Cristina Mandosi-I paramenti liturgici dell’Abbazia di Farfa
Libreria Editrice Vaticana
Descrizione-Il Dipartimento dei Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana ha realizzato nel 2009 un progetto di inventariazione dei paramenti sacri dell’Abbazia di Farfa (sita nel comune di Fara Sabina, in provincia di Rieti), ponendosi l’obiettivo di valorizzare, nell’ambito di uno studio scientifico, un importante patrimonio storico, culturale e religioso.Il volume illustra dunque i paramenti inventariati, facendo cenno all’arte tessile e al linguaggio dei colori liturgici, e fornisce anche una descrizione della Chiesa abbaziale e della storia farfense.Il testo è inoltre corredato dalle foto della Chiesa e di alcuni dei paramenti conservati nell’Abbazia.Uno studio di sicuro interesse per gli appassionati di storia della Chiesa.
Alcuni dei paramenti liturgici sono nei colori liturgici del periodo dell’anno liturgico o della particolare celebrazione.
Il termine “paramento liturgico” è riservato ai particolari tipi di abbigliamento propri della liturgia, benché in essa si adoperino anche altri abiti particolari che usano il clero (diaconi, presbiteri, vescovi) o i religiosi fuori dalla liturgia per sottolineare il loro particolare stato.
Nei secoli VIII e IX incominciò a introdursi una varietà di colori al posto dell’unico colore bianco.
cotta: è di colore bianco e viene indossata sulla veste talare, come abito corale o per azioni liturgiche al di fuori della messa, eventualmente insieme alla stola;
rocchetto: è una sopravveste bianca, solitamente di lino, con maniche strette e lunga fino a mezza gamba; simile alla cotta, è proprio dei prelati;
dalmatica: è del colore liturgico del giorno; è indossata dal diacono come abito proprio e nei pontificali dal vescovo sotto la casula o pianeta ad indicare la pienezza del sacerdozio;
berretta o tricorno, di vari colori e fogge, a seconda del grado gerarchico o famiglia religiosa di appartenenza;
piviale: è del colore liturgico del giorno; è indossato per le celebrazioni diverse dalla Messa (nel rito ambrosiano anche dai lettori in alcune messe solenni);
Alcuni dei paramenti elencati di seguito sono stati aboliti o resi facoltativi o semplicemente caduti in disuso:
tunicella: del colore liturgico del giorno; indossata in passato anche dal suddiacono;
chiroteche: sono particolari guanti, indossati dai vescovi, dai cardinali e dal papa;
falda papale: camice con lunga falda indossato in tempi passati dal papa durante le celebrazioni;
fanone papale: di forma circolare, tessuto in duplice strato, di uso omerale sulla pianeta o casula, cucito di strisce color bianco, oro e rosso, usato dal papa nelle solenni celebrazioni;
manipolo: del colore liturgico del giorno (nella messa tridentina);
Esistono inoltre indumenti ecclesiastici, che vengono utilizzati anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche, come l’abito talare e lo zucchetto, mentre altri tipi di abbigliamento ecclesiastico come la greca, il mantello, il tabarro, il ferraiolo ed il ferraiolone, (che sono soprabiti) o il cappello romano (detto anche saturno), che si indossano sopra la veste talare, non sono mai usati nella liturgia.
Quando l’arte incontra la logistica: lo spirito PARKlife arriva a Roma-
Roma-Lo spirito PARKlife arriva a Roma-Valorizzare i parchi logistici attraverso l’arte urbana al fine di renderli luoghi di lavoro più attraenti, punti di socializzazione e d’incontro con le comunità locali. È questa la mission di Prologis che, con la filosofia PARKlife™, arriva alla sua quarta straordinaria tappa, approdando nella città di Roma.
Roma-PARKlife
È proprio qui che, il 3 aprile 2025 in via Licini 12, dalle 17.30 alle 20.00, verrà inaugurato l’ultimo progetto realizzato da Prologis, in un evento unico durante il quale l’arte incontra la logistica e lo spazio tutto intorno si trasforma in un vero capolavoro.
Perché è qui che street artists di fama internazionale quali Macs, Ale Senso e Rame 13 hanno ridipinto i luoghi di quello che, da semplice posto di lavoro, si trasforma in un punto di aggregazione che, attraverso grandi opere di urban art, si integra nel tessuto sociale e artistico di una delle città più vivide d’arte, qual è la città di Roma.
“Il tutto parte da una filosofia sviluppata a livello mondiale da Prologis che si chiama PARKlife™ e che mira a rendere i nostri parchi logistici esteticamente più gradevoli e ad offrire a quanti vi lavorano una gamma di servizi che vanno dal benessere fisico, alle zone relax, alle aree break attrezzate – sottolinea il Senior Vice President Regional Head Southern Europe Sandro Innocenti – da qui l’intuizione che le grandi superfici dei nostri edifici, dei serbatoi e dei containers, possano essere trasformati in enormi opere di urban art.”
In quest’ambito s’inseriscono i progetti di Prologis che, attraverso PARKlife™ e tramite anche la realizzazione di monumentali opere di street art, intende arricchire ancor più questi spazi, nei quali il contributo essenziale di quest’arte ha il fine di valorizzare aree quotidianamente frequentate da centinaia di utenti.
Uno spirito che si sposa perfettamente con la mission dell’azienda, in un connubio tra arte e logistica, bellezza e funzionalità, che la rende unica nel panorama nazionale.
“Un luogo esteticamente più attraente grazie all’arte contribuisce al benessere di tutti noi” (Sandro Innocenti).
Roma-PARKlife
Alla presenza degli artisti, in un ambiente vivace e conviviale, nel quartiere La Rustica di Roma si creeranno quelle sinergie che stanno alla base degli obiettivi di Prologis: creare parchi logistici accoglienti, confortevoli e ricchi di servizi come zone ufficio luminose, aree per socializzare, attività sportive all’aperto, piste ciclabili, percorsi benessere nel verde e diversi altri servizi dedicati.
Prologis offre molto di più di semplici edifici logistici, creando ambienti di lavoro e di vita che favoriscono il benessere di clienti e collaboratori all’interno delle realtà in cui opera: questa iniziativa è chiamata PARKlife™.
Roma-PARKlife
PARKlife™ mette a disposizione strutture e servizi, in modo permanente o temporaneo, all’interno dei suoi parchi e dei suoi edifici, destinati sia alle persone che vi lavorano sia alle comunità circostanti. L’obiettivo è supportare le attività, migliorare il benessere dei collaboratori e rendere i parchi logistici luoghi sempre più piacevoli da vivere.
Parallelamente Prologis sta lavorando all’ampliamento delle opere di arte urbana sul territorio romano nel parco logistico di Tiburtina – con Rame13 – e a Castelnuovo di Porto dove, in aggiunta al murales di Hitnes, Ale Senso sta lavorando a una nuova imponente opera di urban art.
Roma-PARKlife
Dopo il parco Prologis Interporto Bologna e i parchi di Lodi e Romentino, il parco di Roma è ora il quarto ad essere caratterizzato dalla street art.
Perché, citando Pablo Picasso, “l’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni.”.
Roma- Canova 22 inaugura la mostra “La linea che appare” di Alfonso Maria Isonzo-
Roma- Canova 22 inaugura la mostra “La linea che appare” di Alfonso Maria Isonzo. “La contemporaneità è un luogo di solitudine e alienazione; l’umanità, resa miope dalla voracità del capitalismo, ha trasformato “l’uomo in una macchina impersonale di godimento” (P.P. Pasolini); i falsi miti del progresso hanno spinto alla deriva intere generazioni che sembrano aver smarrito il proprio orizzonte, incapaci di visione e aspettative per il futuro. L’orizzonte, dal greco horizōn (cerchio che delimita), è la linea apparente che separa la terra dal cielo, è il limite metaforico della prospettiva che si presenta all’agire umano, raffigura la dimensione più estrema a cui può spingersi lo sguardo. Scrutare l’orizzonte, ambire a superare i propri confini, è una pulsione naturale dell’uomo che l’arte può stimolare e riproporre con il suo sguardo di verità soffuso di poesia per dare voce alle inquietudini e ai desideri. Nell’opera di Alfonso Maria Isonzo lo sguardo verso quella linea evanescente che separa la Terra visibile da quella invisibile, si traduce nell’ostinata ricerca di un approdo all’ignoto, a quel precario bagliore che è l’essenza del desiderio di infinito che muove gli esseri umani. Le sue opere sembrano linee di confine sospese tra reale e immaginario, paesaggi arcani realizzati in ferro e cemento in cui si addensano objets trouvés, frammenti di memorie che rivelano indizi essenziali per ricostruire le trame narrative della loro genesi. Assemblage di forme differenti (tavole quadrate, sculture lineari, gocce) in cui oggetti dispersi, scarti e cascami da lavorazioni artigianali e industriali, sono testimonianze del tempo che scorre per catturare lo sguardo di chi può restituirgli senso e speranza. Il frammento, il rudere e la rovina richiedono la partecipazione e il coinvolgimento dello spettatore che ne possa immaginare una definizione, una compiutezza. È la poetica del frammento che utilizza l’impressione invece del racconto, la folgorazione del vuoto invece del pieno, il rigore dei silenzi contro i rumori, l’immaginazione e non la cruda realtà. Ogni opera traccia spazi indefiniti sciogliendosi in una forma di astrazione che rivendica la piena libertà dell’artista, del suo gesto creativo che elabora racconti per immagini, storie in cui memorie e prospettive si perdono nelle linee del tempo compiendo suggestive metamorfosi. L’artista cita Kounellis “Ricerco nei frammenti la storia dispersa” poiché rimandano alla condizione umana infranta e traumatizzata, allo smarrimento del senso del sacro. L’opera centrale della mostra, l’installazione dal titolo “Calvario contemporaneo”, ricorda l’esperienza umanissima del Cristo, figlio dell’Uomo,nel momento della sua crocefissione, nello smarrimento difronte al suo destino mortale. La linea di orizzonte che l’opera proietta sulla volta della Fornace disegna il profilo del Golgota (o anche Collina di Adamo) evoca la sua dissoluzione, la sua assenza fisica. La potenza dell’installazione è amplificata da una sonorizzazione realizzata espressamente dal musicista Francesco Ziello per rendere la visione ancora più coinvolgente e suggestiva. Il pubblico è stimolato a guardare oltre la linea apparente, per superare i propri confini ed aprirsi alla conoscenza che si espande nella bellezza all’infinito. (L.Fusco)
Roma- Canova 22 la mostra “La linea che appare” di Alfonso Maria Isonzo
Biografia ALFONSO MARIA ISONZO (AMI)è nato nel’63 a Torre Annunziata. Diplomatosi in fotografia a Roma, dove attualmente vive e lavora, nei primi anni collabora con il padre anch’egli fotografo nel corpo diplomatico di varie ambasciate sia presso il Quirinale che la Santa Sede. Dal 1986 gestisce un proprio studio fotografico dove, per alcuni anni, intraprende una intensa ricerca nell’ambito del fotomontaggio, che lo porterà per lungo tempo ad occuparsi di collage nelle sue varie forme, partecipando a molteplici mostre personali e collettive anche all’estero. A partire dal ’93 si interessa al Design. Nello stesso anno realizza una mostra personale all’Officina Romana del Disegno, con presentazione dell’arch. Paolo Portoghesi. Nel 1998 avvia un laboratorio artigianale di complementi d’arredo disegnati da lui, in collaborazione con architetti e arredatori famosi, partecipando ad alcune edizioni di Casaidea presso la Fiera di Roma nell’ambito della sezione “Officina delle Arti”. Partecipa anche a diverse edizioni del Gift di Firenze, Macef, Salone del Mobile di Milano, Abitare il Tempo di Verona. Avvia la produzione di oggetti artistici da arredo come lampade, sospensioni, quadri luminosi per diversi showrooms, tra i quali Roche Bobois di Roma, Napoli, Salerno, Firenze, Loto Design di Francesco Paternò, Area G 100% Design, le Proposte, Aveses, la Sinopia e tanti altri. Nel 2005 la svolta che lo farà approdare definitivamente alla ricerca artistica con la realizzazione di opere pittorico scultoree incentrate sulle relazioni tra materia, luce e movimento. Partecipa a numerose mostre collettive e personali in spazi privati ed istituzionali tra cui ricordiamo Palazzo delle Esposizioni, Fondazione Volume!, Casa dell’Architettura, Porti Imperiali di Claudio e Traiano, MACRO. Sue opere sono presenti in collezioni private nonché al MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma e al DIF Museo Diffuso di Formello. Via Antonio Canova, 22 00186, Roma www.canova22.it – canova22press@gmail.com
Biblioteca DEA SABINAMaurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica-
La via Appia antica vista da due illustri viaggiatori del 1700.
Montesquieu
Montesquieu:“ Avvicinandoci a Roma s’incontrano tratti della Via Appia, ancora integri. Si vede un bordo o margo che resiste ancora, e credo che abbia più di tutto contribuito a conservare questa strada per duemila anni: ha sostenuto le lastre dai due lati ed ha impedito che cedessero lì, come fanno le nostre lastre in Francia, che non hanno alcun sostegno ai bordi. Si aggiunga che queste lastre sono grandissime, molto lunghe, molto larghe, e molto bene incastrate le une nelle altre; inoltre questo lastricato, poggia su un altro lastricato, che serve da base. Le strade dell’imperatore sono fatte di ghiaia messa su una base lastricata, ben stretta e compressa. Dopo, vi hanno messo un piede o due di ghiaia. Questo renderà la strada eterna. C’è da stupirsi che in Francia non si sia pensato a costruire strade più resistenti? Gli imprenditori sono felici di avere un affare del genere ogni cinque anni”.
Montesquieu, Viaggio in Italia, 1728-1729.
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.Charles de Brosses
Charles de Brosses:“E’ questo, o mai più, il momento di parlarvi della Via Appia, cioè il più grande,il più bello e il più degno monumento che ci resti dell’antichità; poiché, oltre alla stupefacente grandezza dell’opera, essa non aveva altro scopo che la pubblica utilità, credo che non si debba esitare a collocarla al di sopra di tutto quanto hanno mai fatto i Romani o altre nazioni antiche, fatta eccezione per alcune opere intraprese in Egitto, in Caldea e soprattutto in Cina per la sistemazione delle acque. La strada, che comincia a Porta Capena, prosegue trecentocinquanta miglia da Roma a Capua e a Brindisi, ed era questa la strada principale per andare in Grecia e in Oriente. Per costruirla hanno scavato un fossato largo quando la strada fino a trovare uno strato solido di terra……Codesto fossato o fondamento è stato riempito da una massicciata di pietrame e di calce viva, che costituisce la base della strada, la quale è stata poi ricoperta interamente di pietre da taglio che hanno una rotaia. E tanto ben connesse che, nei posti dove non hanno ancora incominciato a romperle dai bordi, sarebbe molto difficile sradicare una pietra al centro della strada con strumenti di ferro. Da ambedue i lati correva un marciapiede di pietra. Sono ben quindici o sedici secoli che non soltanto non riparano questa strada, ma anzi la distruggono quanto possono. I miserabili contadini dei villaggi circostanti l’hanno squamata come una carpa, e ne hanno strappato in moltissimi luoghi le grandi pietre di taglio, tanto dei marciapiedi che del selciato. E’ questa la ragione degli amari lamenti che fanno sempre i viaggiatori contro la durezza della povera Via Appia , che non ne ha nessuna colpa; infatti, nei posti che non sono stati sbrecciati, la via è liscia, piana come un tavolato, e persino sdrucciolevole per i cavalli i quali, a forza di battere quelle larghe pietre, le hanno quasi levigate ma senza bucarle. E’ vero che, nei luoghi dove manca il selciato, è assolutamente impossibile che le chiappe possano guadagnarsi il paradiso, a tal punto vanno in collera per essere costrette a sobbalzare sulla massicciata di pietre porose e collocate di taglio, e in tutti i sensi nel modo ineguale. Tuttavia, nonostante vi si passi sopra da tanto tempo, senza riparare né aggiustare nulla, la massicciata non ha smentito le sue origini. Non ha che poche o punte rotaie ma solo, di tanto in tanto, buche piuttosto brutte”.
Charles de Brosses, Viaggio in Italia, 1739-1740.
a.c. Franco Leggeri-Associazione DEA SABINA-Foto di Maurizio Leggeri
Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.Maurizio Leggeri fotoreportage-Roma- La via Appia antica.
DESCRIZIONE-del libro di Roberto Ciccarelli-L’odio dei poveri -Biblioteca DEA SABINA Una rigorosa inchiesta politico-filosofica sul welfare. Che cos’è l’«odio dei poveri» che dà il titolo a questo libro? È l’odio verso i poveri o il loro odio verso chi li definisce tali, confermandone e approfondendone la subalternità? A partire da questa doppia definizione, “L’odio dei poveri” si rivela non un semplice saggio su quello che un tempo si sarebbe chiamato «odio di classe», ma una disamina acuta e originale dei conflitti sociali e di potere che indirizzano il nostro linguaggio: termini taglienti e spesso di difficile comprensione come «occupabili», «inclusione attiva», «reddito di cittadinanza», «povertà assoluta» e «relativa» e soprattutto il bicefalo «workfare» – la versione impoverita del welfare – rappresentano in Occidente l’arma più astuta usata dal sistema per governare la precarietà delle vite. In un momento in cui lo slittamento a destra dell’assetto politico sembra non aver fine (e in Italia il governo Meloni svela il suo lato più inquietante e punitivo ai danni dei poveri), Roberto Ciccarelli decostruisce un importante pezzo di storia e di microfisica del potere attuale, fornendo nuovi strumenti all’opposizione politica.
Roberto Ciccarelli-L’odio dei poveri
La recensione
Miseria e povertà-Articolo di Emiliano Sbraglia
Ponte alle Grazie pubblica “L’odio dei poveri” di Roberto Ciccarelli: analisi spietata di una società diseguale, gestita nel nome del workfare
Il titolo di questo volume, L’odio dei poveri (Ponte alle Grazie, pp. 316, euro 18), viene spiegato nella sua doppia accezione all’inizio del capitolo primo: “L’odio dei poveri, in entrambi i sensi del genitivo, attivo e passivo. Nel senso che il povero è odiato e può odiare”. A scriverlo Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista, che nelle riflessioni sul tema per “il manifesto” aveva già dato ai suoi lettori l’opportunità di entrare tra i meandri di un’analisi affatto semplice, come semplice non è l’argomento di cui tratta.
Avvalendosi anche di una ricerca condotta negli ultimi anni per il dipartimento di Scienze della formazione dell’Università Roma Tre riguardante il reddito di cittadinanza in Italia, e alle relative politiche pubbliche per l’occupazione, Ciccarelli mette insieme i segmenti sparsi della società contemporanea, non solo italiana, raccolti sotto l’ombrello di un neoliberalismo che per l’autore è un nuovo liberalismo politico e non soltanto economico, come viene solitamente analizzato dai comunicatori di professione, e che può esser definito come una “variante politica del rapporto tra democrazia e capitalismo basato su un progetto classista”.
Affermatosi attraverso diverse strategie di potere, che alternano indifferentemente colpi di stato a elezioni almeno in apparenza democratiche, il neoliberalismo dei nostri giorni utilizza principalmente lo strumento del workfare, versione subdola e volutamente impoverita del welfare, che consente a chi governa di mantenere lo stato delle cose come meglio conviene a pochi, sempre più ricchi, o di modificarle sempre a loro vantaggio, a scapito dei molti, della moltitudine. Una moltitudine sempre più povera anche se lavora, ed è proprio questo uno tra gli elementi costitutivi del sistema di workfare utilizzato, che nell’utilissimo glossario posto in appendice viene descritto come “un’espressione che indica lo Stato sociale conservatore”, e dunque “un insieme di istruzioni tecniche, norme e politiche socio-assistenziali, ispirate alle condizionalità del welfare”.
Tutto questo comporta, per chi tenta di uscire dalla sua condizione di povertà, l’involontario assorbimento all’interno di un groviglio da cui è sempre più complicato dipanarsi, perché la formula delle “politiche attive del lavoro” ormai troppo spesso si rivela poco altro che un metodo di assistenzialismo da accettare e basta, all’interno di un sistema passivo che ti vuole passivo, perché in realtà non concede potenziali e nuove opportunità professionali, e dunque esistenziali, elargendo soltanto quanto basta per una sopravvivenza che definire dignitosa diviene ogni giorno più complicato.
Accanto ai working poor, categoria da qualche tempo riconoscibile non soltanto nel nostro Paese (l’autore ci invita a riguardare con maggior attenzione critica la pellicola del 2016 di Ken Loach “Io, Daniel Blake”), ci sono poi i poveri-poveri, quelli che incrociamo per la strada, che facciamo finta di non vedere o che guardiamo soltanto un attimo, per attutire un istintivo senso di colpa, di dubbia provenienza, che mette direttamente in discussione i rapporti sociali, i rapporti tra le persone.
Ecco perché forse la prospettiva comune dovrebbe essere quella di un commonfare, termine che si incontra nelle conclusioni al libro, non a caso titolate “Non c’è un’ora X”, perché non esiste un tempo stabilito per cambiare l’attuale (dis)ordine delle cose, ma esiste un tempo per tentare di liberare la forza-lavoro, per una liberazione della forza lavoro, restituendo a noi stessi la dignità delle proprie esistenze. Potrebbe accadere così, nella “liberazione del tempo sociale”, che niente potrebbe essere più importante per un essere umano della vicinanza con un altro essere umano.
Torneremmo in questo modo a intendere la povertà come sinonimo di solidarietà, una solidarietà costruita su azioni concrete per tentare di cambiare la realtà quotidiana delle persone, lasciando la miseria a chi è misero nelle sue intenzioni, quelle di continuare a ottenere immensi profitti per pochi a scapito di tutti gli altri.
Poesie di James Russell Lowell-Poeta e critico americano-
James Russell Lowell-Poeta e critico americano, nato a Cambridge, Mass., il 22 febbraio 1819, morto ivi il 12 agosto 1891.Si laureò all’università Harvard nel 1838, e studiò giurisprudenza; ma ben presto si consacrò alla letteratura. Nel 1844 apparve una prima raccolta di poesie, A Year’s life; nel 1845 un poema ben conosciuto, The Vision of Sir Launfal; nel 1848 A Fable for critics. I Biglow Papers, cominciati a pubblicarsi nel 1846 e continuati durante la guerra fra gli stati (1861-65), sono una satira mordace delle condizioni politiche contemporanee, scritta nel dialetto yankee; combattono specialmente la schiavitù negli stati meridionali. Nel 1855 il L. cominciò a insegnare a Harvard le lingue e letterature moderne, succedendo al Longfellow. Dal 1877 al 1880 servì come ministro americano in Spagna, dal 1880 al 1885 in Inghilterra. Conosceva molto bene la cultura europea, che diffuse presso gli Americani, dando incremento alle relazioni culturali specialmente con l’Inghilterra. I saggi critici su autori inglesi, francesi, tedeschi, vennero raccolti dopo il 1870 in diversi volumi: Among my books, My study windows, ecc. Tra i saggi letterarî è notevole quello su Dante (1872). Anche alcune delle liriche (Masaccio, Villa Franca, 1859, On a portrait of Dante by Giotto) e delle prose descrittive sono d’ispirazione italiana.
Bibl.: Bibliografie di G. W. Cooke, 1906; L. S. Livingston, 1914. Biografie di F. H. Underwood, 1882; F. E. Brown, 1887; H. E. Scudder, 1901; F. Greenslet, 1905; E. E. Hale, e altri. Cfr. anche J. J. Reilly, James Russell Lowell, as a critic, 1915.
James Russell Lowell-Poeta americano
Una fantasticheria
Nella cupa e silenziosa luce del crepuscolo
il tuo spirito entra nel mio,
quando la luce della luna e delle stelle
risplende sulla scogliera e sulla foresta,
ed il tremito del fiume
sembra un fremito di gioia benevola.
Allora io mi alzo e prendo a vagabondare lentamente
verso il promontorio accanto al mare,
quando la stella della sera comincia a palpitare
attraverso le fronde striate della sequoia,
e dal basso il bonario rimbombo
delle onde proviene irregolare.
Allora io ti sento dentro alla mia anima
come un barlume di un tempo passato,
visioni della mia infanzia mormorano
la loro antica pazzia nelle mie orecchie,
sino a che la gioia della tua presenza
raffredda il mio cuore con lacrime di felicità.
Tutti i meravigliosi sogni della giovinezza –
tutta la fiera sete giovanile di elogi –
tutte le più certe speranze della maturità
che fioriscono in giorni più tristi –
gioie che mi legarono, dolori che mi incoronarono
con una ghirlanda migliore di quella d’alloro –
tutti desideri di libertà –
l’indistinto amore per il genere umano,
che vaga lontano e senza meta
come un seme alato nel vento –
gli appannati desideri e le violente scottature
di una mente non ancora ordinata –
Tutto questo, o mia amata,
e i presenti e passati sogni più felici,
nel tuo amore trovano sicuro appagamento,
finalmente resi maturi dalla verità;
fede e bellezza, speranza e dovere
si raccolgono veloci all’unisono.
E la mia natura, come un oceano,
al tuo respiro si risveglia dal torpore,
scavalla i suoi argini con pazza gioia
ed irrompe in uno spumeggiante tuono,
e poi abbassandosi, giace ritirandosi
nel tumulto che essa stessa produce!
L’Espero ardente è tramontato
dentro l’occidente tinto di pallido azzurro,
e con dorato splendore corona
la cima coperta di pini dell’orizzonte;
una pensosa quiete placa l’agitazione
della violenta nostalgia nel mio cuore.
Nel mio giardino vago sotto la luce della luna,
sotto i rami frementi,
che, come mossi da uno spirito,
ondeggiano e si curvano, sino a che piano piano
il mormorio delle onde si mischia
con il fruscio della brezza.
Il doliconice
Anacreonte dei pascoli,
ebbro della gioia primaverile!
Sotto l’echeggiante ombra dell’alto pino
io riposo e bevo il tuo canto;
la mia anima è sazia di melodie,
una sola goccia la farebbe traboccare,
così da convogliare le lacrime nei miei occhi –
Ma cosa potrebbe interessarti?
Il tuo cuore è libero come l’aria di montagna.
non ti preoccupi delle tue musiche,
poiché le sparpagli ovunque con allegria,
felice, ignaro poeta!
Su un ciuffo d’erba nella prateria,
mentre la tua amata si prende cura del nido,
tu ondeggi nella brezza che respira,
alleggerendo il tuo cuore troppo pieno
delle moltitudini di canzoni che lo colmano,
proprio come tu hai scelto di volere.
Signore del tuo amore e della tua libertà,
del festoso Maggio l’uccello più spensierato,
volgi i tuoi occhi splendenti verso di me,
e parlami come solo uno sguardo sincero può parlare –
“Qui sediamo, nel tempo d’estate,
io e la mia modesta compagna insieme;
qualsiasi cosa possano essere i tuoi saggi pensieri,
sotto quel vecchio triste pino,
noi non li valutiamo neppure un’inezia”.
Adesso, mentre lasci me e la terra sotto di te,
sbatti le ali verso il vento,
o, galleggiando lentamente prima di librarti al cielo,
aleggi sul tuo nido nascosto dalla vegetazione
e cominci a intonare la tua canzone d’amore,
diluviando piogge di musica su di esso,
e mai affaticato, ancora cinguetti
gioiosi canti di festa,
simili a ruscelli costeggiati da muschi
mormoranti attraverso gli angoli ciottolosi
durante i tranquilli giorni d’estate.
Tu riempi di felicità il mio cuore,
mi sembra di tornare ragazzo
quando ti vedo, allegro, gioioso amante,
volare sui campi appena mietuti,
con le ali frementi di gioia.
C’é qualcosa nella fioritura dei meli,
nell’erba che inverdisce e nella canzone del doliconice,
che fa ancora risvegliare dentro al mio cuore
sensazioni sopite da lungo tempo.
Per tanti, e tanti anni, io ho vagabondato,
e mi sembra di vagabondare ancora adesso,
invece di sprecare le ore a scuola da ragazzo,
quelle stesse ore che da uomo morirei per non dimenticare.
O ore che gli anziani dal cuore di ghiaccio credevano perse,
reclini con la loro testa grigia sopra i miei libri,
ancora di più apprezzo la scienza che ho assaporato
con te, tra gl’alberi ed i ruscelli,
più di tutto quello che ho imparato
dai tomi eruditi o dagli uomini inariditi dagli studi!
Natura, la tua anima era una sola con la mia,
e, come una sorella da un giovane fratello
è amata, ognuno sgorgante dall’altro,
e il mio amore era il tuo.
Non sei stata forse come una madre amorevole
che mi ristorava con la gentilezza e con il potere dell’amore,
sul cui cuore il mio palpitante cuore deponevo
e spillavo tutti i miei dolori d’infanzia,
sino a che pace e tranquillità non volavano su di me?
Non è stato un caro amico il dorato tramonto?
Non ho mai trovato gentilezza nella silente luna,
e nei verdi alberi, le cui cime ondeggiano e s’incurvano,
intonando sempre la loro dolce sommessa melodia?
Non ho mai sentito affetto nelle oscure e solenni foreste –
non ho mai sentito la voce dell’amato nelle tristi solitudini?
Sì, sì! I miei occhi non m’hanno mai ingannato,
i ciechi capi non mi hanno insegnato ad essere saggio.
Care ore! Che ancora oggi vivo,
sentendo e vedendo con le orecchie e gli occhi
dell’infanzia, voi insetti, che nell’alveare
del mio giovane cuore venivate cariche di ricchi tesori,
raccolti in campi e boschi e assolate valli, per divenire
cibo per il mio spirito nei giorni d’inverno.
Venite, venite ancora! Venite ancora!
E, come un bambino tornato a casa ancora una volta
dopo un lungo soggiorno in regioni straniere,
io riposo sopra il petto di mia madre,
sentendo la benedizione del ristoro,
e dimorando nella luce dei tempi passati.
O voi che non vivete la vera Vita,
il vostro morire non è altro che morte,
cantate la vuota fatica e le insignificanti lotte,
in un’insensata ossessione!
Uscite, vedrete il vero volto della Natura,
bevete nella grazia del suo sguardo;
guardate il tramonto, ascoltate il vento,
la cascata, il terribile tuono;
andate, adorate il mare;
allora, e solo allora, capirete
con sempre crescente meraviglia,
che l’uomo non assomiglia per nulla a voi;
andate con anima mite e umile,
e allora le scorie di voi stessi si staccheranno
dai vostri occhi – stanchi pesi
cadranno dalle vostre gravate schiene;
e voi vedrete,
con occhi rispettosi e pieni di speranza,
ardere con neonate energie,
le più grandiose opere!
James Russell Lowell-Poeta americano
La Luna
La mia anima era simile al mare
prima che fosse creata la luna,
piangeva nell’immensità indistinta,
impaurito dalla sua stessa forza,
irrequieto ed instabile.
Attraverso tutte le fenditure spumeggiava invano
intorno alla sua prigione di terra,
in cerca di qualcosa di sconosciuto,
inabissandosi senza pace e senza riposo,
perché nessuna luna era ancora sorta:
la sua unica voce era un lungo e cupo gemito
perché era solo, senza speranze,
e viveva unicamente per una inutile ricerca.
Così era la mia anima; ma quando fu piena
di così tanta inquietudine da distruggerla,
una voce bellissima
sussurrò un fioco presagio,
e fu così soave, così dolce, così sommesso,
ch’ella fu felice e sparì ogni dolore;
e, come il mare spesso giace immoto,
facendo incontrare le sue acque,
come guidate da una volontà inconscia,
ai piedi dell’argentea luna,
così giace la mia anima dentro ai miei occhi
quando tu, luna guardiana, sorgi.
E ora, quantunque le sue onde
possano turbare e risvegliare sensazioni sopite,
la forte ed eterna legge dell’Amore,
come un mentore deciso e tranquillo,
calma e naturale come il respiro,
si muove attraverso la vita e la morte.
Mezzanotte
La luna risplende bianca e silente
nella nebbia, come un’onda
di un oceano incantato,
scivola sull’immensa palude,
riversando i suoi flutti simili a spettri
dappertutto, silenziosamente.
Una incerta e siderea magia
rende tutte le cose misteriose,
e attrae il muto spirito della terra
verso i cieli bramosi, –
mi sembra di udire deboli sussurri,
e tremebonde risposte.
Le lucciole sui pascoli
vibrando corrono di qua e di là;
la severa ombra degli olmi
grava sull’erba sottostante;
e debolmente da lontano
il gallo sognante rimanda il suo grido.
Tutto appare bizzarro e mistico,
gli stessi cespugli si gonfiano,
si muovono e prendono forme meravigliose,
come stregati da un sortilegio, –
neanche i lillà sembrano più gli stessi
conosciuti così bene sin dall’infanzia.
La neve che infonde il silenzio più profondo
continua a cadere sopra ogni cosa,
così bella e serena,
eppure simile a un drappo funebre, –
come se tutta la vita fosse finita,
e il riposo fosse giunto su tutto.
O selvaggia e mirabile mezzanotte,
c’è una forza dentro di te
che rende il corpo incantato
simile ad uno spirito,
e gli dona flebili barlumi
di immortalità!
Beaver Brook
Silente riposa la collina illuminata dalla luce del sole,
mentre, per segnare il trascorrere del tempo,
l’ombra del cedro, lenta e tranquilla,
si allunga sulla sua meridiana di muschio grigio.
L’afoso mezzodì colma il calice della valle,
le foglie del pioppo ondeggiano impercettibili,
solo la piccola macina rimanda
il suo incessante ed indaffarato ronzio.
Scalando il muro dalle pietre smosse che circonda
la strada lungo gli argini del laghetto del mulino,
da sotto i tronchi dell’archeggiante cispino,
i miei passi spaventano il timido chewink.
Sotto all’ossuto sicomoro
la porta rossa del mulino lascia uscire il baccano;
l’impallidito mugnaio, impregnato di polvere,
percorre rapidamente la stanza buia al suo interno.
Qui non troverete la forza del torrente di montagna;
il dolce Beaver, figlio della tranquilla foresta,
ammassa la sua piccola brocca nel mio orecchio,
e docile attende la volontà del mugnaio.
Velocemente l’Ondina scivola lungo la corrente
senza essere udita, e, ad intervalli regolari,
allaga la lenta ruota della sua luce e della sua grazia,
mentre, ridendo, insegue il riluttante sgobbone.
Il mugnaio non si immagina a quale costo
le tremanti pietre del mulino mormorano e roteano,
né come ad ogni movimento, scuotono
bracciate di diamanti e perle.
Ma l’Estate ha rasserenato i miei occhi felici
con gocce di succo celestiale,
per mostrarmi come la Bellezza si trova
dentro ad ogni forma delle cose.
Di più: mi è sembrato di aver osservato quel fiume,
che ora si sottrae alla vista triste e offuscato,
spesso, qua e là, di sangue umano,
per far girare le laboriose ruote del mondo.
Non diversi dal mugnaio,
anche noi rinchiusi nelle nostre celle,
sappiamo quale spreco di rara bellezza
muove i macchinari di tutti i giorni.
Certamente arriverà un tempo più saggio
in cui questo eccesso di forza,
non più tetra, lenta e stupida,
si lancerà verso la musica e la luce.
In quella nuova infanzia della Terra
la vita stessa danzerà e giocherà;
il sangue fresco ridarà vigore nelle vene smorte del Tempo,
e la fatica incontrerà il piacere.
Poesia
Violetta! Dolce violetta!
I tuoi occhi sono pieni di lacrime;
Sono forse umidi,
ancora umidi,
dei ricordi del passato?
O sono forse pieni di gioia,
per questa notte così bella,
perché desiderano arrivare ai cieli più alti?
Tu sei stata l’amata della mia giovinezza,
della mia felice giovinezza,
e adesso posso vedere
nelle lacrime
tutto il passato allegro e soleggiato,
tutta la sua felicità e verità,
sempre fresca e verde in te
come il muschio nel mare.
Il tuo piccolo cuore, che grazie al tuo amore
é cresciuto ed è diventato color del cielo,
verso il quale tu sempre guardi,
può conoscere
tutti i dolori
di una speranza per quello che non ritornerà più,
tutti dispiaceri e i desideri
di questi nostri cuori che ci appartengono?
No! Non guardare
verso il cielo
con quegli occhi tristi,
non guardare con gli occhi tristi le stelle;
lascia che la mia anima insieme alla tua
prendano il colore che vogliamo,
sereni, forti, nobili,
non soddisfatti dalla sola speranza – ma divini.
Violetta! Cara violetta!
I tuoi occhi azzurri sono umidi
di gioia e d’amore per colui che ti ha mandata,
e per il senso
di felice obbedienza
che ti ha reso ciò che la Natura voleva che fossi!
James Russell Lowell-Poeta americano
Una ballata mistica
I.
La luce del tramonto si era quasi confusa
nell’incerto grigiore del crepuscolo;
una lunga nube riposava sull’orizzonte,
al di sotto della quale una stria d’un bianco azzurrognolo,
oscillava tra il giorno e la notte;
nel cielo, sopra i pini della collina,
fremeva la palpitante stella della sera,
e la luna nuova, dalle tenui forme,
fiocamente scintillante attraverso le arcate degli olmi,
riempiva il calice della memoria sino all’orlo.
II.
In una sera come questa il cuore diviene
luogo di meditazione, e a stento può distinguere
il presente dal passato,
o se la realtà esiste davvero; –
una meravigliosa nebbia incantata
serpeggia dalla nuova luna,
avvolgendo tutte le cose nel mistico dubbio,
così che quest’intero mondo sembra falso,
mentre le nostre fantasie prendono colore
da un passato della nostra vita ormai dimenticato.
III.
La fanciulla si sedette ad ascoltare il flusso
del vento d’occidente così leggero e sommesso
che a stento le foglie s’agitavano qua e là;
liberi, i suoi folti capelli dorati
si scompigliavano sul petto nudo,
splendente di fremiti candidi come la neve
nella magica luce della luna:
la brezza si alzò con frusciante crescendo,
e da lontano arrivò il profumo
da lungo tempo dimenticato di un mughetto.
IV.
La fioca luna riposava sulla collina,
in silenzio, senza pensieri o desideri,
accanto a dove sedeva la fanciulla sognante;
d’un tratto la punta della luna, come una stella,
fece affondare la striscia dell’orizzonte;
la notte era giunta al suo nero apogeo,
ed ancora la fanciulla rimaneva seduta da sola,
pallida come un cadavere sotto ai raggi di luce
ed il suo bianco petto ancora brillava
come un sogno nell’oscura mezzanotte.
V.
Arrivò il mattino limpido e sereno,
e generosamente il sole cominciò a distribuire
l’oro tra i suoi biondi capelli,
accendendoli, sino a che lentamente
si formò un’aureola intorno alla sua testa;
teneva in mano un fiore appassito,
cresciuto in terre lontane,
e, silenziosamente trasfigurata,
con i grandi occhi sereni, la testa non abbassata,
la trovarono morta.
VI.
Un giovane, quella mattina, sotto altri cieli,
sentì improvvise lacrime bruciare dentro ai suoi occhi,
ed il suo cuore traboccare di ricordi;
tutte le cose all’infuori di lui sembravano essere unite
in una strana unica fratellanza,
e da allora ebbe sempre la sensazione di
camminare nel mezzo di un incantesimo misterioso,
e da allora, impossibile conoscerne la ragione,
il suo cuore si sarebbe sempre raggelato all’odore
del suo amato mughetto.
VII.
Qualcosa era fuggito via;
degli incostanti palpiti del giorno,
attraverso fessure stellate nel suo corpo,
divennero lucenti e reali, sempre di più,
mentre sulla terra tutto era rimasto nell’oscurità;
e, attraverso quelle fessure, come in un passato,
il suo spirito interiore sopportò
amori più forti e poteri più selvaggi,
che gli portarono frutti rinfrescanti e fiori
dalle dimore e dai campi Elisi.
VIII.
Proprio sul confine labile dei sensi,
non confermato da prove concrete,
ma noto da una profonda influenza
che attraverso il nostro rozzo corpo brilla
con luce crescente e divina,
laddove i più alti pensieri possono prendere il volo
s’estende il mondo del Mistero –
e lassù nessuno prende troppo in considerazione
coloro che giudicano che nulla è reale
all’infuori dell’Invisibile incontestabile.
IX.
Un passo oltre alle cose di tutti giorni,
un battito in più delle grandi ali dell’anima,
un dolore più profondo talvolta accompagna
lo spirito in quella grande Vastità
dove non v’è futuro né passato;
nessuno sa come vi sia entrato,
ma, al risveglio, trovò i propri spiriti dove
pensava che un angelo non avrebbe potuto librarsi,
e, ciò ch’egli prima chiamava falsi sogni,
adesso è la realtà.
X.
Queste apparenti sembianze sono solo spettacoli
con cui il corpo vede e conosce;
molto più sotto, per sempre scorre
il fiume delle più sottili comprensioni
che rendono i nostri spiriti stranamente saggi
nel timore, e paurosi oscuri presagi
che, dai sensi più esteriori,
si estendono oltre il nostro raziocinio e la nostra vista,
bellissime arterie di luce circolare,
pulsate all’esterno dall’Infinito.
Ad un pino
Torreggi sulla cima del Katahdin,
grande e d’un azzurro violetto tu appari da lontano;
come una nuvola sopra le terre più basse ti chini,
sicuro rimani aggrappato, cullato dalla tempesta,
non hai paura d’essere da lei abbattuto.
Nella bufera, come un profeta impazzito,
ti dimeni e fai cantare i tuoi rami;
il tuo cuore si rallegra con il terrore,
presagisci le terribili valanghe,
quando intere montagne precipitano verso le valli.
Con pazienza tu tendi gli impluvi
con le tue braccia, come se implorassero benedizioni,
come un vecchio re portato fuori dal suo palazzo,
mentre il suo popolo si riversa a combattere
la città da lui governata.
Al taglialegna che dorme sotto la tua ombra
tu intoni selvagge melodie,
fino a che egli non vorrà essere trasportato
nelle tende degli Arabi dell’oceano,
le cui isole alla deriva sono il loro bestiame.
La burrasca ti afferra e ti rende la sua lira,
e con mano delirante scortica una delirante armonia,
mentre scarica il suo possente desiderio
di lanciarsi sul grande Atlantico,
ch’estende le braccia verso il suo compagno di gioco.
La selvaggia tempesta si rintana tra i tuoi rami,
e da là devasta il continente sottostante;
come un leone in attesa della preda,
è là che il feroce tuono attende di balzare fuori,
di tanto in tanto grugnendo impaziente.
A disprezzo dell’inverno tu conservi la tua verde gloria,
tu, vigoroso padre degli antichi Titani!
Solo i fiocchi di neve ti ingrigiscono,
accoccolandosi e addormentandosi tra le tue frasche,
ed ammantandoti in silenzio.
Tu solo conosci lo splendore dell’inverno,
tu, che tra le nevi argentate, i precipizi ammutoliti,
ascolti gemere e frantumarsi guglie di ghiaccio verde,
e poi crollare nei velati abissi
nella quiete della mezzanotte.
Tu solo conosci la gloria dell’estate,
quando guardi l’immenso mare delle foreste
che rimandano il loro orgoglioso mormorio
verso di te, verso il loro capotribù, che torreggia
dal tuo brullo trono verso il cielo.
L’amante
I.
Gira il mondo da Oriente a Occidente,
cerca in ogni nazione sotto il cielo,
non troverai mai un uomo così benedetto,
un re così potente come me,
neppure se cerchi per l’eternità.
II.
Io sono un dolce amante,
seduto accanto alla mia amata:
lei mi ha dato tutta la sua anima
senza un solo desiderio o un pensiero di superbia,
e diventerà la mia amatissima moglie.
III.
Non fa mai mostra di sfarzo,
non si fa vedere con gioielli rari;
in bellissima semplicità
veste leggiadre ghirlande di foglie,
intreccia modesti fiori fra suoi capelli.
IV.
Talvolta indossa una gonna verde,
talvolta una gonna bianca come la neve,
ma, comunque si vesta,
sembra sempre la più bella e la più onesta,
e al mio sguardo la più incantevole.
V.
Né io sono il suo unico amante,
lei ama tutti indistintamente,
ma non ne sono geloso, perché tutti
leggono amore e verità dentro ai suoi occhi,
e la stimano all’altezza di un monile prezioso.
VI.
Tu sei così, Eterna Natura!
Sì, sposa del Cielo, tu sei così;
ami tutte le creature,
doni a tutte una parte importante nel creato,
riempiendo di pace ogni cuore.
Il poeta
Colui che ha sentito il mistero della Vita
schiacciarlo come una notte cupa,
la cui anima non ha conosciuto altro
se non la sofferenza; –
colui che ha visto forme confuse sollevarsi
dalle profondità silenti dello spirito
e fissarlo con sguardo espressivo
pieno di speranza,
eppure non in grado di proferire neppure una parola,
sebbene egli preghi tutta la notte che riescano,
“salvatemi, salvatemi! Sono malato,
e voi siete così meravigliosamente forti”! –
Colui che, nella mezzanotte più tetra e cupa,
ha sentito la voce della potenza
irrompere echeggiando tra le sale del sonno
nel solitario cuore della Notte,
e, dal suo giaciglio insonne,
ha guardato e ha pianto perchè desiderava sapere
cosa voleva dire quell’oracolo
che ha reso il suo essere così affranto;
colui che ha sentito quanto possente e grande
sia l’Anima dell’uomo,
e non ha abbassato lo sguardo davanti al Destino,
da cui la Vita e il Pensiero derivano;
la cui armatura di questa fiducia immobile
non conosce debolezze,
colui che ha calpestato e gettato la paura nella polvere
sotto i piedi dell’umiltà; –
colui che in pace con se stesso ha portato la sua croce,
riconoscendosi come il re
del suo tempo, e non ha considerato uno spreco
imparare tramite la sofferenza; –
e colui che ha adorato la donna
con animo puro e modesto,
e non ha mai profanato il suo sacro tempio
né con le azioni né con il pensiero –
Questi è il Poeta, colui al quale
é stato dato il dono della poesia,
la cui vita è sublime, forte e vera,
e che non è mai caduto dal Cielo;
il Poeta, che grazie alle sue labbra
egli vive per l’eternità,
maestose come le navi in alto mare,
le parole della Saggezza egli sparge.
Il pastore di re Admeto
Visse un giovane sulla terra,
migliaia di anni fa,
le cui mani delicate non erano buone a nulla,
né ad arare, né a mietere il grano, né a seminare.
Sopra un grande guscio di tartaruga
distese alcune corde, e da quelle attinse
una musica che scaldava i cuori degli uomini,
o che colmava di lagrime i loro occhi.
Re Admeto, che invero
aveva un buon gusto,
decretò che le sue melodie non fossero così cattive
da esser ascoltate tra un bicchiere di vino e l’altro:
così, molto ben disposto perché dolcemente accompagnato
in un dolce dormiveglia,
tre volte si lisciò la regale barba,
e lo nominò vicerè del suo ovile.
Le parole del giovane erano semplici parole,
ed anch’egli le usava solo come parole,
ma quelle che dalle altre bocche uscivano ruvide
dalla sua bocca uscivano ritmiche e dolci.
Il volgo lo considerava un incapace,
non vedeva nulla di buono in lui;
tuttavia, inconsapevolmente,
accettarono comunque le sue parole come legge.
Non sapevano come avesse imparato quest’arte,
perché in ozio, ora dopo ora,
non faceva altro che guardare le foglie morte cadere,
o meditare su un fiore.
Sembrava che la bellezza delle cose
gli avesse insegnato il loro uso,
poiché, anche nelle semplici erbe, nelle pietre, nelle brezze,
egli trovava un potere ristoratore.
Gli uomini ritenevano che il suo eloquio fosse saggio,
ma, quando notavano un cenno
di grazia delicata e i suoi occhi effemminati,
questi ridevano, e lo chiamavano buono a nulla.
Eppure, dopo che lasciò questa vita,
e perfino dopo che la sua memoria venne offuscata dal tempo,
la terra sembrò un luogo più dolce dove vivere,
più colma d’amore, grazie a lui.
E giorno dopo giorno diventava sempre più venerato
ogni singolo luogo in cui era passato,
sino a che i poeti riconobbero
questo primo fratello come loro dio
James Russell Lowell-Poeta americano
La betulla
Scorre la luce del sole attraverso i tuoi rami che si muovono,
in mezzo alle tue foglie in eterno palpitanti;
Ovidio ha imprigionato dentro te una Ninfa piangente,
anima d’un antico tremulo fiume interno,
che guizzante narra le sue sventure, che rimangono inascoltate.
Mentre tutta la foresta, incantata dall’assonnata luce della luna,
oscilla le sue foglie nel felice silenzio,
in attesa della rugiada, sospesa tra respiro e ansia, –
ascolto da lontano le tue sussurranti e fioche foglie,
e seguo le tue tracce nell’oblio.
Sulle sponde di un laghetto addormentato in mezzo alla foresta,
il tuo fogliame, come le ciocche d’una Driade,
gocciola intorno al tuo bianco e magro fusto, la cui ombra
degrada tremante lungo le oscure e quiete acque,
mentre tu fuggi verso la fonte come una Driade spaventata.
Tu sei l’intermediaria degli amanti di campagna;
la tua candida corteccia trattiene in sé i suoi segreti;
Reuben scrive qui il propizio nome della Pazienza,
ed i tuoi rami flessuosi mormorano e piangono
sopra di lei, che sugge il mistero dalla tua scorza.
Tu sei per me come la mia fanciulla adorata,
così schiettamente ritrosa, piena di tremanti confidenze;
a fatica riesci a fare ombra, le tue foglie scalpiccianti
cospargono sui miei sensi il bagliore del sole che hanno raccolto,
e la Natura mi dona tutte le sue estive intimità.
Sia che il tuo cuore tremi per la speranza o per il dolore,
tu per sempre rimani in armonia; selvaggio ed inquieto
io giaccio sotto di te; il tuo dondolio, come un fiume,
scorre verso valle, dove si estende il regno della pace, e dove
il mio cuore galleggia nella terra della tranquillità.
La serenata
Gentile Signora, sia il tuo sonno sereno,
siano i tuoi sogni tranquilli,
mentre la tua anima accompagna
sulle ali delle chimere la nostra melodia;
Fratelli, noi cantiamo, triste e sommessa,
la nostra canzone dolce e umile,
simile alla voce degli anni che furono,
lascia che i nostri cuori si uniscano
alla sua soavità, come quando sentiamo
cadere le lacrime della nostra mamma.
Signora! La nostra canzone sta riportando
indietro il tempo alla tua giovinezza –
riesci a sentire l’ape che canta
e ronza in mezzo ai fiori?
Sonnolenta, sonnolenta,
nel sole del mezzodì ella continua il suo volo,
si posa sui teneri gambi
che fanno da confine ai ben noti giardini;
riesci a sentire l’intermittente frullio
delle invisibili ali del colibrì –
non ti riempie il cuore l’emozione
delle cose quasi dimenticate dell’infanzia?
Riesci a vedere la cara vecchia casa
con il vincibosco intorno alla porta?
Fratelli, piano! Il suo cuore si sta riempiendo
dei laboriosi pensieri del passato;
umilmente canta, teneramente canta,
ospita il suo spirito non più così selvaggio,
lascia che non dorma più.
Questo è il delizioso tempo d’estate,
spalancata rimane la finestra –
Signora, ti stai imbevendo di quelle voci?
Chi sta cantando queste splendide melodie,
che aumentano e poi d’un tratto diminuiscono,
come la canzone del tordo a Giugno?
Di chi è quella risata che risuona così limpida
e gioiosa nel tuo orecchio bramoso?
Più piano, fratelli, ancora più piano
ordite la canzone in intricati intrecci;
ella ora ascolta il soffio del vento d’occidente,
alla sera attraverso quel bosco di pini;
oh! Lamentosa è la loro melodia,
come di un oggetto impazzito
che, solo,
sussurra eternamente,
attraverso la notte e attraverso il giorno,
qualcosa che è passato per sempre.
Spesso, Signora, tu hai ascoltato,
spesso i tuoi occhi azzurri hanno luccicato,
dove la brezza estiva della sera
piangeva triste attraverso quelle foreste solitarie,
quando il vento fiero che viene dal nord
distorceva la loro musica lamentosa.
Sempre il fiume scorreva
come un flusso ininterrotto,
sempre il vento d’occidente soffiava,
mormorando al suo passaggio,
e mescolandosi con i suoi sogni;
il fiume scorreva sempre
con quel suono d’antico e passato;
piano, Fratelli, piano! Ella piange,
non è più sola;
forme amate e visi delicati
s’affollano intorno al suo cuscino,
in quei luoghi deserti della memoria
fluttuano le acque della nostra canzone.
Signora! Se la tua vita è sacra
come lo era quando eri una bambina,
sebbene la nostra canzone sia melanconica,
non susciterà più alcuna angoscia;
perché l’anima che ha vissuto bene,
perché l’anima simile a quella di un bambino,
è tranquilla nella sua magia
che riporta indietro ai primi ricordi.
La quercia
Che nodosa ampiezza, che profonda ombra, è la sua!
Non c’è bisogno di corone per riconoscere la regina del bosco!
Guarda come offusca con le sue foglie l’estasi estiva!
Sole, bufera, pioggia, rugiada, le tributano i loro onori,
che lei con tale benigna regalità
accetta, come se ripagasse ciò che gli è fu prestato;
tutta la natura sembra essere orgogliosa sua vassalla,
e solo grazie a lei leggiadra nei suoi ornamenti.
Guarda come troneggia tra i cumuli di neve rigonfi,
in indomabile esilio dal trono d’estate,
la cui pianura senza confini mostra ancor più regalità,
ora che le sue foglie cortigiane sono volate via.
I suoi rami mettono in musica il vento dell’inverno,
ornati dal nevischio, come la facciata d’una cattedrale
dove i fiocchi di neve riparano con bizzarra arte
i segni ed i solchi del tempo invidioso.
Guarda come la sua paziente forza persuade il rude
vento di Marzo ad esalare piacevoli brezze d’estate,
guarda come induce il suolo, altrimenti mal disposto,
ad aumentare i suoi regali con orgoglio!
Ella è la gemma; e tutto il paesaggio
(così la sua grandeur isola i sensi)
sembrerebbe solo lo scenario d’un tutto senza valore,
un bicchiere vuoto, se lei dovesse morire.
Così, di fronte alle bufere invernali della vita,
gli uomini dovrebbero imparare come avvinghiarsi
alla terra che infonde vigore; – come altrimenti sfruttare
la linfa generatrice di foglie che germoglia dal sole?
Così ogni anno che muore con le sue scaglie silenti
riempie le vecchie cicatrici sul lato più antico,
e rende l’età canuta riverita come l’età della salute,
un’epoca di orgogliosa e fronzuta giovinezza.
Così dal suolo tormentato da un destino iracondo,
i veri cuori spingono la linfa a svilupparsi più robusta,
e così tra terra e cielo rimangono sempre grandiosi,
sempre più simili ai loro predecessori;
perché le forze della natura con obbediente zelo
aspettano la fede ben radicata e la volontà della quercia;
percepiscono velocemente la frode dell’ingannatore,
e costringono gli Spiritelli a deriderlo e sbeffeggiarlo.
Signora! Tutte le tue opere sono lezioni, e tutte hanno
l’emblema dell’animo umano;
l’uomo renderà infruttuose tutte le tue gloriose pene,
scavando nella sua graziosa mole senza occhi?
Rendimi l’ultimo del boschetto di Dodona,
rendimi messaggero della tua verità,
dimmi una sola parola, non lasciare che il tuo amore
disdegni di posarsi tra i miei rami e di cantare per te.
Si laurea ad Harvard nel 1838, in legge, ma ben presto si dedica alla passione poetica, pubblicando nel 1841 la sua prima raccolta di poesie.
Impegnato con la moglie, Maria Bianca, nello sviluppo dell’abolizionismo della schiavitù negli Stati Uniti, utilizza la poesia come veicolo di lotta per informare ed educare il pubblico.
La sua opera in versi La Fable for Critics (Favola per i critici, 1848), è incentrata su giudizi critici profondi sui maggiori scrittori contemporanei; invece The Biglow Papers (Il carteggio Biglow), manifestò la disapprovazione dell’autore per la guerra con il Messico.
Letizia Battaglia- A cura di Walter Guadagnini-Dario Cimorelli Editore-
lI volume su Letizia Battaglia , a cura di Walter Guadagnini ,nasce in occasione della grande retrospettiva dedicata dal Jeu de Paume alla fotografa e attivista italiana .Letizia Battaglia(1935-2022) e presentata allo Château de Tours.
Letizia Battaglia-
Famosa per il suo lavoro su Cosa Nostra, la mafia siciliana che regnò negli Anni di Piombo, il suo lavoro colossale – ha prodotto più di 500.000 fotografie – è tuttavia molto vario. Questo volume rivela il viaggio incandescente della fotografa dai suoi esordi a Milano negli anni ‘70 fino alla sua morte nel 2022 nella sua città natale. Mette in risalto, attraverso una selezione di circa 200 stampe originali e moderne, la straordinaria capacità di Letizia Battaglia di mostrare al mondo con passione ardente, in modo diretto, senza nascondere alcun aspetto, da quello più spaventoso a quello più poetico.
Allegati
Alcune immagini del libro
Indice
Letizia Battaglia. Diventare il mondo / Letizia Battaglia. Become the world Walter Guadagnini “Non c’era niente di erotico”. Letizia Battaglia giornalista / “There was nothing erotic there.” Letizia Battaglia, journalist Monica Poggi Sorelle di lotta: Letizia Battaglia e Donna Ferrato, Mary Ellen Mark e Susan Meiselas / Sisters-in-arms: Letizia Battaglia and Donna Ferrato, Mary Ellen Mark and Susan Meiselas Melissa Harris Essere una fotoreporter non bastava: l’impegno di Letizia Battaglia nell’editoria (1986-2006) / Being a photo reporter was not enough: Letizia Battaglia’s (1986-2006) Marta Sollima Opere / Works
Gli inizi / The beginnings
Palermo e Sicilia, gli anni Settanta / Palermo and Sicily, the 1970s
Mafia, gli anni Settanta / The mafia, the 1970s
Palermo e Sicilia, gli anni Ottanta / Palermo and Sicily, the 1980s
Mafia, gli anni Ottanta / The mafia, the 1980s
Palermo e Sicilia, le feste religiose / Palermo and Sicily, religious festivals
Real casa dei matti: l’istituto psichiatrico di Palermo / Real casa dei matti, Palermo psychiatric hospital Nuovi orizzonti: gli anni Ottanta / New horizons, the 1980s
A cavallo tra i secoli, la Sicilia, la mafia, il mondo / From one century to the next, Sicily, the mafia and the world
Biografia di Letizia Battaglia / biography of Letizia Battaglia
Biografie degli autori / Biography of the authors
Walter Guadagnini
Walter Guadagnini
Walter Guadagnini è nato a Cavalese (Trento) nel 1961. Si è laureato in Lettere Moderne alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna nel 1985, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea. Vive e lavora a Bologna, dove dal 1992 è titolare di una cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea all’Accademia di Belle Arti. Dal 2011 tiene la cattedra di Storia della Fotografia ed è coordinatore del Biennio Specialistico in Fotografia della stessa Accademia.
Ha diretto dal 1995 al 2005 la Galleria Civica di Modena. Dal 1995 al 2003 ha diretto la manifestazione internazionale Modena per la fotografia. Presidente dal 2004 della Commissione Scientifica del progetto UniCredit e l’Arte, nel 2007 cura la mostra Pop Art! 1956-1968 alle Scuderie del Quirinale, Roma. Nel 2007 è Commissaire Unique per la sezione italiana all’interno di Paris Photo. Nel 2008 cura insieme a Francesco Zanot Faces -Ritratti nella fotografia del XX secolo alla Fondazione Ragghianti di Lucca. Nel 2009 cura la mostra Past Present Future – Highlights from the UniCredit Group Collection al Kunstforum di Vienna. Nel 2011 cura le mostre Things are queer al MARTa Museum di Herford e People and the City al Winzavod Centre for Contemporary Art di Mosca. Nel 2013 cura la mostra Andy Warhol – Una storia americana a Palazzo Blu di Pisa (con C.Ceppi Zevi) e le mostre collettive Territori instabili – Confini e identità nell’arte contemporanea al CCC Strozzina di Firenze (con F.Nori) e La Grande Magia al MAMbo di Bologna (con G.Maraniello). Nel 2014 cura la mostra Facts and Fictions al MAMM di Mosca.
Nel 2000 ha pubblicato il volume Fotografia per l’editore Zanichelli, Bologna. Nel 2007 pubblica il volume 100 – La fotografia in cento immagini per Motta Editore, Milano. Nel 2010 pubblica Una storia della fotografia del XX e del XXI secolo per Zanichelli, Bologna.
È curatore del progetto editoriale La Fotografia, in 4 volumi pubblicati dal 2011 al 2014 dalla casa editrice Skira, edizione italiana e inglese.
Dal 1995 al 2003 ha collaborato come critico d’arte con il quotidiano «La Repubblica». Dal 2006 è responsabile della sezione fotografia de «Il Giornale dell’Arte». Dal 2008 al 2009 è stato co-direttore della rivista «FMR – Bianca».
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960- A cura di Walter Guadagnini, Monica Poggi- Dario Cimorelli Editore-
Margaret Bourke-White (1904-1971), è una tra le fotografe più autorevoli della storia del fotogiornalismo. Fu tra le prime donne fotografe ad affrontare un ambiente ed un settore fino ad allora prettamente maschile, la prima fotografa straniera ad avere il permesso di scattare foto in URSS e la prima donna fotografa a realizzare una copertina di Life.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Il volume monografico presenta l’opera di questa pioniera dell’informazione e dell’immagine, Margaret Bourke-White ha esplorato ogni aspetto della fotografia: dalle prime immagini dedicate al mondo dell’industria e ai progetti corporate, fino ai grandi reportage per le testate internazionali più importanti; dalle cronache sul secondo conflitto mondiale, ai celebri ritratti di Stalin prima e poi di Gandhi; dal Sud Africa dell’apartheid, all’America dei conflitti razziali fino al brivido delle visioni aeree del continente americano.
Allegati-Alcune immagini del libro
Indice
Margaret Bourke-White Una vita sul tetto del mondo Monica Poggi Il talento di Miss Bourke-White Margaret e la scrittura Alessandra Mauro I primi servizi di “Life”
L’incanto delle fabbriche e dei grattacieli
Ritrarre l’utopia in Russia
Cielo e fango: le fotografie della guerra
Il mondo senza confini: i reportage in India, Pakistan e Corea
Oro, diamanti e Coca-Cola
Biografia
Bibliografia
Nacque nel Bronx il 14 giugno 1904, figlia di Joseph White, inventore e naturalista e Minnie Bourke; avviata agli studi di biologia frequentò, ancora studentessa del college, alcuni corsi di fotografia[1].
La carriera professionale inizia nel 1927. All’età di vent’anni iniziò a scattare fotografie industriali.
Nel 1929 si compì la svolta professionale: conobbe Henry Luce, caporedattore di Time, che la invitò a trasferirsi a New York per collaborare alla fondazione di una nuova rivista illustrata: Fortune[2].
Erano gli anni della Depressione e dell’importante campagna fotografica della Farm Security Administration e anche la Bourke-White con il futuro marito, lo scrittore Erskine Caldwell, intraprese un viaggio di ricerca e documentazione sociale nel sud, che sfociò nella pubblicazione del libro You Have Seen Their Faces. La fotografia della Bourke-White fu emblematica sia per i contenuti che per lo stile. Fin dagli inizi, la sua carriera abbracciò la visione moderna tipica di quegli anni, di un mondo dominato dalla fede nel potere della macchina e della tecnologia.
Nonostante i suoi viaggi e il rapporto con Fortune, fino al 1936 mantenne un proprio studio, per i lavori industriali e di corporate senza per questo trascurare le diverse possibilità per libri, mostre e lavori indipendenti.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Il primo numero della rivista Life, del 23 novembre 1936, utilizzò una sua foto per la copertina. Era uno scatto dei lavori finiti (grazie al New Deal) della diga di Fort Peck, nel Montana: un’immagine che fece il giro del mondo e che segnò un punto di svolta della professione del fotografo nell’universo femminile.
Da quel momento Margaret Bourke-White iniziò un’assidua collaborazione con la prestigiosa rivista e copre reportages dalla Seconda Guerra mondiale, all’assedio di Mosca, dalla guerra in Corea, alle rivolte sudafricane. Al fotogiornalismo la Bourke-White dedicherà la maggior parte della sua carriera[3].
La Bourke-White si considerò sempre una fotografa seria e impegnata in un’altrettanto seria missione. Dopo aver scattato le fotografie della Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1938, credette che la macchina fotografica potesse salvare la democrazia del mondo: “sono fermamente convinta che il fascismo non avrebbe preso il potere in Europa se ci fosse stata una stampa veramente libera che potesse informare la gente invece di ingannarla con false promesse”.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Fu con il marito in Unione Sovietica nel 1941, quando venne invasa dai nazisti (la Bourke-White fu non solo l’unica fotografa americana testimone dell’evento, ma anche la sola fotografa straniera a Mosca).
Grazie all’intervento di Roosevelt scattò il primo ritratto non ufficiale di Stalin, anche l’unico per molti anni, con circolazione autorizzata al di fuori dell’URSS. Nel 1943 fu la prima donna ad accompagnare i caccia statunitensi che bombardavano e fotografò quello che fu uno dei più violenti attacchi all’esercito tedesco.
A seguito del reggimento statunitense, fotografa gli assedi della linea gotica (zone di Loiano e Livergnano nell’Appennino Emiliano)[4]. Entrò a Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri e fece parte del gruppo che scoprì, prima ancora dell’esercito, il campo di Erla. Nel 1952 capì per prima i tragici risvolti della guerra di Corea.
Perseguendo la sua missione lei stessa divenne leggenda: nel 1937 durante un servizio nell’Artico il suo aereo fece un atterraggio di fortuna e si interruppe per giorni e giorni ogni contatto; nel 1942 in navigazione verso il Nord Africa la nave fu silurata nel Mediterraneo e passò una notte e un giorno su una scialuppa di salvataggio.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Nel 1953, all’età di 49 anni, le venne diagnosticata la malattia di Parkinson. Quando nel 1959 non fu più in grado di lavorare, si sottopose ad un intervento chirurgico al cervello che fu documentato sui giornali. Da quel momento ridusse drasticamente l’attività di fotografa e si dedicò alla scrittura. L’autobiografia Il mio ritratto, venne pubblicata nel 1963 e fu un bestseller.
Dopo una caduta nella sua casa di Darien, nel Connecticut, morì il 27 agosto 1971, all’età di 67 anni[2].
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Stile
Nel 1928 affermò su un giornale che “l’industria è il vero luogo dell’arte” e due anni più tardi che “i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento”.
Nella composizione delle sue prime immagini, si può notare una stretta relazione con la pittura cubista, la sovrapposizione dei piani, le geometrie astratte, la riduzione da tridimensionale a bidimensionale; e fu senza dubbio altrettanto importante l’influenza del cinema espressionista russo e tedesco, da cui derivano la drammaticità degli effetti di luce e la suggestione per l’astratto. Accanto all’aspetto teatrale, e a volte retorico, della sua fotografia industriale, ha sicuramente contribuito alla sua fortuna anche un certo aspetto romantico: la nazione aveva bisogno di credere e sognare della tecnologia, una delle poche speranze per controbattere l’insorgere della Depressione.
Negli anni Trenta la Bourke-White muove la sua ricerca sulla scia di altri fotografi, da László Moholy-Nagy a Edward Steichen, verso il dinamismo dell’astratto: le fotografie della Elgin Watch Company o della Singer rivelano un’immagine senza alto né basso, senza punto focale, così che l’occhio è costretto a vagare sull’intera superficie. L’immagine è una successione di oggetti senza fine ed un’inquadratura puramente arbitraria di un mondo che si estende ben oltre di essa. Uno straordinario esempio di questa pratica è il foto-murales per il palazzo della NBC al Rockfeller Center datato 1933, conservato sul luogo fino agli anni ’50 e successivamente rimosso e mai più mostrato in pubblico.
Solo verso la fine della sua lunga e brillante professione, nei primi anni ’50, ritorna la passione per l’astratto con alcuni interessantissimi esperimenti di fotografia aerea che precorrono molta pittura della fine degli anni cinquanta e sessanta.
Margaret Bourke-White. L’opera 1930-1960-
Della sua professione di donna fotografa disse più volte: “la fotografia non dovrebbe essere un campo di contesa fra uomini e donne” e più tardi rivelò ad un editore: “in quanto donna è forse più difficile ottenere la confidenza della gente e forse talvolta gioca un ruolo negativo una certa forma di gelosia; ma quando raggiungi un certo livello di professionalità non è più una questione di essere uomo o donna”.
Sergio Rostagno-Una nuova esistenza oltre la vergogna – l’ultimo libro di Marco Bouchard-
Articolo di Sergio Rostagno-Il libro di Marco Bouchard* si presenta come composto di due parti. Il tema è la vergogna, che a volte si prova, che significato ha e come reagire. Nelle prime 80 pagine l’autore (magistrato emerito che conosce bene le situazioni umane dello scacco e le indebite e ingiuste soluzioni che a volte la società presenta) ci aiuta a esaminare da vicino il senso personale di vergogna che ciascuno prova involontariamente, specie nell’adolescenza. Per di più ne abbiamo appunto vergogna e ne soffriamo senza trovare la via d’uscita.
M. Bouchard, La vergogna del giusto e dell’ingiusto. Storia e pensieri di un’emozione inattuale.
Nello stesso tempo noi, poco alla volta, riusciamo a addomesticare la vergogna nel corso del nostro auto-riconoscimento e l’autore può sottolineare l’importanza di questa scuola che la vita ci offre malgrado tutto. La vergogna fa parte di noi stessi, del nostro auto-riconoscimento e della nostra sensibilità personale, nell’ingiusto e nel giusto. È giusto provare vergogna (specie di fronte a fatti che fanno inorridire); è invece ingiusto colpevolizzarci e quasi compiacersi di non riuscire a vincerla.
Nei successivi capitoli l’autore esamina “giusto e ingiusto” sotto forma di negazione e superamento della negazione.
L’autore ragiona sulla vergogna e ci aiuta a trovare il meglio della vergogna. Come si passa dalla vergogna a una ammissione di colpa? L’autore crede nella possibilità di uscire dalla vergogna ed è interessante notare come riesce a farlo.
Contro la vergogna non funziona la riparazione e non si parla di espiazione. Riparazione ed espiazione restano nella zona del compromesso e peggiorano la situazione. Si esce invece da una condizione opprimente e si arriva a respirare un’aria diversa quando si volta pagina completamente. Questo è il messaggio principale del libro. La soluzione (alla quale sono dedicati diversi capitoli e lucidi esempi di letteratura e cinema) è concepita come una possibilità nella quale bisogna comunque sperare e credere.
Non, dunque, sfruttamento della vergogna in senso penitenziale o al fine di espiazione, ma rovescio di posizione. L’autore ne dà diversi esempi con casi realmente successi, secondo lui al di fuori del normale, perché indicano e aprono un nuovo cielo e una nuova terra. Questa realtà nuova si schiude da sé, senza che le istituzioni sociali o la cosiddetta vita normale vi siano propizie o propense. Da qui nasce una prospettiva nuova.
A penitenza, suicidio o espiazione, come esito della vergogna, l’autore contrappone una nuova esistenza fatta di episodi inaspettati che si producono forse per un sussulto di umanità che trova lo spazio attraverso le istituzioni e le volontà avverse. Tra gli esempi anche quello del miglioramento della vita nel carcere.
Un grande tema umano e un grosso tema filosofico e religioso, quello della negazione e del suo rovesciamento. Tema umano e teologico allo stesso tempo. La positività emerge senza che noi ne sappiamo dare una ragione. Succede che ne possiamo afferrare la possibilità e con questa alla fine sfruttiamo al meglio anche la vergogna e la governiamo con un esito limpido, psicologicamente e socialmente positivo. Che l’essere umano possa alzare le vele, quando soffia il vento dello Spirito.
* M. Bouchard, La vergogna del giusto e dell’ingiusto. Storia e pensieri di un’emozione inattuale. Torino, Bollati Boringhieri, 2025, pp. 157, euro 14.
Fonte-Riforma.it-Il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste
Luciano Canfora, Eric Hobsbawm, Marx e i suoi scolari-Stilo Editrice
Descrizione del libro di Luciano Canfora, Eric Hobsbawm-Circa venti anni addietro, il grande storico britannico Eric Hobsbawm pubblicò un’ampia voce biografica su Karl Marx nell’Oxford Dictionary of National Biography. Questo scritto, che rispecchia la riflessione più matura di Hobsbawm sulla figura e sul pensiero di Marx , segna, nonostante la brevità, un passo avanti e, si potrebbe dire, conclusivo nell’ambito della riflessione di lunga durata dedicata da Hobsbawm alla figura di Marx. Il testo è preceduto da una ricerca di Luciano Canfora incentrata sulle indicazioni politiche operative lanciate in modo discontinuo da Marx durante la sua lunga militanza, e soprattutto durante il lungo esilio. Ciò che viene qui messo in evidenza è il peso costituito dalla rilettura che Engels diede di quelle indicazioni sommarie e discontinue: rilettura che determinò il modo di essere e di condurre la propria azione politica da parte della socialdemocrazia europea e tedesca in particolare. Al termine di questa vicenda vi è lo scontro durissimo tra gli eredi di Engels e l’emergente leninismo. Un’attenzione particolare viene dedicata all’esito italiano di questo scontro, imperniato sulla originalità, sanamente eretica dei maggiori esponenti del marxismo italiano Gramsci e Togliatti.
Biografia degli autori
Luciano Canfora è professore emerito dellʼUniversità di Bari. Dirige i «Quaderni di storia» e collabora con il «Corriere della Sera». Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo: La meravigliosa storia del falso Artemidoro (Sellerio, 2011); Il mondo di Atene (Laterza, 2011); Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno, 2012); Spie, URSS, antifascismo. Gramsci 1926-1937 (Salerno, 2012); La guerra civile ateniese (Rizzoli, 2013); La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone (Laterza, 2014); Augusto. Figlio di dio (Laterza, 2015); Tucidide. La menzogna, la colpa, l’esilio (Laterza, 2016); La schiavitù del capitale (il Mulino, 2017).
Eric Hobsbawm (1917-2012), già docente a Cambridge (King’s College, Birkbeck College), è stato il maggiore storico del socialismo e dell’Europa otto e novecentesca. Tra le sue pubblicazioni: Il secolo breve (Rizzoli, 1995), Storia d’Europa, vol. I, L’età contemporanea. Secoli XIX-XX (Einaudi, 1996), Gente che lavora. Storie di operai e contadini (Rizzoli, 2001), Imperialismi (Rizzoli, 2007), La fine della cultura (Rizzoli, 2013). Ha diretto l’ampia e polifonica Storia del marxismo per Einaudi.
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