I virtuosi – Yasmina Khadra – Sellerio Editore Palermo
Descrizione del libro di Yasmina Khadra-Un affresco emozionante dell’Algeria tra le due guerre attraverso gli occhi di un algerino povero e puro che si trova sballottato dagli eventi della colonizzazione francese, della Prima guerra mondiale e delle guerre civili. Un romanzo dal respiro ottocentesco, denso e commovente, pieno di empatia, che miscela perfettamente la materia brutale della violenza bellica con dialoghi vivaci e descrizioni poetiche.
Algeria, 1914. Yacine è un giovane ingenuo e virtuoso. Non vuole deviare dalla legge divina, né sa come evitare le trappole e le insidie del mondo. Povero e alla mercé di un ricchissimo signore che ha diritto di vita e di morte su di lui, sulla sua famiglia e sull’intera comunità, Yacine imbocca un sentiero irto di insidie che non era destinato a percorrere. La Grande Guerra è appena deflagrata, l’Europa intera è nel caos, e dal misero villaggio in cui è nato e cresciuto si ritrova catapultato nel fango della trincea.
Sballottato dagli eventi e dai conflitti della colonizzazione francese, scoprirà il mondo moderno: quello delle macchine e delle macchinazioni, della fedeltà e dei tradimenti, del coraggio e delle promesse ingannevoli. E anche quello dell’amore, semplice e puro, unico faro per resistere all’avversità. Il ricordo dei suoi compagni lo perseguita senza sosta, la paura lo tormenta, in un vagabondare tra agio e miseria, amicizia e odio, prigionia e libertà. Ma è circondato da una schiera di personaggi che con lui compongono un’umanità vitale, sempre resistente. E se questa avventurosa esistenza disseminata di pericoli lo pone sulla strada di uomini spietati, disonesti e crudeli, gli offre anche incontri straordinari e gli rivela una bellezza che il mondo, nonostante tutto, non sembra poter cancellare.
Yasmina Khadra ha scritto un romanzo dal respiro ottocentesco, denso e commovente, pieno di empatia, miscelando perfettamente la materia brutale della violenza bellica con dialoghi vivaci e descrizioni poetiche. Il racconto dell’Algeria dell’inizio del ventesimo secolo, terra multiculturale dominata dalla colonizzazione, si intreccia alle avventure di un eroe schiacciato dalla fatalità della sorte, un uomo – meglio, un ragazzo – che tra sangue e vendetta sceglie una terza via, quella della saggezza e del coraggio.
18Marzo2025
Il contesto n. 164
516 pagine
EAN 9788838947742
In libreria dal: 18 Marzo 2025
Traduzione dal francese di Marina Di Leo
Titolo originale: Les vertueux
Autore-Yasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, è uno scrittore stimato e apprezzato nel mondo intero. Nato in Algeria nel 1956, reclutato alla scuola dei cadetti a nove anni, è stato ufficiale dell’esercito algerino. Dopo aver suscitato la disapprovazione dei superiori con i suoi primi libri, ha continuato usando come pseudonimo il nome della moglie. Nel 1999 ha lasciato l’esercito svelando così la sua vera identità e ha scelto di vivere in Francia. In Italia sono pubblicati molti dei suoi romanzi, tra cui i due noir Morituri (1998) e Doppio bianco (1999), e Quel che il giorno deve alla notte (2009), miglior libro del 2008 per la rivista letteraria «Lire» (adattato a film nel 2012). Con Sellerio: Gli angeli muoiono delle nostre ferite (2014), Cosa aspettano le scimmie a diventare uomini (2015, 2022), L’ultima notte del Rais (2015), L’attentato (2016), dal quale è stato tratto il film di Ziad Doueiri, Khalil (2018), L’affronto (2021), Le rondini di Kabul (2021), Il sale dell’oblio (2022) e Cosa sognano i lupi (2024).
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12) – Louis Pasteur, il primo microbiologo-
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma- 12) – Louis Pasteur, il primo microbiologo- Lo scienziato che dimostrò che i germi esistono e possono causare malattie –Roma -Portuense-Vigna Pia e Dintorni– Questo reportage, come quelli a seguire, vuole essere un viaggio che documenta e racconta la storia di un quartiere di Roma: Portuense-Vigna Pia e i suoi Dintorni con scatti fotografici che puntano a fermare il tempo in una città in continuo movimento. Non è facile scrivere, con le immagini di una fotocamera, la storia di un quartiere per scoprire chi lascia tracce e messaggi. Ci sono :Graffiti, Murales, Saracinesche dipinte, Vetrine eleganti che sanno generare la curiosità dei passanti ,il Mercatino dell’usato, il Mercato coperto, le Scuole, la Parrocchia, il Museo, la Tintoria storica della Signora Pina, la scuola di Cinema, la scuola di Musica, le Palestre , il Bistrò ,i Bar ,i Ristoranti, le Pizzerie e ancora i Parrucchieri e gli specialisti per la cura della persona e come non ricordare l’Ottica Vigna Pia .Non mancano gli Artigiani e per finire, ma non ultimo, il Fotografo “Rinaldino” . Il mio intento è di presentare un “racconto fotografico” che ognuno può interpretare e declinare con i suoi ”Amarcord” come ad esempio il rivivere “le bevute alla fontanella”, sita all’incrocio di Vigna Pia-Via Paladini, dopo una partita di calcio tra ragazzi ,oppure ricordando i “gavettoni di fine anno scolastico. Infine, vedendo il tronco della palma tagliato, ma ancora al suo posto, poter ricordare, con non poca tristezza, la bellezza “antica” di Viale di Vigna Pia.
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo
Roma,lungo via Folchi ,con inizio dalla via Portuense, si trovano i Murales che raffigurano gli scienziati che hanno combattuto e vinto le battaglie contro le malattie infettive. Eroi veri, ma dimenticati su questo muro di cinta . I Murales ora rischiano il degrado e la “polverizzazione” dell’intonaco. Il muro di cinta dell’Ospedale “Lazzaro Spallanzani”, lato via Folchi, fa da “sostegno” e “tela” ai murales realizzati in questi 270 metri. L’Opera fu iniziata nel febbraio del 2018 e completata e inaugurata il 3 maggio dello stesso anno. Nei Murales sono immortalati i 13 volti di Scienziati che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Il progetto dei Murales, finalizzato a celebrare gli 80 anni della struttura ospedaliera, è stato realizzato grazie alla collaborazione fra la Direzione dello Spallanzani e l’Associazione Graffiti Zero che promuove l’integrazione fra la Street Art e i luoghi che la ospitano. Unica grave pecca ,ahimè, non vi è immortalata nessuna donna.
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo
Verranno pubblicati le foto dei Murales di tutti i 13 scienziati , uno alla volta, questo al fine di poter evidenziare la biografia e la loro Opera in maniera più completa possibile. Le biografie pubblicate a corredo delle foto sono prese da Enciclopedio Treccani.on line e Wikipedia
Il bicentenario di Louis Pasteur, il primo microbiolog Lo scienziato che dimostrò che i germi esistono e possono causare malattie raccontato dalla professoressa Carla Renata Arciola.
Professoressa-Carla Renata Arciola
Duecento anni fa, il 27 dicembre 1822, nasceva a Dole, un paesino della regione francese del Giura, Louis Pasteur, chimico e pioniere nello studio dei microrganismi patogeni.
Carla Renata Arciola, docente di Patologia Clinica e di Storia della Medicina nel Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, ci racconta l’enorme importanza delle sue ricerche per il progresso della scienza medica e per la salute dell’umanità intera.
Tutti hanno sentito nominare almeno una volta la “pastorizzazione”, il processo di conservazione degli alimenti che da Louis Pasteur ha preso il nome, ma il suo contributo al progresso scientifico in medicina è stato assai più ampio, ce lo può riassumere?
Louis Pasteur era un chimico e condusse i suoi primi studi sulla fermentazione della birra e del vino e sulla malattia del baco da seta. Si occupò di fermentazione su richiesta di alcuni fabbricanti di birra, timorosi per le sorti delle loro produzioni. I suoi studi misero in evidenza che le alterazioni nella fermentazione di questi alcolici potevano essere evitate semplicemente portando a 55- 60° C la loro temperatura per tempi molto brevi. In questo modo si otteneva la bonifica delle bevande senza alterare le loro caratteristiche organolettiche. La tecnica è stata poi utilizzata sino ai nostri giorni per “pastorizzare” il latte, le uova, i succhi di frutta e molto altro.
In tutt’altro contesto, ma sempre utilizzando il calore, Pasteur riuscì a trovare una brillante soluzione per prevenire i danni dovuti alla pebrina, la malattia epidemica del baco da seta: elevare la temperatura di qualche grado per sollecitare l’uscita delle farfalle, così da poter esaminarle al microscopio, individuare precocemente quelle contaminate ed escluderle dalla catena produttiva della seta.
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo
Franco Leggeri Fotoreportage- Murales Ospedale Spallanzani di Roma-12)- – Louis Pasteur- il primo microbiologo
Un’altra grande innovazione di Pasteur fu il concetto di “attenuazione” e di “vaccino attenuato”, che egli introdusse studiando il cosiddetto “colera dei polli”, una malattia che colpisce gli allevamenti avicoli. Pasteur coltivò materiale contaminato, proveniente da polli uccisi dalla malattia, in un brodo di coltura e poté constatare che poche gocce del brodo bastavano a uccidere un pollo sano. Si accorse però che i polli trattati con una brodocoltura vecchia di alcune settimane non morivano più e collegò il fenomeno all’attenuazione della virulenza dovuta all’invecchiamento della coltura. Inoltre, i polli così vaccinati risultavano protetti dalla malattia anche in caso di esposizione a colture fresche e vitali: questo perché il precedente contatto col vaccino attenuato aveva stimolato le loro difese immunitarie. Successivamente Pasteur estese le sue ricerche e le sue applicazioni ad altre malattie del bestiame, come il carbonchio.
Uno straordinario successo di Pasteur in ambito vaccinale riguardò la rabbia silvestre. Si deve infatti a Pasteur il merito di aver progettato e preparato il primo vaccino per il trattamento della rabbia animale e umana. La rabbia, con le sue vittime furiose, si manifestava molto drammaticamente e il trattamento cui i malati erano allora sottoposti, cioè l’applicazione di tizzoni ardenti sulle ferite, era impressionante. Pasteur sviluppò un vaccino che saggiò prima sui cani: così vaccinati, questi non sviluppavano più la rabbia se esposti ai morsi di animali rabbiosi. Poi una drammatica emergenza lo spinse a saggiare il vaccino anche sull’uomo: gli portarono un bambino che aveva subito quattordici morsi da un cane rabbioso. L’altissima probabilità che il bambino morisse di rabbia convinse Pasteur a procedere subito con la somministrazione del suo vaccino sperimentale, affiancato da un medico (Pasteur non era medico) che eseguì materialmente le iniezioni. Il bambino fu sottoposto a un ciclo di vaccinazioni con dosi crescenti e si salvò. Fu così che Pasteur divenne famoso e ricercato: vittime di morsi di cane e di lupo giunsero nei laboratori di Pasteur da tutta la Francia, e anche dall’estero, per ricevere il nuovo trattamento antirabbico. A Parigi, per il trattamento della rabbia, fu costruito appositamente, con finanziamenti pubblici, l’Istituto Pasteur.
Pasteur dimostrò anche che la “Teoria dei germi patogeni” non è solo una teoria ipotetica ma è la realtà del mondo che ci circonda. Fino a quel momento invece, l’origine delle malattie che ora chiamiamo “infettive” (peste, colera, tifo, ecc..) come era spiegata dalla medicina?
Oggi è ovvio riconoscere i batteri e i virus come causa di malattie che possono trasmettersi da un individuo all’altro ma, sino alla fine dell’Ottocento, l’origine delle malattie era ancora molto misteriosa. All’epoca di Pasteur le numerose epidemie di colera focalizzarono il dibattito sulle possibili cause di tale malattia e sui possibili meccanismi della sua diffusione. Si ipotizzava allora vagamente la natura contagiosa di molte malattie epidemiche, ma senza un coerente collegamento concettuale fra cause, effetti, evoluzione. La teoria che anche esseri viventi microscopici potessero essere coinvolti nel contagio e nello sviluppo delle malattie, benché fosse stata avanzata in più occasioni sin dal Seicento, non era mai stata dimostrata. Sino ad allora, era emersa solo una lunga serie di ipotesi e di congetture che mettevano in relazione, in modo disordinato e talora capriccioso, la fermentazione, la putrefazione, i miasmi, il contagio, l’infezione, la corruzione. Il passaggio dalle confuse ipotesi sulla natura dei contagi a una spiegazione convincente ed unitaria fu il risultato dello sviluppo di una nuova disciplina, la microbiologia, e di una nuova teoria, la teoria dei germi. Il termine microbiologia fu introdotto ufficialmente nel 1881 da Pasteur in occasione del Congresso Internazionale di Medicina di Londra e sancì il riconoscimento della teoria dei germi per spiegare l’origine di molte malattie epidemiche. Secondo la teoria, in estrema sintesi, i microbi sono causa di malattie che possono essere trasmesse da un individuo all’altro. Pasteur avviava così una vera e propria rivoluzione concettuale nella storia del pensiero scientifico.
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Pasteur dimostrò inoltre la fallacia della c.d. “generazione spontanea” dei viventi. Una teoria che risaliva ai tempi di Aristotele. Per il filosofo greco gli organismi viventi nascono da altri organismi, ma possono anche generarsi spontaneamente, ad esempio scaturendo dalla putrefazione della terra. Nel 1860 l’Accademia Francese delle Scienze istituì un premio per chi fosse riuscito a far luce sulla millenaria questione con una dimostrazione scientifica. Louis Pasteur vinse il premio, dimostrando l’impossibilità della formazione spontanea dei microrganismi e spiegando che quella che appariva come “generazione spontanea” era invece il frutto di una contaminazione dall’esterno. Gli esperimenti di Pasteur rimangono un brillante esempio di rigore sperimentale.
Per chiudere, una domanda, per così dire, “di stagione”. Pasteur era nato durante le feste natalizie. Quali cibi del pranzo di Natale non potremmo mangiare (o potremmo mangiare, ma con maggior rischio per la salute) se non ci fosse stato Louis Pasteur?
La grandezza delle scoperte di Pasteur si riverbera su molti aspetti della nostra vita e della nostra salute ed è tuttora attualissima. In questo periodo di festa potremo ringraziare Pasteur quando porteremo sulle nostre tavole il panettone impastato con ingredienti pastorizzati, come le uova e il latte, o farcito con panna e crema, quando faremo bollire a lungo il brodo, per renderlo più gustoso ma anche per sterilizzarlo, oppure quando condiremo i tortellini con la panna (pastorizzata), quando stapperemo lo spumante (pastorizzato) o anche, in onore di Pasteur, lo champagne (pastorizzato) per il brindisi augurale di Natale e Capodanno.
Fonte-ALMA MATER STUDIORUM – Università di Bologna –
Vita e attività di Louis Pasteur, il primo microbiologo-Chimico e biologo francese (Dôle 1822 – Villeneuve l’Étang, Seine-et-Oise, 1895). Considerato il padre della microbiologia, a lui si devono sia la scoperta della fermentazione sia l’introduzione delle vaccinazioni e dei metodi di sterilizzazione.
– Louis Pasteur- il primo microbiologo
– Louis Pasteur- il primo microbiologo
– Louis Pasteur- il primo microbiologo
Franco Leggeri Fotoreportage-Murales Ospedale Spallanzani di Roma
Louis Pasteur-(Dôle 1822 – Villeneuve l’Étang, Seine-et-Oise, 1895)Di umili origini–(il padre era un conciapelli), compiuti gli studî secondarî a Besançon, si iscrisse (1843) all’École normale supérieure di Parigi, addottorandosi nel 1847. Le sue prime ricerche furono di cristallografia. Il chimico tedesco E. Mitscherlich aveva osservato (1844) che il paratartrato e il tartrato doppio di soda e di ammoniaca, perfettamente identici quanto alla composizione chimica, alla forma cristallina e alle proprietà fisiche, esercitavano azioni diverse sulla luce polarizzata, senza riuscire a trovarne una spiegazione. P. si impegnò per diversi anni a ricercare la causa di un tale fenomeno, individuandola infine nella loro dissimmetria molecolare (1848). Gli studî sulla dissimmetria molecolare (P. continuerà ad occuparsi di cristallografia fino al 1857) mostrarono in seguito tutta la loro importanza dando luogo al sorgere della stereochimica. Nel 1854 fu nominato docente nella facoltà di scienze di Lilla. In quegli anni (le sue prime annotazioni sui Cahiers de laboratoire sono del 1855), P. cominciò ad occuparsi del problema delle fermentazioni, indotto a ciò anche dalle pressanti richieste di alcuni fabbricanti di birra preoccupati per le sorti del loro prodotto. L’idea allora dominante intorno all’origine e alla causa delle fermentazioni era quella sostenuta dal chimico tedesco Liebig che riteneva la fermentazione un fenomeno puramente chimico. Nel suo primo Mémoire sur la fermentation appelée lactique (1857), P. sostiene che “la fermentazione si mostra correlata alla vita“. Nella fermentazione alcolica in particolare egli notò la presenza di globuli il cui comportamento era quello di esseri viventi microscopici. Giunto a questo punto P. fu naturalmente portato a chiedersi quale fosse l’origine di questi esseri microscopici, capaci di indurre importanti fenomeni di trasformazione delle sostanze fermentescibili. Fu così che si trovò ad affrontare lo studio della generazione spontanea, antica teoria esplicativa dell’origine della vita e risalente almeno ad Aristotele. Nel sec. 17° tale teoria fu dimostrata falsa dall’italiano F. Redi per l’origine spontanea di mosche e insetti di varia natura. La teoria risorse nel sec. 18° per certi aspetti con la disputa Spallanzani-Needham. Nel 1858 F. A. Pouchet comunicò all’Académie des sciences alcuni risultati favorevoli all’eterogenesi. La disputa Pasteur-Pouchet sulla generazione spontanea durò a lungo e si concluse con il “trionfo” di P., il quale riuscì a dimostrare che con alcuni accorgimenti tecnici i liquidi utilizzati negli esperimenti, se precedentemente sterilizzati, non presentavano alcuna produzione vitale. Bisogna dire che i motivi ideologici presenti nel dibattito fecero apparire Pouchet un materialista convinto e, di contro, P. un difensore dello spiritualismo e della religione ufficiale. Un’attenta ricostruzione storica ha dimostrato che i termini reali della questione stanno ad indicare l’erroneità di tale semplificazione. Dalla teoria della generazione spontanea alla teoria generale dei germi patogeni il passo era breve e quasi obbligato. La medicina in generale e la chirurgia in particolare acquisivano i concetti fondamentali di sepsi e asepsi. Il grande chirurgo inglese J. Lister, invitando P. a Edimburgo dichiarava: “Ho bisogno di aggiungere che grande soddisfazione sarebbe per me mostrarvi qui quanto la chirurgia vi deve”. Dal 1865 al 1870 P. si dedicò quasi interamente allo studio delle malattie del baco da seta. A conclusione di questi suoi lavori poteva affermare che le due principali malattie che lo colpiscono, la pebrina e la flaccidezza, sono malattie ereditarie e contagiose, indicando i mezzi per prevenirle. Negli anni Ottanta P. si impegnò nello studio di numerose malattie infettive come il colera dei polli e il carbonchio. Grazie a queste ricerche egli riuscì a mettere a punto un metodo di attenuazione degli agenti patogeni mediante l’azione dell’ossigeno dell’aria. Attraverso l’inoculazione preventiva dei germi attenuati egli riusciva a prevenire la malattia nella sua forma più virulenta e mortale. Nasce così la tecnica della vaccinazione preventiva delle malattie infettive. Ma gli studî che gli diedero fama imperitura furono, per la loro drammaticità e spettacolarità, quelli sulla rabbia. Questi studî segnarono, per P., il passaggio dalla sperimentazione animale a quella sull’uomo. Contrariamente a quanto avveniva per le altre malattie infettive, P. non riuscì mai a isolare l’agente patogeno della rabbia. Riuscì però, col contributo fondamentale di É. Roux, a mettere a punto un metodo di attenuazione del virus rabbico. Da qui l’importante prassi della vaccinazione preventiva. La spettacolarità dei risultati ottenuti da P. sull’uomo ha contribuito a creare un vero e proprio mito-P., che attraverso una acritica vulgata storiografica ci ha tramandato un’immagine agiografica e di maniera del grande scienziato francese. Solo di recente, anche sulla base di un attento studio dei manoscritti inediti (Cahiers de laboratoire), si è cominciato a restituire una dimensione storica realistica alla scienza pasteuriana e al suo autore nella sua concreta figura di uomo e di scienziato del sec. 19°. Numerosi furono gli incarichi accademici cui P. venne chiamato: direttore degli studî scientifici all’École normale (1857-67), prof. di chimica alla Sorbona (1867-74), direttore del laboratorio di fisiologia-chimica all’École normale (1867-88); nel 1888 (fino al 1895) fu direttore dell’Institut P., fondato per lui, per ricerche di sieroterapia e microbiologia. Nel 1882 era stato eletto all’Académie française. Fu socio straniero dei Lincei (1888). Delle opere si ha un’edizione completa a cura di M. Pasteur-Vallery-Radot (Oeuvres, 7 voll., 1922-39); la Correspondance è stata pubblicata in 4 volumi (1940-51). Fonte -Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani
I 7 libri di Charles Dickens da leggere assolutamente.
Scrittore ma anche giornalista, editore e persino attore: Charles Dickens è una vera star dell’Europa vittoriana. Secondogenito di undici figli, a dodici anni viene costretto a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe per ripagare i debiti del padre, finito in galera. Insomma, il grande narratore inglese non ha inventato nessuna delle disavventure occorse a Oliver Twist o David Copperfield: i suoi romanzi raccontano il lato oscuro di una Londra che lui conosce bene, in piena rivoluzione industriale, tra sfruttamento e progresso, miseria e prestigio.
Dickens è dunque il cantore di Londra, ma i suoi libri uscivano a puntate attesi con grande trepidazione in tutta Europa e in America. Prima di scrivere, era solito fare lunghe passeggiate, anche di notte, tra il rumore delle fabbriche e i quartieri ricchi. Per questo, come spiega George Orwell, le atmosfere cittadine dickensiane sono ancora così vivide: “Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si ricorda per tutta la vita”. Oltre al lato socialmente impegnato dell’autore, Dickens è anche maestro di ironia e satira: indimenticabili le bizzarre caricature del Circolo di Pickwick e degli altri scritti d’esordio. La vera grandezza di Dickens sta però nell’attualità dei suoi romanzi e nella modernità dello stile narrativo. Bisognerebbe leggerli tutti, ma per chi vuole (ri)scoprire l’opera di un grande scrittore, ecco quelli che secondo noi sono i 7 libri di Charles Dickens da leggere assolutamente almeno una volta nella vita.
1) Il Circolo Pickwick –
Primo di una lunga serie di romanzi bestseller, Il Circolo Pickwick resta un capolavoro dell’umorismo. La trama funge da cornice per presentare gag memorabili e una miriade di personaggi bizzarri (a cominciare dalla strepitosa comitiva viaggiante composta da mister Pickwick, Sam Weller e soci) che mettono alla berlina la fragilità della morale inglese d’epoca vittoriana.
2) Le avventure di Oliver Twist
Le avventure di Oliver Twist è il secondo romanzo pubblicato da Charles Dickens. Sicuramente l’avrete incontrato per la prima volta a scuola, in un edizione per ragazzi o sull’antologia (o forse nella trasposizione cinematografica di Roman Polanski?). In verità questo libro è molto di più di un romanzo di formazione: la storia del giovane Oliver ha mille sfaccettature e rimane un superclassico che vale sempre la pena di custodire nella propria biblioteca e di annoverare tra i libri di Dickens da leggere assolutamente.
3) David Copperfield
Una delle commedie umane più lette d’ogni tempo. E difficilmente si trova in letteratura una descrizione più efficace del mondo visto dagli occhi di un bambino. “Di tutti i miei libri”, diceva Dickens, “amo soprattutto David Copperfield.” E si sa anche il perchè. Questo romanzo è considerato una sorta di fiction autobiografica: il racconto retrospettivo della vita di David ricorda da vicino molte delle peripezie vissute dal vero Dickens tra infanzia e maturità.
4) Canto di Natale
La più celebre delle storie sul Natale è un racconto dai profondi insegnamenti sul Bene e il Male, adatto a tutte le età, qui in una bella edizione con prefazione di Gianrico Carofiglio. Come noto, i tre fantasmi del Natale appariranno in infinite trasposizioni narrative, dal cinema al fumetto (lo stesso personaggio dello zio Paperone disneyano ha come prototipo l’avarissimo Ebenezer Scrooge). Con questo romanzo breve Dickens si consacra anche come l’inventore letterario della magia del Natale.
5) Una storia tra due città
Le due città di questo memorabile romanzo storico di Dickens sono Londra e Parigi, maestose scenografie su cui lo scrittore ambienta la sua era della Rivoluzione. Secondo alcuni sarebbe uno dei libri più venduti di tutti i tempi (con la bellezza di 200 milioni di copie). Comunque sia, resta una grande storia in cui il passato si sovrappone al presente e delinea inesorabile i rapporti tra i diversi e ancora una volta straordinari personaggi ideati da Dickens.
6) Tempi difficili
In una fittizia città industriale del tardo ‘800, papà Grandgrin, come molti suoi contemporanei, educa la famiglia a fuggire gli idealismi e la fantasia. Così spinge la figlia Louisa a un matrimonio senza amore ma assai economicamente vantaggioso. Si vedrà presto costretto a dover prendere le distanze dalle proprie convinzioni…
Il grande romanzo della maturità di Dickens: una macchina travolgente in cui ricorrono gli ingredienti consueti della sua scrittura, ma con in più un tono di favola che a tratti stempera gli eventi persino in chiave comica.
7) Grandi speranze
Grandi speranze è l’ultimo romanzo di formazione dickensiano, nonché un capolavoro assoluto del genere. Protagonista indimenticabile è il giovane orfano Pip nel suo sogno di far fortuna e salvarsi la vita. Molti critici vedono anche nella filigrana di Grandi speranze una traccia autobiografica: narratore e protagonista, Pip racconta da adulto il suo cammino di conoscenza e disillusione di fronte ai casi della vita in un misto di humour e compassione nel ricordare la propria ingenuità.
David Copperfield di Charles Dickens – Articolo di Giovanni Teresi-Fonte RAI Cultura-
David Copperfield di Charles Dickens
David Copperfield è l’ottavo romanzo dello scrittore inglese Charles Dickens e rientra nei romanzi sociali . L’opera, inizialmente, è stata pubblicata a puntate mensili tra il 1849 e il 1850 con il titolo originale The Personal History, Adventures, Experience and Observation of David Copperfield the Younger of Blunderstone Rookery (Which He Never Meant to Be Published on Any Account).
É il romanzo più popolare ed autobiografico di Dickens.
David Copperfield, dopo la morte della madre, lascia Blunderstone per Londra. Mr Murdstones, il patrigno, lo obbliga ad andare a lavorare al magazzino di vini di Murdstone and Grimby. All’ età di dieci David diventa un piccolo apprendista. Egli lavora insieme con altri tre o quattro ragazzi che lavorano sotto il controllo di un supervisore adulto. David descrive la miseria e la sporcizia del posto di lavoro. Così, sotto la sferza del tirannico maestro Creakle e la fatica del lavoro in fabbrica, sperimenta presto la durezza della vita.
Ma grazie alle cure della bizzarra zia Betsey, che lo aiuta a sistemarsi presso l’avvocato Wickfield e a terminare gli studi, David scoprirà la propria vocazione letteraria e riconquisterà il suo rango borghese. Impareggiabile nel raccontare paure ed emozioni dell’universo infantile, Dickens sfodera doti di acuto osservatore nel disegnare la galleria di tipi umani che ruota attorno al protagonista: da Mr. Micawber, sempre sull’orlo del fallimento ma capace del più genuino entusiasmo, all’ammirato compagno di studi Steerforth, che rivelerà da adulto la sua natura spregiudicata e viziosa, al servile e viscido Uriah Heep, il cattivo della storia. Alla fine del diciannovesimo secolo il lavoro minorile e le dure condizioni erano considerate una cosa normale e i piccoli lavoratori erano sottoposti a grossi rischi. Ma David non può esprimere la segreta agonia della sua anima. Egli vede il futuro in modo negativo e non ha speranza: nessuna possibilità di crescere e di distinguersi come individuo. La miseria del suo lavoro e la sua condizione sociale soffocano i suoi sogni e le sue aspettative.
Con geniale esuberanza il romanzo intreccia commedia e tragedia sullo sfondo di una Londra prototipo della metropoli moderna e tetra incubatrice di miseria, solitudine, crimine.
Charles Dickens miscelando insieme una buona dose di dramma ma anche di ironia, riesce a trasmettere al lettore una miriade di emozioni, che passano dalla tristezza, alla gioia, dalle risate alle lacrime, dalla rabbia ai sospiri. Insomma, immergersi tra le pagine di David Copperfield equivale a vivere un vero e proprio viaggio non solo in un’epoca passata, ma anche in sensazioni molto forti, che rendono la lettura un’esperienza completa e piena.
prefazione di Silvia Secco- Samuele Editore-Pordenone
Maria Milena Priviero nasce a Pordenone nel 1945 da madre istriana e padre friulano. Trascorre l’infanzia e la giovinezza a Ravenna dove compie gli studi superiori. Ritorna nella sua città natale, dove attualmente risiede, ed opera come bibliotecaria ed animatrice culturale.
Dal 1999 partecipa a premi letterari ottenendo diversi premi e riconoscimenti, tra i quali Il Leone di Muggia nel 2007 (terzo premio).
Nel 2008 riceve dalla Città di Porcia il Premio Purlilium.
E se
e se dell’amore dovessi dire
non lo direi con le parole
ad occhi chiusi forse lo direi
e le mani intrecciate
o forse non lo direi affatto
perché l’amore è una voce
che in silenzio il silenzio ascolta
Numeri primi
Nella vita avrei amato
le moltiplicazioni,
(magari un altro figlio intorno
ai quaranta’anni)
e invece hanno prevalso
le divisioni, le separazioni dai luoghi,
(quando non erano sottrazioni)
così ora sento più vicini i numeri
dispari, meglio se primi
(tanto i conti non tornano)
che un resto lasciano certo
una via ancora possibile
forse a un ricalcolo.
Trasloco
Tutto era stato caricato
sul camion del trasloco
che aspettava rombando sulla strada,
che una bimba facesse quel passo
di lasciare la sua infanzia
smarrita sugli scalini
della vecchia casa
in una scatola di cartone,
stretta nel cerchio convulso
della braccia, dove stava
coi nati, stranita anche la gatta
Maria Milena Priviero- Da capo al fine-
Signorina Poesia
è come una donna
che per le vie del centro passa
o forse è ancora una ragazza
che incede leggera, senza lasciare
traccia ma che sa andare oltre
intraprendente
sulla spalla la sua giacca
e s’apre di nuovo
il tuo sorriso inatteso
aggrappato a quel tuo
forte fragile stelo,
come l’ultima Nerina
del tuo giardino
in un filo di voce
sospeso : – Sei tu, sei tu,
quella che mi piace –
Come ramo lacerato dal vento
hai una ferita esposta
Semmai un giorno si saldasse
avresti una parte di te più dura.
Bisognerebbe tagliarlo lo sai,
perché ramifichi ancora
ma il taglio non è la cura
Ieri ho messo via il nostro
inverno in grandi scatole
di cartone nonostante il tempo
fuori fosse avverso.
L’ho posto tra maglioni, felpe
sciarpe e pantaloni
di fustagno, preoccupata
che stesse bene e al caldo.
Ma ho ancora tanto freddo
e trattengo per noi (di nuovo
bambini), guai un mal,
un plaid e dei vecchi golfini
Da Capo a Fine:
il moto circolare della memoria e della poesia
Scrive Alberto Bertoni in La poesia contemporanea (Il Mulino edizioni, 2012), che “la memoria di un poeta è tutto: la memoria che il poeta riceve, la memoria che il poeta trasmette”, ed in questo piccolo scrigno di versi, seconda raccolta poetica edita per l’autrice di Pordenone, dopo Il tempo rubato (Samuele Editore, 2013), Maria Milena Priviero affida appunto alla memoria la cifra stilistica della propria narrazione poetica la quale, per sua natura, rifiuta la linea temporale – caratteristica della prosa – per sgranarsi, velata dall’emotività e dalla lontananza del ricordo, quasi come una corona di rosario.
Se, sempre citando Bertoni, intendiamo anche etimologicamente il Verso come un “volgere”, un infinito tornare indietro, ecco che il titolo di questa raccolta si chiarifica nel suo senso musicale di reiterazione: “Da capo al fine”, appunto, che non intende condurci ad alcun luogo d’approdo in maniera lineare, ma che circolarmente, continuamente, ci propone di ricominciare. Si tratta, come dice l’autrice, di un “infinito lato del finire”: una litania di ricordi di voci, visioni, sentimenti e vissuto, che attraverso la delicata traduzione poetica rinominano un “piccolo mondo antico” senza però costringerlo a ritornare del tutto in superficie, per lasciarlo lì, in una smorzata e calma luce che non vuole per forza delinearne in maniera plastica i contorni e che quasi lo tutela, nella sfera della verosimiglianza, dalla crudeltà del reale. In questo senso il microcosmo di Da capo al fine, se pure descritto, è un giardino segreto, che un tempo è stato consistenza di nomi e cognomi, parentela, stagioni, luoghi fisici ed abitanti dei luoghi, e che ora l’autrice ci permette di sbirciare (“Li vedo i giorni alle spalle / in dissolvenza”) come da una breccia della recinzione, da un minimo spiraglio, per il quale ciò che ci è consentito di guardare ci appare nuovo, diverso: “Eppure c’è un luogo / dove vorrebbero posarsi, tornare / sulle rive di un fiume un lago, / di uno stagno se non del mare”.
Le trentanove poesie di Da capo al fine definiscono, con una limpida ed al contempo soffusa capacità descrittiva priva d’artifici retorici – dove “l’ombra era ombra, nitida / senza sfumature e il verde / era verde, secco nell’erba / e la nuvola era bianca, bianca / nell’azzurro” – un vero e proprio stato in luogo, dal quale non ci allontaniamo veramente mai. Il luogo fisico ed insieme emotivo di questa raccolta poetica è, infatti, quello circolare di un lago: il piccolo laghetto della Burida a Porcia, vicino Pordenone, luogo d’origine e di ritorno – anche biograficamente – di Maria Milena, dal quale è visibile la sua casa (“In fondo è sempre ritorno / un luogo”) e che si fa culla del ricordo, utero nativo di gestazione poetica, punto di chiusura del cerchio e nuovamente capo di ripartenza. Sulle rive di questo minuscolo tondo d’Arcadia dall’acqua quieta, quasi la vediamo camminare lentamente (“chè lei era così / sempre un po’ distratta / sempre un passo avanti a se stessa”); quasi vediamo ciò che la sua memoria vede: una donna, di spalle, a volte bambina (la bimba di “Trasloco”), a volte matura signora del presente (“Così alla fine sono qui / con le mani nella terra / a interrare i germogli”), altre volte “signorina” (la splendida ragazza della copertina e di “La sera prima”), che ricorda il proprio vissuto, e che a volte si siede, ricordando, “abbracciandosi i ginocchi”, quasi a difendere la propria visione dal pericolo del nuovo (“questa voglia di restare alla finestra / questa voglia di quiete di assenza / sommessamente mi fa chiudere la porta”). Nomino volutamente l’Arcadia, a definizione di questo luogo reale ed immaginario, in quanto contesto classico di pacificazione e terra quasi mitica d’armonia, poiché qui si colloca anche la peculiare caratteristica della poetica di Maria Milena Priviero: una parola discreta, piana e quasi sommessa, molto vicina alla sfera colloquiale. Quella stessa parola poetica senza “rumore”, dalle “rime non crepuscolari / ma verdi, elementari”, a lungo cercata da Giorgio Caproni ad esempio, poeta la cui voce sovente riecheggia all’interno di questi versi.
Samuele Editore nasce nel 2008 a Pordenone con un indirizzo che predilige la poesia. Fin dall’inizio riprende il marchio storico della Tipografia di Alvisopoli fondata nel 1810 da Nicolò Bettoni. La vecchia Tipografia nella sua storia pubblicò diverse opere importanti come Le Api panacridi di Alvisopoli (1811, scritta per il figlio di Napoleone Bonaparte) di Vincenzo Monti (poeta, scrittore, drammaturgo, traduttore tra i massimi esponenti del Neo Classicismo italiano). La Tipografia, che aveva per logo un’ape cerchiata da un tondo con il motto Utile Dulci, lavorò fino al 1852, anno della sua chiusura.
Samuele Editore raccoglie l’eredità di quel grande momento storico assumendo gli stessi ideali e gli stessi obiettivi di Nicolò Bettoni. Intenzione bene esemplificata dal motto Utile dulci che l’Editore colloca a manifesto del suo lavoro. Si tratta infatti di un passo oraziano tratto dall’Ars poetica (13 a.c.): Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, Lectorem delectando pariterque monendo (ha avuto ogni voto colui che ha saputo unire l’utile al dolce, dilettando e nello stesso tempo ammonendo il lettore). Lo stesso passo viene ripreso nel XVIII secolo dall’Illuminismo italiano col significato di il lavoro e l’arte sono fondamento di una vita serena. Usato nel medesimo significato anche dalla tipografia di Nicolò Bettoni è adesso concetto fondante e ispiratore della ricerca poetica e delle pubblicazioni della Samuele Editore.
Già dopo pochi anni di attività Samuele Editore si è imposto all’attenzione della cultura nazionale lavorando coi maggiori esponenti della poesia, del giornalismo, della televisione italiana. Con un lavoro di promozione continuo sia con manifestazioni proposte dalla Casa Editrice (a Pordenone, Trieste, Venezia, Milano, Torino, Roma, Napoli, eccetera) sia con partecipazioni a Festival importanti (Pordenonelegge, Residenze Estive, Libri in Cantina, Salone del Libro di Torino, Book City, Ritratti di Poesia, Più Libri più Liberi) sia con newsletter e pubblicità settimanali in internet, Samuele Editore vanta una presenza nei maggiori blog e siti letterari, ma anche sulla stampa nazionale quale Il Corriere della Sera, L’Espresso, L’Avvenire, L’Unità, Il Manifesto, Il Piccolo, Il Gazzettino, Il Messaggero Veneto, Poesia, Il Segnale. Nel 2013 L’Espresso lo intervista scrivendo: la Casa Editrice produce in pochi anni un buon catalogo di giovani poeti. Canzian è anche un critico letterario on line, e ha capito, tra i primi, che è finita l’epoca delle riviste letterarie e che la critica, militante o no, è passata a discutere sul Web. Nel 2015 Giovanna Rosadini lo cita nella Lettura del Corriere della Sera come una delle realtà eroiche rappresentative della piccola editoria italiana. Nel 2021 su Ansa il suo nuovo progetto Laboratori critici viene paragonato a quello di Feltrinelli de Sotto il vulcano – idee, narrazioni, immagini.
A maggio 2013 Samuele Editore apre alla poesia internazionale pubblicando poesie inglesi tradotte in italiano. Dal 2015 Samuele Editore ha iniziato a proporre volumi in doppia lingua anche di poeti italiani affrontando la tematica della traduzione e dell’autotraduzione. In questo si inscrive la partecipazione, nel 2014, al New York Poetry Festival, la presentazione nel 2015 a Managua in Nicaragua e la partecipazione al convegno del NEMLA nel 2019 a Washington DC. In questa direzione l’attenzione a livello internazionale che viene riconosciuta alla Samuele Editore si concretizza nel 2021 con la partecipazione al Festival Mahalla a Istanbul.
Nel novembre 2015 Samuele Editore lancia il suo primo ciclo di poesia intitolato Una Scontrosa Grazia, con sede a Trieste. Un progetto che vede un incontro ogni due settimane con autori editi dall’Editore e con autori non editi ma di sicuro interesse nel panorama nazionale. Nel febbraio 2016 apre un ciclo intitolato Callisto a Venezia, presso Palazzo Grimani, conclusosi nel 2017. Nel 2017 apre un ciclo pordenonese intitolato Poesia in Incisoria, conclusosi nel 2018. Nel 2018 a Trieste apre il ciclo Poesia agli Specchi conclusosi nel 2019. A questi si sono affiancati nel tempo Animula Vagula Blandula (Maniago), I Poeti di Scilla alla Biblioteca Pagliarani (Roma), Intelligenti Pauca (Milano).
Diventato nel tempo un contenitore culturale che non si occupa esclusivamente dei propri autori ma allarga gli eventi e i cicli al dialogo tra poeti di diversa provenienza e pubblicazione, già dal 2013 Samuele Editore inizia a organizzare diversi Festival Letterari, tra questi: Poesia tra le acque di Polcenigo (Polcenigo, 2013), Il soggiorno dei poeti e degli artisti (Arta Terme, 2013), Verdarti (Porcia, 2014), I territori dell’uomo (Maniago, 2014), Premio Carducci in Carnia ne Il Comune Rustico (Arta Terme, 2015), Crambe Tataria (San Quirino, 2016), Libri in Cantina Poesia (Susegana, 2016/2017), Le notti del mito (Trieste, Udine, Pordenone, Milano, Napoli, Roma, 2018), Il Festival della Letteratura Verde (Porcia, 2018/2021), Panorami Poetici (Spilimbergo, 2019/2021), Varieazioni (Rotondi, 2021, per la parte letteraria).
Nel 2019 la Samuele Editore integra la propria proposta di eventi entrando nei Centri Commerciali con presentazioni alternative. Tra le location GranFiume di Fiume Veneto e Belforte di Monfalcone.
Nel 2016 fonda il portale di promozione della Poesia Laboratori Poesia.
Dal 2019 la Samuele Editore è distribuita in tutta Italia da Fastbook.
Dal 2020 la Samuele Editore apre una rubrica d’arte e letteratura dal titolo Pre-Dizioni sul noto portale ArteMagazine.
Nel 2020 Samuele Editore apre il canale podcast nel sito con interventi e letture dei maggiori poeti italiani e internazionali.
A luglio 2021 Marta Goldin disegna il nuovo logo di Laboratori Poesia
Dal 2021 la Samuele Editore entra in giuria e cura le edizioni del Premio Bologna in Lettere, sezione poesia inedita.
Dal 2021 assume la direzione della Collana Gialla e Gialla Oro di Pordenonelegge accanto a Gian Mario Villalta, Roberto Cescon e Augusto Pivanti, e ne cura le pubblicazioni.
A novembre 2021 fonda la rivista semestrale di Poesia e Percorsi letterari Laboratori critici, per la direzione di Matteo Bianchi.
Poesie di Giosuè Carducci -Nuove poesie edizione del 1873 – prima edizione del 1873-copia anastatica-
Giosuè Carducci – Nuove poesie – 1873 (prima edizione) Imola, Tip. d’Ignazio Galeati e figlio, 1873.
Nuove poesie di Enotrio Romano è la prima edizione della quarta raccolta di poesie di Carducci, contenente poesie mai apparse nelle precedenti raccolte.
Carducci è stato il primo italiano vincitore del Premio Nobel per la letteratura. Insieme a Camillo Golgi, è stato il primo italiano in assoluto insignito di tale premio nel 1906.
La consacrazione letteraria
Piano piano riuscì a riprendersi, usando le armi consuete: quelle dello studio e dell’insegnamento. Il 1º marzo 1872 la casa sarà poi allietata dalla nascita dell’ultima figlia, Libertà, che verrà sempre chiamata Tittì. Il Barbera intanto propose a Carducci di pubblicare un libro che raccogliesse tutte le poesie, dalle prime alle più recenti. Giosuè accettò, e nel febbraio 1871 apparvero le Poesie, suddivise in tre parti: Decennali (1860-1870), Levia Gravia (1857-1870) e Juvenilia (1850-1857). Nei Decennali confluirono le poesie politiche, ad eccezione di quelle precedenti a Sicilia e la Rivoluzione (così volle l’autore), mentre le altre due sezioni riproducevano sostanzialmente i testi del volume pistoiese.[117]
Continuò poi con la composizione di giambi (Idillio Maremmano il più celebre) ed epodi, sonetti (Il bove) e odi, unendovi la traduzione di composizioni di Platen, Goethe ed Heine mantenendone il metro originale. Questi e altri testi andarono a formare nel 1873 le Nuove poesie, 44 componimenti editi dal Galeati di Imola, inglobanti anche le Primavere elleniche che l’anno prima il Barbera aveva licenziato in un volumetto.
Il libro non risparmiava critiche dirette a uomini politici, e suscitò forti reazioni. Bernardino Zendrini e Giuseppe Guerzoni scrissero su Nuova Antologia e sulla Gazzetta Ufficiale articoli contro le Nuove Poesie, cui fece seguito la reazione carducciana sulle colonne de La voce del popolo, comprendente sette capitoletti di Critica e arte, saggio che entrerà a far parte dei Bozzetti critici e dei Discorsi letterari editi dal Vigo nel 1876. Nel complesso, però, l’Italia ne riconobbe il valore. Ancora maggiori furono i consensi provenienti dall’estero. L’editore della Revue des Deux Mondes e addirittura Ivan Sergeevič Turgenev ne chiesero una copia, ed entusiastiche approvazioni arrivarono dal mondo germanico.[118] La prima edizione fu subito esaurita e portò a esaurire anche quella delle Poesie edite da Barbera, il quale diede di queste ultime nuove edizioni nel 1874, 1878 e 1880, con la presenza nelle ultime due di una biografia del poeta scritta da Adolfo Borgognoni.[119]
In quegli anni non era possibile, per i letterati della città, non fare una tappa alla libreria Zanichelli. Il Carducci incominciò a frequentarla quotidianamente, nelle passeggiate che faceva prima di cena dopo un pomeriggio di studio o di lezioni universitarie. Nicola Zanichelli voleva avviare una casa editrice, e si fece promettere dal nuovo avventore uno studio sulle poesie latine dell’Ariosto, dato che, con un anno di ritardo, nel 1875 si sarebbe celebrato a Ferrara il quattrocentesimo anniversario della nascita del poeta reggiano. Iniziò così una collaborazione molto duratura. Nell’aprile 1875 Zanichelli pubblicò la seconda edizione delle Nuove Poesie, e il mese successivo il promesso studio ariostesco.
Dopo le Nuove poesie però il Carducci voleva abbandonare la poesia sociale e tornare al primo amore: la classicità. «Alle mie odi barbare pensai fin da giovane; ne formai il pensiero dopo il 1870, poi ch’ebbi letti i lirici tedeschi. Se loro, perché non noi? La prima pensata in quella forma e scrittene subito le prime strofi è All’Aurora; la seconda tutta di seguito è l’Ideale».[120] È un tuffo nel passato affrontato tuttavia con le armi di chi si è creato negli anni una precisa identità e non ha quindi intenzione di procedere a una pedissequa imitazione. Stimolato dall’esempio dei poeti tedeschi Carducci volle dimostrare che la poesia italiana poteva non solo riprendere le tematiche dei greci e dei latini, ma mantenerne il metro. Klopstock aveva riproposto in tedesco l’esametro latino, Goethe aveva risuscitato le forme greche, e la scuola teutonica si credeva la sola capace dell’impresa, in quanto le lingue romanze si erano allontanate troppo, attraverso la corruzione linguistica medievale, dal modello originario. Theodor Mommsen giurava che in italiano una simile operazione non fosse possibile.[121]
Tutto ciò non poteva che spronare Giosuè a tentare: «Non so perché quel che egli fece col duro e restio tedesco, non possa farsi col flessibile italiano», scriverà a Chiarini nel 1874 riferendosi alle Elegie romane del Goethe[122] e allegando l’asclepiadeaSu l’Adda, scritta l’anno precedente.[123]
La prima edizione delle Odi barbare
Nel 1873, quindi, uscirono dalla sua penna i primi componimenti di questo tipo, le prime Odi barbare, che avranno una prima edizione presso Zanichelli nel luglio 1877, e in concomitanza con Postuma di Lorenzo Stecchetti inaugureranno la famosa «Collezione elzeviriana». In Su l’Adda l’asclepiadea viene resa in quartine con due endecasillabi e due settenari, uno sdrucciolo e uno piano, e qualche mese dopo compirà All’Aurora – pensata e cominciata prima delle altre -, in distici elegiaci, e l’alcaicaIdeale. Per il distico, ora e in seguito, riesce a trasportare l’esametro e il pentametro nella poesia italiana combinando un settenario e un novenario per il primo, un senario sdrucciolo e un settenario piano per il secondo, mentre l’alcaica presenta due endecasillabi seguiti da un novenario e un decasillabo. Del 1875 sono le quattro quartine della saffica Preludio (la strofa saffica è costituita da tre endecasillabi e un quinario), concepita, come dice il titolo, come poesia introduttiva all’intera raccolta.
Le quattordici odi dell’edizione zanichelliana sono un vero e proprio manifesto della concezione carducciana del mondo, della storia, della natura. Gli eventi del passato non hanno potuto sconvolgere l’Adda che continua a scorrere ceruleo e placido (Su l’Adda), mentre «su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando/ con un sorriso languido di viola».[124] La natura continua imperturbabile il proprio corso, attraverso le aurore e i tramonti che costituiscono lo sfondo prediletto della raccolta.[125]
La storia, però, funge da maestra per i costumi degradati del presente che possono risollevarsi solo attraverso il maestoso insegnamento di un passato rievocato come una fusione della storia nella natura, spoglio ormai delle proprie componenti truci o barbare e materia prima della poesia, e come nel canto di Demodoco le fiamme di Ilio non bruciano più, ma vengono trasfigurate dal canto, che con totale serenità esplica la propria potenza, come una nave – leitmotiv della raccolta – che pacificamente risale la corrente del tempo.[126]
Non c’è quindi più furia politica in Carducci, non c’è rabbia né critica sociale. Le odi attaccano il cattolicesimo, esaltano l’impero romano ed esprimono la visione politica carducciana, ma essa perde la carica polemica precedente. Le odi si fissano su un particolare attuale – l’Adda che scorre, il sole che illumina il campanile della Basilica di San Petronio, il poeta che contempla le terme di Caracalla – per rievocare gli eventi storici trascorsi, e si chiudono nuovamente in una contemplazione solenne della natura, mentre il passato ormai andato non è più fonte di angoscia come in Leopardi, ma canto sempre attuale. La storia è regolata da un principio preciso e incontrovertibile.[127]
I modelli non possono che essere Omero, Pindaro, Teocrito, Virgilio, Orazio, Catullo, accanto a cui agiscono Dante, Petrarca, Foscolo, cui vengono fatti rimandi testuali piuttosto espliciti e seguiti anche nel frequente uso dell’inversione sintattica caro alla lingua latina.[128]
Le Odi, all’inizio, si scontrarono con lo scetticismo generale e presso il grande pubblico, voglioso di una poesia “leggera” dopo i recenti duri trascorsi storici, furono offuscate proprio dallo stile lineare e dal lessico semplice di Postuma. Non v’era un’immagine, nelle poesie dello Stecchetti, che non fosse chiara a tutti, né mancava certa licenziosità che attraeva il pubblico. Negli anni compresi tra il 1878 e il 1880Postuma ebbe sette edizioni, mentre le Barbare si fermarono a tre, e se furono lette e vendute è da ascriversi all’ormai indiscussa fama del loro autore.
Se è vero che Gaetano Trezza e Anton Giulio Barrili le lodarono, è da dire come la prima reazione della critica fu anche più severa di quella del pubblico. Il Carducci fu attaccato e stroncato da tutte le parti. Passata la tempesta, però, il valore dell’opera fu riconosciuto, e lo stesso Guerrini dovette apprezzarla dato che si dilettò poi anch’egli a restituire nei suoi componimenti la versificazione latina.[129]
Carducci però viveva un periodo affatto particolare, e le polemiche non turbavano più molto il proprio animo acceso e focoso. Aveva qualcosa che riempiva la sua esistenza, qualcosa di insperato e insospettato fino ad allora:
Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873
Giosuè Carducci – Nuove poesie – prima edizione del 1873
Viterbo- Teatro dell’Unione va in scena White Out uno spettacolo di danza
Il Comune di Viterbo e ATCL presentano Al Teatro dell’Unione “ White Out” uno spettacolo di danza-Circuito multidisciplinare del Lazio sostenuto da MIC – Ministero della Cultura e Regione Lazio, al Teatro dell’Unione domenica 23 marzo, alle ore 18,00, White Out, uno spettacolo tra danza, circo e alpinismo, con Javier Varela Carrera, Luca Torrenzieri e Piergiorgio Milano, creazione, direzione e coreografia di Piergiorgio Milano. White Out offre un vocabolario coreografico specifico, risultato di una fusione tra danza e circo contemporaneo che riesce a restituire la spettacolarità di uno sport estremo come l’alpinismo. Segue la storia di una piccola comunità che segue un viaggio iniziatico. Parla della natura umana affrontando i temi della morte, della separazione, dell’ambizione personale, dei rapporti all’interno di un gruppo. La montagna è la metafora, la lente di ingrandimento all’interno di un gruppo che permette di osservare la natura umana da vicino. Moschettoni, funi e imbraghi vengono sradicati dal loro utilizzo reale per dare vita a nuove possibilità coreografiche ed espressive. Gli sci diventano un oggetto dall’equilibrio instabile, originando una forma di movimento in perfetto equilibrio tra danza contemporanea e arte circense, che offre allo spettatore un’esperienza visiva intensa e originale. Nel rappresentare l’universo legato alla montagna, la fisicità è spinta al suo limite. Non c’è raffigurazione, né pantomima. Sono veri i pesi negli zaini, così come le difficoltà di ancorare i rinvii, lo sforzo di sostenere il peso in sospensione, quello degli altri corpi e di conseguenza la fatica e l’autenticità della presenza in scena.
Design luci Bruno Teusch, sound design Federico Dal Pozzo, soundtrack Piergiorgio Milano, costumi Raphaël Lamy, Simona Randazzo, Piergiorgio Milano, scenografia Piergiorgio Milano, con l’indispensabile aiuto di Florent Hamon, Claudio Stellato e un grazie speciale a Francesco Sgro, Matias Kruger.
Viterbo al Teatro Unione ,White Out uno spettacolo di danza
Viterbo al Teatro Unione ,White Out uno spettacolo di danza
Viterbo al Teatro Unione ,White Out uno spettacolo di danza
Biglietti:
Platea intero: € 15,00 + € 1,50 prev.
Ridotto: € 12,00 + € 1,00 prev.
Ridotto per le scuole di danza e per gli abbonati: € 10,00
La biglietteria del Teatro è aperta dal martedì al sabato con orario 10.00 – 13.00 e 15.00 – 19.00.
Aperto anche di domenica, con gli stessi orari, solo in caso di spettacoli o altre attività.
Chiuso il lunedì.
Simone Belladonna “Gas in Etiopia” -NERI POZZA EDITORE
«La guerra d’Etiopia non è stata soltanto la più grande campagna coloniale della Storia contemporanea, ma anche, probabilmente, la miccia che ha fatto scoppiare la seconda guerra mondiale. Mussolini cominciò a prepararla…
SINOSSI-
Dall’introduzione di Angelo Del Boca: «La guerra d’Etiopia non è stata soltanto la più grande campagna coloniale della Storia contemporanea, ma anche, probabilmente, la miccia che ha fatto scoppiare la seconda guerra mondiale. Mussolini cominciò a prepararla sin dal 1925 e volle che fosse una guerra rapida, micidiale, assolutamente distruttiva. Per questa ragione mandò in Africa orientale mezzo milione di uomini armati alla perfezione, tanti aeroplani da oscurare il cielo, carri armati e cannoni in numero tale da sguarnire le riserve della madrepatria. E per essere sicuro della vittoria, autorizzò anche l’uso di un’arma proibita, l’arma chimica, sulla quale l’autore in questo libro ha raccolto con grande perizia tutte le informazioni possibili.
Per cominciare, ha esplorato, per primo, gli archivi americani del FRUS, dove sono raccolti i dispacci degli alti funzionari degli Stati Uniti sulla preparazione della campagna fascista contro l’Etiopia. Si tratta di documenti di estrema importanza, perché rivelano le mosse del fascismo in armi e ne analizzano, giorno dopo giorno, la pericolosità per la pace nel mondo.
Poiché il libro costituisce, in primis, la denuncia dell’impiego dei gas velenosi e mortali e di tutti gli inganni perpetrati negli anni per nascondere quei crimini, l’autore non ha trascurato dati accurati che offrissero un quadro completo dei diversi gas utilizzati, dei sistemi per utilizzarli, dei risultati ottenuti. Si tratta di migliaia di tonnellate di iprite e di fosgene scaricate soprattutto dagli aeroplani sui combattenti etiopici e sulle popolazioni indifese […].
Gli orrendi crimini del fascismo vennero, come è noto, cancellati dalla propaganda del regime, rimossi dai documenti e dai moltissimi libri pubblicati dai massimi protagonisti della guerra, come Badoglio, Graziani, Lessona, De Bono, dai gerarchi, dai giornalisti e da semplici gregari. Questa sconcertante autoassoluzione proseguì anche nel dopoguerra e nei decenni a seguire, mentre ogni tentativo di ristabilire la verità veniva prontamente ostacolato […].
Perché l’Italia venga a conoscere la verità su quei tremendi crimini bisognerà attendere il 1996, quando il ministro della Difesa, Domenico Corcione, farà alcune parziali ammissioni. Inutilmente, il governo imperiale etiopico ha cercato di trascinare Badoglio, Graziani e altre centinaia di criminali di guerra sul banco degli imputati. Tanto Londra che Washington hanno esercitato sull’imperatore Hailé Selassié ogni sorta di pressioni per dissuaderlo dall’istituire, come era giusto e legittimo, una Norimberga africana». Dall’introduzione di Angelo Del Boca
L’Autore-
Simone Belladonna
Simone Belladonna è laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei. È da sempre appassionato di politica e storia. Fa parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e lavora come Account Strategist a Google, in Irlanda. Gas in Etiopia è il suo primo libro.
In Italia il canto costante è che il lavoro ‘non c’è’: però è lo stesso paese dove si chiede di lavorare gratis o senza tutele. Il tutto con spaventevoli ricadute culturali sul lavoro come merce degradata, una svalutazione umana e professionale che riguarda tutti.
Marta Fana ci racconta non solo i numeri del lavoro, già deprimenti, ma la sua perdita di qualità.
Non è un libro per economisti, questo combattivo pamphlet, ma un libro per lavoratori. Alessandro Robecchi, “il Fatto Quotidiano”
La precarizzazione ha reso il lavoro una risorsa povera, incapace di fornire alla maggior parte degli italiani quello che un tempo poteva dare: sicurezza economica, forza contrattuale, capacità progettuale. In Italia è stato un processo particolarmente rapido e violento, che ha aperto ferite difficili da rimarginare. Un libro militante e documentato. Giuliano Milani, “Internazionale”
Dicevano: meno diritti, più crescita. Abbiamo solo meno diritti. La modernità paga a cottimo. Così dilaga il lavoro povero, spesso gratuito, e la totale assenza di stabilità lavorativa.
Non è la rabbia di chi ha perso la partita,
ma quella di chi non ha nemmeno potuto giocarla.
Così passi dalla parte del torto (Zerocalcare)
A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.
Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà
fermare?
Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi!
Lode della dialettica (Bertolt Brecht)
L’autore -Marta Fanaha conseguito un dottorato di ricerca in Economia presso l’Institut d’Études Politiques di SciencesPo a Parigi. Ha iniziato l’attività di ricerca studiando appalti e corruzione e oggi si occupa di political economy, in particolare di mercato del lavoro, organizzazione del lavoro e disuguaglianze economico-sociali. Per Laterza è autrice di Non è lavoro, è sfruttamento (2017).
Prologo. Di precariato si muore
«Io non ho tradito, io mi sento tradito» sono le parole di un ragazzo, appena trentenne, che decide di abbandonarsi al suicidio denunciando una condizione di precarietà, un sentimento di estrema frustrazione. Non è l’urlo di chi si ferma al primo ostacolo, di chi capricciosamente non vede riconosciuta la propria ‘specialità’. È l’urlo di chi è rimasto solo. Di precariato si muore.
Tutto questo ha a che fare con le trasformazioni della nostra società, a partire dai diritti universali, dal lavoro, dall’umanità e dalla solidarietà negate. Quelle cose che si è deciso di escludere dalle nostre vite, non potendogli dare un prezzo. C’è più di una generazione a cui avevano detto che sarebbe bastato il merito e l’impegno per essere felici. Quella di chi si è affacciato al mondo del lavoro cresciuto a pane e ipocrite promesse, e quella di chi si affaccia oggi, quando la promessa assume il volto di un’ipocrisia manifesta. Oggi ci si suicida perché derubati di possibilità, di diritti, di una vita libera e dignitosa. Qualcosa è andato storto e c’è chi continua a soffiare sul fuoco delle responsabilità individuali, delle frustrazioni che la solitudine sociale produce.
Di precariato si muore. E non è un caso. Il precariato è la risposta feroce contro la classe lavoratrice, il tentativo più riuscito di distruzione di una comunità che aveva in sé un connotato, quello di classe, che si caratterizza per una comunanza di interessi in costante conflitto con gli interessi di chi ogni mattina si sveglia e coltiva il culto dell’insaziabilità, dell’avidità che si fa potere. Il potere di sfruttare, di dileggiare tutti quelli che contribuiscono a creare le fortune dei pochi che se le accaparrano.
Di precariato si muore quando al concetto di società si antepone quello di individuo.
Ed è esattamente ciò che è stato fatto dalla Thatcher e da Reagan in poi, quello che hanno fatto tutti i governi che hanno tradito i lavoratori, dalla fine degli anni Settanta fino alle più recenti riforme del mercato del lavoro. È stato un impegno quotidiano. Costanza e tenacia. Le hanno provate tutte e ci sono riusciti perché sono rimasti coerenti con la loro idea e ogni giorno e ogni notte hanno lottato per raggiungere quell’obiettivo. Uniti. Loro hanno vinto nel momento in cui sono rimasti uniti perseverando nel disaggregare i lavoratori in quanto corpo sociale. Per farlo hanno avuto bisogno di molta creatività, di imporre, con una buona dose di maquillage, un nuovo volto al lavoro: eliminando dall’immaginario i bassifondi, gli operai; escludendo dal racconto quotidiano la fatica dello sfruttamento; mascherando l’impoverimento dietro l’obbligo di un dress code.
Come scrive Owen Jones a proposito del ‘thatcherismo’: «L’obiettivo era quello di cancellare la classe operaia come forza politica ed economica della società, rimpiazzandola con una collezione di individui, o imprenditori, che competono gli uni contro gli altri per i propri interessi. […] Tutti avrebbero aspirato a rimontare la scala [sociale] e coloro che non l’avessero fatto sarebbero stati responsabili del loro stesso fallimento».
Né sulla Manica né sul Tirreno è bastata la poesia a fermare questa deriva. Nostalgicamente ascoltiamo ancora De André, capace come pochi di riflettere su un’umanità che sembra persa, spiegarci che esiste «ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore».
Così, negli ultimi decenni, è andata diffondendosi sempre più la figura del giovane con la partita Iva: libero di solcare i contratti a progetto, le prestazioni occasionali, di non arrivare a fine mese e di non avere diritto al reddito nei periodi di non lavoro. Non vincolato da un contratto, libero di esser pagato quanto e quando vuole l’azienda e di non avere alcun potere negoziale. Nel frattempo, il giovane precario poteva consolarsi e crogiolarsi del racconto della sua specificità, di essere unico, di non essere uguale a ‘quegli altri’, quelli impiegati da più di vent’anni con gravi lacune nell’utilizzo di Microsoft Office o, peggio ancora, quelli vestiti male, un po’ sporchi di polvere, di grasso e vernice. Nei cinque minuti tra il parcheggio e la porta d’ingresso, o tra la caffettiera e la piccola scrivania, separate dal lungo corridoio di una casa in affitto, il giovane precario pensa di essere indispensabile. Pensa che tutto andrà meglio, che questo contratto è solo l’inizio, potrà rivendicarlo al prossimo colloquio, quello che non esiste, perché il curriculum lo mandi a un indirizzo di posta elettronica. Lui è solo e a volte pensa che in fondo è l’unico uomo al comando. Di cosa non gli è ben chiaro. Però i sindacati mai.
E del resto, per molti anni, i sindacati non si sono accorti che questi avevano la partita Iva ma erano degli sfruttati e quando se ne sono accorti hanno procrastinato. Un circolo vizioso che ha portato alla sconfitta. Era in atto la trasformazione antropologica e culturale del lavoro subordinato, mascherato dalle collaborazioni. All’inizio degli anni Duemila chiunque poteva essere un lavoratore a termine. Una generazione in fin dei conti abituata dai tempi della scuola: le verifiche a crocette, i quiz ogni quindici giorni erano già l’emblema del ‘mordi e fuggi’. Al diavolo il diritto a una conoscenza lenta, approfondita, critica. Gratta e vinci. Usa e getta. Come quei gadget che, ora, soddisfano gli attacchi di consumismo bulimico, mentre un operaio muore sotto un camion durante un picchetto. È il momento in cui, controllando il codice a barre che traccia la spedizione, il giovane collaboratore inveisce contro Poste Italiane perché non ha consegnato il gadget in tempo. Ma Poste Italiane è stata privatizzata, i postini sono sempre meno e quelli che son rimasti lavorano dieci ore al giorno, le spedizioni sono state appaltate a un corriere esterno, gli sportelli chiudono perché i cittadini sono stati trasformati in clienti. E vanno su internet, le filiali non servono più.
Sono gli anni in cui molti più giovani potevano dirsi liberi dal lavoro subordinato, lo dicevano alla televisione, lo dicevano i giornali. Purtroppo continuano a dirlo. I costi del lavoro diminuiscono, le imprese non devono pagare i contributi, ma non devono pagare neppure la formazione ai propri collaboratori. E i giornali tornano a titolare che le imprese non trovano giovani adatti a ricoprire le mansioni cercate. La colpa della disoccupazione e della precarietà è stata accollata alla scuola, che non prepara al mercato del lavoro. Devono uscire precisi e perfetti per il prossimo annuncio. Ma guai a investire nella formazione: meglio pretendere che sia la scuola, e quindi lo Stato, a pagare, anche per far lavorare gratis nelle aziende i propri studenti.
È così che nasce l’alternanza scuola-lavoro, i cui protocolli d’intesa del Ministero del Lavoro e di quello dell’Istruzione e della Ricerca danno il diritto a grandi multinazionali di impiegare migliaia di studenti nei propri locali, per fare i commessi. Una velocità che lascia interdetti. È stato un attimo, dal susseguirsi di stage umilianti o inutili al dovere del lavoro gratuito. Sarà un’esperienza fantastica, recitavano le pubblicità dell’Expo 2015 a Milano. Vedrete cose, conoscerete gente, gratuitamente. Lavorerete gratis finché altri vorranno. Poi il nulla. Anzi no, poi Garanzia Giovani, il progetto europeo per l’inserimento lavorativo dei Neet (Not in Education, Employment, Training), cioè per coloro che non studiano, non lavorano e non sono coinvolti in programmi di formazione. Più di un milione di persone tra i 15 e i 29 anni si sono presentati ai centri per l’impiego o strutture convenzionate, con la speranza di trovare un lavoro. L’ha detto la pubblicità, il Ministero del Lavoro non fa che vantarsi di questo programma. E allora proviamoci, come in un reality, sia mai che ci dice bene. Altri ci sono arrivati celando l’umiliazione, mettendo da parte l’orgoglio della laurea, dei master da fuori sede. Tirocini come se non ci fosse un domani, per tutti!
Masse di lavoratori che la sera tornano a casa con le proprie storie personali, alcuni aprono un blog e si raccontano. Una questione privata. Nessuno ha inventato il sito di incontri per partite Iva, un mega raduno di chi ha partecipato al grande show di Garanzia Giovani. Lo sciopero generale dei tirocinanti. Ognuno a pregare che quella promessa di assunzione possa un giorno farsi realtà.
Loro, i potenti, gli avidi, gli sfruttatori, hanno vinto perché sono stati coerenti, uniti, perché sono stati più forti nel ‘tutti contro tutti’, dove i morti li abbiamo contati solo noi. Hanno vinto quando ci hanno chiamati «bamboccioni», imponendoci una partita Iva, e siamo stati educati, silenti, accondiscendenti. Hanno vinto quando ci hanno detto che eravamo «choosy» e abbiamo porto l’altra guancia. Hanno vinto quando abbiamo smesso di credere che, uniti, si vince anche noi.
Indagare sulle condizioni di lavoro e non lavoro in Italia è una vera e propria discesa agli inferi. Il dilagare del lavoro povero, spesso gratuito, la totale assenza di tutele e stabilità lavorativa sono fenomeni all’ordine del giorno, che si abbattono su più di una generazione, costretta a lavorare di più ma a guadagnare sempre di meno, nonostante viviamo in una società il cui potenziale produttivo già permetterebbe di ridurre e distribuire il tempo di lavoro mantenendo e/o raggiungendo un tenore di vita più che dignitoso. È la realtà contro cui si infrange la narrazione dominante sulla ‘generazione Erasmus’ e sui Millennials, la stessa che con facilità dichiara che coloro che sono nati negli anni Ottanta dovranno lavorare fino a 75 anni per avere una misera pensione. Come se fosse un fatto naturale, inevitabile, ma soprattutto irreversibile, e non invece il risultato di scelte politiche ben precise, che hanno precarizzato il lavoro, la possibilità di soddisfare bisogni che dovrebbero essere considerati universali, come l’istruzione, la sanità, la casa, il trasporto pubblico. Le stesse politiche che hanno provocato l’inasprirsi delle diseguaglianze sociali spostando reddito e ricchezza dai lavoratori, che li producono, alle imprese, che a loro volta hanno scelto di trasformarli in vere e proprie rendite. Il furto quotidiano operato a danno dei lavoratori, di oggi e domani, è stato sostenuto dall’ideologia del merito, imposta per mascherare un inevitabile conflitto tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Ma soprattutto per negare la matrice collettiva dei rapporti di lavoro, dei rapporti di forza in gioco: è la retorica per cui ognuno è unico artefice del proprio destino.
Il risultato è l’avanzare di forme di sfruttamento sempre più rapaci che pervadono ogni settore economico, con labili differenze tra lavoro manuale e cognitivo: dai giornalisti pagati due euro ad articolo ai commessi con turni di dodici ore, dagli operai in somministrazione nelle fabbriche della Fca ai facchini di Amazon.
Sono questi gli argomenti trattati in questo libro in cui l’analisi delle trasformazioni economiche e sociali che hanno attraversato i diversi settori si intreccia con le storie di quanti vivono quei luoghi – e non luoghi – di lavoro. Per ragioni oggettive e soggettive, ho scelto di analizzare e descrivere solo alcuni settori economici e forme di lavoro, in particolare la logistica, la grande distribuzione e i servizi pubblici, ma anche i lavoretti dietro la gig economy, le forme di lavoro gratuito, il lavoro a chiamata e il sistema dei buoni lavoro (i voucher). È una scelta dettata da poche ragioni di fondo, tra loro collegate. Primo, essi costituiscono gli esempi più significativi della ristrutturazione del capitalismo, dove la frammentazione del lavoro segue la frammentazione del processo produttivo. Secondo, sono la più nitida rappresentazione di come la valorizzazione del capitale necessiti la creazione di vere e proprie avanguardie dello sfruttamento, che coinvolgono sia i lavoratori immigrati della logistica, sia quelli italiani della grande distribuzione o dei servizi pubblici. La matrice di classe che opera in questi settori è la medesima, nonostante la narrazione dominante tenda a separare e a diversificare una soggettività, quella del nuovo e trasversale proletariato, con espedienti retorici e di facciata. Terzo, il riemergere dei conflitti che popolano questi settori e le modalità con cui le lotte si affermano son spesso taciuti o relegati a meri fatti di cronaca locale quando, invece, sono espressione di un mondo nient’affatto pacificato. D’altra parte, frontiere del precariato come il lavoro a chiamata e il lavoro gratuito si configurano non soltanto come forme di totale estrazione del valore prodotto dai lavoratori che ingrassa solo gli utili d’impresa, ma agiscono come strumenti di estremo ricatto: la promessa di un futuro migliore se si è disposti a farsi sfruttare senza mai alzare la testa.
Mettere in luce la comunanza di interessi, palesando la natura di classe di questi conflitti, ha l’obiettivo di far convergere e amplificare le lotte e le pratiche in atto.
Infine, sebbene con estrema sintesi e in modo nient’affatto esaustivo, si è provato a descrivere il processo politico che ha portato all’impoverimento della classe lavoratrice e soprattutto di quelle generazioni che si affacciano oggi al mondo del lavoro. Per ribadire, in fin dei conti, che il divorzio tra la sfera economica e quella politica è solo un inganno: i processi economici non sono nient’altro che processi politici di potere, di riproduzione di rapporti di forza. In Italia come nel resto d’Europa, la scelta dei governi è stata quella di avallare il progressivo smantellamento dei diritti in modo da restituire forza e dominio alle imprese, a discapito del progresso sociale, cioè del miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza.
Mi preme specificare alcuni dettagli del modo in cui nasce e prende forma questo volume. Innanzitutto, esso è frutto di un lavoro collettivo per cui ringrazio i colleghi, gli amici ma soprattutto i compagni che, interrogandosi e stimolando il dibattito su questi temi, mi hanno, metaforicamente, costretta nel tempo ad approfondirli. È soprattutto grazie a loro che questa coscienza collettiva ha preso forma in uno scritto, preceduto da diversi interventi sui giornali, nei dibattiti, in piazza, nei picchetti e nelle assemblee. Gli incontri con lavoratori e disoccupati sono la fonte delle storie che a tratti compaiono nel libro. Storie che si ripetono e di cui il breve racconto che ne viene fuori non è che una sintesi di prassi molto più frequenti.
Con la speranza che questa presa di coscienza collettiva possa diffondersi e raggiungere i tanti, i molti, che hanno diritto a un riscatto, all’emancipazione negata dall’avidità del capitale e dall’ipocrisia del potere. A loro è dedicato questo libro.
Miserie e splendori del lavoro: un immaginario da ricostruire
Durante gli ultimi decenni, la rappresentazione del lavoro, della quotidianità dei lavoratori, è scomparsa dall’immaginario, dalla cultura. La creazione di vere e proprie periferie nel mondo del lavoro è stata inizialmente giustificata come l’unico strumento efficace per affrontare le difficoltà a trovare il primo impiego da parte di categorie poco partecipi, come le donne, o più vulnerabili, come i giovani e gli immigrati. Una volta create, tuttavia, queste periferie sono state utilizzate dalla narrazione dominante per giungere al fine ultimo: la precarizzazione di ogni forma di lavoro, anche quelle finora garantite da tutele, come i contratti a tempo indeterminato. Dal punto di vista della composizione sociale, lo scontro alimentato è stato quello generazionale: i padri garantiti stanno togliendo lavoro e possibilità di lavorare ai propri figli. La stessa identica narrazione assoldata per giustificare e imporre antidemocraticamente dosi massicce di austerità sul piano fiscale e dei conti pubblici.
Le condizioni di vita di milioni di persone sono usate solo ed esclusivamente per la costruzione di un’immagine funzionale a rappresentare altro: una volta un nemico da creare – come nel caso dei dipendenti pubblici o degli operai in lotta –, un’altra volta un’azienda da esaltare. Più recentemente quel che torna di moda è la costruzione del nemico esterno incarnato dagli immigrati. La retorica dominante, trasversale, sebbene con qualche eccezione nello spettro politico, indica l’immigrazione come causa ultima del crollo di diritti e salari, nonostante sia evidente che l’Italia – da molti più anni rispetto all’inizio dell’attuale ondata di immigrazione – vive un vero e proprio esodo verso l’estero. Secondo quanto riporta l’Istat nel rapporto Migrazioni Internazionali e interne della popolazione residente, «Negli ultimi cinque anni le immigrazioni si sono ridotte del 27%, passando da 386 mila nel 2011 a 280 mila nel 2015. Le emigrazioni, invece, sono aumentate in modo significativo, passando da 82 mila a 147 mila. Il saldo migratorio netto con l’estero, pari a 133 mila unità nel 2015, registra il valore più basso dal 2000 e non è più in grado di compensare il saldo naturale largamente negativo (-162 mila)». Andamento che si ripete nel 2016. Inoltre, il perdurare di fenomeni storici di immigrazione interna – da sud a nord Italia – viene accolta paternalisticamente come qualcosa di naturale. Ma anche nelle regioni del Meridione, dove lo sfruttamento è prassi mai messa in discussione, si agita lo spettro dell’immigrato che ruba il lavoro al giovane disoccupato, senza mai ricordare che già prima dell’arrivo dell’immigrato la disoccupazione giovanile raggiungeva tassi superiori al 50%. Briciole di realismo necessarie per ribaltare uno schema di analisi falso e deleterio. Ma, appunto, l’immagine dell’immigrato causa dei mali di questo paese è utile per nascondere ciò che realmente avviene quotidianamente contro lavoratori italiani e stranieri. Agitare la guerra tra poveri è il gioco prediletto da chi sullo sfruttamento dei molti, indipendentemente dalla nazionalità, mantiene il proprio potere. Tutto il resto è bene insabbiarlo. Dei conflitti sempre più intensi e frequenti che popolano le relazioni industriali del nostro paese, e che non distinguono tra italiani e stranieri, non deve sapere nessuno, è un’immagine che mostra le crepe di un sistema, un conflitto mai sopito e sempre più radicale, che si è scelto strategicamente di ignorare. Quel che quotidianamente viene raccontato, fino a diventare la lettura dominante di questa fase storica, è una realtà che non esiste, almeno non più, fatta di, seppur scarsa, mobilità sociale, di brevi periodi di precariato seguiti da carriere dignitose, possibilità di uscire da uno stato di bisogno attraverso il lavoro. L’unico scontro generazionale che si intravede è questo: la lettura della realtà nella sua dimensione storica. Più di una generazione vive oggi in un contesto di crisi permanente, di distruzione del patto sociale – scioltosi come neve al sole – del dopoguerra e degli anni del boom. Metabolizzare il lavaggio del cervello quotidiano operato a uso e consumo delle élites non fa che distogliere lo sguardo dalle vere cause e responsabilità e dai possibili rimedi. Secondo questa visione distorta continuano a trovare legittimazione non soltanto opinionisti d’accatto che provano a imporci un ribaltamento della realtà per continuare a garantirsi un posto nel mondo, nonché la loro posizione di potere, ma anche opzioni politiche superate dalla storia e ormai incompatibili con la tenuta politica e sociale del paese. Tra queste, ad esempio, le proposte di mantenere i vincoli di bilancio o le privatizzazioni del settore pubblico, il ripetere incessante del non c’è alternativa al costante impoverimento del mondo del lavoro e non lavoro. Convinzioni e prospettive politiche che scongiurano la necessità di abolire l’intero impianto del Jobs Act, fermandosi nel migliore dei casi a una revisione di facciata, come chi propone di ristabilire non già l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, ma l’art. 17 e mezzo. Sono gli stessi che avallano l’aumento dell’età pensionabile e ritengono che sia possibile creare solidarietà tra le generazioni riducendo ancora le pensioni di oggi e assoggettando il diritto alla pensione di oggi e domani al pareggio di bilancio. Attraverso questa lente falsata quel che rimane del mondo del lavoro è un racconto ipocrita che si commuove per le proteste degli operai nelle fabbriche lager del Pakistan o per le stragi in quelle del Bangladesh, come fossero eventi esotici, slegati dall’incedere dell’ordine globalizzato, quello che antepone in ogni luogo gli interessi degli sfruttatori a quelli degli sfruttati.
Più ci si avvicina ai confini dell’Italia, più il conflitto, quando non ignorato, è ormai relegato a una questione di cronaca, di ordine pubblico. Nei fatti si tratta di repressione. Risalgono al 2014 le immagini dei lavoratori delle acciaierie di Terni manganellati durante un corteo a Roma, o le cariche durante gli scioperi all’aeroporto di Malpensa del 2013, quelle contro i lavoratori Alcoa. Lì dove regna la repressione, il titolo di apertura è Scontri! Lo stesso è avvenuto di fronte alla lunga primavera di manifestazioni e scioperi generali che hanno attraversato la Francia nel 2016 contro la Loi Travail. Uno sciopero generale ogni settimana, strade piene in molte città francesi, solidarietà tra operai e studenti, tra disoccupati e pensionati. Ai commentatori italiani non importò l’unità che si andava creando per quelle strade, così come nessuno degli habitués dei talk show di prima e seconda serata ebbe un sussulto di indignazione di fronte all’operazione antidemocratica con cui quella legge fu approvata.
La frantumazione del mondo del lavoro vive dentro e fuori i luoghi di lavoro, soprattutto fuori dalle coscienze di chi per vivere deve lavorare. Senza mezzi termini, l’oggetto della discussione è la coscienza di classe, motore della storia, la cui esistenza è negata nella retorica dominante per sgomberare il campo dalla resistenza a tutte le scelte politiche che in questi anni hanno decretato l’inasprirsi delle diseguaglianze economiche, politiche e sociali.
Ma il conflitto prima o poi emerge, in modi più o meno dirompenti. Non sempre la questione di classe si esprime con una direzione politica, ma quando accade è irresistibile. Fuori dai palcoscenici di una politica a-dialettica, l’esigenza di una ricomposizione di classe prende vita grazie a quella generazione di cui tutti parlano e che nessuno ascolta.
«Siamo quei ragazzi che neanche tu, tu che da noi sei stato servito, hai notato. Perché noi siamo invisibili, siamo fantasmi, siamo una rotella di un ingranaggio gigantesco. Invisibili, ma indispensabili perché senza di noi l’ingranaggio si incepperebbe… Senza di noi, tu non avresti la tua pizza, la tua assistenza telefonica, la tua visita guidata, i tuoi jeans… Siamo in tanti, tantissimi, neanche lo immagini quanti… tutti al servizio di chi sul nostro lavoro ci guadagna, assumendoci senza contratto o con contratti finti che bluffano sull’orario di lavoro, sempre più lungo, bluffano sulle mansioni, sempre di più, sempre troppe. E la paga è sempre più bassa, lontana anni luce da qualsiasi standard contrattuale… Dovrebbero riconoscerci dei diritti: ferie, malattia, permessi, maternità e invece… niente di niente… perché noi siamo invisibili, siamo fantasmi… non esistiamo eppure ci siamo, siamo qua…».
Questo coro agguerrito ha fatto irruzione per le strade assolate di Napoli invase dai turisti nel giorno della Festa internazionale dei lavoratori e delle lavoratrici, il Primo Maggio 2017. Perché la storia non bussa, entra sicura. Con nitidezza, oltre ogni deformazione. Qui si uniscono le storie dei lavoratori della ristorazione, dei call center, del turismo (affidato al privato), del commercio. La trama è sempre la stessa: lavoro sfruttato, spesso a nero, non importa se con o senza la laurea, se si tratta di lavori ad alta o bassa qualifica. Lavoratori che parlano al resto della società, a tutti quelli a cui è negata quotidianamente la dignità, ai troppi giovani e meno giovani del Sud Italia, del Sud Europa.
Se non si tratta di vero e proprio lavoro nero, si parla comunque di lavoro povero. In particolare, si è di fronte a una vera e propria proletarizzazione della classe lavoratrice, dove i livelli di sfruttamento intensivo riguardano ampi settori dell’economia e coinvolgono sia il lavoro manuale sia quello intellettuale. Dai giovani fattorini delle consegne a domicilio gestite dalle piattaforme digitali, ai giovani avvocati, dai giornalisti precari, freelance e non, agli ultimi arrivati nelle grandi società di consulenza.
Non vi è dubbio che il lavoro povero si palesi con intensità e modalità differenti nei vari contesti, ma ciò non toglie che la tendenza in atto sia univoca.
Per questa ragione l’urlo dei lavoratori a nero coinvolge anche i tanti collaboratori e partite Iva che, per sfuggire alla solitudine, per anni uscivano di casa per andare a lavorare seduti al tavolino di un bar qualsiasi. Finché qualche illuminato non ha deciso che anche la solitudine può essere messa a valore. Il cameriere e la giovane partita Iva si incontrano sempre meno. Infatti, la solitudine di collaboratori e freelance diventa oggetto di innovazione sociale, in cui privati mettono a disposizione spazi a pagamento dove i lavoratori possono recarsi e sentirsi meno soli. Perché spesso i collaboratori non hanno neppure il diritto a una postazione in azienda: a volte, indipendentemente dagli spazi a disposizione, gli è proprio vietato andarci, perché semplicemente non sono coperti da assicurazione in casi di infortunio sul luogo di lavoro. Così il luogo di lavoro è altrove, anzi, non esiste. Ognuno si crei il suo.
Ed eccola, l’innovazione: l’emergere di spazi di ‘coworking’, dove apparentemente si lavora insieme, ma, molto più realisticamente, ognuno se ne sta per i fatti suoi. Mettere a disposizione uno spazio di coworking viene spesso raccontato come l’offrire un servizio che dà l’opportunità di incontrarsi, fare rete, scambiarsi idee e, perché no, crearne di altre tra una pausa e l’altra. A pagamento. Per sentirsi meno soli si spende intorno ai 15 euro al giorno, si affitta una postazione con una presa e se va bene si scambia qualche parola con quel collega fittizio e potenziale. Solitudine e frammentazione create dai processi di precarizzazione produttiva rimangono questioni private a cui il mercato risponde, trova soluzioni a carico dei lavoratori e su cui è sempre pronto a trarre un po’ di utili. Un cortocircuito che rende bene l’idea di come il concetto di condivisione venga messo a valore. In questo caso, infatti, la solitudine e la frantumazione del lavoro diventano ‘nuovi mercati’; la condivisione non ha un connotato sociale bensì di mercato: si paga per condividere qualcosa che non si detiene, a parte la frustrazione della solitudine. Mentre le aziende risparmiano sui costi relativi ai luoghi fisici del lavoro, i lavoratori pagano per dotarsi di uno spazio di lavoro in cui immaginarsi una vita non atomizzata. Si potrebbe ovviamente sostenere che è possibile riconquistare spazi pubblici dismessi, che il settore pubblico potrebbe impegnarsi a adibire a postazioni di lavoro. La riappropriazione degli spazi pubblici da parte della collettività è un obiettivo nobile che va costantemente rivendicato: tuttavia non si capisce perché, ancora una volta, sia il pubblico a dover pagare per il privato e la sua deresponsabilizzazione!
E quando non si deresponsabilizza per legge, si chiude un occhio, come di fronte al lavoro nero, di fronte al disinvestimento in manutenzione e sicurezza: vengono tagliati i controlli e le ispezioni sul lavoro mentre si spendono soldi pubblici, dei lavoratori, per i rastrellamenti degli immigrati. Così se un operaio muore mentre lavora, è distrazione. Un incidente.
Le morti bianche, cioè quelle sul lavoro, compaiono per poche ore sulle pagine dei giornali. Stando ai dati dell’Inail, nell’ultimo quadriennio sono morti sui luoghi di lavoro circa mille lavoratori ogni anno. Cifre che sottostimano il fenomeno, in quanto non tutti i lavoratori sono registrati presso l’Inail, come i liberi professionisti, i vigili del fuoco o proprio quei collaboratori che popolano i coworking o le camere in affitto in centro città. Ogni giorno, in Italia, più di tre persone muoiono sui luoghi di lavoro, a cui vanno aggiunti gli infortuni e tutte le malattie che si manifestano lentamente, quando ormai il lavoratore è andato in pensione. Secondo i dati ufficiali, nel 2016 le denunce per infortunio sul lavoro sono oltre seicentomila. Neanche fossimo in guerra!
Non si discute peraltro di come le scelte aziendali volte alla riduzione del costo del lavoro producano insicurezza sugli altri lavoratori. È un altro caso di come la tecnologia impatti in modo non neutro sulle condizioni di lavoro. Alcune aziende hanno scelto di sostituire le squadre di vigilanza con dei braccialetti elettronici indossati da un unico addetto alla sicurezza. Nel caso in cui dovesse succedere qualcosa, il braccialetto emette suoni allarmando la centrale operativa, che si trova fuori dallo stabilimento. Solo allora saranno attivati i soccorsi. Peccato però che il tempismo non può essere garantito come avveniva quando a vigilare si era almeno in due. La probabilità di incidenti è inoltre proporzionale all’inesperienza e inversamente correlata con la conoscenza dei luoghi di lavoro e dei suoi impianti. È allora inevitabile che più si precarizza il lavoro più gli incidenti aumentano, soprattutto lì dove i lavoratori temporanei non ricevono neppure la formazione sulla sicurezza.
Anche nel lavoro più strutturato si assiste a una inaccettabile deriva per cui la sicurezza sul lavoro, ma anche dei territori, si fa oggetto di ricatto. Capita che i premi aziendali siano ancorati alla riduzione degli incidenti sul lavoro, cioè i lavoratori possono percepirli – in teoria, dato che rimane una promessa – se in azienda diminuiscono gli incidenti sul lavoro. I lavoratori sono allora incentivati a non dichiarare infortuni altrimenti perdono la possibilità di ricevere il premio. Ma, oltre alla beffa, l’inganno: ai fini della retribuzione con i contratti integrativi contano anche le assenze per malattia. Più ci si ammala meno si guadagna. Al lavoratore non rimane che scegliere tra meno soldi a causa della dichiarata malattia, con la promessa di percepire il premio, o denunciare l’infortunio e non perdere i soldi trattenuti dal datore di lavoro in caso di malattia. Gallina oggi, uovo domani.
Recentemente, un esempio di ricatto tra lavoro e sicurezza si è manifestato durante il referendum sulle concessioni per le trivellazioni, quando si barattava il diritto a trivellare ed estrarre petrolio e profitto con il diritto al lavoro che la riduzione delle trivellazioni avrebbe messo a repentaglio. Ci si può tuttavia opporre a derive simili e rivendicare la priorità del rispetto dei diritti sui profitti, come ha fatto la Fiom-Cgil Basilicata nei confronti dell’Eni al Centro Oli di Viggiano, stabilimento le cui attività sono state sospese dalla giunta regionale della Basilicata dopo plurime richieste di intervento a riduzione degli eccessivi livelli di inquinamento provocati. Una storia mai risolta, quella della sicurezza sul lavoro, del conflitto tra diritti sociali e avidità del capitale, come dimostra magistralmente lo scrittore Alberto Prunetti nel suo libro Amianto. Una storia operaia.
Un atteggiamento paradossale, quello degli italiani di fronte al concetto di sicurezza. Prevale oggi nell’opinione comune un bisogno incondizionato nei confronti della propria sicurezza verso il prossimo, specie se più povero, se sta peggio di noi. Una costante richiesta di protezione della nostra non ricchezza, ma pur sempre proprietà di fronte all’indotto pericolo del ladro che invade le case o il garage o l’orto di casa. Si pretende addirittura il diritto di sparargli contro, di ucciderlo se necessario. Perché la proprietà non è più un furto e non può essere oggetto di furto. Sentimenti o risentimenti che sfociano il più delle volte in vere e proprie forme di razzismo e di odio verso il basso; posizioni che conquistano quotidianamente spazi di riflessione e azione politica. Ancora una volta, il racconto è strumentale a evitare che emerga e si consolidi la consapevolezza che il conflitto vive all’interno del processo di produzione e riproduzione sociale, ed è quello che contrappone sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori.
Cedendo alla narrazione tossica che arriva dall’alto, di fronte al sopruso dei potenti si abbassa la testa, di fronte al furto quotidiano di diritti e salari ci si rivolge con remissività, con l’illusione che da quell’autorità, il capitale e chi lo governa, si può sempre ricevere qualcosa. Un atteggiamento di subalternità che quasi penetra a livello antropologico. Su questo terreno vanno concentrati gli sforzi di una resistenza attiva che rivendichi come sopruso lo stipendio che non arriva da mesi, gli straordinari mai pagati, il contratto a tempo determinato dopo più di tre anni di rinnovi, i contributi non versati, le molestie al lavoro. Rifiutando la guerra tra sfruttati di ogni genere, età, nazionalità.
Dal lavoro a chiamata ai voucher, andata e ritorno
Quando scoppiò la crisi del 2008, le massicce dosi di flessibilità, introdotte fino a quel momento nel mercato del lavoro, mostrarono in modo più eloquente il loro vero volto. La politica aveva però un compito: negare, negare sempre, negare soprattutto di fronte ai giovani: quelli maggiormente coinvolti dai lavori precari e che presto furono espulsi in massa dai processi produttivi insieme ai propri genitori; quelli che un lavoro non riuscivano proprio a trovarlo, indipendentemente dal titolo di studio. La disoccupazione nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni è cresciuta dal 18,3% del 2009 al 30,3% del 2016 (37,8% se si considera la fascia 15-24 anni). Nell’ultimo trimestre del 2016 il tasso di occupazione dello stesso gruppo anagrafico rimane al 29,5%, contro il 39% del 2009.
Alle scelte politiche, ostinate sulla via delle riforme strutturali, serviva rafforzare la narrazione e trovare altri responsabili. Primi tra tutti i giovani stessi, quelli che non ce la fanno neppure a trovare un lavoro sottopagato, sottoinquadrato, quelli che non possono permettersi di lasciare casa dei genitori perché né loro né i genitori hanno i soldi per pagare una stanza in affitto altrove, quelli che si laureano in ritardo e a nessuno importa perché. Nel 2012 essere «bamboccioni», termine coniato dal fu ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, era ormai un complimento: stavano per arrivare gli «sfigati» e gli «schizzinosi». «Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa»: parola di Michel Martone, viceministro del Lavoro del governo Monti (gennaio 2012). Rincara la dose la ministra Elsa Fornero (ottobre 2012): «Non bisogna mai essere troppo choosy [schizzinosi], meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro. Non aspettare il posto ideale. Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro».
Così come ha fatto Chiara, che per due anni ha lavorato come cassiera a chiamata all’ipermercato Martinelli di Mantova. Alla cassa tutti i week-end da venerdì a domenica e poi anche un turno durante la settimana. Per gli infrasettimanali la chiamavano il giorno prima per darle conferma. No ferie, no malattia. Il turno era di dodici ore, con un’ora e mezza di pausa pranzo. La pausa pranzo era il solo momento in cui Chiara aveva diritto a bere. In cassa era vietato bere, ma anche sedersi. Così lei e le sue colleghe erano costrette a tenere nascoste le bottigliette e a scomparire sotto la cassa per qualche istante. Essere sorridenti sempre, anche quando ti arrivava un’infezione urinaria, perché pure se bevi poco al bagno devi andare, ma quando chiami il cambio la collega non arriva a tamburo battente. Aspetti, anche mezz’ora, quaranta minuti. A fine turno, nonostante nel contratto ci fosse scritto «cassiera», Chiara e le sue colleghe dovevano pulire i bagni, tutti.
Chiara è riuscita a trovare lavoro subito e a farsi sfruttare come si deve; le dichiarazioni della Fornero però rimangono non soltanto offensive ma anche fuorvianti. Per la legge della domanda e dell’offerta, se tre milioni di persone sono disoccupate e altrettante scoraggiate – cioè non lavorano e si sono stancate di cercare – significa che la prima offerta spesso neppure esiste. Lo dimostra il numero di posti vacanti, cioè disponibili rispetto al totale dei posti di lavoro esistenti (somma tra i posti vacanti e quelli occupati). Un indicatore che misura la domanda di lavoro da parte delle imprese, a ben vedere fanalino di coda europeo tra il 2009 e il 2016.
Ma perché i giovani? Perché se avessero preso coscienza di non essere sfigati – cioè di aver fatto tutto quello che veniva loro richiesto – avrebbero potuto rievocare uno spettro pericoloso: il conflitto. Così i giovani avevano bisogno di una dose, più massiccia, di distrazioni di massa, che dirottasse la frustrazione ed evitasse ad ogni costo che questa si tramutasse in voglia di riscatto. Andava alimentata una guerra tra poveri e diseredati, mascherata da guerra intergenerazionale: padri contro figli, prima di tutto. Poi è arrivato il tempo degli immigrati, che però nel frattempo erano costretti a lavorare gratis.
Senza girarci attorno, ciò che emerge dalle parole di chi è stato chiamato (dall’allora presidente Giorgio Napolitano, con la fiducia in primis del Pd) a governare il paese all’esplodere della crisi è un profondo disprezzo nei confronti dei lavoratori e dei disoccupati, chiamati solo a sacrificarsi sull’altare della competitività e dei profitti delle imprese finanziarie e non. Non a caso proprio la riforma Fornero, oltre a demolire l’art. 18, permise alle imprese di disporre in modo indiscriminato di un enorme esercito di riserva, sempre più giovane, dati i crescenti tassi di disoccupazione. Una specie di gioco delle tre carte: da un lato, venivano aumentati dell’1,4% i costi dei contratti a termine a carico dei datori di lavoro; dall’altro, si escludeva l’obbligo di comunicare la causa del ricorso al contratto a termine per i primi 12 mesi. Allo stesso tempo, con una mano si restringevano le possibilità di ricorrere al lavoro intermittente (o a chiamata) e con l’altra si liberalizzavano a tutti i settori produttivi i buoni lavoro (o voucher).
Ma la storia dei voucher e del lavoro a chiamata non nasce con la Fornero, che di per sé non ha dovuto inventare nulla, bensì con la riforma Biagi-Maroni del 2003. In principio, nel contratto a chiamata un lavoratore «si pone a disposizione del datore di lavoro per lo svolgimento di determinate prestazioni di carattere discontinuo o intermittente». È un contratto subordinato e può essere a tempo determinato o indeterminato, può coinvolgere tutti i lavoratori, ma nel caso di under 25 o over 45 è necessario che siano disoccupati o in mobilità. Ben presto, nel 2005, la condizione di disoccupato decade e la legge estende a tutti la possibilità di lavorare a chiamata. Oltre alla durata del rapporto di lavoro (a termine o permanente), fin dalla legge Biagi-Maroni il lavoro a chiamata può essere di due tipi: con o senza disponibilità garantita dal lavoratore. In pratica, quest’ultimo può concedere al datore di lavoro la propria disponibilità a essere chiamato (per questa sua disponibilità riceve addirittura un compenso!) e si accolla l’obbligo di rispondere alla chiamata. Oppure può non dare la propria disponibilità: se arriva la chiamata ed è libero bene, altrimenti il datore di lavoro dovrà cercare altrove.
Il lavoro intermittente esplose e, dopo alcuni tentativi, la riforma Fornero decise di limitarlo agli under 24 e agli over 55. Ironicamente potremmo dire che la riforma Fornero non volle privare i giovani del loro protagonismo nel lavoro a chiamata. Secondo quanto riporta il Rapporto annuale sulle Comunicazioni Obbligatorie del 2013 (relativo ai dati 2012) del Ministero del Lavoro, i rapporti di lavoro intermittente coinvolgevano principalmente i giovani: «nel 2012 sono stati avviati 223.532 (il 32% del totale) lavoratori nella fascia di età 15-24 anni e 194.941 (ovvero 28% del totale) nella classe 25-34 anni». Si tratta principalmente di contratti a chiamata a tempo determinato, l’8% circa in entrambi i casi.
L’efficacia della riforma Fornero in termini di riduzione del lavoro a chiamata è registrata dai dati: l’incidenza degli avviamenti di contratti a chiamata sul totale dei contratti torna ai valori del 2010 (4%), la metà rispetto al picco massimo raggiunto a inizio 2012, circa l’8%, come riporta l’Isfol nel rapporto del 2015.
Solo una cosa non toccò la riforma del lavoro intermittente attuata dal governo Monti: i rapporti di forza tra datori di lavoro e lavoratori. E non è un caso, perché la flessibilità non è neutra: scarica il suo peso sulla parte più debole, il lavoratore, in balìa del ricatto della disoccupazione. Gioco facile per le aziende, a cui la Fornero dimenticò di apporre un limite massimo complessivo di lavoratori a chiamata: come abbiamo visto, la legge dispose infatti un tetto massimo per ciascun lavoratore, non più di 400 giornate lavorative in un triennio. Ma alle aziende fu accordato il diritto di usare le 400 giornate di ciascun lavoratore e poi cambiarlo con un altro sempre a chiamata. Quindi, i datori di lavoro non soltanto potevano assumere a volontà lavoratori a chiamata (a parte i casi esclusi dai contratti collettivi nazionali che, si sa, vivono ormai in costante difensiva), ma potevano e ancora oggi possono esercitare il proprio potere di ricatto usando i contratti intermittenti senza l’esercizio della messa in disponibilità, così da non dover neppure versare le somme dovute per il periodo di non lavoro. Il ricatto scaturisce sempre da quella tensione messa in atto dall’esercito di riserva, le masse di disoccupati alla disperata ricerca di un posto di lavoro. Non accettare quanto chiesto dal datore di lavoro espone direttamente alla perdita dello stesso, ma piegarsi al ricatto significa contestualmente cedere un diritto.
Un’offerta da non rifiutare, soprattutto se giovani e inesperti, così come suggerì il ministro!
Così è stato per Chiara che, dopo due anni, si è licenziata dall’ipermercato in cui faceva la cassiera. Ha lavorato 510 giornate in due anni, oltre il limite. Non ha prove e non può denunciare. Quando ci siamo incontrate non sapeva che l’essere a disposizione dell’azienda è qualcosa per cui le sarebbe spettato un compenso, che andava scritto nel contratto. L’azienda non gliel’ha mai detto e i sindacati non li ha mai visti. Ha accettato la prima offerta e l’hanno sfruttata.
Come si diceva, alle restrizioni all’uso del contratto a chiamata fu affiancata, sempre nel 2012, la totale liberalizzazione dei voucher. Nati nel 2003, i buoni lavoro erano rivolti a regolarizzare i lavori occasionali e accessori, di tipo domestico o in agricoltura. Bisognava fare qualcosa contro il lavoro nero, si diceva, anche a costo o supportando l’idea di un impoverimento di fasce crescenti della forza lavoro. Una questione di priorità o pura formalità, parafrasando i Cccp.
L’idea geniale, quasi fantascientifica, fu quella di creare e liberalizzare uno strumento incostituzionale per porre rimedio a un’attività irregolare. Uno strumento che si compra facilmente dal tabaccaio e sempre lì si riscuote. Ogni settimana, Giorgio si sveglia e va al tabacchi sotto casa. Ha con sé venti voucher: 150 euro. Gli habitués delle slot machine vivono con estrema invidia la riscossione di Giorgio, pensano sia una vincita ottenuta a quelle maledette macchinette in cui finisce quotidianamente la loro pensione. Vagli a spiegare che è uno stipendio! Vagli a spiegare che le bollette non le porta con sé perché o fa la spesa o paga luce e gas.
Secondo il principio di lucidità, la bulimia con cui il legislatore (nei fatti, sia i governi che i Parlamenti) si è scatenato nella deregolamentazione dei voucher rispecchia intenzioni ben più profonde: abbattere fortemente il costo del lavoro a scapito dei lavoratori.
Breve biografia di Giuseppe Di Bella, compositore, cantautore e poeta siciliano. Ha studiato per un periodo (dal 2003 al 2005) a Bologna, presso la Facoltà di Lettere, dove non si è laureato per intraprendere un lavoro a tempo pieno presso la casa editrice “con-fine” per cui ha curato come caporedattore una rivista d’arte contemporanea diffusa in 13 paesi nel mondo e una collana di poesia dal nome “Sete”. Tornato in Sicilia ha diviso la sua attività tra la ricerca musicale e quella poetica, cercando di riunirle e tornare alle origini delle due fonti. Ha prodotto diversi lavori discografici e libri, tra cui “Il tempo e la voce” (lavoro di traduzione in volgare siciliano del ‘200 e musicalizzazione di 12 liriche della Scuola Poetica Siciliana) e Orfeo, un concept album sul mito in forma di melodramma contemporaneo, entrambi finalisti di diversi premi nazionali tra cui il Tenco e il Parodi. Dal 2005 al 2012 ha collaborato con la casa editrice Bolognese con-fine e diretto assieme ad Alex Caselli una collana di poesia che ha pubblicato diversi poeti tra cui Paolo Maccari e Fabrizio Bajec. Nel frattempo è stato anche recensore per l’Annuario critico di Giorgio Manacorda. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo libro di poesie, “Le gradazioni del bianco,” Premio Nazionale Gesualdo Bufalino presso l’università di Catania, nel 2018 il libro-cd “Fuddìa”, e sta lavorando da un anno e mezzo a un lavoro interamente poetico dal titolo “Veleni e contrattempi”, ispirato a un verso di Paul Éluard. Di recente pubblicazione sono suoi lavori discografici come “Sette Arcangeli” e una composizione dal poeta David Maria Turoldo, musicata dal compositore Marco De Biasi e prodotta per l’etichetta palermitana Almendra music.
Neve
Ho scoperto solo uscendo che fuori nevicava
e il cane era una volpe, la strada un quadro russo
nel silenzio che estendeva fino a me le voci
dalle auto, in un continuum.
Ma la tua icona era la stessa, persa
da quando qui non era altro che il mondo
e ogni balzo stanco e rumoroso
si alzava e consumava in un vangelo
Non c’è più niente, adesso, a parte il soffio
di una volta gotica ad arcate
che stende la sua ala sulla notte
come se fosse vero che noi siamo
opera, testimonianza e scelta
e non destino emerso, acqua d’inconscio.
Non ci sarà più spazio, dopo
non ci sarà nient’altro
che la violenza estetica del mondo.
E me, che non perdono, e lei che dice:
“io sono la realtà, non sono un sogno…”
*
Benzodiazepine
Serotonina o Valium è lo stesso
evocherei anche un Deva se servisse
qualunque cosa spinga oltre il contesto
e faccia respirare un mare un fiume
di calma e ottundimento
perché se il paradiso non è questo
allora è un volo implume, un muto affresco
lassù che non lo puoi toccare o crepa
che torce il collo in una insana piega
per contemplare il bello come un fatto
che ti appartiene senza alcun contatto
ed io non voglio più che sia quel nome
o quel colore di oro e panna cotta
se entro nella nuvola di gesso
di un oratorio del Serpotta
Allontanare il male è un’altra lotta
e adesso che ho paura lo comprendo
rimango qui con lei, che trema in gola
tra il dubbio e la parola, finché dormo
e mi è vicino il luogo in cui non è
visibile o tangibile alcun torto
e mi riposo come fossi morto
*
La nebbia
L’iconostasi bianca si solleva sopra i tetti
Del mio quartiere ebraico-popolare
Titanica, cangiante, come il corpo
Di Tifeo che lentamente avanza e si trasforma;
Prima la testa d’asino, le ali, poi si amplia
Virando dove le luci arancio dei lampioni
Ne fanno un’astrazione incandescente.
Da noi la nebbia è detta “la paesana”,
Perché culla ed ottunde eternamente.
A volte è un diadema che aureola
Il dorso madonita, altre è una sindone marmorea
sullo skyline del borgo verso oriente.
In quelle albe non c’è niente a parte il rostro
Delle cime più alte. La sua aderenza
È il simulacro contro l’immanenza
Esautora la terra, il vaniloquio ansante delle fronde.
Allora nella notte della Vergine puoi scorgere
Figure filiformi nere, statue di Giacometti
Dondolare al centro di una piazza
E spaventare i vecchi che osservano dai vetri.
Se in sogno la scenografia impalpabile
Ospita la fiera dei morti, potrai comprare oro e garantirti
La gioia e la fortuna per cento anni. Ma
Chi sfora la misura sarà l’amante stesso della morte.
La nebbia né metafora né archetipo o barriera,
Soltanto il segno di quest’atmosfera
La sua essenza profonda. Il rovescio della gioia
L’interno della fodera da cui spiare i giochi
E tutti i sentimenti che divengono
sentori oltre un abbaglio primordiale.
La nebbia è tutto quello che si tace,
Esteso alla quarta dimensione.
Stanotte sembra un fumo parigino, seduce e scorre
Mentre mangio una mela al davanzale.
Dieci anni fa, Daniele, ti ricordi…
Quel cielo sopra il promontorio dove
La luce dell’insegna al neon dell’ambulante
Dal basso proiettava un Teatro d’ombre,
Le nostre due figure sulla nebbia
Come sullo schermo panoramico
Nel cinema agli esordi, e lo stupore
Di bimbi o di aborigeni
Davanti all’immagine che avanza…
Fotografia tratta dal sito di Almendra Music
Giuseppe Di Bella
Biblioteca DEA SABINA
-La rivista «Atelier»-
http://www.atelierpoesia.it
La rivista «Atelier» ha periodicità trimestrale (marzo, giugno, settembre, dicembre) e si occupa di letteratura contemporanea. Ha due redazioni: una che lavora per la rivista cartacea trimestrale e una che cura il sito Online e i suoi contenuti. Il nome (in origine “laboratorio dove si lavora il legno”) allude a un luogo di confronto e impegno operativo, aperto alla realtà. Si è distinta in questi anni, conquistandosi un posto preminente fra i periodici militanti, per il rigore critico e l’accurato scandaglio delle voci contemporanee. In particolare, si è resa levatrice di una generazione di poeti (si veda, per esempio, la pubblicazione dell’antologia L’Opera comune, la prima antologia dedicata ai poeti nati negli anni Settanta, cui hanno fatto seguito molte pubblicazioni analoghe). Si ricordano anche diversi numeri monografici: un Omaggio alla poesia contemporanea con i poeti italiani delle ultime generazioni (n. 10), gli atti di un convegno che ha radunato “la generazione dei nati negli anni Settanta” (La responsabilità della poesia, n. 24), un omaggio alla poesia europea con testi di poeti giovani e interventi di autori già affermati (Giovane poesia europea, n. 30), un’antologia di racconti di scrittori italiani emergenti (Racconti italiani, n. 38), un numero dedicato al tema “Poesia e conoscenza” (Che ne sanno i poeti?, n. 50).
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Laura Frausin Guarino (Traduttore), Teresa Lussone (Traduttore)
Editore Adelphi
Descrizione-«Irène Némirovsky» ha scritto Pietro Citati «possedeva i doni del grande romanziere, come se Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Flaubert, Turgenev le fossero accanto e le guidassero la mano». Per tutti coloro che dal 2005 (anno della pubblicazione di “Suite francese” in Italia) hanno scoperto, e amato, le sue opere, questo libro sarà una sorpresa e un dono: perché potranno finalmente leggere la «seconda versione» – dattiloscritta dal marito, corretta a mano da lei e contenente quattro capitoli nuovi e molti altri profondamente rimaneggiati – del primo dei cinque movimenti di quella grande sinfonia, rimasta incompiuta, a cui stava lavorando nel luglio del 1942, quando fu arrestata, per poi essere deportata ad Auschwitz.
Una versione inedita, e differente da quella, manoscritta, che le due figlie bambine si trascinarono dietro nella loro fuga attraverso la Francia occupata, e che molti anni dopo una delle due, Denise, avrebbe devotamente decifrato. Qui, nel narrare l’esodo caotico del giugno 1940, e le vicende dei tanti personaggi di cui traccia il destino nel suo ambizioso affresco – piccoli e grandi borghesi, cortigiane di alto bordo, madri egoiste o eroiche, intellettuali vanesi, uomini politici, contadini, soldati –, Némirovsky elimina tutte le fioriture, asciuga e compatta; non solo: ricorrendo alla tecnica del montaggio cinematografico, limitandosi a «dipingere, descrivere», sopprimendo ogni riflessione e ogni giudizio, conferisce a questo allegro con brio un ritmo più sostenuto – e riesce a trattare la «lava incandescente» che ne costituisce la materia con una pungente, amara comicità.
Nata nell’impero russo, di religione ebraica convertitasi poi al cattolicesimo nel 1939, ha vissuto e lavorato in Francia. Arrestata dai nazisti, in quanto ebrea, Irène Némirovsky fu deportata nel luglio del 1942 ad Auschwitz, dove morì un mese più tardi di tifo. Il marito, Michel Epstein, si attivò per cercare di salvare la moglie inviando un telegramma il 13 luglio 1942 a Robert Esménard (il suo editore del momento) ed a André Sabatier presso Albin Michel, proprietario della casa editrice Grasset che pubblicò molte opere di Irene, per chiedere aiuto:
“Irène partita oggi all’improvviso. Destinazione Pithiviers (Loiret)[1]. Spero che voi possiate intervenire urgenza stop Cerco invano telefonare”[2]. Anche il marito morì nel novembre dello stesso anno ad Auschwitz. Dal 2005 la casa editrice Adelphi ha iniziato a pubblicare le sue opere.
Biografia
Irène (in russo: Ирина Леонидовна Немировская, Irina Leonidovna Nemirovskaja) Némirovsky, nacque a Kiev, unica figlia di un ricco uomo d’affari e banchiere ebreoucraino, Leonid Borisovič Némirovsky (1868-1932) e di Anna Margoulis, detta Fanny (1887-1989). Trascurata dalla madre, Irène venne allevata dalla sua governante francese, soprannominata Zezelle, con la quale strinse un profondo legame e destinata ad avere un ruolo significativo nella sua formazione. Il francese, di cui apprese i rudimenti dalla governante, sarebbe divenuto la lingua dominante di Irène, ancor più del russo. Imparerà poi sia il tedesco che l’inglese. Nel 1913 la famiglia ottenne il permesso di trasferirsi a San Pietroburgo, che diventerà poi Pietrogrado. Nel gennaio del 1918 i soviet misero una taglia sulla testa del padre e, quindi, la famiglia fu costretta a scappare (si travestirono da contadini). Trascorse poi un anno in Finlandia ed un anno in Svezia. Nel luglio del 1919 i Némirovsky si trasferirono in Francia dopo un avventuroso viaggio su di una nave. A Parigi, Irène Némirovsky andò a vivere in un quartiere chic nel XVI arrondissement. Una governante inglese si occupò della sua educazione. Superò l’esame di maturità nel 1919, nel 1921 si iscrisse alla facoltà di lettere della Sorbona. Conosceva sette lingue. Aveva iniziato a scrivere in francese sin dai 18 anni, nell’agosto del 1921, quando pubblicò il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio.
Nel 1923, Némirovsky scrisse la sua prima novella: l’Enfant génial (ripubblicata con il nome di Un enfant prodige nel 1992), che sarà pubblicata nel 1927 e che rivela una sorprendente fantasia e maturità di scrittura per un’autrice ventenne che non aveva ancora terminato gli studi. Irène riprese quindi a studiare ottenendo nel 1924 la laurea in lettere alla Sorbona. Nel 1926, nel municipio del XVI arrondissement prima e poi alla sinagoga di Rue de Montevideo, Irène Némirovsky sposò Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie: Denise nel 1929 ed Élisabeth nel 1937. Il contratto matrimoniale stipulato le permetterà di ottenere i diritti d’autore fin dalla pubblicazione delle sue opere. La famiglia Epstein si trasferì a Parigi, dove Irène scrisse dei dialoghi per Fantasio e pubblicò il suo primo romanzo Le malentendu.
Irène Némirovsky divenne celebre nel 1929 con il suo romanzo David Golder. Il suo editore Bernard Grasset la introdusse subito nei salotti e negli ambienti letterari francesi. Lì incontrò Paul Morand, che pubblicherà presso Gallimard quattro delle sue novelle con il titolo Films parlés. David Golder fu adattato nel 1930 per il teatro e il cinema (David Golder fu interpretato da Harry Baur). Ne Le Bal1930 descrisse il passaggio difficile di un’adolescente all’età adulta. L’adattamento al cinema di Wilhelm Thiele rivelerà Danielle Darrieux. Di successo in successo, Irène Némirovsky diventò una promessa della letteratura, amica di Tristan Bernard e di Henri de Régnier.
Nel 1933 abbandonò la casa editrice Grasset per Albin Michel e cominciò a pubblicare alcune novelle sul Gringoire. Sebbene fosse una scrittrice francofona riconosciuta, membro totalmente integrato della società francese, il governo francese le rifiuterà la nazionalità, richiesta per la prima volta nel 1935. Si convertì al cattolicesimo il 2 febbraio 1939 nella cappella dell’Abbazia di Sainte-Marie a Paris, anche se la figlia Denise dice: Non parlerei di conversione, ma di “farsi battezzare cattolici”[3]. Scrisse poi per il settimanale di destra Candide, con il quale interromperà la collaborazione quando venne pubblicato il primo statuto degli ebrei, nell’ottobre del 1940, mentre Gringoire, divenuto apertamente antisemita, continuerà a pubblicarla, ma sotto pseudonimo.
Vittime delle leggi antisemite varate nell’ottobre del 1940 dal governo di Vichy, Michel Epstein non poté più continuare a lavorare in banca e a Irène Némirovsky fu proibito pubblicare. Dopo la primavera i coniugi Epstein si trasferirono a Issy-l’Évêque, nel Morvan, dove avevano messo al riparo nel settembre del 1939 le loro figlie. Némirovsky scrisse ancora diversi manoscritti. Fu considerata un’ebrea per la legge e dovette applicare la stella gialla sui suoi abiti. Le sue opere non furono più pubblicate. Solo l’editore Horace de Carbuccia, sfidando la censura, pubblicò le sue novelle fino al 1942. Il 13 luglio 1942 Irène fu arrestata dalla guardia nazionale francese. Michel Epstein mandò un telegramma il 13 luglio del 1942 a Robert Esménard e André Sabatier presso Albin Michel per chiedere aiuto:
«Irène partita oggi all’improvviso. Destinazione Pithiviers (Loiret). Spero che voi possiate intervenire urgenza stop Cerco invano telefonare»
Fu subito trasferita a Toulon-sur-Arroux, dove rimase imprigionata due notti. Il 15 luglio fu trasportata al campo d’internamento di Pithiviers. Némirovsky fu autorizzata a scrivere e spedì al marito una cartolina, in cui non si lamenta delle condizioni difficili. Fu deportata il giorno dopo a Auschwitz, dove venne trasferita nel Rivier (l’infermeria di Auschwitz in cui venivano confinati i prigionieri troppo ammalati per lavorare) dove muore di tifo il 17 agosto 1942. Suo marito (così come André Sabatier e Robert Esménard) intraprese numerosi procedimenti per farla liberare, ma fu arrestato a sua volta nell’ottobre del 1942, deportato ad Auschwitz assieme alla sorella e ucciso nelle camere a gas al suo arrivo, il 6 novembre 1942.
Le sue due figlie salvarono alcuni documenti e finirono sotto la tutela di Albin Michel e Robert Esmenard (che dirigevano la casa editrice) fino alla loro maggiore età. Denise conservò tali documenti in una valigia, la stessa in cui li aveva trovati e, per anni, non aprì neppure la valigia, forse per il rancore che nutriva nei confronti dei genitori che per salvarle le avevano affidate a un’amica francese, tale signora Dumas, di cui presero il cognome conservando il loro nome francese. Poi un giorno Denise aprì la valigia e vi scoprì un manoscritto della madre. Ne riconobbe la grafia, il colore azzurro dell’inchiostro preferito[4]. Lo lesse, erano i primi due tomi di un’opera in cinque volumi che resterà incompiuta: “Suite francese”. Tempo dopo Denise partecipò alla presentazione di un romanzo di una scrittrice francese. Le si avvicinò con in mano una copia del libro per chiederle un autografo. La scrittrice, come si usa per fare una dedica, le chiese: Come ti chiami?, “Denise Epstein”, Curioso, hai il nome della più grande scrittrice francese del secolo. “Era mia madre – disse subito Denise – posseggo anche un suo manoscritto inedito”. Fu chiamato l’editore, che decise di pubblicarlo senza neppure leggerlo e così Irène Némirovsky Epstein, scrittrice del tutto dimenticata, tornò a vivere riguadagnando un posto nella storia della letteratura francese del ‘900.
Riscoperta di una scrittrice
Dopo l’arresto dei loro genitori durante la guerra, Élisabeth e Denise Epstein si nascosero grazie all’aiuto di alcuni amici di famiglia, portando con loro i manoscritti inediti della loro madre, fra i quali Suite francese. Si tratta dei due primi tomi di un romanzo incompiuto, che doveva contarne cinque, avendo come cornice l’esodo del giugno 1940 e l’occupazione tedesca della Francia. Venne pubblicato in Francia soltanto nel 2004 dalle Edizioni Denoël. Questo romanzo ricevette il Prix Renaudot a titolo postumo, facendo eccezione al regolamento del premio che prevede la premiazione di soli scrittori viventi. Le fu invece negato il Premio Goncourt per il fatto di non essere francese[5].
Le due figlie hanno conservato la memoria della loro madre, con diverse riedizioni. Nel 1992, sua figlia Élisabeth Gille, che ha diretto per le Edizioni Denoël la collezione Présence du futur, pubblica una biografia, Le Mirador.
Irène Némirovsky
Cronologia
1868 – 1903 – La famiglia Némirovsky
Leon Némirovsky, padre di Irène, nasce nel 1868 a Elizavetgrad (oggi Kropyvnyc’kyj), città in cui si erano susseguiti diversi pogrom contro gli ebrei, fino al 1881. Il cognome Némirovsky proviene da Nemyriv, in russo Nemirov, cittadina ucraina che, durante il XVIII secolo, era un importante centro del movimento ebraico chassidico. La famiglia Némirovsky prospera nel commercio di cereali. Leon viaggia molto nelle province russe e ucraine, accumulando capitali che inizia a prestare e a far fruttare, fino a diventare un importante finanziere con una sua banca. Nel suo biglietto da visita scrive: “Némirovsky Leon, Presidente del Consiglio della Banca Commerciale di Voronež, Amministratore della Banca dell’Unione di Mosca, Membro del Consiglio della Banca Commerciale di Pietrogrado”.
Quindi, nonostante siano ebrei, i Némirovsky scalano il dislivello che li separa dall’aristocrazia russa e si mettono direttamente sotto la protezione dello zar. Irène parla francese prima di conoscere il russo: è la lingua della tata cui è affidata. Come molti cosmopoliti (parola spregiativa, all’epoca), anche Irène è poliglotta: padroneggia il polacco, il finlandese, l’inglese, il basco e lo yiddish. La madre Fanny (Faïga, in ebraico) nasce a Odessa nel 1887. Nel 1903 – l’11 febbraio, nel quartiere yiddish, nel cuore di Kiev, nasce Irène. È una bambina infelice e solitaria, nonostante gli sforzi dei precettori. Come spesso accadeva nelle famiglie ricche, i genitori facevano vita separata frequentando assai poco i figli, fino all’adolescenza. In questo caso Fanny rifiutò sempre di confrontarsi con la ragazza, che rischiava di oscurare la sua avvenenza.
Le due donne si odiano, Irène lo dice ne “Il vino della solitudine”, in “Jezabel”, ma è forse ne “Il ballo” che, nel finale, si definisce con maggior chiarezza il rapporto tra le due donne: — Ah! ma pauvre fille… Elle la saisit dans ses bras. Comme elle collait contre ses perles le petit visage muet, elle ne le vit pas sourire. Elle dit: – Tu es une bonne fille, Antoinette…et l’une allait monter, et l’autre s’enfoncer dans l’ombre. Mais elles ne le savaient pas. Cependant Antoinette répéta doucement: – Ma pauvre maman... (Ah, mia povera figlia… La strinse tra le braccia. Il piccolo viso schiacciato contro le perle della sua collana, non la vide sorridere. Sei una buona figlia Antoniette…mentre una stava per spiccare il volo, l’altra sprofondava nell’ombra. Ma non lo sapevano. Eppure Antoniette ripeteva con dolcezza: – Povera mamma.…)[6] In quel sorriso malizioso, reso ancor più perfido dallo scherzo crudele appena andato a segno c’è tutta l’ambiguità della relazione tra Irène e la madre[7].
1914 – 1919 – La fuga dal regime sovietico
Anche il padre, un uomo d’affari dai natali incerti, grande viveur, che accumula e scialacqua fortune, isolato e lontano dai figli, dedito ai giochi, alla finanza e al casinò, divenne il modello dei caratteri maschili di molti romanzi della scrittrice: il David Golder dell’omonimo romanzo. Mr. Kampf de “Il ballo”. Gli zii di Harry ne “I cani e i lupi“. Mentre Irène è ancora piccola la famiglia viaggia molto: dall’Ucraina a Biarritz, Saint-Jean-de-Luz, Hendaye e la Costa Azzurra. Fanny occupa solitamente ville o grandi alberghi. La piccola viene confinata con la governante in qualche modesta pensioncina nei paraggi. Si usava così all’epoca. Nel 1914 i Némirovsky si installano in una vasta proprietà, situata in una strada tranquilla, circondato da giardini di limoni, nella zona alta della città di San Pietroburgo (sarà il modello della casa di Harry ne “Il ballo”[8].
Nel 1917 muore la governante francese di Irene. La solitudine si intensifica, gli unici compagni sono i grandi scrittori russi che Irène cerca di imitare: Turgenev, Tolstoj, Čechov. Nel mese di ottobre del 1918, Leon subaffitta, da un ufficiale della Guardia imperiale, un appartamento a Mosca e vi trasferisce la famiglia. Irène – nella biblioteca di Des Esseintes – incontra Platone, “À rebours” di Huysmans, Maupassant e “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, che resterà uno dei suoi libri preferiti. Nel mese di dicembre i Soviet prendono il potere. Tutti i beni dei privati devono essere confiscati, i Némirovsky fuggono in Finlandia. Solo Leon rientra clandestinamente in Russia per cercare di salvare parte delle sue fortune. Fuggono di nuovo: questa volta in Svezia, dove passano tre mesi a Stoccolma. Nel luglio del 1919, a causa di una tempesta, la nave che trasporta la famiglia Némirovsky, è costretta ad attraccare a Rouen. Da qui raggiungono Parigi dove si stabiliranno.
«”L’estate per me è Kiev, se l’inverno è la Finlandia e l’autunno è San Pietroburgo nelle nebbie gialle delle sponde della Neva. Non eravamo ancora molto ricchi quando vivevamo lì: solo benestanti. Mio padre ancora limitava i suoi affari alla città e spariva soltanto per brevi soggiorni a Odessa o a Mosca. Era già l’epoca dei piagnistei e delle liti, quella in cui mia madre vedeva in continuazione, al collo di un’amica, una collana più bella della sua, sulle spalle di un’altra una pelliccia più sontuosa, l’epoca in cui la casa le sembrava troppo piccola e scomoda, troppo buia, la cameriera maldestra e la cuoca incapace. A me piaceva quella casa, soprattutto dopo l’arrivo della governante francese, Mademoiselle Rose, che si occupava solo di me e mi proteggeva dalle urla di mia madre, dalle sue recriminazioni, dai suoi scoppi d’ira, dalle sue crisi di pianto. … “Quando cerco d’immaginarmi la mia prima infanzia, mi rivedo seduta su un seggiolone nella cucina annerita e piena di fumo in cui aleggiano gli effluvi di cavoli. All’estremità del lungo tavolo, la mia njanja discorre in una lingua incomprensibile con un uomo barbuto che indossa un camiciotto con la cinta di cuoio, forse il marito, venuto a trovarla. Il fuoco borbotta”[9]»
Anni ’20 – “Anni ruggenti“
Leon Némirovsky riesce a recuperare parte delle proprietà e apre un ufficio della sua banca a Parigi. Da questo momento il processo di assimilazione ha inizio e i profughi ebrei ucraini, si trasformano in alto borghesi parigini. Mai completamente e soprattutto mai irreversibilmente, sostiene Irène ne “I cani e i lupi“: – “Che il tuo cadavere sia fatto a pezzi! Non avrai pace né riposo né una morte serena! Sia maledetta la tua discendenza! Siano maledetti i tuoi figli!” – “La smetta!” esclamò con durezza Harry. “Non siamo in un ghetto dell’Ucraina qui!”. “Eppure è da lì che vieni, come me, come lei! Se sapessi quanto ti odio! Tu che ci guardi dall’alto in basso, che ci disprezzi, che non vuoi avere niente in comune con la marmaglia giudea! Lascia passare un po’ di tempo! Presto ti confonderanno di nuovo con quell’ambiente! Tornerai a farne parte, tu che ne sei uscito, che hai creduto di liberartene!”[10]. Sono gli anni ruggenti: lusso, feste, viaggi a Biarritz e a Nizza all’Hôtel Négresco naturalmente. Rolls che scorrazzano su è giù per la costa azzurra. Principi spiantati che fanno di mestiere i gigolò e giovani ereditiere (come Irène) che mettono in ombra le madri quarantenni e si scatenano. Così scrive da Nizza: «Mi agito come una pazza, che vergogna! Non faccio altro che ballare. Ogni giorno, nei vari alberghi, ci sono dei galà molto chic, e poiché ho la fortuna di poter disporre di qualche gigolò, mi diverto moltissimo». Poi, di ritorno da quella città: «Non ho fatto la brava… tanto per cambiare… Il giorno prima della partenza, al nostro albergo, il Negresco, c’era una festa. Ho ballato e mi sono scatenata fino alle due del mattino; dopo sono andata a flirtare bevendo champagne ghiacciato in mezzo a una corrente d’aria fredda»[11]
Irène Némirovsky
1926 – 1929 – I primi successi
Durante questo periodo, Irene continua i suoi studi di lettere, presso l’Università della Sorbona (dove si laurea con menzione d’onore) e invia i suoi “Piccoli racconti divertenti” alla rivista bimestrale Fantasio, che li pubblica e le paga 60 franchi al pezzo. Scrive anche su Le Matin e su Les Oeuvres libres, dove pubblica la sua prima novella: “Le Malentendu”. Ha diciotto anni. Conosce Michel Epstein (Mikhail in russo): “un omino piccolo, e moro di carnagione scura[12]“, ingegnere diplomato a San Pietroburgo e – come suo padre – ebreo e banchiere. Nel 1925 inizia a scrivere “David Golder” a Biarritz. Nel febbraio del 1926 pubblica su Oeuvres libres, “L’Enfant génial”, che poi prenderà il titolo di “Un Enfant prodige”. Irène e Michel Epstein si sposano e vanno a vivere al numero 10 di via Constant-Coquelin. Nel 1929Bernard Grasset riceve i manoscritti di “David Golder”. Entusiasta, l’editore Bernard Grasset lesse in una notte il manoscritto, mise un annuncio sul giornale per rintracciarne l’anonimo autore. Ma la Némirovsky non poté recarsi subito all’incontro perché, il 9 novembre, stava dando alla luce la sua prima figlia Denise.
Quando finalmente Grasset si vide davanti Irène Némirovsky, sulle prime non volle credere che fosse stata quella giovane spigliata ed elegante, figlia dell’alta borghesia russa, rifugiatasi a Parigi dopo la rivoluzione, a scrivere una storia tanto audace, insieme crudele e brillante – un’opera in tutto e per tutto degna di un romanziere maturo”[13]. Pieno di ammirazione ma ancora dubbioso, l’editore la interrogò a lungo per assicurarsi che la Némirovsky non stesse facendo da prestanome a un qualche scrittore più noto, che voleva restare nell’ombra. Appena uscì, “David Golder” fu elogiato all’unanimità dalla critica, tanto che Irène Némirovsky divenne subito celebre e fu lodata da scrittori di diversa estrazione, come Joseph Kessel, un ebreo, e Robert Brasillach, un monarchico di estrema destra e antisemita. Brasillach elogiò in particolare la purezza della prosa di quella nuova arrivata nel mondo letterario parigino[14]. Il regista Julien Duvivier adatta “David Golder” per il teatro e quasi contemporaneamente esce la pellicola tratta dal libro: – La beffa della vita[15]” (1931), regia di Julien Duvivier con Harry Baur nel ruolo del protagonista.
1930 – 1940 – Successi editoriali, la guerra e i nazisti in Francia
Finalmente è famosa e raccoglie i favori dei grandi dell’epoca: Morand, Drieu de La Rochelle, Cocteau, Brasillach e Kessel. La sua vita si divide tra la figlia Denise e personaggi del gran mondo, come Tristan Bernard, l’attrice Suzanne Devoyod o la principessa Obolensky con cui passa lunghi periodi alle terme per riprendersi dai suoi attacchi di asma. Nel 1930 pubblica “Il ballo”, adattato per il cinema nel 1931 da Wilhelm Thiele con una giovane e bellissima Danielle Darrieux, che qui debuttava. Scritto da Curt Siodmak, Ladislas Fodor and Henry Falk (dialoghi). Nel 1931 pubblica “Come le mosche d’autunno”. Nel 1933, quando Hitler sale al potere, nel mese di gennaio, Irène dice alla sua infermiera: “Mia povera cara, entro poco saremo tutti morti”[16]. Pubblica L’affare Kurilov. Inizia la collaborazione con l’editore Albin Michel, pubblica anche Le Pion sur l’échiquier e Le Vin de solitude. La Revue de Paris pubblica Dimanche. Gringoire pubblica Les rivages hereux. Nel 1936 La Revue des Deux Mondes pubblica Liens du sang. Lo stesso anno esce Jezabel. Nel 1937 la rivista Gringoire pubblica Fraternité. Il 20 marzo nasce Élisabeth, la seconda figlia degli Epstein. Nel 1938, Candide pubblica La femme de Don Juan. Gli Epstein chiedono la cittadinanza francese, convinti che la Francia difenderà “gli ebrei e gli apolidi”. Nel 1939 pubblica Deux.
Il primo settembre, alla vigilia della dichiarazione di guerra, la famiglia decide di non fuggire in Svizzera, come alcuni amici avevano suggerito. Tuttavia, Irène e Michel portano le bambine dalla governante, Cécile Michaud a Issy l’Evêque nel Saône-et-Loire. Irène rientra a Parigi, ma appena può va a trovare le figlie in provincia. A settembre tutta la famiglia si converte al cattolicesimo. Vengono battezzati da monsignor Ghika, vescovo appartenente alla famiglia reale rumena dei Ghika che morì nel 1954 a seguito delle torture subite nelle carceri comuniste[17]. Gringoire pubblica Le Spectateur. Nel 1940 pubblica Le Sortilège. Nel mese di giugno, Irene, in vista della pubblicazione di Suite francese scrive a margine del manoscritto: “Dio Mio! Cosa mi fa questo paese? Mi rifiuta e – diciamolo francamente – perde ai miei occhi l’onore e la vita. E cosa fanno gli altri Paesi? Cadono gli imperi. Nulla importa. Osservandolo da un punto di vista mistico o personale, tutto è lo stesso. Manteniamo la testa a posto. Speriamo”[18] Candide pubblica M. Rose. Il 3 ottobre vengono promulgate le prime leggi razziali che definiscono lo status giuridico e sociale degli stranieri giudei in Francia. Perdono i diritti civili e vengono confinati in campi di concentramento o residenze coatte. L’editore collaborazionista Bernard Grasset rifiuta di pubblicare ulteriori scritti della Némirovsky. Il marito Michel Epstein non può più lavorare presso la “Banque des Pays du Nord”. Pubblicazione di “Les chiens et les loups“. La Revue des Deux Mondes pubblica “Aïno“.
1941 – 1942 – Scrive i primi due capitoli di Suite francese, si ritira in provincia
1941 Irène e Michel abbandonano Parigi e si ritirano con le figlie, Denise e Élisabeth, di tredici e cinque anni, all’Hôtel des Voyageurs di Issy-l’Evêque. Vivono sotto lo stesso tetto con i soldati e gli ufficiali della Wehrmacht, acquartierati nell’albergo. Michel fa da interprete e ci gioca a biliardo. Come nella seconda parte di Suite francese la presenza di questi giovani uomini, a volte ragazzi, che sono lontani da casa e devono partire per la guerra sul fronte russo, ispira alla famiglia Epstein più compassione che rancore. Irène pubblica due articoli su Gringoire con lo pseudonimo di Pierre Nérey: il 20 marzo La Confidente e il 30 maggio L’Honnête homme. Il 2 giugno esce una nuova legge che prevede per gli ebrei francesi la deportazione nei campi di concentramento nazisti fuori dalla Francia. Quando vanno a iscriversi alle liste comunali, cercando di far valere i certificati di battesimo vengono obbligati a portare la stella gialla. Il 24 ottobre Irène pubblica “L’Ogresse” con lo pseudonimo di Charles Blancat.
Dopo un anno di albergo si trasferiscono in un appartamento in affitto. Irène non ha dubbi sull’esito tragico della sua vicenda personale. Legge, fa lunghe passeggiate. In quei giorni sta scrivendo Suite francese e fa dire a Maurice Michaud: «La certezza della mia libertà interiore, » disse lui dopo aver riflettuto «questo bene prezioso, inalterabile, e che dipende solo da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita ora finiscono poi per placarsi. Che “tutto ciò che ha un inizio avrà una fine”. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto. Perciò, prima di tutto vivere: Primum vivere. Giorno per giorno. Resistere, attendere, sperare»[19]. In sintesi è il programma umano con cui Irène Némirovsky ha affrontato – con coraggio – fin l’ultimo brutale insulto che la storia le ha riservato. Senza però riuscire a sopravvivere alla catastrofe che l’ha travolta.
Alla fine della vita di Irène, ci troviamo in un paesaggio di tranquilla apocalisse, disabitato anche se apparentemente intatto, come dopo il passaggio di uno tsunami. Niente personaggi, ma una specie di organismo collettivo che reagisce a un’aggressione come un formicaio o un alveare: c’è una Parigi addormentata, in una calda giornata di giugno, un allarme, un bombardamento. Sempre da Suite francese, durante il bombardamento di Parigi: “Il sole, ancora tutto rosso, saliva in un cielo senza nuvole. Partì una cannonata così vicina a Parigi che tutti gli uccelli volarono via dalla sommità dei monumenti. Più in alto si libravano grandi uccelli neri, di solito invisibili, spiegavano al sole le ali di un rosa argenteo, poi venivano i bei piccioni grassi che tubavano e le rondini, i passeri che saltellavano tranquillamente nelle strade deserte. Su ogni pioppo dei lungosenna c’era un nugolo di uccelletti scuri che cantavano frenetici. Nelle profondità dei rifugi arrivò infine un segnale remoto, attutito dalla distanza, sorta di fanfara a tre toni: il cessato allarme[20]” In questo bel paesaggio urbano, deserto di presenze umane, sembra naufragare la dolce Francia amata da Némirovsky. E, due anni dopo, la sua vita. 1941-1942 A Issy-l’Évêque, Irène scrive “La vie de Tchekhov” pubblicata postuma nel 1946 e “Les Feux de l’automne” pubblicato nel 1948.
Gli ultimi giorni
L’11 luglio Irène lavora nel bosco a Issy-l’Evêque «in mezzo a un oceano di foglie morte, bagnate dalla tempesta della notte precedente, come se stessi seduta su una zattera con le gambe incrociate». «Sto scrivendo molto, immagino che saranno opere postume, però almeno mi fanno passare il tempo»[21]. Il 13 luglio arrivano i gendarmi per arrestarla. Michel cerca in tutti i modi di avere notizie dalla moglie, ma per quanto si adoperi non ottiene nulla. Si fa perfino firmare una lettera dai sottufficiali che aveva ospitato in casa: “Camerati! Abbiamo vissuto per qualche tempo con la famiglia Epstein e abbiamo avuto modo di conoscerla come una famiglia assai premurosa. Vi preghiamo pertanto di riservarle un trattamento adeguato. Heil Hitler!”[22]. Scrive lettere in cui ripudia l’origine ebraica e afferma “(Irène) è una donna che, pur essendo di origine ebraica, non ha – come dimostrano tutti i suoi libri – alcuna simpatia né per il giudaismo né per il regime bolscevico… mia moglie è diventata una rinomata scrittrice.
In nessuno dei suoi libri (che del resto non sono stati messi al bando dalle autorità d’occupazione) troverà una parola contro la Germania, e benché sia di razza ebraica mia moglie scrive degli ebrei senza alcuna simpatia. I nonni di mia moglie, così come i miei, erano di religione israelita; i nostri genitori non professavano alcuna religione; quanto a noi, siamo cattolici come le nostre bambine, che sono nate a Parigi e sono francesi”[12]. Riceverà solo le ultime due lettere da Irène, poi non avrà più sue notizie: “Giovedì mattina – luglio ’42 – Pithiviers [scritta a matita e non obliterata] Mio amato, mie piccole adorate, credo che partiamo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti tutti”[12]. Il 17 luglio viene deportata a Auschwitz nel vagone numero 6. Viene assegnata al campo di Birkenau. Debilitata, la fanno passare al Revier («Infermeria», dove i malati venivano assistiti). 17 agosto: Irène Némirovsky muore a causa di un’epidemia di tifo.
Antisemitismo
Le accuse di antisemitismo hanno perseguitato la Némirovsky scrittrice almeno quanto il nazismo ha perseguitato l’ebrea apolide che – nonostante tutti i tentativi di mascheramento – Irène è stata e sarà. Un grande numero di appartenenti all’ebraismo, presenti nei suoi romanzi, sono pesantemente caricaturali. Repellenti nell’aspetto e ripugnanti nella mentalità e nei sentimenti. Tra tutti spicca il carattere orribile di David Golder – eroe eponimo del romanzo – sia per i valori che persegue – i soldi per i soldi, senza un progetto di lungo periodo[23] – sia per il fisico repellente e la mente dominata dal risentimento e dall’avidità senza scrupoli. Il libro, in Francia, è stato accusato di essere anti-bolscevico e antisemita. Anche se scrittori come Robert Brasillach, Paul Morand o Jean-Pierre Maxence lo hanno apprezzato e difeso.[24] Quando fu criticata come scrittrice antisemita, Irène Némirovsky dichiarò candidamente: “Perché i francesi Israeliti si vogliono riconoscere in David Golder?”[25].
La figlia Gille nell'”autobiografia” di sua madre – Iréne Némirovsky, precisa che la scrittrice era un rampollo della borghesia ebraica russificata di Kiev e San Pietroburgo. La sua famiglia era riuscita a fuggire in Francia al tempo della rivoluzione bolscevica, mantenendo gran parte delle proprie ricchezze. Questo fatto, unito alla cultura e alle buone frequentazioni sociali, le permetteva di avere rapporti amichevoli con aristocratici impoveriti da cui, in Russia, sarebbe stata rifiutata. Data questa collocazione sociale e il desiderio di entrare a pieno titolo a far parte dell’alta borghesia parigina, attraverso un processo di assimilazione – molto diffuso tra gli ebrei del tempo[26] – i Némirovsky erano orgogliosi della propria distanza dall’ebreo tradizionalista (o semplicemente meno assimilato). Fatto sta che i libri della Némirovsky sono popolati di figure ebraiche – nel migliore dei casi ambigue – nel peggiore, che meriterebbero un posto nella nosografia ebraica dell’Ebreo che odia sé stesso di Theodor Lessing o Sander L. Gilman[27].
Nella “autobiografia” la figlia Élisabeth Gille immagina che sua madre, durante l’occupazione nazista, si penta dei propri ritratti al vetriolo di ebrei odiosi, in David Golder, e le fa dire: “Mi prende a volte una specie di vertigine, giacché mi pento di aver scritto quel libro. Mi chiedo se per condannare l’ambiente sociale da cui provenivo e che ho odiato così tanto, non abbia fornito ulteriori munizioni agli antisemiti. Temo di aver dato prova di leggerezza e di una volubilità suicida”[28]. D’altronde la stessa Némirovsky, in un’intervista (vera), rilasciata nel ’35 ha detto: “Sono assolutamente certa che se Hitler fosse già stato al potere, avrei notevolmente ammorbidito David Golder. Ma penso che sarebbe stato sbagliato farlo, che sarebbe stata una debolezza indegna di un vero scrittore”[29]. Il critico Paul La Farge, nota: ‘il “disagio” della Némirovsky nei confronti della sua stessa identità (ebraica) guasta il racconto della vita di David Golder[30]‘. E continua: David Golder abbonda di caricature che non sarebbe ingiusto definire antisemite: Simon ha “gli occhi assonnati e pesanti di un orientale” la moglie di Simon denti “lastricati d’oro, che brillavano stranamente nell’ombra.” ha un “viso magro con un naso grande e duro, a forma di becco … collocato in un modo strano, molto in alto.” E così via. Némirovsky difese queste caratterizzazioni dichiarando di averle tratte dalla propria esperienza. La stampa ebraica ha reagito al romanzo con sgomento, dichiarando che, se non proprio antisemita, (la posizione di) Némirovsky, “non era molto ebraica”[31].
Mirador
Élisabeth Gille scrisse la biografia della madre Irène dopo i cinquant’anni. La scrisse in prima persona – come se a parlare fosse la madre stessa – morta a 39 anni lasciando un corpus di lettere tanto vasto quanto disordinato. Una decisione difficile: riprenderle in mano, leggerle (per molti anni erano rimaste chiuse in un baule trascinato qua e là dalle figlie) e collazionarle, trasformandole in un racconto coerente. Affrontare temi proibiti: Auschwitz, i rapporti con i nonni (la nonna Fanny in particolare), le origini ebraiche negate con un frettoloso quanto inutile battesimo. Quando uscì Mirador, fu accolto come un importante contributo alla conoscenza di una vita, quella di Irène, una scrittrice di talento e grazia, per quasi un trentennio dimenticata nel limbo della letteratura minore. Poco dopo Élisabeth Gille morì: sapeva di essere malata.
Il tono del libro, comico, acerbo, violento, che non dava spazio né alla compassione né alla lamentela stupì la critica. In fin dei conti era la vita della sua famiglia. Élisabeth si schermì sempre affermando di non essere una scrittrice: facendo così emergere il talento della madre. Nella scelta di usare la prima persona della madre per scrivere un'”autobiografia” c’è anche la volontà di nascondersi, lasciando la scena intera alla personalità letteraria della madre. Mirador ripercorre le tappe della carriera letteraria di Irène, puntualizzando le grandi accoglienze e il rapido oblio che ricevette dalla comunità di autori ed editori della Francia occupata, in parte costretti, in parte propensi, a una forma di asservimento all’invasore che – ad un certo punto, sotto la guida di Petain – prese la forma del collaborazionismo aperto: “Vi è un abisso fra la casta dei nostri attuali dirigenti e il resto della nazione. Gli altri francesi, avendo ben poco da perdere, hanno meno paura. Quando la vigliaccheria non soffoca più negli animi i buoni sentimenti, questi (patriottismo, amore per la libertà, ecc.) possono fiorire. Certo, negli ultimi tempi anche il popolo ha accumulato dei capitali, ma si tratta di denaro svalutato che è impossibile trasformare in beni reali, terre, gioielli, oro e così via… “Da qualche anno tutto quello che si fa in Francia nell’ambito di una certa classe sociale ha un solo movente: la paura. È stata la paura a provocare la guerra, la sconfitta e la pace attuale. Il francese di questa casta non odia nessuno; non nutre gelosia né ambizione delusa, né un vero desiderio di vendetta. Ha una fifa blu. Chi gli farà meno male (non nel futuro, non in senso astratto, ma subito e sotto forma di ceffoni e calci nel sedere)? I tedeschi? Gli inglesi? I russi? I tedeschi lo hanno sconfitto, ma la punizione è presto dimenticata e i tedeschi possono difenderlo”[32].
Del resto la stessa Irène, commentando il successo di David Golder, che lei stessa definiva, senza falsa modestia, «un romanzetto», il 22 gennaio 1930 scriveva a un’amica: «Come puoi credere che possa dimenticare le mie vecchie amicizie a causa di un libro di cui ora si parla, ma che tra una quindicina di giorni sarà già finito nel dimenticatoio, come tutto a Parigi?»[33]. Più recentemente, Rosetta Loy nei suoi saggi, racconti e romanzi ha tracciato un quadro sociale dell’Italia dell’anteguerra simile a quello che Élisabeth Gille mette in scena attraverso la madre. Una borghesia colta ma ingenua, ben presto irresponsabile a furia di non leggere i segni premonitori. Ma anche un ambiente intellettuale di un’inerzia enorme. Sicuramente Irène Némirovsky tardò a rendersene conto, poiché, come ricorda Élisabeth, non seppe mostrarsi abbastanza attenta all’evoluzione di un Paul Morand, di un Jean Cocteau e, cosa in un certo senso ancora più grave, alle incoerenze ingenue o cieche di un Daniel Halévy e di un Emmanuel Berl[34]. Élisabeth Gille dovette affrontare un altro tema che la metteva di fronte al suo ruolo di figlia: il rapporto tra Irène e sua madre Fanny.
“Oltre a quelli già citati, ovvero l’esordio letterario, la fama e le sue illusioni, il giudaismo e la Shoah, c’era il tema fondamentale della maternità e della filiazione. I grandi libri di Irène Némirovsky pongono l’accento su una figura materna detestata. La nonna di Élisabeth, che si rifiutò di riconoscere le nipoti sopravvissute allorché la donna che le aveva salvate gliele riportò, era un personaggio odioso sul quale Irène Némirovsky si dilungò parecchio e che le ispirò la maggior parte dei suoi personaggi femminili futili, venali ed egoisti, in particolare in David Golder, nel Ballo o in Jezabel, in cui è l’unico tema. Mirador richiama in più punti quel conflitto ossessivo nel quale Élisabeth, senza dubbio, vede uno degli impulsi della carriera della scrittrice. Una scena importante del libro riunisce madre e figlia riflesse in uno specchio e concentra l’opposizione delle due donne che non si troveranno mai d’accordo”[35].
“È stupefacente constatare come Irène Némirovsky descrivesse, nel cuore della bufera che l’avrebbe poi travolta, l’indifferenza stessa che l’aveva resa possibile. La morte alla quale anche lei sarebbe andata incontro era stata preannunciata al mondo da segni molto chiari che nessuno aveva voluto leggere o che pochissimi avevano saputo leggere. Probabilmente, nelle ultime pagine di queste “Memorie sognate”, Élisabeth ha attribuito alla madre una consapevolezza più grande di quella che Irène aveva avuto. Ma i testi di Irène Némirovsky portano qua e là il marchio del terrore”[12].
Suite francese è il titolo dei primi due “movimenti” di quello che avrebbe dovuto somigliare a un “Poema sinfonico” di Irène Némirovsky, composto da cinque parti, di cui solo le prime due sono state completate e pubblicate: Tempête en juin (Tempesta in giugno)- Dolce. Le altre: Captivité (Prigionia) – Batailles? (Battaglie) – La Paix? (La Pace) sono solo abbozzi. È il romanzo della riscoperta della Némirovsky che, dopo circa cinquant’anni di oblio – grazie a Suite francese – viene ripubblicata in 38 lingue. La figlia maggiore, Denise, ha conservato il quaderno contenente il manoscritto di Suite française, assieme ad altri scritti della madre, per cinquant’anni senza guardarlo, pensando che fosse un diario, che sarebbe stato troppo doloroso da leggere[36]. Alla fine del 1990, tuttavia, prende accordi per donare tutti gli scritti della Némirovsky ad un archivio francese. Dopo aver scoperto cosa contenevano i quaderni, Suite francese fu pubblicato in Francia nel 2004, e divenne presto un best seller. Da allora è stato tradotto in 38 lingue e dal 2008 ha venduto due milioni e mezzo di copie.
La prima parte “Temporale di giugno” racconta l’esodo di massa dei francesi che, all’arrivo delle truppe naziste, si sono spostati con figli, vecchi, malati e intere case caricate su veicoli di fortuna, rimasti poi senza benzina e abbandonati lungo il cammino. In questo grande affresco corale si distinguono quattro gruppi familiari: la famiglia Péricand, molto ricca, imparentata con altre famiglie altoborghesi di provincia. La casa è gestita dalla madre, Charlotte “La signora Péricand apparteneva a quel tipo di borghesi che hanno fiducia nel popolo. «Non sono cattivi, basta saperli prendere» diceva con il tono indulgente e un po’ sconsolato che avrebbe usato per parlare di una bestia in gabbia”[37]. Gabriel Corte scrittore, è un accademico di Francia, quindi fa parte dei quaranta “immortali”, come sono chiamati i membri a vita di quel sublime consesso. Deve prepararsi a lasciare Parigi per rifugiarsi a Vichy, con la sua amante, Florence. La famiglia Michaud formata da una coppia piccolo-borghese: Maurice e Jeanne Michaud che lavorano presso la Banca del signor Corbin. Charlie Langelet, sessantenne, benestante, vecchio scapolo la cui grande passione è una collezione di porcellane. Si annovera tra gli “happy few“. È molto snob, evita l’eccessiva vicinanza del prossimo, per cui prova un generico disprezzo.
Il secondo pezzo, “Dolce”, è ambientato in una piccola città della campagna francese, Bussy (nella periferia ad est di Parigi), nei primi mesi, stranamente tranquilli, dell’occupazione tedesca. Qui vivono due donne: la vedova Angellier e Lucile sua nuora. Un ufficiale tedesco, Bruno von Falk, viene acquartierato in casa Angellier. Tra il giovane ufficiale ventiquattrenne e la sconsolata Lucile, scocca una scintilla di comprensione che presto diventa amore. I due non osano però incontrarsi e parlarsi. La suocera tiranneggia Lucile e la costringe a nascondersi, fino a che, un giorno che rientra inaspettata, coglie i due in atteggiamento affettuoso, coinvolti dalla dolcezza della musica suonata dall’ufficiale sul pianoforte di famiglia. È troppo: la vecchia si ritira nelle proprie stanze e dichiara di non volerne uscire più. Bruno mormora “Finalmente, sarà il paradiso”[37]. Lucile non ha ceduto ma, tutto intorno a lei, il paese ha finito per accogliere i soldati tedeschi come uomini, dimenticando che sono nemici – “Da lungo tempo il paese mancava di uomini, cosicché perfino questi, gli invasori, parevano al posto giusto. Loro lo intuivano e si crogiolavano beatamente al sole; vedendoli, le madri dei prigionieri e dei soldati uccisi in guerra invocavano sottovoce su di loro la maledizione del Cielo, ma le ragazze se li mangiavano con gli occhi… Nel cortile della scuola che hanno occupato prendono i pasti a torso e gambe nudi, solo con una specie di cache-sexe! Nella classe delle grandi che dà proprio su quel cortile siamo costretti a tenere le imposte chiuse per evitare che le bambine vedano…”[37].
Il 12 giugno 1942, pochi giorni prima del suo arresto, dubita di avere il tempo necessario a concludere la grande opera intrapresa. Ha il presentimento che le resti poco da vivere, ma continua a redigere i suoi appunti, parallelamente alla stesura del libro.
«Il libro in sé deve dare l’impressione di essere semplicemente un episodio… com’è in realtà la nostra epoca, e indubbiamente tutte le epoche. La forma, dunque… ma dovrei dire piuttosto il ritmo: il ritmo in senso cinematografico… collegamenti delle parti fra loro. Tempête, Dolce, dolcezza e tragedia. Captivité? Qualcosa di smorzato, di soffocato, il più possibile cattivo. Dopo non so. L’importante – i rapporti fra le diverse parti dell’opera. Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall’altra dell’armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile.[38]»
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