Farfa abbazia imperiale- a cura di Rolando Dondarini-
Gabrielli Editori- Verona
Descrizione
Descrizione del Farfa Abbazia Imperiale- Il Volume collettivo che raccoglie i contributi dei più noti studiosi di storia medievale. La loro convergenza offre un ampio quadro sull’influenza della grande Abbazia Imperiale di Santa Maria di Farfa nell’ambito delle vicende e dei rapporti intercorsi tra movimenti monastici, autorità civili e religiose e società della tarda antichità al pieno medioevo e sulla specifica presenza dell’Abbazia e delle sue dipendenze nel territorio dell’Italia centrale.
Con l’appuntamento scientifico che ha generato questi atti (Atti del convegno internazionale Farfa – Santa Vittoria in Matenano, 25 – 29 agosto 2003) si è inteso trattare delle vicende dellAbbazia di Santa Maria di Farfa nel più ricco ed ampio spettro tematico possibile per porre rimedio alla frammentarietà di apporti e indagini relative. Sulla base di questa carenza storiografica per ripercorrere il lungo dispiegarsi delle premesse, della genesi e degli sviluppi di tale esperienza occorreva prenderne in esame la varietà delle questioni, la complessità delle relazioni, la successione dei mutamenti secondo una pluralità di prospettive e di aspetti che compensasse la circoscritta area di estrazione delle precedenti conoscenze, quasi esclusivamente tratte dalle testimonianze di esponenti del grande cenobio sabino. E per queste lacune che gli ideatori del convegno hanno voluto programmare un arco di contributi e relazioni che partendo dalle lontane origini approdasse alle residue impronte della presenza farfense tra Reatino e Piceno. Il Convegno è giunto a coronamento di oltre un decennio di appuntamenti annuali sui diversi aspetti della vita monastica tenutisi a S. Vittoria in Materano presso quella che fu la seconda grande sede del monastero di Farfa. Promossi ed organizzati dal Centro Studi Farfense, quei convegni si richiamavano implicitamente alla matrice della grande Abbazia Imperiale sorta tra tardo antico e alto medioevo ai confini tra la Sabina e il Reatino. E stata quindi naturale laspirazione a ricongiungere le due sedi e la loro storia in un grande convegno che ripercorresse le loro vicende dalle origini al declino, un convegno che non trascurasse alcun lato della ricerca. Volume collettivo a cui hanno partecipato i migliori studiosi di storia medievale presenti in Italia, l’opera fornisce senz’altro una base importante per altri studi e approfondimenti.
IL CURATORE Rolando Dondarini è professore di Storia Medievale e di Didattica della Storia del Dipartimento di Discipline Storiche dellUniversità di Bolognae insegna le stesse discipline presso la relativa Facoltà di Scienze della formazione e presso la Scuola di Specializzazione per lIstruzione Superiore. E fondatore e coordinatore del Comitato Italiano per gli Studi e le Edizioni delle Fonti Normative, socio-fondatore dellassociazione internazionale History & Computing, consigliere direttivo della Deputazione di storia patria per le province di Romagna e socio effettivo della Deputazione provinciale ferrarese di storia patria e coordinatore del LAD (Laboratorio Didattico del Dipartimento di Discipline Storiche dellUniversità di Bologna). E Presidente del Centro di Studi Farfense (emanazione della Scuola di Memoria Storica del Piceno), del Laboratorio Multidisciplinare di Ricerca Storica e dellassociazione Mediae Aetatis Sodalicium. Autore di numerose opere, ha coordinato la pubblicazione della Bibliografia Statutaria Italiana in collaborazione con la Biblioteca del Senato e ha promosso lattivazione del sito internet “De Statutis” www.statuti.unibo.it .
Gabrielli editori – Via Cengia 67 – 37029 San Pietro in Cariano (Verona – Italia)
tel. 045 7725543
Orari ufficio e libreria dal lunedì al venerdì, 9 – 12.30; 14 – 17.30
sabato mattina previo contatto
Roma-Mostra, “San Francesco, tra Cimabue e Perugino” alla Biblioteca del Senato della Repubblica-
Roma-Il 10 dicembre 2024, a Roma, nella Sala Capitolare di Palazzo della Minerva, sede della Biblioteca del Senato della Repubblica, alla presenza del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, e del Sottosegretario di Stato alla Cultura, Gianmarco Mazzi, è stata inaugurata la mostra San Francesco, tra Cimabue e Perugino. Nel Giubileo con il Cantico delle Creature, promossa dal Senato della Repubblica in collaborazione con il Ministero della Cultura, Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria, che ne cura il progetto scientifico e l’organizzazione. L’esposizione si presenta come una iniziativa che coinvolge diverse realtà istituzionali del territorio umbro, grazie all’eccezionale collaborazione della Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi, della Provincia Serafica di San Francesco dell’Umbria e del Comune di Terni, con il contributo del Comitato per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, della Fondazione Perugia e della Fondazione Cassa di Risparmio di Terni e Narni e il patrocinio del Dicastero per l’Evangelizzazione della Santa Sede.
L’esposizione, che si apre a chiusura dell’ottavo centenario delle Stimmate di San Francesco (2024) e dell’inizio dell’Anno Giubilare (2025), in concomitanza con l’ottavo centenario del Cantico delle Creature (2025), è curata da Costantino D’Orazio (direttore dei Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei Nazionali Umbria) e da Veruska Picchiarelli (responsabile del Dipartimento di Arte medioevale e della prima età moderna della Galleria Nazionale dell’Umbria): l’obiettivo principale di questa iniziativa è quello di raccontare, in forma sintetica ma efficace, un ideale percorso di sviluppo dell’iconografia di San Francesco di Assisi, tra Medioevo e Rinascimento, esaltando il suo ruolo nell’ambito della definizione dell’identità nazionale italiana.
Roma-Mostra, “San Francesco, tra Cimabue e Perugino”
La mostra è l’occasione per declinare e condividere il patrimonio culturale dell’Umbria nel segno del “Poverello di Assisi”, promuovendo alcune delle principali realtà del territorio in cui è presente la sua memoria: in questo contesto, ad alcuni capolavori della Galleria Nazionale dell’Umbria si affiancano opere provenienti da altre istituzioni, in un’ideale linea del tempo volta a indagare l’evoluzione della percezione, della memoria, del messaggio di Francesco.
La mostra è aperta da due eccezionali prestiti, frutto della consolidata collaborazione tra la Galleria Nazionale dell’Umbria con la Custodia Generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi e la Provincia Serafica di San Francesco dell’Umbria.
Il primo concede, in via del tutto eccezionale, la Chartula, una pergamena annoverata tra le più importanti reliquie del santo, un frammento autografo di San Francesco, databile al 1224, vergata dopo l’impressione delle stimmate: in essa sono riportate una ispirata benedizione del Santo al compagno e amico frate Leone e, sul recto, una lirica, Lodi di Dio altissimo; la reliquia, conservata nella Cappella di San Nicola, nella Basilica inferiore di Assisi accanto al suo saio, è ancora ben leggibile, con il “Tau” impresso su un lato, simbolo con il quale il Santo si firmava.
Dal Museo della Porziuncola, che afferisce alla Provincia Serafica di San Francesco, arriva un altro capolavoro dall’intensa identità spirituale: l’effigie del Santo dipinta da Cimabue negli anni in cui era impegnato ad affrescare la Basilica di Assisi, utilizzando come supporto la tavola che, stando alla tradizione, era servita da copertura della prima umilissima cassa di legno nella quale il corpo di Francesco fu tumulato subito dopo la morte (1226).
Partendo da questi oggetti sacri, il percorso prosegue con opere di alcuni tra i maggiori pittori del Medioevo e del Rinascimento: Perugino, Benozzo Gozzoli, Taddeo di Bartolo, Niccolò di Liberatore, in una suggestiva narrazione volta a restituire l’evoluzione dell’immagine del Santo in parallelo all’affermazione, sempre crescente, del culto francescano.
Nel Gonfalone della Giustizia di Perugino, uno dei maggiori capolavori conservati presso la Galleria Nazionale dell’Umbria, Francesco è affiancato da San Bernardino in adorazione della Madonna col Bambino, in una composizione dove compare anche la comunità dei fedeli radunata ai piedi di una formidabile veduta di Perugia, ancora segnata da una selva di torri. Nel tabernacolo di Niccolò del Priore Francesco è protagonista di un evento straordinario che lo accosta ad uno dei momenti più dolorosi della Passione di Cristo: il conferimento delle stimmate lo consacra come alter Christus, l’unico uomo ad aver accolto sul suo corpo le stesse ferite di Gesù. Le opere della mostra si presentano come raffigurazioni di eccezionale potenza simbolica ed evocativa, come nell’elemento centrale del Polittico di San Francesco al Prato, capolavoro di Taddeo di Bartolo, in cui il Santo schiaccia le allegorie dei vizi opposti ai tre voti della Regola Francescana (la Superbia – opposta all’Obbedienza – la Lussuria – opposta alla Castità – l’Avarizia – opposta alla Povertà).
Passando per la sublime eleganza dello Sposalizio mistico di Santa Caterina, opera di Benozzo Gozzoli in prestito dalla Fondazione Perugia, e per la struggente Pietà di Niccolò Liberatore, proveniente dalla Museo d’arte moderna e contemporanea “Aurelio de Felice” di Terni, l’itinerario umbro si conclude, idealmente, con due capolavori dell’artista che ha la sua terra nel nome: Pietro Vannucci, detto Perugino, il quale nel corso della sua vita si misurò più volte con la volontà di dare un volto al Santo. Le sue opere, provenienti dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, si accostano agli altri tre capolavori che giungono a Roma dal principale museo umbro, realizzati da maestri del calibro di Taddeo di Bartolo, Niccolò Liberatore (detto l’Alunno) e Niccolò del Priore.
La capacità del meglio maestro d’Italia (come lo definì Agostino Chigi, nel 1500) di rendere la portata mistica e le manifestazioni della sua ardente fede, attraverso i gesti e le espressioni, rende le sue visioni di Francesco particolarmente vive e attuali, ricordando come la contemporaneità del Santo sia il più efficace e puntuale manifesto dell’identità di una terra, di una regione, di un sentire umbro.
Perseguendo la portata eccezionale del suo insegnamento, la mostra nasce da una collaborazione territoriale, che vede unitariamente muoversi Enti e Istituzioni nell’intento non solo celebrativo, ma anche identitario: nell’anno del Giubileo, introiettando il messaggio sotteso al Cantico delle Creature, il Senato della Repubblica onora il Patrono d’Italia attraverso la più profonda identità della regione che gli ha dato i natali e ha accolto il suo transito: l’Umbria, celebrata da opere che indagano i suoi paesaggi, i suoi elementi, le sue tradizioni, i suoi culti, i suoi Maestri, la sua Storia, manifestando le radici sacre e le loro laiche declinazioni.
Elenco delle Opere
SAN FRANCESCO, TRA CIMABUE E PERUGINO.
Nel Giubileo con il Cantico delle Creature
Chartula autografa di frate Francesco con rubriche di frate Leone, 1224, settembre, ambito centro-italiano, inchiostro bruno ferro-gallico e rosso cinabro su pergamena di pelle di capra, Assisi, Cappella di San Nicola, Basilica di San Francesco (chiesa inferiore)
Reliquiario della Chartula, ultimo quarto del XVI secolo – ante 1613, Assisi, Cappella di San Nicola, Basilica di San Francesco (chiesa inferiore)
Cenni di Pepo detto Cimabue, San Francesco d’Assisi, 1280-1290 circa, tempera su tavola, Assisi, Santa Maria degli Angeli, Museo della Porziuncola
Taddeo di Bartolo, San Francesco d’Assisi in gloria schiaccia l’Orgoglio, la Lussuria e l’Avarizia (elemento centrale del verso del Polittico di San Francesco al Prato), 1403, firmato e datato, tempera su tavola, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria
Benozzo di Lese detto Benozzo Gozzoli, Sposalizio mistico di santa Caterina d’Alessandria e i santi Bartolomeo, Francesco d’Assisi e Lucia, 1466, firmato e datato, tempera su tavola, Terni, Museo d’arte moderna e contemporanea “Aurelio de Felice”
Nicolò del Priore, Tabernacolo a sportelli, Stimmate di san Francesco tra san Francesco d’Assisi e santa Chiara, 1496, tempera su tavola, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria
Pietro Vannucci detto Perugino, Gonfalone della Giustizia, 1496, olio su tela, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria
Niccolò di Liberatore detto L’Alunno e Lattanzio di Niccolò, Cristo in Pietà tra la Vergine, san Giovanni Evangelista, le Pie donne e san Francesco, 1500 circa, olio su tela, Perugia, Fondazione Perugia, Museo di Palazzo Baldeschi al Corso
Pietro Vannucci detto Perugino, San Giovanni Battista tra i santi Francesco d’Assisi, Girolamo, Sebastiano e Antonio da Padova (Pala dei Cinque Santi), 1510-1512 circa, olio su tavola, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria
Franco Leggeri Fotoreportage Roma Municipi XIII-XIV
-Ass. Cornelia Antiqua- Narrare il passato
– PONTI sul FIUME ARRONE –
Il fiume Arrone
Franco Leggeri Fotoreportage-Roma Municipio XIII- Ponti sul fiume ARRONE-Il vecchio ponte sull’Arrone , oramai in disuso , pavimentato ancora con il suo selciato originale ; incorporato nel parapetto si trova un blasone nobiliare medievale in marmo e poi vi sono ancora installate le vecchie paratie, vera archeologia industriale, le quali servivano per regolare il flusso dell’acqua destinata all’irrigazione della campagna romana circostante.
BREVI NOTIZIE SUL FIUME ARRONE IL CONFINE TRA ROMA E FIUMICINO.
Stemma sul PONTE sul FIUME ARRONE
L’Arrone è un fiume del Lazio; scorre nella provincia di Roma, è lungo 35 chilometri, nasce nella parte sud-orientale del lago di Bracciano ad Anguillara Sabazia e sfocia a Fiumicino nel mar Tirreno tra Maccarese e Fregene. Il bacino misura 125 km² di superficie. Pur configurandosi emissario del lago di Bracciano, il contributo del lago alla portata del fiume è esiguo, e in alcuni mesi dell’anno del tutto nullo. Nell’alto bacino sono presenti le sorgenti dell’Acqua Claudia. Dall’estremità sudorientale del lago, a quota 164 metri slm, il fiume si dirige da Nord Ovest a Sud Est per circa 3 km, poi si dirige a Sud per 12 km e quindi a Sud Ovest fino alla foce. In questo tratto confluisce il Rio Maggiore, affluente di destra. Subito a valle di questa confluenza il bacino dell’Arrone è attraversato dalla Strada Statale Aurelia. Alla foce è presente un prezioso ambiente umido che, insieme a tutta l’area contigua coperta da macchia mediterranea detta Bosco Foce dell’Arrone, fa parte della Riserva naturale Litorale romano.
FIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre Primavera
TORRE di MACCARESE-nota anche come TORRE PRIMAVERA o di FREGENE
La Torre di Maccarese si trova a circa 500 metri dalla foce dell’Arrone, sulla sponda sinistra. La Torre fu costruita probabilmente . al pari di quella di Palidoro nota come Torre Perla, per difendere la foce del fiume dagli sbarchi dei saraceni.
Il fiume Arrone
CURIOSITA’
“Sulle rive dell’Arrone” è il titolo di una canzone di Daniele Silvestri, contenuta nell’album “Il Latitante” (2007), in cui si parla della prospettiva, raggiungibile dalle rive del fiume, con cui si riescono a vedere diversamente le cose. All’Arrone accenna in tutt’altri termini lo spettacolo teatrale “Storie di scorie” di Ulderico Pesce, in cui si affronta il problema delle scorie nucleari, come quelle stoccate nel deposito nucleare alla Casaccia che avrebbero contaminato in passato anche il fiume, con danni incalcolabili all’ambiente.
Foto originali nota dalla Monografia TORRI SEGNALETICHE e SARACENE della Campagna Romana di Franco Leggeri
Il fiume ArroneFIUME ARRONEFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraIl fiume ArroneFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraIl fiume ArroneFIUMICINO-Torre di Maccarese nota come Torre PrimaveraIl fiume ArroneIl fiume ArroneIl fiume ArroneCasale Panphilj sito nel Borgo di Testa di Lepre di Sotto in via dell’Arrone
Museo di Fotografia Contemporanea e l’Archivio Basilico-La Mostra
Gabriele Basilico. Roma-
Roma-L a Mostra Gabriele Basilico-La Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, il MUFOCO – Museo di Fotografia Contemporanea e l’Archivio Basilico, presenta Gabriele Basilico. Roma. La mostra restituisce, in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla nascita del grande maestro della fotografia italiana, un inedito spaccato della sua ricerca visiva. L’esposizione apre al pubblico da giovedì 12 dicembre 2024 a domenica 23 febbraio 2025 nelle sale di Palazzo Altemps a Roma. Curata da Matteo Balduzzi e Giovanna Calvenzi, la mostra presenta per la prima volta al pubblico un itinerario che attraversa le principali ricerche realizzate da Gabriele Basilico su Roma, città profondamente amata e intensamente frequentata dal fotografo milanese. Una selezione di oltre cinquanta opere in un percorso narrativo pensato appositamente per dialogare con gli spazi di Palazzo Altemps, le cui sale stabiliscono una relazione diretta con i soggetti delle fotografie in mostra. Filo conduttore dell’esposizione è il legame tra Gabriele Basilico e la Città Eterna, costruito grazie a venti incarichi professionali ricevuti dal fotografo tra il 1985 e il 2011 e alle numerose campagne fotografiche che ne sono scaturite.
MNR Palazzo Altemps
dal 12.12.2024 al 23.02.2025
dal martedì alla domenica, dalle ore 9.30 alle ore 19.00,
ultimo ingresso ore 18.00
Museo Nazionale Romano
Via di Sant’Apollinare, 8 – 00186 Roma
tel. 06.684851
fax 06.6897091
C.F. 97902780580
Il Museo Nazionale Romano fu istituito il 7 marzo del 1889.
La creazione di un “Museo delle Antichità nella Capitale del Regno” fu un’esigenza avvertita non appena Roma divenne la Capitale d’Italia nel 1870. Con l’espansione urbanistica volta ad adeguare la città al suo nuovo ruolo di capitale, si rinvennero numerose opere, spesso di eccezionale valore artistico; si confermava così la necessità di realizzare un museo in cui esporre e raccontare la grandezza del passato celebrando l’ambizione di un Paese finalmente unito.
La scelta cadde sulle Terme di Diocleziano e su parte del chiostro michelangiolesco, già utilizzato come deposito dei materiali archeologici rinvenuti nel corso della costruzione del vicino Ministero delle Finanze. Nel Museo confluirono inoltre numerosi altri materiali provenienti da raccolte preesistenti, come il Museo Kircheriano, e dalle acquisizioni di sculture e collezioni di rilievo appartenute a nobili famiglie romane, tra cui la celebre Collezione Ludovisi. Al momento della sua istituzione, il Museo dispose di una minima parte degli ambienti Terme, occupate dalle più varie istituzioni e attività, dall’ Ospizio Margherita di Savoia per i poveri ciechi, negli spazi appartenuti alla Certosa, al celebre Caffè Concerto Al Diocleziano nell’Aula V. La scelta del Comitato Esecutivo per le Feste commemorative del 1911 in Roma di ospitare nelle Terme di Diocleziano la Grande Mostra Archeologica per le celebrazioni dei 50 anni dell’Unità di Italia rappresentò un’importante occasione per liberare l’intero complesso e riportarlo alla sua dimensione originaria di monumento archeologico.
Un nuovo capitolo della storia del Museo si aprì agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso. Grazie alla Legge speciale per le antichità di Roma del 1981 furono acquistati Palazzo Altemps, Palazzo Massimo e l’intero isolato della Crypta Balbi, mentre le Terme di Diocleziano furono interessate da importanti lavori di restauro. Il Museo fu quindi riorganizzato in quattro sedi, ognuna con la propria specificità: Palazzo Altemps, aristocratica dimora cinquecentesca, fu dedicato alle collezioni storiche e al racconto del collezionismo mentre a Palazzo Massimo furono esposti i capolavori della produzione artistica romana rinvenuti nella città di Roma e del suo territorio. Le Terme di Diocleziano, con i suoi monumentali spazi, accolsero il Museo della Comunicazione Scritta dei Romani e il Museo di Protostoria dei Popoli Latini. A seguito di una sistematica ricerca archeologica, fu allestita la sede della Crypta Balbi e la relativa area archeologica. A Palazzo Massimo fu inoltre trasferito alla fine degli anni Novanta il Medagliere del Museo Nazionale Romano, istituito alla fine dell’Ottocento per raccogliere i materiali numismatici provenienti dal territorio di Roma e del Lazio, e giunto a contare oggi nelle proprie collezioni oltre mezzo milione di pezzi. L’organizzazione in quattro sedi è stata mantenuta anche con il DM del 23 gennaio 2016, che ha reso il Museo Nazionale Romano uno degli istituti di rilevante interesse nazionale, dotato di autonomia speciale.
Pescara- Fondazione Genti d’Abruzzo Onlus-Presentazione del libro
di M. Vanni, M. Lanzinger e D. Piraina:”Musei , cambiare pelle per evitare il fallimento”-
Pescara, 11 dicembre 2024 – Evento Culturale della Fondazione Genti d’Abruzzo Onlus al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara- Sabato 14 dicembre (ore 11), la Fondazione Genti d’Abruzzo Onlus presenta il volume “Museologia del presente. Musei sostenibili e inclusivi si diventa” (Pacini Editore), scritto dal museologo Maurizio Vanni, insieme al presidente di ICOM Italia, Michele Lanzinger e al Direttore Cultura di Milano, Domenico Piraina, per aiutare i musei a vincere le sfide del cambiamento–L’appuntamento, in collaborazione con i Musei Archeologi Nazionali di Chieti Direzione Regionale Musei Nazionali Abruzzo, si svolgerà al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara
Cambiare radicalmente per sopravvivere al futuro ed evitare di fallire. Come? Attraverso una rinnovata gestione, più assimilabile a quella di un’impresa che di un’istituzione museale per come siamo abituati a conoscerla oggi. È questa la strada da percorrere per i musei, se vogliono restare al passo con i tempi e rispondere alle nuove esigenze della società contemporanea, senza mettere a rischio la loro sopravvivenza. Un tema, questo, al centro di “Museologia del presente. Musei sostenibili e inclusivi si diventa” (Pacini Editore), primo volume della nuova collana “Musei e Museologia del presente”, curato dal museologo (Università di Pisa), critico e storico dell’Arte, Maurizio Vanni.
Il libro, scritto insieme al presidente di ICOM Italia, Michele Lanzinger e a Domenico Piraina, Direttore Cultura del Comune di Milano e Direttore di Palazzo Reale, sarà presentato a Pescara, dalla Fondazione Genti d’Abruzzo Onlus in collaborazione con i Musei Archeologici Nazionali di Chieti Direzione Regionali Musei Nazionali Abruzzo. L’appuntamento è per sabato 14 dicembre, alle ore 11, al Museo delle Genti d’Abruzzo (via delle Caserme, 24), ad ingresso libero.
:”Musei , cambiare pelle per evitare il fallimento”-
Dopo i saluti istituzionali del Sindaco di Pescara, Carlo Masci e di Luigi Di Alberti Presidente della Fondazione Genti d’Abruzzo Onlus, interverrà la Direttrice della Fondazione Genti d’Abruzzo Onlus, Letizia Lizza per introdurre i lavori. A seguire gli interventi del museologo Maurizio Vanni e del Direttore Musei Archeologici Nazionali di Chieti Direzione Regionali Musei Nazionali Abruzzo, Massimo Sericola. Modererà l’incontro Ermanno de Pompeis, conservatore Museo delle Genti d’Abruzzo.
Il volume vuole rappresentare un vademecum per invitare i musei ad aprirsi alla collettività, affinché sappiano elaborare programmi che pongano la relazione con le proprie comunità al centro della loro azione. Una sfida che passa anzitutto da una gestione simile a quella delle imprese, elaborando quindi piani economici, bilanci di missione, strategie di marketing, profilazione e fidelizzazione del pubblico, percorsi inclusivi e progetti di fundraising per entrare nella dimensione quotidiana dei cittadini.
“Senza una solida progettualità che ne garantistica anzitutto la sostenibilità economica il museo non può adempiere alle proprie mission e non può raggiungere obiettivi misurabili – spiega Maurizio Vanni, Direttore scientifico della collana. – La creazione di valore non significa far prevalere gli aspetti manageriali rispetto a quelli storico-artistici, ma prendere coscienza che un piano economico è qualcosa di più di un elenco di costi e ricavi, ovvero uno strumento strategico di misurazione e verifica per rendere ancora più appropriate le offerte culturali su misura e migliorare gli impatti sul territorio”.
Maurizio Vanni, museologo, critico e storico dell’arte, specialista in sostenibilità, valorizzazione e gestione museale. È docente di Museologia all’Università di Pisa. Ha al suo attivo 3 direzioni museali, 400 mostre e 700 pubblicazioni.
Michele Lanzinger, geologo e Dottore di Ricerca in Scienze Antropologiche, è stato direttore del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, dal 1992 al 2024. Attualmente è presidente di ICOM Italia, la principale organizzazione non governativa che rappresenta i musei ed i suoi professionisti
Domenico Piraina, ha una duplice formazione, storico-artistica-letteraria e giuridico-economica. È Direttore Cultura del Comune di Milano e Direttore di Palazzo Reale. Ha diretto e organizzato oltre 1500 mostre.
Tarquinia(VT)-Archeologia, apertura straordinaria di due tombe etrusche-
Tarquinia(VT)-Archeologia -Nell’ambito del piano di valorizzazione strutturato per l’anno che sta per chiudersi dalla Soprintendenza, sabato 14 dicembre è in programma un’apertura straordinaria della Tomba del Tifone e della Tomba del Morto a Tarquinia. Un’occasione eccezionale, possibile in due turni di visita guidata, alle ore 15 e alle ore 16, con prenotazione obbligatoria da effettuare entro il 13 dicembre scrivendo a sabap-vt-em.tarquinia@cultura.gov.it. I partecipanti dovranno compilare e consegnare al momento dell’ingresso un modulo di liberatoria che verrà fornito via mail. L’appuntamento è fissato al parcheggio della necropoli di Monterozzi e si consiglia di indossare scarpe comode.
Le caratteristiche delle tombe
La Tomba del Tifone, scoperta nel 1832, colpisce per le sue dimensioni imponenti: un ambiente ipogeo alto 2 metri, lungo quasi 13 e largo poco meno di 10. Punto focale della struttura è il pilastro centrale con altare annesso, attorno al quale si dispongono tre ordini di gradoni. Anche la Tomba del Morto, rinvenuta nello stesso anno in località Calvario e databile al VI secolo a.C., si distingue per imponenza, con un’altezza di 1,80 metri e una pianta di 2,5 metri per lato. Il soffitto a doppio spiovente sovrasta un ambiente caratterizzato da pitture murali che rappresentano scene di danza, suono e il rituale di commiato al defunto.
Un’occasione per approfondire la cultura etrusca
L’apertura delle due tombe offre una rara opportunità per immergersi nel patrimonio della necropoli di Monterozzi, approfondendo il culto funerario etrusco: pitture e architetture testimoniano il valore simbolico attribuito ai rituali legati al trapasso, arricchendo la conoscenza di una civiltà che ha segnato profondamente il territorio.
Tarquinia(VT)- necropoli di Monterozzi
Descrizione
La collina dei Monterozzi, lunga circa 6 km e sede della principale necropoli cittadina, si estende parallela alla costa tirrenica, tra questa e l’altura della Civita dove sorgeva la città etrusca. Le tombe coprono praticamente tutto il colle; se ne conoscono più di seimila, per la maggior parte camere scavate nella roccia e sormontate da tumuli. Sono proprio questi ultimi, oggi ormai appena visibili sul terreno perché spianati dai lavori agricoli (ma solo un secolo fa se ne contavano più di 600), che hanno dato al colle il nome popolare ed espressivo. La serie straordinaria di tombe dipinte -ne conosciamo circa 200- rappresenta il nucleo più prestigioso della necropoli che resta, per questo aspetto, la più importante del Mediterraneo, tanto da essere definita da Massimo Pallottino ‘il primo capitolo della storia della pittura italiana’. L’uso di decorare con pitture i sepolcri delle famiglie aristocratiche è documentato anche in altri centri dell’Etruria, ma solo a Tarquinia il fenomeno assume dimensioni così ampie e continuate nel tempo: esso è infatti attestato dal VII al II secolo a.C., cioè per quasi tutta la durata della vita della città. Nel settore di necropoli attualmente aperto al pubblico è possibile ammirare alcuni degli ipogei dipinti più celebri, come le tombe delle Leonesse, dei Leopardi, della Caccia e Pesca etc.; la visita della cosiddetta necropoli Scataglini, un suggestivo angolo integralmente scavato, consente inoltre al visitatore di capire come dovesse in origine presentarsi la ”città dei morti”.
La Necropoli dei Monterozzi di Tarquinia ora fa parte del Parco archeologico di Cerveteri e Tarquinia, Istituto dotato di autonomia speciale, di rilevante interesse nazionale.
-conclusi i restauri delle fontane di piazza Farnese-
Roma- 10 dicembre 2024-Parte del programma Roma Caput Mundi – PNRR, i restauri delle fontane, sotto la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina, hanno previsto una serie di attività volte a ripristinare e preservare lo stato di conservazione dei monumenti e a garantirne nuovamente la piena leggibilità.
In particolare, sono stati effettuati interventi di consolidamento delle superfici; operazioni di disinfezione e disinfestazione per eliminare i micro organismi che possono danneggiare la fontana o comprometterne l’estetica; è stata eseguita la pulizia per rimuovere lo sporco accumulato, le patine biologiche e il calcare e la pulitura e il trattamento antiossidante delle parti metalliche; sono state verificate le stuccature, con interventi di riparazione e sostituzione; sono stati applicati trattamenti protettivi sulle superfici per preservarle dagli agenti atmosferici e dall’usura; è stato verificato l’impianto idrico e lo strato di impermeabilizzazione delle vasche. Infine, è stato rinnovato completamente l’impianto di illuminazione artistica con la posa in opera di nuovi corpi illuminanti.
Cenni storici
La denominazione dell’attuale piazza deriva dalla presenza del Palazzo Farnese, ora sede dell’Ambasciata di Francia, che ne occupa tutto il lato lungo verso Ovest, tra via del Mascherone e via dei Farnesi. All’origine, era la piazza principale del rione Regola.
L’area fu sistemata a partire dal 1537, intesa come pertinenza esterna di palazzo Farnese, i cui lavori di rifacimento e ampliamento iniziarono all’inizio del 1500, a seguito dell’acquisto da parte del cardinale Alessandro Farnese, divenuto poi papa Paolo III (pontificato 1534 – 1549).
Inizialmente, papa Paolo III aveva posto al centro della piazza una vasca romana di granito, che costituiva una anticipazione delle antichità esposte all’interno del palazzo. Era stata prelevata da piazza san Marco (attuale piazza Venezia) ma già proveniente dalle terme di Caracalla, all’epoca oggetto di estesi scavi da lui commissionati, nel corso dei quali erano emersi anche l’Ercole, la Flora e il Toro, oggi detti “Farnese”, costituenti il nucleo centrale delle collezioni della famiglia. La funzione del bacino doveva essere essenzialmente decorativa consentendo un punto di osservazione privilegiato per i giochi che si svolgevano in piazza (tauromachie e naumachie).
Esisteva una seconda vasca romana, praticamente uguale alla precedente e probabilmente della stessa provenienza; si trovava anch’essa in piazza San Marco, anche se inizialmente doveva essere stata posta presso la scomparsa chiesa di San Giacomo al Colosseo. Una quarantina d’anni dopo aver sistemato la prima, il cardinale Alessandro Farnese il Giovane (nipote di Paolo III) tra il 1577 e il 1580 riuscì ad ottenerla, in cambio di un’altra più piccola, e la trasferì nella piazza, di fronte al proprio palazzo. Dopo aver fatto spostare sulla destra quella già presente, le sistemò entrambe, nella posizione che occupano attualmente.
Le due fontane gemelle
Le due fontane devono la loro attuale configurazione al progetto seicentesco di sistemazione della piazza, voluto da Odoardo Farnese, eseguito da Girolamo Rainaldi e completato entro il 1626.
Con la costruzione dell’acquedotto cosiddetto Paolo (o Paolino) fu possibile trasformare le vasche in fontane, Odoardo Farnese ne commissionò la costruzione nel 1626 all’architetto di fiducia Girolamo Rainaldi.
Ispirandosi ai modelli di Giacomo della Porta, Rainaldi realizzò due fontane gemelle, costruendo due bacini mistilinei di travertino molto più grandi, anch’essi di forma oblunga con i lati marcatamente bombati e poggiati su un gradino. All’interno dei bacini, collocò le due vasche antiche, poggiate su basi di muratura che mostrano una superficie di travertino modanato, che con molta probabilità fungevano da adduttori ai due getti presenti all’interno. Al centro, tra queste due basi, vi è il blocco murario che contiene il sistema verticale che porta l’acqua acqua fino alla tazzetta superiore. Al centro dei bacini collocò un ricco balaustro a forma d’anfora con scudi, mascheroni e festoni, tipici del gusto tardo-manierista di Rainaldi. Sul balaustro posò un’ulteriore vasca, una tazzetta quadrilobata e baccellata dai bordi sfrangiati, di forma simile a quella più esterna, ma molto più piccola, sormontata dal giglio araldico dei Farnese, presente anche nella vicina fontana del Mascherone. Quest’ultima fu realizzata nello stesso periodo molto probabilmente dallo stesso Rainaldi, sempre impiegando un’antica vasca termale in granito, oltre a un altro celebre pezzo di spoglio, il mascherone.
Ben sette erano i punti da cui fuoriusciva l’acqua: uno zampillo centrale dal giglio superiore, due alle estremità della vasca romana, e altri quattro nella vasca più grande, in corrispondenza delle anse.
Roma- Piazza Farnese Le due fontane gemelle
Roma- Piazza Farnese Le due fontane gemelle
o.
Nel Settecento le fontane passarono all’Azienda Farnesiana creata dai Borboni di Napoli, discendenti dei Farnese, per divenire proprietà del Comune di Roma solo dopo il 1930.
Nel 1938-39 la fontana a sud-est subì un intervento di restauro che comportò la sostituzione integrale del giglio, del balaustro e del labbro del bacino inferiore. Nuovi interventi vennero eseguiti negli anni Settanta. Nel 1992-93 venne realizzato un restauro completo e poi nuovamente nel 2007.
Esposizione internazionale di Presepi provenienti da 17 Nazioni
Natale a Roma-In occasione del Giubileo 2025, la Federazione Internazionale degli Amici del Presepio “Un. Fœ. Præ.” in collaborazione con l’Associazione presepistica maltese, Ghaqda Hbieb Tal-Presepju di Gozo – Malta e l’Ambasciata Maltese presso la Santa Sede presenta a Roma, nello splendido complesso della Basilica di Sant’Andrea della Valle in Corso Vittorio Emanuele, Sede Generalizia dell’Ordine dei Chierici Regolari dei Padri Teatini, un’esposizione internazionale di Presepi con opere provenienti da 17 Nazioni, in rappresentanza di 21 Associazioni nazionali presenti nel mondo. Tra queste anche A.I.A.P., l’Associazione Italiana degli Amici del Presepio.
Percorrendo l’interno della Basilica, 40 presepi accompagnano i visitatori alla scoperta di opere varie, in un percorso sia stilistico che materico: dai diorami spagnoli e catalani, ai Presepi in legno del Tirolo e dell’Alto Adige, a quelli in sagome dipinte e traforate di cui uno di oltre sei metri di larghezza, fino ad arrivare al presepio francese con i santons provenzali. Inoltre si possono ammirare due grandi scene in stile biblico realizzate dai maestri presepisti maltesi, una splendida composizione della notte di Greccio in cui San Francesco abbraccia il Bimbo Gesù e alcune opere della Renania – Westfalia, della Baviera, del Belgio, della Slovenia, dei Paesi Bassi, della Svizzera e del Liechtenstein. Infine non mancano le rappresentazioni della Natività d’Oltreoceano, provenienti da Perù, Argentina, Colombia, Stati Uniti d’America e Amazzonia.
Roma Natale 2024
Mercoledì 17 dicembre alle ore 20.00 si terrà un concerto con la banda della Gendarmeria Vaticana e quella maltese accompagnate dal coro della Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura.Spiega il Vice presidente Un. Fœ. Præ Pier Luigi Bombelli: “lo scopo primario dell’Un. Fœ. Præ, è quello di diffondere il Presepio, facendolo conoscere ad un pubblico sempre più vasto. La nostra Federazione rispetta la pluralità, non tiene conto delle differenze sociali di genere o d’età, ma aiuta le persone mettendole in relazione con altre attraverso esperienze diverse, proponendo un arricchimento umano e culturale. Nel nostro tempo così frenetico e sadico di guerre, non c’è simbolo di armonia e di Pace più grande del Presepio. Insieme a tutte le Associazioni Nazionali, la Federazione augura che questo periodo di grazie offerto dalla Chiesa attraverso il Giubileo, sia un momento di riflessione sul senso vero della vita e sul percorso che ognuno di noi è invitato a fare per poter costruire un futuro di Pace in un mondo difficile. Il nostro augurio è anche la nostra preghiera”.
NATALE A ROMA
Esposizione Internazionale di Presepi
“È Nato per Noi – Lo sguardo di Dio è negli occhi di Gesù”.
Dal 30 novembre 2024 al 2 febbraio 2025 nella Basilica di Sant’Andrea della Valle.
Ingresso gratuito. Orari 8.30 – 20.00 continuato Mercoledì 17 dicembre ore 20.00 concerto con la banda del Vaticano e quella maltese accompagnate dal coro della Basilica Papale di San Paolo fuori le mura.
Roma -Torretta di Porta Pertusa-Fotoreportage di Franco Leggeri-
Torretta di Porta Pertusa
Nota -Fotoreportage di Franco Leggeri,la Torretta di Poerta Pertusa si trova a Roma ,sulla via Aurelia vicino al Vaticano di fronte all’ingresso dell’Ospedale San Carlo di Nancy, esisteva una sola foto in B/N. risalente agli anni 1940.
La storia in beve-Il Tomassetti parla di questa Torretta e la chiama “torretta nei pressi di Porta Pertusiam…(1)”. Il Tomassetti cita gli Atti Capitolini e citazioni della Camera Apostolica.
Questa Torretta è l’ultima delle torri di avvistamento della via Aurelia immediatamente a ridosso , linea d’aria (100/150 metri) dalle mura vaticane proprio di fronte a Porta Pertusa in posizione strategica sopra a Via Baldo degli Ubaldi in posizione dominante Valle Aurelia e Valle del Gelsomino-Via Gregorio VII. Dalla Torretta era possibile vedere Villa Carpegna e la Torre Rossa,oggi non più esistente ma ricordata dalla via omonima (poi è stato scoperto che Torre Rossa è in essere e pubblicherò foto e storia..).La Torretta ha una altezza di circa 7 m. La base di 3 m. circa.
La torretta si trova all’interno della Villa Pacelli in via Aurelia civ. 290 di fronte all’ospedale San Carlo . Nel 1947 Pio XII donò la villa Pacelli alla Congregazione Oblati di Maria Immacolata che ancora la possiedono , la villa è sede Generalizia della Congregazione.
Per le foto si ringrazia Monsignor Gilberto Pinon Gaytàn- Padre Generale della Congregazione Oblati di Maria Immacolata che mi ha ricevuto e mi ha permesso di scattare le foto . Per ultimo allego anche la foto in B/N del 1940-
(1)- Durante la Repubblica Romana del 1849 i francesi cercarono, ma invano, di aprirla per attaccare Garibaldi il quale aveva piazzato l’artiglieria repubblicana nei giardini vaticani.
È strutturata su tre aperture: due accessi secondari posti ai lati del portale principale, contornato da un maestoso bugnato. Attualmente è murata, e si trova su viale Vaticano, vicino alla via omonima, in corrispondenza del torrione di San Giovanni (restaurato da papa Giovanni XXIII che vi risiedette negli ultimi tempi del suo pontificato) che costituisce il baluardo sud-occidentale delle originali mura leonine.
L’epoca di edificazione, come anche per la porta Cavalleggeri, è alquanto controversa. Come l’altra, sembra dover risalire al tempo del rientro dei papi dalla cattività avignonese, quindi verso la fine del XIV secolo, quando i pontefici, di ritorno a Roma da Avignone con un consistente seguito, fissarono definitivamente la loro dimora in Vaticano (abbandonando la precedente residenza del Laterano) e le tre aperture delle mura leonine[1] si rivelarono insufficienti a soddisfare le esigenze del conseguente incremento demografico ed edilizio. Venne aperta forando le mura originarie, da cui il nome, e sembra dovesse servire solo per un utilizzo da parte della Curia e non per il traffico cittadino. Stefano Piale, basandosi sul fatto che non ne esistono menzioni precedenti all’umanista Flavio Biondo, ritiene che fu aperta dall’antipapa Giovanni XXIII, facendola quindi risalire al primo quarto del XV secolo. Di contro, potrebbe invece esserci un riferimento in un documento del 1279.
Praticamente nessuna citazione fa riferimento alla posterula situata poco oltre la porta, della quale esiste una sola testimonianza che la definisce “porta Palatii”.
Il restauro più consistente, insieme a quello dell’intero tratto occidentale di mura, sembra si possa far risalire a papa Pio IV, nel 1565, che però non vide la fine dei lavori, sebbene presso la porta sia stata apposta, in memoria, una lapide con lo stemma dalla sua casata, i Medici.
Fu probabilmente chiusa e riaperta in varie occasioni, di una sola delle quali però si ha notizia, poiché un documento del 1655 riferisce che fu aperta per l’arrivo a Roma della regina Cristina di Svezia[2].
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Denise Levertov (1923-1997)-Nata e cresciuta in Inghilterra, ma trasferita negli Stati Uniti nel 1947, Denise Levertov (1923- 1997) è una voce importante del canone poetico nordamericano del ventesimo secolo, e tuttavia ancora non ben conosciuta in Italia. Il corpus completo della sua opera è stato raccolto nel 2013 in un volume di oltre mille pagine, Collected Poems (a cura di P. A. Lacey e A. Dewey per New Directions), consentendo per la prima volta uno sguardo complessivo sulla molteplicità delle forme e dei registri poetici impiegati, da quello autobiografico-confessionale a quello di ispirazione etica e religiosa, dalla poesia di impegno e testimonianza civile alla riflessione sul lavoro poetico.Le poesie proposte, tratte da due raccolte degli anni ottanta del Novecento, accentuano un motivo profondo e pervasivo di tutta la sua opera : l’osservazione, l’ascolto, l’empatia con il mondo naturale – animali, alberi, montagne, laghi – creature viventi e senzienti, a volte trasfigurate in senso antropomorfico e metapoetico, la cui esistenza è spesso minacciata dall’opera di distruzione dell’uomo. Motivo, o assillo, che diventa dominante negli ultimi anni della vita di Levertov, in coincidenza con il suo trasferimento a Seattle, dove vive in prossimità del lago Washington e del gigantesco vulcano Rainier, presenza viva e misteriosa di molte sue poesie.
Creare la pace Una voce dal buio gridò, “I poeti devono donarci immaginazione di pace, per scacciare la violenta, consueta immaginazione del disastro. Pace, non solo l’assenza di guerra”. Ma la pace, come una poesia, non esiste prima di esserci, non si può immaginare prima che sia creata, non si può conoscere se non nelle parole di cui è fatta, grammatica di giustizia, sintassi di mutuo soccorso. Un’ impressione, la vaga intuizione di un ritmo, è tutto quello che abbiamo finché non cominciamo a pronunciarne le metafore, a scoprirle mentre parliamo. Un verso di pace potrebbe forse nascere se riformuliamo la frase della nostra esistenza, cancelliamo la sua riaffermazione di profitto e potere, mettiamo in discussione i nostri bisogni, ci prendiamo lunghe pause . . . Un ritmo di pace potrebbe forse reggersi su quel fulcro diverso; la pace, una presenza, un campo di forza più intenso della guerra, potrebbe allora palpitare, strofa dopo strofa nel mondo, ogni gesto di vita una sua parola, ogni parola un fremito di luce – facce del cristallo che si va formando.
Denise Levertov
da Collected Poems, New Directions, 2013
traduzione di Paola Splendore
Toccare il centro
“Sono un paesaggio” dice lui
“un paesaggio e una persona che cammina in quel paesaggio.
Ci sono dirupi spaventosi qui,
e pianure appagate dalla loro
bruna monotonia. Ma soprattutto
ci sono foibe, luoghi
di terrore improvviso, di corto diametro
e infida profondità”.
“Lo so”, dice lei. “Quando vado
a passeggiare dentro me, come capita
un bel pomeriggio, senza pensarci,
presto o tardi arrivo dove falasco
e mucchi di fiori bianchi, ruta forse,
segnano la palude, e so che lì
ci sono pantani che possono tirarti
giù, farti affondare nel fango gorgogliante”.
“Avevamo un vecchio cane, dice lui, quand’ero ragazzo”,
un buon cane, socievole. Ma aveva una ferita
sulla testa, se ti capitava
di toccarla appena, saltava su con un guaito
e ti azzannava. Diede un morso a un bambino,
e dovettero portarlo dal veterinario e abbatterlo”.
“Nessuno sa dove si trova” dice lei,
“e nessuno la tocca neppure per sbaglio.
È dentro il mio paesaggio, e io sola, mentre avanzo
ansiosa nella vita, tra le mie colline,
dormendo sul muschio verde dei miei boschi,
inavvertitamente la tocco,
e mi avvento contro me stessa -“
“oppure mi fermo
appena in tempo”.
“Sì, impariamo a farlo.
Non è di paura, ma di dolore che parliamo:
quei punti dentro noi, come la testa ferita del tuo cane,
feriti per sempre, che il tempo
mai lenisce, mai.”
Zeroing In
“I am a landscape,” he said,
“a landscape and a person walking in that landscape.
There are daunting cliffs there,
And plains glad in their way
Of brown monotony. But especially
There are sinkholes, places
Of sudden terror, of small circumference
And malevolent depths.”
“I know,” she said. “When I set forth
To walk in myself, as it might be
On a fine afternoon, forgetting,
Sooner or later I come to where sedge
And clumps of white flowers, rue perhaps,
Mark the bogland, and I know
There are quagmires there that can pull you
Down, and sink you in bubbling mud.”
“We had an old dog,” he told her, “when I was a boy,
A good dog, friendly. But there was an injured spot
On his head, if you happened
Just to touch it he’d jump up yelping
And bite you. He bit a young child,
They had to take him to the vet’s and destroy him.”
“No one knows where it is,” she said,
“and even by accident no one touches it:
It’s inside my landscape, and only I, making my way
Preoccupied through my life, crossing my hills,
Sleeping on green moss of my own woods,
I myself without warning touch it,
And leap up at myself”
“or flinch back
Just in time.”
“Yes, we learn that
It’s not terror, it’s pain we’re talking about:
Those places in us, like your dog’s bruised head,
That are bruised forever, that time
Never assuages, never.”
*
Presagio
Basta con questi rami, questa luce.
Il cielo, anche se azzurro, mi intralcia.
Da quando ho cominciato a capire
di avere altro da fare,
non so più stare dietro al ritmo
dei giorni col passo agile degli altri inverni.
L’albero svettante,
quello che l’alba tingeva d’oro
è stato abbattuto – quel fervore di uccelli e cherubini
soffocato. La siccità ha scurito
più di una foglia verde.
Da quando
so che un altro desiderio ha cominciato
a proiettare i suoi lacci fuori di me
in un luogo ignoto, mi protendo
in un silenzio quasi presente,
inafferrabile tra i battiti del cuore.
Denise Levertov
Intimation
I am impatient with these branches, this light.
The sky, however blue, intrudes.
Because I’ve begun to see
there is something else I must do,
I can’t quite catch the rhythm
of days I moved well to in other winters.
The steeple tree
was cut down, the one that daybreak
used to gild – that fervor of birds and cherubim
subdued. Drought has dulled
many a green blade.
Because
I know a different need has begun
to cast its lines out from me into
a place unknown, I reach
for a silence almost present,
elusive among my heartbeats.
*
Due montagne
“Avvertire l’aura di una cosa che guardiamo significa dotarla della capacità di rispondere al nostro sguardo.”
Walter Benjamin
Per un mese (un attimo)
ho vissuto accanto a due montagne.
Una era solo un bastione
di roccia pallida. ‘Una facciata di roccia’ si dice
senza pensare a un’espressione o a un volto –
un’astrazione.
Ma si dice anche
‘un uomo dal volto di pietra’, oppure ‘si è chiusa
in un silenzio di pietra.’ Questa montagna,
avesse avuto occhi, avrebbe sempre guardato
oltre o attraverso; la bocca, ne avesse avuta
una, avrebbe stretto le labbra sottili,
implacabile, senza concedere niente, proprio niente.
L’altra montagna emanava
un silenzio tutto diverso.
Può essere che (da me non avvertita)
cantasse, addirittura.
Burroni, foreste, nudi picchi di roccia, obliqui, fuori centro,
in un elegante cono acuto o corno, avevano l’aria
di provare piacere, piacere di esistere.
Questa la guardavo e riguardavo
senza trovare
un modo per convincerla a incontrare il mio sguardo.
Dovetti accettare la sua totale indifferenza,
la mia totale insignificanza,
essere
inconoscibile per la montagna
come un ago di pino o di abete
sui suoi lontani pendii, per me.
Denise Levertov
Two Mountains
“To perceive the aura of an object we look at means to invest it with the ability to look at us in return.”
Walter Benjamin
For a month (a minute)
I lived in sight of two mountains.
One was a sheer bastion
of pale rock. ‘A rockface’, one says,
without thought of features, expression –
it’s an abstract term.
But one says, too,
‘a stony-faced man’, or ‘she maintained
a stony silence.’ This mountain,
had it had eyes, would have looked always
past one or through one; its mouth,
if it had one, would purse thin lips,
implacable, ceding nothing, nothing at all.
The other mountain gave forth
a quite different silence.
Even (beyond my range of hearing)
it may have been singing.
Ravines, forests, bare rock that peaked, off-center
in a sharp and elegant cone or horn, had an air
of pleasure, pleasure in being.
At this one I looked and looked
but could devise
no ruse to coax it to meet my gaze.
I had to accept its complete indifference,
my own complete insignificance,
my self
unknowable to the mountain
as a single needle of spruce or fir
on its distant slopes, to me.
Denise Levertov
Denise Levertov (1923-1997)-Nata e cresciuta in Inghilterra, ma trasferita negli Stati Uniti nel 1947, Denise Levertov (1923- 1997) è una voce importante del canone poetico nordamericano del ventesimo secolo, e tuttavia ancora non ben conosciuta in Italia. Il corpus completo della sua opera è stato raccolto nel 2013 in un volume di oltre mille pagine, Collected Poems (a cura di P. A. Lacey e A. Dewey per New Directions), consentendo per la prima volta uno sguardo complessivo sulla molteplicità delle forme e dei registri poetici impiegati, da quello autobiografico-confessionale a quello di ispirazione etica e religiosa, dalla poesia di impegno e testimonianza civile alla riflessione sul lavoro poetico.Le poesie proposte, tratte da due raccolte degli anni ottanta del Novecento, accentuano un motivo profondo e pervasivo di tutta la sua opera : l’osservazione, l’ascolto, l’empatia con il mondo naturale – animali, alberi, montagne, laghi – creature viventi e senzienti, a volte trasfigurate in senso antropomorfico e metapoetico, la cui esistenza è spesso minacciata dall’opera di distruzione dell’uomo. Motivo, o assillo, che diventa dominante negli ultimi anni della vita di Levertov, in coincidenza con il suo trasferimento a Seattle, dove vive in prossimità del lago Washington e del gigantesco vulcano Rainier, presenza viva e misteriosa di molte sue poesie.
Paola Splendore
Paola Splendoreha insegnato Letteratura inglese all’Università Orientale di Napoli e all’Università di Roma Tre, occupandosi in prevalenza di letterature post-coloniali e di letteratura migrante. Tra le sue aree di studio vi è anche la rappresentazione letteraria della violenza nella narrativa scritta da donne. Ha pubblicato saggi sull’opera di scrittori indiani, sudafricani e caraibici, oltre ad aver curato le edizioni italiane di opere di Virginia Woolf, del filosofo Raymond Williams e del premio Nobel J.M. Coetzee. Per Donzelli ha tradotto poesie di Sujata Bhatt (Il colore della solitudine, 2005), Ingrid de Kok (Mappe del corpo, 2008), Karen Press (Pietre per le mie tasche, 2012) e Moniza Alvi (Un mondo diviso, 2014); ha inoltre curato con Jane Wilkinson l’antologia di poesia sudafricana Isole galleggianti (2011) e tradotto una raccolta di poesie di Jo Shapcott (Della mutabilità, 2015). Dal 2016 a oggi ha coordinato il gruppo di traduttrici di un poemetto di Philip Schultz (Erranti senza ali) e ha curato le edizioni italiane di sillogi poetiche di Hardi Choman (La crudeltà ci colse di sorpresa, 2017), Philip Schultz (Il dio della solitudine, 2018) e Ruth Padel (Variazioni Beethoven, 2021).
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