di conflitto armato).
Storia
Il 25 novembre del 1960 nella Repubblica Dominicana furono uccise tre attiviste politiche, le sorelle Mirabal (Patria, Minerva e Maria Teresa) per ordine del dittatore Rafael Leónidas Trujillo. Quel giorno le sorelle Mirabal, mentre si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, furono bloccate sulla strada da agenti del Servizio di informazione militare. Condotte in un luogo nascosto nelle vicinanze furono stuprate, torturate, massacrate a colpi di bastone e strangolate, per poi essere gettate in un precipizio, a bordo della loro auto, per simulare un incidente.
Nel 1981, nel primo incontro femminista latinoamericano e caraibico svoltosi a Bogotà, in Colombia, venne deciso di celebrare il 25 novembre come la Giornata internazionale della violenza contro le donne, in memoria delle sorelle Mirabal.
Nel 1991 il Center for Global Leadership of Women (CWGL) avviò la Campagna dei 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere, proponendo attività dal 25 novembre al 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani.
Nel 1993 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la Dichiarazione per l’eliminazione della violenza contro le donne ufficializzando la data scelta dalle attiviste latinoamericane.
Claude Simon “Il Discorso di Stoccolma” Premio Nobel 1985
Edizioni Tracce di Pescara
Biografia di Claude SIMON-Nato nel 1913 in Madagascar, figlio di militare, Claude Simon partecipa attivamente agli sconvolgimenti politici e sociali che attraversano la prima parte del XX secolo. Nel 1936 è a Barcellona per osservare da vicino la Guerra Civile spagnola. Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50 pubblica, La Corde raide, Gulliver, Le Sacre du printemps, Le Vent e L’Herbe.
Impegnato sul fronte politico contro la guerra di Algeria e su quello letterario nel dibattito animato dai “nouveaux romanciers”, negli anni ’60 pubblica alcune delle sue opere più significative, La Route des Flandres, ispirato alle esperienze vissute durante la Seconda Guerra Mondiale, Le Palace, Histoire e La Bataille de Pharsale.
Dopo un lungo periodo di silenzio artistico, nel 1981 pubblica Les Géorgiques in cui condensa la ricerca sperimentale di una vita per ricreare – in una forma originalissima di narrazione dell’io come pluralità – la complessità dell’esistenza umana.
Nel 1985 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura e pronuncia il suo celebre “Discours de Stockholm”, in cui espone i principi che informano la sua scrittura della complessità.
Nella tarda maturità scrive L’Invitation, L’Acacia, Jardin des Plantes, Tramway, prima di spegnersi a Parigi nel 2005.Scrittore francese (Antananarivo 1913 – Parigi 2005). Dopo un romanzo di chiara tessitura esistenzialista, Le tricheur (1946), e un volume di ricordi, La corde raide (1947), si impegnò in una ricerca di tecnica narrativa (Gulliver, 1952; Le sacre du printemps, 1954), per giungere a una nuova forma di romanzo con Le vent (1957), L’herbe (1958; trad. it. 1961), e soprattutto con La route des Flandres (1960; trad. it. 1962), che lo ricollegarono alla corrente del nouveau roman. Anche nelle opere successive S. privilegiò le leggi autonome della scrittura sulla realtà, sul personaggio, sulla trama. Al di là di ogni possibile separazione fra passato, presente, visione e ricordo, le sue pagine presentano il fluire incessante, frammentario e magmatico di sensazioni, di immagini, di parole: Le palace (1962; trad. it. 1965); Histoire (1967; trad. it. 1971); La bataille de Pharsale (1969; trad. it. 1987); Triptyque (1973; trad. it. 1975); Leçon des choses (1976); Géorgiques (1981); La chevelure de Bérénice (1984); L’acacia (1989; trad. it. 1994). In occasione della consegna del Nobel per la letteratura, conferitogli nel 1985, pronunciò il Discours de Stockholm (pubbl. 1986), in cui analizzò le analogie della propria scrittura con le tecniche e le peculiarità espressive della pittura. La riflessione teorica sulla scrittura-pittura ricorre anche in Orion aveugle (1970), mentre il suo costante interesse per la pittura è testimoniato dai saggi di critica d’arte Femmes (1996) e dalla Correspondance 1970-1984 (1994) con il pittore J. Dubuffet.
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Diego Dilettoso-La Parigi e la Francia di Carlo Rosselli
Editore Biblion
Descrizione-Questo saggio ripercorre gli ultimi otto anni della biografia di Carlo Rosselli (1929-1937), che il militante antifascista trascorre principalmente in Francia e, più precisamente, a Parigi. Gli anni dell’esilio non costituiscono per Rosselli soltanto un momento cruciale della lotta antifascista, con la fondazione di Giustizia e Libertà, la pubblicazione del saggio “Socialisme libéral” (Parigi, 1930), la partecipazione in prima persona ai combattimenti della guerra civile spagnola, fino al tragico assassinio, con il fratello Nello, a Bagnoles-de-l’Orne. L’esperienza d’oltralpe permette a Roselli – in misura senz’altro maggiore rispetto agli altri dirigenti dell’antifascismo in esilio – di entrare in contatto con i milieux politici ed intellettuali locali, lasciando tracce significative del suo passaggio e allargando i propri orizzonti culturali sulla Francia, paese al cuore di quella civilizzazione europea che Rosselli concepiva come naturalmente contrapposta alla barbarie fascista.
Uomo politico (Roma 1899 – Bagnoles de l’Orne 1937); antifascista, allievo di G. Salvemini; prof. (fino al 1926) all’univ. Bocconi di Milano e all’Istituto superiore di commercio di Genova, dopo il delitto Matteotti aderì al Partito Socialista Unitario. Fondatore, con G. Salvemini, E. Rossi e il fratello Nello, del foglio clandestino Non mollare!, poi (1926) con P. Nenni della rivista Il quarto stato, fu uno degli organizzatori dell’emigrazione politica antifascista clandestina; per aver aiutato l’evasione di F. Turati, fu confinato a Lipari, dove scrisse Socialismo liberale (pubbl. in Francia nel 1930), revisione teorica del marxismo in funzione di un socialismo democratico. Evaso da Lipari con F. S. Nitti e E. Lussu (1929), riparò in Francia, dove costituì il movimento Giustizia e Libertà, di cui fu la guida fino alla morte. Combattente (1936) nella guerra civile spagnola a fianco delle truppe repubblicane, venne ferito in battaglia; tornato convalescente in Francia, fu assassinato con il fratello Nello (v.) da cagoulards assoldati dal SIM. Le lettere dei due fratelli alla madre, Amelia Pincherle R. (n. 1870 – m. 1937), autrice di commedie e di libri per ragazzi, sono raccolte in Epistolario familiare. Carlo e Nello Rosselli alla madre (1914-1937), a cura di Z. Ciuffoletti (1979)
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